Novembre 11th, 2013 Riccardo Fucile
DOPO AVER FATTO CAMPAGNA ELETTORALE SULL’ABOLIZIONE DELL’IRAP E LA RIVOLTA FISCALE, ORA I GRILLINI PASSANO AD AUSPICARE MAGGIORI TASSE
Alla fine l’articolato del Movimento 5 Stelle sul reddito di cittadinanza è arrivato: è vero che dovrà essere discusso e modificato in una pubblica discussione in rete (e che forse sarebbe più appropriato chiamarlo reddito minimo garantito), ma il terreno verso cui si muove l’universo grillino appare chiaro.
Questo work in progress è infatti una sorta di manifesto economico del M5S, quel che sembra pensare di come si gestisce il bilancio statale, e riserva più di una sorpresa: per una lista che ha fatto campagna sull’abolizione dell’Irap e la rivolta fiscale, per dire, c’è un incredibile aumento della tassazione con proposte che in questi anni sono stati i cavalli di battaglia della sinistra più o meno radicale (Nichi Vendola ha anche tentato di rivendicare, a ragione, che la prima proposta sul reddito minimo in Parlamento l’ha presentata Sel).
Il meccanismo della legge in sè è molto semplice: chi ha un reddito inferiore ai 7.200 euro l’anno (600 euro al mese) ha diritto ad un aiuto dello Stato per raggiungere quella soglia minima; nel caso di famiglie con figli a carico la soglia si alza (ad esempio 1.630 euro per quattro persone); la mano pubblica interviene anche con altri sussidi per l’affitto, i trasporti, la scuola eccetera; chi percepisce quei soldi s’impegna a rispettare alcune condizioni. Sono le coperture, però, a riservare la sorpresa.
Il viceministro Pd Stefano Fassina le ha definite sostanzialmente insufficienti e incoerenti ed ha in parte ragione: non si può infatti — come il M5S fa in alcuni casi — coprire spesa corrente con soldi stanziati per investimenti, nè indicare introiti a termine per un’uscita strutturale, ma questo è tutto sommato secondario rispetto al “nuovo fisco” disegnato dai 5 Stelle.
TASSA E SPENDI.
La maggior parte dei fondi per coprire i 19 miliardi l’anno (è il tetto massimo) di questo reddito di cittadinanza arrivano da tasse: i tagli riguardano per 2,5 miliardi l’anno per un triennio gli investimenti del ministero della Difesa (un sostanziale azzeramento visto che ammontano in tutto a tre miliardi e mezzo); l’abolizione dei fondi ai partiti e all’editoria che vale però poche decine di milioni l’anno; un contributo su tutte le pensioni in essere. Questo è il meccanismo individuato dal M5S per evitare la bocciatura della Corte costituzionale in cui è incorso Mario Monti sulle pensioni più alte: chi prende dal minimo a circa tremila euro lordi pagherà lo 0,1 per cento per poi passare ad aliquote crescenti fino al 30 per cento di chi riceve ventimila euro al mese.
Si può ipotizzare, sulla base di una simulazione di lavoce.info, che il gettito difficilmente arriverebbe al miliardo l’anno.
Altri soldi poi verrebbero dall’abolizione della Cassa integrazione in deroga: il sottotesto è che un pezzo rilevante di welfare passa dal lavoro alla persona.
BANCHE E “RICCHI”
È da qui che vengono il resto delle coperture: finanza e redditi alti.
La prima proposta che salta all’occhio, infatti, è la patrimoniale per chi ha proprietà (tra immobili, valutati a prezzi di mercato, azioni e pure automobili) superiori al milione e mezzo di euro: si parte da un’aliquota dello 0,5 per cento per arrivare al 3 per cento sopra i 15 milioni. Non è finita.
Il M5S vuole introdurre un nuovo scaglione Irpef: dai 75 ai centomila euro l’anno al 43 per cento come oggi, sopra una nuova aliquota del 45 per cento.
Poi c’è la stangata sul mondo finanziario: aumento della tassazione sulle rendite dal 20 al 22 per cento; diminuzione della deducibilità delle minusvalenze; aumento del 3 per mille dell’imposta di bollo sul portafoglio titoli; aumento della cosiddetta Tobin tax dallo 0,2 all’1 per cento (più una stangata sulle operazioni sui derivati).
Altri 2,7 miliardi l’anno, infine, dovrebbero arrivare da nuovi introiti sui giochi (difficile in un settore già spremuto e in calo).
A parte la fattibilità di arrivare con queste proposte a 19 miliardi, risulta comunque sorprendente che Beppe Grillo si sia dichiarato contrario alla cosiddetta Google tax.
Una delle tante contraddizioni.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 11th, 2013 Riccardo Fucile
SOLDI, CASE E PROPRIETà€ DIETRO LA LOTTA PER IL SIMBOLO
Sventolano di nuovo, le bandiere di Alleanza nazionale. 
E coprono per un giorno le faide tra i colonnelli e le mille schegge di una galassia annientata dal berlusconismo. Partitini dello zerovirgola, rancori da record. Eppure, dietro la polvere e i veleni si intravede una cassaforte.
Cinquantacinque milioni cash e un patrimonio di settanta immobili, stimato da alcuni in 170 milioni. Vince chi trova la combinazione.
È il paradosso degli eredi di via della Scrofa. Con la Fondazione An gestiscono una fortuna di almeno 110 milioni di euro — secondo altre stime addirittura 230 milioni — ma nessuno da solo può spenderla. Duellano per il controllo del cda, ma sono rimasti senza contenitore politico.
Diciassette anni fa raccoglievano il 15,75% alle Politiche, oggi sono ridotti a inseguire la chimera del 4% alle Europee. Magari per disperazione, ma finalmente qualcosa si muove.
Il patrimonio, innanzitutto. Quando si decretò lo scioglimento di Alleanza nazionale, i gioielli di famiglia confluirono alla fine nella Fondazione. Soldi, tantissimi. E immobili di pregio che neanche alla Lotteria di Capodanno.
C’è la storica sede di via della Scrofa — a due passi da Montecitorio — quella di viaSommacampagna e via Livorno, lo stabile milanese di via Mancini. E ancora, l’immobile romano di via Paisiello, cuore pulsante dei Parioli, occupato di recente dal Giornale d’Italia della Destra di Storace.
La Fondazione è presieduta dall’ex senatore Franco Mugnai, che elenca: «C’è il Secolo d’Italia. Poi gli immobili, stimati qualche anno fa dai periti in quaranta milioni. Forse valgono una cinquantina. Circa cinquanta milioni di liquidità . E poi ci sono idieci milioni dell’Associazione ».
Già , l’associazione Alleanza nazionale, primo step per traghettare il partito nel cimitero delle forze politiche.
Ha a disposizione dieci milioni di euro, ma su di essa pende una causa civile — intentata da Antonio Buonfiglio ed Enzo Raisi — per stabilire la validità dell’ultimo congresso che ha deliberato lo scioglimento di An. Il Tribunale, nel frattempo, ha nominato i commissari liquidatori per gestire quei dieci milioni.
La partita ruota attorno al cash. Ma il terreno è politico. Conta soprattutto il simbolo, riposto in cantina a causa di un predellino.
Se lo contendono un po’ tutti, eredi legittimi e qualche parente alla lontana. Se lo contendono, ma non tutti vogliono scongelarlo. Ignazio La Russa, ad esempio, è scettico assai: «La decisione spetta ai mille soci della Fondazione. Fratelli d’Italia, comunque, è la prosecuzione di An. Io lascerei il simbolo di An alla storia e andrei avanti».
Contrarissima a riesumare il logo nato dal travaglio di Fiuggi èanche Giorgia Meloni, che non intende ospitare la prima linea dei colonnelli. Solo Gianni Alemanno ha trovato posto nel suo contenitore. Gli altri, che in pensione non ci vogliono andare, si sono organizzati.
Sabato scorso Francesco Storace (Destra) e Buonfiglio, Adriana Poli Bortone (Io Sud), Roberto Menia (Fli) e Luca Romagnoli (Fiamma tricolore) lanciano il Movimento per Alleanza nazionale.
Sostiene il leader della Destra: «Le risorse? Non voglio avvicinarmi a una materia che credo porterà qualche problema. A noi basta il simbolo. Ne ha diritto una comunità ». Storace invita anche Meloni: «Non mi vuole? Se ci sono pregiudizi verso di me, allora c’è un problema».
Ma quanto vale, questo benedetto simbolo? Secondo molti almeno l’1,5%. Addirittura il 5%, sognano i più ottimisti.
Poco importa, secondo Maurizio Gasparri: «Non aderirei alla rifondazione di An. E vedo gente che pochi mesi fa sventolava la bandiera di destra accanto a Monti. Oggi vogliono fare tutti la destra,appassionatamente…».
Il consiglio di amministrazione della Fondazione An ha in mano il timone.
È composto da quattordici membri (a breve diventeranno quindici) fra i quali La Russa e Gasparri, Alemanno e Matteoli. C’è anche il finiano Donato Lamorte, decano missino. Ed Egidio Digilio, avvistato al convegno romano di Storace e Menia.
Di recente hanno destinato un milione di euro all’anno — gli interessi dei beni — a progetti di destra.
Ma il cda resta un risiko. Veti incrociati, un forte asse tra la Russa e Alemanno, maggioranze variabili. Nessuna, comunque, favorevole a scongelare il simbolo. «Non possono bloccarlo », giura Buonfiglio. Si vedrà .
Anche perchè le anime della destra potrebbero raggiungere un’intesa per dividere immobili e cash. Una soluzione che però non convince Gasparri: «Il partito non esiste più, per me i beni vanno restituiti allo Stato. O destinati alle vittime degli anni di piombo, intitolati ai fratelli Mattei».
Gianfranco Fini, ufficialmente, resta alla finestra. Presenta il suo libro in giro per l’Italia, si dedica alla Fondazione Liberadestra.
Non scommette sulla riunificazione, ma non la ostacola. E infatti i suoi fedelissimi sono della partita. Uno è Daniele Toto, coordinatore di Fli: «Pensoche sia utile ridare fiato a una destra moderna ed europea. Ci devono entrare tutti. E serve un cambio generazionale».
E Roberto Menia ricorda: «Fui l’unico a votare contro lo scioglimento di An. Sembravo un pazzo visionario. Per punirmi, al congresso del Pdl mi fecero parlare a mezzanotte… Una diaspora spaventosa ci ha ridotto in pulviscolo, rimettiamo insieme i cocci».
Difficile basti solo un simbolo.
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica“)
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Novembre 11th, 2013 Riccardo Fucile
ALLARME COLDIRETTI: IN TRE ANNI SONO AUMENTATI DEL 47% COLORO CHE NON RIESCONO A MANGIARE… CRESCE ANCHE IL NUMERO DEI BAMBINI IN DIFFICOLTA’: 428.000 SOTTO I 5 ANNI HANNO AVUTO BISOGNO DI AIUTO PER POTER BERE LATTE
A Natale non potranno permettersi nè pranzi nè cenoni. Perchè quello delle nuove povertà è un numero che in Italia aumenta di anno in anno. Bambini compresi. Salgono a quota 4,1 milioni gli italiani indigenti che, in vista delle festività di fine anno, per mangiare dovranno ricorrere all’aiuto delle istituzioni, delle organizzazioni o dei singoli cittadini.
Rispetto al 2012 la cifra è in aumento del 10 per cento. Ma negli ultimi tre anni l’incremento è addirittura del 47 per cento.
Il record è al sud, dove ci sono 4 affamati su 10 (+65% in tre anni). E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti, sulla base del ‘Piano di distribuzione degli alimenti agli indigenti 2013’, divulgata in occasione del primo baratto della solidarietà .
Per effetto della crisi economica e della perdita di lavoro si sta registrando – sottolinea la Coldiretti – un aumento esponenziale degli italiani senza risorse sufficienti neanche a sfamarsi: erano 2,7 milioni nel 2010, sono saliti a 3,3 milioni nel 2011 ed hanno raggiunto i 3,7 milioni nel 2012.
Una situazione drammatica che rappresenta la punta di un iceberg delle difficoltà che incontrano molte famiglie italiane nel momento di fare la spesa. Il nuovo povero, peraltro, si vergogna ad andare in mensa.
Da qui, il boom dei pacchi alimentari: 3,8 milioni ne hanno già fatto richiesta.
“Sul totale di 4,1 milioni di italiani indigenti – dice Coldiretti nel proprio dossier – ci sono ben 428.587 bambini con meno di 5 anni di età che nel 2013 hanno avuto bisogno di aiuto per poter semplicemente bere il latte o mangiare, con un aumento record del 13% rispetto allo scorso anno.
Ma ad aumentare, con un tasso superiore alla media, è stato anche il numero di anziani, ben 578.583 over 65 anni di età (+14% rispetto al 2012), che sono dovuti ricorrere ad aiuti alimentari”.
“Accanto al numero di persone in difficoltà economica anche per mangiare – sottolinea la Coldiretti – in Italia è aumentata pure la solidarietà con un incremento del 22% nel numero di cittadini italiani che hanno aiutato qualcuno dal 2007 al 2012, un incremento maggiore rispetto alla media dei Paesi dell’Ocse”.
(da “La Repubblica”)
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Novembre 11th, 2013 Riccardo Fucile
IRPEF COMUNALE SALITA DELL’8,5%, SEI VOLTE PIU’ DEL CAROVITA… NEL 2014 ALTRI 141 EURO IN PIU’…LA MAPPA CITTA’ PER CITTA’
Un federalismo fiscale sgangherato presenta il conto. 
Per l’addizionale Irpef comunale gli italiani pagheranno quest’anno in media 140 euro a testa contro i 129 del 2012, l’8,5% in più: quasi sei volte l’aumento dei prezzi stimato per il 2013.
Se poi si aggiunge la più corposa addizionale Irpef regionale, che è salita “solo” dell’1,1%, e pesa in media per 363 euro, il conto pro capite sale a 503 euro.
Sommate, le due addizionali hanno subito un incremento del 3,1% rispetto all’anno scorso, il doppio dell’inflazione.
In cinque anni, dal 2009 al 2013, il gettito delle addizionali comunali e regionali è aumentato del 36%, passando in media da 391 a 503 euro, appunto.
Nello stesso quinquennio i prezzi sono aumentati di circa l’11%.
Una bella stangata, dunque. Che l’anno prossimo potrebbe ripetersi.
Per il 2014, infatti, le Regioni potranno decidere ulteriori incrementi del balzello Irpef di loro competenza fino a 0,6 punti, portando l’aliquota al 2,33%, che significherebbe altri 141 euro in più a testa, che diventerebbero 153 calcolando anche 12 euro aggiuntivi di addizionale comunale se i municipi che ancora non l’hanno fatto decidessero di deliberare l’aliquota massima dello 0,8%.
Corsa agli aument
I calcoli li ha fatti il dipartimento Politiche territoriali della Uil, che ha preso in esame le aliquote deliberate dalle Regioni e dai Comuni e le ha rapportate all’imponibile medio ai fini delle addizionali, che risulta, secondo i dati del ministero dell’Ecomimia, di 23mila euro lordi pro capite.
I risultati sono allarmanti, dice il segretario confederale Guglielmo Loy, che osserva: «I comuni si stanno affrettando a disporre aumenti generalizzati delle aliquote. Ciò accade anche per effetto dell’incertezza che domina sulle risorse, sopratutto per quanto riguarda l’Imu».
I sindaci, insomma, non sapendo bene come andrà a finire la partita sulla seconda rata dell’Imu, sfruttano i margini di aumento delle addizionali 2013, benchè l’anno sia quasi finito.
Hanno ancora tre settimane di tempo per farlo e chiudere i bilanci.
Ma il sistema è talmente assurdo che quello che i comuni devono approvare entro il 30 novembre è il bilancio preventivo (sic!) 2013.
Comunque sia, il gettito delle addizionali vale ormai quasi 15 miliardi e mezzo (11,5 quello delle regionali e 4 quello delle comunali), con un aumento di oltre 4 miliardi sul 2009.
Da Gorizia a Roma
Certo, i numeri illustrati finora descrivono aumenti medi. Non tutte le amministrazioni si comportano allo stesso modo e le differenze sono forti.
Per esempio, tra i capoluoghi di provincia, Gorizia non ha l’addizionale comunale Irpef, abolita nel 2012 dal sindaco di centrodestra Ettore Romoli.
A Roma invece l’aliquota è addirittura allo 0,9% (già in deroga al tetto dello 0,8%) con un costo medio pro capite di 207 euro. E un recente decreto del governo autorizza il comune ad arrivare fino all’1,2% (il sindaco di centrosinistra Ignazio Marino ha promesso che non lo farà ) per coprire il buco di 867 milioni nel bilancio.
A Milano, in seguito alla rimodulazione dell’aliquota e della soglia di esenzione, quest’anno un contribuente medio pagherà 184 euro mentre l’anno scorso non aveva versato nulla perchè erano esenti i redditi fino a 33.500 euro, mentre ora il tetto è sceso a 21mila.
Anche a Napoli si verseranno in media 184 euro, contro i 115 euro dello scorso anno, con un aumento quindi del 60%.
Centottanquattro euro pure a Venezia, a fronte dei 138 del 2012 (+33,3%), a Brescia (+44,9%), a Cremona (+22,7%).
In media, dice lo studio della Uil, l’aliquota dell’addizionale comunale Irpef è passata dallo 0,56% del 2012 allo 0,61% del 2013.
«Aumenti molto dolorosi – dice Loy – perchè le addizionali si pagano sull’intero imponibile e non tengono conto delle detrazioni per la produzione del reddito. Per questo uno 0,5% di addizionale vale quanto un punto dell’Irpef nazionale».
La carica delle Regioni
A livello regionale quest’anno l’aliquota Irpef aumenta in Toscana (1,43% fino a 15mila euro, 1,73% oltre) e Abruzzo (1,73%).
Ma le aliquote massime restano nelle tre Regioni con i peggiori bilanci sanitari: Campania, Calabria e Molise, dove siamo al 2,03%.
Sono invece solo 5 le aree che applicano l’aliquota di base dell’1,23%: Val d’Aosta, Bolzano, Trento, Veneto e Sardegna. Sommando addizionali regionali e comunali, la classifica dei più tartassati vede in testa Campobasso, Napoli e Salerno con 651 euro, seguite da Roma con 605 euro e da Chieti, Genova, Imperia, Messina, Palermo e Teramo con 582.
E adesso la Tasi
Le addizionali comunali Irpef furono istituite dal governo Prodi nel 1997 e si pagano dal 1999.
L’idea era che a fronte del gettito dovesse esservi un corrispettivo in termini di servizi, secondo un principio di responsabilità e verifica, per evitare quanto aveva denunciato la Corte dei Conti, cioè che dal 1991 al 1996 le imposte comunali fossero aumentate del 124% senza che si capisse il perchè. Una corsa che non si è fermata. Nel 2003 il gettito delle addizionali Irpef regionale e comunale fu di 6,8 miliardi. Dieci anni dopo siamo a 15 milardi e mezzo. E non è finita.
L’anno prossimo dovrebbe arrivare la Tasi, la nuova tassa sui servizi indivisibili: illuminazione pubblica, polizia locale, strade, ecc. Come se finora i contribuenti non fossero stati spremuti anche per finanziare questi servizi.
Della serie «non basta mai».
(da “Il Corriere della Sera”)
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Novembre 11th, 2013 Riccardo Fucile
IL MINISTRO LUPI SBLOCCA L’AUTOSTRADA ORTE-VENEZIA CHE VALE 10 MILIARDI: I LAVORI ANDRANNO ALL’AZIENDA DI VITO BONSIGNORE, EX UDC PROTAGONISTA DI TANGENTOPOLI
E poi dicono che questo governo vive alla giornata, incapace di scelte incisive.
La riprova di quanto sia fuorviante una convinzione del genere è data dal via libera all’autostrada Orte-Mestre da parte del Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica).
Un progetto che sembrava esaurito per auto-consunzione, eroso dalla crisi e dalla mancanza di soldi, e che a sorpresa, invece, viene riportato all’onor del mondo nonostante i costi proibitivi.
Con un’invidiabile dose di ottimismo dicono che i lavori partiranno tra due anni e saranno completati nel 2021. C’è da dubitarne parecchio, visto l’andazzo italiano.
Alcune cose, invece, appaiono sicure: quei 380 chilometri di asfalto in 5 regioni (Lazio, Umbria, Toscana, Emilia e Veneto) costeranno quasi 10 miliardi di euro, 4 in più di quelli preventivati per il fu Ponte sullo Stretto.
L’altra sicurezza è che, nonostante la promessa che tutto sarà pagato dai privati con il project financing, alla fine dalle casse statali uscirà invece una cifra di uguale entità a favore dei realizzatori, un debito che peserà sui conti per almeno un quindicennio.
La terza sicurezza è che i cittadini-automobilisti fino ad ora abituati a viaggiare gratis su quel tragitto, dovranno contribuire con il pagamento di pedaggi autostradali che per circa mezzo secolo finiranno nelle casse della società concessionaria dell’opera.
La quarta certezza è che si tratta di un affare destinato a finire in bocca a Vito Bonsignore, il finanziere-costruttore-politico che per primo ha presentato un progetto assicurandosi un preziosissimo diritto di prelazione che varrà oro al momento della gara europea per la scelta dell’azienda che dovrà realizzare l’opera.
La gara sarà indetta tenendo come punto di riferimento proprio la proposta Bonsignore e nel caso in cui qualcuno riuscisse ad offrire condizioni migliori, lo stesso Bonsignore avrà diritto all’ultima parola.
Bonsignore è uno dei protagonisti della Tangentopoli di vent’anni fa e vanta una sfilza di procedimenti giudiziari lunga mezza pagina, condannato in via definitiva a 2 anni per corruzione e turbativa d’asta, presente nella lista dei cittadini italiani esportatori di capitali in Liechtenstein, fondatore dell’Udc, tuttora vice presidente del Partito Popolare al Parlamento europeo.
L’ultima certezza è che il ripescaggio della mega opera avviene con ministro delle Infrastrutture uno dei politici più vicini a Bonsignore, il ciellino Maurizio Lupi, ovviamente desideroso di legare il suo nome ad un’opera destinata a restare nella storia d’Italia (sempre che alla fine si faccia).
Tutto ciò dimostra che a dispetto delle dicerie, il governo delle larghe intese è vivo e vegeto e molto reattivo quando si tratta di affari con nove zeri.
La storia dell’autostrada Orte-Mestre comincia 12 anni fa, lo stesso giorno in cui il governo Berlusconi approva la famosa legge Obiettivo, quella che avrebbe dovuto far sbocciare il “nuovo Rinascimento italiano” assicurando pure un periodo di splendore ai costruttori, soprattutto i 13 maggiori riuniti nell’Agi.
Come è andata a finire lo sanno tutti: di grandi opere nemmeno l’ombra, l’edilizia agonizza e proprio alcuni mesi fa una bella fetta di costruttori piccoli e medi ha abbandonato l’Ance e la Confindustria proprio in polemica con la legge Obiettivo. L’Orte-Mestre fu inserita nell’elenco degli “interventi strategici” e nella tacita spartizione dei pani e dei pesci, Bonsignore si fece avanti con una proposta e un progetto.
L’iniziativa poi sembrava si fosse arenata perchè lo Stato non trovava i quasi 2 miliardi iniziali necessari per passare dalle intenzioni ai primi passi concreti.
Quei quattrini sono spuntati questa estate con un sistema molto complesso, sulla cui correttezza e linearità si sa già che alla fine dovrà pronunciarsi la Corte dei Conti.
I quattrini sono stati promessi ai futuri realizzatori (leggi Bonsignore) con un abbuono di circa 2 miliardi di euro sulle tasse delle imprese (Ires e Irap) valido per 15-20 anni. Il periodo ritenuto necessario per completare i lavori e avviare la gestione.
Nel frattempo quei quattrini Bonsignore se li farà anticipare cash dalle banche e quindi su di essi graveranno fior di interessi che lo Stato dovrà via via coprire.
Daniele Martini
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 11th, 2013 Riccardo Fucile
LE REGIONI NON HANNO PIU’ RISORSE PER L’INDENNITA’ IN DEROGA… OLTRE 350.000 LAVORATORI DI TROVARSI SENZA SALARIO E SENZA SUSSIDIO
Venerdì un gruppo di lavoratori in cassa integrazione si è presentato all’assessorato al Lavoro della
Calabria, a Catanzaro, e ha chiesto di vedere un documento: l’attestato che esistevano i fondi per pagare gli ammortizzatori sociali.
Quando i funzionari locali hanno preso tempo, i cassaintegrati sono scesi in strada, hanno spostato transenne e cassonetti e hanno bloccato un’arteria di traffico per otto ore.
Nel frattempo a Cosenza, altri cassaintegrati sono saliti sul tetto del palazzo dell’Inps e hanno minacciato di buttarsi se non fossero stati pagati.
Solo in Calabria, 20 mila lavoratori in cassa o mobilità hanno smesso da nove mesi di ricevere sussidi che in teoria sarebbero già stati autorizzati.
Ma quello di venerdì è solo un episodio, al Sud sempre più ricorrente, in un quadro più ampio: dal Mezzogiorno al Nord industriale, la cassa integrazione in deroga è al collasso. Centinaia di migliaia di famiglie sono rimaste senza redditi, benchè sia stato loro promesso che hanno legalmente titolo a questa forma “eccezionale” di sussidio
Dal distretto del tessile a Como, al commercio nel Lazio, fino all’edilizia in Campania o in Sicilia, sono probabilmente circa 350 mila i lavoratori che subiscono forti ritardi nel versamento degli ammortizzatori in deroga.
La stima è di Guglielmo Loy, segretario confederale della Uil, ma il “probabilmente” su di essa è d’obbligo.
Il caos su autorizzazioni, versamenti e fabbisogno finanziario sulla Cig in deroga è tale che nè l’Inps (che paga) nè il ministero del Lavoro (che regola) hanno il quadro completo della situazione.
Non si sa quante persone messe fuori dalle imprese non percepiscono più anche solo i soldi per comprare gli alimenti di base.
La sola certezza è che centinaia di migliaia di lavoratori sono lasciati per mesi in un limbo, dopo che era stato garantito loro che potevano contare sugli ammortizzatori sociali
Solo in questi giorni, benchè se ne parli da giugno, il governo ha sbloccato 500 milioni per accelerare i pagamenti degli arretrati. Si aggiungono poi 287 milioni dirottati in extremis dai fondi europei per contribuire alla cassa in deroga in Calabria, Campania, Puglia e Sicilia
Saranno usati nei prossimi giorni per saldare alcune delle mensilità arretrate. Ma secondo stime (informali) del ministero del Lavoro, solo sul 2013 resta comunque un buco di 330 milioni.
In questa fase il costo complessivo della Cig in deroga, secondo stime (ancora una volta, informali) del ministero del Lavoro, è di tre miliardi l’anno.
Non è poco, se si considera che viene finanziata dalla fiscalità generale e non dai versamenti delle imprese presso l’Inps.
Questo strumento di emergenza era nato con l’inizio della recessione per le esigenze di piccole aziende di ogni tipo: edilizia, artigiani, negozi, studi di notai o di avvocati. Imprese non hanno mai dovuto versare contributi all’Inps per la cassa integrazione.
A titolo di confronto, nel 2012 le medie e grandi imprese industriali hanno versato 3,6 miliardi per gli ammortizzatori e hanno usato Cig ordinaria e straordinaria per 5,2 miliardi.
Per loro il fabbisogno da coprire è dunque di circa la metà rispetto alle piccole imprese.
Ma non è solo la carenza di risorse a provocare quel dramma sociale silenzioso che è il collasso della Cig in deroga. Non era inevitabile che finisse così. A complicare tutto contribuiscono le scelte delle regioni, le incongruenze legali di questo strumento e l’insistenza dei sindacati a usarlo a dispetto delle disfunzioni che comporta.
In questi mesi sono circa 400 mila le persone in cassa in deroga.
Secondo Loy della Uil, le regioni dove i versamenti sono meno in ritardo restano Trentito Alto Adige e Friuli e viaggiano con due mesi di arretrati.
Del resto questo sistema di welfare non era stato disegnato per un’ondata di crisi aziendali come quella attuale.
Si prevedeva al massimo di far fronte a 100 mila cassaintegrati in deroga in ogni dato momento, non quattro volte di più. Poi però le scelte della politica e delle parti sociali hanno complicato tutto ancora di più.
Le regioni per esempio hanno potere di autorizzare il ricorso della Cig in deroga se su di esso c’è un accordo fra l’impresa in crisi e il sindacato. In passato le giunte erano anche tenute a finanziare almeno il 30% delle intese che autorizzavano, mentre il resto spettava al governo.
Da metà 2012 però i fondi delle regioni sono finiti e lo Stato centrale si è fatto carico della Cig in deroga per intero. Si è giunti dunque a un paradosso: un’amministrazione regionale autorizza una gran quantità di spesa pubblica alla quale deve far fronte un’altra amministrazione. Chi decide, sa che poi non dovrà pagare, magari alzando le imposte sui propri elettori.
Non è dunque un caso se questo meccanismo di deresponsabilizzazione ha fatto esplodere il ricorso alla Cig in deroga.
Hanno poi contribuito anche i sindacati, che su questo strumento hanno un potere vincolante: gli ammortizzatori non scattano se il sindacato non firma. Qua e là , di rado, ciò ha prodotto richieste di favori e tangenti per dare via libera alla cassa. Casi, sembrerebbe, sporadici. Ma anche agendo nelle regole, i sindacati tendono a prediligere questo strumento perchè conferisce loro un ruolo centrale.
Formalmente la cassa integrazione è un reddito transitorio in attesa che la crisi passi e il lavoratore rientri in azienda.
Nella pratica, con la Cig in deroga, diventa sempre meno così: il lavoratore non rientra quasi mai. Se i sindacati e le imprese accettassero la realtà del licenziamento, chi perde il posto avrebbe almeno diritto al sussidio di disoccupazione per 12 o 18 mesi: quello sarebbe sicuro e puntuale, perchè coperto da automatismi di legge. Invece si preferisce continuare a fingere che certi posti non siano persi per sempre, a costo di lasciare gli addetti senza ammortizzatori sociali per mesi.
Venerdì, verso le sei di sera, i dimostranti di Catanzaro hanno rimosso i cassonetti dalla strada e sono tornati a casa. La regione Calabria aveva garantito che avrebbe pagato tre dei nove mesi arretrati. A volte una promessa, di questi tempi, fa davvero miracoli.
Federico Fubini
(da “La Repubblica“)
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