Marzo 5th, 2014 Riccardo Fucile
ALTO DEBITO PUBBLICO E SCARSA COMPETITIVITA’
Domani, Renzi arriverà per la prima volta a Bruxelles in veste di premier. Ma la vigilia non è
certo delle migliori: la Commissione europea, infatti, ha reso note questa mattina le valutazioni sui progressi compiuti dagli stati membri dell’Ue per far fronte agli squilibri macroeconomici.
E per l’Italia è arrivata una bocciatura ancora più sonora di quella che ci si attendeva.
Sul banco degli imputati c’è, come tradizione vuole, l’elevato debito pubblico del Paese.
Che resta altissimo nonostante gli sforzi protratti nel consolidamento dei conti.
“L’Italia presenta squilibri macroeconomici eccessivi — si legge nel testo dell’Esecutivo Ue – che richiedono un monitoraggio specifico e una forte azione politica”.
Azione che evidentemente finora non vi è stata. L’Italia è nella zona rossa tracciata dalla Commissione, insieme a Croazia e Slovenia.
Ma a dispetto di questi paesi, la situazione italiana preoccupa Bruxelles perchè viene considerata un pericolo non solo per l’Italia stessa ma per l’intera Europa.
“L’Italia deve far fronte all’altissimo livello di debito pubblico e alla debole competitività — dice la commissione Affari economici di Bruxelles – Entrambe sono radicate nella flebile crescita della produttività e richiedono politiche urgenti. La necessità di un’azione decisa per ridurre il rischio di effetti perversi nel funzionamento dell’economia italiana e dell’intera Eurozona è particolarmente importante visto il peso dell’economia italiana”.
Per combattere il debito pubblico, si chiede di implementare l’avanzo primario e irrobustire la crescita. Azioni che non sono state compiute finora in maniera adeguata.
Entro fine aprile l’Italia, così come gli altri due paesi in cui ci sono squilibri macroeconomici giudicati “eccessivi”, dovrà presentare a Bruxelles il piano nazionale di riforma e il programma di stabilità che dovrà essere il frutto di un “dialogo aperto” con la commissione europea per fronteggiare gli squilibri.
Una bocciatura forte per la politica italiana a prescindere da chi ha occupato i posti di governo negli ultimi tempi, perchè se l’Ue segnala “progressi nel 2013 in merito agli obiettivi di consolidamento fiscale”, aggiunge anche che “gli aggiustamenti del bilancio strutturale nel 2014 secondo le ultime previsioni sono insufficienti”.
Uno schiaffo al governo Letta che, però, suona anche come un avvertimento per il nuovo esecutivo targato Renzi.
Il premier sarà a Bruxelles domani per il summit straordinario sull’Ucraina e non si sa ancora se avrà il tempo di affrontare i temi economici.
Di sicuro lo farà Padoan la prossima settimana, quando debutterà da ministro dell’Economia per il doppio vertice dell’Eurogruppo e dell’Ecofin di lunedì e martedì.
(da “Huffingtonpost“)
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Marzo 5th, 2014 Riccardo Fucile
LE TIPOLOGIE DI IMMOBILI ESENTI RESTANO SETTE, COME PER LA VECCHIA ICI DEL 1992
Retromarcia del governo sulla tassazione di Chiese, oratori, associazioni non profit e musei.
Il testo finale del decreto legge su «Disposizioni urgenti in materia di finanza locale», debitamente “bollinato” dalla Ragioneria generale dello Stato e in uscita sulla Gazzetta ufficiale prevede al comma 3 dell’articolo 1, in modo esplicito e dettagliato, un regime di esenzione dalla Tasi per luoghi di culto, oratori, sedi di associazioni di volontariato e tutto quanto svolge un ruolo sociale, compresi gli stabili di proprietà dello Stato, Regioni e Province.
Cambia dunque il nome della tassa, ma restano i privilegi: si applicheranno alla Tasi, come avveniva per l’Ici e per l’Imu.
La chiarificazione arriva dopo il “giallo” scoppiato in seguito al consiglio dei ministri di venerdì scorso, il primo del governo Renzi, che ha varato l’addizionale mobile dello 0,8 per mille per la Tasi finalizzata ad introdurre detrazioni per le fasce di popolazione più disagiate
Il testo del Consiglio dei ministri di venerdì prevedeva espressamente, all’articolo 4, l’esenzione limitata a 25 immobili di proprietà del Vaticano tra cui le Basiliche di San Paolo e Santa Maria Maggiore e il Palazzo Pontificio di Castel Gandolfo.
Anche il comunicato stampa di Palazzo Chigi, emesso alla fine della riunione, faceva riferimento esplicito solo a questa tipologia di edifici citati peraltro dai Patti Lateranensi del 1929.
Le tipologie di immobili «esenti » sono invece sette, e sono previste dalla legge che ha istituito l’Ici (la vecchia tassa sulla casa) nel 1992: nella prima versione del decreto veniva citata la lettera «e» (relativa agli immobili di proprietà del Vaticano) ma non la precedente «d» (relativa ai fabbricati «destinati esclusivamente all’esercizio del culto»).
Tanto bastava per sollevare il caso che non veniva chiuso da una blanda rassicurazione di Palazzo Chigi giunta in serata.
Dopo un serrato confronto tecnico tra gli uffici del Dipartimento delle Finanze e Palazzo Chigi ieri si è giunti ad una soluzione.
Ma negli ultimi giorni, mentre gli ambienti del sottosegretario Graziano Delrio continuavano a mandale segnali rassicuranti al mondo cattolico e del non profit, dal ministero dell’Economia si parlava di una questione «delicata» e «in definizione ».
Ieri la correzione di rotta finale: il testo definitivo inviato alle tipografie del Poligrafico per essere stampato sulla «Gazzetta ufficiale », composto di 21 articoli, risulta abbondantemente rimaneggiato: al comma 3 dell’articolo 1 si spiega, che sono esenti dalla Tasi «gli immobili posseduti dalla Stato » e che si applicano, inoltre, le esenzioni previste dalla legge che ha istituito l’Ici.
La relazione tecnica riporta con trasparenza le fattispecie ora espressamente esenti, anche dopo il passaggio da Imu a Tasi: destinazione culturale, fabbricati appartenenti a Stati esteri e organizzazioni internazionali, immobili delle associazioni no profit (escluse le sedi di partito), immobili della Santa Sede e, infine, i fabbricati «destinati esclusivamente ai luoghi di culto».
Una chiara precisazione necessaria perchè la natura della Tasi, che si paga sui servizi comunali, indipendentemente dal possesso, è diversa da quella dell’Imu che si paga sulla proprietà .
Cambiando la motivazione, se non ribadite, sarebbero scomparse anche le esenzioni.
Per il mondo della Chiesa un sospiro di sollievo (avrebbero corso il rischio di pagare 8.340 Chiese e oltre 19 mila oratori), pericolo scampato anche per il mondo del volontariato. Per gli ambienti laici, reduci dalla polemica degli ultimi anni, sul pagamento dell’Imu sugli immobili commerciali della Chiesa, un nuovo privilegio indebito.
Per i Comuni ai quali il decreto riduce a 625 milioni (dai 700 previsti alla vigilia), invece, una mancata opportunità di gettito.
Roberto Petrini
(da “La Repubblica“)
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Marzo 5th, 2014 Riccardo Fucile
LA SITUAZIONE STAVA PRECIPITANDO, MA GLI ISTITUTI CREDITORI HANNO RINVIATO LA RESA DEI CONTI
Come a Caporetto. Quella di Sorgenia è una rotta disordinata. 
Rodolfo De Benedetti eccelle nell’arte della “rifocalizzazione”, la supercazzola manageriale.
Sul sito web della Cir, la holding della famiglia De Benedetti a cui fa capo la società elettrica, sono ancora pubblicate le vecchie “linee di sviluppo”: “Aumento della clientela residenziale” e “focalizzazione sul settore eolico”.
Peccato che non valgano più dallo scorso 18 dicembre, quando Sorgenia ha cambiato idea: “Priorità allo sviluppo commerciale sul mercato “corporate” (grandi imprese e piccole e medie aziende)” e “dismissione di tutte le attività nelle energie rinnovabili in Italia”.
L’s.o.s. di Rodolfo
Come molti capitani d’industria, Rodolfo De Benedetti, il primogenito a cui Carlo l’Ingegnere ha ceduto anni fa la guida del gruppo, eccelle nell’arte della “rifocalizzazione”, la supercazzola in versione manageriale. Si fa un ambizioso “piano industriale”, lo si fa finanziare dalle banche, poi si scopre che si è sbagliato e si passa alla rifocalizzazione. Solo che stavolta, in calce al comunicato rifocalizzante, c’era la dichiarazione di resa: “Tenuto conto dell’entità dell’indebitamento, Sorgenia ritiene necessaria una ristrutturazione finanziaria e ha invitato le banche ad avviare un processo di approfondimento e discussione al riguardo.
Nel frattempo, al fine di garantire la piena operatività , la società ha avanzato richiesta di moratoria e stand still fino al 1 luglio 2014”. Tradotto: “Non ti pago”.
Mentre Rodolfo lancia il suo s.o.s. alle banche l’Ingegnere si affretta a chiarire che non ha più niente a che spartire con Cir e Sorgenia, nè cariche nè azioni.
Nel 1996 mollò l’Olivetti agonizzante all’allora sconosciuto ragioniere Roberto Colaninno, adesso si disinteressa del disastro elettrico di famiglia e si occupa solo di pontificare sulle precarie sorti del Paese.
Dei circa 2 miliardi di euro di valore di Borsa del gruppo De Benedetti (nelle quotate Co-fide, Cir, Espresso e Sogefi) solo 200 milioni (un euro su dieci) sono capitali rischiati dal cosiddetto padrone, il resto è messo dagli azionisti di minoranza: chi comanda sbaglia, il parco buoi paga.
I creditori hanno reagito alla resa di Rodolfo chiudendo i rubinetti e a fine febbraio Sorgenia ha comunicato di avere un mese di vita, dando il via alla consueta convulsa trattativa per il salvataggio a spese dei 21 istituti creditori.
È dunque una Caporetto anche delle banche, prima generose e poi distratte.
Si accorgono di colpo che Sorgenia non è più in grado di pagare neppure gli interessi sul debito di 1,9 miliardi. E che Cir non ha risorse per fronteggiare il disastro. Sorgenia ha bisogno di almeno 600 milioni di capitale, Cir non ne vuol mettere più di 100. E il famoso risarcimento versato da Silvio Berlusconi per il caso Mondadori? Non c’è più.
La Cassazione ha fissato la cifra a 491 milioni, diventati 350 dopo spese e tasse.
Ma la dichiarazione di default di Sorgenia dà diritto ai detentori delle obbligazioni Cir a scadenza 2024 di chiedere il rimborso immediato: sono 259 milioni.
Ne restano 90, quindi se Rodolfo De Benedetti dice che ne tira fuori 100 sta già facendo uno sforzo.
Le banche dovrebbero convertire crediti in azioni per gli altri 500 milioni necessari. L’unica cosa chiara che emerge dalle trattative segretissime (quando si perdono miliardi dei piccoli azionisti scatta la privacy) è che il valore attribuito oggi a Sorgenia è zero. Possibile che una società che solo un anno fa dichiarava un patrimonio netto (capitale più riserve) vicino al miliardo abbia polverizzato il suo valore in poche settimane?
No, non è possibile. Infatti era tutto chiaro da anni.
Le banche avrebbero potuto accorgersi solo leggendo i bilanci, o i giornali, che i loro crediti erano in pericolo.
Nel 2007 Sorgenia dichiarava l’obiettivo di avere nel 2010, dopo tre anni, debiti per 1,4 miliardi e patrimonio netto per 1,3 miliardi.
A consuntivo, i debiti erano 300 milioni più alti e De Benedetti e soci avevano immesso 200 milioni di capitale in meno.
Mancavano all’appello 500 milioni, e nessuno ha fiatato.
Nel 2007 Sorgenia dichiarava che entro il 2010 avrebbe avuto 450 megawatt di potenza installata nell’eolico, il business delle rinnovabili che si focalizza e rifocalizza.
Oggi siamo a malapena a 200 megawatt. Non solo. L’obiettivo per il 2010 era un fatturato di 3 miliardi e un ebitda (il margine operativo lordo, quella differenza tra costi e ricavi con cui si ripagano le banche) di 500 milioni. A consuntivo il fatturato è stato 2,5 miliardi e l’ebitda si è fermato a 151 milioni, del 70 per cento sotto l’obiettivo.
Tre anni fa i fattori industriali della crisi, che stanno colpendo tutto il settore, erano già chiari: il boom del fotovoltaico (alimentato dalle stesse banche, che incamerano una bella fetta delle sovvenzioni) ha messo alle corde le centrali termiche, in particolare quelle di Sorgenia, costruite a crisi iniziata.
Ci voleva un sensitivo per capire che i miliardi prestati erano in pericolo? E adesso che Sorgenia ammette che nei prossimi anni l’ebitda non supererà i 120 milioni all’anno (contro gli almeno 500 programmati) ci vuole un mago per capire il problema? Sarebbe bastato un brain storming tra un elettricista e un ragioniere. Tutt’al più un banchiere. Sarebbe bastato per esempio che il presidente del Monte dei Paschi Giuseppe Mussari fosse un banchiere e non un dilettante, come rivendicato dall’interessato.
Nel 2010, quando Sorgenia comincia a scricchiolare, Mps è esposto per 1,2 miliardi, due terzi dell’indebitamento netto della società . Gli ispettori di Banca d’Italia, che scrutinavano le carte senesi dopo l’incauto acquisto di Antonveneta, non si sono accorti di niente.
Banchieri distratti?
Oggi Mps è esposto per 600 milioni, guida la classifica delle banche creditrici.
Al secondo posto Intesa Sanpaolo, attorno ai 350 milioni contando i crediti alla controllata Tirreno Power, ma il dato è incerto perchè la banca presieduta da GiovanniBazoli non ama la trasparenza quando si parla dei crediti dati agli amici degli amici.
Come pretendere da Bazoli chiarezza sul caso Sorgenia se ancora non è riuscito a capire, dopo dieci anni, quale dei suoi dirigenti abbia prestato 1,8 miliardi senza alcuna garanzia reale al suo amico Romain Zaleski per giocare in Borsa?
L’estate scorsa — quando Rodolfo De Benedetti ha allontanato l’amministratore delegato Massimo Orlandi, e il nuovo manager Andrea Mangoni non ha potuto far altro che accendere la calcolatrice per misurare il disastro — cosa hanno detto le banche? Niente.
Ci diranno i posteri se le menti raffinatissime di manager e banchieri riusciranno a raddrizzare la barca, o se Sorgenia si rivelerà un clamoroso scandalo del capitalismo di relazione.
Certo, come ha protestato Rodolfo De Benedetti con il Corriere della Sera, è improprio mettere insieme la vicenda Sorgenia con l’attivismo politico di suo padre Carlo che, lo abbiamo capito, non c’entra proprio niente.
Ma è duro da scacciare il cattivo pensiero che i banchieri, quando bussa l’editore di Repubblica , padre o figlio che sia, diventino d’incanto generosi e distratti.
Giorgio Meletti
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 5th, 2014 Riccardo Fucile
NEL GIORNO DELL’ACCORDO SULL’ITALICUM, LA GIUNTA DOVEVA VOTARE (A UN ANNO DALLA RICHIESTA DEL GIP) L’UTILIZZO DELLE INTERCETTAZIONI P3. … MA IL SENATO HA RINVIATO ANCORA
Nona seduta e nono rinvio della Giunta delle immunità del Senato, ieri, sulla richiesta del Gip di Roma di autorizzazione all’uso di intercettazioni telefoniche di Denis Verdini, senatore, Nicola Cosentino e Marcello Dell’Utri, tutti parlamentari all’epoca dei fatti.
Tutti concordi nel riparlarne oggi, Pd compreso, ovviamente.
L’inchiesta è quella sulla presunta associazione segreta P3, finalizzata secondo l’accusa al pilotaggio di appalti e sentenze, oltre che al dossieraggio al danno di nemici politici.
La faccenda, però, è ormai antichissima e chissà se al tribunale di Roma si ricordano ancora di quella lontana richiesta sugli ascolti dei tre pesi massimi berlusconiani: il Gip, infatti, l’ha presentata al Parlamento il lontano 12 aprile dell’anno scorso, ma a palazzo Madama ancora non hanno trovato il tempo di dire cosa ne pensano.
La presidenza del Senato, per dire, la soppesò per due mesi prima di convincersi, l’11 giugno, ad annunciarne l’arrivo all’aula e ad assegnarla alla Giunta per le elezioni e le immunità . Quest’ultima, però, forse troppo impegnata a discutere di come rinviare l’inevitabile epilogo della decadenza di Silvio Berlusconi, trovò modo di occuparsene la prima volta solo il 24 settembre 2013, oltre sei mesi dopo l’arrivo.
Di lì a dicembre, la Giunta trovò il modo di discuterne altre quattro volte, compresa l’accorata audizione di Verdini proprio alla fine dell’anno.
Votare? Macchè. Col 2014, però, il vento sembrava cambiato: Berlusconi , e pure Verdini, dunque, non erano più al governo e allora si poteva autorizzare i magistrati a usare le telefonate senza pagare prezzi politici elevati.
Tre sedute filate e finalmente la decisione di votare: appuntamento per il 4 marzo, cioè ieri.
Solo che poi c’è stato l’intoppo e non se n’è fatto niente: c’erano le concomitanti riunioni di Copasir e Antimafia – ha spiegato il senatore Andrea Augello di Ncd — meglio rimandare ancora per consentire una più ampia partecipazione dei senatori commissari.
Il Pd, democraticamente, acconsente. “Giusto, per carità — spiega un senatore di maggioranza — ma Verdini ieri stava anche facendo da tramite tra Renzi e Berlusconi sulla legge elettorale: meglio non esacerbare gli animi e stare tranquilli”.
Nel frattempo, infatti, il Cavaliere è tornato al centro della scena e il buon Denis fa addirittura lo statista grazie al rapporto antico e amichevole col nuovo presidente del Consiglio.
Fatto l’accordo sulla legge elettorale, ora si potrebbe teoricamente procedere: si vedrà oggi, visto che il presidente della Giunta Dario Stefà no ha convocato una nuova riunione proprio nel pomeriggio.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 5th, 2014 Riccardo Fucile
COSA PREVEDE L’ACCORDO DI IERI
Alla fine c’è il nuovo accordicchio sulla legge elettorale. 
Renzi festeggia a bocca un po’ stretta, Alfano e la minoranza del Pd ridono felici con gli altri cespugli, Silvio Berlusconi si lamenta, ma accetta.
La doppia maggioranza del premier equilibrista si perpetua grazie alla scappatoia tecnica, che in realtà è pura tattica e produce l’inghippo “salva-legislatura”. Vediamo perchè.
Cosa prevede l’accordo di ieri?
La cosa in sè è semplice: viene stralciato l’articolo 2, quello che disciplinava l’applicazione dell’Italicum al Senato. Di Palazzo Madama, semplicemente, nella legge partorita da Renzi e Berlusconi non si parla proprio più.
E questo che implicazioni pratiche ha? Il Senato è stato abolito?
Qui c’è l’inghippo della faccenda. Il Parlamento, palazzo Madama compreso, si apprestano a votare una legge elettorale che si basa sul presupposto falso che il Senato non esiste più. Solo che la Camera Alta esiste ancora, anche se Pd, Forza Italia e gli altri si sono accordati per eliminarla con apposita legge costituzionale (nessuno l’ha ancora vista, però).
Qual è il problema?
Il problema è che, teoricamente, per andare al voto si dovrebbe adottare l’Italicum (maggioritario) alla Camera e il Consultellum (proporzionale) al Senato. Si dice teoricamente, intanto, perchè nessun presidente della Repubblica consentirebbe di andare a votare in una situazione del genere, ovvero nell’impossibilità programmatica di formare una maggioranza. In secondo luogo c’è il forte sospetto (vedi il parere dell’avvocato costituzionalista Pellegrino nella pagina accanto) che il combinato disposto, tra la legge elettorale di Renzi e quella disegnata dalla Corte costituzionale con la bocciatura del Porcellum, sia incostituzionale.
Perchè?
Sono due sistemi opposti. Il caso più evidente è quello del premio di maggioranza: si sottraggono seggi ad alcuni partiti per assegnarli ai vincitori in nome della governabilità , della possibilità di formare una maggioranza coesa. Eppure visto che il Senato sarebbe eletto su base proporzionale la cosa non avrebbe alcuna ragion d’essere: è evidente che il primo ricorso ad arrivare alla Consulta invaliderebbe le elezioni.
E allora a cosa serve l’accordo di ieri?
Alla Camera, in Transatlantico, lo chiamavano il “salva-legislatura”. Visto che è impossibile votare con una porcheria del genere in vigore, significa che finchè non si fanno le riforme non si andrà alle urne ancora per molto, molto tempo, forse non prima della scadenza naturale della legislatura, nel 2018.
Ancora quattro anni senza poter votare?
Di sicuro non meno di 12-18 mesi. L’abolizione del Senato, infatti, non è solo una riforma costituzionale, dunque lunga per esplicita previsione della Carta, ma anche molto complessa: significa rimettere mano ai rapporti tra governo e Parlamento, alla platea che elegge il presidente della Repubblica, al ruolo dell’attuale seconda carica dello Stato (cioè il presidente del Senato, che esercita le funzioni di capo dello Stato “in ogni caso” in cui il titolare “non possa adempierle”).
A chi conviene una situazione così ingarbugliata?
A tutti quei partiti che vedevano il voto immediato come una sciagura, Nuovo centrodestra su tutti, che così continua a mantenere inalterato il suo potere di ricatto sul governo. Anche la minoranza Pd, che non a caso con i deputati cuperliani Lauricella e D’Attorre ha firmato l’emendamento cancella-Senato, festeggia: se si andasse alle elezioni, è il timore, Renzi spazzerebbe via quelli che lo hanno avversato al congresso.
Cos’altro cambia nell’Italicum depurato dall’articolo 2?
Ad esempio è stato stralciata la norma cosiddetta “Salva-Lega” voluta da Forza Italia per tenere legato il Carroccio. La soglia di sbarramento passa dal 5 al 4,5 per cento, quella per il premio di maggioranza è fissata al 37 per cento. Resta ancora aperta la questione della rappresentanza di genere: per ora l’Italicum non prevede “quote rosa”.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 5th, 2014 Riccardo Fucile
PER IL COSTITUZIONALISTA “DOVREBBE INTERVENIRE NAPOLITANO”
La legge elettorale come viene fuori dall’accordo di ieri è incostituzionale, sequestra il diritto di voto degli italiani e il Quirinale dovrebbe fermarla.
Il costituzionalista Gianluigi Pellegrino è durissimo: “Lo dico con la morte nel cuore, perchè ho riposto grande fiducia in Renzi fino a perdonargli il modo in cui è arrivato al governo”.
E ora?
Si delinea un SuperPorcellum, una legge per cui è vietato votare.
Non è un po’ troppo?
L’agibilità democratica è garantita solo con una legge elettorale praticabile. Ogni giorno deve essere teoricamente possibile andare alle urne, è la leva del buon governo.
È sicuro di quel che dice?
Mi scusi, non si disse ai tempi del Porcellum che non si poteva votare con una legge incostituzionale? E questa lo è di più.
Come fa a dirlo?
La Consulta ha già sostenuto che, se è possibile avere due sistemi elettorali diversi tra Camera e Senato, non possono però essere opposti. Altrimenti non si può andare a votare.
Teoricamente si; con Italicum alla Camera e Consultellum al Senato.
Ma uno è fortemente maggioritario e l’altro proporzionale puro. Inoltre l’Italicum alla Camera giustifica la ferita alla rappresentanza col valore della governabilità che però è esclusa al Senato. Quel premio sarebbe allora clamorosamente illegittimo.
Quindi?
Decidono con legge che è vietato votare. L’avesse fatto D’Alema con Berlusconi saremmo tutti in piazza. Il capo dello Stato si faccia sentire.
Napolitano ha gli strumenti?
Certo, il Colle può intervenire per manifesta incostituzionalità e c’è già la sentenza della Consulta. Mi auguro anzi che trovi il modo di farlo subito, prima che approvino quest’indecenza.
Soluzioni?
Ne indico due. O si aspetta di abolire il Senato almeno in prima lettura dandosi un termine ultimo, se è vero che lo vogliono. Oppure per ora sia pplica l’Italicum anche al Senato prevedendo che il premio di maggioranza non si assegna in caso di esiti opposti; eventualità , comunque, remotissima avendo giustamente tolto i premi regionali.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 5th, 2014 Riccardo Fucile
SàŒ AL SUPER-PORCELLUM SOLO PER LA CAMERA, BERLUSCONI ALLA FINE CEDE AL FIORENTINO: ”PER AIUTARLO, PERCHà‰ NON TIENE I SUOI”… MA PER I FALCHI “STA FACENDO IL FURBO CON TUTTI”
La grande fregatura. Nel Transatlantico dei nominati che resistono, senza se e senza ma. Un
falco berlusconiano, nemmeno tanto abbacchiato, sbotta: “Di questo passo voteremo nel 2019”.
Una battuta amara per chiarire che il senso di tutta questa operazione dell’Italicum dimezzato è uno solo. Portare legislatura e governicchio Renzi alla scadenza naturale del 2018.
Un deputato del Pd, distaccato dalle faide interne, fa un riassunto perfetto del caos nel giorno di Renzi l’Africano: “Dovevamo dividere la Camera dal Senato e ci ritroviamo con due Camere e due leggi elettorali diverse, mai successo. Al governo abbiamo fatto dimettere Gentile e ci teniamo quattro indagati. Così i grillini possono arrivare anche al 30 per cento alle Europee”.
Il vertice a Palazzo Grazioli
Caos torbido, non calmo, che prende forma in una mattinata decisiva a Palazzo Grazioli, la residenza di B. nella Capitale. Il Cavaliere ha sentito puzza di fregatura da giorni e ha già mandato avanti i fedelissimi contro Renzi.
Il patto del Nazareno tra “Matteo” e “Silvio” si infrange contro il muro della minoranza Pd, ancora prevalente nei gruppi parlamentari a formazione bersaniana, e del Nuovo centrodestra. Ma è sui problemi democratici che si concentra l’ultima telefonata tra Denis Verdini, lo sherpa berlusconiano sulle riforme, e il premier. “Denis sulla versione che volete voi io non posso garantire nulla, mi dispiace”. È la ripetizione del film visto il giorno prima sul caso Gentile, il sottosegretario censore di Ncd. Anche qui un ultimatum a Renzi dal capogruppo alla Camera del Pd, Speranza: “Sulle mozioni di sfiducia rischiamo di spaccarci”.
Di qui il pressing su Alfano, con le dimissioni di Gentile. Idem, ieri. Costringendo Berlusconi a un cedimento sul fronte delle elezioni anticipate.
Obiettivo: buttare la croce sul Pd
A Palazzo Grazioli, nonostante i tamburi di guerra rullati dai vari Brunetta, Berlusconi ha imposto ai suoi la linea del grande gesto: “Renzi non tiene i suoi, intestiamoci noi la sua salvezza”. Una mossa che fa i conti anche con il realismo un po’ disperato di Berlusconi. La rottura del patto con il premier implicherebbe un nuovo isolamento e rimanere fuori dai giochi della nuova legge elettorale. Meglio cedere adesso e buttare tutta la croce sul Pd e le sue guerre interne.
Il sacrificio viene messo nero su bianco in nota del Cavaliere: “Prendiamo atto con grave disappunto della difficoltà del presidente del Consiglio di garantire il sostegno della sua maggioranza agli accordi pubblicamente realizzati”.
La doppia maggioranza resta in piedi
È il riferimento al vecchio patto del Nazareno. E B. tenta anche di non enfatizzare la vittoria di Alfano, addossando tutte le colpe alla minoranza plurale del Pd: “Come ulteriore atto di collaborazione, nell’interesse del Paese, a un percorso riformatore verso un limpido bipolarismo e un ammodernamento dell’assetto istituzionale, manifestiamo la nostra disponibilità ad una soluzione ragionevole che, nel disegnare la nuova legge elettorale, ne limiti l’efficacia alla sola Camera”.
Teoricamente, la doppia maggioranza resta in piedi e il premier gode. In due giorni ha disinnescato due bombe: lo scandalo Gentile e il pasticcio dell’Italicum.
Al “disappunto” berlusconiano corrisponde ovviamente la soddisfazione di Alfano, che dice anche di non credere a “un patto segreto tra Renzi e Berlusconi”.
“Arriverà il momento che Matteo pagherà dazio”
Dopo le dimissioni di Antonio Gentile, il Nuovo centrodestra si è subito accucciato, senza sbraitare e agitarsi per i quattro indagati di sottogoverno in quota Pd. Schifani ha fatto solo ammuina: “Perchè di fronte agli altri indagati che sono nel governo non si è scatenato lo stesso fuoco mediatico?”. Tutto qui.
Dal Pd, invece, solo silenzio. Si va avanti così, in una settimana che consegnerà al Paese due leggi elettorali per due Camere e che allontana la prospettiva del voto anticipato, sotto lo sguardo sempre vigile e attento del sovrano del Napolitanistan .
Da quando è al governo il renzismo sta mostrando il suo volto peggiore. Un altro falco di B. annota: “Renzi sta facendo il furbo con tutti, da Alfano a Berlusconi, ma verrà il momento che pagherà dazio”.
Adesso, però, è stato il Cavaliere a pagare dazio.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 5th, 2014 Riccardo Fucile
LA VERA RIVOLUZIONE SAREBBE UN GOVERNO SENZA INDAGATI
La doppia morale a sinistra esiste, nelle cose piccole e in quelle grandi.
Cominciando dalle piccole: si può essere sollevati nell’apprendere che al culmine della crisi ucraina la ministra Pinotti abbia trovato il tempo per andare a sgranchire le gambe sue e della sua scorta in una maratona a Ostia.
Ma non ci si può fare a meno di domandarsi che cosa avremmo detto se un ministro della Difesa di Berlusconi, magari proprio Gnazio La Russa, avesse lasciato curvo sui dossier euroasiatici qualche generalissimo secchione e se ne fosse andato allo stadio con il figlio Geronimo e gli amici Malanimo e Boro Seduto.
Passando a questioni più serie, l’intero Paese fa la ola per il congelamento del sottosegretario Gentile, il luogotenente calabrese di Alfano coinvolto in una storiaccia di intimidazioni a un giornale.
Ma, terminata la ola, qualcuno comincia a chiedersi perchè Gentile sia fuori dal governo mentre i quattro sottosegretari indagati del Pd rimangono dentro.
Lascia stupefatti Francesca Barracciu, la vincitrice delle primarie sarde indotta a ritirarsi per via dell’indagine che le contesta una cresta di 33 mila euro sulle note spese.
Come mai chi non andava bene per fare la governatrice a Cagliari va benissimo per fare il sottosegretario a Roma?
Forse perchè nel primo caso sarebbe stata sottoposta al vaglio degli elettori e nel secondo no? Quando Barracciu uscirà dall’inchiesta bianca come un giglio sarà un piacere riabbracciarne i talenti sottosegretariali, ma nel frattempo un governo senza indagati rappresenterebbe una novità rivoluzionaria.
Molto più del Pastrocchium elettorale appena varato.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa“)
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Marzo 5th, 2014 Riccardo Fucile
“SE SALTA TUTTO FANNO UNA LEGGE ELETTORALE CHE CI AMMAZZA”
“Renzi è stato leale e ha provato a rispettare i patti. Ma non regge più i suoi. Qua rischia di
saltare tutto e se salta tutto poi ci fanno una legge elettorale che ci ammazza”.
È una scelta del “male minore” quella che Silvio Berlusconi sottopone allo stato maggiore del suo partito riunito d’urgenza a palazzo Grazioli: o si accetta il Lauricella o il cosiddetto emendamento D’Attorre o il Pisicchio (ovvero un emendamento che dica che la legge entra in vigore tra un anno).
La rosa ha solo tre petali. Sennò salta tutto. E il tempo stringe. Perchè stavolta è Renzi che chiede una risposta in tempi rapidi. Alla fine il male minore è far approvare la legge elettorale solo per Camera, l’emendamento D’Attorre.
Le notizie che riporta Denis Verdini sono buone per un bollettino di guerra: Renzi, in nottata, ha spiegato che “è impossibile che l’accordo sull’Italicum passi nel voto segreto” così come è stato pensato al Nazareno un mese fa. Il grosso del suo gruppo vuole ad ogni costo legare la legge elettorale alle riforme o attraverso il famoso emendamento Lauricella o attraverso quello D’Attorre. Renzi, riferisce Verdini, è furioso perchè non controlla il suo gruppo parlamentare. Anzi ha la sensazione che stia facendo di tutto per impaludarlo.
A quel punto, è la conclusione del ragionamento verdiniano, se impallinano l’accordo nel segreto dell’urna Renzi è più debole e Berlusconi pure.
E se Renzi è più debole il passaggio successivo è che viene cambiata la legge elettorale, a maggioranza, magari con un modello che ammazza Forza Italia. Si possono cioè far scorrere i titoli di coda sul film che vede il Cavaliere e il giovane premier protagonisti delle riforme.
L’alternativa è fare il buon gesto e intestarsi l’operazione, accettando il “dannato” emendamento. Il vantaggio è continuare a blindare l’asse con Renzi col quale il Cavaliere e sente di avere ancora un’intesa di fondo per andare al voto nel 2015, quando uno avrà terminato i servizi sociali.
E allora è proprio Berlusconi, nel corso della riunione, a mostrasi più dialogante dei suoi, fermo nel tenere il gioco di sponda col premier.
Anche a costo di smentire i solerti dichiaratori alla Brunetta che in mattinata strepitavano che “così salta tutto”.
La linea telefonica tra Verdini e il Nazareno bolle. Alla fine la scelta cade sull’emendamento D’Attorre, il male minore appunto, a valutare pro e contro. Rispetto al Lauricella consente di fissare un punto che non è banale, ovvero che la legge elettorale passi alla Camera.
Il Pisicchio non si può neanche prendere in considerazione, perchè non si è mai vista una legge “post datata”.
In fondo, approvare la legge alla Camera, consente comunque di fare una belle figura vendendo un risultato. E nei pensieri del Cavaliere consente anche di valutare uno scenario da azzardo, quello di un eventuale voto con una doppia legge elettorale, l’Italicum alla Camera e il Consultellum al Senato, semmai dovesse saltare la legislatura: “Se si vota con questo assetto — prosegue l’azzurro di rango — lo sbocco sono le larghe intese”.
È chiaro che il boccone amaro su cui restano tutte le perplessità dei big di Forza Italia è il rischio che la legislatura si allunghi a data da destinarsi, visto che è assai complicato che in un anno i tacchini (i senatori) votino il Natale (la propria abolizione).
Epperò, da quando c’è Renzi nei ragionamenti del Cavaliere è cambiato schema. La verità , confessa più di un fedelissimo, è che si sente al governo. Il suo approccio è collaborativo, non conosce il concetto di rottura, proteso a salvaguardare il dialogo privilegiato col premier.
Anche a costo di alimentare i mal di pancia dei suoi, che iniziano a chiedersi come si possa andare avanti senza fare opposizione e continuando a fare le stampelle del capo della sinistra.
(da “Huffingtonpost”)
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