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CROLLI A POMPEI: I FONDI NON MANCANO, ECCO PERCHE’ NON VENGONO SPESI

Marzo 3rd, 2014 Riccardo Fucile

LE PROMESSE DEI MINISTRI NAUFRAGATE TRA BUROCRAZIA, RICORSI   E INCHIESTE

È la burocrazia ad uccidere Pompei.
«I ritardi fanno più danni del bombardamento alleato del 1943», spiegano alla soprintendenza.
In pratica salvare questo colossale patrimonio artistico dell’umanità  si configura come una corsa contro il tempo. E gli ostacoli sono dietro ogni angolo.
L’Italia, infatti, ha un anno di tempo per impiegare i finanziamenti comunitari, ma per spendere questi soldi (105 milioni di euro) bisogna fare a tempo di record le gare d’appalto.
Il problema, però, è che le ditte che perdono fanno sistematicamente ricorso alla magistratura bloccando così l’assegnazione dei lavori.
Quando poi finalmente gli operai delle aziende vincitrici degli appalti riescono a mettere piede nei cantieri arrivano mensilmente i pur necessari controlli della Dia di Napoli contro le infiltrazioni camorristiche nella riqualificazione dell’area archeologica.
Alle lungaggini che stoppano le opere si unisce la questione del ribasso del prezzo su base d’asta.
Pur di aggiudicarsi i lavori le aziende fanno prezzi stracciati a discapito della qualità  e delle effettive realizzazioni.
«Sull’appalto della Casa del Criptoportico, assieme a quello sulla Casa dei Dioscuri e della Casa di Sirico, è stata aperta un’indagine della procura : i tre lavori di restauro sono stati aggiudicati tutti con ribassi superiori al 50%», spiega il presidente dell’Osservatorio patrimonio culturale, Antonio Irlando.
Insomma nel disastro infinito del sito più celebre del mondo si sommano i ritardi che sono la conseguenza inevitabile di ricorsi, verifiche, iniziative giudiziarie.
Tutto ciò mentre incombe la mannaia europea per i fondi stanziati e non spesi.
In pratica dei 105 milioni di euro destinati a Pompei dall’Ue, finora ne sono stati spesi o impegnati solo un terzo e Bruxelles minaccia di riprendersi gli altri.
«Sono fondi che devono essere spesi entro il 2015 oppure li perdiamo: sono state fatte 16 gare fino ad oggi e altre otto sono in corso», precisano i tecnici della soprintendenza.
Come se non bastasse, con un tempismo che sembra una beffa del destino, venerdì, poche ore prima dei nuovi crolli, si erano conclusi i lavori del primo dei cinque cantieri del «Grande Progetto Pompei», quello per la domus del Criptoportico.
Il degrado del sito archeologico ha costituito una delle maggiori preoccupazioni dei ministri dei Beni Culturali che si sono avvicendati negli ultimi governi.
Cambiano i ministri, ma i crolli non si arrestano.
Un’eterna «staffetta» tra politici e tecnici, scandita da cedimenti e ritardi.
A partire da Sandro Bondi, sotto il cui mandato si sono verificati i crolli più importanti, fino a Massimo Bray.
E lo stesso Dario Franceschini, ad appena una settimana dal suo insediamento, deve già  fare già  i conti con nuovi danni nella città  romana sommersa dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C, dal 1997 patrimonio dell’umanità  Unesco.
Il primo campanello d’allarme arriva il 6 novembre 2010, quando la Domus dei Gladiatori si sbriciola sotto il peso di un tetto in cemento armato e per le infiltrazioni d’acqua. Secondo Bondi la questione non sono le risorse, ma il modo in cui sono gestite: chiama in causa i sovrintendenti, che per tutta risposta gli ricordano i pesanti tagli al settore. Allora Bondi propone un piano straordinario per la manutenzione con il ritorno di una soprintendenza autonoma con poteri più incisivi
Nel marzo 2011 Galan promette un piano di manutenzione programmata che punti anche sul coinvolgimento di sponsor e che sfrutti i fondi europei.
La Commissione Ue approva un piano per 105 milioni di euro. I lavori per restaurare le cinque Domus del sito iniziano a febbraio 2013.
In aprile è il turno del governo Letta. Bray, che va in visita privata a Pompei in Circumvesuviana, promette: «Mai più un caso Pompei».
E istituisce una soprintendenza speciale con Ercolano e Stabia. Ruolo per il quale viene nominato Massimo Osanna.
Riapre dopo un anno di restauri la Casa degli Amorini Dorati, una delle più famose del sito, registrando il boom di visite.
Poi però arriva l’altolà  dell’Unesco: carenze strutturali. Il governo ha tempo fino al 31 dicembre per adottare misure idonee.
Spunta anche l’ombra della camorra e la Dia ispeziona i cantieri contro il rischio di infiltrazioni mafiose.
Intanto, la pioggia e l’incuria continuano a flagellare i resti romani, provocando nuovi cedimenti, fino ad oggi.
La «patata bollente», adesso, è nelle mani del neoministro Franceschini.

Giacomo Galeazzi
(da “La Stampa“)

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DAL BRONX DI COSENZA ALLA CASA CON PISCINA A FORMA DI OSTRICA: LA STORIA DI GENTILE, SOTTOSEGRETARIO DIMESSOSI POCHE ORE FA

Marzo 3rd, 2014 Riccardo Fucile

LA CARRIERA DEL SOTTOSEGRETARIO CHE CHIESE IL NOBEL PER BERLUSCONI… L’EDITORE DELL'”ORA”: INTIMIDAZIONI PER NOI

In tanti ricordano ancora il suo discorso, nell’aula di Palazzo Madama, quando Tonino «u Nivuru», senatore di Cosenza oggi alfaniano e allora di Forza Italia – Tonino il Nero, dal colore dei suoi capelli – si alzò in piedi per chiedere allo Stato italiano di promuovere la candidatura di Silvio Berlusconi a Premio Nobel per la Pace.
Il motivo? L’aver avvicinato all’Occidente l’amico Vladimir Putin.
«Dici Gentile e la gente a Cosenza ha paura», sospira Alfredo Citrigno, il giovane editore del giornale l’Ora della Calabria a cui domenica il senatore ha dichiarato guerra.
«Tonino Gentile ha appena detto che con la mia famiglia non ha rapporti – eccepisce Citrigno –. Beh allora vorrei ricordargli le quattro ville che mio padre Piero, quando ancora faceva il costruttore, edificò per lui, suo fratello Pino, sua figlia Lory e Katya la figlia di Pino, sulla collina di Muoiopiccolo, in via Girolamo Sambiase, la zona chic di Cosenza, una sorta di Vomero o di Parioli. Quando vado a trovare mio padre, che ha la casa attaccata a quella del senatore, vedo dalla terrazza la grande piscina a forma di ostrica…».
«Questo intervento – prosegue – è una prova ulteriore dell’intimidazione espletata da un senatore della Repubblica ai danni della mia famiglia».
Lui, Tonino, nel 2001, sbaragliò addirittura il superfavorito Achille Occhetto.
Una famiglia potente, quella dei Gentile.
«Famiglia simbolo dello spoils system di Calabria. Non c’è ente pubblico dove non sieda un Gentile», racconta Paolo Pollichieni, autore insieme ad Antonio Ricchio, Giampaolo Latella, Pablo Petrasso ed Eugenio Furia del libro Casta Calabra, un nome un programma.
Segue elenco: il fratello Pino Gentile, da almeno 35 anni sulla scena, è assessore alle Infrastrutture e ai Lavori pubblici della Regione, una sorta di «Mister Preferenze», nel 2000 ottenne da solo 20 mila voti e per questo fu invitato ad Arcore da Berlusconi per una cena con i dieci amministratori più votati d’Italia.
Un altro fratello, Raffaele Gentile, è segretario generale della Uil-Flp calabrese.
Un altro ancora, Claudio, siede alla Camera di commercio.
Eppoi figli, cugini e nipoti disseminati un po’ ovunque.
Il figlio Andrea, la notizia del cui coinvolgimento nell’inchiesta sulle consulenze d’oro dell’azienda sanitaria, dieci giorni fa, ebbe la forza di rompere le rotative dell’Ora della Calabria, siede pure nel collegio dei revisori dell’aeroporto di Lamezia Terme.
«Partirono negli anni 70 tutti insieme dalle case popolari di via Popilia, il Bronx di Cosenza – racconta Pollichieni – e a forza di affari e politica sono cresciuti, sono saliti in alto, sono arrivati fino alla collina di Muoiopiccolo».
Cominciarono a crescere con le cooperative di posteggiatori, fu quello il primo bacino di voti.
I Gentile erano socialisti, erano «i craxiani di Calabria», amici della Dc di Misasi e nemici di Giacomo Mancini, il vecchio leone di Cosenza.
«Stavano con l’ala di Fabrizio Cicchitto – continua l’autore di Casta Calabra – e quando il Psi sparì dopo Tangentopoli, ecco che i Gentile traghettarono con Cicchitto in Forza Italia. Berlusconiani di ferro, fino all’ultima svolta, quando son tutti diventati di colpo alfaniani, fedelissimi di Beppe Scopelliti, il governatore».
E non è casuale – dice ancora Pollichieni che oggi dirige il Corriere della Calabria – se Tonino Gentile è diventato sottosegretario alle Infrastrutture e ai Lavori Pubblici (le stesse competenze che ha suo fratello Pino in Regione).
«Dei 5 senatori alfaniani espressi dalla Calabria – Gentile, Bilardi, Aiello, Caridi e D’Ascola – il governo di Matteo Renzi ha bisogno come il pane, sono il pacchetto di voti che tiene in piedi la maggioranza a Palazzo Madama. Ecco perchè il premier non ha potuto dire di no ad Alfano».
L’unico passo falso, fino ad oggi, il senatore Tonino, 63 anni, sposato con la prof di matematica Rosa Bombini, lo commise a metà  degli anni ’80 quando fu arrestato (ma poi prosciolto) per una storia legata alla Cassa di Risparmio della Calabria e della Lucania: il capo della Mobile di Cosenza era Nicola Calipari, il giudice istruttore si chiamava Nicola Gratteri.
Così Gentile s’è preso la rivincita: lui ora è al governo, Gratteri invece no.
Anche a Pollichieni, quasi 4 anni fa, successe quello che è accaduto la notte del 18 febbraio scorso all’Ora della Calabria, il suo ex giornale.
«Era il 20 luglio 2010, allora si chiamavaCalabria Ora e io lo dirigevo. Avevamo in pagina lo scoop di un incontro a Milano tra il neo eletto governatore Scopelliti e Paolo Martino, accusato di essere il “ministro del Tesoro” della cosca De Stefano. Beh, quel giornale non uscì mai, le rotative anche quella notte, con una sensibilità  quasi umana, ebbero un guasto».
Lo stampatore anche allora era Umberto De Rose, presidente della finanziaria regionale Fincalabra, dove per chiamata diretta, senza bando, è entrata di recente Lory Gentile, la figlia del senatore.
«Tu lo sai come fa un cinghiale quand’è ferito? – così diceva De Rose nell’ultima telefonata all’editore Citrigno, la notte del 18 febbraio, prima che si bloccassero all’improvviso le rotative –. Il cinghiale, poi, colpisce per ammazzare».

(da “il Corriere della Sera”)

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IL SOTTOSEGRETARIO GENTILE SI E’ DIMESSO

Marzo 3rd, 2014 Riccardo Fucile

“UN POLITICO SENZA MACCHIA, CHE NON HA INDAGINI A SUO CARICO, CHE E’ INCENSURATO, VIENE COSTRETTO DALLA BUFERA MEDIATICA A NON POTER ESERCITARE IL SUO INCARICO”

“Un politico che ha vissuto la sua vita senza alcuna macchia, che non ha indagini a suo carico, che è incensurato, viene costretto dalla bufera mediatica a non poter esercitare il suo incarico.
Antonio Gentile, il sottosegretario ai Trasporti, lascia il suo incarico.
Lo annuncia lui stesso in una lunga lettera inviata a Matteo Renzi e Giorgio Napolitano oltre che ad Angelino Alfano.
Gentile fa una “riflessione amara” per quanto è accaduto a lui e spiega che tornerà  a “fare politica nelle istituzioni, come segretario di presidenza, e nella mia regione come coordinatore aspettando che la magistratura smentisca definitivamente le illazioni di cui sono vittima”.
“Lo stillicidio a cui sono sottoposto da diversi giorni e che ha trovato l’acme allorquando sono stato nominato sottosegretario alle Infrastrutture – si legge nella lunga lettera di Gentile – mi ha portato a una decisione sofferta, maturata nell’esclusivo interesse del mio Paese e nel rispetto del mio partito”.
“Non ritornerò – prosegue – sui motivi pretestuosi e strumentali organizzati ad arte per ‘mascariare’ in modo indegno la mia persona, nonostante fossi immune da qualsiasi addebito di natura giudiziaria. Ciò che avevo da dire sui mandanti e sugli ascari che hanno ordito questa tragicomica vicenda – sottolinea Gentile – l’ho espresso a chiare lettere. Ho presentato querela contro i miei detrattori il 26 febbraio, ben prima dell’attuale compagine governativa, con una comunicazione scritta al presidente Grasso, nella consapevolezza di avere questo unico strumento di difesa. Il Paese di Cesare Beccaria è tornato nel medievalismo più opaco, fatto di congetture astruse e di mera cattiveria”.
“Un politico che ha vissuto la sua vita senza alcuna macchia, che non ha indagini a suo carico, che è incensurato, viene costretto dalla bufera mediatica a non poter esercitare il suo incarico. E’ una riflessione amara, ma reale, di un segmento dell’Italia che preferisce vivere di slogan e di sentimenti truci, sfruttando la disperazione di tanta gente al solo scopo di uccidere la politica, le sue basi comuni, il diritto positivo”.
“Nel mio caso, oltretutto, non bisogna nemmeno citare il garantismo, giacchè non sono indagato di niente: eppure, sono divenuto carne da macello, per soddisfare la bulimica perversione di chi intende la lotta politica come mezzo di sopraffazione. Torno a fare politica nelle istituzioni, come segretario di Presidenza, e nella mia regione, come coordinatore regionale, aspettando che la magistratura, con i suoi tempi che mi auguro siano più brevi possibile, smentisca definitivamente le illazioni gratuite di cui sono vittima. La riflessione che vi lascio – conclude Gentile – è, però, attuale e riguarda la necessità  di riequilibrare un sistema la cui agibilità  è messa a rischio da chi oltraggia la nostra Costituzione, ritenendola un orpello inutile e non, invece, il tempio di saggezza e di rispetto qual è”.
“Il senatore Gentile ha rassegnato le proprie dimissioni da sottosegretario senza che alcuna comunicazione giudiziaria lo abbia raggiunto. Lo ha fatto per il bene comune e con grande generosità , e siamo convinti che il tempo (speriamo brevissimo) gli darà  ragione. Per noi viene prima l’Italia”. Lo afferma il leader del Nuovo Centro Destra Angelino Alfano.
“E’ stata una scelta di Ncd che rispettiamo e apprezziamo”. Così, a quanto si apprende, Matteo Renzi avrebbe commentato le dimissioni di Gentile da sottosegretario.

(da “Huffingtonpost”)

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TOSI E LE TANGENTI DEL VICESINDACO: BUFERA GIUDIZIARIA A VERONA

Marzo 3rd, 2014 Riccardo Fucile

GIACINTO IN GALERA PER CONCUSSIONE CONTINUATA… LA MOGLIE MASCHERAVA LE MAZZETTE DEL MARITO CON FINTE CONSULENZE

La città  di Romeo e Giulietta è finita in mano a Bonnie & Clyde: il vicesindaco, re dell’edilizia, e la sua appariscente mogliettina, arrestati con l’accusa choc di concussione continuata.
Sei anni di tangenti, intascate da lui e lei, secondo l’accusa, con tariffe da malaffare sistematico: chiedevano il pizzo in percentuale, da 10 a 40 euro al metro quadro.
Uno scandalo surriscaldato da ricatti, tradimenti, dossier anonimi, videotrappole e troppi soldi facili, che sta incrinando la storia d’amore tra il votatissimo Flavio Tosi e la sua Verona.
La bufera giudiziaria è scoppiata proprio mentre il sindaco leghista si preparava al salto nazionale, con tanto di fondazione politica per diventare l’anti-Renzi, il leader pulito di una destra moderna.
Ma ora la sua giunta sembra un fortino assediato: arresti, interdizioni, raffiche di inquisiti, imprenditori e dirigenti che denunciano appalti d’oro e assunzioni clientelari nelle società  comunali o addirittura confessano tangenti milionarie.
Va detto subito che Tosi, personalmente, non è indagato. Ma al centro dei tanti scandali c’è la sua cerchia più fidata.
La botta più forte è arrivata il 17 febbraio 2014, giorno dell’anniversario della Tangentopoli milanese.
Vito Giacino, ex berlusconiano diventato l’uomo forte della giunta Tosi, cioè vicesindaco e assessore all’urbanistica e all’edilizia, entra in carcere per «concussione continuata dal 2008 al 2013».
Sua moglie, Alessandra Lodi, avvocato, è agli arresti domiciliari: mascherava le mazzette al marito con finte consulenze legali.
L’inchiesta parte da un micidiale anonimo che ha svelato il trucco delle parcelle alla consorte, pagate da almeno sette aziende in affari col comune.
Sentito dalla polizia giudiziaria, un imprenditore immobiliare, Alessandro Leardini, ha già  confessato di aver dovuto versare 690 mila euro a quella coppia di denari: 510 mila in contanti, altri 180 mila coperti con le fatture della moglie del politico.
Ed era solo un anticipo: il vice di Tosi reclamava un altro milione e 170 mila euro.
«Giacino ha utilizzato l’ufficio pubblico come moltiplicatore del profitto personale», spiega il giudice Guido Taramelli nell’ordinanza che bolla i coniugi come «professionisti del crimine».
Ne è passata di acqua sotto i ponti dell’Adige da quando Tosi sembrava non sbagliare un colpo.
Vinte le elezioni del 2007 con l’appoggio in extremis di Berlusconi, il leghista fedele a Maroni è stato tra i primi a divorziare dal cerchio magico di Bossi, ancor prima che si scoprissero le ruberie del tesoriere Belsito, e nel 2012 ha scaricato pure Forza Italia, riconquistando la città  scaligera con il 60 per cento dei voti. Ora la festa è finita.
Tra la folla assiepata sulle scalinate bianche del Comune, per assistere all’infuocato consiglio dove il sindaco è costretto a difendere «l’amico Giacino», con tutti gli altri inquisiti, in nome del «garantismo», spicca una distinta signora coi capelli bianchi: «Credevamo in Tosi, siamo molto delusi».
Suo marito sta già  con gli indignati: «In galera!». In coda c’è pure il mite ex sindaco di centrosinistra, Flavio Zanotto, che commenta: «Era ora che la procura cominciasse a fare pulizia».
In città  tutti sanno che Giacino era l’assessore più votato e più potente: il successore designato di Tosi.
Le motivazioni dell’arresto (68 pagine) sono devastanti.
C’è il superassessore che incontra di nascosto il costruttore taglieggiato (e altri imprenditori citati dall’anonimo) con tecniche da film di mafia: telefonini spenti, nomi di fantasia sulle agende, un faccendiere che recapita messaggi orali, il politico che depista le indagini consegnando istruzioni scritte, che i magistrati definiscono «pizzini».
C’è un fiume di denaro nero: pacchi di contanti riversati perfino sui conti delle mamme o della nonna.
Ci sono le vacanze a Praga, le cene a Venezia e Mantova, gli alberghi di lusso a Milano e Roma che il politico si faceva innegabilmente pagare dal costruttore.
E poi c’è lei, la moglie avvocato, che a 35 anni incassa parcelle da 806 mila euro nel solo triennio di crisi 2010-2012, però non lavora mai: non ha uno studio legale, è ospite di una collega ma non ha le chiavi e nemmeno la password del computer, le poche consulenze effettive gliele scrivono altri avvocati, gli imprenditori la pagano solo perchè è la moglie del politico che controlla tutti gli affari edilizi.
E che affari: «I piani urbanistici di Giacino stanno seppellendo Verona sotto una colata di cinque milioni di metri cubi di cemento», spiega l’architetto Giorgio Massignan, che ha presentato con Italia Nostra un esposto contro «i troppi favoritismi a pochi privati».
Guariente Guarienti, l’avvocato più noto in città , prevede nuove tempeste: «Ai tempi di Tangentopoli Verona ha avuto il record nazionale di arrestati in rapporto alla popolazione, ma dopo aver confessato e patteggiato si sono quasi tutti riciclati nel centrodestra. La giunta Tosi ha solo creato una nuova leva di affaristi».
Michele Bertucco, capogruppo del Pd a Verona, autore dell’esposto che ha fatto scoppiare lo scandalo, ora chiede i nomi dei finanziatori del sindaco: «Il sistema è al capolinea. Il caso Giacino non si può liquidare come   affare di famiglia: un uomo solo non basta a manovrare tutta l’urbanistica. Tosi ha il dovere della trasparenza: nel 2013 è stato l’unico candidato che si è avvalso della facoltà  di tenere segreti i suoi finanziatori elettorali. Ora i cittadini vogliono la verità ».
Nelle intercettazioni è la stessa lady Giacino a diventare un riscontro vivente alle accuse: confessa ai suoi cari che l’amore è finito, resta insieme al marito solo perchè «il lavoro me lo porta lui», mentre «io non saprei come mantenermi con 30 mila euro all’anno».
Prima che lui diventasse assessore, «non avevamo i soldi per pagare l’affitto», mentre ora la coppia ha un tenore di vita «da favola».
Eppure ritira in banca appena 126 euro al mese (con punte massime di 1462): per la procura è la riconferma che vivevano da sultani con il nero delle tangenti.
Che hanno permesso a Vito & Ale di comprarsi, tra l’altro, un super-attico da 1,7 milioni di euro, incompatibile con i redditi ufficiali.
Facendolo ristrutturare, con un incredibile sconto del 26 per cento su fatture già  emesse, dalla chiacchieratissima Soveco spa, l’impresa che nell’era di Giacino è entrata nell’olimpo delle maxi-opere, nonostante gli stretti legami con un pregiudicato calabrese.
Proprio i sospetti di agganci mafiosi sono al centro di un’inchiesta giornalistica di Report che ha scatenato il caos senza essere ancora andata in onda.
Prima filtrano sulla stampa veronese voci di «dimissioni preventive» di Marco Giorlo, assessore di origini calabresi tradito da un’intervista.
Tosi risponde denunciando alla procura un reporter di razza come Sigfrido Ranucci, videoregistrato di nascosto da un leghista che lo accusa di ordire un complotto politico a luci rosse.
Un’inedita «querela preventiva» che fa salire al record di 70 le denunce della giunta Tosi contro giornalisti di mezza Italia.
Ma ha l’effetto-boomerang di sdoganare una ridda di pettegolezzi irriferibili non solo sui Giacino’s, ma anche sulla vita privata di Tosi e consorte, che vivono in città  separate: lei, Stefania Villanova, è un’impiegata della Regione promossa ai vertici della sanità  veneta.
Il sindaco continua a controllare tutte le leve del potere cittadino con i suoi fedelissimi, sfidando le accuse di lottizzazione partitica.
Paolo Paternoster, segretario provinciale della Lega, è anche presidente dell’Agsm (luce e gas) e del polo fieristico (svendite di immobili pubblici). Stefano Zaninelli, ex consigliere delle Ferrovie per meriti padani, è il “tecnico” direttore dell’Atv (trasporti). Andrea Miglioranzi, ex estremista di destra e poi capogruppo della lista Tosi, è presidente dell’Amia (rifiuti).
Ma ora la procura indaga anche sulle assunzioni clientelari: una Parentopoli che ricorda la Roma di Alemanno.
La magistratura ha già  decapitato l’Agec, l’azienda che gestisce le case popolari: l’ex direttore è stato arrestato per corruzione, altri otto dirigenti sono accusati di aver pilotato a favore di due «imprese amiche» l’appalto da 28 milioni di euro per le mense scolastiche.
Cinque inquisiti hanno già  patteggiato. E subito dopo la condanna sono stati tutti riammessi in servizio: lo stipendio lo pagano i veronesi.

Paolo Biondani
(da “L’Espresso“)

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INTERVISTA A COHN-BENDIT: “RENZI? NON SO SE SIA DI DESTRA O DI SINISTRA”

Marzo 3rd, 2014 Riccardo Fucile

“I PARTITI SOCIALISTI SONO VECCHI E NON ATTIRANO PIU’ I GIOVANI”

Che aspetto ha l’irregolare premier Renzi agli occhi di un trasgressivo doc come Daniel Cohn-Bendit, rottamatore ante litteram di qualsiasi regola scritta prima e dopo il suo ’68?
«Difficile giudicare, Renzi è stato sindaco di Firenze ma non ha esperienza di governo» risponde il leader «liberale-libertario» del maggio francese passato negli anni dalla fede marxista a quella nell’Europa, dove è stato a lungo parlamentare dei Verdi. Un ecologista convinto che, diversamente dai NoTav, difende l’alta velocità .
Basta l’adrenalina di Renzi a fare un leader politico?
«L’energia è importante soprattutto in un paese bloccato come l’Italia che resiste ai cambiamenti. Ma non è sufficiente. Personalmente non ho ancora capito la sua posizione politica, se è un liberale o se è per le regole. Sembra un libro aperto ma con le pagine bianche».
È un libro rivoluzionario?
«Di certo Renzi ha fatto una rivoluzione, nel senso che ha preso il potere con una rivolta interna al suo partito. Non so però dove vada questa rivoluzione, a destra, a sinistra, verso l’altro, verso il basso..»
Il debutto internazionale del neo premier italiano è stato il congresso romano del PSE. Che peso ha oggi la famiglia socialista in Europa?
«Grazie a un paio di governi i socialisti potrebbero avere un ruolo ma non si mettono d’accordo. Hollande non ha saputo lavorare nè con i suoi colleghi italiani nè con gli spagnoli. Il limite del PSE è che manca di una strategia riformista e socialdemocratica per l’Europa».
Renzi ha parlato dell’Europa dei popoli, dell’urgenza di colmare lo spread sociale prima di quello politico.
«Belle frasi ma del tipo che possono essere pronunciate da tutti, conservatori compresi. Nessuno direbbe mai che vuole l’Europa dei governi. Il punto è avere una visione, lavorare perchè gli Stati Uniti d’Europa diventino una realtà  che si muove compatta sul riscaldamento globale, su come regolare la globalizzazione, sulla difesa delle economie dei paesi del sud dall’attacco dei mercati, sull’ambiente. Ecco, Renzi non ha idee sull’ecologia, pare qualcosa che per lui non esiste».
Dopo il voto del 25 maggio il Parlamento di Strasburgo sarà  invaso dai barbari, populisti, nazionalisti, neonazi?
«Ci sarà  un’avanzata dei populismi. Ma non prenderanno la maggioranza. Tra l’altro sono molto diversi l’uno dall’altro, si va dal qualunquismo italiano alla Beppe Grillo al nazionalismo francese. Ma il loro impatto dipenderà  dalla resistenza che sapranno apporre le forze democratiche disposte a fare compromessi, i conservatori, i socialisti, i liberali, i verdi di cui in Italia parlate così poco».
Dei verdi italiani si parla quando ci sono proteste NoTav.
«In Italia ci sono forze con un potenziale ecologista. La Tav è fondamentale se vogliamo ridurre l’impatto degli aerei. Ma la questione è complessa: se non può passare da lì, la discussione non dovrebbe vertere sul no ma sul dove farla passare in alternativa. Io credo che ci serva».
Vent’anni fa l’Europa era sinonimo di Erasmus per i giovani, un vero mito. Come mai oggi interessa così poco ai ragazzi?
«I giovani vivono l’Europa quotidianamente, vedi italiani, francesi, spagnoli, lavorare in tutte le città  di tutti i paesi. Solo che seppure sono nell’associazionismo non si interessano alla politica tradizionale. Il problema è che oggi Bruxelles fa una politica tradizionale. Io vorrei che la Commissione finanziasse ogni anno lo studio all’estero di un milione di studenti europei che poi statisticamente si fidanzerebbero tra loro. Che nazionalità  avrebbe il figlio di un’olandese nata a Amsterdam da genitori turchi e un francese nato a Parigi da genitori marocchini? Europea».
Una volta i partiti socialisti e comunisti seducevano i giovani. Oggi, se va bene, i loro genitori. Come mai?
«Perchè i partiti socialisti sono vecchi e non solo sull’Europa. Come può un giovane essere attratto da Hollande? Lo dico da verde, ma è così. Dobbiamo parlare ai ragazzi, spiegare loro che in un futuro prossimo la soluzione a tanti problemi non sarà  più nazionale, dal clima al regolamentare la globalizzazione, e la sovranità  europea farà  la differenza. Anche oggi potremmo sperare di avere un peso sulla crisi Ucraina se, per esempio, dicessimo in coro a Putin che nessuno parteciperà  alla Coppa del mondo tra quattro anni e mezzo e i suoi stadi resteranno vuoti. Tra trent’anni nè la Francia, nè l’Italia nè la Germania saranno nel G8. O conteremo qualcosa nel mondo come Europa o saremo nulla»

Francesca Paci
(da “la Stampa”)

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AAA CERCASI CANDIDATI CINQUESTELLE PER LE COMUNALI

Marzo 3rd, 2014 Riccardo Fucile

NEL MANTOVANO I GRILLINI PRESENTANO LISTE SOLO IN 5 COMUNI SU 43

Dopo l’exploit alle Politiche un anno fa i 5Stelle avevano annunciato la conquista dei consigli comunali
A tre mesi dal voto i candidati si contano sulle dita di una mano.
Come racconta la Gazzetta di Mantova per i grillini riuscire a trovare persone disposte a presentarsi nei comuni della provincia   lombarda sta diventando un’impresa pressochè impossibile: il M5S sarà  infatti presente solo in cinque delle 43 contese elettorali di maggio, nonostante il 23,14% di preferenze su base provinciale raccolto dodici mesi fa.
Le ragioni prova a spiegare alla Gazzetta Walter Mazzacani, grillino della prima ora che, pur non avendo un incarico preciso (come vuole il regolamento del M5S) è la persona che meglio di tutti conosce le vicende del movimento in ambito provinciale: “Credo che le motivazioni possano essere tante – dice – e che ogni situazione faccia storia a sè. Di sicuro so che in alcuni paesi ci abbiamo provato. Ad esempio a Gonzaga e Bagnolo, ma alla fine non ci siamo riusciti”.
Una delle spiegazioni che mi do – continua Mazzacani – è che in un periodo di crisi come questo, non è facile trovare persone che possono dedicare tempo e impegno all’amministrazione pubblica”.
La verità  sussurrata da altri invece è che molti non vogliano esporsi in un ruolo che poi viene spesso messo sotto accusa sia dai vertici del movimento che dalla base: assumere una posizione e poi essere smentiti non fa piacere a nessuno.
E i recenti casi di espulsione e caccia alle streghe non favoriscono certo la partecipazione alle liste da parte dei simpatizzanti.

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“STIPENDIO ANTIVIOLENZA ALLE CASALINGHE”: LA NUOVA SFIDA DI HUNZIKER E BONGIORNO

Marzo 3rd, 2014 Riccardo Fucile

CRITICHE A RENZI PER AVER SMANTELLATO IL MINISTERO PARI OPPORTUNITA’: “PESSIMO SEGNALE”

Un incontro, il loro, che è diventato amicizia, complicità , progetti comuni.
Michelle Hunziker anni fa si rivolse a Giulia Bongiorno perchè viveva sulla propria pelle la tragedia dello stalking.
L’avvocato l’ha aiutata, insieme hanno condiviso tante lotte, hanno impiegato anni a spiegare all’Italia la parola «stalker» che all’inizio nessuno capiva.
Insieme, non da sole naturalmente, sono riuscite a dar vita a una legge che punisce gli stalker.
Nel frattempo è nata «Doppia difesa», la fondazione che aiuta le donne, le donne violentate, abusate, abbandonate. Avvocati, psicologi, medici: i migliori consulenti sono a disposizione.
IL PROBLEMA
Hunziker vive a Milano, Bongiorno a Roma. Entrambe mamme, donne realizzate, ottime professioniste.
«Privilegiate» si definiscono loro. Per questo ancor più motivate a impegnarsi per chi privilegi non ha.
E ora hanno in mente una battaglia precisa: chiedere uno stipendio per le casalinghe, un reddito minimo per le donne che devono o scelgono di stare a casa a curare figli e famiglia, e anche dare contorni definiti alla possibilità  per gli uomini di fare i casalinghi (senza urlare allo scandalo).
«Finora abbiamo contrastato la violenza – spiegano all’unisono la showgirl e l’avvocata – ora vogliamo prevenirla. Dobbiamo andare all’origine. La violenza sulle donne si fonda su un dato: ti considero un essere inferiore. Per questo pensiamo che più si valorizza la donna, più si abbassa la discriminazione».
LA PROPOSTA
Il ragionamento è chiaro: quanto più le donne «deboli» – e il loro lavoro considerato di poco conto, come quello della casalinga – verranno rese forti, grazie a un minimo di indipendenza economica, tanto più si rafforzeranno nella loro autostima.
C’è un dato oggettivo di cui è in possesso Doppia difesa: meno le donne sono autonome economicamente, più sono soggette alla violenza.
Per questo hanno deciso di proporre che la casalinga sia riconosciuto come mestiere. «Se lei fa la nobile scelta di dedicarsi alla casa, è giusto che il marito/compagno se ha un buon reddito, oppure lo Stato, le riconoscano uno stipendio per il lavoro svolto».
Hunziker e Bongiorno sono pronte alla battaglia: «Ci diranno che con la crisi non ci sono soldi. Ma noi chiediamo: quali sono le priorità  dello Stato?».
Insomma una nuova fase dove la violenza da combattere «non è quella da stadio, ma quella sottile, strisciante».
Commenta Bongiorno: «Non ho affatto condiviso il decreto passato con il governo Letta che aumentava le sanzioni e basta. Non è questo il modo di risolvere la questione. Bisogna appunto rendere indipendenti le donne, risolvere il problema degli asili nido, dare aiuto alle donne che scelgono il part time, consentire il cognome della madre ai figli, tutelare i diritti delle madri single».
E se Bongiorno non risparmia l’ex governo Letta, maggiore è la sua perplessità  nei confronti del governo Renzi: «Come mai manca il ministero delle Pari opportunità ? Un pessimo segnale».
Una sorta di ipocrisia dei governi, ma pure del Parlamento e della società : paiono tutti molto interessati al problema della violenza delle donne, poi sono pochi a muoversi. Sottolinea Michelle: «Il Parlamento era vuoto quando si parlava di violenza sulle donne. Tutti ne discutono nei salotti, poi si fa poco».
Le fa eco Giulia: «Negli ultimi anni si fa il conteggio delle donne morte e così pare che tutti si occupino del problema. Non si affronta il tema della violenza sulle donne se non si affronta la causa: che non è la follia, ma la discriminazione».

(da “il Corriere della Sera“)

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ITALICUM VALIDO SOLO PER LA CAMERA: IPOTESI DI INTESA TRA RENZI E ALFANO

Marzo 3rd, 2014 Riccardo Fucile

I SOSPETTI DI BERLUSCONI: DOMANI IN AULA RISCHIO VOTO SEGRETO

Un lungo colloquio con Alfano nel pomeriggio. Un altro fissato per stamattina.
E la probabile presenza questa stasera alla riunione del gruppo parlamentare del Pd alla Camera.
La prima vera prova per Matteo Renzi è la legge elettorale, mancano una manciata di ore.
Oggi a mezzogiorno scade il termine per la presentazione degli emendamenti. Domani pomeriggio si comincia a votare in aula.
«Non voglio rinvii e non voglio neanche dare l’impressione che l’approvazione dell’Italicum sia legata ad altri giochi di palazzo. Bisogna procedere con la riforma, entro la settimana va votata alla Camera. Abbiamo preso un impegno, andiamo avanti. Il resto verrà  dopo».
Su questo si gioca la tenuta dell’accordo con il Nuovo centrodestra, che teme un’accelerazione verso le elezioni, e l’unità  del Partito democratico.
Berlusconi per il momento sta alla finestra. Ma è lui il coautore dell’accordo
Nei contatti con Alfano però è spuntato uno schema di mediazione che gli uomini di Renzi giudicano praticabile.
A dimostrazione che in questo momento il premier guarda più alla stabilità  del governo che alla sponda di Forza Italia. Che tra le due maggioranze ha scelto quella che lo ha portato a Palazzo Chigi.
Secondo il compromesso di cui si discute in queste ore, l’Italicum verrebbe approvato nel giro di due mesi e senza collegarlo alle riforme costituzionali.
Ma varrebbe solo per la Camera dei deputati e non per il Senato.
Come se Palazzo Madama fosse già  abolito.
In questo modo, si realizzerebbe comunque un deterrente a elezioni anticipate, magari tra un anno come ha dichiarato Silvio Berlusconi.
In effetti, è difficile immaginare che la politica porti i cittadini al voto con due sistemi diversi per Camera e Senato anzichè procedere all’abolizione del secondo.
Una garanzia per Alfano e per Renzi uno strumento per calibrare la sua azione di governo verso orizzonti temporali non limitati.
È un’intesa da costruire nelle prossime ore e che incontra l’opposizione di Forza Italia come dimostrano le parole di Brunetta.
Ancora giovedì scorso Renzi diceva ai suoi di non cercare «arzigogoli strani».
Ma sono passati quattro giorni e i contatti dentro la maggioranza tra gli esperti e il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi non si sono mai fermati.
La minoranza del Pd e l’Ncd hanno messo su una saldatura di fatto, intorno all’emendamento Lauricella, il deputato Pd che ha scritto una norma transitoria che collega l’entra in vigore della legge elettorale alla definitiva abolizione del Senato. Emendamento rifiutato da Berlusconi e Verdini e non gradito nemmeno a Renzi che non vuole precludersi l’uso di elezioni anticipate.
Ora però si lavora a un’intesa di compromesso
Oggi sarà  Alfredo D’Attorre, bersaniano, a presentare l’emendamento che prevede la validità  dell’Italicum solo per Montecitorio.
«Non vedo come Renzi possa dire di no. La sua legge funziona solo con una Camera, quel sistema è congegnato così. Lo ha detto anche lui», ricorda D’Attorre.
Ma Lauricella ritirerà  la sua proposta? «Non lo so – dice il deputato bersaniano – ma non è un problema. Il suo emendamento verrebbe votato dopo quello che stiamo preparando noi».
I tecnici sono convinti che una legge valida solo per un ramo del Parlamento non avrebbe i problemi di costituzionalità  di altre forme di vincolo alle riforme costituzionali.
«Un emendamento che impedisce di andare a votare prima di una certa data non si può fare», taglia corto Roberto Giachetti, il renziano che ha fatto più di uno sciopero della fame contro il Porcellum.
Eppure la partita è ancora aperta. La riunione del gruppo Pd, che alla Camera conta ben 293 deputati, è decisiva. Giachetti non si fida e mette le mani avanti: «Discuteremo e poi decideremo. Se ci sarà  un’indicazione a maggioranza mi auguro che tutti la rispettino in aula. Così come io ho dovuto ritirare la mia mozione a favore del Mattarellum».
In effetti l’aula, da domani, può diventare un Vietnam per il governo.
I voti segreti sono tantissimi, ciascuno è una trappola potenziale per Renzi, per il suo accordo e per il governo.
Per questo il capogruppo Pd Roberto Speranza è in contatto con il premier ed è avvisato di una sua possibile presenza all’assemblea di stasera. Se la situazione fosse ancora in bilico, la partecipazione di Renzi appare scontata.
Perchè quello sull’Italicum è il primo passaggio parlamentare che affronta da presidente del Consiglio.

Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica“)

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INTERVISTA A LAURICELLA: “CAPIREMO CHI VUOLE IL CAMBIAMENTO E CHI BLUFFA”

Marzo 3rd, 2014 Riccardo Fucile

L’AUTORE DELL’EMENDAMENTO AL CENTRO DELLE TRATTATIVE TRA ALFANO E RENZI: “LA DURATA DELLA LEGISLATURA PASSA DA QUI”

«C’è una forte pressione, per usare un eufemismo, da parte di Forza Italia, per evitare il mio emendamento».
L’emendamento in questione è quello del deputato del Pd, Giuseppe Lauricella, che aggancia l’entrata in vigore dell’Italicum alla riforma costituzionale del bicameralismo
Teme un blitz azzurro anti-Lauricella?
«Non credo che riusciranno ad inficiare l’approvazione del mio emendamento».
Però anche FI ha sottoscritto l’intesa sull’Italicum…
«Ma non ha alcun interesse a fare le riforme costituzionali. Ha solo l’obiettivo di approvare una legge elettorale per andare subito al voto, pur sapendo che, senza la parallela revisione del bicameralismo, non garantirà  alcuna governabilità . Credo che questo sia ormai evidente a tutti».
L’emendamento Lauricella è diventato l’indicatore della durata della Legislatura?
«Piuttosto segna una linea di demarcazione tra chi vuole davvero le riforme e chi, invece, sta solo bluffando».
Tra pro e contro?
«Chi lo vota sposa l’idea di un percorso di riforme, comprendendo la necessità  di agganciarvi anche quella della legge elettorale. Chi non lo vota è contrario a quel percorso. D’altra parte, il mio emendamento pone un problema di assetto del sistema».
In che termini?
«Ho solo tradotto in norma il percorso indicato dal segretario del mio partito, dal momento che il primo passo è stato mosso proprio sul terreno della legge elettorale. Se fossimo partiti dalla riforma del bicameralismo il problema non si sarebbe posto».
Sul suo emendamento potrebbero incombere le insidie del voto segreto…
«E’ ancora da vedere. Ma visto che il regolamento della Camera prevede che, se viene richiesto, sulla legge elettorale si vota a scrutinio segreto, anche una norma che ne fa parte dovrebbe essere votata a scrutinio segreto»
Esponendosi al rischio dei franchi tiratori, non crede?
«Ovviamente. Ma, ciò detto, per il solo fatto di averlo presentato, il mio voto è già  palese. Lo stesso vale per il Pd».
C’è chi pensa che il suo emendamento miri solo ad allungare la Legislatura…
«L’effetto è questo, ma il senso è un altro. Se approvassimo l’Italicum senza il mio emendamento, la sua applicazione ad entrambe le Camere non garantirebbe la governabilità ».

Antonio Pitoni
(da “La Stampa”)

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