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PADOAN-RENZI: NON C’È L’INTESA SUL TAGLIO DELLE TASSE

Marzo 8th, 2014 Riccardo Fucile

IL PRIMO VORREBBE DARE I 10 MILIARDI TEORICI ALLE IMPRESE, IL SECONDO   AI LAVORATORI SOTTO I 25.000 EURO LORDI DI REDDITO… PECCATO CHE I 10 MILIARDI NON CI SIANO

Accelerazioni e frenate. Chi tira da una parte e chi dall’altra, e in questo caso renziani da un lato e ministri economici dall’altro.
Nella maggioranza e nella stessa squadra di governo è in corso un braccio di ferro per decidere la platea alla quale destinare il corposo taglio del cuneo fiscale che dovrebbe essere pari a circa 10 miliardi.
Ai lavoratori o alle imprese? Irpef o Irap?
Due le ipotesi: destinare tutti i 10 miliardi agli sgravi ai lavoratori (probabilmente con un tetto di reddito fissato a 25mila euro) o ridurre di circa il 30% l’imposta regionale sulle attività  produttive.
E se alla fine, per mettere d’accordo tutti, si decidesse di suddividerli a entrambi?
Ai renziani non dispiacerebbe destinare l’intera somma ai lavoratori, mentre i ministeri dell’Economia e dello Sviluppo economico spingono per favorire le imprese. Fermo restando che l’esecutivo è ancora a caccia delle coperture e delle risorse a favore delle misure che dovrebbero essere varate mercoledì dal Consiglio dei ministri. Il condizionale è d’obbligo.
Non si sa se quattro giorni basteranno per sciogliere tutti i nodi e ai piani alti di Palazzo Chigi si respira scetticismo.
Bisogna vedere i costi e gli effetti che le norme possono avere, spiegano fonti governative, e capire quali possono essere le coperture.
Ciò che è certo è che queste sono ore di studio e che al momento tutte le ipotesi restano sul tavolo, anche quella di destinare i fondi sia ai lavoratori sia alle imprese. Pur di uscire dall’impasse.
Quest’ultima ipotesi era stata accantonata dopo che il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, in un’intervista al Sole 24 Ore, aveva spiegato che sarebbe stato opportuno “concentrare tutto l’intervento in una direzione, tutto sulle imprese o tutto sui lavoratori”. Su questo punto il premier si sarebbe detto d’accordo. Ma, un attimo dopo, si è posto il problema della platea: motivo di discordia.
Secondo quanto riferiscono fonti di palazzo Chigi, quella di concentrare tutte le risorse sul taglio dell’Irpef sarebbe “solo una delle ipotesi in campo” e Renzi così come il sottosegretario Graziano Delrio, al momento, non ha preso una decisione poichè si starebbe ancora valutando la possibilità  di intervenire sul carico fiscale che pesa sulle imprese.
In questa direzione spinge una parte dell’esecutivo, quella appunto che ha incarichi economici.
Sia il vice ministro dell’Economia, Enrico Morando, in sintonia con il ministro Padoan, sia il vice ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, chiedono infatti di puntare sul taglio dell’Irap. Ed è quest’ultimo che interviene con una nota ufficiale: “Concentrare tutte le risorse disponibili sul taglio dell’Irap è fondamentale per rimettere in moto la crescita e l’occupazione. Chiunque abbia mai messo piede in un’azienda — spiega – sa perfettamente che anche gli incentivi alle assunzioni funzionano solo se un’impresa è messa nelle condizioni di competere e investire, e oggi in Italia così non è”.

Ci limitiano a due considerazioni.
1) Destinare tale importo, facendo finta per un attimo che i 10 miliardi esistano davvero, a chi ha un reddito lordo sotto i 25.000 euro vorrebbe dire circa 80 euro in più in busta paga a chi ne guadagna meno di 1000 al mese.
Con i milioni di disoccupati che vi sono in Italia, ormai alla canna del gas, non sarebbe meglio destinarli a costoro o per favorire l’assunzione di giovani disoccupati?
2) Seconda verità : i presunti 10 miliardi che Renzi “promette” in realtà  sono 7 (in quanto siamo a marzo) , di cui 3 già  stanziati da Letta. Morale sono 4.
E dove si prendono? Dai soliti teorici tagli alle spese e, udite udite, dal famoso accordo con la Svizzera per il rientro dei capitali occultati. Quello di cui da almeno 5 anni hano parlato tre governi (Berlusconi, Monti e Letta).
Ma se evitassero di prenderci per i fondelli, no eh?

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DIO LI FA E POI LI ACCOPPIA, ORA GRILLO STRIZZA L’OCCHIO A SALVINI: “BASTA ROMA, TORNIAMO ALLA REPUBBLICA DI VENEZIA E ALLE DUE SICILIE”

Marzo 8th, 2014 Riccardo Fucile

MA SE FOSSE VISSUTO NELLA REPUBBLICA DI GENOVA SAREBBE ANCORA A PIEDE LIBERO?….SALVINI, ALTRO DISPERATO, CONCORDA: “BATTAGLIA COMUNE”

“Basta Roma, torniamo alla Repubblica di Venezia e alle Due Sicilie”. Nel bel mezzo del repulisti interno al M5S (una partita, quella dei dissidenti da epurare il prima possibile, che Gianroberto Casaleggio intende chiudere entro le elezioni europee), Beppe Grillo strizza l’occhio alla Lega Nord.
Al ritmo (ormai pressochè consolidato) di un’uscita al giorno, il fondatore e leader del Movimento oggi torna a scrivere sul proprio blog utilizzando temi storicamente cari al Carroccio.
Tipo: “l’Italia è “un’arlecchinata di popoli, di lingue e di tradizioni che non ha più alcuna ragione di stare insieme”.
Una saldatura sul secessionismo che non dispiacerà  affatto alla Lega Nord e su cui sarà  il Pd a chiosare: “Ormai le tenta tutte”.
Secondo Grillo, “per far funzionare l’Italia è necessario decentralizzare poteri e funzioni a livello di macroregioni, recuperando l’identità  di Stati millenari, come la Repubblica di Venezia o il Regno delle Due Sicilie”.
Nel mirino finiscono tutto e tutti, Giorgio Napolitano e Matteo Renzi in primis: “E se domani – scrive infatti Grillo – quello che ci ostiniamo a chiamare Italia ci apparisse per quello che è diventata?”
“La Bosnia – prosegue il post – è appena al di là  del mare Adriatico. Gli echi della sua guerra civile non si sono ancora spenti”
La reazione del Carroccio si fa attendere solo qualche ora. A commentare le parole del ‘garante’ dei Cinque Stelle è il segretario Matteo Salvini che ‘apre’ all’ipotesi di una battaglia comune: “Non vorrei – dice il numero uno della Lega – che essendo in difficoltà , Grillo inseguisse la Lega (che invece gode di ottima salute….n.d.r.) ma se da lui non ci saranno “solo parole”, fra M5s e Lega “sarà  una battaglia comune”. Salvini chiede poi a Grillo di sostenere sin da ora il referendum per l’indipendenza del Veneto.
Speriamo per Grillo che non rifacciano la Repubblica di Genova: rischierebbe di finire ai ferri per farneticazioni pubbliche.

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INTERVISTA AL SOCIOLOGO GALLINO: “PIANO DEL LAVORO DI RENZI? VECCHIE IDEE, LA DISOCCUPAZIONE RIMANE”

Marzo 8th, 2014 Riccardo Fucile

“OCCORRE RIPORTARE LA FINANZA AL SERVIZIO DELL’ECONOMIA PRODUTTIVA”…”LA FLESSIBILITA’ HA SOLO DIMINUITO I POSTI DI LAVORO”

Mentre lo raggiungiamo al telefono, il professor Luciano Gallino sta leggendo un rapporto sul sistema sanitario in Grecia: “Un disastro assoluto, il prodotto di politiche di austerità  che produce risultati terrificanti”.
Quanto si vede finora con il nuovo governo sembra andare in quella direzione.
“Finora si è parlato molto, gli impegni sono tutti da vedere, ma mi sembra che ci muova sulla linea degli ultimi 20-25 anni. E che hanno solo aumentato la flessibilità  e la precarietà  del lavoro”.
Nessuna speranza su Renzi?
Direi che la sua domanda è una buona metafora del mio stato d’animo.
Cosa non la convince del piano del lavoro per come lo si conosce finora?
Sono passati 20 anni dalle prime proposte Ocse sulla flessibilizzazione del lavoro. Il risultato è che i precari sono aumentati a dismisura.
La riforma del “mercato del lavoro” non può servire a ridurre la precarietà ?
È uscita una gran quantità  di saggi che dimostrano come le riforme dei contratti di lavoro non modificano, se non in peggio, la creazione di posti di lavoro.
La tendenza che lei vede in atto, quindi, è la stessa dei precedenti governi?
Mi sembra proprio di sì. In realtà  non si è mai voluto analizzare in profondità  il motivo per cui le imprese chiedono maggiore flessibilità .
E qual è?
Non solo evitare la grana dei licenziamenti , ma anche trasformare il lavoro in un’appendice dei movimenti di capitale. La catena del valore si è ormai internazionalizzata e la forza lavoro viene collocata in uno stato di perenne transizione. Si pensi ai contratti a zero ore.
Contratti a zero ore?
Sì, in Gran Bretagna ne sono stati stipulati circa un milione. Zero ore per zero soldi. Il lavoratore firma un contratto che lo mette a disposizione dell’impresa che lo può chiamare con un sms anche per poche ore. Il lavoro diventa una sorta di rubinetto da aprire e chiudere a piacimento.
Cosa pensa dei mini-job tedeschi?
Parliamo di contratti da 15 ore alla settimana a 450 euro al mese. Se ne collezioni almeno due riesci a raggiungere un reddito che si colloca sulla soglia di povertà .
L’obiezione ricorrente è che è sempre meglio di niente.
È una brutta obiezione, perchè sarebbe come dire che se hai contratto una brutta malattia in realtà  potresti stare peggio. La forza della Germania, il suo export, si fonda sull’impennata della produttività  senza aumenti retributivi. Il successo tedesco si fonda sulla pelle dei lavoratori.
La sua idea per contrastare la precarietà  e creare lavoro?
Riportare la finanza al servizio dell’economia produttiva, creare occupazione assumendo direttamente su progetti ad hoc. Con investimenti pubblici si possono ristrutturare ospedali, interventi idrogeologici, etc.
Un modello keynesiano classico?
Abbiamo l’acqua non più alla gola, ma sopra gli occhi. Occore fare qualcosa urgentemente.

Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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“COSÃŒ NAPOLITANO AFFOSSÃ’ LA PRIMA VERSIONE DELLA LEGGE ELETTORALE RENZI-BERLUSCONI”

Marzo 8th, 2014 Riccardo Fucile

IL POLITOLOGO D’ALIMONTE RACCONTA COME IL COLLE FOSSE CONTRARIO AL SISTEMA SPAGNOLO PERCHE’ PREMIAVA TROPPO I GRANDI PARTITI

A Napolitano la prima versione dell’accordo tra Renzi e Berlusconi, sostanzialmente il modello spagnolo, fortemente bipartitico, non piaceva.
A raccontarlo, seppur con i termini e l’occhio del politologo, è Roberto D’Alimonte. Ovvero il costituzionalista che ha lavorato con Renzi e per Renzi alla legge elettorale. Che ieri in un convegno all’Istituto Sturzo di Roma ha ricostruito tutte le fasi iniziali della riforma ora al voto della Camera.
Facendo emergere due punti fondamentali: il ruolo del presidente della Repubblica e la mediazione continua di Renzi con Denis Verdini, emissario di Silvio Berlusconi. Che come accade anche in questi giorni è quello al quale il segretario dem affida l’ultima parola prima di qualsiasi modifica.
Fino alla chiusura dell’accordo del Nazareno con il Caimano, Renzi si era totalmente affidato ai servizi del Professore, che aveva cercato di congegnare un meccanismo che rispettasse i requisiti della Corte costituzionale, rispondendo però alle esigenze tecnico-politiche di Renzi in primis e di Berlusconi, poi.
Quando si è arrivati alla Camera le cose sono cambiate.
Lo stesso D’Alimonte non aveva previsto l’algoritmo (ovvero il sistema della ripartizione dei seggi) e su quello hanno poi lavorato gli uffici studi della Camera.
Ma soprattutto per l’esigenza di mediare con i piccoli il testo concordato da Matteo e Silvio, il modello iniziale è stato totalmente stravolto.
Senza che Renzi abbia più sentito la necessità  o l’esigenza di parlare con quello che doveva essere il padre, e che ora si definisce lo “zio”, della riforma.
E che da qualche giorno prende le distanze, con interviste e articoli.
Pur ammettendo la necessità  del “compromesso” in politica, e definendola comunque “una buona legge con qualche difetto” ha usato parole critiche sulla scelta di dare validità  all’Italicum solo per la Camera, con due sistemi opposti nei due rami del Parlamento.
In un primo momento, dunque a gennaio il segretario del Pd e il leader di FI avevano trovato un’intesa su un modello spagnolo: proporzionale con elevata capacità  selettiva e con effetti potenzialmente bipartitici grazie a collegi plurinominali molto ridotti, al riparto dei seggi su base territoriale con assenza di recupero nazionale dei voti, a soglie di sbarramento implicite assai elevate.
E l’aggiunta di un premio di governabilità .
Ma Napolitano, spiega D’Alimonte, era preoccupato che il sistema elettorale non riproponesse alcuni meccanismi già  censurati dalla Corte, “troppo maggioritari e distorsivi della rappresentanza”.
In particolare, al Presidente la soglia per far scattare il premio di maggioranza sembrava troppo bassa e l’entità  del premio troppo grande. Non solo.
L’intesa provocò una reazione negativa da parte dei piccoli penalizzati, di Letta timoroso delle ripercussioni negative sulla tenuta del proprio esecutivo per le critiche e defezioni di Ncd, Sc e Per l’Italia.
Così si giunse all’elaborazione di un modello ben diverso, con il premio che scattava in un primo momento al 33% dei suffragi e poi al 37%.
Fu poi nel corso dell’incontro al Nazareno del 18 gennaio che Renzi chiese al Cavaliere l’introduzione del ballottaggio, non ottenendo risposta poichè, come racconta D’Alimonte, il tema doveva essere esaminato accuratamente da Denis Verdini.
E per questo motivo l’attuale premier non ne fece cenno nella conferenza stampa quella sera. Solo il 20 gennaio, con l’ok di Verdini, la riserva fu sciolta con l’accettazione del doppio turno da parte del fondatore di Fi in cambio di una soglia relativamente bassa di suffragi per evitarlo.
Un via libera concesso da Berlusconi nella convinzione di poter vincere al primo turno.

Wanda Marra
(da “il Fatto Quotidiano“)

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I NEMICI DELLA RIFORMA PREPARANO LA PALUDE DI PALAZZO MADAMA

Marzo 8th, 2014 Riccardo Fucile

SI DELINEA UNA TRINCEA TRASVERSALE PER CAMBIARE L’ITALICUM SU PREFERENZE E SOGLIA

Può darsi che si tratti solo di un tentativo di intimidazione contro il governo. Oppure di una somma di debolezze e di frustrazioni destinate a rivelarsi un bluff.
Ma la possibilità  che la riforma elettorale in via d’approvazione alla Camera sia cambiata al Senato sembrerebbe tutt’altro che remota.
A Montecitorio, tra lunedì e martedì il cosiddetto Italicum diventerà  legge, come il premier Matteo Renzi aveva promesso.
Nessuno, però, è pronto a scommettere che il testo uscirà  indenne dalla discussione nell’altro ramo del Parlamento. E non tanto perchè nella strategia del presidente del Consiglio la «Camera alta» è destinata ad assumere un rilievo politico più o meno ornamentale.
Sono i numeri a far ritenere che le forze minori cercheranno una rivincita in grado di bilanciare lo strapotere che i partiti maggiori, Pd, FI e M5S, si vedranno attribuire dall’Italicum.
Ma, in quel caso, c’è da chiedersi quali saranno i possibili effetti sull’asse tra Renzi e Silvio Berlusconi che ha già  ingoiato di malavoglia le modifiche imposte dal Nuovo centrodestra a Montecitorio.
Gli attacchi del partito di Angelino Alfano a FI sembrano fatti per rendere più difficile la sintonia istituzionale tra i due maggiori partiti.
L’impazienza del Cavaliere trasuda dalle pagine del Mattinale, il bollettino diffuso dal gruppo parlamentare.
«Attento, Renzi – scriveva ieri–, la luna di miele con gli italiani dura poco…».
In parallelo, viene chiesto al premier di richiamare all’ordine quanti, nel suo Pd, non nascondono la volontà  di «migliorare» la riforma elettorale a palazzo Madama: al punto che i renziani sono costretti a ricordare che la direzione del partito ha approvato il progetto a stragrande maggioranza.
In discussione sono soprattutto le preferenze: quelle che ridurrebbero il potere dei leader nella designazione di fatto dei parlamentari, a seconda della loro posizione nelle liste.
Alla Camera la proposta non è passata per una trentina di voti. Il tentativo dei dissidenti è di farla approvare al Senato.
E nel frattempo di insinuare dubbi corposi sulla costituzionalità  della riforma che sta prendendo corpo. In più, non riesce a decollare l’idea delle «quote» femminili nelle liste; e questo aggiunge un altro focolaio di tensione trasversale.
Una degli avversari di Renzi, Anna Finocchiaro, pd e presidente della commissione Affari costituzionali, ha annunciato che in Senato si lavorerà  per abbassare la soglia che sbarra l’ingresso in Parlamento delle forze minori, e per alzare il premio di maggioranza.
«La soglia dell’8 per cento per i partiti che vanno da soli è molto alta. E per il premio, è ragionevole il 40 per cento». Sono bastate queste parole per tirarle addosso l’ira di berlusconiani e renziani: al punto che è intervenuto a difenderla il vicepresidente del Senato, Vannino Chiti. «Sono stupefatto e preoccupato», ha detto. «Il Senato c’è ancora e pesa. Cercheremo di migliorare la legge elettorale, come è nostro dovere».
Eppure, nonostante tutto, il patto Renzi-Berlusconi regge.
Il Ncd parla maliziosamente di un Cavaliere desideroso di far parte del governo.
Sono punture di spillo che nascono da una campagna elettorale già  in atto, alla quale tutti più o meno consapevolmente partecipano.
Rimane da capire se è solo per le Europee di maggio, o se possa sfociare in un voto politico anticipato.

Massimo Franco
(da “il Corriere della Sera“)

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QUOTE ROSA E PREFERENZE, AL SENATO SONO GUAI

Marzo 8th, 2014 Riccardo Fucile

SE ALLA CAMERA I FRANCHI TIRATORI SONO STATI 70, AL SENATO DOVE IL MARGINE E’ DI OTTO IL GOVERNO RISCHIA LA DISFATTA

Numeri che si restringono, dichiarazioni infuocate della maggioranza contro le indicazioni del governo: giovedì notte la Camera al voto dell’Italicum era l’immagine plastica del pantano in cui si sta approvando la legge elettorale.
E neanche finito un pantano, se ne annuncia uno ben peggiore: da Ncd e minoranza Pd è tutto un avvertimento che in Senato la legge si cambierà .
In barba all’accordo intoccabile (pena la fine della legislatura) tra Renzi e Berlusconi.
Giovedì notte, l’emendamento Pisicchio (gruppo Misto) che introduceva la possibilità  di esprimere due voti di preferenza è stato bocciato — a voto segreto — con solo 42 voti di scarto. 278 contro 236.
Presenti in media in Aula tra i 450 e i 520 deputati. La maggioranza conta su 394 voti, all’appello ne sono mancati 60-70.
Ovvero, quelli di Ncd (29 a ranghi pieni), quelli di Scelta Civica (27 anche qui a ranghi interi), più alcuni del Pd.
Toni esasperati, accorati. Il lettiano Meloni il suo dissenso rispetto alla legge lo dichiara in Aula, così la Bindi. E Boccia quota al 20% la possibilità  che alla fine voti la legge.
Poi c’è il documento bipartisan per la parità  di genere sottoscritto dalle parlamentari di tutte le forze politiche. Le deputate sono intenzionate a non mollare.
Che farà  il governo? Risponde Lorenzo Guerini, nella veste di portavoce della segreteria Pd e di mediatore in Parlamento per conto di Renzi: “Non ci sarà  nessuna modifica se non rientrerà  nell’accordo”. Quello tra Pd e FI.
Lo stesso Guerini, mentre si dice soddisfatto della tenuta del gruppo Pd l’altra notte, ammette che ci sono continui contatti per arrivare a capire se ci sono le basi per qualche modifica. “Questa legge è una schifezza, ma è frutto di un accordo extraparlamentare, quindi non c’è battaglia che tenga”, si sfogava ieri qualche deputato.
La convinzione più o meno generale è che alla fine in qualche modo la Camera l’Italicum lo approverà . E in Senato si vedrà .
Tra i renziani c’è chi è pronto pure ad appellarsi alla Provvidenza o a sperare in qualche risultato entusiasmante del governo.
Basta sentire Anna Finocchiaro, presidente della Commissione Affari costituzionali del Senato, dove la riforma uscita da Montecitorio (e dove i renziani sono minoranza) andrà  incardinata: “Lavoreremo in Commissione per una norma sulla parità  di genere, la soglia dell’8% per i partiti che vanno da soli, poi, è molto, molto alta. Per quanto riguarda il premio di maggioranza, invece, una soglia ragionevole è il 40%”. Sostanzialmente smonta l’accordo. Tanto che il suo omologo alla Camera, Francesco Paolo Sisto, la richiama all’ordine: “Io trovo sconcertante che di fronte a un patto che è stato raggiunto fra Renzi e Berlusconi, si possa pensare già  con riserva mentale di mutarlo”.
Il Senato non è la Camera e i numeri del governo sono molto più risicati. 169, per una maggioranza di 161. Se alla fine, per dire, contro l’Italicum votassero tutto Ncd (32 senatori) e i 25 democrat che già  hanno firmato contro la legge, pure con il soccorso dei 60 di Fi i numeri sarebbero molto a rischio.
I presupposti ci sono tutti. Renato Schifani chiarisce: “Palazzo Madama non farà  il notaio della Camera”.
E in Commissione la Finocchiaro fa sponda con Francesco Russo, fedelissimo di Letta: il progetto è quello di mettere il più possibile i bastoni tra le ruote all’Italicum e di far passare prima la riforma del Senato.
Alla faccia di quello che Maria Elena Boschi avrebbe scritto a Dorina Bianchi (come riporta l’Huffington Post): “Se passa l’emendamento che hai difeso (sulle preferenze, ndr.) , salta tutto e si va a votare. Voglio vedere dove prendi i voti per essere eletta”.
Smentiscono entrambe, sia il ministro che la deputata: ma il clima è quello.

Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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POMPEI, ULTIMATUM DELLA UE: “I 105 MILIONI CHE ABBIAMO EROGATO VANNO SPESI ENTRO GIUGNO 2015, BASTA RITARDI”

Marzo 8th, 2014 Riccardo Fucile

TASK FORCE PER ACCELERARE I LAVORI E PREVENIRE I CROLLI

Stavolta non ci saranno tempi supplementari.
Il messaggio che arriva dalla Ue è inequivocabile: «Le deroghe non sono possibili. Invece di cercare le eccezioni, la cosa più importante è concentrarsi e lavorare».
A parlare è il portavoce del commissario europeo per le politiche regionali Johannes Hahn che, all’indomani delle preoccupazioni espresse dal neo-soprintendente Massimo Osanna, sgombra il campo da qualsiasi ipotesi di richiesta di proroga.
I 105 milioni del Grande progetto Pompei cofinanziato dalla Ue dovranno essere spesi entro il 30 giugno 2015.
«Faremo una check list – ha aggiunto – per monitorare da vicino l’avanzamento dei lavori e un punto della situazione pubblico prima della pausa estiva». Parole dopo le quali lo stesso Osanna ha calibrato il tiro, rileggendo a freddo quanto detto il giorno in cui s’è insediato: «Mi sono limitato a esprimere preoccupazione. Chiedere eventuali deroghe non spetterebbe neanche a me».
Non sarà  certo facile imprimere in poco più di un anno un’accelerazione a un piano d’intervento da 105 milioni che, per ora, vede un solo cantiere consegnato per un valore di appena 853mila euro, cinque cantieri aperti da complessivi 8,4 milioni, sette gare da 20,2 milioni chiuse e in corso d’aggiudicazione e una procedura concorsuale in corso
Ma al ministero dei Beni culturali vogliono mettercela tutta.
E soprattutto, dopo i tre crolli dello scorso fine settimana, dimostrare a Bruxelles che l’Italia si sta impegnando: ieri al Collegio Romano secondo incontro a tema in tre giorni, con il ministro Dario Franceschini, il direttore generale di progetto Giovanni Nistri, lo stesso soprintendente, il segretario generale del Mibact Antonia Pasqua Recchia e il capo di gabinetto Giampaolo D’Andrea.
Tra i temi affrontati, la prevenzione di eventuali nuove emergenze, soprattutto in vista delle piogge che dovrebbero abbattersi sull’area nelle prossime ore.
Tra le misure allo studio, l’intensificazione del pattugliamento, anche di notte e nei fine settimana. In più sarà  articolato un piano per conciliare conservazione e fruizione. «Da questo preciso momento in poi – ha detto Osanna a margine dell’incontro – lavoreremo alacremente sul versante del Grande progetto, come sulla manutenzione ordinaria. Siamo una squadra nuova, mi piacerebbe che venissimo giudicati per i fatti. Perchè ci sono i presupposti per fare bene».
La manutenzione ordinaria, tema sul quale di recente è intervenuto il ministero sbloccando fondi a disposizione della soprintendenza per due milioni, a Pompei è un vecchio cavallo di battaglia del sindacato.
«Ma le risorse – commenta Antonio Pepe di Cisl Beni culturali – contano fino a un certo punto. Per prevenire i crolli servono braccia: occorrerebbero squadre di operai, come quelle che c’erano fino a qualche anno fa, pronte a intervenire a seguito delle segnalazioni di pericolo»
Intanto le notizie riguardanti i nuovi crolli sono arrivate anche a Berlino, dov’è in corso l’Itb, fiera internazionale del turismo.
«Molti buyer esteri – racconta Raffaele Ercolano di Incoming Italia, consorzio di promozione turistica che riunisce i principali operatori nazionali – hanno chiesto delucidazioni al nostro stand: temevano che i crolli avrebbero portato conseguenze sul piano della fruibilità  del sito».
Che sul fronte turistico rappresenta da sempre una nota dolente: «Per fortuna – continua Ercolano – la domanda di pacchetti comprendenti Pompei continua a crescere».
Tuttavia se i flussi internazionali arrivano, secondo Ettore Cucari di Fiavet Campania, «non è certo merito del lavoro compiuto dal sistema Italia, quanto piuttosto di operazioni concepite all’estero come la mostra del British Museum o il film “Pompei”. Il guaio è che, dopo le visite, gli utenti si lamentano per le case non visitabili e i servizi approssimativi».
Pompei non è a Londra e nemmeno a Hollywood.

Francesco Prisco
(da “Il Sole”)

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FRATELLI D’ITALIA, MELONI SANTA SUBITO: ALTRO CHE TERME DI FIUGGI, IL CONGRESSO ANDAVA FATTO A QUELLE DI SALERNO

Marzo 8th, 2014 Riccardo Fucile

LE DOTI MIRACOLOSE DI “SORELLA GIORGIA”: ALLE   PRIMARIE DEL PD, IN PROVINCIA DI SALERNO,   HANNO PARTECIPATO IN 46.500 SU 135.987 VOTI ALLE POLITICHE…A QUELLE DI FRATELLI D’ITALIA, L’IMPROVVISA “APPARIZIONE”: 47.000 PARTECIPANTI ALLE PRIMARIE SU 43.115 VOTI ALLE POLITICHE

In questo articolo non entriamo nel merito delle considerazioni espresse da Gianfranco Fini sulle motivazioni politiche che avrebbero dovuto indurre le “sorelle d’Italia” a evitare di celebrare il proprio congresso di ratifica condominiale “nomina dell’amministratore, dei consiglieri, varie ed eventuali” in quel di Fiuggi.
Scelta derivante dallo sfruttamento del   precedente del 1994, secondo taluni: forse nel pacchetto-offerta, oltre all’affitto del marchio per un anno, “l’agenzia turistica Fondazione An” avrà  inglobato anche le strutture congressuali delle Terme di Fiuggi per due giorni.
Ma se gli organizzatori avessero voluto ricercare realmente una “strada identitaria e trascendente, valoriale e spirituale”,   la location ideale, diciamolo, sarebbero state Contursi Terme o le terme di Montesano sulla Marcellana, in provincia di Salerno, un punto di riferimento per tutto il Meridione in quanto a cure termali, bagni di fango ed altri trattamenti benessere.
Ma soprattutto perchè la provincia di Salerno è la Medjugorje dei fratelli e sorelle d’Italia, il luogo dell’apparizione e del primo miracolo di sorella Giorgia, ora meta di pellegrinaggi di pie donne e di devoti militanti.
Per avere un’idea della potenza spirituale dell’evento, stabiliamo un metro di paragone.
Alle primarie del Pd , in provincia di Salerno, hanno partecipato, grazie alla mobilitazione del chiacchierato sindaco De Luca (pro-Renzi) circa 47.000 elettori su 135.987 voti raccolti pochi mesi prima alle politiche ( 22,4%).
Ricordiamo per inciso che i cuperliani avevano fatto ricorso (e poi il risultato non venne ratificato) denunciando brogli e infiltrazioni della camorra.
Ma veniamo al miracolo delle primarie dei Fratelli d’Italia: il parlamentare locale Cirielli prima prevede una partecipazione di 10.000 elettori, poi sale a 30.000 e alla fine si arriva a dichiararne ufficialmente 47.000.
Ovvero 47.000 contro i 43.115 voti raccolti pochi mesi prima in provincia di Salerno alle politiche dal partito (7,1%).
E’ il primo caso in Italia dove i votanti alle primarie superano gli stessi elettori del partito (e Cirielli può dichiarare che “siamo la prima provincia d’Italia” quanto a partecipazione alle primarie).
Non è forse un miracolo dovuto all’apparizione della Medjugorje della Garbatella?
Non andava forse incentivato l’indotto delle bancarelle dei santini “senza paura” che ritraggono l’immagine sacra senza photoshop?
Altro che Fiuggi e nostalgie del passato, il congresso andava tenuto nel Salernitano, terra di miracoli e di apparizioni, di moltiplicazione dei pani, dei pesci e dei voti.
Poi Cirielli (quello che si è dispiaciuto perchè Renzi non ha nominato De Luca sottosegretario)   avrebbe magari anche organizzato una processione per omaggiare il sindaco Pd, mentre la Russa si sarebbe potuto autoflagellare sul Golgota e Alemanno cercare la pietra filosociale (non trova più dove l’ha sotterrata).
In nome del popolo sovrano: beata Giorgia da Arcore, Santa Subito.

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“GIU’ LE IMPOSTE? NON CON I NOSTRI FONDI”: LA UE ROVINA I PIANI DEL FURBETTO RENZI

Marzo 8th, 2014 Riccardo Fucile

“I FONDI UE NON POSSONO ESSERE USATI PER RIDURRE IL CUNEO FISCALE”: IERI PADOAN AVEVA IPOTIZZATO IL SOLITO GIOCO DELLE TRE CARTE

Bruxelles rovina i piani di Matteo Renzi, puntando direttamente al cuore del programma del nuovo governo: il cuneo fiscale.
L’Unione europea avverte che i fondi comunitari non possono essere utilizzati per il taglio delle tasse sul lavoro, cavallo di battaglia del neo premier.
“I fondi della politica di coesione devono essere utilizzati per finanziare nuovi progetti per lo sviluppo, quindi non possono essere usati per coprire la riduzione di imposte, come quella potenzialmente legata al cuneo fiscale”, chiarisce il portavoce del commissario Ue, Johannes Hahn.
E’ dura quindi la risposta dell’Ue al ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che giovedì 6 marzo in una intervista a Il Sole 24 Ore aveva parlato di un possibile utilizzo dei fondi europei per finanziare il programma annunciato da Renzi. “Dobbiamo anche capire con l’Unione europea come utilizzare al meglio i fondi europei che oggi non vengono spesi”, aveva detto rispondendo a una domanda sulle coperture, chiedendosi: “Perchè non si potrebbero utilizzare quelle risorse (i fondi europei, ndr) su due capitoli oggi prioritari come il mercato del lavoro e la capacità  di competere delle imprese? E’ interesse dell’Europa intera, non solo dell’Italia”.
Ma le parole del numero uno di via XX Settembre non convincono Bruxelles. “Stiamo quindi dicendo all’Italia, come a qualsiasi altro Stato membro dell’Unione, che le regole dei fondi permettono di finanziare con risorse nazionali, prima che i programmi per il 2014-2020 siano adottati dalla Commissione, progetti concreti per offrire, per esempio, aiuti per lo start up o per l’espansione produttiva e occupazionale dell’industria manifatturiera, o operazioni per ridurre la dispersione scolastica“, prosegue il portavoce del commissario Ue.
“Progetti che mirano a questi obiettivi sono considerati una priorità  della politica dell’Unione europea. Questi progetti dovranno in ogni caso essere sottoposti a una verifica a posteriori di coerenza con le regole dei fondi, con i criteri di selezione, e con la strategia dei programmi. Solo quando sarà  trovato un accordo sulla strategia e sui programmi, la Commissione potrà  rimborsare quei progetti con risorse comunitarie“.
Il portavoce del commissario Ue agli Affari economici e monetari Olli Rehn, Simon O’ Connor, rispondendo ai giornalisti a Bruxelles sottolinea poi che ”in generale i contributi dei Paesi ai fondi europei di stabilità  Efsf ed Esm non hanno impatto sul debito pubblico, non penalizziamo uno Stato membro per la sua partecipazione”. L’impatto che il versamento all’Esm ha sul debito “è un calcolo ‘in-out’ che non pesa sull’aggiustamento strutturale”.

(da “Huffingtonpost“)

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