Gennaio 29th, 2014 Riccardo Fucile
LA SCOMUNICA DEI DUE DEPUTATI CINQUESTELLE DI PALERMO E LA PAURA DEL CONTAGIO
Il «meetup» di Palermo del Movimento 5 Stelle ha scomunicato i senatori Francesco Campanella e
Fabrizio Bocchino, «con i quali non intende più collaborare per qualunque attività parlamentare o extraparlamentare ».
I due traditori si erano permessi di sostenere, secondo l’accusa, «la necessità da parte del M5S di doversi aprire all’accordo con le altre forze politiche».
Pensate: invece di concentrarsi sulle battaglie del movimento – arrampicarsi sul tetto di Montecitorio, esporre cartelli in aula e chiamare «boia» il capo dello Stato – i collaborazionisti Campanella e Bocchino avevano preso alla lettera la parola «Parlamento» e volevano parlare con gli altri deputati, invece di gridargli in faccia «ladri! ».
Non solo.
Pare che progettassero di trovare addirittura qualche intesa sulle cose da fare.
Gente pericolosa, da isolare subito.
Si rischiava il contagio.
Sebastiano Messina
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 29th, 2014 Riccardo Fucile
GIORNALI DI CENTRODESTRA E CASO SCAJOLA
A leggere i giornali e a vedere i tg, pare che un bel mattino di quattro anni fa i magistrati cattivi si siano svegliati e abbiano deciso di inquisire il povero Scajola, costringendolo a dimettersi da ministro in combutta con la stampa forcaiola e i mastini giustizialisti del Pd, malgrado la strenua difesa di B. & C.
In realtà il 24 aprile 2010 Repubblica rivelò che la Procura di Perugia, indagando sulla Cricca della Protezione civile, si era imbattuta in 900 mila euro pagati da Anemone tramite Zampolini per pagare due terzi di casa Scajola.
La segnalazione era partita da Bankitalia, insospettita dagli 80 assegni circolari da 12.500 euro ciascuno astutamente usati per l’operazione.
Scajola fece sapere che aveva pagato tutto lui, minacciò querele e precisò di non essere indagato.
In effetti, nè allora nè mai i pm di Perugia lo iscrissero nel registro (era competente la Procura di Roma, che se la prese comoda e lo indagò solo il 29 agosto 2011).
Eppure, dopo una settimana di afonia perchè non sapeva che dire, Scajola si dimise il 4 maggio 2010.
Per motivi non giudiziari (inesistenti), ma di opportunità , che avevano indotto persino il Giornale a chiedergli di sloggiare con un editoriale di Vittorio Feltri “Chiarisca o si dimetta” (vedi foto in alto): “Se non ha niente da dire oltre a ciò che ha detto, le conviene rassegnarsi. Anzi, rassegnare le dimissioni… Qui c’è sotto qualcosa di poco chiaro, per essere gentili… È verosimile che lei non sapesse nulla degli assegni? Mica tanto. L’opinione pubblica è scossa… dalle testimonianze di Zampolini e delle sorelle Papa (le venditrici dell’immobile, ndr). Perchè dovrebbero mentire?”.
Lo capì financo Scajola, in una memorabile conferenza stampa senza domande: “Per esercitare la politica, che è un’arte nobile con la P maiuscola, bisogna avere le carte in regola e non avere sospetti”.
Poi se ne uscì con la frase che inaugurò il filone satirico dell’insaputismo: “Mi dimetto perchè non potrei, come ministro, abitare in una casa pagata in parte da altri senza saperne il motivo”.
Mentre i giornalisti presenti si sganasciavano e quelli della stampa estera pensavano a un errore di traduzione, il premier B. disse in Consiglio dei ministri che Scajola era “indifendibile” perchè “quello delle case è un tema che colpisce molto la gente: se uno compra una casa che vale 1 milione e 800 mila euro e la paga 600 mila, c’è qualcosa che non va. E se non può spiegare agli italiani il perchè, deve dimettersi”.
Il Cainano avviò persino sue personali indagini, come narravano entusiasti i suoi house organ.
“Adesso indaga Berlusconi”, titolava il Giornale: “Vuole individuare le mele marce. Sta studiando personalmente le carte dell’inchiesta sui grandi appalti: ‘Chiederò spiegazioni a tutti. Nessuna indulgenza per chi ha sbagliato. L’arricchimento personale è inaccettabile’”.
Libero lo descriveva “sfinito”, “chiuso in casa”, dove “riceve in pigiama”, “fa il pm e interroga i suoi: ‘Ditemi la verità … C’è chi s’è arricchito alle mie spalle. Chi ha sbagliato pagherà ‘”.
Belpietro plaudiva alla svolta giustizialista (tranquilli però, “non mi sono convertito al travaglismo”). Sallusti lo scavalcava in manettismo: “Il Presidente sa bene che gli elettori si infuriano di fronte ai privilegi che riguardano la vita privata, a partire dalla casa. Per questo ha usato parole molto dure, mai pronunciate prima: chi ha sbagliato deve pagare e lasciare incarichi e ministeri. Scajola insegna… Una convinzione che si è fatto dopo aver indagato a fondo ed esser giunto alla conclusione che è possibile che nel governo o nelle sue vicinanze ci possa essere qualche ladro di polli, che mette a rischio la credibilità politica di tutti. Meglio fare pulizia e pure in fretta”.
Ora, dopo l’assoluzione in un processo che ha confermato tutti fatti già noti nel 2009, Libero titola un’intervista strappalacrime al perseguitato: “Io, dato in pasto al tribunale del popolo”.
E il Giornale, profittando della smemoratezza generale: “Toghe intimidatorie”, “Scajola assolto: l’indagine gli costò il ministero”.
E il Foglio: “Le nostre scuse a Scajola”.
Ma andè a ciapa’ i ratt.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 29th, 2014 Riccardo Fucile
LA PASCALE HA UN POTERE ORMAI AUTONOMO E INCASSA IL PLAUSO O QUANTOMENO IL SILENZIO DELLE ALTRE
Nei modi più inattesi si esprime la crisi del patriarcato, ma anche la sua estrema resistenza. Con tale
ridondante preambolo si può resistere a una lettura grevemente sessista del caso Pascale-De Girolamo; come pure, con trascurabile sacrificio narrativo è possibile dar conto del dibattito sviluppatosi al riguardo tra le donne di Forza Italia facendo a meno di altri scontati format di genere tipo Eva contro Eva, rivalità da harem, lite da cortile, disputa fra lavandaie, piazzata vajassa, per non dire rumoroso gallinaio o silente cesto di vipere.
Di post-politica semmai si tratta, per quanto i modelli di quest’ultima risalgano, parecchio in là nel tempo, a quello stile cortigiano che il berlusconismo maturo ha coltivato con pervicacia e di cui ora raccoglie i frutti, non esattamente freschi e profumati – ma tant’è.
Per cui la giovane favorita del vecchio Re, al secolo (XXI) Francesca Pascale, si è conquistata un suo potere ormai quasi autonomo e con l’incoraggiamento e la collaborazione di alcune dame – non a caso per designarle si utilizza una formula tanto lontana dalle ideologie quanto ancorata all’irrazionale come «cerchio magico» – sbarra il passo a qualsiasi concorrenza.
Nel caso della povera Nunzia, oltretutto, l’aspirante regina lo fa nel modo più diretto, crudo e semplice, in nome della fedeltà mostrata da lei e dalle altre nei momenti più «dolorosi» che hanno afflitto Sua Maestà Silvione.
A questo punto, e quindi nella giornata di ieri, passato e presente, monarchia e democrazia, sfera pubblica e sentimenti personali, realtà e immaginazione comunque si aggrovigliano in un quadro che, come non di rado accade in Italia, un po’ fa ridere, un po’ fa impressione e tutte e due le cose insieme.
Tale effetto misto, per dire, risuona tra le righe delle parole dell’onorevole Giammanco (la «Gabry » del bigliettino imperiale spedito in coppia con Nunzia nella prima seduta della XVI legislatura: (clicca qui) ) che stabilisce una impegnativa corrispondenza tra lo sfogo di Francesca, identificata con «la stragrande maggioranza dei nostri elettori».
D’altra parte, sempre dal punto di vista del linguaggio e dei suoi utili specchietti appare significativo che nella nota dell’onorevole Santelli, invero più problematica, Berlusconi venga qualificato di sfuggita non come il presidente, il nostro leader, la nostra guida, il nostro padre (eh sì, anche questo appellativo è risuonato fra le pieghe del dibattito), ma come «il suo compagno».
Suo, s’intende, di Pascale, promossa al rango di interprete della volontà generale del partito e definitiva protagonista della sua vicenda.
La quale Pascale ha ieri incassato il plauso e l’apporto, in taluni casi anche lievemente melodrammatico, di Maria Stella Gelmini, Elena Centemero, Maria Rizzotti, Deborah Bergamini, Eva Longo e anche quello di Sandra Mastella, che con Nunzia deve avere qualche conticino in sospeso nel feudo di Benevento.
Nulla invece hanno detto Carfagna, Ravetto, Mussolini e la pitonessa Santanchè. Ma anche nel caso del loro silenzio sarebbe arduo rintracciarne motivazioni che abbiano a che fare con quella che con pigra ostinazione si continua a definire: «politica».
In compenso, o meglio a integrazione, sempre ieri è squillata ben oltre i consueti decibel la campana pro-Pascale di Michaela Biancofiore, un’altra singolare figura che non sfigurerebbe nei due studi dello storico Norbert Elias: «La società di corte» (Mulino, 2006) e anche, sia pure con qualche riserva, ne «La civiltà delle buone maniere» (Mulino, 1988).
L’onorevole è in effetti così addentro alle vicissitudini di palazzo Grazioli da fomentare il culto del cane Dudù.
L’altra sera alla radio è arrivata a garantire il sexual drive eterosessuale dell’animaletto, pure accennando all’erezione del medesimo – «Eccome se l’ho vista, urca!» – suscitata dalla cagnolina di Michaela, a nome Puggy.
E se pure non è muovendo da questo grazioso particolare il modo corretto per concludere una noterella che partiva dalla crisi del patriarcato, varrà la pena di segnalare che nella dichiarazione di Biancofiore c’era ieri un passaggio in cui all’anziano sovrano si attribuiva «una visione probabilmente più alta della nostra».
Ma come «probabilmente»? Probabilmente un corno, avrà pensato il re.
Nunzia infine ha risposto. Appassionata e a tratti pure maliziosa, forse.
Dice che Francesca l’accusa a vanvera per «guadagnarsi un posto in Paradiso».
Anche il materialismo mistico è una caratteristica di questo tempo.
Il Regno dei Cieli, in realtà , non sta a Palazzo Grazioli – e ad Arcore pare che sia tornata a comandare Marinella, storica segretaria.
Filippo Ceccarelli
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Gennaio 29th, 2014 Riccardo Fucile
PRIMA AVEVA DICHIARATO A UN GIORNALE ARABO CHE LA RAGAZZA AVEVA 18 ANNI QUANDO INCONTRO’ BERLUSCONI, POI HA FATTO RETROMARCIA… I DOCUMENTI REALI ATTESTANO CHE ERA MINORENNE
Purtroppo per il ministro marocchino Mohammed Mubdii e la sua prima versione al giornale Al Akhbar su Ruby Rubacuori maggiorenne “quando aveva rapporti con Berlusconi” (sic!), la smentita arriva dalla stessa anagrafe marocchina.
Il re Muhammed VI da tempo ha ammodernato gli uffici e, a differenza di quanto sostenuto da Mubdii, che parlava di file clamorosi spediti per valigetta diplomatica, gli uffici d’oltre Mediterraneo erano stati a suo tempo già interpellati dall’Italia.
Non dalla procura milanese che, secondo gli speciali di Canale 5, avrebbe organizzato la “guerra dei vent’anni” contro un imprenditore innocente.
Ma dal Tribunale dei Minori di Messina, che seguiva i dissidi tra Ruby e la sua famiglia d’origine.
I magistrati siciliani, per completare la pratica sulla ragazza in difficoltà e in fuga perenne, avevano ottenuto una traduzione giurata dell’estratto dell’atto di nascita (utile per il censimento italiano).
E il Regno del Marocco, ministero degli Interni, provincia di Beni Mellal, comune urbano di Fkih Ben Salah, ufficio anagrafe, aveva inoltrato all’Italia questo “atto numero 1235, anno 1992”.
Si legge: “Cognome El Mahroug. Nome: Karima. Nata il 01/11/1992”. L’atto ufficiale si trova anche nel fascicolo del processo milanese, nel faldone numero 23, alla portata di chiunque.
Caso chiuso; o meglio, caso mai esistito nella realtà .
Come mai una simile patacca ha trovato ampio credito? Lo stesso era accaduto per la “patacca Agrama”, con le illogiche dichiarazioni di una sedicente teste, che avrebbero riaperto il processo di Silvio Berlusconi per frode fiscale.
E, sul tema “bufale”, indimenticabile è stata anche la storia di Ruby “nipote del presidente egiziano Hosni Moubarak”.
Ieri, forse spaventato dalle possibili reazioni a casa sua (re e governo), Mohammed Mubdii – milionario, accusato in passato di aver comprato la laurea, già finito sui giornali di gossip per il matrimonio in crisi a causa danzatrice del ventre (curiosità : il suo cognome si può tradurre anche come “Inventore”) – ha fatto una rapidissima “indietro tutta” al programma radiofonico Un giorno da pecora: “No, non conosco la data di nascita di Ruby, non conosco Karima e non so – s’è smentito Mubdii – quando ha incontrato Berlusconi, quindi non so se lei fosse maggiorenne o minorenne”.
Era stata comunque la stessa Ruby a dichiarare ai magistrati la sua corretta data di nascita. Era – attenzione alla data – il 2 luglio 2010 e la minorenne aveva accettato di rispondere alle domande del pubblico ministero Pietro Forno.
Quella prima volta, Ruby non aveva parlato del bunga bunga, nè del sesso ad Arcore. Che la sua età diventasse cruciale per la sorte umana, giudiziaria e politica di Berlusconi, a luglio non lo sapeva nessuno in Procura.
Non solo.
L’avvocato Pietro Longo ha interrogato al processo Mohammed, padre di Karima, venditore ambulante, che rispondeva in arabo. Gli ha chiesto dei vari figli, poi:
Longo: “E Karima è nata…? La data di nascita di Karima?”.
Interprete: “1 novembre 1992”.
Longo: “Grazie, è tutto”.
Dubbi zero.
E c’è ancora di più. Ruby ha chiesto e ottenuto il passaporto marocchino (l’ha esibito sulle scale del tribunale milanese) e s’è rivolta al consolato del Marocco a Milano per i documenti indispensabili alle pubblicazioni di matrimonio, anche se le nozze non ci sono state.
Tutti i documenti portato come data il 1992.
In questi giorni, sconcertata, Ruby, guardava alcune prime pagine e ripeteva agli amici: “Questo ministro dice che conosce la mia famiglia, ma io non so chi sia. So quando sono nata e quello che importa è che non ho fatto sesso con Berlusconi”.
Passa il tempo, ma la prima versione non si scorda mai.
Piero Colaprico
(da “la Repubblica”)
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