Settembre 5th, 2013 Riccardo Fucile
CANCELLIERI, BOATO, MARINO E IANNELLI PER NEUTRALIZZARE LA LEGGE SEVERINO
Silvio Berlusconi può vantare protettori pubblici che non appartengono soltanto al suo formale recinto: falchi e colombe del Pdl, avvocati, starlette, aspiranti starlette, diversi giornalisti, anche fuori dal suo gruppo editoriale, una manciata di giuristi, isolati.
Dopo la condanna definitiva per frode fiscale, nelle ultime settimane e nelle ultime ore, si sono aggiunti un ministro, Annamaria Cancellieri, un ex protagonista della Bicamerale di Massimo D’Alema, Marco Boato, l’ex presidente del Senato Franco Marini e il consigliere di Cassazione Enzo Iannelli.
Tutti preoccupati nel ribadire che il Cavaliere deve avere garantito il diritto alla difesa davanti alla Giunta per le immunità del Senato, che nessuno ha mai negato.
Ma la premessa sul diritto alla difesa porta al vero obiettivo: neutralizzare la legge Severino. Infatti, gli scudi umani di Berlusconi concordano nel mettere in dubbio la costituzionalità della normativa votata anche dal Pdl.
Ha la colpa di far scattare per il Cavaliere, come per tutti i condannati a più di due anni di pena, la decadenza da parlamentare e l’incandidabilità .
ANNA MARIA CANCELLIERI
L’aiutino del ministro che si professa tecnico
La ministra della Giustizia, già ministra dell’Interno, Annamaria Cancellieri, premette sempre che è un tecnico, che è “la politica” a dover decidere.
Ma, come ha già fatto per l’amnistia, entra a gamba tesa nel dibattito sulla cosiddetta agibilità politica di Silvio Berlusconi e gli dà un “aiutino”.
Martedì scorso ha aperto all’ipotesi che la Consulta debba esaminare la legge Severino sulla decadenza e l’incandidabilità di chi ha subito una condanna superiore ai due anni: “Non ravvedo profili di incostituzionalità , ma occorre tener presente” che in questo senso “si sono espressi giuristi con competenza di gran lunga superiore alla mia, persone di grande pulizia morale… Se persone di questo livello hanno espresso dubbi sulla costituzionalità della legge, come minimo bisogna rifletterci”.
Eppure il 22 agosto promuoveva il silenzio: “Credo che il governo debba stare a guardare perchè c’è la competenza assoluta del Senato”.
Evidentemente, di fronte alla possibilità che si torni alle urne, Cancellieri ha cambiato idea e ha soccorso Berlusconi.
La ringrazia l’ex presidente del Senato Renato Schifani: “Riflettere sulla costituzionalità della legge Severino è un obbligo per chi crede nella democrazia… Anche un ministro tecnico autorevole come la Cancellieri dichiara apertamente che su una vicenda così delicata non si può non tener conto dei pareri di prestigiosi giuristi…”.
FRANCO MARINI
Doveva essere l’asso nella manica dell’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani per fare il presidente del Consiglio con i voti del Pdl. Operazione fallita.
Franco Marini, tra le proteste di larga parte del Pd, è stato uno dei candidati bruciati per la nomina al Quirinale della primavera scorsa.
Impallinato dal suo stesso partito come Romano Prodi. Ma non si è ritirato a vita privata. Anche l’ex presidente del Senato è preoccupato per le sorti di Silvio Berlusconi, quanto il suo amico e compagno di partito Luciano Violante, secondo lui ineccepibile nelle sue dichiarazioni pro-Berlusconi: “La posizione di Violante, che ha chiesto il pieno rispetto delle prerogative della difesa nella Giunta per le elezioni del Senato è corretta e utile, soprattutto se si pensa alla selva di dichiarazioni rilasciate da tanti dal momento della sentenza della Cassazione su Berlusconi. Non ci debbono essere dubbi di sorta sulla correttezza e lo spirito di giustizia di questo organismo…”.
Marini, dunque, sottoscrive quanto affermato da Violante, contestato soprattutto dalla base democratica. “Un partito davvero democratico”, aveva detto Violante, supportato da Marini, “deve garantire il diritto di difesa al peggiore avversario… La Giunta del Senato potrebbe interpellare la Corte costituzionale”.
MARCO BOATO
L’ex di tutti i partiti se la prende con i magistrati
Verde, ex-radicale. ex-senatore, Marco Boato nel 1997-1998 fu il relatore di una riforma della Giustizia berlusconiana ante litteram (la cosiddetta bozza Boato) partorita all’interno di quella Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema che, scrissero molti osservatori, fu il tentativo del consociativismo tra l’allora Pds e Forza Italia. Ora Boato riemerge dall’oblio (mediatico) con un’intervista sul Foglio a favore di Silvio Berlusconi.
Sulla scia di Luciano Violante , “linciato come me”, a proposito degli imminenti lavori della Giunta del Senato dichiara: “ Ci sarà un’istruttoria , un contraddittorio e un diritto alla difesa da rispettare. Se occorre, anche la possibilità di attendere ulteriori giudizi da Corti europee o dalla Consulta. Bisognerà osservare, insomma, i principi del giusto processo. Personalmente trovo scandaloso che tanti membri della giunta, che ha funzione giurisdizionale, stiano già esternando sulle loro intenzioni di voto. Se si facesse la follia di attribuire al Parlamento una funzione meramente notarile, il potere politico dimostrerà ancora una volta la subalternità rispetto all’ordine giudiziario”.
Per Boato il sistema è “bloccato dallo scontro frontale, nella logica amico/nemico, tra centrosinistra e centrodestra. E poi dal-l’ostilità dell’Associazione nazionale magistrati a ogni riforma in materia di giustizia”.
ENZO IANNELLI
L’ex procuratore scomoda Platone
Consigliere di Cassazione, ex procuratore generale di Catanzaro ai tempi del caso dell’ex pm Luigi De Magistris titolare dell’inchiesta “Why not”, trasferito dal Csm per incompatibilità ambientale (quando la Procura di Salerno sequestrò le carte degli insabbiamenti delle indagini di De Magistris ai magistrati catanzaresi, lui protestò e controsequestrò i documenti), Enzo Iannelli, da quando Berlusconi è un pregiudicato, scrive al Corriere della Sera, al Giornale, è ospite di talk politici in televisione, per sostenere, con passione, che la legge Severino non si può applicare, è incostituzionale
Dunque, Berlusconi deve restare in Senato.
Sul Giornale della famiglia del Cavaliere, ha scomodato persino il Fedone di Platone: “Liberati dalla follia del corpo, conosceremo (…) tutto ciò che è puro”.
L’opera del grande filosofo è stata chiamata in causa per affermare che la legge Severino non può essere retroattiva (per la maggioranza dei giuristi conta la sentenza definitiva della Cassazione che ha condannato Berlusconi il primo agosto, dunque il problema della retroattività non si pone, ndr) .
Per Iannelli la sua applicazione “costituirebbe una deviazione talmente macroscopica dei principi — concluderebbe Platone — da cagionare una ferita mortale all’anima che è la verità , compiacendo solo il corpo che è follia”.
Antonella Mascali
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 5th, 2013 Riccardo Fucile
PIERO OSTELLINO, UN NUOVO GIURECONSULTO ALLA CORTE DEL CAVALIERE
Che il Banano sia furibondo con i suoi onorevoli avvocati Ghedini e Longo, che l’anno scorso
non gl’impedirono, anzi gli suggerirono di votare la legge Severino, aiutandolo a infilare la testa nel cappio e a stringersi il nodo scorsoio intorno al collo, è cosa nota.
Che sia molto deluso anche dai superpoteri del principe del foro Franco Coppi, spacciato dai soliti ben informati per un supereroe specializzato nel far assolvere i colpevoli in Cassazione, è risaputo.
Ciò che ancora non si sapeva è che avesse già trovato il sostituto, il 64° difensore della sua lunga carriera di imputato: Piero Ostellino.
Il quale ieri, sul Corriere, ha voluto gentilmente anticipare la nuova linea difensiva di B. da spendere — si suppone — dinanzi alla Corte di Strasburgo.
Analizzando con la consueta perizia giuridica le motivazioni della Cassazione, l’autorevole Ostellino ha scoperto che B. è stato condannato per “una nuova fattispecie giuridica di delinquente della quale finora la giurisprudenza non aveva notizia: l’“ideatore di reato’”.
Va detto in premessa che l’Ostellino ha l’occhio bionico per le sentenze: due anni fa, per dire, riuscì a definire “moralmente mostruose” le motivazioni della condanna dei capi della ThyssenKrupp per la strage di Torino ben due mesi prima che venissero scritte e depositate. Ma lui, evidentemente, le conosceva già per scienza infusa.
Stavolta invece si occupa di quelle del processo Mediaset, depositate dalla Cassazione il 29 agosto, e riesce a leggervi ciò che nessuno, nemmeno Coppi e Ghedini e Longo messi insieme, nemmeno il Giornale, il Foglio, Libero, Panorama, il Tg4 e Studio Aperto avevano notato.
Per esempio ha scoperto che B. è stato condannato da solo, appunto come “ideatore di reato”, mentre “i suoi sodali, pur avendo commesso il reato da titolari di cariche societarie, non sono stati incriminati”.
Quindi “d’ora in poi chiunque scriva un libro giallo nel quale descriva in dettaglio il modo migliore di rapinare la Banca d’Italia sappia che è passibile di condanna anche se, e quando, altri lo facciano davvero”.
Gli sfugge che l’ideatore si chiama anche mandante o concorrente nel delitto ed esiste dall’età della pietra.
Ma soprattutto che, insieme a B., sono stati incriminati e processati e condannati i suoi sodali Agrama, Galetto e Lorenzano, senza contare Del Bue e Giraudi salvati dalla prescrizione, Cuomo e Bernasconi defunti e Confalonieri assolto.
Ma questi, per un giureconsulto che vola alto come Ostellino, sono solo dettagli.
Ciò che conta è la sua sapienza giuridica, che lui distilla sul Corriere spiegando che al massimo B., come ideatore di reato, ha “manifestato una brutta intenzione” o “una cattiva coscienza” e dunque “andava assolto”: solo “l’arbitrarietà di una certa magistratura” poteva processarlo e condannarlo inventandosi “un nuovo reato” per “accusare qualcuno senza prove” e condannarlo “per ragioni politiche”, cioè per “liberarsi del capo di un movimento che si oppone all’egemonia della sinistra”.
Il che “dà la misura dell’abisso giuridico e morale in cui è caduto il Paese”, obnubilato da “una sempre ben orchestrata campagna mediatica” a cui — si suppone — contribuiscono anche i cronisti del Corriere , i quali hanno dato ampio conto delle vere motivazioni della sentenza.
Che purtroppo non sono quelle descritte da Ostellino, di cui non resta che sperare che non le abbia lette, altrimenti bisognerebbe concludere che non ha capito una mazza.
La Cassazione infatti non si limita a dire che B. “ideò” il reato, ma aggiunge e dimostra che “creò”, “organizzò”, “sviluppò” e “beneficiò” dagli anni 80 del “meccanismo del ‘giro dei diritti’ che a distanza di anni continuava a produrre effetti (illeciti) di riduzione fiscale per le aziende” e per lui tramite 64 società offshore create per lui da Mills, in parte sconosciute ai bilanci e usate per “mantenere e alimentare illecitamente disponibilità patrimoniali estere, conti correnti intestati ad altre società a loro volta intestate a fiduciarie di B.”.
Tutte condotte difficilmente compatibili con quelle del romanziere che narra la rapina alla Banca d’Italia. Affranto per “la salute dello Stato diritto”, per i pericoli incombenti sulla “sicurezza di ogni cittadino” (almeno di quelli con 64 società offshore) e sulla “sopravvivenza della democrazia” peraltro “morta da un pezzo”, Ostellino invita B. a smetterla di “comportarsi come un accusato permanente” (come se fosse una sua posa bizzarra) e a “denunciare l’accusa di ‘ideatore di reato’”, “sollevare in Parlamento il problema della certezza del diritto nei confronti di tutti, soprattutto di chi non dispone delle sue risorse finanziarie per difendersi” (semprechè abbia 64 società offshore) e “accusare un modo di amministrare la giustizia non solo ingiusto, ma pregiudizievole per la sopravvivenza della democrazia”.
A questo punto, il discorso preparato da B. con l’ausilio di Coppi, Ghedini e Longo va cestinato e riscritto da capo: “Colleghi senatori, sono l’ideatore-mandante di un delitto gravissimo, ma l’amico Ostellino in un articolo pro veritate ha spiegato che, da che mondo è mondo, gli ideatori-mandanti non sono colpevoli, al massimo sono romanzieri. Non lo dico per me, ma per tutti i romanzieri che non dispongono delle mie risorse finanziarie per difendersi. Siamo tutti innocenti, da Riina e Provenzano in giù. Dunque, modestamente, anch’io”.
Sarà un trionfo.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 5th, 2013 Riccardo Fucile
BERSANI CONTA SULL’ASSEMBLEA NAZIONALE
«Se c’è una crisi politica, cambia completamente lo scacchiere». Pierluigi Bersani non lo dice esplicitamente, ma pensa a un piano per rallentare il congresso democratico.
In queste ore l’ex segretario si dichiara del tutto «pessimista» sull’evoluzione della crisi politica, non è un caso se non si butta nella mischia congressuale.
È vero che ha mandato avanti i bersaniani di più stretta osservanza a sondare Gianni Cuperlo – e molti hanno già dichiarato di appoggiarlo.
Tuttavia le sue perplessità nei confronti di una candidatura che rischia di creare un recinto di ex comunisti, per giunta in minoranza, restano.
A Cuperlo ha infatti chiesto di lavorare «per allargare », di non farsi chiudere in una deriva identitaria
Però per bloccare Matteo Renzi, che potrebbe fare cappotto nel partito, l’ex leader è convinto serva prendere tempo; avere la saggezza di aspettare cosa accade, stare a vedere fino al 2014.
«Spostare il congresso? Non esiste, non ci provino neppure». È la reazione del sindaco di Firenze ormai in corsa verso la segreteria.
«Traccheggiare, ecco quello che stanno facendo al Nazareno »: è l’accusa che i renziani muovono a Bersani e a Epifani.
Il segretario “traghettatore” ha convocato ieri formalmente l’Assemblea nazionale del 20 settembre e oggi riunisce la prima segreteria post ferie con un ordine del giorno generico: «Ripresa dell’attività politica».
«Ma non può esistere ancora tutta questa incertezza sulla data del congresso», si sfoga Debora Serracchiani, renziana che porrà la questione sul tavolo del Nazareno stamani. È convinta, la “governatrice” del Friuli, che la vecchia guardia democratica abbia intenzione di portare il confronto per le lunghe.
«Fissiamo il congresso, che è previsto il 7 novembre – dirà oggi Serracchiani –. Se c’è un’accelerazione della crisi, allora rivediamo le cose».
Il ragionamento fatto da Bersani con i suoi collaboratori è tutt’altro: «Se arriva uno sbrego sul governo, e prima o poi arriva, perchè il Pdl non ce la fa a reggere questa situazione, allora tutto precipita».
A quel punto da mettere in conto ci sono anche i malumori del Pd: l’insofferenza verso le larghe intese oltrepasserebbe il livello di guardia. Scatta qui il “piano” del rinvio.
Una partita interna giocata lentamente penalizza Renzi
Anche D’Alema e Marini sarebbero tentati dal rinvio.
Il «lìder Maximo» a Renzi lo ha sempre suggerito: «Corri per la premiership, lascia stare il partito».
Se il governo è così fragile, se ogni giorno ha la sua pena, potrebbe essere l’evoluzione degli eventi a togliere le castagne dal fuoco agli anti renziani.
La prima occasione per rallentare sul congresso sarà l’Assemblea del 20. È proprio lì che si decidono data e regole.
Epifani a chi gli chiede con insistenza del congresso e di quando si farà , ha risposto per l’ennesima volta che il Pd non è una “monocrazia”, e che sarà l’Assemblea appunto a prendere le decisioni.
Qui Bersani ha ancora la maggioranza, nonostante le defezioni e i cambiamenti di casacca, perchè quell’Assemblea fu eletta nel 2009 quando Pierluigi vinse le primarie. Quindi tutto si giocherà il 20. Le regole, ad esempio.
Renzi è convinto che non ci sia nulla da cambiare, al massimo si può rendere permanente quella norma che Bersani volle transitoria e che permise a Renzi di sfidarlo alle primarie, ovvero che il candidato premier del centrosinistra non è automaticamente il segretario del partito.
Di un segretario ridotto però a semplice «amministratore» del Pd, Renzi non vuole sentire parlare.
Nè di una modifica dello Statuto che sganci i segretari regionali dalle primarie nazionali: il futuro leader resterebbe isolato, e magari ostaggio di un apparato che fa man bassa a livello locale.
Il “rottamatore” sta coltivando molto «i territori», ricevendo grandi soddisfazioni. La “costola” emiliana dei bersaniani si sta spostando su un sostegno alla sua candidatura: il segretario regionale Stefano Bonaccini non ha sciolto la riserva ma lo farà tra breve. L’avanzata del “rottamatore” non s’arresta.
Giovanna Casadio
(da “La Repubblica”)
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Settembre 5th, 2013 Riccardo Fucile
I DISSIDENTI INSORGONO: ACCUSE INACCETTABILI, BASTA CON LE ESPULSIONI
Potrebbe lasciare, Luis Alberto Orellana. Il senatore del Movimento 5 stelle ci penserà in
questi giorni.
Ora è a Vilnius, in Lituania, in missione. Da lì conferma quel che ha detto: che le alleanze non sono un tabù, se si vuole cambiare la legge elettorale.
Poi si difende: considera «grave » l’accusa di “scilipotismo” piombatagli dal blog. Non se le aspettava, quelle parole dure che certo — ha scritto un attivista — ma che il capo politico ha scelto di incorniciare in un post dal titolo «I nuovi Scilipoti».
Parole che — lo ha capito subito — preludono a una nuova cacciata. Così, forse, toglierà il disturbo prima.
Una mossa che neanche i senatori a lui più vicini avevano previsto.
Lorenzo Battista, che su Facebooklo difende ricordando che è stato Grillo a parlare di «praterie per un governo con il Pd in caso fosse stato eletto Rodotà », dice che quelli che lo accusano non sanno chi è, non sanno che è un attivista da anni, che «a Pavia il Movimento 5 stelle è lui». Ivan Catalano, deputato lombardo, definisce il post che lo accusa «inaccettabile».
Alessio Tacconi ricorda che «Scilipoti si è venduto, Orellana non lo farebbe mai».
All’uscita dalla mensa di Palazzo Madama, i grillini fumano e chiacchierano.
E per un Sergio Puglia che dice: «I militanti scrivono anche a noi, lo stanno massacrando », ci sono ortodossi come Alberto Airola che sbottano sinceri: «Io a Luis voglio bene. L’ho conosciuto qui, ci ho lavorato. Non è un nuovo Scilipoti. Non sono d’accordo con lui, madi espulsioni vorrei non sentir più parlare».
Perfino Vito Crimi confida: «È un amico che conosco da tanti anni e la cosa mi dispiace molto, moltissimo».
Mentre Alessandra Bencini allarga le braccia: «Io dico sempre speriamo di no, ma qui… se non si capisce il valore del dialogo, del contraddittorio…».
Le fa eco Francesco Campanella: «Il Movimento rischia di perdere i suoicolori, di mostrare solo la faccia cattiva».
In effetti, nonostante il capogruppo Nicola Morra continui a dire che se Orellana non cambia idea sulle alleanze «le strade divergono », Grillo e Casaleggio la faccia cattiva non vorrebbero mostrarla.
I processi a Marino Mastrangeli e Adele Gambaro sono stati dei boomerang mediatici. Così, l’ideale sarebbe chei dissidenti andassero via da soli, magari spinti da pressioni che arrivano dalla base (non a caso sul blog è stato messo il post di un attivista).
Una guerra di nervi, fatta per assicurare a un “talebano” la prossima presidenza del gruppo al Senato (in pole Paola Taverna e Barbara Lezzi, che ieri diceva: «Grillo pensa sempre quello che penso io»).
Ma soprattutto, per purificare la truppa invista della battaglia. È per questo che lo “staff” ha caldeggiato lo streaming durante la riunione della resa dei conti: i dissidenti non vanno più nascosti, ma stanati. E spinti ad andar via
Perchè a Genova e Milano ormai si ragiona solo delle prossime elezioni, che Grillo e Casaleggio vedono vicine, vicinissime.
Il terzo VDay è stato lanciato per questo: sarà probabilmente aGenova, forse a novembre, a meno che il governo non cada e non serva anticipare tutto.
Una corsa, quindi, che va fatta senza palle al piede. «È chiaro che bisognerà cambiare i criteri di selezione — dicono nelle ultime riunioni alla Casaleggio Associati — l’ultima volta l’anticipo del voto a febbraio ci ha costretti a scelte sbagliate. Ci siamo ritrovati dentro gente che lì non dovrebbe stare».
Così, quella che i grillini combattono in Parlamento è anche una battaglia interna: per accreditarsi come fedelissimi.
Per ottenere quel secondo mandato che lo Statuto non impedisce.
Alcuni vorrebbero far firmare un documento in cui ci si impegna a non fare mai alleanze con nessuno.
Chi non lo sottoscrive, si mette fuori da solo. Altri dicono che non ce n’è bisogno, il regolamento parla chiaro, ma intanto cercano i “mandanti” di Orellana, «Ci sono persone che lo hanno aizzato e rimangono nell’ombra. Dovranno venir fuori», dicono i “talebani” nei corridoi di Palazzo Madama.
Spalleggiati dai “falchi” della Camera, che sul caso Orellana non intendono chiudere un occhio.
Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica”)
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Settembre 5th, 2013 Riccardo Fucile
“DEVO FARLI VENIRE ALLO SCOPERTO”: E IL VIDEOMESSAGGIO PER ORA RIMANE NEL CASSETTO
Vuole rompere. Ribaltare il tavolo e aprire la crisi. «Mi stanno solo prendendo in giro, aspettare è inutile».
Alle colombe Silvio Berlusconi concede solo qualche giorno e rinvia la resa dei conti alla prossima settimana.
La dead line è fissata per lunedì, ma il Cavaliere potrebbe attendere il voto in Giunta di venerdì per chiudere la porta in faccia a Enrico Letta.
E per far capire che stavolta fa sul serio, ha già registrato ad Arcore lo spot della nuova Forza Italia: «Sono innocente e resto in campo. Mi vogliono eliminare con metodi non democratici, ma io non mollo».
L’idea è di trasmetterlo già nel weekend per annunciare platealmente la rottura.
L’intera giornata è dunque trascorsa accarezzando l’abisso.
Deciso a mollare le larghe intese, il Cavaliere ha chiamato di buon mattino Denis Verdini: «Venerdì sono a Roma. Convoca per le 16 l’ufficio di Presidenza». All’ordine del giorno un unico punto, inequivocabile: “Ritiro della delegazione dei ministri del Pdl dal governo”.
Poi qualcosa si è inceppato. È stato l’ex premier a imporre il dietrofront, rinviando il redde rationem di alcuni giorni. Ufficialmente si è trattato solo di un atto di cortesia istituzionale. Strappare mentre Enrico Letta è impegnato nel G20 di Mosca — gli hanno fatto notare — l’avrebbe esposto all’ira del Colle e all’accusa di indebolire il Paese.
In realtà , il vero timore del quartier generale berlusconiano è che manchino i numeri per ottenere le elezioni già a novembre.
Un incubo, per i falchi. Reso più cupo dall’ipotesi che il premier passi al contrattacco, chiedendo la fiducia a Palazzo Madama con l’obiettivo di spaccare Pdl e grillini.
Lo spettro, insomma, prende la forma di quelli che Berlusconi ha incominciato a chiamare sprezzante «i traditori», quelli che potrebbero mollarlo per sostenere un “Letta bis” o comunque un altro governo.
Di certo, la pressione su Arcore cresce di ora in ora. E un assaggio si è avuto ieri, appena è iniziata a circolare la notizia della convocazione dell’ufficio di Presidenza. Allarmato, Angelino Alfano ha riunito a Palazzo Chigi le colombe, compresi alcuni ministri.
Poi, al telefono con il leader, è stato il vicepremier a implorare un supplemento di riflessione. L’ha pregato di evitare colpi di testa, gli ha elencato ancora una volta i rischi di una crisi al buio.
Non che Berlusconi affronti a cuor leggero il passaggio più drammatico della sua parabola politica. Anche ieri il titolo Mediaset ha lasciato sul campo più del 2%.
Ed è toccato a Fedele Confalonieri — dopo un pranzo con il “tessitore” governativo Gaetano Quagliariello ricordare al Fondatore il valore supremo della stabilità delle aziende.
Eppure, stavolta il Cavaliere sembra deciso. «Le colombe non hanno ottenuto niente — ripete da due giorni — mi stanno solo prendendo in giro». Non si fida più dei suoi ministri, due li considera già compromessi col nemico.
E non intravede più una via d’uscita: «Mi parlano di Giunta, Corte costituzionale, di grazia. Figuriamoci…».
Il barometro dei rapporti con il Colle, infatti, segna tempesta. Due giorni fa è saltato un faccia a faccia tra il Capo dello Stato e l’eterno ambasciatore Gianni Letta.
E i canali di comunicazione interrotti hanno contribuito a dare forma agli incubi peggiori del leader: «Ormai ho capito Napolitano da che parte sta».
Per questo, l’ex premier sembra disposto a giocare il tutto per tutto. Accelerando i tempi della crisi pur di ottenere le elezioni con l’amato Porcellum.
Confidando, soprattutto, nei dubbi di qualche ufficio elettorale, pronto a rivolgersi al Tar per chiarire lo spirito della legge Severino, consentendogli intanto di strappare un seggio parlamentare.
Calcoli acrobatici, ma tutto sembra meglio di restare immobili ad attendere l’interdizione della Corte d’Appello di Milano.
Tutto resta appeso a un filo. Il summit dei senatori del Pdl, convocato ieri per fornire plastica dimostrazione della compattezza del gruppo, è sembrato un segnale inequivocabile diretto a Palazzo Chigi.
È toccato a Renato Schifani mettere in guardia le truppe: «State pronti a tutto».
Il capogruppo non ha mancato di contestare il «fuoco amico» dei giornali d’area, segno evidente dell’infinito braccio di ferro in casa berlusconiana.
Eppure, non sono sfuggite alcune perplessità sulla crisi messe agli atti da Domenico Scilipoti e Carlo Giovanardi.
Tocca a Verdini tenere sotto controllo la contabilità di Palazzo Madama, perchè dieci transfughi basterebbero a far saltare miseramente i piani del Cavaliere.
Eppure, un falco come Augusto Minzolini non sembra temere il tracollo: «Un sondaggio della Ghisleri ci dice che metà degli italiani vogliono tornare a votare. Il gruppo reggerà ».
D’altra parte, sostiene il senatore, Berlusconi non è più disposto a vestire i panni della vittima designata: «Tra gli avversari di Berlusconi c’è chi vuole eliminarlo subito. E poi ci sono i più insidiosi, quelli che vogliono lentamente accompagnarlo alla porta… Non succederà ».
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica“)
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Settembre 5th, 2013 Riccardo Fucile
PARTITO AL BIVIO: I MINISTRI GIà€ PENSANO DI MOLLARE IL CAPO AL SUO DESTINO,,,, IL QUIRINALE CONTRO “IL GIORNALE”…. BERLUSCONI PRONTO AL VIDEOMESSAGGIO DI ROTTURA
Un fax. Composto da tre fogli. Una copia di un roboante fondo del direttore del Giornale,
Alessandro Sallusti, sulle possibilità di Berlusconi di ottenere la grazia, una copia di un altro articolo, molto critico verso l’azione di Napolitano sui senatori a vita e, infine, alcune “lettere al direttore”, pubblicate sempre dal Giornale, davvero poco lusinghiere rispetto alla scelta del Colle sempre sui senatori a vita.
Quindi, alcune frasi autografe di Napolano riassumibili in questo modo: se continuate su questa strada, non muoverò un dito per aiutarvi, andrete a sbattere contro un muro. Un segnale pesante, arrivato a Gianni Letta martedì pomeriggio, che il Cavaliere ha interpretato come ennesima, definitiva, chiusura alla disponibilità di Napolitano a trovare una soluzione alla sua “agibilità politica”.
Scosso, quindi, da una notizia quasi “luttuosa” visto il suo stato d’animo, Berlusconi ha reagito con stizza.
Convocando subito l’ufficio di presidenza del Pdl per il prossimo venerdì con l’idea di consumare in quella sede la grande rottura, ovvero il ritiro della delegazione berlusconiana dal governo senza attendere nè il voto della Giunta del Senato nè, tantomeno, quello dell’aula di palazzo Madama, quest’ultimo sì, davvero dirimente per la sua sorte.
Una crisi al buio, dunque, addirittura entro il fine settimana, in risposta al fallimento di una trattativa con il Colle che, a questo punto, Berlusconi considera chiusa.
E nel peggiore dei modi. Il Cavaliere, dicono, ieri si è sentito all’angolo più che negli altri giorni.
E la reazione rabbiosa, che ha fatto gongolare i falchi a partire da Denis Verdini, che non l’ha mollato un attimo sperando di convincerlo a consumare lo strappo “ora, subito, prima che ci tolgano la possibilità di farlo”, è stata inevitabile.
“Che ci stiamo a fare noi al governo — questa la tesi berlusconiana — con chi insiste a non volerci riconoscere il diritto costituzionale della difesa?”.
Crisi, allora? No. O, almeno, non ancora. Di nuovo un dietrofront su richiesta delle colombe.
Una pressione forte del ministro Quagliariello ha fatto slittare l’ufficio di presidenza a lunedì , dopo la prima riunione della Giunta, quella che sarà “fondamentale”, per dirla con Lupi, sulle decisioni da prendere. Ma non cambia molto.
Berlusconi è ormai sempre più convinto che sia il Pd che il Colle abbiano come unico obiettivo quello di prolungargli l’agonia, allungando i tempi così da scongiurare una crisi di governo finchè non sia chiusa definitivamente la finestra che consentirebbe di andare al voto in autunno, entro fine novembre.
“Ti vogliono cuocere a fuoco lento — sostengono i falchi —per scongiurare il voto in autunno, e poi darti il colpo finale”.
Di questo ne è convinto per primo proprio Berlusconi, che vede messa in gioco, sostiene Verdini, “la sua storia politica; non ci sta a passare solo come un delinquente, non come uno statista”.
Ecco, allora, che ieri, durante un concitato, ma comunque sereno, vertice dei senatori pidiellini al Senato, la linea che è emersa è quella di tentare in ogni modo di allungare i tempi della Giunta, puntando a portare la legge Severino davanti alla Corte Costituzionale, per procrastinare quel voto dell’aula sulla decadenza da senatore che segnerà , inevitabilmente, anche la sorte del governo Letta.
La decisione, in questo senso, sembra che sia ormai presa: la fine delle larghe intese è segnata, ma un’accelerazione eccessiva potrebbe avere risultati devastanti anche per il Pdl.
Non solo una parte dei parlamentari potrebbe non gradire l’idea di lasciare lo scranno prima del tempo, ma soprattutto alcuni ministri (si fanno i nomi di Lupi, Quagliariello, e De Girolamo) potrebbero non seguire la discesa agli inferi del Capo. “Se andiamo alle elezioni a novembre con Renzi in campo — ecco il ragionamento di una colomba con ruolo di governo — siamo così certi di vincere? E se poi si potesse formare un nuovo governo, che vantaggio ci sarebbe a stare all’opposizione quando ora siamo a palazzo Chigi?”.
E, in ultimo: le dimissioni possibili di Napolitano come estremo “ricatto” del Colle “dove le vogliamo mettere?”.
Lunedì, dunque, una nuova riunione del parlamentino Pdl.
Prima, però, vale a dire già nella giornata di domenica, potrebbe esserci il “videomessaggio di rottura” che Berlusconi sarebbe già in procinto di registrare.
È un altro messaggio da mandare nella bottiglia: fate attenzione, Silvio non andrà via in punta di piedi.
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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