Dicembre 28th, 2012 Riccardo Fucile
“AGENDA MONTI PER L’ITALIA” A PALAZZO MADAMA E FEDERAZIONE TRA UDC, FLI, SOCIETA’ CIVILE E ALTRI GRUPPI IN ARRIVO A MONTECITORIO
Agenda Monti per l’Italia al Senato. E una coalizione di liste alla Camera
con Mario Monti a capo.
Questa la decisione più importante emersa dall’incontro durato quattro ore tra il premier dimissionario e i rappresentanti di centro: il segretario dell’Udc Pier Ferdinando Casini, il ministro per la Cooperazione internazionale e l’integrazione Andrea Riccardi, il titolare dello Sviluppo economico Corrado Passera, i rappresentanti di Italia Futura, l’associazione fondata da Luca Cordero di Montezemolo, il capogruppo di Fli alla Camera Benedetto Della Vedova e l’ex deputata Pd, poi Api e ora nel gruppo misto Linda Lanzillotta.
“Ho riscontrato nella riunione odierna un consenso ampio, convinto e credibile che mi induce a dare il mio incoraggiamento a queste forze in occasione delle imminenti elezioni politiche — ha esordito Monti in conferenza stampa — L’iniziativa non è contro questo o contro quello, ma per prolungare nel tempo, intensificare nel passo ed estendere negli obiettivi quella modalità di governo che ha consentito nell’ultimo anno di affrontare l’emergenza finanziaria“.
Del resto, insiste Monti “l’emergenza non è affatto finita: dopo quella finanziaria abbiamo davanti emergenza dell’occupazione, soprattutto giovanile”.
Il professore spiega nel dettaglio il progetto politico delineatosi durante la riunione: ”Non immaginiamo alleanze con gli uni o gli altri, questa è un’operazione di rinnovamento nel profondo della politica italiana che deve avere un giorno vocazione maggioritaria“.
Non si tratta tuttavia di creare un nuovo partito, sottolinea Monti che non ci sta a passare per “l’uomo della provvidenza“, una definizione che Don Verzè aveva dato all’amico Silvio Berlusconi nel luglio 2010 e che oggi, con un post sul suo sito, Beppe Grillo attribuisce al Professore riferendosi all’endorsement ricevuto da parte dei due principali quotidiani cattolici, l’Osservatore Romano e l’Avvenire.
“Non ho mai pensato di creare un nuovo partito, non sono l’uomo della provvidenza”, ha detto Monti spiegando che “ci sarà un rassemblement e uno statuto ma non un nuovo partito”.
Ma come funzionerà esattamente?
“Anche per la Camera i partecipanti alla riunione mi hanno offerto la loro disponibilità ad accettare una lista unica — dice Monti — ma ho pensato che rifiutando il personalismo nella politica, fosse più opportuno e più significativo avere una lista dell’Udc, in particolare, una forza politica che ha visto per prima i limiti del bipolarismo combattivo. Così ci sarà quella lista, ci sarà una lista civica, non so se ce ne saranno altre, e ci sarà una coalizione di queste liste”.
Secondo alcune indiscrezioni, al vertice si è scontrata la linea di coloro (Passera, Della Vedova, Ichino) che sostenevano con forza le ragioni della lista unitaria con quella che poi ha prevalso: Pier Ferdinando Casini (“al vertice per l’Udc e per se stesso”, ha osservato sardonico il premier in conferenza stampa”), Andrea Riccardi e Luca Cordero di Montezemolo hanno portato il premier sul loro terreno, quello di liste separate alla Camera per avere un profilo distinto tra società civile e buona politica (salvaguardando lo scudocrociato dell’Udc), il doppio dei candidati, più spazi in tv per la campagna elettorale.
Ai centristi Monti concede il “brand”, ma con paletti ben piantati, tanto che scandisce bene le parole quando dice che “vigilerà ” sulle liste e quando parla di “regole di governance molto esigenti”.
Non basta: Enrico Bondi farà la “due diligence” su ciascun candidato, “conformità dal punto di vista penale e su possibili conflitti di interessi”, cosa che il premier blinda sostenendo che “a partire da Casini tutti si sono detti d’accordo”.
Monti pensa “non a una alleanza con gli uni o gli altri, ma ad un’operazione di rinnovamento nel profondo della politica italiana, che può e deve avere opzione maggioritaria”.
Musica per le orecchie del centristi, che davvero oggi possono sperare, come il premier più volte ripete in conferenza stampa, che l’Agenda Monti per l’Italia possa “essere mobilitante”, “rompere” i vecchi schemi bipolari, avere a breve i “risultati significativi” che indicano i sondaggi.
Ma ciò che conta è che il Prof sia in pista, che l’adesione delle forze in campo sia stata giudicata dal premier “ampia, convinta e credibile” e che il progetto parta in fretta.
Entro l’11 gennaio deve esserci un simbolo, programma e candidato premier, solo dieci giorni dopo candidature e firme e tra meno di due mesi le elezioni saranno il banco di prova.
Riepilogando: alla Camera la coalizione di Monti deve raggiungere l’8% di consensi in tutte le Regioni: all’interno della coalizione poi, i singoli partiti dovranno conseguire almeno il 2% per ottenere una decina di deputati.
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Dicembre 28th, 2012 Riccardo Fucile
GIOVANNI LO SCIUTO, ELETTO PER L’MPA SI DEFINISCE “SENTINELLA DELLA LEGALITA”: PECCATO CHE IL SUO NOME SIA CITATO NEI RAPPORTI DELLA DIA COME SOCIO FONDATORE DI UNA AZIENDA INSIEME A SORELLA E GENERO DEL BOSS LATITANTE
Meglio fare parte della commissione parlamentare regionale d’inchiesta sulla mafia che andare a sedere sulla poltrona di segretario della commissione parlamentare Formazione e Lavoro.
Protagonista di questa scelta è un neo deputato regionale siciliano, il medico castelvetranese Giovanni Lo Sciuto, classe 1963, ex assessore e consigliere provinciale, eletto deputato alle ultime regionali in provincia di Trapani nella lista Mpa — Partito dei Siciliani, che ha deciso di rinunciare al cumulo di indennità per occuparsi di mafia.
Una scelta, quella di andare a far parte della commissione antimafia regionale, che lui in poche righe ha anche spiegato: “Cercherò — ha detto — di essere la sentinella alla Regione per l’intera provincia di Trapani e per Castelvetrano in particolare”.
Particolare per particolare il nome dell’on. Lo Sciuto si ritrova però di continuo indicato nei rapporti antimafia della provincia di Trapani.
Lo Sciuto era finito anche sotto processo per un giro nel campo del cablaggio.
Assolto dall’accusa, il suo legame con il punto di riferimento di quegli affari — l’imprenditore e cavaliere del lavoro Carmelo Patti, patron della Valtur, anche lui di Castelvetrano — ha fatto si che il suo nome tornasse in un rapporto della Dia al Tribunale di Trapani, in occasione della richiesta di sequestro del patrimonio da 5 miliardi di euro dello stesso Patti.
In uno dei passaggi di questo rapporto antimafia si legge: “Lo Sciuto è stato uno dei soci fondatori della Futura calze srl, unitamente, tra gli altri, alla sorella ed al genero di Matteo Messina Denaro (il boss latitante da 20 anni, ndr) e cioè Giovanna Messina Denaro e Rosario Allegra, ed è stato indicato in un esposto anonimo dell’ottobre del 1998 come uno dei favoreggiatori di Matteo Messina Denaro, perchè avrebbe finanziato a mezzo di un conto corrente attestato presso la Banca Commerciale di Castelvetrano, avvalendosi anche della complicità di Michele Alagna (fratello di Francesca Alagna, la compagna del boss latitante ndr)”.
Insomma il rischio che il ruolo di “sentinella” che il neo deputato dice di volere esercitare all’interno della delicata commissione parlamentare possa finire frainteso c’è.
Certo è che i rapporti tra Giovanni Lo Sciuto e la famiglia del super boss latitante sono stati tutt’altro che sporadici e casuali.
La Finanza a suo tempo trovò titoli di credito intestati a Michele Alagna (del quale Lo Sciuto è stato testimone di nozze) posti a garanzia di conti correnti intestati alla moglie dell’odierno parlamentare e proprio in quell’esposto anonimo del 1998 quel conto corrente veniva indicato come fonte di sostentamento della latitanza di Matteo Messina Denaro.
Rino Giacalone
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 28th, 2012 Riccardo Fucile
SI TRATTA DI CATERINA ROMEO, CONDANNATA A 16 MESI PER IRREGOLARITà€ NELLE FIRME
Ha garantito la validità delle candidature alle primarie del Partito democratico di Torino,
ma è stata condannata per irregolarità elettorali.
Un’incongruenza di cui pochi si sono accorti, mentre Beppe Grillo parla di “buffonarie” del “Pdmenoelle”.
Caterina Romeo, ex segretario provinciale del Pd, ora responsabile dell’organizzazione del partito e garante per le primarie, è stata condannata il 13 dicembre scorso a un anno e quattro mesi di reclusione dal giudice per le udienze preliminari Federica Bompieri.
Secondo il sostituto procuratore Patrizia Caputo, “specializzata” in indagini simili, nel 2011 la Romeo non aveva convalidato le firme per la lista “Consumatori per Fassino” ai banchetti elettorali commettendo un’irregolarità .
La notizia è stata ripresa ieri dal sito di Beppe Grillo, che ha definito le primarie per la scelta dei parlamentari del Pd “Buffonarie”.
Altri dubbi sorgono se si guarda chi presiede la commissione che ha valutato le firme raccolte dai candidati: è Giancarlo Quagliotti, politico di lungo corso condannato in via definitiva nel 1997 insieme a Primo Greganti (tesoriere Pci e Pds) a sei mesi di reclusione per un finanziamento illecito della Fiat al partito.
I garanti da lui presieduti hanno provocato qualche grattacapo: per permettere una rappresentanza uguale a donne e uomini è stata abbassata la soglia di firme necessarie alle candidate.
Questa scelta non è piaciuta ad alcuni esclusi, tra cui Sandro Plano, esponente “istituzionale” dei No Tav, fuori competizione per solo otto firme.
Andrea Giambartolomei
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 28th, 2012 Riccardo Fucile
VERSO LE ELEZIONI: LOMBARDIA DECISIVA COME L’OHIO NEL VOTO USA
«Tutto si giocherà al Senato e, quindi, tutto si giocherà in Lombardia, che è per l’Italia quello che per le elezioni del Presidente degli Stati Uniti, sono contemporaneamente l’Ohio e la California: l’Ohio perchè è uno Stato contendibile (nè tradizionalmente democratico nè tradizionalmente repubblicano) e la California per il grande numero di seggi che attribuisce nelle votazioni», dice il professor Roberto D’Alimonte ordinario nella facoltà di Scienze Politiche della Luiss Guido Carli dove insegna Sistema Politico Italiano.
A meno di sessanta giorni dalle elezioni del 24 e 25 febbraio, ci sono solo due certezze.
La prima è che a meno di un cataclisma non prevedibile il Pd raggiungerà agevolmente la maggioranza della Camera.
La seconda è che invece i giochi non sono ancora fatti per il Senato.
E che si potrebbe riprodurre a Palazzo Madama lo stesso scenario del 2006.
Sette anni dopo, lo stesso film, vista la buona rimonta del Pdl nei sondaggi: «Per le elezioni 2013 l’obiettivo del Cavaliere sarà almeno quello di raggiungere il 28/29 per cento dei voti» ha spiegato Alessandro Amadori direttore di Coesis Research .
Anche se nulla è scontato, e la strada è davvero ancora molto lunga.
Quello che è sicuro infatti è che al Senato, i voti contano davvero, ed è lì, e solo lì, che il Partito Democratico potrebbe rischiare di non avere la maggioranza.
«Per i dati che stiamo raccogliendo in questi giorni», spiega Renato Mannheimer dell’Ispo, docente di Analisi dell’opinione pubblica, «al Senato siamo veramente sul filo di lana».
Mannheimer parla di un possibile riproporsi «dello spettro del 2006» e concorda: «Tutto si giocherà in Lombardia, che assegnerà ben 49 seggi senatoriali».
I fattori che rendono la Lombardia determinante sono almeno tre.
Il primo riguarda quello che possiamo chiamare l’effetto election day e cioè, spiega Alessandra Ghisleri, di Euromedia research (che fornisce i sondaggi a Silvio Berlusconi), «l’effetto trascinamento della corsa a presidente della Regione dei tre candidati, Umberto Ambrosoli, Bobo Maroni, e Gabriele Albertini, sul voto dei collegi del Senato per le politiche».
Un trascinamento che potrebbe spostare fino al 5 per cento degli elettori.
Anche considerando le differenze dei collegi in cui i candidati sono più forti (Maroni in Lombardia 2 e 3, cioè Varese e Brescia, Albertini e Ambrosoli su Milano e Monza).
Il secondo fattore è la redistribuzione dei seggi in base al censimento del 2011 che attribuiscono due scranni in più a Palazzo Madama alla regione lombarda, rispetto al 2008 e a scapito della Campania (-1) e della Sicilia (-1).
Ma è il terzo ed ultimo, il vero elemento fondamentale, quello che farà la differenza: cioè i due scenari completamente diversi che si delineeranno a seconda che il Pdl riuscirà o no a stringere l’accordo elettorale con la Lega Nord.
«È questo il vero, ultimo tassello che dobbiamo conoscere per mandare a posto tutti gli elementi del puzzle» spiega D’Alimonte.
Esattamente quanto dimostrano gli ultimi dati raccolti pochi giorni fa ed elaborati il 25 dicembre dal sito di sondaggi Scenaripolitici.com (ma naturalmente senza poter testare ancora l’effetto della salita in politica di Monti).
Per il Senato, si fronteggiano infatti già due differenti ipotesi a seconda se il Pdl riuscirà o non riuscirà a scendere in campo con la Lega: lo scenario «A» vede, nel primo caso la Lombardia assegnata al centrodestra, sia pure allo stato non «solid» («sicuro») ma solo «leaning» («tendenziale»).
Mentre nello scenario «B», invece, cioè nell’ipotesi in cui questa alleanza non ci sarà , la Lombardia verrà attribuita (questa volta «solid») al Pd e al centrosinistra.
Solo nell’ipotesi «A» la lista Monti giocherà un ruolo decisivo, perchè solo con un buon risultato del Pdl al Senato (e in primis in Lombardia), potrà giocare un ruolo di ago della bilancia nei confronti del centrosinistra.
«È un effetto paradossale» – spiega un esperto – e la «salita in campo» del Professore potrebbe essere decisiva in Senato nei confronti del progetto «prendo-tutto» del segretario del Pd, Pierluigi Bersani, solo se quanto meno la Lombardia «finisse» in mano al Pdl e ai suoi alleati.
È in ogni caso strada obbligata è che a Palazzo Madama la «lista Monti» sia una lista unica, perchè solo così essa può superare lo sbarramento dell’8 per cento previsto dal Porcellum che invece penalizza le coalizioni facendo salire l’asticella fino al 20 per cento del totale perchè esse possano ottenere seggi e abbassare la soglia di ogni singola lista partecipante al 3 per cento dei voti ottenuti e non all’8 per cento.
M.Antonietta Calabrò
(da “il Corriere della Sera“)
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Dicembre 28th, 2012 Riccardo Fucile
OGGI AL VIA I COLLOQUI DECISIVI TRA I PARTITI E MONTI
A giudicare dalle apparenze, Monti non sembra così voglioso di tuffarsi nella cucina
elettorale, dove a loro agio si trovano soprattutto gli «chef» di professione.
Ieri l’hanno avvistato con la consorte a Venezia, tra Rialto e Piazza San Marco, come una distinta coppia di turisti a passeggio, con la scorta tenuta a debita distanza.
Oggi Monti tornerà a Roma, però non è detto che voglia partecipare di persona alle trattative per la lista (o le liste) ispirate alla sua Agenda.
Al riguardo, i collaboratori sono parecchio dubbiosi.
Non è riserbo, spiegano, semplicemente tutto cambia di ora in ora, è uno scenario in divenire.
Si dà per scontato che il premier dimissionario riceverà Passera e Riccardi, i quali però hanno il rango di ministri e in quanto tali a Palazzo Chigi sono di casa.
È possibile che Monti dia loro istruzioni da riferire nel summit organizzativo delle ore 13 con Italia Futura, Udc, Fli (sempre nel caso che lui non vi voglia andare).
Ed è plausibile che sia comunque una giornata di grandi chiarimenti «vis-à -vis» o per telefono tra tutti i protagonisti, dal momento che certe decisioni vanno pur prese, in quanto a sinistra sono parecchio avanti nei preparativi, e pure a destra il Cavaliere non scherza.
Esempio numero uno: come verrà richiamato Monti sul simbolo? In qualità di candidato premier o che altro?
La prima soluzione metterebbe in urto il Prof con Napolitano, dal quale sono giunti privatamente precisi «caveat».
Lo stesso Pd potrebbe sollevare obiezioni formali come già ha lasciato intendere il capogruppo Franceschini.
Inoltre fioccherebbero accuse di protagonismo, malattia infantile del berlusconismo… Insomma, non va. Ecco dunque tornare in auge la formula che Montezemolo aveva già illustrato in una intervista al «Corsera» tre mesi fa: «Per l’Agenda Monti», sarà scritto nel simbolo.
Dove il premier verrà apertamente evocato, però attraverso il suo programma.
E nessuno avrà da obiettare, specie ai piani alti della Repubblica.
Manca solo l’okay del premier, oggi potrebbe essere l’occasione buona.
L’altra decisione che Monti tiene in sospeso (qualcuno a Roma sospetta un’astuta strategia del Prof, «temporeggia per decidere quando non ci sarà più il tempo per fare diversamente») riguarda le liste: una o due?
Per il Senato non si discute, la soglia di sbarramento è tale da non consentire dispersione di voti.
Ma per la Camera l’asticella è al 4 per cento anzichè all’8, dunque c’è margine per differenziare l’offerta.
Si sa che Monti predilige la lista unica, lui vorrebbe diluire i partiti nella società civile, e soprattutto gradirebbe nascondere i (pochi) politici di professione in mezzo ai tanti «tecnici» (corre voce che possano salire in campo pure Terzi e la Cancellieri). Senonchè Monti deve mediare con la realtà e fare i conti con le considerazioni pratiche di chi, come Casini, ha sulle spalle parecchie campagne elettorali, dunque ne capisce.
In queste ore specie dall’Udc cercano di far presente che 1) quindici milioni di italiani voteranno in contemporanea per le amministrazioni regionali in Lombardia, nel Lazio e in Molise, dunque un certo radicamento territoriale potrà fare da traino alle Politiche; 2) due liste significano il doppio dei candidati disposti a battersi per raccogliere voti, circostanza da non disprezzare; 3) rinunciare allo Scudo crociato significherebbe regalare un 2-3 per cento a qualcun altro, magari a quel signore che sta di casa ad Arcore; 4) due liste anzichè una soltanto garantirebbero il 100 per cento in più di spazio televisivo durante la «par condicio», buttalo via…
Poi ci sono, si capisce, le resistenze degli apparati, i calcoli di chi già proietta lo sguardo al dopo elezioni, quando in caso di lista unica ci sarà un solo gruppo parlamentare e, forse, un solo partito, con nuovi vertici e facce più giovani.
Ma il tono del dibattito, garantisce un diretto protagonista, è «civilissimo e molto meno ruvido di quanto certe montature polemiche farebbero immaginare».
Ugo Magri
(da “La Stampa“)
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Dicembre 28th, 2012 Riccardo Fucile
“PER CONVINCERE MARONI USERA’ ARGOMENTI EXTRA-POLITICI”
«Berlusconi sta sviluppando tutta la sua capacità di persuasione ma io continuo a ripetergli, sondaggi alla mano, le stesse cose: gli elettori moderati vogliono persone credibili, programmi lineari e partiti coerenti. Il Pdl non lo è più: prima ha sostenuto il governo Monti e l’agenda Europa, adesso vuole allearsi con un partito anti europeo come la Lega».
Gabriele Albertini, ex sindaco di Milano per Forza Italia, eurodeputato uscito dalle fila berlusconiane e oggi candidato centrista alla guida della Lombardia, è incontenibile.
Ogni tre frasi cita De Gasperi e Adenauer e sorride soddisfatto non appena qualcuno lo chiama «montino».
Il motivo di tanto entusiasmo è semplice: la sua candidatura è l’ostacolo principale all’accordo fra Berlusconi e Maroni (il Pirellone in cambio del sostegno leghista al Senato), e da quell’accordo dipendono il destino della Lombardia, «l’ottavo Pil d’Europa», ma anche l’esito delle prossime elezioni politiche.
Gli occhi di tutti, compresi quelli di Mario Monti, che infatti in questi giorni si tiene in stretto contatto con lui, sono puntati sulla sua battaglia nell’«Ohio d’Italia».
Onorevole, lei è rimasto in campo rifiutando le lusinghe di Berlusconi. Il suo no, insieme alle pressioni della base leghista, ha messo nuovamente in crisi Maroni. Cosa deciderà alla fine il segretario della Lega?
«Da quanto so Maroni avrebbe deciso di stare con il Cavaliere, nonostante la contrarietà dei suoi. E lo farebbe solo per ragioni opportunistiche. Ha chiesto in cambio due condizioni: il mio passo indietro, che non arriverà , e un candidato premier diverso da Berlusconi. Ma anche Maroni è conscio che quello fra Lega e Pdl è un rapporto contro natura. E i rapporti contro natura, nel terzo girone dell’inferno, sono puniti terribilmente: gli sventurati vengono colpiti da una pioggia di fuoco. Forse Berlusconi proverà a convincere Maroni con argomenti extra-politici, come ha già fatto in passato con Bossi. Ma non so se Maroni ha la stessa tempra del Senatur, e nemmeno se Berlusconi ha la stessa capacità persuasiva».
L’altro grande indeciso di queste ore è Formigoni. All’inizio è stato fra i suoi più accesi sostenitori. Adesso, dopo la «salita» in politica di Monti, pare che ci stia ripensando…
«Formigoni fino a ieri stava con me. Non credo che abbia cambiato idea durante la notte. Se in futuro dovesse fare una scelta involutiva, in ogni caso, non farebbe onore alla sua storia. Certo, magari 5 o 6 posti in Parlamento li porterebbe a casa, però da uno che alle europee ha preso più preferenze di Scalfaro mi aspetterei un coraggio diverso. Come amico sarei dispiaciuto per lui. Come politico moderato per i suoi sostenitori».
A proposito dei sostenitori di Formigoni. Maurizio Lupi è rimasto con il Cavaliere. Mario Mauro, invece, è pronto a candidarsi con Monti. Pensa anche lei che il mondo che ruota intorno a Comunione e Liberazione possa spaccarsi?
«Non credo proprio. Sono sicuro che quel pezzo di società civile starà con il Ppe europeo, con Monti e con me. La scelta è se stare dalla parte dell’essere o da quella dell’avere».
I maligni sussurrano che lei avrebbe accettato di correre in Lombardia in cambio di un ministero nel prossimo esecutivo guidato da Bersani. Oppure da Monti. Cosa risponde?
«L’unico che mi ha offerto un ministero oltre al posto di capolista al Senato in Lombardia è stato Berlusconi. Con Bersani, invece, non ho mai parlato».
Quanto vale il vostro progetto centrista in Lombardia?
«La nostra base elettorale moderata parte dal 17% e può arrivare facilmente al 25 aggregando l’Udc e pezzi di Pdl. Ma peschiamo voti anche a sinistra. I sondaggi dicono che siamo secondi. Maroni è dietro».
Ammettiamo che lei riesca a sorpassare anche Ambrosoli. Ha già qualche idea per la sua giunta?
«Posso dire che ho offerto a Pietro Ichino il ruolo di assessore al Lavoro perchè ho apprezzato la sua scelta di uscire dal Pd in contrasto con la linea della Cgil. E poi ribadisco che sarei pronto a chiedere al mio sfidante, il candidato della sinistra Umberto Ambrosoli, di farmi da vice-presidente. Lo stimo personalmente e poi sto lavorando per fare, nel mio piccolo, quello che Mario Monti sta facendo per l’Italia: unire i veri moderati, al di là degli schieramenti».
Francesco Moscatelli
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Dicembre 28th, 2012 Riccardo Fucile
MA IL 70% DEI PRECARI E’ A RISCHIO
Tra le novità in arrivo con il primo gennaio c’è l’Aspi, l’assicurazione sociale per l’impiego
prevista dalla riforma del mercato del lavoro, che prenderà gradualmente il posto del sussidio di disoccupazione.
Rispetto ad oggi viene allungato il periodo di sostegno, passando da 12 a 18 mesi se si hanno più di 55 anni.
Cambia anche l’importo dell’indennità , che sale da 60 al 75% dello stipendio, con un tetto massimo di 1.119 euro.
Le risorse aggiuntive vengono finanziate con un contributo dell’1,4% a carico dei datori di lavoro per i soli contratti a termine.
Ma qui si apre un altro problema, quello del rinnovo dei contratti dei precari.
«Circa il 70% dei 700 mila contratti a progetto in scadenza a fine anno – dice Filomena Trizio, segretario generale della Nidil, la costola della Cgil che si occupa di atipici – potrebbe essere lasciato scadere viste le nuove regole della riforma Fornero», che ha ridotto la flessibilità in entrata.
«È auspicabile – dice ancora Trizio – che queste norme siano applicate con una contrattazione di merito tra organizzazioni sindacali e imprese».
Altrimenti il rischio è il mancato rinnovo o la retrocessione verso contratti ancora meno tutelati, come le partita Iva o i voucher, i buoni per gli impieghi occasionali
Nella legge di Stabilità approvata prima di Natale il governo ha messo una prima toppa per i 250 mila precari della pubblica amministrazione: a chi ha il contratto in scadenza alla fine del 2012 viene garantita una proroga di sette mesi.
Ma tutto questo vale solo in teoria visto che la proroga potrà essere concessa solo a patto che le amministrazioni abbiano a disposizione i fondi necessari, ipotesi tutt’altro che scontata in un momento come questo.
Uno dei settori più sensibili al problema è quello della sanità pubblica, dove i precari sono 29 mila su un totale di quasi 700 mila lavoratori e dove nuovi tagli sono all’ordine del giorno. Pubblico o privato che sia, le condizioni per chi è appena entrato nel mercato del lavoro sono peggiorate di parecchio rispetto al periodo prima della crisi.
Basta scorrere le tabelle preparate dal gruppo di studio Datagiovani.
Facendo il confronto con l’inizio del 2007, nel 2012 ci sono meno under 30 al primo impiego, con una perdita di 80 mila posti su 355 mila.
I contratti a tempo indeterminato sono crollati del 37%, mentre la durata media dei contratti a termine si è ridotta, passando da 14 a 10 mesi.
Un giovane su tre ha un livello di studio più elevato rispetto a quello richiesto, con un aumento che per la laurea supera il 12%.
Il primo stipendio?
Quello cala, invece: adesso è in media di 850 euro, nel 2007 era il 3% in più.
Lorenzo Salvia
(da “il Corriere della Sera”)
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Dicembre 28th, 2012 Riccardo Fucile
LA LETTERA APERTA: LE LORO VITE DIMENTICATE, IL SACRIFICO DEI NOSTRI MARINAI, LO STATO ASSENTE
Sono il nuovo sindaco di Lampedusa e Linosa
Eletta a maggio 2012, al 3 di novembre mi sono stati consegnati già 21 cadaveri di persone annegate mentre tentavano di raggiungere Lampedusa, e questa per me è una cosa insopportabile. Per Lampedusa è un enorme fardello di dolore.
Proprio in questi giorni abbiamo dovuto chiedere aiuto attraverso la Prefettura ai sindaci della Provincia per poter dare una dignitosa sepoltura alle ultime 11 salme, perchè il Comune non aveva più loculi disponibili.
Ne faremo altri, ma rivolgo a tutti una domanda: quanto deve essere grande il cimitero della mia isola
Non riesco a comprendere come una simile tragedia possa essere considerata normale, come si possa rimuovere dalla vita quotidiana l’idea, per esempio, che 11 persone, tra cui 8 giovanissime donne e due ragazzini di 11 e 13 anni, possano morire tutti insieme, come sabato scorso, durante un viaggio che avrebbe dovuto essere per loro l’inizio di una nuova vita.
Ne sono stati salvati 76 ma erano in 115 e il numero dei morti è sempre di gran lunga superiore al numero dei corpi che il mare restituisce.
Sono indignata dall’assuefazione che sembra avere contagiato tutti, sono scandalizzata dal silenzio dell’Europa che ha appena ricevuto il Nobel per la pace e che tace di fronte ad una strage che ha i numeri di una vera e propria guerra.
Sono sempre più convinta che la politica europea sull’immigrazione consideri questo tributo di vite umane un modo per calmierare i flussi, se non un deterrente.
Ma se per queste persone il viaggio sui barconi è tuttora l’unica possibilità di sperare, io credo che la loro morte in mare debba essere per l’Europa motivo di vergogna e disonore.
In tutta questa tristissima pagina di storia che stiamo tutti scrivendo, l’unico motivo di orgoglio ce lo offrono quotidianamente gli uomini dello Stato italiano che salvano vite umane a 140 miglia da Lampedusa, mentre chi era a sole 30 miglia dai naufraghi, come è successo sabato scorso, e avrebbe dovuto accorrere con le velocissime motovedette che il nostro precedente governo ha regalato a Gheddafi, ha invece ignorato la loro richiesta di aiuto.
Quelle motovedette vengono però efficacemente utilizzate per sequestrare i nostri pescherecci, anche quando pescano al di fuori delle acque territoriali libiche.
Tutti devono sapere che è Lampedusa, con i suoi abitanti, con le forze preposte al soccorso e all’accoglienza, che dà dignità di esseri umani a queste persone, che dà dignità al nostro Paese e all’Europa intera.
Allora, se questi morti sono soltanto nostri, allora io voglio ricevere i telegrammi di condoglianze dopo ogni annegato che mi viene consegnato.
Come se avesse la pelle bianca, come se fosse un figlio nostro annegato durante una vacanza.
Giusi Nicolini
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Dicembre 28th, 2012 Riccardo Fucile
DESTRA, SINISTRA E CEMENTO
Su una cosa destra e sinistra sono d’accordo: il cemento. 
La parola “ambiente” ha uno strapuntino nei programmi, ma poi, alla prova dei fatti, amministrazioni e governi di qualsiasi colore — eccetto Verdi, Cinque Stelle e magari quel che resta dei comunisti — votano “sì”.
Costruire.
Che siano colossali operazioni immobiliari, porticcioli, autostrade, piste di aeroporti o perfino rifugi di montagna che ricordano basi spaziali.
Addio alle bandiere rosse o azzurre, sui megaprogetti sventolano quelle grigie del partito del cemento.
Chiarificatrice la definizione del sindaco di Sarzana (Pd), Massimo Caleo, in pista per il Parlamento: “Noi siamo per la conservazione attiva”. Che nel suo caso significa un porticciolo da quasi mille posti piu’ case, negozi, eccetera, proprio alle foci del fiume Magra che ogni anno provoca alluvioni.
Resta la domanda: che cosa spinge chi governa a puntare sull’industria del mattone?
Miopia, talvolta.
In Veneto ci sono interi paesi di case vuote.
In Italia c’è un record di proprietari di abitazioni mentre la popolazione continua a calare (in alcune cittadine delle nostre Alpi il 95% delle case sono vuote) e acquista sempre meno immobili (a causa della crisi e delle tasse).
Difficile pensare che si vogliano dare abitazioni ai bisognosi, perchè in Italia solo il 4% degli appartamenti nuovi sono destinati all’edilizia convenzionata (nel nord Europa si arriva al 25%). Per costruire quattro case popolari bisogna realizzarne sei volte piu’ che altrove.
Il cemento come motore dell’economia e del lavoro? Falso.
Questo settore offre occupazione a breve termine — legata alla realizzazione del progetto — e di solito poco qualificata.
Ma il mattone rischia anche di divorare la principale industria del nostro Paese: il turismo che produce il 15% del Pil.
Insomma, preservare il paesaggio conviene anche economicamente.
Ma allora perche’ l’Italia punta sul cemento? Miopia, appunto.
O peggio: i grandi costruttori hanno santi in paradiso, anzi in Parlamento.
Tra i grandi imprenditori autostradali ecco esponenti del centrodestra.
Al Nord tra i costruttori invece dominano le cooperative dette “rosse”.
Insomma, sostenere il cemento conviene.
Anche politicamente: molti re del mattone hanno le mani nell’editoria, dai giornali locali ai colossi nazionali.
Sostenerli potrebbe voler dire garantirsi l’appoggio dell’informazione.
Cioè voti. Siamo sempre lì.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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