Marzo 5th, 2014 Riccardo Fucile
“MODELLI INCONGRUENTI TRA LORO, SEMBRA UNA GABBIA DI MATTI”
“L’operazione sull’Italicum, con l’intesa per applicarlo solo alla Camera “è incostituzionale. Non perchè non si possano avere sistemi diversi di voto per Camera e Senato, ma perchè in questo caso avremmo due modelli del tutto incongruenti tra loro, col risultato di mettere una Camera contro l’altra. Questo è irragionevole. E quindi, incostituzionale. L’unica via costituzionalmente corretta per uscirne, secondo me, è scrivere la legge elettorale e poi se il Senato verrà abolito, cadrà anche la parte di legge che lo riguardava.” E’ l’opinione del costituzionalista Michele Ainis, interpellato dall’Ansa.
“In questa vicenda – osserva il giurista – c’è un problema politico che stanno trasformando in un danno giuridico. E, per dirla tutta, sembra di stare in una gabbia di matti. La filosofia che stanno seguendo è quella del ‘fare come se ‘. Fare come se il Senato non esistesse. Ma il Senato esiste, così come esiste un sistema bicamerale, con due Camere che danno la fiducia ai governi e timbrano le leggi. Un esempio, per capire. Agli inizi degli anni ’90 si fece una legge elettorale che stabiliva delle quote per cui nessuno dei due sessi poteva essere rappresentato in misura inferiore a un terzo. La Consulta la annullo’, perchè l’art. 51 della Costituzione originario non prevedeva il principio delle pari opportunità . Questo principio fu poi introdotto e l’art. 51 riscritto, dando spazio alle pari opportunità , e ora la legge può stabilire le quote. La strada che si sta seguendo in questo caso è simile: in sostanza, si precorre una riforma costituzionale con una legge ordinaria e così facendo la legge ordinaria rischia di essere illegittima rispetto alla Costituzione vigente”.
Cioè, si precorre l’abolizione del Senato senza prevedere una riforma della legge elettorale per la scelta dei senatori, lasciando in vita per questo ramo del parlamento il Consultellum, la legge proporzionale uscita dalla Consulta; e nel contempo si emana solo per la Camera una norma a rischio impugnazione.
“Le due Camere – spiega Ainis – possono avere sistemi elettorali diversi purchè ispirati alla stessa logica. Si può decidere, per esempio, in base a un sistema maggioritario, di perseguire il fine della governabilità con il premio di maggioranza alla Camera e con i collegi uninominali al Senato. Ma non si possono mettere le Camere l’una contro l’altra, sennò il risultato è irragionevole e quindi incostituzionale. La ragionevolezza è data da due principi: rappresentanza e governabilità . Il primo spingerebbe verso un parlamento in cui tutti, anche i più piccoli, devono avere un posto al sole. Il secondo, va in direzione opposta. Questi principi devono essere bilanciati: si può fare un sacrificio della rappresentanza, ha detto la Consulta, purchè sia parziale, non assoluto e in cambio dia governabilità . L’emendamento Lauricella-D’Attorre, invece, sacrifica la rappresentanza col rischio di produrre un sistema maggioritario alla Camera non omogeneo con quello del Senato, senza ottenere la governabilità . E questo è incostituzionale e, mi pare, anche un poco folle”.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 5th, 2014 Riccardo Fucile
“E’ COSTITUZIONALE, MA POLITICAMENTE IRRAGIONEVOLE”
“Una violazione del principio di ragionevolezza previsto dall’articolo 3 della Costituzione? Non
direi. Semmai l’irragionevolezza è tutta politica. Si può parlare di irragionevolezza in senso lato, più che in senso giuridico. Ma di per sè non sarebbe incostituzionale avere due sistemi elettorali diversi per Camera e Senato: è stato così per decenni. Si è prodotta però una situazione anomala: prima della sentenza della Consulta, c’era l’uscita di sicurezza del Porcellum, un sistema con dei vizi che però è stato usato. Ora col sistema dato dalla somma Italicum più Consultellum, la situazione è nettamente peggiorata sul piano politico-istituzionale. E sarà difficile imboccare l’uscita di sicurezza dello scioglimento anticipato delle Camere in caso di crisi tra Governo e Parlamento”.
È l’analisi di Pier Alberto Capotosti, presidente emerito della Consulta, dopo l’intesa per applicare l’Italicum solo alla Camera.
“Da un punto di vista teorico – osserva il giurista – non c’è un vulnus, nulla impone che ci sia un unico sistema elettorale per entrambi i rami del Parlamento. Anzi la Carta adotta due diverse prescrizioni: suffragio diretto per la Camera e Senato eletto a base regionale. Dopo l’entrata in vigore della Costituzione, avevamo un sistema proporzionale per la Camera e uno tendenzialmente maggioritario per il Senato. Certo, allora i partiti erano molto più forti, ma la situazione è rimasta la stessa fino al ’93, quando entro’ in vigore il Mattarellum. Oggi una legge duplice produrrebbe un esito opposto: in caso di scioglimento anticipato, si voterebbe alla Camera con l’Italicum, maggioritario, e al Senato con il sistema proporzionale che resta dopo la sentenza della Corte Costituzionale sul Porcellum. Di per sè, non è neppure detto che necessariamente si producano maggioranze diverse nei due rami del Parlamento: la coalizione che ha la maggioranza assoluta alla Camera, potrebbe averla relativa al Senato. Indubbiamente però il rischio della doppia maggioranza è forte”.
Ma secondo Capotosti, il punto centrale su cui riflettere è un altro.
“L’accordo sull’Italicum solo alla Camera è una sorta di clausola di salvaguardia per il governo Renzi per non andare al voto prima del 2015, è un’assicurazione sulla vita che il governo ha stipulato. E la ragion politica predomina su tutto. Che situazione si determinerebbe – si chiede il giurista – se si producesse una crisi tra Governo e Parlamento? Questo sistema doppio è un deterrente fortissimo allo scioglimento anticipato delle Camere, ma proprio per questo blinda il sistema facendo venire meno quella che può essere un’uscita di sicurezza necessaria e indispensabile per superare la crisi. Dopo la sentenza della Corte ci eravamo illusi che le forze politiche avessero imparato la lezione, ma non è così”.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 5th, 2014 Riccardo Fucile
INDAGATO PER MANCATE RENDICONTAZIONI ALLA REGIONE CAMPANIA, L’ESPONENTE PD NON MOLLA LA POLTRONA
Sottosegretario Del Basso De Caro, non si dimette dopo che l’ha fatto Gentile?
«Non ci penso affatto».
Ma lei è inquisito, come Barracciu e De Filippo, mentre Gentile non lo è.
«Indagato, precisiamo, ma per una cosa che fa vomitare, una cosa per la quale non c’è la legge, non c’è il regolamento, e quindi non c’è nemmeno il reato».
Rimborsi non rendicontati: Rimborsopoli.
«Cinquecento euro al mese! Ma se c’era la legge che me lo imponeva io secondo lei non facevo la scheda carburante? Che poi, mi dica un po’: chi chiede le mie dimissioni, sentiamo».
L’opinione pubblica.
«Ah, l’opinione pubblica. E questo sentimento popolare ora è sconcertato dal mio avviso di garanzia».
Ne dubita?
«Che peraltro non ho mai ricevuto un avviso di conclusione delle indagini, che come sa riconnette all’indagato numerose facoltà ». (E d’improvviso accelera nell’eloquio al punto da diventare immarcabile).
Ah…
«Che peraltro non ho ricevuto alcuna richiesta di rinvio a giudizio ».
E quindi…
«Che peraltro richiesto dal pm ho prodotto congrua memoria difensiva….».
Onorevole!
«Che peraltro mi sono sottoposto a interrogatorio, dopodichè non ho saputo più nulla e nel frattempo sono diventato pure deputato… ».
Gentile ha sbagliato a dimettersi?
«Non lo so, non m’importa. Non entro nelle decisioni degli altri».
Non le sembra grave bloccare l’uscita di un giornale?
«Non so bene cosa sia accaduto, ho letto le cronache, ma come forse avrà capito non mi fido molto dei giornali».
Quindi anche Barracciu deve rimanere al suo posto?
«Eh, certo, sicuro».
Insomma, un indagato può fare il sottosegretario?
«Cento volte! È solo un cittadino sottoposto a indagine, non è nè imputato nè condannato. E allora il ministro Lupi non dovrebbe dimettersi?».
Perchè dice che nel suo caso il reato non c’è?
«Il procuratore Colangelo l’ha definita “una norma opaca e di dubbia interpretazione”. Ma è peggio: la norma non c’è proprio».
Non prevedeva la rendicontazione?
«Nessuno mi obbligava a rendicontare 11mila euro in tre anni: sai come hanno cambiato la vita a un poveraccio come me».
Allora perchè la indagano?
«Quod lex voluit, dixit, quod non dixit noluit. Ciò che il legislatore volle, disse, ciò che non disse non volle. Difatti il reato non esiste».
E se la costringessero a lasciare?
«Sono passati 18 mesi e non è successo niente. Inutile che mi rompano con questa storia».
Sottosegretario!
«Se poi bisogna trovare uno da crocifiggere, non mi farò crocifiggere. Sono stato chiaro?».
Concetto Vecchio
(da “La Repubblica”)
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Marzo 4th, 2014 Riccardo Fucile
I GARANTI DIVISI SULL’EX DISOBBEDIENTE
Il comunicato arriva nel pomeriggio ed è molto scarno: “La notizia della candidatura di Andrea
Camilleri — scrivono i garanti della lista Tsipras — è destituita al momento di fondamento. La definizione della lista è ancora in fieri”.
Il padre del Commissario Montalbano, in realtà , era sicuro capolista dell’esperimento elettorale battezzato dal leader greco Alexis Tsipras e promosso in Italia dai sei garanti, Barbara Spinelli, Paolo Flores d’Arcais, Luciano Gallino, Marco Revelli, Guido Viale e lo stesso Camilleri.
Il suo passo indietro, che potrebbe però rientrare oggi, è l’esito di uno scontro molto duro che ha riguardato la possibile candidatura dell’europarlamentare Sonia Alfano e quella dell’ex disobbediente, leader dei centri sociali, Luca Casarini
Uno sxcontro dietro il quale si intravede il problema del profilo politico che la lista Tsipras dovrà avere: molto esposta sul lato sinistra, conflittuale oppure capace di farsi carico dei temi della giustizia e di essere attrattiva per una parte dell’elettorato grillino.
Per assolvere a questo compito, nei giorni scorsi, una parte dei garanti, tra cui Camilleri, aveva avanzato la candidatura di Sonia Alfano, europarlamentare eletta nella lista Di Pietro nel 2009, prima che il M5S conoscesse il boom che sappiamo e tipica esponente di quella fetta di elettorato.
Il problema di Sonia Alfano, però, è quello di essere parlamentare in carica e quindi fuori dai criteri, assolutamente stringenti, che i garanti hanno prefissato all’inizio della proposta della lista Tsipras: “Non possono candidarsi coloro che hanno ricoperto l’incarico di parlamentare italiano, europeo o consigliere regionale dal 2004 in poi”. Un modo per sbarrare la strada alla politica professionale e al peso dei partiti che però ha impedito l’operazione Alfano.
A quel punto si è verificato lo scontro su Luca Casarini candidato su cui pesano diverse inchieste giudiziarie, tutte per reati “sociali”, cioè relativi all’attività politica ma anche rappresentante di un profilo di lista nettamente spostato a sinistra.
Il caso ha tenuto occupati i sei garanti per tutta la sera dell’altro ieri fino a produrre una spaccatura: Camilleri, Flores d’Arcais e Gallino contrari alla candidatura mentre Spinelli, Revelli e Viale si sono dichiarati favorevoli.
C’è voluto l’intervento di Tsipras per risolvere la questione e mantenere la candidatura dell’ex disobbediente.
La spaccatura è giunta inattesa. Della candidatura di Casarini si parlava da diverso tempo e finora non erano state avanzate obiezioni.
Di scontri analoghi, però, se ne erano avuti anche altri.
Ad esempio sul nome di Vladimir Luxuria, avanzato dagli esponenti di Sel nei giorni scorsi, ma che ha visto un’obiezione diffusa nel comitato dei garanti. Anche l’ex parlamentare, del resto, non rientrava nei parametri della lista.
Difficile capire se la divergenza possa produrre strascichi negativi nella imminente campagna elettorale che per la lista Tsipras inizierà prima visto che vanno raccolte le circa 150 mila firme necessarie ai sensi della legge.
La lista in ogni caso è quasi pronta e vede un ventaglio ampio di candidature di gran parte della cosiddetta società civile a partire dall’impegno diretto di Barbara Spinelli, che sarà capolista al centro insieme alla giornalista Lorella Zanardo, autrice del documentario Il corpo delle donne.
Come annunciato nei giorni scorsi, però, l’editorialista di Repubblica ha accettato la candidatura con spirito di servizio pronta a dimettersi per lasciare spazio ad altri. Nelle ipotesi al vaglio dei garanti ci sono anche altri nomi di prestigio come il giornalista di Repubblica Curzio Maltese e il professor Adriano Prosperi.
Al Sud lo scrittore Ermanno Rea e la scrittrice Valeria Parrella mentre a Milano c’è Moni Ovadia e nel nord-ovest il magistrato Mario Almerighi.
Nel Trentino ci sarà una rappresentanza dei Verdi altoatesini e poi da più parti rappresentanti di vari movimenti come i NoTav o i No-Muos, figure dell’associazionismo come Raffaella Bolini dell’Arci.
Sel punta soprattutto su figure di area riconoscibili, come Casarini e Zanardo, e su sindaci di piccole città , Rifondazione su esponenti dei movimenti, come Nicoletta Dosio dei NoTav e su dirigenti del partito mai stati parlamentari come Fabio Amato ed Eleonora Forenza.
In lista, poi, rappresentanti dei Comitati per l’acqua pubblica e del Teatro Valle di Roma.
Salvatore Cannavò
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 4th, 2014 Riccardo Fucile
EMENDAMENTO PER INTRODURRE IL CARCERE FINO A 12 ANNI
Il testo dell’emendamento che introduce il reato di autoriciclaggio è pronto.
Nei prossimi giorni sarà presentato alla commissione Finanze della Camera, che da oggi comincia a esaminare il decreto governativo da convertire in legge sulla voluntary disclosure, cioè sulla collaborazione volontaria per far rientrare in Italia i capitali nascosti all’estero.
L’emendamento è stato proposto dai due parlamentari del Pd Giuseppe Civati e Lucrezia Ricchiuti, con l’idea di farlo diventare proposta comune di tutto il partito: per unire alla norma che favorisce il rientro dei soldi in nero anche quella che punisce chi ricicla o reimpiega i soldi illeciti dei suoi delitti.
Finora in Italia è punito soltanto chi ricicla denaro frutto di reati altrui.
L’autoriciclaggio era stato inserito nel decreto del governo Letta e poi stralciato, con l’intenzione di inserirlo in un altro pacchetto normativo
Caduto Letta, ora si tratta di trovare la strada per farlo diventare legge.
E la strada appare ancora assai incerta e accidentata
Il testo messo a punto da Civati e Ricchiuti modifica l’articolo 648-bis del codice penale (quello che punisce il riciclaggio) e dice: “È punito con la reclusione da 4 a 12 anni e con la multa da 5 mila a 50 mila euro chiunque sostituisce o trasferisce denaro, beni o altre utilità provenienti da delitto non colposo, ovvero compie altre operazioni in modo da ostacolare l’identificazione della loro provenienza delittuosa”.
La formulazione attuale ha invece una “clausola di riserva” che punisce soltanto chi non abbia commesso, o non abbia concorso a commettere, anche il reato presupposto del riciclaggio.
Esclude insomma di perseguire chi ricicla i soldi provento di suoi stessi reati. Il testo dell’articolo prosegue: “Si applica la pena della reclusione da 2 a 8 anni e della multa da 2 mila a 25 mila euro se il denaro, i beni o le altre utilità provengono da delitto non colposo per il quale è stabilita la pena della reclusione non superiore nel massimo a 6 anni”.
Pene inferiori, dunque, a chi ricicla per esempio soldi frutto dell’evasione fiscale.
E infine: “La pena è aumentata quando il fatto è commesso nell’esercizio di una professione ovvero di attività bancaria o finanziaria. La pena è diminuita fino a due terzi per chi si sia efficacemente adoperato per assicurare le prove del reato e per evitare che l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori. Si applica l’ultimo comma dell’art. 648”.
Premio dunque per chi collabora a far scoprire i soldi sporchi e aggravio di pena invece per chi ricicla come professionista: così cadrebbe definitivamente l’impunità dei fiduciari e dei banchieri che si nascondono dietro il loro ruolo “tecnico” e si aprirebbe la possibilità di incriminare per riciclaggio anche le società che lo realizzano, comprese le banche e le fiduciarie.
Questo testo recepisce le proposte fatte dalla commissione presieduta dal pm milanese Francesco Greco
Quale sarà il destino di questo emendamento? Dipende dalle decisioni del governo.
Ci sono voluti molti giorni prima che il presidente del Consiglio Matteo Renzi affrontasse il problema : non una parola sui temi della criminalità economica nei suoi discorsi d’investitura alla Camera e al Senato, non una risposta alle domande sull’autoriciclaggio sollevate venerdì scorso da questo giornale, Renzi ha preso di petto l’argomento soltanto rispondendo a Roberto Saviano, domenica, su Repubblica.
Le organizzazioni criminali, ha scritto il presidente del Consiglio, sanno “di non rischiare molto sul piano penale, anche perchè nel nostro codice manca il reato di autoriciclaggio. Il paradosso di un estorsore o uno spacciatore di droga che non viene punito se da solo ricicla o reimpiega il provento dei suoi delitti sarà superato con assoluta urgenza attraverso l’introduzione del delitto di autoriciclaggio. In questo senso, aggredire i patrimoni mafiosi può essere una delle grandi risposte che il governo è in grado di dare, dal punto di vista economico, per fronteggiare la crisi. Una giustizia più veloce, più efficace da questo punto di vista, è uno degli strumenti che possiamo mettere in campo come Paese per uscire dalla situazione economica in cui ci troviamo”.
Dopo questa netta presa di posizione, resta però da vedere come il reato di autoriciclaggio sarà inserito nel codice e quando scatterà la proclamata “assoluta urgenza”.
Il ministro della Giustizia Andrea Orlando, che proviene anch’egli dal Pd, si dichiara favorevole all’introduzione di quel reato, ma si chiede quale sia la strada più rapida ed efficace.
“Si potrà inserire come emendamento nel decreto sulla voluntary disclosure”, ha dichiarato al Fatto quotidiano, “oppure potremo presentare un nuovo disegno di legge, da far correre in corsia preferenziale, che contenga quattro o cinque articoli: uno sull’autoriciclaggio e gli altri sull’accelerazione del passaggio dal sequestro alla confisca dei beni frutto di reato. Le due strade possono essere percorse entrambe, possono anche correre parallele, e non so quale delle due potrà arrivare prima alla meta”.
Il capogruppo del Pd nella commissione Finanze della Camera, Marco Causi, tende invece a escludere che nei lavori ripresi oggi possa trovar spazio l’emendamento Civati. “Su questi temi è già al lavoro la commissione Giustizia che preparerà un testo più complessivo, che tenga conto di tanti contributi e anche dell’emendamento Civati”. Conclusione: tutti a parole d’accordo, ma l’introduzione dell’autoriciclaggio sembra un gioco dell’oca di cui ancora non si vede la casella d’arrivo.
Gianni Barbacetto
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 4th, 2014 Riccardo Fucile
L’EX LEADER DEL PPI SCONFESSA I SUOI EX COMPAGNI DI PARTITO: “UNA SCELTA DIBATTUTA PER MOLTO TEMPO”
Sarà stato pure un approdo brusco, celebrato con una certa fretta da Matteo Renzi. Eppure, il
matrimonio tra Pd e Pse trova in Franco Marini uno sponsor convinto.
«Era una scelta inevitabile », sostiene l’ex Presidente del Senato.
Nonostante i malumori di alcuni Popolari: «Non possiamo vivere nel passato, che pure fu positivo».
Il padre nobile dei popolari sostiene la scelta di Renzi, mentre alcuni ex Ppi protestano.
«Capisco la loro tensione, l’ho sentita anche io. Ma era una scelta fondamentale, la fine di un lungo percorso. Non capirei, invece, appunti di altra natura, più strumentali».
È un paradosso che lei faccia questo favore a Renzi. Il premier affossò la sua candidatura al Colle…
«Ma no, cosa c’entra? Io e Renzi siamo, come dire, dialettici… Io questa sua accelerazione la comprendo. C’era un’opportunità e l’ha colta al volo, in vista del semestre europeo. Per tentare di rivedere le modalità di abbattimento del debito, non calcolare nel deficit le spese per gli investimenti e completare l’unione bancaria».
La svolta si è compiuta con una direzione lampo.
«La riunione della direzione può essere sembrata un po’ superficiale. Forse si poteva chiudere il percorso in modo più solenne. Ma sa perchè non sono intervenuto? Perchè ho seguito il dibattito fin dai tempi della Margherita».
Un lungo travaglio, Presidente.
«Dal 1995 stavamo con il centrosinistra, in Italia. In Europa eravamo nel Ppe. Restammo per un po’, con i conservatori inglesi e Berlusconi… Si trattò di una convivenza contraddittoria, complicata, scomoda».
Il percorso si complicò anche negli anni successivi.
«La discussione andò avanti quando nacque il Pd. Poi, in Europa nel 2009, è nato il gruppo dei socialisti e dei democratici. Non sottovaluto quel passaggio, si decise di lasciare spazio all’autonomia e alla cultura che vogliamo coltivare. E poi la linea della Merkel è duramente conservatrice, il Ppe non risponde alle nostre ragioni politiche».
In Ue, però, i cattolici presidiano il fianco conservatore.
«Ma l’Italia è l’Italia. E questo passaggio divenne inevitabile con la fine della Dc e la definizione del bipolarismo. Tentammo di tenere in vita la continuità della Dc, ma con i Popolari prendemmo nel 1994 l’11%. Martinazzoli prese atto del fallimento. Si divisero anche i dirigenti. Se si tiene conto della complessità della Dc, era ineluttabile e non spregevole che ci fosse chi voleva finire accanto ai conservatori di FI».
Socialdemocratici, d’ora in poi.
«Il Ppe e il Pse non rispondono più alla logica della loro nascita, alcuni ex Ds addirittura dicono che non sono mai stati comunisti… . Se poi facciamo riferimento alle prime lotte sociali, alle leghe rosse e bianche, vediamo chele esperienze non sono così lontane dalla dottrina sociale della Chiesa. Dicono: vogliamo morire con i socialdemocratici? Dico che sarebbe una morte nobile».
Alcuni cattolici del Pd potrebbero inorridire, Presidente.
«Anche i loro valori sono la libertà e la centralità della persona, la giustizia sociale, l’economia sociale di mercato. Sono i principi fondamentali delle democrazie cristiane più avanzate ».
Intanto alcuni Popolari rompono con Cuperlo.
«L’unica cosa che non si può dire è che i popolari abbiamo poco ruolo nel Pd. Così sarà anche in Europa. Una terza via non c’è, nè esiste la volontà di questi amici che protestano di lasciare il Pd. Non condivido ma posso capire la loro insofferenza, la cosa che mi pare incomprensibile sono le critiche a Cuperlo».
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica“)
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Marzo 4th, 2014 Riccardo Fucile
IL SINDACO AVEVA CRITICATO LR ESPULSIONI E GRILLO PER RITORSIONE AVEVA PRESO LE DISTANZE DALL’INIZIATIVA
Federico Pizzarotti non commenta lo scontro con Grillo, ma non arretra di un passo, confermando l’appuntamento del 15 marzo con gli aspiranti sindaci grillini che il leader genovese ha sconfessato ieri su Twitter negandone l’autorizzazione.
“Sì, l’incontro è confermato”, si limita a riferire ai cronisti che lo aspettano sotto il municipio. No comment invece sulle ragioni dello strappo.
In attesa del sindaco, i giornalisti hanno provato a interpellare anche l’assessore alla Cultura Laura Ferraris e quello allo Sport Giovanni Marani, ma nessuno della Giunta ha voluto parlare.
Silenzio stampa anche da parte dei consiglieri di maggioranza, eccetto il capogruppo Marco Bosi – che prima ha minimizzato l’accaduto con un tweet ma poi ha rifiutato di rilasciare dichiarazioni – e Fabrizio Savani, che interpellato da Repubblica ha commentato: “E’ stato solo un malinteso organizzativo — dice — nessuna situazione politica critica”.
La pensa diversamente la minoranza in consiglio comunale. “Cosa faranno i 21 consiglieri? Prenderanno le parti di Pizzarotti, rinnegando il movimento per salvare l’amministrazione e dare vita a un nuovo civismo di palazzo, oppure sacrificheranno il sindaco e sè stessi sull’altare della rivoluzione grillina?”, si chiede il capogruppo Pd Nicola Dall’Olio.
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Marzo 4th, 2014 Riccardo Fucile
PER IL SENATO VALE QUELLA USCITA DALLA CONSULTA… LE ELEZIONI SI ALLONTANANO: FORZA ITALIA ESPRIME “DISAPPUNTO”
“Come ulteriore atto di collaborazione, nell’interesse del Paese, a un percorso riformatore verso
un limpido bipolarismo e un ammodernamento dell’assetto istituzionale, manifestiamo la nostra disponibilità a una soluzione ragionevole che, nel disegnare la nuova legge elettorale, ne limiti l’efficacia alla sola Camera dei deputati, accettando lo spirito dell’emendamento 2.3″. Si tratta dell’emendamento che prevede che sia soppresso l’intero articolo 2 della legge, che disciplina l’elezione del Senato. In caso di voto anticipato si andrebbe alle urne con sistemi elettorali distinti per le due camere del Parlamento.
Berlusconi, dunque, dà il via libera di Forza Italia alla proposta del deputato Pd D’Attorre per il superamento dell’impasse sulla nuova legge elettorale.
Compiendo un passo indietro rispetto all’irritazione con cui stamane era tornato a Roma e suggellando la nuova intesa con Renzi, di cui però sottolinea “con grave disappunto” la “difficoltà ” nel “garantire il sostegno della sua maggioranza agli accordi pubblicamente realizzati”.
Accordi che Berlusconi conferma “senza alcun ‘patto segreto’ come maliziosamente insinuato da alcuni organi di stampa”.
Questo il risultato del vertice convocato questa mattina dal Cavaliere a Palazzo Grazioli.
Con lo stato maggiore forzista, tra cui il “tessitore” Denis Verdini, Berlusconi ha discusso dell’offerta lanciata ieri da Matteo Renzi: via libera alla riforma della legge elettorale, l’Italicum, ma corredata di un emendamento che ne avrebbe posticipato l’entrata in vigore di 12 mesi.
Proposta che non aveva il gradimento del Cavaliere, che ai suoi aveva dato l’ordine di ribadire che i patti vanno rispettati così come sono stati formulati durante l’incontro a largo del Nazareno.
Dal Nuovo Centrodestra, a caldo, il commento positivo del coordinatore Gaetano Quagliariello: “Mi sembra che abbia prevalso la ragionevolezza”.
“Noi – ha sottolineato Quagliariello a sky tg24 – le riforme vogliamo farle, possibili e serie. Avremmo fatto ridere il mondo a fare una riforma inapplicabile per il Senato. Così invece le riforme si possono fare. E anche in tempi brevi”.
Brevi, ma non troppo
(da “Huffingtonpost“)
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Marzo 4th, 2014 Riccardo Fucile
IL PASSAPORTO ERA STATO RITIRATO DOPO LA CONDANNA DEFINITIVA PER LA FRODE FISCALE SUI DIRITTI TV: “E’ STATA SOLO APPLICATA LA LEGGE”
Silvio Berlusconi non potrà recarsi al congresso del Ppe in programma il 6 e 7 marzo a Dublino. Berlusconi, che ha dovuto riconsegnare il passaporto dopo la condanna definitiva per la frode fiscale sui diritti tv del gruppo Mediaset, non ha avuto il permesso chiesto al tribunale di Milano per poter partecipare alla riunione in vista delle elezioni europee.
“E’ stata applicata la legge”, ha spiegato a Radiocor una fonte giudiziaria, specificando che in tutti i casi come quello di Berlusconi non è prevista la possibilità di recarsi fuori dai confini nazionali.
Già nel dicembre scorso, i magistrati milanesi avevano respinto la richiesta di Berlusconi di andare a Bruxelles sempre in occasione di un vertice del Partito Popolare Europeo.
La decisione dei giudici del Tribunale in funzione di giudici dell’esecuzione è stata avallata dalla Procura che ha dato parere contrario alla concessione del permesso.
Tra le prime a regaire, Daniela Santanchè: “Vergognosa la decisione del tribunale di Milano. Dovrebbero spiegarci quali motivazioni inducono a negare il permesso al leader del maggiore partito di centrodestra a recarsi a Dublino Il 5 e 6 marzo in occasione del congresso Ppe, con le elezioni Europee alle porte. La mia è molto chiara: che certi magistrati continuano a fare politica, calpestando l’ordinamento. Dobbiamo reagire, anche per salvaguardare la tripartizione dei poteri, prevista dalla nostra Costituzione”, afferma in una nota la parlamentare di Forza Italia.
(da “Huffingtonpost“)
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