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VECCHIA GUARDIA IN RIVOLTA CONTRO LA PASCALE. E VERDINI E’ PRONTO A LASCIARE LA POLITICA

Marzo 22nd, 2014 Riccardo Fucile

BARBARA BERLUSCONI SEMPRE PIU’ VICINA ALLA DISCESA IN CAMPO

Un partito dilaniato da uno scontro interno senza esclusioni di colpi, una guerra di coltelli nel crepuscolo del leader, alla vigilia dell’ibernazione di un anno imposta dalla condanna: Forza Italia è sul punto di esplodere.
Tanto che persino l’uomo forte del partito, Denis Verdini, diventato il simbolo stesso dell’ultimo decennio berlusconiano, sta meditando di ritirarsi dalla vita politica.
A questo punto forse soltanto il colpo di scena rappresentato dall’arrivo della figlia Barbara Berlusconi potrebbe raddrizzare una nave che imbarca acqua sotto la linea di galleggiamento.
L’attacco di Francesca Pascale a Santanchè e Cosentino – tra le righe dell’intervista concessa ieri a Repubblica – ha portato infatti alla superficie la vera partita in gioco in vista della decisione del 10 aprile del Tribunale di Sorveglianza di Milano.
Chi controllerà  Forza Italia quando Berlusconi sarà  ai domiciliari e non potrà  nemmeno fare una telefonata ai suoi capigruppo?
È l’Organizzazione il cuore del partito. Chi ci mette le mani vince tutta la posta.
E l’Organizzazione, con il dipartimento elettorale, è ancora nelle mani di Verdini e dei suoi uomini, da Ignazio Abrignani a Gregorio Fontana.
O meglio lo sarebbe, visto che Verdini – di fatto il segretario politico – formalmente non è più nulla.
Le vecchie cariche del Pdl non sono state rinnovate, quelle nuove non prevedono più il suo ruolo, tutto è sospeso in un limbo in attesa che la guerra stabilisca nuovi equilibri.
Nemmeno il tanto discusso ufficio di presidenza esiste ancora.
Nel frattempo avanza un’organizzazione parallela, quella dei Club Forza Italia, affidati a un membro del cerchio magico come Marcello Fiori.
Perchè è questa la linea di frattura che emerge, il quadrumvirato guidato dalle due lady di ferro – la fidanzata Francesca Pascale e il capo dello staff Maria Rosaria Rossi – con il consigliere politico Giovanni Toti e Marcello Fiori.
Contro la vecchia guardia rappresentata da Verdini e da tutti quelli, come Raffaele Fitto o Claudio Scajola, che possono vantare un loro bacino di voti, una loro riconoscibilità  politica a prescindere dalla benevolenza del Capo
Lo scontro è violento. Senza attaccare direttamente Verdini, Pascale ieri ha asfaltato due esponenti considerati vicini all’ex coordinatore: Daniela Santanchè e Nicola Cosentino.
La prima ha scelto (per ora) di non rispondere. Cosentino invece ha vibrato una rasoiata che è arrivata a far sanguinare anche il Cavaliere: Rispondendo «ad alcune dichiarazioni della signorina Pascale», l’ex coordinatore campano non l’ha presa alla larga: «Se il suo l’imbarazzo riguarda il fatto che io sono indagato, allora cominciamo a guardare anche a quelli che hanno sentenze passate in giudicato. Perchè in quel caso ci sarebbe, sì, l’imbarazzo della scelta».
Denis Verdini, scelto come bersaglio dei Quadrumviri, ha fatto sapere in giro che potrebbe anche andarsene e occuparsi dei casi suoi.
«Io con la politica c’ho solo rimesso», ha confidato amareggiato agli amici.
Artefice del patto con Renzi e della riabilitazione politica del Cavaliere, Verdini pensa di non meritarsi il trattamento che gli viene riservato.
Ma certo non ha nascosto al leader le sue idee, puntualmente messe nere su bianco in un report recapitato ad Arcore.
Nel documento il “mago dei numeri” afferma che senza 10-12 candidature di peso, di gente capace di mobilitare decine di migliaia o centinaia di migliaia di preferenze, Forza Italia rischia la dèbà¢cle alle Europee.
Una visione opposta a quella di Toti e Fiori, che sperano basti il nome Berlusconi nel simbolo per risolvere ogni cosa.
Un altro che potrebbe mollare tutto è Raffaele Fitto, a cui viene impedito di candidarsi alle europee. «Mi stanno provocando – ha spiegato ai suoi – perchè sperano che sbatta la porta, ma non gli farò questo favore».
La partita delle Europee si intreccia con quella della successione del Cavaliere.
I figli maggiori, Pier Silvio e Marina, si sono ufficialmente chiamati fuori.
Barbara invece ci spera ancora e ci lavora Nelle ultime ore il movimento intorno al suo nome è aumentato, si parla di un incontro decisivo nel week-end con il padre ad Arcore.
Sul tavolo ci saranno i sondaggi fatti da Alessandra Ghisleri sul suo nome.

Francesco Bei
(da “La Repubblica”)

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BERLUSCONI E’ GIA’ AI DOMICILIARI: L’ASSALTO FINALE DELLA PASCALE E DELLA ROSSI A QUEL CHE RESTA DI SILVIO

Marzo 22nd, 2014 Riccardo Fucile

OBIETTIVO MATRIMONIO E FAR FUORI VERDINI, FITTO, SANTANCHE’ E TUTTA LA VECCHIA GUARDIA

I big azzurri lo hanno ribattezzato “l’assalto finale”, formula usata nei momenti dei conflitti più cruenti con le procure.
Solo che stavolta la formula è riferita a Francesca Pascale. Che, dopo aver conquistato la casa, ora vuole chiudere la pratica matrimonio diventando la “signora Berlusconi” ai tempi della decadenza.
E rottamare quella classe dirigente che gode di un proprio consenso, da Fitto a Scajola, per arrivare a Verdini.
Spiegano così il “pizzino” affidato alla aspirante first lady, nella sua intervista alla bravissima Conchita Sannino, firma di Repubblica nota anche per lo scoop su Noemi Letizia.
Quello che fece emergere il rapporto di Berlusconi con le minorenne.
L’inizio della fine, insomma. È la prima intervista tutta politica dell’ex velina di Telecafone, a pochi giorni dalla decisione del tribunale di Milano che limiterà  la libertà  dell’ex Cavaliere.
Nella quale Francesca auspica la discesa in campo di Marina, ora che le voci su Barbara si fanno sempre più insistenti. E nella quale critica dirigenti storici di Forza Italia come Daniela Santanchè e quei big alla Fitto che, forti del loro consenso, vogliono candidarsi alle europee.
È insomma il “comando io” di Francesca. E non è un caso che l’intemerata viene accolta nel rabbioso silenzio di tutto il partito. Perchè il gossip non conta nulla.
È l’ultimo tassello di una escalation tutta politica portata avanti con estrema lucidità  dal duo composto da Maria Rosaria Rossi e Francesca Pascale.
Una fonte autorevole, la mette così, chiedendo l’anonimato perchè tira un’aria pesante: “Francesca sta facendo di tutto per farsi sposare. E da un lato cerca l’asse con Marina dall’altro manda questo messaggio: io so, anche cose imbarazzanti. È arrivato il momento in cui dire il fatidico sì”.
L’assalto finale, appunto. Che arriva dopo le indiscrezioni sulle nozze a Lacco Ameno, uscite sul quotidiano ischitano il Golfo.
E dopo l’intervista al Fatto, il quotidiano più ostile a Berlusconi, con l’esplicita richiesta. E con annessa finta professione di umiltà : “Non lo faccio per i soldi, posso rinunciare al patrimonio”. Eventualità  praticamente impossibile dal punto di vista giuridico.
Il Fatto, dunque, quotidiano cui ha concesso interviste anche Maria Rosaria Rossi. Poi, la penna di Repubblica che diede il via alla stagione degli scandali di Berlusconi sulle minorenni.
Qualche giorno fa (il 18 marzo) su Repubblica Carmelo Lopapa ha riportato gli sfoghi preoccupati della vecchia guardia di Forza Italia: “Le due hanno sequestrato Berlusconi”. Nel senso che si sono impadronite dell’agenda, delle telefonate e filtrano le presenze a corte, garantendo l’accesso di quelle gradite.
E allontanando quelle sgradite, a partire dalle donne (anche parlamentari) più giovani e carine. Andando a scavare trapelano altri elementi.
E cioè che ormai è stato raso al suolo lo staff storico di Berlusconi. E non solo l’ufficio stampa, con Bonaiuti che ormai fa il senatore a tempo pieno.
Ma anche i titolari dei dossier più delicati. Valentino Valentini, ad esempio, grande tessitore dei rapporti internazionali di Berlusconi e in particolare di quelli russi.
Fino a qualche settimana fa non si vedeva in modo assiduo alla Camera. Ora è stato di fatto allontanato dalla cerchia ristretta dal duo Rossi-Pascale. E si è diradata la presenza sia ad Arcore che a Grazioli di Sestino Giacomoni, anche lui diventato un abituale frequentatore di Montecitorio.
Mentre il segnale della conquista definitiva della casa è stato l’allontanamento di Marinella, storica segretaria del “dottore” dai tempi di via Rovani. Rientrata dopo la gravidanza è stata allontanata.
È a casa con regolare stipendio, ma la sua presenza non era più gradita ad Arcore. Proprio Marinella, che ha rapporti di stima e amicizia con tutti i figli che ha tenuto da piccoli sulle ginocchia, ha rappresentato a loro un quadro assai preoccupato, innanzitutto a Marina.
Il quadro è quello di un Berlusconi già  ai domiciliari: ha perso molti dei collaboratori storici perchè non graditi.
Ma l’effetto Rossi, titolare delle questioni amministrative e della spending review di Palazzo, ha avuto come effetto l’allontanamento di collaboratori che ormai erano persone di famiglia.
Come il maggiordomo Alfredo, che ora ha aperto un ristorante in piazza delle cinque Lune. Era Alfredo che preparava ogni sera la tisana al “dottore” e magari faceva qualche considerazione su una parlamentare che era andata bene in tv, o su altri argomenti, con l’affetto di uno di casa.
E a qualche parlamentare che frequenta il suo ristorante non nasconde l’amarezza per l’accaduto e la nostalgia per i bei tempi andati.
Ora, l’assalto finale del duo R&P (Rossi e Pascale): far saltare i rapporti di Berlusconi con il pezzo forte della classe dirigente di Forza Italia, impedendo che possano ottenere successo Fitto, Scajola e tutti coloro che vantano di un proprio consenso fatto di preferenze e rapporti col territorio: “Se Fitto si candida — ragionava Marcello Fiori, responsabile dei Club Forza Silvio — arriva primo come preferenze. E a quel punto è il nuovo capo di Forza Italia”.
È Giovanni Toti la figura su cui punta il duo Rossi-Pascale nella fase dei servizi sociali. E questa è la manovra che sta monitorando la Rossi. Manovra ad alto rischio, su cui rischia di esplodere Forza Italia: “Si sta passando il segno — dice più di un azzurro — se Berlusconi va avanti così salta tutto”.
Per Francesca la manovra spericolata si chiama matrimonio. Per arrivare all’obiettivo vanno piegate le resistenze di Berlusconi. Che non solo non è convinto, ma comincia a manifestare una certa noia per prigionia cui è stato costretto.
Ci sono quattro persone che hanno libero accesso ad Arcore senza bisogno del permesso di quelle che nel Palazzo vengono chiamate le badanti.
E sono Marcello Dell’Utri, Gianni Letta, Cesare Previti e Fedele Confalonieri.
A loro Silvio ha detto che non ha intenzione di sposarsi. E che non si sta divertendo affatto.
I quattro, contrariamente a Berlusconi, hanno rapporti con i parlamentari.
E così la notizia circola: a Berlusconi già  manca la libertà .

(da “Huffingtonpost“)

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QUANDO MATTEO RENZI FACEVA COMIZI CON IL CANDIDATO DEL RAS DI MESSINA

Marzo 22nd, 2014 Riccardo Fucile

RENZI ERA A CONOSCENZA DEL CASO DI FRACANTONIO GENOVESE, MA CHIESE I SUOI VOTI PER LE PRIMARIE… E A MESSINA OTTENNE IL 90% DI CONSENSI

Dopo la richiesta di dimissioni dei sottosegretari indagati, per Renzi arriva una pianta ancora più spinosa: il ‘caso Genovese’.
Comincia a emergere il background della vicenda che riguarda il potente deputato democratico di Messina accusato di peculato, truffa aggravata e falso in bilancio nell’ambito dello scandalo sui fondi per i corsi di formazione in Sicilia.
I risvolti di questa storia assumono una rilevanza non più tanto isolana quanto ormai nazionale.
Renzi e gli uomini a lui molto vicini erano stati informati, nella primavera del 2013, sulla qualità  della politica di Genovese, proprio quando l’attuale premier, in profumo di segretaria, era stato invitato dallo stesso Genovese a salire sul palco di piazza Duomo a Messina per sostenere la candidatura a sindaco del suo stretto sodale, Felice Calabrò.
Messina viene così invasa dai manifesti che annunciano, con tanto di faccione sorridente dell’attuale premier, il comizio del 21 giugno.
Nella stessa mattinata, a Comiso, i renziani della Sicilia orientale, sbaragliati nella lotta interna dai metodi e dalla potenza di genovese, tanto da non essere stati candidati alle amministrative, incontrano Renzi in persona e gli comunicano non solo di essere stati messi da parte, ma gli anticipano anche “la bomba” che da lì a poco sarebbe scoppiata e che ora sta deflagrando nel Pd.
Bomba che era stata fatta presente ancora prima, per scongiurare la presenza di Renzi a Messina, al siciliano Davide Faraone (lo stesso che ora dice ‘Siamo pronti a votare per l’arresto se la richiesta è legittima’) e a Luca Lotti, attuale sottosegretario a palazzo Chigi e titolare dei dossier più importanti del governo in carica.
“Caro Renzi, vista la commistione oscura che esiste tra Genovese e il traffico dei corsi professionali – gli fanno notare all’epoca dei fatti Alessandro Russo, Francesco Quero e altri renziani di prima fila, e adesso lo ribadiscono all’HuffPost – non è opportuna la tua presenza sul palco insieme a lui a sostegno del suo candidato anche perchè noi (renziani della prima ora ndr) siamo stati esclusi dalle liste. Ecco rassegna stampa completa sulla questione ‘enti di formazione e Genovese'”.
Renzi la legge e alla Leopolda dell’ottobre successivo, due mesi prima delle primarie, indicando “il Pd che non vogliamo”, Matteo cita il tipo di Pd alla maniera di Genovese: “Non vogliamo il Pd dei corsi di formazione come in Sicilia”.
Nel frattempo però quella sera di giugno, Renzi sale lo stesso sul palco messinese accanto al figlioccio di Genovese, evita la foto opportunity con il deputato Pd, ma l’accordo era stato fatto prima: Genovese, ras delle tessere, secondo quanto si racconta, aveva promesso a Renzi i voti alle primarie dell’8 dicembre.
Infatti tra Messina e provincia l’attuale segretario raccoglie 19.540 preferenze su 24.000 votanti e nella sola città  il 90 per cento dei voti.
Anche la Velina Rossa, il foglio politico vicino al centrosinistra, chiede a Renzi “di dire qualcosa non solo sui sottosegretari indagati ma anche sulla faciloneria di alcuni suoi alleati alle primarie”.
Adesso la bomba messinese democrat è arrivata in Giunta per le autorizzazioni a Montecitorio che dovrà  valutare la richiesta di arresto.
L’operazione sganciamento da Genovese è partita in maniera plateale ed è irreversibile.
I democratici si guardano bene dal chiedere l’incarico di relatore, almeno per il momento. Ben sapendo, come tutti sanno e sapevano, che Francantonio Genovese, uomo d’affari, padrone di partito, ex segretario del Pd siciliano, oltre che ex sindaco di Messina e più volte deputato, è stato quello che ha portato i voti siciliani prima a Bersani e poi a Renzi. Non è un caso se è conosciuto come ‘il re delle tessere’.

(da “Huffingtonpost”)

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LE INCHIESTE SERVONO: IN REGIONE PIEMONTE LE SPESE DEI GRUPPI SONO CALATE DELL’80%

Marzo 22nd, 2014 Riccardo Fucile

NEL 2013 RIMBORSI PER 450.000 EURO CONTRO I 2,3 MILIONI DEL 2012…
ORA FORZA ITALIA, FRATELLI D’ITALIA E NCD SPENDONO UN DECIMO DEL VECCHIO PDL

La cura, drastica, sembra funzionare.
I consiglieri piemontesi devono aver offerto meno pranzi in costosi ristoranti, pagando di tasca propria alcuni acquisti superflui.
Nel 2013, dopo lo scandalo dei rimborsi al Consiglio regionale in Piemonte, i gruppi politici hanno chiesto meno soldi per le loro spese. I dati emergono dai rendiconti pubblicati sul sito istituzionale.
Da questi documenti, semplici tabelle con le voci di spesa, emergono per la prima volta pure i costi per lo staff dei partiti: quasi quattro milioni di euro in totale.
Malgrado le riduzioni nei giorni scorsi la sezione di controllo della Corte dei conti ha chiesto al presidente dell’assemblea regionale Valerio Cattaneo di chiarire come siano stati spesi 200mila euro da alcuni gruppi.
Secondo i calcoli, i rimborsi ottenuti dalle 18 forze politiche sono passati dai circa 2,3 milioni di euro del 2012 ai 450 mila dello scorso anno.
Sono calate le spese per il funzionamento, cioè quelle per consulenze, missioni, materiale di cancelleria, telefoni, abbonamenti, convegni e altro, spese in cui prima rientravano pure i pasti nei ristoranti, i caffè consumati tra una riunione e l’altra, ma anche i tosaerba, i biglietti della Juventus, le consolle dei videogiochi o le mutande verdi di Roberto Cota. Tra i gruppi più numerosi, il Pd passa dai circa 243mila euro del 2012 ai 98mila circa nel 2013; il Pdl (ora scisso in tre gruppi: Forza Italia, Fratelli d’Italia e Nuovo Centro Destra) passa da 596mila a quasi 35mila e la Lega da 380mila circa a meno di 30mila euro.
C’è anche chi ha ridotto all’osso questi costi, come Maurizio Lupi dei “Verdi verdi — L’ambientalista per Cota”, tra i primi indagati della “Rimborsopoli” piemontese: dopo l’avviso di garanzia ha speso poco meno di mille euro.
Alcuni hanno fatto ancora meglio.
Luigi Cursio, fuoriuscito dall’Idv nel gennaio 2013, si è fatto rimborsare solo 127 euro. Diverso il caso di Andrea Stara, politico del Pd e consigliere della lista “Insieme per Bresso” per il quale mercoledì la pm Enrica Gabetta ha chiesto il rinvio a giudizio per peculato (tra le sue spese c’era un tosaerba).
Nel 2013 ha speso 53mila euro per il funzionamento del gruppo di cui è l’unico componente: in questa cifra rientrano 24mila euro per sale riunioni o altre spese logistiche e quasi 17mila euro per “consulenze, studi o incarichi”.
Sono invece 84mila gli euro spesi per questo ambito dal consigliere dei “Moderati” Michele Dell’Utri, indagato per peculato (i pm gli contestano 190mila euro di sondaggi telefonici fatti dalla società  del suo compagno di partito Gabriele Moretti).
Per la prima volta però il consiglio regionale rende pubblici anche i costi per il mantenimento del personale dei gruppi politici.
Il Pd, che ha trenta dipendenti, ha speso 984mila euro. Lo staff di Forza Italia e Ncd nel 2013 è costato quasi 615mila euro.
Progett’azione (un gruppo di fuorisciti dal Pdl ora confluiti in Forza Italia) ne ha usati quasi la metà , la Lega Nord poco più di 443mila euro.
I gruppi con un solo consigliere hanno costi di personale di circa 120mila euro ciascuno. Alcuni sono riusciti a spendere molto meno per lo staff, arrivando sui 60mila euro. Nonostante gli sforzi dei consiglieri i magistrati contabili hanno chiesto approfondimenti perchè “l’esame condotto sui rendiconti ha evidenziato per alcuni gruppi consiliari l’esistenza di irregolarità ”.
In certi casi alcune cifre non corrispondono ai documenti forniti e alcune spese non sarebbero state necessarie perchè la Regione ha a disposizione i servizi e gli strumenti pagati. Intanto il 4 aprile Cota e 40 consiglieri si troveranno davanti al gup che dovrà  decidere sul loro rinvio a giudizio.

Andrea Giambartolomei

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REGIONE LOMBARDIA, ARRESTI E INDAGATI: “MANOVRE OCCULTE SUGLI APPALTI EXPO”

Marzo 22nd, 2014 Riccardo Fucile

ARRESTATO ROGNONI, EX DG DI “INFRASTRUTTURE LOMBARDE”, TRA GLI INDAGATI ANCHE L’EX UFFICIALE DEI ROS DE DONNO E LE FIGLIE DI DACCO’

“Una struttura illegale” all’interno di enti pubblici che opera su due piani ma al servizio esclusivo del direttore generale di “Infrastrutture Lombarde”.
Antonio Giulio Rognoni in pole position fino a qualche settimana fa per diventare subcommissario per Expo2015 è arrestato nell’inchiesta che ha portato allo svelamento di una appalti truccati e strane concessioni di contratti di consulenze: 8 in totale gli arrestati (due in carcere e sei ai domiciliari) e una trentina di indagati.
L’inchiesta ha di fatto decapitato la controllata della Regione Lombardia per la realizzazione di opere come ospedali, scuole ma anche il nuovo Pirellone, incaricata di conferire consulenze e assistenze legali stragiudiziali e assistenza tecnica-amministrativa per lavori legati a Expo.
Ed è sull’esposizione universale, gli appalti e i lavori da assegnare — una torta da oltre 11 miliardi di euro — che emergono “manovre occulte” per pilotare gli appalti.
Almeno due i casi individuati dalla Procura di Milano e riconosciuti dal giudice per le indagini preliminari tra i 70 capi di imputazione contestati a vario titolo: associazione a delinquere, truffa aggravata, falso e turbativa d’asta.
Tra gli indagati l’ex colonello De Donno e le figlie di Daccò.
Tra gli indagati — secondo il gip di Milano Andrea Ghinetti — c’è una cerchia di professionisti (avvocati e ingegneri) totalmente impegnati ad “accaparrarsi il maggior numero di commesse pubbliche” generando di fatto un “organismo parallelo costituito da consulenti esterni”.
Ma non solo; scorrendo i 70 capi di imputazioni spunta un nome noto alle cronache giudiziarie per altre vicende: quello di Giuseppe De Donno, l’ex colonnello del Ros imputato nel processo sulla Trattativa. Non più carabiniere l’ex militare è entrato nel settore della sicurezza privata per vigilare su eventuali infiltrazioni criminali, ma ora deve rispondere di falsità  materiale, turbativa d’asta e truffa.
Come amministratore delegato della società  G-Risk avrebbe messo le mani su gare di Infrastrutture lombarde per la “rilevazione e gestione dei rischi ambientali”.
Nel registro degli indagati sono finiti anche anche i nomi di Erika e Monica Daccò, figlie di quel Pierangelo Daccò, condannato per il crac San Raffaele e coimputato con Roberto Formigoni nell’inchiesta Maugeri.
A loro, responsabili della società  Poliedrika, sarebbe stato dato senza bando un incarico per “un’attività  di promozione a marketing” della commercializzazione del 31° piano del Pirellone.
Rognoni e le “manovre occulte” sugli appalti Expo. Ma è Rognoni, secondo il gip “il capo indiscusso del sodalizio… La sua condotta denota una non comune pervicacia ed al contempo disinvoltura nel momento in cui pianifica e coordina la consumazione di numerosissime condotte di reato.
Tale spregiudicata disinvoltura nella esecuzione dei reati e il ruolo, che egli esige, di colui che tutto deve sapere e di colui che prende le decisioni strategiche anche illecite, rivelano un carattere di particolare pericolosità  in relazione a talune azioni collusive realizzate in procedimenti di evidenza pubblica di enorme rilevanza strategica oltre che economica, tenuto conto (anche) del mancato interesse collettivo alla realizzazione di opere di rilevantissima consistenza e valore”.
Come alcuni degli appalti di Expo. Il gip osserva che, riguardo agli appalti individuati come truccati, i documenti informatici e dalle intercettazioni “hanno dimostrato come i soggetti assegnatari fossero stati individuati con largo anticipo…”.
Sicuramente per gli inquirenti è stata “gravemente turbata” una gara del valore di 1,2 milioni di euro riguardante l’affidamento “a professionisti esterni dei servizi legali” nell’attività  di Infrastrutture Lombarde di “supporto e assistenza ad Expo 2015 spa”, ma “ruolo e compiti di Rognoni in relazione all’assegnazione degli incarichi si evincono — scrive il gip nell’ordinanza — poi esplicitamente nella parte in cui vengono rappresentate le manovre occulte finalizzate a pilotare gli affidamenti tecnici presso al direzione lavori nell’ambito delle opere di realizzazione della cosiddetta ‘Piastra’ Expo…” appalto poi finito all’azienda Mantovani, finita nel mirino della Procura di Venezia per presunte tangenti e fatture false un anno fa.
Proprio su quell’appalto vinto il gip evidenzia che dopo che Roberto Formigoni si era lamentato pubblicamente della gara vinta con un ribasso del 43% dalla Mantovani il sottosegretario alla presidenza pro tempre aveva invitato Rognoni a evitare una brutta figura che si sarebbe tradotta in una “sconfitta politica evidente”. Formigoni infatti aveva diffuso un comunicato stampa per manifestare la sua preoccupazione per l’eccessivo ribasso.
Così Rognoni aveva attivato i suoi collaboratori affinchè ottenessero garanzie ulteriori all’azienda. Iniziative commentate così da due degli indagati: “Sono tutte turbative, sono tutti abusi…”, “… il problema è che vogliono ricattare Mantovani… se non mi fai le garanzie io non ti aggiudico… siamo al delirio mistico”.
Dagli atti emergono accordi su “future gare”. Sono due le gare relative all’Expo che, a leggere l’ordinanza di custodia cautelare, sarebbero state inquinate indette da Infrastrutture Lombarde per affidare a professionisti esterni la preparazione di “atti e documenti necessari per l’avvio e lo svolgimento delle procedure di affidamento afferenti alla realizzazione delle opere di costruzione per il Sito per l’Esposizione Universale, sino alla stipula dei relativi contratti di appalto”.
Tra gli indagati c’è anche Cecilia Felicetti, il direttore generale di Arexpo (che in una nota sostengono che “le indagini attualmente in corso non riguardano la società “) tra le cui funzioni c’è l’acquisizione delle aree del sito Expo.
Secondo il giudice “emerge dagli atti e dai testi delle telefonate riportate che con l’accordo della Felicetti gli indagati hanno già  predeterminato l’assegnazione di future gare“.
Inoltre per il gip il sistema messo in piedi dall’ex dg creava un “clamoroso e spudorato conflitto di interessi“, situazione che si è verificata anche per quanto riguarda la costruzione di Palazzo Lombardia per la “collusione tra professionisti appaltatori dei servizi legali e partecipanti risultati vincitori alle gare, i quali erano contemporaneamente seguiti — per quelle stesse gare — dai rispettivi studi professionali, in clamoroso e spudorato conflitto di interessi”.
Emblematico è proprio il caso della nuova sede della Regione voluta dall’ex governatore Formigoni.

Giovanna Trinchella

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LE SOCIETÀ DI STATO DOVE GLI AMMINISTRATORI SONO PIÙ DEI LORO DIPENDENTI

Marzo 22nd, 2014 Riccardo Fucile

LO SCANDALO DI SOCIETA’ PUBBLICHE TRA INDENNITA’, GETTONI E RIMBORSI SPESE

Per gestire una società  pubblica al 100% è sempre necessario un consiglio di amministrazione con indennità  multiple, gettoni e rimborsi spese, o invece basta un più sobrio amministratore unico?
L’interrogativo diventa ineludibile se si prende, ad esempio, il caso della Rete autostrade mediterranee, società  interamente posseduta dal Tesoro.
Nel 2012 i compensi degli amministratori, pari a 312.500 euro, superavano di gran lunga gli stipendi di tutto il personale: 258.560 euro.
Trattasi di una società  interamente posseduta dal Tesoro creata pomposamente nel 2004 dal secondo governo di Silvio Berlusconi per il grandioso progetto delle autostrade del mare.
Dieci anni dopo ha il compito di gestire le istruttorie per i contributi agli autotrasportatori che caricano i tir sui traghetti.
Con cinque consiglieri di amministrazione e due impiegati, secondo i dati comunicati alla Camera di commercio.
Nel 2012 i dipendenti erano ben quattro, di cui tre a tempo determinato.
Vero è che li aiutavano una dozzina di co.co.co. Ma è pur vero che i compensi degli amministratori, pari a 312.500 euro, superavano di gran lunga gli stipendi di tutto il personale: 258.560 euro.
Somma, quest’ultima, di poco superiore alla sola retribuzione di 246 mila euro percepita nel 2012 dall’amministratore delegato Tommaso Affinita.
Un peso massimo di quella burocrazia che va volentieri a braccetto con la politica: dirigente del Senato, capo di gabinetto dei ministri delle Poste Antonio Gambino e Pinuccio Tatarella, presidente dell’Autorità  portuale di Bari…
E nonostante rimanga inarrivabile la vetta raggiunta una volta in Campania da un consorzio parapubblico (Imast) con 25 consiglieri di amministrazione e un solo dipendente, che per uno scatto di decenza venne poi fuso con un altro ente parapubblico (Campec) che di consiglieri ne aveva solo 11 e di impiegati ben 8, le ragioni che tengono la Ram ancora in vita sono imperscrutabili.
Scorrendo la lista delle controllate non quotate del Tesoro il sospetto che la spending review dovesse partire da qui viene eccome.
Prendete “Studiare sviluppo”: è una società  di consulenza del Tesoro che si prodiga anche in consulenze per gli altri ministeri.
Recentemente, quello dell’Ambiente in vista dell’Expo 2015.
Manifestazione, per inciso, affidata a un’omonima società  pubblica il cui amministratore Giuseppe Sala ha avuto nel 2012 un compenso di 428 mila euro. Incerto il perchè una consulenza del genere debba passare attraverso una srl statale. Certissimo, invece, che nel 2012 l’amministratore delegato di Studiare Sviluppo, Carlo Nizzo, ha incassato 261.771 euro.
Cifra perfino inferiore a quella toccata nello stesso anno a Riccardo Mancini (287.188 euro), l’uomo che l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno aveva collocato a capo dell’Eur spa e che ora se la deve vedere con un processo per tangenti.
Chi ricorda poi la Sogesid? L’avevano fatta vent’anni fa per gestire la legge Galli sui bacini idrici.
Poi la cosa ha preso un’altra piega, ma la Sogesid è sopravvissuta. Con cinque consiglieri, guidati da Vincenzo Assenza, già  vicepresidente della Provincia di Siracusa Retribuzione 2012, 326 mila euro.
Un soffio al di sopra dell’indennità  (300 mila) del presidente delle Fs Lamberto Cardia, riconfermato nel 2013 a 79 anni d’età .
Come è pure sopravvissuta alle privatizzazioni una scheggia delle assicurazioni pubbliche. Si chiama Consap e ha 5 consiglieri, per un costo in stipendi e gettoni di 760 mila euro.
Di questi, 473,7 per l’amministratore delegato Mauro Masi, ex direttore generale della Rai, e 225,8 per il presidente Andrea Monorchio, fino a 13 anni fa Ragioniere generale dello Stato.
Cifre che possono apparire modeste, se rapportate ad altre buste paga.
Per esempio i 570.500 euro di Giuseppe Nucci, capo della Sogin, la società  che deve smaltire le scorie delle centrali nucleari chiuse 26 anni fa.
Ma pure i 601 mila dell’amministratore del Poligrafico Maurizio Prato. Anche se va ricordato come i vertici delle società  statali dovranno rispettare il tetto dei 302 mila euro imposto ai superburocrati.
Se non addirittura quello ancora più restrittivo di cui si sta discutendo: i 248 mila euro dello stipendio del presidente della Repubblica.
Limite cui saranno invece sottratte società  legate al mercato o che emettono obbligazioni. Tipo le Ferrovie, il cui amministratore delegato Mauro Moretti ha portato nel 2012 a casa 873 mila euro.
O la Cassa Depositi e prestiti di Giovanni Gorno Tempini: un milione 35 mila euro. Oppure le Poste di Massimo Sarmi, in scadenza dopo 12 anni, che ha il record assoluto della retribuzione 2012 per le società  pubbliche non quotate: 2 milioni 201 mila euro.
Tutta colpa di quei 638 mila euro di arretrati dell’anno prima…

Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera“)

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DOPO RENZI SI APRE LA GARA A CHI CE L’HA PIU’ SCOUT

Marzo 21st, 2014 Riccardo Fucile

DOPO IL PREMIER HANNO TUTTI FATTO LO SCOUT

Contrordine compagni.
Passata l’era dell’impalpabile Pd di Veltroni; scomparsi in un lampo sia il partito bersaniano del sudore sia il pragmatismo da salotto buono di Enrico Letta, è l’ora di ascoltare il richiamo della giungla.
Dotazione morale? “Fierezza e forza”. Dotazione fisica? “Zampe che non fanno rumore, occhi che vedono nell’oscurità , orecchie che odono il vento delle tane, denti bianchi e taglienti”.
Arrotolate le bandiere rosse e verdi, fedelissimi — e non — del Grillo Esuberante Matteo Renzi hanno cominciato ad arrampicarsi sui soppalchi di casa in cerca di cimeli-da-giungla.
Tutti pronti a rispolverare la camicia azzurra con fazzolettone e distintivi oppure, se mestamente privi di passato col bollino Agesci, veloci nell’elogiare i valori scout del leader dal passato in calzoncini blu
In prima fila quanto a zelo il senatore Pd Roberto Cociancich, già  presidente nazionale Agesci: “Renzi è abituato a dire in faccia ciò che pensa, e tra i valori irrinunciabili dello scoutismo c’è la lealtà ”, spiegava di recente all’Adn Kronos.
Ma non basta: tutta scout sarebbe anche la sua “grandissima curiosità ”, visto che “gli scout vanno sempre verso nuove frontiere”; per non parlare dell’atteggiamento scanzonato — “nello scoutismo la cosa più seria è il gioco”.
E infatti, ha raccontato Samuele Fabbrini, candidato sindaco a Pontassieve, “quella notte che ci siamo persi Matteo prese la chitarra e suonò per noi”.
E mentre Roberta Pinotti, ministro della Difesa, nelle poche righe del suo account twitter segnala la sua appartenenza scout, ribadendola fieramente alle Invasioni Barbariche dell’altro ieri (“Non è che chiudiamo il Consiglio dei ministri facendo Bim Bum Crac”, però…), Dario Nardella, ex vicesindaco di Firenze e deputato Pd, ha dovuto ammettere a malincuore a Un giorno da pecora che lui e Renzi sono uguali in tutto “ma io ho fatto gli scout laici, lui no”.
E poi c’è il finanziere Davide Serra, che si è avvicinato a Renzi saputo del suo passato scout, e il deputato Pd Federico Gelli, che sul sito ricorda di aver appreso dagli scout “spirito di servizio e amore per la natura”.
L’etica scout, portata dal vento del renzismo, come soluzione al vuoto ideologico in cui fluttuiamo, nell’epoca delle passioni tristi? Sì e no.
Perchè un conto è dire, come fa Enrico Brizzi, autore di La legge della giungla (Laterza), che “è mille volte meglio per i ragazzini di oggi apprendere la lealtà  e la competizione scout che stare di fronte a Violetta o alla saga di Candy Crush”, un conto fare dello scoutismo il collante morale del governo.
Non tutti sono stati scout, e dunque quelli della Legge della giungla sono sempre una lobby, per quanto buona e povera.
E poi, soprattutto (chi li ha fatti lo sa) l’etica lupetta è fatta da slogan così generali — “il lupetto pensa agli altri come a se stesso, vive con gioia e lealtà  dentro il branco”— che la vera differenza morale la fa il gruppo e i “grandi capi” che ti capitano.
Insomma puoi finire nel branco-reparto super gerarchico o in quello anarchico, in quello bigotto e in quello dove maschi e femmine si intrufolano nelle rispettive tende, in quello che va sul serio a aiutare le vecchiette e in quello per cui le uscite sono giusto un pretesto per fumarsi un po’ d’erba di nascosto
Un gioioso relativismo che si riflette sia nei variopinti giudizi sugli scout — di destra o sinistra? Fascisti o antifascisti? Ortodossi o secolarizzati? Comunitaristi o individualisti? Omofobi o tolleranti? — sia nel fatto che gli scout famosi ben poco hanno in comune (per dare un’idea degli opposti ideologici: Avati e Giletti, Verdone e Severgnini, La Russa e Renzo Piano, Fioroni e Fabio De Luigi, Bertolaso e Jovanotti, Giovanna Melandri e Luttazzi).
Insomma ci possiamo divertire a trovare analoghi politici ai personaggi della giungla (Mowgli il cucciolo d’uomo cresciuto dal branco del lupi, alias il Pd; Akela il maestoso e solitario capobranco, poi fatto fuori, una specie Prodi ferino; Baloo l’orso maestro di legge, un po’ Napolitano un po’ Rodotà , le scimmie Bandar-log che vivono senza legge, il popolino ammansito dalla tv, etc), ma dall’etica del branco in salsa scout difficilmente ricaveremo qualcosa di diverso da un generico solidarismo fatto di pacche sulla spalla e auguri di buona caccia.
Mentre chi è fuori dalle tende della politica si chiede, con le parole maestre del saggio avvoltoio Chil: “Fratello, ma siamo davvero dello stesso sangue, tu ed io?”.

Elisabetta Ambrosi

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PROVINCE CANCELLATE? NO, PROROGATE

Marzo 21st, 2014 Riccardo Fucile

È QUESTO L’ACCORDO SUL DDL DELRIO… I COMMISSARI, PER TUTTO IL 2014, SARANNO GLI ATTUALI PRESIDENTI

Province abolite? No, commissariate fino alla fine del 2014. Quindi, di fatto, prorogate.
Quote rosa approvate nella legge elettorale per le Europee? Sì, ma dal 2019. Contributi alla riforma del Senato annunciata dal governo? Per ora, solo riflessioni.
Palazzo Madama aspetta Renzi al varco dell’Italicum. Ma nel frattempo, più che barricate, si vede una certa confusione sotto al cielo.
Martedi arriva in Aula (voto previsto mercoledì) il ddl Delrio sul superamento delle Province (che aveva come primo effetto quello di evitare che si svolgessero nuovamente le elezioni) attualmente fermo in commissione Affari costituzionali del Senato a causa dei circa 3 mila emendamenti presentati soprattutto da Fi e Lega. Niente paura: trovato l’accordo con Forza Italia.
Quale? Le Province già  commissariate sono prorogate fino al 31 dicembre 2014; ma soprattutto vengono commissariati i consigli provinciali in scadenza.
E chi sarà  il commissario? Lo stesso presidente della Provincia.
Inoltre, verrà  aumentato il numero dei consiglieri dei Comuni fino a 10 mila abitanti e si dà  la possibilità  di un terzo mandato per i sindaci dei Comuni fino a 3 mila abitanti.
Se è per le quote rosa, la mediazione trovata dopo giorni di scontri è alquanto singolare: ieri il Senato ha approvato con 155 sì, 58 no e 15 astenuti l’intesa sul ddl sulle europee che introduce la parità  di genere dal 2019.
L’intesa tra Pd, Ncd e Fi prevede una norma transitoria che vale solo se si danno tre preferenze, la terza deve esser di sesso diverso dalle prime due. Insomma, la parità  non c’è e quando ci sarà  sarà  subordinata al fatto che esistano 3 preferenze.
Infine, c’è la questione riforma del Senato.
Esiste una proposta governativa, sulla quale il premier sta accogliendo modifiche.   Prima di partire per Bruxelles Matteo Renzi — presenti il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio, il ministro per gli Affari Regionali Maria Carmela Lanzetta e il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi — ha incontrato i presidenti delle Regioni, guidati da Vasco Errani, subito dopo con i sindaci dell’Anci, guidati da Piero Fassino.
Un clima di collaborazione, ma con una richiesta: le Regioni criticano “l’identico numero di rappresentanti di ciascuna Regione e Provincia autonoma” nel nuovo Senato delle Autonomie.
Ci vuole un riequilibrio, insomma, della rappresentatività .
Il nuovo Senato deve essere “espressione autorevole delle istituzioni territoriali”: per questo i governatori giudicano “non condivisibile” la previsione della nomina, da parte del capo dello Stato, di altri 21 componenti dell’assemblea.
Renzi ha ascoltato e ha insistito sulla necessità  di accelerare. Il punto centrale è come la maggioranza di governo recepirà  le proposte dell’esecutivo.
Per cercare di arrivare almeno a calmare gli animi nel Pd, nel lavoro preparatorio della bozza che alla fine dovrà  essere predisposta dalla Commissione Affari costituzionali sono stati coinvolti insieme al ministro Maria Elena Boschi anche la presidente della Commissione Affari costituzionali, Anna Finocchiaro (acerrima nemica di Renzi) e il capogruppo dem, Luigi Zanda.

Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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CARRAI E RENZI NEI GUAI, SI MUOVE ANCHE LA FINANZA

Marzo 21st, 2014 Riccardo Fucile

LE FIAMME GIALLE ACQUISISCONO CARTE SU SOCIETà€ VICINE AL PREMIER MENTRE LA PROCURA APRE UN FASCICOLO SULLA CASA DEL FEDELISSIMO

Un anonimo imprenditore paga l’affitto a un sindaco e nei tre anni successivi riceve incarichi in società  controllate del Comune, appalti dall’amministrazione e gestisce le casse di associazioni e fondazioni create ad hoc per finanziare le campagne elettorali che nel tempo portano quel primo cittadino a diventare premier.
Questo, in sintesi, quanto avvenuto a Firenze, tra Marco Carrai e Matteo Renzi.
Ieri la procura toscana ha aperto un fascicolo senza indagati nè ipotesi di reato sulla vicenda dell’appartamento di via Alfani 8, poco distante da Palazzo Vecchio, dove Renzi ha avuto la residenza dal 2011 al 2013, pagato dall’amico Carrai.
La Guardia di finanza, a quanto si apprende, sta acquisendo da alcune settimane e con molta discrezione, gli atti relativi alle società  e alle associazioni che gravitano attorno al premier.
Tutto è nato da un esposto presentato a gennaio da Alessandro Maiorano, un dipendente comunale che da anni segue con molta attenzione le vicende del suo primo cittadino, oggi presidente del Consiglio.
Maiorano, per capire, ha presentato il primo esposto alla Guardia di finanza nell’ottobre 2012 sui rapporti tra Renzi e le società  degli amici.
Un accanimento, secondo l’ex sindaco, che a gennaio si decide a querelare Maiorano. Ma quando quest’ultimo ritira la denuncia nei suoi confronti, scopre che Renzi nella querela indica come residenza non Pontassieve, Comune a pochi chilometri da Firenze dove vive con la famiglia, ma via degli Alfani 8.
Due portoni prima della Cooperativa sociale il Borro che la scorsa estate fu al centro dell’inchiesta sulle escort portate a Palazzo Vecchio.
Maiorano comincia così una sua indagine personale, poi approfondita da Libero e infine confermata dallo stesso Carrai che al quotidiano diretto da Maurizio Belpietro ammette: “Pagavo io”.
Verità  che però ieri l’entourage del premier ha tentato di ridimensionare.
L’ufficio stampa di Renzi ha diffuso una nota spiegando che l’allora sindaco ha “usufruito in alcune circostanze dell’ospitalità ” dell’amico. E di circostanza in circostanza ci ha preso la residenza. Ma per rafforzare la tesi è intervenuto anche l’avvocato Alberto Bianchi: “Quella casa non è stata presa in affitto da Carrai per Renzi, ma per lo stesso Carrai che poi, per amicizia, ha anche ospitato lo stesso Renzi il quale vi si appoggiava, per evidente praticità , nei momenti in cui ne aveva bisogno in relazione alla sua attività  di sindaco”.
Bianche non è solo l’avvocato di Renzi e di Carrai, come ieri hanno riportato le agenzie di stampa.
Oltre a essere amici, i tre lavorano da sempre insieme. O meglio: Bianchi si è unito alla coppia Renzi-Carrai nel 2009, dopo la vittoria in Comune.
Bianchi è stato tesoriere della fondazione Big Bang prima e della Open poi, ha garantito a propria firma un mutuo acceso dalla Festina Lente, altra associazione dedita alla raccolta fondi per le campagne elettorali di Renzi, per organizzare alcune cene di fund raising.
Big Bang, Open, Festina Lente e Link: dal 2007 al 2013 raccolgono quasi 4 milioni di euro per Renzi e solamente di un quarto di questo tesoretto si conosce la provenienza. Eccolo il ruolo di Carrai e Bianchi: i fund raiser.
Il capitolo finanziatori è oggetto di un altro esposto oggi in mano alla Gdf. Se alla attività  di “raccoglitore di fondi” Bianchi affianca quella di legale dei due amici, Carrai ha invece diversi incarichi societari.
Una fama da imprenditore cresciuta negli anni in progressione con l’ascesa politica di Renzi.
Carrai oggi ha numerosi incarichi, uno su tutti: la presidenza di Adf, società  che gestisce l’aeroporto di Firenze. Ma è anche nell’ente Cassa di Risparmio di Firenze ed ha guidato la Firenze Parcheggi.
Quest’ultima è tra i committenti della DotMedia, società  che chiude il cerchio e ci riporta all’affitto di via Alfani.
Perchè DotMedia ha tra i clienti, oltre a Firenze Parcheggi, anche Rototype, azienda di famiglia di Alessandro Dini, proprietario dell’attico affittato da Carrai e in cui è stato residente Renzi.
Come ogni sala degli Uffizi sorprende i turisti, così ogni società  che s’incontra seguendo Renzi svela nuovi legami: due dei quattro soci di DotMedia sono Alessandro Conticini e Matteo Spanò.
Conticini è fratello del cognato di Renzi: Andrea Conticini è il marito di Matilde, sorella del fu rottamatore.
Spanò, invece, oltre a essere presidente nazionale dell’Agesci è a capo dell’Associazione Musei per i Ragazzi quella che gestisce i lavori per i musei del Comune e che ha affidato l’appalto per le guide su tablet alla C&T Crossmedia di cui è proprietario al 51%, attraverso la D&C, sempre Carrai.

Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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