Destra di Popolo.net

CACCIARI: SILVIO GIOCA AL GATTO COL TOPO, PUNTA A DIVIDERE IL PD

Settembre 2nd, 2013 Riccardo Fucile

IL CAVALIERE HA CAPITO CHE SE MOLLASSE L’ALLEANZA CON IL PD, LO RICOMPATTEREBBE… COSI’ RIESCE INVECE A LACERARLO

Non avrà  “the great Entertainer” sbagliato mossa questa volta?
Come è possibile non afferri la straordinaria occasione che il caso avverso gli offre?
Presentarsi sul palcoscenico dichiarando: ingiusti gli ordinamenti della città , ingiusti i suoi tribunali, e tuttavia le sentenze che questi pronunciano vanno rispettate.
Che i politicanti pro tempore facciano quel che vogliono – la credibilità  di cui godono è ben nota – “decadere” dai loro senati può forse arrecare più prestigio che disonore.
Ma Legge è Legge, e anche se colpisce l’innocente volerla evadere equivale a minare i fondamenti dell’Ordine su cui si regge la polis.
Com’è che il grande Comunicatore vuol privarci del sublime spettacolo di un gesto di sovrana indifferenza nei confronti delle prossime decisioni senatorie e di qualche mese di puntuale presenza, magari presso Mario Capanna, ai servizi sociali, monopolizzando giornali, reti, blog, twitter, gossip di ogni risma?
La sua leadership nel centrodestra diventerebbe inossidabile.
Nulla e nessuno potrebbe, poi, vietargli di condurre campagne elettorali, magari via-video dai luoghi di pena, firmare cartelloni e liste.
Cosa può mai contare l’essere o meno candidato?
Beppe Grillo era forse candidato da qualche parte?
La candidatura conta solo per i peones. E la responsabilità  per eventuali crisi del governo Letta si scaricherebbe così integralmente sul Pd e sull’esito del suo congresso.
Perchè Berlusconi non sceglie questa strada, che appare senza dubbio quella più favorevole ai suoi interessi non solo politici? Perchè non è Socrate? Ma via!
Socrate beve la cicuta per restare integralmente fedele a se stesso, qui si parla di miseri calcoli di convenienza, di quale maschera convenga indossare per l’ultima recita a Silvio Berlusconi.
La teoria del bluff non convince. Troppo scoperto.
Il suddetto non può ignorare che la partecipazione al governo del Pdl è per lui oggi l’unica autentica “garanzia”, che abbandonare Enrico Letta significherebbe ricompattare il partito democratico, magari attorno a Matteo Renzi, che una maggioranza potrebbe sempre formarsi in Parlamento in toto alternativa all’attuale,e che, comunque, andare a elezioni col cerino in mano di quelli che hanno fatto scoppiare la crisi – e per evidenti motivi riguardanti esclusivamente le sorti del Capo – renderebbe impossibile a priori il successo.
A quale gioco, allora,sta giocando? Forse soltanto a stressare il Partito democratico e condurlo al congresso nello stato di massima confusione.
La sola presenza di Berlusconi ancora vociante sembra sufficiente a impedire ai dirigenti di questo cosidetto partito ogni intesa programmatica e ogni iniziativa autentica di governo
Letta può valere come “primum vivere” – ma poi? Con ciò che passa il convento, con i pezzi dell’attuale ceto politico, quale governo-governo è possibile ipotizzare?
Un en plein di Renzi come segretario del Partito democratico e candidato premier, senza sconquasso dell’intero condominio, appare del tutto irrealistico.
La sua candidatura a premier può passare oggi soltanto attraverso l’accordo con i D’Alema – e cari saluti alla grinta rottamatrice.
Ragionevole sarebbe un’intesa tra Letta e Renzi, non solo per motivi generazionali, ma anche per una certa complementarietà  tra le due “immagini”.
Un periodo consolare o di direttorio condiviso l’hanno passato anche i futuri Cesari.
Ma qui riemerge l’eterno istinto fratricida della politica italiana.
Ancora più eterno della transizione che dagli anni Settanta è la nostra dimora.

Massimo Cacciari

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IRPEF PIU’ CARA PER 6 MILIONI DI ITALIANI: PAGHERANNO 200 EURO IN PIU’ ALL’ANNO

Settembre 2nd, 2013 Riccardo Fucile

GLI EFFETTI DEL DIMEZZAMENTO DELLA DETRAZIONE SULLE ASSICURAZIONI… COLPITI I REDDITI FINO A 55.000 EURO LORDI

Meno Imu, più Irpef.
Per cancellare l’imposta sulla casa (per ora solo la prima rata), il governo farà  salire quella sui redditi.
Almeno per 6 milioni e 300 mila italiani che pagheranno 125 euro in più di Irpef sul 2013.
E ben 201 euro sul 2014. Un salasso inatteso che sconfessa la filosofia “ tax free”, sbandierata in conferenza stampa da Letta e Alfano.
«La copertura del decreto Imu è stata gestita senza alzare le tasse», aveva detto il premier.
«È un provvedimento tax free che non porta altre tasse», si esaltava il suo vice.
Così non è. Purtroppo.
E a rimetterci sarà  soprattutto il ceto medio, visto che la maggior parte di questi italiani, tartassati a sorpresa, ovvero il 90% di quei 6,3 milioni di contribuenti, è sotto i 55 mila euro lordi annui. E il 54% sotto i 26 mila euro. Tra loro, quattro milioni di lavoratori dipendenti e un milione e 300 mila pensionati.
L’ARTICOLO 1
Il guaio è nascosto nell’articolo 12 del decreto Imu, in vigore da sabato scorso.
Lì si dimezza per quest’anno «il limite massimo di fruizione» per detrarre dall’Irpef il 19% dei premi di assicurazione sulla vita, contro gli infortuni e la non autosufficienza. Se fino ad oggi quel tetto era di 1.291 euro, per il 2013 diventa 630 euro. E addirittura 230 euro dal 2014 in poi. Appena un quinto.
Tra l’altro l’operazione è ancora una volta retroattiva e dunque in violazione dello Statuto del Contribuente, una legge dello Stato che impone la valenza solo per il futuro delle norme fiscali.
Che cosa significa in concreto? Se fino a pochi mesi fa – nella dichiarazione dei redditi di maggio – al rigo E12 del 730 si poteva “scalare” dall’imposta sui redditi un massimo di 245 euro (il 19% del vecchio tetto), dal prossimo maggio quel rigo potrà  contenere al più 120 euro. E dal 2015 appena 44 euro.
Con la conseguente impennata dell’Irpef
CHI CI RIMETTE
Secondo gli ultimi dati disponibili, quelli delle dichiarazioni 2012 (dunque riferite ai redditi 2011), oltre sei milioni di italiani usufruiscono di questo vantaggio fiscale che costa allo Stato 685 milioni l’anno.
Per di più vivono al Centro-Nord, oltre un milione nella sola Lombardia, mezzo milione ciascuno in Piemonte e Lazio.
Un bonus che Vieri Ceriani – ex sottosegretario all’Economia con Monti e ora ascoltatissimo consigliere di Saccomanni – inseriva tra le “misure a rilevanza sociale” nell’ormai famoso Rapporto sull’erosione fiscale del 2011. «L’agevolazione esiste perchè riduce l’intervento del welfare pubblico», conferma Dario Focarelli, direttore generale dell’Ania (assicurazioni).
«Un domani, dovesse succederti qualcosa, peserai di meno sulle casse pubbliche. Ma l’effetto di questa norma, che giudichiamo estremamente negativa, si abbatterà  soprattutto su chi vuole assicurarsi, sui cittadini ».
Su 65 miliardi totale di premi, il ramo della protezione ne vale 4. E chi vi ricorre lo fa non tanto come opzione di risparmio (in passato era così), quanto proprio per lasciare un capitale ai propri cari in caso di morte, infortunio o handicap grave. È vero che spesso questi prodotti sono abbinati alla previdenza integrativa. Ma ne sono del tutto svincolati e scelti a prescindere
IL NODO COPERTURE
Il problema ora è tutto politico. Il bilancio dello Stato è veramente al limite.
Lo si è visto nel tira e molla dei giorni scorsi sulle coperture al decreto Imu.
Alla fine, per non spaventare Bruxelles e assicurare che il 3% del rapporto tra deficit e Pil non sarà  valicato ancora, il governo ha pure messo una clausola di salvaguardia con il possibile aumento di acconti delle imprese (Ires e Irap) e delle accise (benzina inclusa).
Il taglio alle detrazioni sulle polizze vale moltissimo: 458 milioni nel 2014, 661 milioni nel 2015, 490 milioni dal 2016. Un’enormità . Non facile da rimpiazzare.
Se ne riparlerà  durante l’iter di conversione parlamentare del decreto. Ieri il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, ha ammesso che i tagli ai conti pubblici sono recessivi, eppure hanno «contribuito a evitare scenari peggiori, a contenere e ridurre gli spread e a scongiurare nuove crisi di liquidità ».
Ma poi ha aggiunto che non saranno «permanentemente restrittivi».
Non saranno cioè perenni.

Valentina Conte e Roberto Mania
(da “la Repubblica“)

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BABBO NATALE MARONI LASCIA LA SEGRETERIA ENTRO DICEMBRE

Settembre 2nd, 2013 Riccardo Fucile

“IL SUCCESSORE? SALVINI O TOSI, MA NON SONO IO A DECIDERE”… “NESSUNA INTESA CON GRILLO”

Roberto Maroni chiude un’affollata Bèrghem fest, ad Alzano Lombardo, affondando l’ ipotesi di alleanze o intese con il Movimento 5 stelle: «Una cosa impossibile – ha spiegato –, certo ho sentito qualcuno del mio partito fantasticarne. Ma l’unica cosa che abbiamo in comune con Grillo è il fatto di essere all’opposizione».
Il segretario federale della Lega sale sul palco della decana delle feste del Carroccio, dopo aver scelto per giorni la linea del silenzio.
Intervistato dal giornalista Vittorio Feltri, parla di Silvio Berlusconi: «Insomma – dice l’ex ministro dell’Interno –, ho stima per Berlusconi, in primis perchè è presidente del Milan… Adesso però lo chiamerò perchè vorrei sapere cosa è successo: ha firmato il referendum dei Radicali, quello che abolisce la Bossi-Fini. Ma questa legge l’abbiamo fatta insieme. Ecco, io penso, voglio pensare, che abbia letto male ciò che gli hanno fatto firmare. Sono curioso di sapere – aggiunge – cosa voleva fare Berlusconi, perchè così fa più di quello che fa la sinistra, si mette a sinistra di Nichi Vendola. Ma noi della Lega su quella legge faremo le barricate».
Poi, parlando del progetto del segretario della Liga veneta Flavio Tosi che da questo stesso palco, sabato, ha illustrato una sua fondazione per «un programma nazionale», il leader leghista chiarisce: «Condivido l’idea di Flavio, ne abbiamo parlato. Dobbiamo allargare il consenso nel centrodestra».
Poi tema vira sugli equilibri interni: «Il congresso federale ci sarà . L’avevo promesso e lascerò la segreteria entro Natale. La rosa di ipotetici candidati è ampia, personalmente la ridurrei a Matteo Salvini e Tosi, ma non sono io a decidere».

Anna Gandolfi

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SENATO E CORTE D’APPELLO: I GIUDIZI PARALLELI SU BERLUSCONI

Settembre 2nd, 2013 Riccardo Fucile

L’INCOGNITA DEL SORPASSO: MA ACCADRA’ SOLO SE IL SENATO SI BLOCCHERA’ PER MESI

Avete presente il gioco delle tre carte? Pare proprio che Berlusconi, i suoi legali e i suoi consiglieri si stiano esercitando con le carte dell’interdizione, della Consulta e della Corte di Strasburgo, muovendole in tutta fretta per scoprire dove si può nascondere la pedina dov’è scritto “rinvio della decadenza”, alias congelamento della legge Severino.
Con conseguente salvataggio del Cavaliere e del governo.
Ogni giorno c’è una trovata che puntualmente s’infrange contro le regole e contro il niet di chi ha la maggioranza nella giunta per le immunità  del Senato (Pd, M5S, Sel, Sc) ed è deciso a votare rispettando la legge che parla di procedura «immediata».
La giunta si può fermare per aspettare che la Corte di appello di Milano decida prima sull’interdizione?
Sarebbe una procedura del tutto anomala. La legge Severino e l’interdizione dai pubblici uffici sono istituti differenti. La prima raccomanda rapidità  di procedura per evitare che il condannato resti in Parlamento nonostante la sua nuova condizione, per la quali altri, già  condannati prima del voto, sono stati esclusi a monte dalle liste. Se la Cassazione avesse fissato la misura contestualmente alla pena, la giunta e l’aula ne avrebbero preso atto prima. Si sarebbe scatenata lo stesso la bagarre. Ma il rinvio dell’interdizione ha lasciato il passo alla Severino e se la giunta aspettasse si creerebbe un singolare precedente.
In caso di rinvio quanto tempo deve aspettare la giunta?
Parliamo di molti mesi, ma tutto dipende da cosa faranno i legali di Berlusconi e la Cassazione. Bisogna tener conto che sull’interdizione, a Milano, si farà  un vero processo, anche se stimabile in un paio di udienze. A metà  settembre, in Corte di appello sarà  individuata la sezione, probabilmente la terza, e qui il presidente dovrà  formare il collegio, scegliere il relatore, avvisare le parti. C’è un calendario già  fissato e la causa di Berlusconi andrà  in coda, non ci saranno nè accelerazioni nè scavalchi. È ipotizzabile che il processo possa tenersi tra fine ottobre e inizio novembre.
Quanti anni di interdizione rischia?
In primo e secondo grado aveva avuto 5 anni perchè i giudici avevano scelto la misura massima vista la gravità  del reato di frode fiscale. Il pg della Cassazione Antonello Mura ha proposto 3 anni, il parametro previsto dal codice per i reati tributari. Il collegio gli ha dato ragione.
L’ultima parola spetta di nuovo alla Cassazione?
È scontato che gli avvocati del Cavaliere vi ricorreranno dopo la nuova pronuncia della Corte di appello, ma la Cassazione potrebbe anche dichiarare il ricorso inammissibile. In tal caso i tempi sarebbero più brevi. Se si fa il processo alla Suprema corte i tempi si allungano e l’interdizione definitiva non si avrà  prima di gennaiofebbraio2014.
Berlusconi interdetto cosa non potrà  fare?
Dovrà  lasciare il Parlamento, non potrà  candidarsi e non potrà  neppure votare, la sua “agibilità    politica” sarà  tagliata a monte.
La giunta può ricorrere alla Consulta per chiarire il rapporto tra legge Severino e interdizione?
Per la maggioranza della giunta la legge è chiara e il ricorso alla Corte non è neppure possibile perchè la giunta non possiede i requisiti per fare questo passo. Per la legge elettorale ha già  rinunciato. Gli eventuali dubbi sulla Severino potrebbero essere chiariti con una leggina interpretativa.
Berlusconi ricorrerà  a Strasburgo contro la sentenza e contro la Severino. La giunta si può fermare in attesa del responso?
Le regole della Corte dei diritti dell’uomo stabiliscono che i ricorsi sono possibili qualora siano state esperite tutte le procedure interne. Qui, invece, nulla di ciò è ancora avvenuto perchè, nell’ordine, il processo è aperto, la giunta non ha ancora deciso su Berlusconi, non c’è stato un ricorso alla Consulta. Quindi è praticamente certo che Strasburgo respingerà  la richiesta come inammissibile».
La casistica della Corte dà  chance al Cavaliere?
All’opposto, ci sono tre precedenti – uno italiano, uno francese, uno lituano – in cui si stabilisce che le limitazioni all’elettorato attivo e passivo in caso di condanna sono compatibili con le norme Cee perchè non si tratta di conseguenze penali, ma di valutazioni sui criteri di ammissibilità  alle liste.
Cosa può fermare la discussione in giunta sulla decadenza?
Tecnicamente non c’è nulla. Politicamente ci sarebbe solo un voto per dire che Berlusconi, in quanto Berlusconi, non può essere oggetto di decadenza. Ma è evidente che si tratta di un’ipotesi non suffragata da ragioni e quindi improponibile.

Liana Milella
(da “La Repubblica”)

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IL PRECEDENTE DEL SERGENTE OLANDESE E’ L’ASSO NELLA MANICA DI BERLUSCONI

Settembre 2nd, 2013 Riccardo Fucile

SI PUNTA SUL RICORSO ALLA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO E SULLA VALENZA PENALE DELLA LEGGE SEVERINO

È l’asso nella manica. La vera carta con cui Berlusconi conta di bloccare i lavori della giunta del Senato per settimane, se non mesi.
Non la possibilità  di sottoporre la questione della legge Severino alla Corte costituzionale, come tutti pensano.
Ostacolo insormontabile, vista la contrarietà  del Pd. Quello servirà  certo a guadagnare tempo, a sollevare una cortina fumogena.
Ma l’arma decisiva è il ricorso a Strasburgo alla corte europea dei diritti dell’uomo. Che i legali del leader Pdl depositeranno il 9 settembre in giunta, in apertura di seduta.
Nei sondaggi riservati svolti in questi giorni dagli uomini del Cavaliere sarebbe infatti emersa una disponibilità  del Pd ad approfondire il problema della non retroattività  della legge Severino in quanto norma penale.
Alcuni esperti di diritto europeo del Pd avrebbe infatti confermato che, sul piano della giurisprudenza della Corte di Strasburgo, un eventuale ricorso di Berlusconi potrebbe trovare accoglienza.
A salvare il Cavaliere, hanno scoperto i berlusconiani, potrebbe essere il precedente del sergente Engel dell’esercito olandese, che nel 1971 si fece qualche giorno di galera per non essersi fatto trovare a letto durante un congedo per malattia.
Norma penale o regolamento militare? I giudici di Strasburgo allora e negli anni seguenti optarono per considerare le norme nella loro natura «ontologicamente penale», al di là  della denominazione data dallo Stato nazionale e dal diritto interno.
E su questa base diedero ragione a soldato olandese.
E se il relatore Augello proponesse di attendere il ricorso del Cavaliere?
Nella fitta rete di contatti che le colombe Pdl stanno intrattenendo con l’ala governativa del Pd è venuto fuori questo spiraglio: i membri democratici della giunta potrebbero concedere al Pdl un «approfondimento» sulla giurisprudenza della Corte europea.
Al contrario il Pd avrebbe già  fatto sapere di non poter “reggere” un rinvio della Severino davanti alla Consulta per un giudizio di costituzionalità . Al massimo i democratici potrebbero ammettere il diritto della giunta, in via ipotetica e in astratto, a rivolgersi alla Corte costituzionale.
Lo stesso Luciano Violante, capofila di questa scuola di pensiero, ieri lo ammesso pubblicamente: «Non ho detto che la giunta deve ricorrere, ma che è legittimata a farlo. E l’ho detto sia perchè lo hanno sostenuto illustri personaggi prima di me, uno fra tutti Onida, sia sulla base di quanto proposto dal Pd in Giunta il 1° giugno 2009 a proposito del Porcellum».
Così, tra una dotta disquisizione sulla natura penale della Severino, un alto dibattito sulla sede «giurisdizionale » della giunta, un ping-pong di pareri sulla costituzionalità  delle nuove norme, una questione di «pregiudizialità », le colombe del Pdl e i governativi del Pd sperano di guadagnare mesi.
Arrivando a fine dicembre-gennaio.
Per dare modo ai giudici di Milano di deliberare sulla pena accessoria di Berlusconi: l’interdizione dai pubblici uffici.
Salvando così il governo e le larghe intese, che cadrebbero se la decadenza del Cavaliere fosse invece stabilita da un voto del Pd.
È un piano rischioso e pieno di incognite, anzitutto sul reale atteggiamento dei membri del Pd nella giunta (che hanno tra loro diverse sensibilità ).
Un progetto che prevede anche la domanda di grazia di Berlusconi a Napolitano, naturalmente dopo che l’interessato abbia iniziato a scontare qualche giorno ai domiciliari o ai servizi sociali.
Il Cavaliere, messo al corrente del piano da Alfano e Ghedini, lascia fare.
Ieri ha messo il silenziatore ai falchi e se n’è andato a San Siro a vedere il Milan.
«Io non mi fido di Violante e di quelli del Pd – va dicendo in questi giorni – ma vediamo cosa combinano».
Nel frattempo si prepara anche allo scenario opposto, quello della rottura e delle elezioni anticipate.
Nel circolo stretto del Cavaliere si parla di rifare la vecchia Casa delle libertà , con la nuova Forza Italia e una rosa di alleati.
Una riedizione del ’94 e del ’96, che vedrebbe di nuovo dentro i radicali di Pannella. Il dibattito semmai c’è su Pier Ferdinando Casini e l’Udc.
Da settimane nel Pdl osservano le aperture di Casini al centrodestra e le polemiche con Mario Monti.
Eppure Berlusconi resta ancora guardingo: «Di Pier non mi fido».

Francesco Bei
(da “La Repubblica“)

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FABBRICHE SCOMPARSE, IL SILENZIOSO FURTO DEL LAVORO

Settembre 2nd, 2013 Riccardo Fucile

REATI MODERNI: QUANDO DURANTE LE FERIE LA FABBRICA SPARISCE

Qualcuno ricorda l’abigeato? Voleva dire rubare a un contadino e a tutta la sua famiglia il bestiame, cioè la vita.
Le pene erano severe, e la sanzione sociale durissima: espulsione dalla comunità , perchè in quel reato si coglieva disprezzo e crudeltà : intaccavano il legame umano e i doveri fondamentali del vivere accanto.
Il furto della fabbrica è più grave. Lo è perchè è fondato sull’inganno e perpetrato da persone che restano rispettabili.
Torni dalle ferie e trovi un lucchetto ai cancelli, non c’è più il nome della ditta o della persona.
Se riesci a entrare, trovi i capannoni vuoti. Tutte le macchine sono state portate via.
A volte accade che qualcuno si trovi a passare davanti alla sua fabbrica mentre dovrebbe essere “in ferie”, e scopra il furto in corso, veda con stupore incredulo che stanno caricando le macchine del suo lavoro su camion senza identificazione, forse vendute, forse in trasferta, per un altrove sconosciuto.
Succede che si possano radunare altri operai e bloccare il trasloco, ma quando te ne accorgi non sei mai in tempo.
Per questo furto, più grande del furto rubricato dai codici, non esiste “flagranza di reato”. Qualcuno, che tu credevi il tuo “principale” ha venduto, e qualcuno ha comprato, e poi qualcun altro, e nessuno si farà  vivo per spiegare la storia.
È una storia macabra con tre vergognose spiegazioni; liberarsi della fabbrica senza tante storie sindacali, vendendo il macchinario; cedere la fabbrica a qualcuno che la rivende a qualche altro finchè non si trova più il padrone (e intanto nessuno paga i dipendenti, persino se il lavoro continua e l’organizzazione del lavoro rimane intatta); delocalizzare l’impianto, che vuol dire che io continuo a produrre, ma con altri operai, in un altro Paese, dove non esistono leggi del lavoro.
C’è anche l’imprenditore del tutto persuaso di avere diritti medievali che dice agli ex dipendenti che protestano: “Se volete, io vi riassumo in Polonia. Qui costa troppo”.
E così si torna alle due superstizioni che umiliano sia chi le dice sia chi se le sente dire (e inutilmente due premi Nobel come Amartya Sen e Jospeh Stieglitz le hanno confutate da anni): “Il lavoro si salva solo se ha più flessibilità ” (vuol dire che, se l’avesse, non ci sarebbe bisogno di andare in Polonia, basterebbe licenziare e poi riassumere pagando la metà  dei salari).
E: “il nostro vero problema è il costo del lavoro”.
La frase è falsa fin dall’inizio (i salari italiani sono sempre stati i più bassi in Europa).
Ma c’è di peggio dello scarico di responsabilità  dai padroni ai dipendenti, dai dirigenti ai lavoratori di una fabbrica, dove l’incapacità  di amministrare e di vendere viene gettata addosso a chi scrupolosamente provvede a produrre.
Il furto della fabbrica, infatti, avviene quasi sempre mentre non solo i lavoratori, ma anche i fornitori e i clienti non hanno alcuna ragione di sospettare, e infatti, inizia regolarmente per tutti il periodo di “ferie”.
Nessuno ne parla in anticipo perchè si tratta di una azione ovviamente vergognosa, che però non trova nella vita sociale alcuna censura e in quella giuridica alcuna condanna, benchè vi siano varie evidenti violazioni di natura penale e civile.
Il fatto è che rispettati economisti spiegano la delocalizzazione come inevitabile effetto della globalizzazione, che consente — e anzi suggerisce — di spostare la propria fabbrica dovunque sia più conveniente per le buste paga.
E infatti si sono creati nuovi luoghi di schiavitù, come i centri di produzione di Taiwan e molte fabbriche cinesi, in cui i suicidi degli operai sono molto frequenti, quando i lavoratori riescono a raggiungere i piani alti delle loro prigioni di lavoro.
Spiego in che senso ho detto “prigioni”.
Dovunque si uniscono, con una ferrea e assurda alleanza Stato e impresa, impegnati ad abbassare drasticamente le paghe con un dirigismo che è l’opposto del libero mercato, le condizioni di chi lavora diventano lavoro forzato e il legame con il posto di lavoro, pagato una miseria per un numero sproporzionato di ore, diventa una caienna.
La catena delle vendite false (ovvero di cessioni di fabbriche in sequenza per far perdere le tracce di un responsabile), è l’altro problema che ha coinvolto anche aziende con intatta reputazione e capacità  produttiva, e senza alcuna perdita di quote di mercato.
Si tratta di un irresponsabile progetto di abbandono di impegno imprenditoriale e di rapida e clandestina capitalizzazione di valori ben più grandi (per non parlare delle persone).
Moralmente è un fenomeno spregevole, molto simile a quello dell’abbandono dei cani in autostrada.
Legalmente, la clandestinità  o semi clandestinità  dell’operazione, solo in apparenza ammissibile, dovrebbe essere intercettata da norme civili e penali che costringano alla continua identificazione pubblica dei passaggi, delle responsabilità , degli intenti.
Lo svuotamento estivo di uno stabilimento a cui vengono segretamente asportate le macchine dovrebbe essere considerato un vero furto ai cittadini e non solo al lavoratori, se si pensa al reticolato di impegni e doveri che una impresa stabilisce con il luogo e le persone del luogo in cui si è insediata, compresa l’apertura di negozi e di altre imprese. Non credo che politica, Stato e governi locali debbano osservare a distanza, come se si trattasse della forza brutale del “mercato”: si tratta di furto.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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