Giugno 20th, 2014 Riccardo Fucile
A UNA SETTIMANA DALL’ANNUNCIO ANCORA NON SI VEDE IL PROVVEDIMENTO… IL QUIRINALE CONTESTA DECINE DI ARTICOLI E LO SPACCHETTA IN DUE PARTI
Si è svolta a Palazzo Chigi la riunione del Consiglio dei ministri. Via libera al disegno di legge delega per la riforma della Pubblica amministrazione”.
Ecco: via libera, una formula che trasmette il senso di efficienza renziana senza impegnare troppo.
A una settimana da quegli annunci, tecnici, parlamentari (e perfino alcuni ministri) si chiedono: ma cosa diavolo avete approvato
Il testo è un mistero: non c’è.
Qualcosa è stato mandato al Quirinale, per la firma. “Una volta che lo mandi al Colle poi ci pensano i loro uffici, noi non sappiamo più nulla”, dicono da un ministero coinvolto.
I tecnici quirinalizi hanno una lunga lista di perplessità e stanno facendo saltare decine di articoli: per prima cosa smontano in due il provvedimento, che in alcune versioni intermedie era arrivato ad avere oltre 120 articoli, dalla riforma del pubblico impiego alle infrastrutture alla difesa della mozzarella di bufala e alla tutela del parco delle Cinque Terre.
D’accordo che da capo dello Stato Giorgio Napolitano ha firmato di tutto, ma questo decreto era un po’ troppo sporco per essere costituzionale.
Allora: da una parte la Pubblica amministrazione con un po’ di appendici, dall’altra Ambiente e Agricoltura.
Ma che c’è scritto dentro? Mistero
Il ministro più coinvolto, Marianna Madia (Pubblica amministrazione ) è preoccupata: riformare la burocrazia è già complicato e in Parlamento sarà battaglia, ma se nel decreto ci finisce di tutto i problemi nelle commissioni di Camera e Senato si moltiplicano.
Peccato che i colleghi della Madia, a cominciare dal ministro dei Trasporti Maurizio Lupi, hanno assoluto bisogno di infilare nel decreto misure economiche (si parla di finanziamenti a infrastrutture per 1-2 miliardi, Expo inclusa) o rischiano di dover aspettare settembre.
Quindi il merito è un problema, grosso. Ma il metodo è peggio
Chi decide cosa c’è scritto in un decreto legge?
“Il presidente del Consiglio e i ministri”, risponde l’ingenuo. Sbagliato.
In teoria c’è un pre-Consiglio dei ministri in cui si affrontano i dettagli tecnici e poi si lascia ai ministri il compito di prendere le decisioni politiche, scegliendo tra opzioni coerenti e definite.
Ma nell’epoca di Matteo Renzi i pre-Consigli o non si fanno o discutono cose diverse da quelle che poi entrano in Consiglio.
Venerdì sera i dirigenti dei vari ministeri coinvolti hanno cercato di parlare con la responsabile dell’ufficio legislativo, Antonella Manzione, ma lei era già tornata a Firenze, dove è stata capo dei vigili urbani (e per quello Renzi l’ha voluta).
Niente, non si sa cosa è stato approvato. Nel caos di questi mesi, ogni ministero manda dei pezzi di provvedimenti all’ufficio legislativo di Palazzo Chigi che poi li assembla e riformula come crede, nessuno — neppure Renzi o il suo braccio destro Graziano Delrio — ha il pieno controllo politico della scrittura delle norme, per la gioia dei lobbisti e professionisti dei commi che hanno maggiore facilità a influenzare qualche dirigente pubblico che un ministro o un premier.
Nelle redazioni dei giornali girano bozze, come quella datata “12 giugno ore 24” che pare ormai siano diversissime dai testi in mano al Quirinale.
In quella bozza c’è anche un’apposita norma che cancellerebbe la condanna subita da Renzi come presidente della Provincia di Firenze per aver assunto con contratti troppo generosi quattro segretarie.
Ma tutto scorre, anche le norme dei decreti. E chissà cosa è rimasto.
Alla Camera, da dove partirà l’esame del decreto, aspettavano il testo per stasera, in commissione Bilancio.
Più probabile che tutto slitti a dopo il weekend, cioè a martedì. Se andrà così, saranno passati oltre dieci giorni tra il Consiglio dei ministri e la presentazione di un testo. Neanche ai tempi di Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti, quando i consigli duravano nove minuti, succedevano queste cose.
I testi si approvavano “salvo intese”, cioè con l’impegno di negoziare in un secondo momento i dettagli più tecnici, ma qualcosa c’era.
Adesso ci sono soltanto gli annunci.
Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: governo | Commenta »
Giugno 20th, 2014 Riccardo Fucile
ATTRAVERSO IL PATTO CON RENZI, PUNTA AL FUTURO PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
«Noi stiamo riscrivendo la Costituzione per la terza repubblica e questi qui mi trattano
come un volgare delinquente! ». Uscito dal tribunale di Napoli dopo essere stato trattato senza troppi riguardi dal presidente Giovanna Ceppaluni, l’umore di Silvio Berlusconi era sotto i tacchi.
Ma la coincidenza temporale fra le giornate calde sul fronte giudiziario- ieri Napoli, oggi l’appello a Milano su Ruby — e la chiusura dell’accordo con Renzi sulle riforme riporta in primo piano ad Arcore il sogno sempre inseguito di un patto di «pacificazione» nazionale.
La novità rispetto allo scorso anno, quando l’interlocutore delle colombe forziste era ancora Giorgio Napolitano e il tema sul tavolo la grazia da concedere previa richiesta o “motu proprio”, è che Berlusconi ormai si è rassegnato rispetto all’attuale inquilino del Colle.
E punta direttamente al prossimo.
Non a caso, nella conferenza stampa di mercoledì, pur senza mai citarlo direttamente, dal leader di Forza Italia sono arrivati pesanti giudizi politici sul capo dello Stato. Da Napolitano non si aspetta più nulla, da Renzi ancora molto, moltissimo.
Che sia una speranza unilaterale o che ci sia un non detto alla base del patto del Nazareno — peraltro sempre negato dal premier — non c’è dubbio che negli ambienti più vicini all’ex Cavaliere questo progetto si accarezza con molta cura.
E quando se ne parla, la voce si abbassa e diventa un sussurro, le allusioni si sprecano.
«Le riforme con Renzi — racconta una fonte che raccoglie quotidianamente i ragionamenti del leader del centrodestra noi le faremo sicuramente. I nostri senatori se ne faranno una ragione, Brunetta se ne farà una ragione. L’accordo è già stato siglato da Verdini nei dettagli….ed è un accordo a 360 gradi».
Di più, per ora, non si riesce a sapere. Ma di sicuro l’ambizione di Berlusconi resta quella di sempre, essere sottratto ope legis ai suoi giudici e ai suoi processi.
Anzitutto quello Ruby, dove già pende sul suo capo una condanna a sette anni in primo grado. I tempi del processo d’appello rischiano di essere brevi e difatti la prima battaglia del collegio di difesa — fuori i pasdaran Ghedini e Longo dentro i più “istituzionali” Coppi e Dinacci — sarà proprio quella per spostare tutto a dopo l’estate.
Dietro questa strategia del rinvio si nasconde l’operazione politica.
A torto o a ragione Berlusconi è convinto infatti che, se parteciperà alla riscrittura dell’edificio istituzionale della nuova Repubblica, questo non possa non avere conseguenze anche sul suo destino giudiziario.
E visto che Napolitano si dimetterà una volta assicurato l’iter delle riforme (quella costituzionale e quella elettorale), il leader di Forza Italia punta a partecipare in prima persona al patto con Renzi per l’elezione del nuovo capo dello Stato.
Essere “padre costituente” e king maker del prossimo presidente della Repubblica, nella sua testa, dovrebbe spalancargli le porte alla terza fase del piano, quella più importante.
Ovvero ottenere il sospirato provvedimento di indulgenza per il processo Ruby, che nel frattempo potrebbe aver esaurito anche il secondo grado e volare verso una condanna definitiva.
Da leader «responsabile» e «condannato modello» chi potrebbe negarglielo? Da qui l’enfasi ripetuta sulla «grande umiltà » con cui svolge settimanalmente la sua opera di assistenza ai malati di Cesano Boscone.
È un’operazione complicata, piena di incognite, ma sostanzialmente senza alternative.
Una mossa disperata, ma lucida. L’univa variante rispetto alla grazia — che stava già per essere chiesta un anno fa su sollecitazione di Confalonieri, Gianni Letta e della famiglia — è che stavolta sul tavolo c’è anche un’altra ipotesi.
Con l’elezione del nuovo capo dello Stato Berlusconi spera infatti di incassare da Renzi, in alternativa alla grazia, un provvedimento generalizzato di clemenza sotto forma di indulto.
Uno sfolla-carceri che avrebbe le maglie ritagliate apposta sul suo caso.
Sette anni di condanna sono troppi? I forzisti sono convinti che la condanna del capo andrà riducendosi parecchio già in appello, tanto più che la stessa procura di Milano aveva chiesto alla Corte “solo” sei anni per l’imputato.
Certo, sono vari i procedimenti giudiziari ancora pendenti sul suo capo.
L’inchiesta Ruby Ter per corruzione in atti giudiziari, un possibile rinvio a giudizio a Bari per la scandalo escort, il processo napoletano per la compravendita dei senatori.
Ma di tutti il più pericoloso è quello Ruby, sia per la condanna già avuta in primo grado, sia perchè una sentenza definitiva comporterebbe la revoca del beneficio dell’indulto per i tre anni che gli sono stati scontati dalla sentenza Mediaset.
Le voci maliziose di Forza Italia raccontano che c’è un’altra ragione che spinge verso la richiesta di un indulto al posto di una grazia individuale.
Il fatto è che molti altri potrebbero essere interessati. Esponenti del partito berlusconiano ma anche del Pd. Per non parlare del principale architetto dell’accordo del Nazareno, Denis Verdini
Berlusconi intanto sta preparando le sue munizioni per la difesa politica e mediatica durante il processo. Pare sia pronto al lancio, in concomitanza con l’inizio del processo d’appello, anche il volume apologetico «la mia verità », stampato dalla Mondadori.
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
argomento: Berlusconi | Commenta »