Marzo 6th, 2014 Riccardo Fucile
BARBARA SPINELLI: “CI METTO LA FACCIA, MA NON SO FARE POLITICA”
Non c’è più Andrea Camilleri, una candidatura smentita, ma accanto a quelli di Barbara Spinelli, Moni Ovadia e Adriano Prosperi, che tre giorni avevano spiegato il senso della loro candidatura con una lettera aperta, altre personalità della cultura e del giornalismo italiano (come Curzio Maltese) hanno sposato la causa della lista Tsipras per le elezioni europee del prossimo maggio.
Ci sono, tra gli altri, Luca Casarini, Giuliana Sgrena, Piergiovanni Alleva, Sandro Medici, Ermanno Rea.
Il simbolo scelto è un cerchio rosso con al centro la scritta bianca in stampatello: “L’altra Europa con Tsipras”. A partire dal prossimo fine settimana prenderà avvio in tutta Italia la raccolta firme necessaria alla presentazione della lista.
Nella lettera di tre giorni fa, la scrittrice e giornalista Barbara Spinelli, una dei sei garanti della lista, sottoscriveva l’impegno a candidarsi perchè convinta della proposta di Alexis Tsipras per l’Europa, premettendo che in caso di elezione avrebbe ceduto il seggio a Strasburgo a qualcuno più capace. “Io penso che ognuno deve fare quello che sa”, spiega in conferenza stampa, “e io mi esercito nella scrittura, nello smascherare le falsità che vengono dette in politica. Questa cosa, bene o male, la faccio da decenni. So fare solo questo. Non so fare politica”.
Ma a “un certo punto, però – prosegue Barbara Spinelli -, ho pensato che questa idea di Europa e queste idee dovevo usarle in modo diverso, non per cominciare un altro mestiere ma per metterci la faccia, testimoniando con questo impegno diretto il mio appoggio e la mia adesione alla battaglia che vogliamo fare”.
Secondo Spinelli, “non ci si può limitare solo ad aderire a un appello, ma bisogna certificare il valore attribuito alla proposta. La questione della visibilità che in qualche modo io ho, grazie alla scrittura, è stata centrale nella decisione. Con la mia scelta, questa visibilità è data a tanti invisibili, a tanti combattenti d’Europa. Io penso che la stessa cosa pensi Moni Ovadia. Per questo non ritengo che si tratti di un inganno per l’elettore”.
Il dato rilevante della Lista è che diversi sondaggisti le attribuiscono il 7% di consensi.
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Marzo 6th, 2014 Riccardo Fucile
RENZI HA DIRITTO A GIRARE PER LE SCUOLE D’ITALIA, MA PER CAMBIARLE, NON PER DEGRADARLE A SERBATOIO DI MAJORETTES
La canzone era così servile che avrebbe messo in imbarazzo i nordcoreani. 
Perciò Renzi, che ha fama di disobbediente («sono un po’ bullo»), avrebbe dovuto liberare, fare discoli e mandar fuori a giocare quei poveri figli di Siracusa che gli cantavano «facciamo un salto / battiam le mani / muoviam la testa/ facciam la festa».
Diciamolo più chiaro: se fosse stato ancora lo stesso che, appena eletto segretario, scelse come inno “Resta ribelle” dei Negrita, Renzi avrebbe certamente intonato «prendi una chitarra e qualche dose di follia / come una mitraglia sputa fuoco e poesia».
E, con l’incitamento a contestare e a irridere i maestri, avrebbe coperto quei miagolii che dai maestri erano stati imposti: «Presidente Renzi, da oggi in poi / ovunque vai, non scordarti di noi».
Non l’ha fatto e l’Italia intera lo ha visto ubriaco di lusinghe.
Ha cominciato ad abbracciare tutti e «Facebook non vale un abbraccio» ha detto, e pensate quanto sarebbe stato renzianamente bello sentirgli invece dire: «Disobbedite, se volete il mio abbraccio».
Anche quel vezzo stucchevole di farsi chiamare Matteo più che da sindaco d’Italia sta diventando un tic da televisivo, non statista in versione Vasco Rossi ma imbonitore in formato Antonella Clerici, quella di “Ti lascio una canzone” che è appunto la fiera del bambino da salotto, tutto moine e mossette, che nessuno, soprattutto a sinistra, vorrebbe avere per figlio.
C’era in più, in quella filastrocca cortigiana, anche il tentativo del glamour, con il clap and jump,e persino con il blues, la disposizione in semicerchio, il gioco perverso di regolare gli evviva e gli applausi, la fatica ruffiana di tradurre e adattare un testo inglese.
Tutto questo per aggiungere charme al solito immaginario canoro degli italiani: una spruzzatina del Sanremo di Fabio Fazio sui bimbi- scimmiette del Mago Zurlì.
Ecco il punto: Renzi ha tutto il diritto di girare le scuole d’Italia, se è questa la sua cifra di politica popolare, ma per cambiarle, come aveva promesso, e non per degradarle a serbatoi delle sue majorettes.
Capisco che qui è facile il paragone con l’uso dei bambini nei totalitarismi, sul quale infatti si è banalmente esibito Beppe Grillo: i figli della lupa, gli avanguardisti della ventisettesima legione che salutavano il duce intonando “Giovinezza”, oppure “i battaglioni della speranza”, ragazzini dai dodici a quattordici anni checantavano nelle parate dell’Est europeo.
La verità è che anche in democrazia troppo si abusa dei giovanissimi, perchè fa un sacco bello lasciare che i bambini vengano a noi e, come ha scritto Milan Kundera, “nessuno lo sa meglio degli uomini politici: quando c’è in giro una macchina fotografica si precipitano verso il bambino più vicino per sollevarlo in aria e baciarlo sulla guancia”.
A Siracusa dunque non c’è stata la manipolazione sordida tipica dei regimi ma lapaideia, il tentativo di ridurre i bambini a protesi ornamentale, di formarli alla piaggeria e all’adulazione: “non insegnate ai bambini la vostra morale /è così stanca e malata potrebbe far male” cantava il Gaber citato da Renzi persino nei libri.
Gaber li vedeva cantare e battere le mani e pensava che facessero “finta di esser sani”, Renzi invece li ha passati in rassegna dando a tutti il cinque.
Ma ieri a Siracusa ho visto di peggio.
Un retroscena rivela infatti che nell’esibizione di quella scuola di borgata, vicina alla chiesa di Lucia, santa e sempre più cieca, non c’è stato solo l’accanimento politico – e ridicolo – del sindaco Giancarlo Garozzo.
Ecco il colpo di scena: la preside Cucinotta, che è la vera regista responsabile dello spettacolino, e la sua vice Katya De Marco sono accanite militanti di Forza Italia.
E dunque io, che da quelle parti sono nato, ci ho visto soprattutto la tristezza infinita di un Meridione che è ancora e sempre lo scenario naturale dello zio d’America, e mi sono ricordato che Silvio Berlusconi a Lampedusa fu accolto come un messia, come un conquistador.
Perchè sempre così è salutato l’uomo potente che viene da fuori, l’uomo del cargo che può essere un capopartito, un cantante, un calciatore, un presidente del consiglio o non importa chi, purchè venga appunto da fuori.
Renzi si rilegga, per risarcire l’Italia, Carlo Levi che racconta di quel tal Vincent Impellitteri che – cito a memoria – tornato dall’America, entra in paese (era la provincia di Palermo e non di Siracusa) su una lussuosa macchina scoperta, ed è accolto dalla gente in festa che lo tratta come uno sciamano: «’Tuccamu a machina, così ce ne andiamo in America’ gridavano i ragazzi del luogo».
Ebbene, Impellitteri non solo non li abbraccia e non dà loro il cinque, ma si addolora e si rattrista al punto che si mette a piangere.
Francesco Merlo
(da “La Repubblica“)
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Marzo 6th, 2014 Riccardo Fucile
L’INTERVISTA AL “MATTINO” MANIPOLATA , MA L’ACCANIMENTO CONTRO DI ULI CONTINUA
Un giorno o l’altro qualcuno dovrà vergognarsi e chiedere scusa al giudice Antonio Esposito, presidente della II sezione della Cassazione.
Bisogna tornare indietro agli anni d’oro di Mani Pulite per trovare una campagna di screditamento così forsennata contro un magistrato onesto.
Una campagna talmente trasversale che, a spiegarla, non basta neppure la sentenza di condanna di B. nel processo Mediaset.
Infatti c’è dell’altro: Esposito, oltre ad aver seguito con rigore e serietà una montagna di mafia e/o malaffare politico e finanziario, l’11 giugno 2013 ha presieduto il collegio che ha respinto la ricusazione presentata dall’ex capitano Giuseppe De Donno contro il gup di Palermo Piergiorgio Morosini, un altro giudice onesto e coraggioso che aveva rinviato a giudizio tutti gli imputati del processo sulla trattativa Stato-mafia.
Su quella ricusazione i molti amici degli imputati politici, dal Quirinale in giù, avevano puntato tutte le speranze di far saltare il processo.
Che invece, grazie a Esposito, riprese subito spedito davanti alla Corte d’Assise di Palermo.
Un mese dopo, il 9 luglio, Esposito divenne assegnatario — come presidente di turno della sezione feriale della Cassazione — del processo Mediaset. E il 1° agosto lesse il dispositivo della condanna che ha terremotato la politica italiana tutta, mettendo in crisi le larghe intese che sorreggevano il governo Letta-Berlusconi-Napolitano.
Poteva Esposito pensare di passarla liscia, dopo aver fatto il proprio dovere non una, ma due volte nel giro di un mese nei due processi più temuti dal sistema di potere che infesta l’Italia? No che non poteva.
Aggredito per tutta l’estate da una campagna politico-giornalistica berlusconiana e mai difeso da chi avrebbe dovuto, cioè il centrosinistra e soprattutto il Quirinale e il Csm, Esposito finì addirittura alla sbarra a Palazzo dei Marescialli, con proposta di trasferimento d’ufficio, per un’intervista (manipolata) a Il Mattino.
Era accusato di aver anticipato le motivazioni della sentenza Mediaset prima che fossero depositate. Accusa che tutti sapevano fin da subito essere falsa: nel testo concordato con il giornalista, l’intervista non conteneva alcun accenno — nè nelle domande, nè nelle risposte — a B. o al processo Mediaset.
Il giudice, parlando in generale di questioni giuridiche, aveva soltanto spiegato che la formula “non poteva non sapere” non esiste in diritto: per condannare un imputato bisogna dimostrare che sapeva o che faceva.
La domanda “Non è questo il motivo per cui si è giunti alla condanna? E qual è allora?”, fu aggiunta dal giornalista sul testo già concordato via fax e all’insaputa del giudice, così da poter sparare un bel titolo su B. “condannato perchè sapeva”.
A novembre, dopo tre mesi di graticola, il Csm dovette arrendersi a un’evidenza chiara fin da subito e archiviare il trasferimento di Esposito.
Ma i consiglieri Pdl, per sfregiarlo ugualmente, proposero di inserire una nota di demerito nel suo fascicolo personale: proposta fatta propria a fine febbraio dalla IV commissione del Csm.
Così lo sputtanamento continua alla vigilia della decisione del Consiglio giudiziario, che ogni quattro anni deve confermare o revocare gli incarichi direttivi ai giudici “apicali”.
La speranza dei molti nemici di Esposito è che venga cacciato da presidente della II sezione. E non è detto che restino delusi: il Consiglio giudiziario doveva esprimersi il 3 marzo, ma ha stranamente rinviato il verdetto senza fissare la nuova data.
Così l’assedio a Esposito prosegue, a tenaglia, da tre fronti: non solo la IV commissione del Csm e il Consiglio giudiziario, ma anche la Procura generale della Cassazione.
Ieri infatti fonti del Csm, violando il segreto d’ufficio, hanno fatto trapelare ai giornali che il Pg Gianfranco Ciani ha avviato l’azione disciplinare contro Esposito, sempre per l’intervista al Mattino; e qualcun altro, in barba al segreto investigativo, ha spifferato al Corriere la notizia di un’indagine a Brescia sul figlio di Esposito, Ferdinando, pm a Milano.
Naturalmente il Corriere ha fatto benissimo a pubblicare la notizia. Ma il fatto che quella su Esposito figlio sia uscita in contemporanea a quella, pure segreta, sull’azione disciplinare contro il padre autorizza qualche sospetto.
L’inchiesta su Ferdinando, comunque si concluderà , non riguarda in alcun modo Antonio (si ipotizzano incontri del giovane pm con B. ad Arcore che, se anche fossero avvenuti, risalgono a mesi prima del 1° luglio, quando il processo Mediaset approdò in Cassazione, e del 9 luglio, quando fu assegnato al presidente Esposito).
L’azione disciplinare contro Antonio invece si fonda (si fa per dire) su un capo d’incolpazione a dir poco lunare: Esposito è accusato di avere danneggiato gli altri quattro membri del collegio del caso Mediaset con l’intervista in cui non parla del processo Mediaset; di avere scavalcato un fantomatico “ufficio stampa della Cassazione”, che notoriamente non esiste; e di aver sollecitato l’intervista al Mattino, mentre l’intervistatore ha più volte dichiarato (al manifesto e a Tempi) che fu lui a chiamare Esposito e non viceversa.
Insomma, tre accuse palesemente e notoriamente farlocche. In attesa che lorsignori se ne accorgano, Esposito rosolerà sul girarrosto per qualche altro mese, così intanto magari verrà cacciato dalla II sezione e i mandanti della vergognosa campagna saranno soddisfatti.
Naturalmente il “metodo Esposito” non si applica solo a Esposito, ma a chiunque altro disturbi i manovratori.
Ne sa qualcosa il pm Nino Di Matteo, che sostiene l’accusa nel processo Trattativa e coordina le nuove indagini collegate: dal giugno 2012, quando il Quirinale lo “segnalò” al Pg Ciani perchè lo sistemasse a dovere, è nel mirino del Csm, anche lui per un’intervista: aveva osato spiegare a Repubblica cosa prevede la legge nel caso di intercettazioni indirette penalmente irrilevanti.
Siccome però si riferiva a quelle di Napolitano con Mancino, apriti cielo. Pazienza se la loro esistenza era già stata rivelata da Panorama e poi da tutta la stampa: Di Matteo finì ugualmente sotto procedimento disciplinare e ci rimase per un anno e mezzo, finchè nel dicembre 2013 Ciani scoprì finalmente l’acqua calda: Di Matteo non poteva rivelare una notizia già rivelata dai giornali. Dunque chiese l’archiviazione.
Oggi la sezione disciplinare del Csm deciderà se accoglierla o meno. Ma state tranquilli che, se mai l’accoglierà , subito dopo scoprirà che Di Matteo ha sbagliato cravatta, o è mal pettinato, o ha la barba lunga.
Come disse Piercamillo Davigo quando toccò al pool Mani Pulite, “non ce l’hanno con noi per quello che diciamo, ma per quello che facciamo”.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 6th, 2014 Riccardo Fucile
I PARTITI DI GOVERNO PIU’ FORZA ITALIA CHE SOSTENGONO L’ITALICUM SCENDONO PERSINO A 316 VOTI… SULLA PARITA’ DI GENER SCOPPIA UN NUOVO CASO… IL SALVA-SALVINI NON ELIMINATO, SOLO ACCANTONATO
La “larga maggioranza” a sostegno della legge elettorale comincia il suo cammino e diventa
subito — all’esame dei primi voti a scrutinio segreto — una maggioranza più che normale, se non addirittura stropicciata: 341 voti nel primo, 316 nel secondo.
In un primo momento sembrava quasi che fosse fisiologico visto che i deputati presenti nel pomeriggio sono stati circa 520.
In realtà non bisogna dimenticarci che la maggioranza che sostiene il governo Renzi può contare — con tutti i parlamentari presenti a Montecitorio — su 394 voti, ma a questi vanno aggiunti i 67 parlamentari di Forza Italia che ha stretto una nuova intesa con il Pd giusto ieri.
In totale dunque la base dei voti sarebbe stata di 461 e quindi nel migliore dei casi sono mancati 120 voti.
Per la cronaca nel giorno della fiducia a Renzi a Montecitorio i sì erano stati 378 (con 599 presenti e Forza Italia votò contro, come si sa).
Difficile insomma parlare con scienza di franchi tiratori, ma le probabilità sono alte.
Montecitorio ha votato (e bocciato) in tutto 7 emendamenti alla legge elettorale, di cui 3 con voto a scrutinio segreto.
L’esame riprenderà domani alle 10.
Il primo voto segreto è stato richiesto da Sel su un emendamento del Movimento Cinque Stelle firmato da Emanuele Cozzolino: prevedeva la soppressione dell’intero articolo 1, cioè dell’intera parte del sistema elettorale per la Camera.
I contrari al primo emendamento sono stati 341, i favorevoli 188.
Al secondo voto segreto sull’emendamento di Marco Di Lello (Psi) che chiedeva di aumentare dal 38 al 40% la soglia per ottenere il premio di maggioranza è stato bocciato con 316 voti favorevoli e 212 contrari.
Nell’ultima votazione a scrutinio segreto l’emendamento di Arcangelo Sannicandro (Sel) che chiedeva di aumentare al 50% la soglia per ottenere il premio di maggioranza è stato bocciato dall’assemblea di Montecitorio con 325 voti favorevoli e 198 contrari.
Il punto è che l’Italicum rischia di slittare ancora e non chiudere, come aveva auspicato il presidente del Consiglio Matteo Renzi, venerdì.
Oggi ci sono state solo 7 votazioni, di cui 3 a scrutinio segreto, e venerdì pomeriggio l’assemblea non potrà riunirsi per permettere al gruppo di Fratelli d’Italia di partecipare al congresso.
In tutto ci sono circa 200 proposte di modifica “scremate” dai gruppi.
Sono 13 quelle che hanno ottenuto il parere favorevole del relatore di maggioranza Francesco Paolo Sisto (Forza Italia) e del governo, 31 gli accantonati.
Inoltre c’è ancora da risolvere il nodo delle proposte di modifica accantonate, circa 31, su cui si riunirà il comitato dei 9 domani mattina (5 marzo) alle 9,30.
Tra le norme non esaminate anche quelle che riguardano la delega al governo per la ridefinizione dei collegi elettorali, il Salva Lega (che pareva eliminato e invece è solo “accantonato”) e la parità di genere.
In quest’ultimo caso tutti i partiti ne fanno una bandiera in queste ore, ma come spiega la deputata di Sel Titti Di Salvo “in questo contesto di teatro dell’assurdo gli emendamenti per migliorare il testo prevedendo il 50 per cento dei capolista donne e l’alternanza di genere nelle liste, firmati da deputate di tutti gli schieramenti, hanno avuto il parere negativo della commissione e del governo”.
Tra le forze di maggioranza la più critica è Popolari per l’Italia, gli ex Scelta Civica guidati da Mario Mauro: “Per l’Italia mantiene tutti i suoi emendamenti alla legge elettorale e chiede all’Aula su di essi un voto responsabile — ha dichiarato in Aula Gregorio Gitti – Difendiamo la dignità della nostra Costituzione. Non possiamo immaginare di essere semplicemente notai di un accordo esterno a questo Parlamento”.
Va oltre lo stesso Mauro che a RaiNews24 dichiara: “L’accordo che prevede l’Italicum solo alla Camera dei deputati e in attesa di riformare il Senato è un pessimo accordo che peggiora un già pessimo accordo”.
Resta l’opposizione — con coloriture e motivazioni diverse — di tutte le opposizioni: Sel, Movimento Cinque Stelle, Lega Nord, Fratelli d’Italia.
Sinistra Ecologia e Libertà ha presentato un disegno di legge da far marciare di pari passo con la riforma elettorale che si occupi dell’incompatibilità , ineleggibilità e soprattutto del conflitto di interessi degli eletti.
Il primo firmatario è il presidente della Giunta per le Immunità del Senato Dario Stefano (Sel) che lo ha illustrato in una conferenza stampa alla quale hanno preso parte anche esponenti del M5S.
“Mi sembra un provvedimento di buon senso — spiega Serenella Fucksia — valuteremo all’interno del gruppo se sostenerla, ma credo che daremo il nostro appoggio”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 6th, 2014 Riccardo Fucile
IL FINANZIERE AMERICANO ENTRA NEL FONDO DI GESTIONE IMMOBILIARE DELLA LEGA DELLE COOPERATIVE
Forse non sarà necessario riscrivere l’articolo 45 della Costituzione (“La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata”); però questo ingresso del finanziere statunitense George Soros nella Igd, fondo di gestione immobiliare controllato dalla Lega delle Cooperative, in altri tempi lo avremmo definito un matrimonio contro natura.
Ma come? Il re della speculazione internazionale diventa terzo azionista di un fondo delle Coop “rosse”?
Va bene che Soros nel tempo libero si trasforma in filantropo liberal, ma qui ci sono di mezzo gli affari; nonchè l’assetto futuro del nostro depresso sistema economico.
Che frutti potrà mai generare un simile innesto?
Desiderosi come siamo di attrarre investimenti stranieri nel belpaese, non ci permetteremo certo di fare gli schizzinosi.
Nè indugeremo nella dietrologia sulla firma del contratto con Soros, giunta proprio sei giorni dopo che il presidente della Lega Coop, Giuliano Poletti, è entrato a far parte del governo Renzi in qualità di ministro del Lavoro.
La nomina di Poletti appariva come segno culturale adeguato alla durezza dei tempi: far ricorso all’esperienza solidaristica su cui è fondato il movimento cooperativo per favorire la nascita di nuove imprese e di nuovi strumenti di assistenza sociale.
Avevamo equivocato? Le Coop sono divenute semplicemente un nuovo “potere forte” che si cimenta in campo finanziario al pari degli altri?
La domanda non è oziosa, e l’arrivo di Soros ce lo conferma.
Vivendo in un’epoca di scarsità permanente, dovendoci attrezzare per un futuro di penuria, la buona pratica del mettersi insieme, aiutarsi a vicenda, superare l’individualismo proprietario, è ritornata più che mai attuale.
Là dove la politica si rivela inadeguata, sopperisce – dal basso – la virtù autogestita della condivisione.
Basta guardarsi intorno per constatare che la sofferenza sociale non produce sempre solo lacerazione e solitudine. Parole antiche come mutuo soccorso, fratellanza, cooperazione, riacquistano qui e là un significato concreto.
Affondano le loro radici nell’umanesimo cattolico e mazziniano da cui germogliarono le società operaie e artigiane del primo movimento socialista.
Ma oggi di nuovo si avverte la necessità di un’economia capace di anteporre il benessere collettivo alla rendita speculativa. Sarebbe davvero un peccato dover constatare che nel frattempo gli eredi di quella storia, i colossi della cooperazione – non importa se “rossa” o “bianca” – sono diventati inservibili a tale scopo.
Al tempo in cui l’Unipol guidata da Giovanni Consorte si alleò con furbetti di ogni sorta nel tentativo di acquisire il controllo di una banca, molti dirigenti della sinistra reagivano con stizza alle critiche: perchè mai la finanza “rossa” dovrebbe restare esclusa dalle partite che contano?
Poi Consorte fu assolto. Tanto che ora dà vita a un’associazione finalizzata a modernizzare la cultura riformista, e nessuno gli chiede più conto delle decine di milioni incassati per consulenze estranee alla sua attività di manager della cooperazione. Difficile eludere la constatazione di Luigino Bruni, tra i massimi studiosi dell’economia sociale italiana: «Viene da domandarsi dove sia finito lo spirito cooperativo quando alcuni direttori e dirigenti di cooperative di notevoli dimensioni percepiscono stipendi di centinaia di migliaia di euro».
Qualche anno dopo Consorte, l’Unipol ha rilevato l’impresa assicurativa della famiglia Ligresti con tutte le partecipazioni societarie annesse nei “salotti buoni”.
Niente da ridire, ma sarebbe questa la sinistra cooperativa e mutualistica che avanza?
Ora viene il turno di George Soros associato a un fondo immobiliare delle Coop specializzato in centri commerciali e ipermercati (1,9 miliardi di euro il patrimonio stimato).
Va rilevato che il settore immobiliare italiano suscita un rinnovato interesse nei gruppi stranieri. Soros non è il solo a puntarci.
Naturalmente ciò non ha nulla a che fare con la nostra emergenza abitativa: a fare gola sono i nuovi grattacieli per uffici direzionali, l’edilizia di lusso e, per l’appunto, i centri commerciali. È verosimile che tali investimenti speculativi funzionino da volano per uno sviluppo equilibrato?
Piacerebbe sentire in merito l’opinione dei manager della cooperazione e dello stesso ministro Poletti. Anche perchè la loro diversificazione finanziaria non ha evitato che la crisi sospinga varie cooperative in difficoltà a chiudere un occhio su materie delicate, come i subappalti precari e sottopagati.
Accolto con un doveroso benvenuto il compagno americano, ci chiediamo che strana razza di capitalismo verrà fuori dal suo incrocio con la finanza “rossa”.
Le buone pratiche diffuse della cooperazione, che sia di produzione, distributiva o di cura alle persone, non attenderanno i dividendi di Borsa.
La loro carica profetica e soccorrevole si esprime altrove.
Gad Lerner
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Marzo 5th, 2014 Riccardo Fucile
SU 105 MILIONI RICEVUTI DALLA UE ME SONO STATI SPESI SOLO 600.000… E 55 MILIONI ASPETTANO ANCORA I BANDI
La retorica della grande bellezza non salva Pompei: è avvenuto il terzo crollo in tre giorni,
l’ennesimo muro millenario che si sgretola sotto i secchi d’acqua di un febbraio monsonico.
La procura apre un fascicolo per disastro colposo: ma se il disastro c’è — e c’è — è tutto tranne che colposo
Esattamente come per l’ambiente, anche per il patrimonio non è infatti mai decollata una vera conservazione programmata fondata su metodi e strumenti scientifici: ad essa preferiamo il ‘restauro’ (cioè il recupero a posteriori, spesso solo estetico).
Come ha scritto Bruno Zanardi, Pompei si salva «attraverso un rapido ripristino di tetti, finestre e porte degli edifici antico romani, così come la realizzazione di sistemi di smaltimento delle acque meteoriche a partire dalle fogne … un progetto di ricerca e sviluppo aperto anche a università e industria».
A questo si deve aggiungere il definanziamento degli ultimi anni: tutto il patrimonio italiano agonizza perchè il suo bilancio, già sul livello di galleggiamento, fu ridotto a un terzo ai tempi di Bondi, Tremonti e Berlusconi e non si è più ripreso.
Per Pompei questo si è tradotto, per esempio, nell’interruzione delle catene di professionalità artigianali che si tramandavano il mestiere di generazione in generazione. Senza mosaicisti, nessuno ripristina i mosaici: e così via
Ma nella lunga morte in diretta di Pompei emerge qualcosa in più: la morte dello Stato.
E non solo perchè lì tutto è in mano all’antistato della criminalità organizzata.
Certo, anche per questo: siamo al punto che le buste con le offerte per le gare spariscono nell’ufficio postale di Pompei prima che possano essere recapitate.
Il consiglio comunale di Pompei è stato sciolto nel 2001 e commissariato per tre anni, e ancora nel luglio scorso la Dia ha dovuto chiedere alla Prefettura di conservare i filmati delle videocamere di sorveglianza degli scavi, per poter sapere chi entra e chi esce.
Ma soprattutto perchè lo Stato si è inceppato, non decide e non fa più nulla. La notizia clamorosa, fin qui non uscita, è che in due anni esatti, dei famosi 105 milioni di euro disponibili grazie al cofinanziamento europeo, il Ministero per i Beni Culturali è riuscito a spendere solo 588mila euro!
Che 55,4 milioni di euro sono ancora da bandire, contro soli 18,7 già banditi.
E che sui 55 interventi da realizzare ci sono solo 5 cantieri aperti, e 9 progetti aggiudicati. Perchè? È triste ma necessario rilevare che l’intera catena di comando dell’archeologia — dalla soprintendenza su su fino alla direzione generale romana — si è rivelata del tutto inadeguata : incapace di gestire il personale, inconsapevole di governare non un museo o un sito, ma una vera e propria città .
Un episodio sintomatico: qualche mese fa una troupe della Rai che filmava alcuni turisti stranieri che staccavano, e si mettevano in tasca indisturbati, le tessere dei mosaici è stata accompagnata all’uscita da ben cinque dipendenti con il distintivo del concessionario, Civita.
Ecco un buon esempio di uso delle risorse, oltre che di trasparenza!
A questo disastro endemico si è sommata l’ipertrofia burocratica di strutture che si sommavano le une alle altre: il Comitato di Pilotaggio, il Gruppo di Lavoro, l’Unità Grande Pompei e il Comitato di Gestione. Un’orgia di maiuscole utili solo a frantumare e diluire le responsabilità , insabbiare le decisioni, favorire l’immobilismo.
Quando, nel maggio del 2013, si è trovato di fronte a tutto questo l’allora neoministro Massimo Bray non solo ha imposto una brusca accelerazione al progetto (varando ben 9 dei 14 progetti attivi), ma ha anche deciso di imporre un modello di governo che segnasse una brusca discontinuità : ora tutto è nelle mani di una struttura capace di decidere, e formata da un direttore generale (il generale dei carabinieri, ed ex capo del nucleo di tutela, Giovanni Nistri), un vice (il direttore Mibac Fabrizio Magani, cui si deve l’avvio vero della ricostruzione dell’Aquila monumentale), un soprintendente (l’archeologo di fama internazionale Massimo Osanna).
Un autorevole osservatore terzo (il giurista Lorenzo Casini) ha scritto che la soluzione Bray «ha il pregio di fronteggiare congiuntamente i seri problemi esposti: criminalità organizzata, assenza delle amministrazioni locali, inefficienze amministrative, urgenza Unesco».
Ma ci sono voluti nove mesi di estenuanti battaglie con i poteri forti esterni al Mibac e con la struttura interna: e la macchina non è ancora a regime perchè un’irresponsabile guerriglia burocratica è riuscita finora a impedire la formazione dello staff di Nistri e Magani, e a rinviare la presa di servizio di Osanna.
La partita per Pompei si vince o si perde a Roma:
Dario Franceschini è avvisato.
Tomaso Montanari
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Marzo 5th, 2014 Riccardo Fucile
GIACHETTI, GENTILONI, RICHETTI E BONAFE’ PRENDONO LE DISTANZE DAL PREMIER
Roberto Giachetti lo ripete come un ritornello, tra un capannello e l’altro nel corridoio dei passi perduti, alla Camera: “La riforma solo per la Camera non ha senso, è una frenata”.
Uno scontento aggravato da quei centoventi giorni di sciopero della fame i cui segni sono ancora evidenti.
Paolo Gentiloni lo ha spiegato già alla riunione del gruppo: “Questo accordo mi sembra più debole del precedente”.
Stupore, sconcerto, paura. Il day after dell’accordo scava, per la prima volta un solco, tra Renzi e una parte dei suoi.
Il segno dei tempi dei più è scandito nel pallore dei volti, nei lunghi silenzi, nelle critiche sussurrate all’orecchio.
Uno di loro chiede l’anonimato per consegnare lo sfogo: “L’Europa chiede una finanziaria lacrime e sangue, Matteo non ha più la carta di elezioni anticipare con questa legge elettorale, nei gabinetti che governano la macchina ci sono i funzionari di Letta, e Alfano è il vero vincitore. Si è incastrato”.
I critici sono i renziani della prima ora.
Non è un caso che il compromesso raggiunto sia stato difeso più da Roberto Speranza che dagli uomini del premier.
Ma “l’Italicum a metà ” è solo la punta di un iceberg di malumori accumulati nell’ultimo mese verso il Grande Capo.
Da quando è a Roma si è passati dalla rivoluzione promessa alla rivoluzione mancata. Dal sogno del governo della Leopolda a una manovra di Palazzo. Un passaggio accompagnato da un ennesimo cambio all’interno del cerchio magico. Maria Elena Boschi e Luca Lotti sono i guardiani ufficiali del renzismo sempre e comunque.
Lorenzo Guerini e Graziano Delrio i principali protagonisti del massaggio psicologico verso il premier che lo ha convinto nell’operazione Renzi 1.
Fuori dai quattro del giglio magico – così viene chiamato anche se di fiorentini ce ne sono solo due – tra i renziani della prima ora, appunto, montano le perplessità .
Matteo Richetti, ad esempio, è stato per anni il volto del rinnovamento. Presenza in tv, contatti diretti col Capo, con quell’accento emiliano e quell’aria da piacione dispensava ottimismo. Ora si è inabissato, complice la sconfitta al congresso nella sua regione. In segreteria Renzi ha messo il bersaniano Bonacini, e la conseguenza è che Richetti ha perso il congresso nella sua Modena. Ma il passaggio dall’ottimismo al pessimismo c’è stato con l’operazione Renzi a palazzo Chigi su cui, nelle riunioni ristrette si è detto contrario.
Così come appare più defilata Simona Bonafè, con Richetti il volto di punta del renzismo ai tempi della Rottamazione.
Divoratore di collaboratori e di staff, Renzi è così.
Vive di amori fugaci, interrotti quando, da abile situazionista, cambia tattica (e cerchio magico). Accadde con Gori, Giuliano Da Empoli e con tanti altri.
Gli intoccabili sono solo Maria Elena Boschi e Luca Lotti. Tutto il resto è noia.
Nardella, che già da tempo era uscito dalla cerchia ristretta, si è messo da solo al riparo a Firenze. Parecchi altri renziani della prima ora lasciano trapelare la loro delusione perchè, di fatto, scaricati dal Capo.
Basterebbe chiedere a Luigi Famiglietti, animatore del Big Bang campano, che prima ha perso il congresso, e poi si è visto arrivare come unico sottosegretario della Campania il dalemiano Basso De Caro.
Analoga disillusione l’ha vissuta la Bonaccorsi nel Lazio. Insomma, qualcosa di profondo è cambiato negli equilibri del Pd renziano.
Speranza i giovani turchi sono tornati in maggioranza col letticidio e portando Renzi a palazzo Chigi. Gentiloni, Giachetti, Tonini, e anche i renziani della prima ora si sentono all’opposizione. E perdono pezzi sul territorio.
Una situazione fotografata negli equilibri di governo, dove di renziani puri ci sono solo la Boschi e Delrio.
Ma la situazione è fotografata anche dalle presenze tv, forse l’indicatore più importante del “chi sale e chi scende” nella galassia Renzi.
Quelli della segreteria del partito, altro staff mandato nel dimenticatoio dal grande Capo, non si vedono da nessuna parte. Richetti e la Bonafè gestiscono con parsimonia la loro immagine.
A Ballarò invece si è rivista la Moretti. E, insieme a lei, nei talk che contano sono resuscitati parecchi della ex minoranza diessina.
Anzi, della nuova maggioranza di Renzi ai tempi del governo e dell’Italicum a metà . I renziani critici rimuginano nell’ombra.
(da “Huffingtonpost“)
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Marzo 5th, 2014 Riccardo Fucile
LA CANZONE CON CUI I BAMBINI DI SIRACUSA HANNO ACCOLTO RENZI E’ SINTOMO DEL CULTO DELLA PERSONALITA’ SENZA AVERLA
Applaudi e salta per il presidente del Consiglio. 
“Dovunque vai, tu non scordarti di noi. Dei nostri sogni… delle speranze che ti affidiamo, con fiducia, oggi a ritmo di blues”.
Questa volta non è l’Inno d’Italia cantato in coro insieme ai bambini.
Questa volta, nella visita “tradizionale” a una scuola al mercoledì, è una canzone personalizzata dedicata a Matteo Renzi: “Facciamo un salto, battiam le mani. Ti salutiamo tutti insieme, presidente Renzi” intonano i bambini della scuola Raiti di Siracusa.
Il testo della canzone è stato pubblicato su Twitter dalla giornalista di Agorà (Rai Tre) Cecilia Carpio: “Quel foglio era in mano a un’insegnante, stavano provando” racconta.
Un’atmosfera da “uomo della Provvidenza”, insomma, in una città molto “renziana” (a partire dal sindaco Giancarlo Garozzo).
L’effetto riporta a certe immagini dei cinegiornali di regimi del passato.
L’accoglienza dell’istituto Salvatore Raiti è stata raccontata anche dall’agenzia Ansa: bambini disposti in semicerchio nell’atrio della scuola, che ballavano e cantavano dando vita anche a dei coloriti girotondi, battendo le mani, oltre che scandendo ripetutamente il nome “Matteo, Matteo”.
Il presidente del Consiglio ha poi condiviso anche la merenda a base di dolci siciliani. Renzi, dal canto suo, ha provato a spiegare ai bambini la crisi: “Tanti dei vostri genitori forse hanno difficoltà perchè non hanno un lavoro. E’ un momento molto difficile. Pensate, è il momento più difficile per il lavoro da 30 anni. Ma c’è adesso la possibilità di investire per nuovi posti di lavoro”. Poi il premier si è fermato con le mamme e gli insegnanti.
Al capo del governo i bambini hanno consegnato, anche a nome di tutti gli 800 compagni di scuola, cinque bigliettini con i loro sogni.
Maria Angelica, Matteo, Martina, Gaia, Akshy e Antonella hanno parlato nel loro incontro con Renzi della voglia di aver una scuola ed un mondo libero da pregiudizi, di una scuola che sappia essere all’avanguardia e sempre rispettosa dei lavori della legalità e che sappia fare della differenza, della diversità un fattore di ricchezza e non di divisione.
Alla fine i bigliettini, ai quali è stato aggiunto anche quel scritto sul posto dallo stesso Renzi, sono stati legati a dei palloncini bianchi che, prima di lasciare la scuola “Raiti” lo stesso Renzi ha liberato in volo.
“Un gesto — ha spiegato alla fine dell’incontro la dirigente Angela Cucinotta — di forte valore simbolico. Per noi questo incontro ha avuto un elemento cardine: dare spazio ai bambini, ai loro progetti, ai loro sogni. E Renzi, con il suo modo di fare e di porsi anche con i più piccoli, ha certamente reso questo contatto assai più autentico e spontaneo. Per noi, per la nostra comunità scolastica è un’altra di quelle giornate da ricordare”.
Non l’ha nemmeno sfiorata il dubbio di aver contribuito a costruire un teatrino per la rappresentazione del “Grande bluff”.
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Marzo 5th, 2014 Riccardo Fucile
GIOVANNA RAITI, SORELLA DEL CARABINIERE VITTIMA DI “COSA NOSTRA”, PRIMA INVITATA, POI LA SERA PRECEDENTE ESCLUSA DAL “CERIMONIALE” DI RENZI: “LA SCUOLA PORTA IL MIO COGNOME, SONO STATA TENTATA DAL PRESENTARMI PER VEDERE CHI AVREBBE AVUTO IL CORAGGIO DI CACCIARMI”
Visita la scuola intitolata ad una vittima di Cosa Nostra, ma ai familiari è vietato l’ingresso nell’istituto.
È successo a Matteo Renzi che arrivato a Siracusa, è andato in visita nella scuola intitolata a Salvatore Raiti, il carabiniere diciannovenne assassinato dalla mafia a Palermo il 16 giugno del 1982, in quella che è passata alla storia come la strage della circonvallazione.
La debacle di Matteo Renzi è forse imputabile soprattutto al cerimoniale che ha organizzato la visita del premier nella città aretusea.
Tra i cori personalizzati dei bambini e le coreografie dedicate al presidente del Consiglio, che hanno creato un’atmosfera simile a quella raccontata dai cinegiornali del passato durante il ventennio, sarebbe dovuta intervenire anche Giovanna Raiti, sorella del carabiniere assassinato da Cosa Nostra e madrina della scuola.
“L’altro ieri — racconta con la voce rotta dalle lacrime — ho ricevuto un invito da parte della scuola per prendere parte come madrina all’incontro che la scuola avrebbe avuto con il Presidente. I pochi che mi conoscono sanno che a me certe cose provocano imbarazzo, ed infatti ho mostrato la mia perplessità alla mia interlocutrice, ma vista l’insistenza dell’insegnante, che parlava a nome della dirigente scolastica ho deciso di accettare l’invito, dato che anche mio padre insisteva perchè andassi”.
L’istituto scolastico però non aveva fatto i conti con il rigido cerimoniale previsto per la visita di Renzi.
“Ieri in tarda serata, infatti, mi arriva un messaggio sul cellulare in cui mi comunicano che il cerimoniale del Presidente non ha dato la possibilità di inserire la presenza di persone esterne alla scuola”.
Una vera e propria beffa, dato che la presenza esterna all’istituto vietata dal cerimoniale di Renzi non era altro che la sorella del carabiniere assassinato da Cosa Nostra a cui la stessa scuola è stata intitolata.
“Stamattina — continua Raiti — ero davvero tentata di presentarmi alla scuola che porta il mio cognome e poi avrei voluto vedere chi e con quale autorità avrebbe potuto cacciarmi via. Ho anche mentito a mio padre, non raccontando che non ci avevano voluto nell’istituto intitolato a mio fratello. È proprio questo che mi fa rabbia. Negli anni ho tagliato i rapporti con alcuni politici che utilizzavano il nome di mio fratello per fare campagna elettorale e adesso osservo Renzi che sfila in pompa magna senza nemmeno un minimo pensiero per chi ha dato la vita in nome di questo Paese”.
Giuseppe Pipitone
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