Gennaio 26th, 2014 Riccardo Fucile
PENTITO DI MAFIA DAL 1992, EX BRACCIO DESTRO DI TOTO’ RIINA: “DI MATTEO STA COMBATTENDO MA LO HANNO LASCIATO SOLO”
“Sono stato autista e killer per Totò Riina, responsabile di 22 omicidi, eseguiti quasi sempre stringendo una corda intorno al collo. Gli altri dissociati hanno confermato le mie dichiarazioni, anche le più rilevanti, come quelle sull’omicidio di Salvo Lima. Inoltre, sono il primo collaboratore a provenire dalle schiere di Riina. La mia storia è quella di un uomo che ha voluto rompere un sistema scellerato, figlio della follia di Riina. Io che ero legato alla mafia vincente, ero stato il braccio destro di Riina, ho parlato non per paura di essere ammazzato, ma per affossare il sistema instaurato da Riina: i libri di storia sono pieni di esempi di tiranni uccisi dai loro uomini più fedeli”. Si presenta così Gaspare Mutolo, pentito di mafia dal 1992, nel libro testimonianza La mafia non lascia tempo (con Anna Vinci, Rizzoli)
Oggi il braccio destro del feroce boss vive sotto copertura, lontano dall’amata Sicilia, e continua a collaborare con la giustizia.
In questo memoir pieno di omicidi, vendette, denaro e potere, Totò Riina s’incontra spesso, spessissimo.
Con lui Mutolo non va per il sottile. Lo definisce “un demonio” “artefice di un regime del terrore”. Uno il cui pensiero fisso era: “Questo è diventato troppo importante. Meglio ammazzarlo”.
E ancora “un pazzo sanguinario che non si faceva problemi ad ammazzare i suoi parenti”, “imprevedibile e inavvicinabile”. Totò u’ curtu, detto anche la Belva, è in cella, nel carcere di Opera: intercettato durante l’ora d’aria, spiega a un “collega” della Sacra corona unita come vorrebbe eliminare Nino Di Matteo, il pubblico ministero del processo sulla trattativa Stato-mafia.
Mutolo, che cosa pensa delle intercettazioni di Riina?
Le aspettative di Riina, ma non solo le sue, sono state tradite: si capisce da come parla con Lorusso, quel compagno di sventura suo. Dopo tanti anni di collusione tra mafia, politica e affari, tutti questi grossi personaggi come Riina sono finiti in galera. Secondo la loro mentalità storta è perchè sono stati traditi. La realtà è che i politici sono stati incalzati, in questi anni, dalle associazioni, dai familiari delle vittime della mafia. Penso a Maria Falcone, a Salvatore Borsellino, ai figli di Dalla Chiesa, alla moglie di Rocco Chinnici: persone che hanno continuato a mantenere alta l’attenzione sulle cose della mafia. Sono loro gli unici che lottano alla mafia, la volontà politica non c’è. Non vedo nessuna volontà di tagliare questi cordoni ombelicali tra le istituzioni e Cosa Nostra.
Torniamo ai discorsi di Riina.
Io a Riina lo conosco benissimo. Riina non parla perchè vuole dare fiato alla bocca, no. Parla perchè lui pensa che fuori c’è qualche fanatico — e ci sarà ancora — che prenderà la palla al balzo. Il problema che bisogna porsi è: riusciranno a fare del male a Di Matteo? Di Matteo è visto dai mafiosi come Falcone nell’85. Logicamente quando nasce un magistrato che non guarda in faccia a nessuno, diventa pericoloso. A Ingroia l’hanno fatto stufare: io penso che ha abbandonato la magistratura perchè gli davano sempre addosso. Falcone era uno dei pochi magistrati che volevano liberare la Sicilia dalla mafia, eppure ci andavano tutti contro. Anche i suoi colleghi, anche i suoi amici.
Di Matteo sta combattendo, ma l’hanno lasciato solo. Anche se io penso che oggi i giudici sono tutti concordi, con qualche eccezione, a dare contro alla mafia.
Purtroppo in Italia le infiltrazioni della mafia nella politica sono profonde. Pensiamo a Marcello Dell’Utri. Ma anche certi atteggiamenti criminali di Berlusconi, condannato per evasione fiscale. Il problema è che ci sono delle cose che al sud si chiamano mafia e al nord si chiamano in un altro modo.
Io sono rimasto terrorizzato quando ho letto le intercettazioni della Cancellieri, il nostro ministro della Giustizia, con la compagna di Ligresti. Lei dice di suo marito che è un brav’uomo perchè ha dato lavoro a tanta gente. Ma che discorso è? Anche Ciancimino dava tanto lavoro, ed era un mafioso, anche i Salvo davano tanto lavoro ed erano mafiosi.
Il boss in carcere dice anche: “I Graviano avevano Berlusconi”. Che significa?
Li conosco, me li aveva presentati Pino Savoca. Riina vuol dire che i Graviano avevano rapporti con Dell’Utri (la circostanza, affermata nella sentenza di primo grado, non è stata confermata dai giudici d’Appello, ndr). E Dell’Utri era molto amico di Berlusconi: c’erano interessi d’affari. È una verità che si vuole nascondere che la mafia avesse rapporti con Dell’Utri e di conseguenza con Berlusconi. Non dimentichiamo Vittorio Mangano.
Lei dice: Riina parla perchè si sente ancora un uomo forte. Lo è davvero o è solo una sua convinzione?
Qualche potere ce l’ha. Ci sono i figli, non bisogna dimenticarlo. E poi la mentalità non è cambiata. Se la maggior parte delle persone in Sicilia paga il pizzo e viene ricattata, allora la mafia non è finita. Lo Stato si è fatto più moderno, ci sono tutte queste tecnologie che ora anche il mafioso sa che lo beccano. Prima era diverso, ma adesso lo sanno tutti che con queste cose elettroniche…
…quindi Riina parla sapendo di essere ascoltato?
Sapendo di essere ascoltato e con la speranza che qualcuno fuori obbedisca. È uno spietato, lo è sempre stato. Quando qualcuno non si sottomette al suo volere, lo vorrebbe morto. Così faceva con i mafiosi, con le donne e i bambini, con i suoi amici, con i poliziotti, con i magistrati. Chiunque gli si metteva contro lo voleva eliminare. Ha questo carattere. Se c’è qualcuno che tenta di combatterlo o di fargli vedere la verità , lui l’unica cosa che spera è che viene ucciso.
“Gli farei fare la fine del tonno”, cosa vuol dire?
Il tonno viene preso quando fa il viaggio dell’amore per andare a deporre le uova, o al ritorno. L’operazione della pesca è complessa. Vengono gettate le reti, le tonnare, che sono divise in diverse camere. Ma quando il pesce entra nella camera, non ha più scampo: dalla prima arriverà all’ultima, la camera della morte. Ed è in gabbia, non si può muovere, non può tornare indietro. Alla fine del tunnel c’è la mattanza: il tonno viene ucciso violentemente. Di Matteo ha preso quel tunnel lì di combattere la mafia, perchè tutti i processi importanti ce li ha anche Di Matteo, e quindi è come se fosse entrato nella camera della morte. Anche il magistrato ha un passaggio obbligato, tutti i giorni: va al Palazzo di giustizia e torna a casa. È come i tonni, che seguono sempre la stessa rotta, all’andata e al ritorno del loro viaggio: si chiama la strada della morte. Se vuole, lo Stato è più forte di tutto questo: Di Matteo non deve essere abbandonato dallo Stato e dal governo.
Silvia Truzzi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 26th, 2014 Riccardo Fucile
NEGLI SCONTRINI DEI RIMBORSI FACILI DI CONSIGLIERI E GIUNTA IL BEL MONDO DELLA POLITICA LOCALE: LE MISSIONI ISTITUZIONALI FINIVANO IN RICCHI HOTEL
È la mattina dell’11 settembre quando Alfredo Castiglione — vicepresidente della Giunta abruzzese —
deve partire in “missione” per una “visita istituzionale”.
Si dà il caso che, quell’11 settembre, cada di sabato: al vice del governatore Gianni Chiodi tocca una “visita istituzionale” proprio nel weekend.
Castiglione s’infila in auto alle 9 del mattino. Non usa l’auto di servizio. No. Sale a bordo di un’auto privata — un “mezzo proprio” annotano gli investigatori — e rientra il giorno dopo alle 3 del pomeriggio. Missione compiuta.
Quale? Non è dato saperlo. Di quella missione, nel rendiconto presentato da Castiglione, non resta che la generica (e seriale) dicitura “visita istituzionale”.
C’è poi l’allegata fattura per il pernottamento: pensione completa, per una sola persona, all’hotel Victoria Terme di Tivoli. Costo: ben 515 euro.
Castiglione ne chiede il rimborso, che va sommato all’indennità di missione, pari ad altri 127 euro. Totale: 682 euro. Soldi pubblici s’intende.
Quando la procura avvia l’indagine sui rimborsi — condotta dai pm Gianpiero Di Florio e Giuseppe Bellelli — consegna ai carabinieri ogni singolo scontrino: il nucleo investigativo di Pescara si presenta nell’hotel Victoria Terme di Tivoli e — fattura di Castiglione alla mano — chiede spiegazioni al gestore dell’hotel.
Si scopre così che il vicepresidente della giunta, quel sabato notte, non era solo.
Nella camera 337, infatti, soggiornava anche la sua compagna. Ma allora perchè, quando presenta la fattura in Regione, assicura di aver pernottato da solo e con pensione completa?
La risposta degli investigatori è elementare: per occultare le spese riconducibili alla compagna. Ma non è tutto.
La cifra di 515 euro, anche per un pernottamento in coppia, risulta piuttosto elevata.
E così i carabinieri continuano a domandare se la cifra in questione sia lo standard per l’hotel Victoria di Tivoli. Il gestore alza le braccia e spiega che, considerato l’importo, i due non si sono limitati a dormire.
Hanno usato anche l’annesso centro benessere. E pure l’attrezzato centro estetico. Come dire: massaggi e impacchi e varie ed eventuali pratiche rilassanti.
La “spa” — stando agli atti — è stata gentilmente offerta dai contribuenti. Resta un’ultima riflessione.
La missione e la “visita istituzionale” — che ribadiamo non è specificata — dev’essere durata davvero poche ore. In sole 30 ore, infatti, e per di più nel weekend, Castiglione e compagna partono da L’Aquila, pranzano, usufruiscono dei servizi del centro benessere e del centro estetico, cenano, poi dormono e infine rientrano: se a disturbare quest’idillio non vi fosse stato l’impegno istituzionale, insomma, sarebbe stato un fine settimana davvero perfetto.
D’altronde Castiglione, quand’è in missione per “visita istituzionale”, cerca sempre un tocco di piacere: 202 euro per una cena a base d’aragoste, in uno dei migliori ristoranti di Bari, ne sono l’esempio.
Il punto è che ai pm, quando a partire dal 4 febbraio lo interrogheranno, dovrà dare una risposta: perchè — per esempio — non ha dichiarato che la compagna era con lui all’hotel Victoria?
Perchè s’è fatto rimborsare anche il suo pernottamento? La sua compagna ha forse un ruolo istituzionale?
Spiegazioni che diventano ancor più imbarazzanti quando, la stessa domanda, per esempio, non riguarda neanche la compagna o la moglie del rimborsato.
Prendiamo il caso del governatore Gianni Chiodi: perchè s’è fatto rimborsare, con i soldi dei contribuenti, il pernottamento di una signora, dipendente della Regione, che ha dormito con lui il 13 marzo 2010 nella stanza 114 dell’albergo Del Sole di Roma? Perchè — chiedendo il rimborso — ha dichiarato d’aver dormito da solo?
E così via, per altri assessori, e altre quattro donne.
Tre di Pescara: una giornalista, una grafica, un’avvocato.
Una di Roma: professione commerciante.
Che ruolo avevano nelle missioni istituzionali — intendono chiedere i pm — e perchè i loro nomi sono stati occultati?
Perchè le loro spese sono state rimborsate con soldi pubblici?
Il punto è che, dagli atti, emerge che ben 17 — tra assessori e consiglieri — hanno accollato alla comunità le spese di soggiorno per mogli o amiche.
Ma la loro presenza s’è scoperto solo indagando. E indagando s’è scoperto che ben 25 rappresentanti della Regione, oggi indagati per peculato, truffa e falso, hanno presentato documenti sciatti, con ben pochi punti di riferimento, e molti falsi: c’è chi barra, con un tratto di penna, la prova che nelle notti trascorse in albergo era con sua moglie.
Cancella un “2” — il numero degli ospiti — per trasformarlo in 1.
E ottiene un rimborso — indebito secondo l’accusa — di ben 520 euro in più.
Antonio Massari
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 26th, 2014 Riccardo Fucile
I PARTITI PIU’ PICCOLI ANNUNCIANO BATTAGLIA PARLAMENTARE SU PREFERENZE E SOGLIA DI SBARRAMENTO… MOLTO ATTIVI NCD, LEGA, SCELTA CIVICA E SEL.. FDI E GRILLINI SONNECCHIANO
Matteo Renzi e Silvio Berlusconi non devono solo guardarsi l’uno dall’altro, ma dovranno fare i conti con i partiti minori, decisi a dare battaglia in Parlamento per una legge elettorale che non abbia l’effetto di escluderli.
Per l’Italicum in discussione alla Camera, “la vedo molto male, fatti due conti non esce dalla Commissione, non ci sono i numeri” dice il leghista Roberto Calderoli, l’estensore del Porcellum, ma anche un espertissimo del Parlamento.
“Il fatto che abbiano inserito nell’allegato b l’elenco dei collegi — spiega – vuol dire che volevano usare la legge elettorale già il 24 maggio e che non si fidano del ministro dell’Interno”.
Tuttavia, per Calderoli, non si arriverà a questo esito, perchè contro la legge elettorale proposta “oltre ai partiti contrari ci sarà il partito del non voto: l’ipotesi più probabile è che si vada in Aula senza relatore col testo che c’è e col voto segreto ci sarà il Vietnam”.
A promettere battaglia in Parlamento è anche il Nuovo centrodestra, che spinge per eliminare le liste bloccate.
Ieri il segretario Angelino Alfano aveva annunciato la presentazione di un emendamento per reintrodurre le preferenze, offrendo anche una mediazione sul modello tedesco, che prevede una parte di liste bloccate e una parte di preferenze. Oggi rincara la dose Renato Schifani, che promette una “battaglia senza sè e senza ma”, fino anche al ricorso a un referendum abrogativo.
Sull’altro fronte, a sinistra, si registra il malumore di Sel. I sonanti fischi rivolti a Stefano Bonaccini, intervenuto al Congresso in sostituzione dell’assente Matteo Renzi, sono diventati timidi applausi solo quando il democratico ha aperto alla possibilità di rivedere le soglie di sbarramento.
“Se nelle prossime ore si troverà tra tutti o a larga maggioranza la possibilità di correzioni anche rispetto alla soglia di sbarramento, noi non abbiamo preclusioni” ha detto l’esponente della segreteria Pd, ma Nichi Vendola rincara la dose: “La mia polemica non nasce perchè mi sento minacciato dalla soglia di sbarramento, ma dal fatto che metà della popolazione italiana non va più a votare”.
Scelta Civica annuncia inoltre un’iniziativa per la parità uomo-donna. “Noi presenteremo i nostri emendamenti migliorativi soprattutto per contrastare la finta parità di genere che l’Italicum non garantisce” dice Stefania Giannini, secondo cui inoltre “la soglia del premio di maggioranza va assolutamente innalzata, almeno al 40%, perchè il bipartitismo forzato non è la fotografia del paese”.
Lunedì alle 13 scade il termine per la presentazione degli emendamenti e servirà il pallottoliere per contarli tutti.
Da quel momento sull’Italicum potrebbe scattare l’operazione Vietnam.
(da “Huffington Post”)
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Gennaio 26th, 2014 Riccardo Fucile
L’ALIENO BIANCO DEL VIVAIO MEDIASET: IL GIORNALISTA CHE FIRMO’ GLI SPECIALI PER NEGARE L’ESISTENZA DEL BUNGA BUNGA
Bianco è il colore delle vesti dei beati, «emblema di purezza e gloria» secondo l’Apocalisse. 
Ora, suona cervellotico, ma il rito d’investitura di Giovanni Toti, nominato consigliere di Forza Italia, aveva già avuto luogo in forma solenne sul balcone di un centro benessere denominato Villa Paradiso.
E – guarda caso – il prescelto indossava una specie di candida tuta XL, o forse più, confezione sportiva comunque adattabile a eventi sacrali e inaugurali.
Toti è andato anche dal Papa. Poi è tornato alla Beauty farm.
Nella foto rituale Berlusconi, al fianco di Toti, salutava la folla come un sovrano che insedia una novità , un fiduciario esterno nel cuore del suo stesso potere.
Ancora una volta non c’era bisogno di parole.
Ammesso e non concesso che egli debba o voglia spiegare le sue decisioni, la scelta di questo prediletto alieno appare tanto più inesorabile quanto più sintomatica e insieme misteriosa.
L’impressione è che il Cavaliere, stanco e seccato degli impicci e delle baruffe del partito, sia ritornato d’istinto alle origini, a Milano, a Mediaset, alla risorsa primigenia delle reti televisive.
E’ sicuro che Toti, fino all’altro giorno direttore del Tg4, reca impresso il marchio di Confalonieri; e se, anche per questo, non si può definire una pura emanazione di Marina, è comunque da lei molto stimato, e un po’ da tutti a Cologno Monzese.
La monarchia aziendale ha logiche per loro natura estranee alla democrazia.
E’ plausibile che prima di assurgere al nuovo compito l’uomo sia stato messo alla prova dal re. I telespettatori italiani l’hanno intravisto per la prima volta non molti mesi fa, nel corso di due disperatissimi speciali – «La guerra dei vent’anni» – girati in prossimità della sentenza per così dire delle olgettine. Berlusconi, in tuta scura, era seduto su un divano rosso, parlava, parlava, parlava, e Toti annuiva con energica convinzione.
Poi si è vista anche la sala del bunga bunga e un sacco di ninnoli e fiocchetti che allietano la villa di Arcore.
Ma la prova del fuoco, anche in quel caso, c’era già stata e il direttore l’aveva superata con maestria chiudendo in fretta e senza schiamazzi l’uscita di Fede, sbaraccando rubriche di gossip che gli stavano decisamente a cuore e normalizzando la belle èpoque delle meteorine.
Non era facile, ma il garbo e la diplomazia sono doni di natura.
Fede, che non li possiede in massimo grado, ha in qualche modo avvalorato le virtù del suo successore: «Io mandavo la gente affanculo, lui no»; quindi, richiesto di un parere sul prosieguo della carriera di Toti in politica, non senza consapevole invidia sempre alla sua maniera s’è appellato all’amante invisibile, cioè alla fortuna: «Ha avuto un gran culo».
Di questo si potrà discutere. Per il resto l’aneddotica sul personaggio non è sterminata. Toscano della Versilia, 45 anni, figlio di albergatore, stage a Mediaset e via così fino ad oggi come figura eminentemente d’azienda.
Socievole, sgobbone, flemmatico, cortese, solido, quindi affidabile. D’aspetto un po’ buffo, se fosse un cartone sarebbe l’Orso Yoghi, ma non per la voce.
Sposato con una giornalista, anche lei Mediaset. Nozze civili e ricevimento al Twiga (Briatore & Brosio, una botta di vita), vacanze a Saint Tropez, passione per gli orologi, buona conoscenza dei vini – pare utile, quest’ultima, a far colpo con i maggiorenti Fininvest all’inizio della scalata.
Vent’anni di berlusconismo hanno forgiato o per certi versi ripristinato un comando di tipo cortigiano di cui Toti è l’ultimo prodotto maturo.
Anche, ma non solo per questo, amazzoni, orchi e pitonesse lo detestano, anche se detesterebbero chiunque gli fosse imposto da fuori e dall’alto.
Lui, magari, un po’ meno perchè la moderazione e la prudenza, insieme a una certa astuta o dissimulata consapevolezza dei propri limiti, lo guidano. In questo gode la simpatia di Letta, e pure con Alfano ha mantenuto un buon rapporto.
Berlusconi naturalmente l’ha testato a suon di sondaggi. Forse gli ha fatto anche dare qualche lezione da qualcuno che stima.
In tv viene bene, nei talk tiene botta, ma non suscita particolari entusiasmi.
In altre parole, Giovanni Toti non è un capo politico e non è l’anti-Renzi.
Però Sua Maestà se lo porta lo stesso al centro benessere; a Roma lo nutre e soprattutto lo ospita a Palazzo Grazioli, con Francesca e Mariarosaria; ad Arcore gli ha fatto passare addirittura le vacanze del Santo Natale e questo basti a rendere il grado di vicinanza al Sole.
Presso il quale tuttavia, come avviene da che mondo è mondo, ci si può anche scottare.
In questo senso, e scivolando nell’inevitabile commedia che sempre aleggia sulle vicende italiane rendendole allegre e ciniche ad un tempo, appare significativa la facezia che l’egotico sovrano ha dispensato non si è capito bene a chi, e comunque: «Tutto quello che tocco diventa famoso, guardate Dudù e Toti».
A tale proposito si può aggiungere che nella formidabile istantanea di Berlusconi e Putin che giocano con il barboncino di corte, la diavolesca creatività della rete ha inserito una scimmietta con il volto di Toti che con un balzo intercetta la palletta.
Anche questi d’altra parte sono i pegni che si bruciano insieme all’incenso sull’altare del successo, del potere e della popolarità .
Volti nuovi, «facce fresche» (come scherzava Andreotti), personaggi inventati da un giorno all’altro, imposti in bianche vesti, poi magari destinati ad aprire sentieri e allargare strade per qualcun altro, o qualcun’altra.
L’azienda, la famiglia, la figlia, Marina.
La vita che scorre, il tempo che stringe e il potere che un po’ si rinnova, ma un altro po’ come tutto si consuma.
Filippo Ceccarelli
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 25th, 2014 Riccardo Fucile
GLI ESPERTI: “PESSIMA AERODINAMICA E FACILE DA ABBATTERE”
Una performance “inaccettabile”. È questo il giudizio che Michael Gilmore, il responsabile del Pentagono incaricato di provare i nuovi sistemi d’arma, ha dato dell’F35 per quanto riguarda la sua componente software.
La notizia è stata diffusa dall’agenzia di stampa Reuters, che ha potuto consultare l’anticipazione del “nuovo rapporto del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti”, nel quale viene scritto nero su bianco che sul software di missione Block 2B, che nei piani sarebbe dovuto essere pronto per la metà del 2015, subirà un ritardo di 13 mesi.
Le motivazioni dei ritardo sono contenute appunto nel rapporto di Michael Gilmore, direttore delle valutazioni operative del Dipartimento della Difesa a stelle e strisce, il quale sostiene che la performance del software fin qui sviluppato è “inaccettabile”.
Già in passato Gilmore aveva duramente criticato il programma F-35 degli Usa (392 miliardi di dollari, il più costoso del Pentagono).
La relazione del Dipartimento dovrebbe essere consegnata al Congresso nella prossima settimana.
Secondo il direttore delle valutazioni operative, l’F35 non è ancora in grado di integrare i “sistemi di missione, armi e altre attrezzature necessarie per l’impiego in operazioni militari” . Detta in parole semplici, è ancora molto lontano dal poter svolgere il suo ruolo di cacciabombardiere.
Non si tratta che dell’ultima bocciatura di un velivolo che, finora, ha ricevuto più critiche che complimenti. Un anno fa il Sunday Telegraph citava un rapporto del Pentagono: l’eccessiva riduzione dello spessore del serbatoio rende l’F35 soggetto a esplosione se il caccia dovesse essere colpito da un fulmine.
Lo scorso mese di febbraio Pierre Sprey, il creatore degli F-16, intervistato da Presa Diretta ha sostenuto che si tratta del “peggior aereo mai costruito”, in quanto ha “una pessima aerodinamica” e subisce “restrizioni alla velocità perchè altrimenti si brucia la coda. È un aereo infiammabile perchè il carburante sta intorno al motore”.
Un mese dopo nuovo rapporto del Pentagono, pubblicato dallo Spiegel, sostiene che l’F-35 “è facile da abbattere” a causa delle difficile ‘condizioni di guida’ per il pilota.
A maggio infine l’organismo indipendente del Regno Unito, il National Audit Office, aveva rilevato un problema in fase di atterraggio in condizioni di caldo umido.
(da “Huffington Post“)
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Gennaio 25th, 2014 Riccardo Fucile
SAREBBE DELUSA DA ALFANO E LETTA, COLPEVOLI DI NON AVERLA DIFESA ABBASTANZA
Nunzia De Girolamo sta pensando di rientrare in Forza Italia.
Una decisione sulla quale sta meditando da un po’ di tempo, complice l’atteggiamento di Enrico Letta e del segretario del suo partito Angelino Alfano.
Il ministro dell’Agricoltura non si è sentita difesa dal premier e molto ha pesato la sua assenza quando la scorsa settimana è andata in aula alla Camera per difendersi dalle accuse che le sono piovute addosso nel caso della Asl di Benevento.
Ma Nunzia De Girolamo, a quanto pare è rimasta anche abbastanza delusa dall’atteggiamento di Angelino Alfano, colpevole, per lei, di non essersi fatto sentire abbastanza per stroncare le accuse che le hanno rivolto.
Ieri è stata una giornata di incontri per il ministro.
La De Girolamo è stata vista parlare con le deputate di Forza Italia Gabriella Giammanco e Annagrazia Calabria, con Denis Verdini, Rocco Palese e Vito Crimi. Colloqui fitti, per capire come Forza Italia reagirebbe al suo rientro al fianco di Berlusconi.
Il Cavaliere da tempo sta portando avanti una campagna di «moral suasion» per riportare i ribelli del Nuovo Centrodestra dentro il suo partito.
E potrebbe aver fatto breccia sull’insofferenza della ministra per le vicissitudini che l’hanno colpita nelle ultime settimane.
Una decisione non ancora presa e che potrebbe cogliere di sorpresa lo stesso Alfano. Giovedì, infatti, Nunzia De Girolamo ha partecipato a una riunione del Nuovo Centrodestra al Senato sul tema della riforma elettorale e, secondo il racconto dei partecipanti, non ha mostrato alcun segnale di rottura con il partito.
Ma la decisione potrebbe arrivare entro pochissimi giorni. Nunzia De Girolamo è uno dei cinque ministri del Ncd che hanno lasciato Forza Italia a novembre per restare nella maggioranza e appoggiare Enrico Letta.
Sposata con il deputato del Pd Francesco Boccia è stata messa sotto accusa nelle ultime settimane per alcune intercettazioni — abusive — che avrebbe fatto il direttore sanitario della Asl di Benevento, Pisapia, a casa del ministro.
Ma con il suo ritorno in Forza Italia si aprirebbe anche il problema delle sue dimissioni da ministro.
Passando a un partito che si trova all’opposizione la De Girolamo non potrebbe restare al governo. E a quel punto potrebbe anche dare una mano al premier per avviare un rimpasto di più ministri.
Così come chiesto da una parte del Pd, da Lista Civica e dal Ncd.
(da “il Tempo”)
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Gennaio 25th, 2014 Riccardo Fucile
IL SINDACO PD DECADUTO CHE NON VUOLE MOLLARE ALCUN INCARICO
Più spaccone che socialista, più campiere che sindaco, Vincenzo De Luca sarebbe un ordinario
mammasantissima, un tipico prodotto del plebeismo carismatico meridionale alla Achille Lauro se non fosse un uomo di sinistra.
Sembrava, sino a ieri, il meglio e il peggio del sud mischiati in una ganga compattissima: il riformatore che aveva restituito dignità a un territorio desertificato e lo sceriffo guappo che sottometteva la città alla sua legge, padrone e al tempo stesso governatore coraggioso: con lui Salerno è diventata una delle più vitali e solari città del sud, con un water frontmoderno e funzionante, belle strade, grandi architetti e conti in ordine.
Ebbene, tutto questo successo gli ha dato alla testa.
E adesso che ha deciso di non obbedire neppure al Tribunale civile, in lui ha definitivamente prevalso il sangue pazzo del meridionale sul politico arguto e virtuoso.
E butta fumo dalle narici, subisce il Diritto come una soperchieria, insulta il ministro Lupi che da mesi gli chiede di scegliere: «figurati se mi faccio ricattare da uno come te».
E non cede neppure ai giudici. È la versione salernitana del siciliano Mirello Crisafulli, del veneto Cota, del lombardo Formigoni, è il notabile di sinistra che mette se stesso al di sopra di tutto, come fosse un altro unto del signore.
È arrivato, in questo suo “teppismo democratico”, a fare l’elogio dell’immoralità «che ci permette di governare», ha esibito come scalpi le indagini alle quali è sottoposto, di cui non ci occupiamo, e dalle quali gli auguriamo di uscire pulitissimo: «Io sono orgoglioso.
In questo paese siamo tutti indagati. Non c’è un amministratore che non abbia un avviso di garanzia. Chi non ce l’ha è una chiavica ».
E ha sempre cercato cariche: quando era eletto alla Camera si ricandidava come sindaco; da sindaco si candidava come presidente della Regione; e, podestà di Salerno, “sindaco per sempre” più di Orlando a Palermo, ha golosamente accettato di fare il sottosegretario.
E ha candidato pure il figlio, proprio come fecero Raffaele Lombardo in Sicilia e Bossi in Padania: «Quelli che ce l’hanno con mio figlio sono cialtroni e farisei ».
Avrebbe dovuto dimettersi allora, nell’aprile del 2013, quando venne nominato ai trasporti nel governo Letta.
L’incompatibilità infatti non ha bisogno di sentenze, si impone per evidenza: se vuoi amministrare(bene) i trasporti d’Italia non hai certo il tempo di governare (bene) Salerno.
È roba da fantuttone, da “ghe pensi mi” che purtroppo tradotto in salernitano rimanda al pregiudizio della prepotenza antropologica: «A Salerno mi votano anche le pietre».
Solo Brunetta avrebbe voluto fare allo stesso tempo il ministro della Funzione pubblica, il sindaco di Venezia e il deputato. I doppi incarichi e l’amministrazione come accumulo di roba non sono mai stati valori di sinistra, e non basta certo il tifo da stadio dei salernitani che lo eleggono per acclamazione a farne un eroe al di sopra della legge, come gli indimenticabili briganti delle due Sicilie.
E poi c’è quel parlare a gesti, quel lessico da duro pittoresco, una lingua impastata di esclamazioni, minacce, rancori e ripicche.
E intanto si tocca, fa le corna e gli scongiuri, si gratta perchè Lupi porta sfiga: «non si sa mai, ho due figli, abbiate pazienza: una grattatina ». E «la grillina Lombardi vada a mori’ ammazzata », «il collega del pd Zoggia sembra un raccoglitore di funghi», «il doppio incarico è una palla!», «coglioni!», «dei rom me ne frego!», «le discariche vanno aperte con il carro armato», «nel Pd c’è un gruppo dirigente di miserabili e il partito vive nella demenzialità », «spero di incontrare quel grandissimo sfessato e “pipì” di Marco Travaglio di notte e al buio», «Grillo sta con il panzone al sole», «Monti si mette il chihuahua sulla testa»…
Gli archivi e i blog sono pieni delle gag di De Luca e su Youtube è più cliccato di Ficarra e Picone. Ovviamente è molto parodiato, si ride di lui, è una specie di fattucchiero, una riedizione del Rosario Chiarchiaro interpretato da Totò…
In realtà tutto questo divertirsi è una smorfia dolorosa, una partita sospesa sul Sud d’Italia, quello dei notabili e dei capibastone. De Luca, caudillo liberale («sono gobettiano» dice), è l’ennesima sconfitta, forse quella definitiva, dell’utopia dello sviluppo nella terra dei diavoli: da poveri a ricchi, da attardati a veloci, dall’indolenza alla nevrosi, dall’immobilismo all’iperattivismo.
Nella miseria del guappo democratico stravaccato su due poltrone c’è la morte di un sogno antico che è anche nostro, il sogno di tutti i meridionali d’Italia, di un Paese che per tre quarti è Meridione.
Francesco Merlo
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 25th, 2014 Riccardo Fucile
IN REALTA’ SI RITORNA AL VECCHIO SISTEMA DI AZIENDE A PARTECIPAZIONE STATALE
L’annuncio di voler quotare Poste Spa in Piazza Affari è caduto in un giorno nero per le Borse, ma non per questo si tratta di una cattiva notizia.
Al contrario, dopo tante chiacchiere, qualcosa torna a muoversi sul fronte della valorizzazione delle aziende pubbliche.
I venti che hanno scosso ieri i listini azionari un po’ dappertutto nel mondo hanno origini lontane da casa nostra: nascono da timori sulla tenuta dell’economia cinese e su una svolta restrittiva della politica monetaria americana.
E il fatto che lo Stato italiano voglia riprendere il cammino di quelle che con qualche eccesso lessicale sono chiamate privatizzazioni potrebbe semmai attenuare i contraccolpi sulla Borsa italiana dei nuovi chiari di luna sui mercati internazionali.
Ci vorrà ancora tempo prima che l’offerta di azioni della Poste Spa si realizzi concretamente sul mercato e può anche darsi che la cessione del 40 per cento del capitale dell’azienda non si concluda con l’incasso sperato oggi nell’ordine dei sette/otto miliardi.
Nessuno al momento è in grado di prevedere quale sarà il mood prevalente sui listini quando dall’annuncio si passerà al fatto.
A Londra da mesi si sta ancora ferocemente polemizzando sull’analoga operazione condotta dal governo Cameron con Royal Mail.
Ma nella ben più difficile condizione in cui si trova la finanza pubblica italiana sarebbe perdita di tempo e di denaro sottilizzare su presunte svendite di patrimonio statale.
Anzi, la maggior critica che sembra giusto avanzare riguarda piuttosto il ritardo con il quale alla fine si è deciso di procedere.
Basti pensare a quanto accaduto le scorse settimane con l’incresciosa decisione di usare proprio la Poste Spa per offrire una stampella comunque insufficiente a un malato cronico se non quasi terminale come Alitalia.
Diciamolo con franchezza: se la quotazione in Borsa delle Poste fosse stata fatta in precedenza, un simile ukase da parte dello Stato sarebbe risultato con ogni probabilità impraticabile. O, quanto meno, si deve sperare che così sarebbe stato.
È il caso di sottolineare questo punto perchè, come si accennava all’inizio, quella annunciata dal governo è una privatizzazione per modo di dire.
Come pure l’altra che si annuncia per l’Enav. «In entrambi i casi si tratta – è stato dichiarato in forma ufficiale – di cessione di quote non di controllo».
Del resto in analogia con quanto deciso a suo tempo per i giganti energetici dell’Enel e dell’Eni. Scelte che poggiano su solidissimi argomenti dati il peso e l’importanza strategici di aziende che operano in mercati vitali per l’economia e la sovranità stessa del paese.
Ma proprio per questo un’esigenza di chiarezza concettuale impone che si chiamino le cose con il loro nome: con la quotazione di Poste Spa, come già appunto con Enel ed Eni, non si dà luogo a privatizzazioni ma si resta o si ritorna a un sistema articolato di aziende a partecipazione statale.
Un simile chiarimento non nasce da un sofisma nozionistico.
Ma mette solide radici nella non poi così lontana esperienza delle partecipazioni statali domestiche che hanno fatto vivere al paese una delle sue peggiori stagioni istituzionali piegando gli interessi dello Stato al servizio di appetiti politici di partito o addirittura di fazione.
Fino all’assurdo di creare uno specifico ministero il cui compito era soltanto quello di fare da sensale fra boiardi e bande di potere.
Ecco, si vorrebbe avere la certezza che un simile passato non rientri in gioco da qualche finestra secondaria.
I primi rumors già in circolazione sui movimenti politici per le nuove nomine ai vertici delle attuali partecipazioni statali non inducono all’ottimismo.
Bene, quindi, che Poste Spa vada in Borsa, ma occorrerà fare attenzione che l’uso improprio del termine “privatizzazione” non diventi un comodo riparo dietro cui nascondere gli sporchi commerci pubblici del passato.
Massimo Riva
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Gennaio 25th, 2014 Riccardo Fucile
LE 100 NOMINE DELLO STATO-PADRONE
I Boiardi, grandi aristocratici feudali, sopravvissero in Romania fino agli anni Venti del Novecento,
mentre Al Capone-Scarface prendeva il comando del sindacato del crimine a Chicago.
I nostri, quei personaggi immarcescibili che si alternano come nella porta girevole di un grand hotel alla guida di grandi imprese pubbliche o semipubbliche e di incomparabili centri di potere para- politici, hanno svoltato senza danni la terza generazione dal dopoguerra e si apprestano a festeggiare il potere intangibile nel nuovo secolo e nel nuovo millennio.
Cinquanta? Cento? O, scendendo per li rami dei più doviziosi castelli merlati del potere, addirittura il doppio?
Nessuno, neanche il ministro del Tesoro Fabrizio Saccomanni che dovrebbe essere il loro principe regnante, sa con esattezza quanti siano, anche perchè non sono ben definiti i confini dei feudi che controllano.
Quel che è certo è che una coorte di anziani plurimilionari nati nel secondo dopoguerra (quando non nel primo) si appresta a garantirsi una quarta età da magnati feudali nelle grandi imprese e negli enti pubblici.
Ma anche in posizioni da favola private o semi-private per accedere alle quali occorre il benigno viatico del principe, la politica che nulla fa e quasi tutto può.
MANOVRE DI PRIMAVERA
La grande campagna-nomine dovrebbe scattare in primavera, ma le manovre stavolta sono più complesse e sono già cominciate alacremente, perchè mai l’humus politico in cui si svolgono è stato così stravolto.
Enrico Letta regna (?) e la vecchia scuola democristiana è una garanzia, ma Matteo Renzi governa. O almeno questa èla prima impressione che ha dato.
Che farà il fiorentino nei grandi feudi? Lui giura che vuol tenersi fuori, come ha detto di aver fatto quando si è posto il problema dell’assetto del Monte dei Paschi di Siena. Ma pochi ci credono.
E infatti l’allerta è generale: apparati di pubbliche relazioni, uffici pubblicità , società probabili o improbabili di cacciatori di teste, lobbisti sparsi e faccendieri vari sono tutti al lavoro ventre a terra per sostenere i loro feudatari di riferimento.
E, per prima cosa, si tratta di capire come muoverà la nuova armata del giovane fiorentino. Di certo, non lascerà il pallino nelle mani del pisano di palazzo Chigi, avvezzo a quel mondo e ben introdotto nei circoli «networked», di cui lo zio Gianni Letta è tuttora il dominus, anche se un po’ in disarmo.
Sarà scavalcato anche sulle nomine dall’altro fiorentino Denis Verdini, che con Matteo Renzi ha un’antica consuetudine, una consuetudine che risale a ben prima della sua elezione a sindaco di Firenze, che l’ex banchiere-macellaio seguì con occhio talmente affettuoso da contrapporgli alle elezioni un avversario quantomeno improbabile?
FIGURINE COSTOSE
L’album degli aspiranti top manager a vita non può che aprirsi con Paolo Scaroni, classe 1946, 67 anni compiuti il 28 novembre scorso (ultimo stipendio conosciuto come amministratore delegato dell’Eni 6,52 milioni di euro) e con Fulvio Conti, classe 1947, 66 anni compiuti in ottobre (ultimo stipendio conosciuto come amministratore delegato dell’Enel 3,948 milioni di euro).
Mentre la stragrande maggioranza degli italiani in viaggio verso i settanta è in panchina a giocare con i nipotini e a incazzarsi con Letta e Saccomanni che gli bloccano l’adeguamento delle principesche pensioni, i due anziani stanno lavorando con ottime chances per ottenere il quarto mandato e assicurarsi così una quarta età da ricchi epotenti.
Ma quanti dei pensionati che si trastullano con i nipotini, pur professionisti di vaglia, possono dire come Scaroni di essere totalmente intrinseci al pluripregiudicato piduista Luigi Bisignani?
Il quale dell’arte delle nomine pubbliche ha fatto un mestiere e distribuisce persino dispense per spiegare come si fa ad ottenerle?
«Il segreto – ha spiegato in un recente libro, la cui pubblicazione ne ha fatto un piccolo eroe delle comparsate nella compagnia di giro dei salotti televisivi – è questo: avere l’idea e l’uomo giusto. Poi bisogna far girare il nome in una ristretta cerchia di persone, ognuna delle quali deve farlo suo e riproporlo in una specie di passaparola, ma molto selezionato ».
Sì, «ciao core!» direbbero a Roma, dove tutti sanno che per accedere a quei posti bisogna mettere a disposizione fedeltà , favori di ogni genere, ulteriori nomine nelle società controllate, consulenze e tanti soldi.
Dicono che l’anziano Scaroni, inseguito da un paio d’inchieste di corruzione dopo la condanna ai tempi di Tangentopoli, stavolta si accontenterebbe di fare il presidente invece dell’amministratore delegato dell’Eni, più o meno il primo grande gruppo industriale italiano.
Ma le sue ambizioni sono rimontate dopo l’incrociarsi d’amorosi sensi con Matteo Renzi l’altro giorno nel solito marchettificio Rai di Bruno Vespa.
Gli avversari del neosegretario ne hanno inventate di tutti i colori dopo quella performance, ma ben poco credibili, come una presunta affiliazione del papà del Matteo alla massoneria fiorentina, che lo collegherebbe al network scaronian-bisignano. Balle.
Renzi non è affatto stupido e sa benissimo che in caso di riconferma di Scaroni e di Conti, non solo Enrico Letta, ma anche lui il Rottamatore, dovrebbe spiegare qualche cosetta.
Per esempio perchè non si è battuto per rispettare la buona prassi di corporate governance che prevede che i presidenti e gli amministratori delegati non superinomai i tre mandati per consentire l’innovazione e magari quando occorre – e occorre spesso – la pulizia dei bilanci.
Da noi, nel pubblico come nel privato, si preferisce la gerontofilia limitando il turn over alla ristretta oligarchia di chi è molto «networked», ha buona relazioni in ogni direzione ed è sperimentato per la sua fedeltà , che spesso andrebbe chiamata connivenza.
Non a caso, gli ultrasessantacinquenni ai vertici della classe dirigente italiana sono cresciuti in pochi anni dal 25,2 al 39,3 per cento del totale. E infatti gli Scaroni e i Massimo Sarmi — classe 1948, da dieci anni alle Poste e attuale candidato a tutto dopo che ha deciso di proporsi non più come postino ma come aviatore, ennesimo «salvatore» dell’Alitalia -, o, per restare nei cieli, i Vito Riggio, classe 1947, ex deputato diccì confermato per la quarta volta alla presidenza dell’Ente per l’aviazione civile, non sono che nonni.
Mentre i bisnonni – vedi Giovanni Bazoli e Giuseppe Guzzetti – popolano le grandi banche, governate da quella che Tito Boeri ha battezzato «gerobancrazia».
LA PRIMA VOLTA DI RENZI
Rispetto alla flemma apparente di Enrico Letta, Matteo Renzi si muove come una specie di furetto. L’altra sera, dopo una giornata massacrante, si è portato a casa un centinaio di schede di boiardi, boiardini e aspiranti tali o candidati alle promozioni.
E a letto si è drizzato sul cuscino quando ha scoperto – guarda un po’ – che decine di loro, hanno stipendi stratosferici, a dispetto del decreto di Saccomanni (che fine ha fatto? ) che pone un tetto pari al trattamento economico del primo presidente della Corte di Cassazione, cioè 302.937 euro lordi.
Sono escluse – i posti più al sole tra i posti al sole – le controllate del Tesoro quotate in borsa, come Eni, Enel, Terna, Snam e Finmeccanica. Haia, haia, la Finmeccanica, che ha prodotto insieme per lustri armamenti e scandali dei più incredibili. I buchi degli scandali sono stati tappati da Alessandro Pansa, nominato amministratore delegato, e da Gianni De Gennaro, ex capo della polizia, presidente. Ci ha messo l’occhio anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano perchè l’azienda sta molto a cuore agli americani.
E il rinnovodelle cariche, in primavera, sarà forse – Renzi lo sappia – la madre di tutte le nomine.
Ha spiegato Bisignani, che si autodefinisce «stimolatore di intelligenze » (sic) che quella è una battaglia «a stelle e strisce», che viene da lontano, da quando De Gennaro, vicino all’Fbi, si scontrava con Nicolò Pollari, più vicino alla Cia.
Non è detto che nel prossimo maggio De Gennaro resterà ancora lì, ma mentre per lui il Quirinale prepara destini ancor più luminosi, il destino di Alessandro Pansa naviga nel regno dell’incertezza. Infatti, nel frattempo è atterrato in Finmeccanica un pezzo da novanta.
Si tratta dell’ammiraglio Giampaolo Di Paola, ex ministro della Difesa nel governo Monti, messo a capo del comitato per le strategie internazionali.
Non sarà lui il vero candidato alla presidenza della holding? E non ci sarà un bel premio per Franco Bernabè, antico consulente di Francesco Cossiga per i Servizi segreti? Per Francesco Caio? O – perchè no? – per l’amministratore delegato di Fincantieri privatizzanda Giuseppe Bono?
DAL QUIRINALE
Renzi e Letta si preparino a camminare sulle uova, nel dossier Finmeccanica, che è già più che aperto nei tavoli che contano, oltre che nelle Procure.
Tra l’altro c’è una notiziola passata inosservata, ma non proprio ininfluente: pochi giorni fa è entrato in Finmeccanica un nuovo boiardino: Giuseppe Caldarola, classe 1946, giornalista in pensione, ex vicedirettore di Rinascita, su cui scriveva Giorgio Napolitano, ex direttore dell’Unità e deputato per due legislature.
Chissà se Renzi, che di peli sulla lingua sembra averne pochi, chiederà a qualche «stimolatore di intelligenze»: «Ma che c’azzecca?».
Magari si sentirà rispondere con Vilfredo Pareto: «È la circolazione delle èlite, bellezza».
Alberto Statera
argomento: denuncia | Commenta »