Giugno 24th, 2014 Riccardo Fucile
AMMESSO SIA VERO, FAREBBERO MEGLIO A NON VOLERLA PER QUELLO CHE DICE… LEI CHIEDE AIUTO A RENZI: “INTERVENGA, A RISCHIO LA NOSTRA SOVRANITA'”
«Il Partito Popolare Europeo non gradisce la mia presenza nel suo gruppo per via del mio cognome. Non vuole il mio cognome nel Ppe».
Alessandra Mussolini non nasconde la sua amarezza. Il suo caso rischia di rendere ancora più tesi i rapporti tra Forza Italia e i vertici del Ppe, già messi a dura prova dal presunto complotto ordito ai danni di Berlusconi nell’autunno del 2011.
Stando a quanto racconta la neoeletta europarlamentare azzurra, nei giorni scorsi emissari del Partito Popolare Europeo avrebbero avvicinato alcuni esponenti di primo piano di Forza Italia, tra cui il vicecommissario Ue Antonio Tajani, per esprimere la propria preoccupazione sull’eventuale iscrizione di Alessandra Mussolini nell’eurogruppo del Ppe. Tutta colpa di quel cognome «scomodo».
Onorevole Mussolini, ci racconta cos’è successo?
«Alcuni esponenti del Ppe hanno avvicinato Tajani e altri europarlamentari di Forza Italia per comunicare che non mi gradiscono nel Gruppo del Ppe. E, a tal proposito, hanno annunciato che domani (oggi, ndr), ci sarà una contestazione a Strasburgo (oggi scade il limite per la formazione dei Gruppi per la nuova legislatura dell’Europarlamento, ndr)».
E perchè non la vogliono?
«Secondo lei?».
D’accordo, il problema è quel «Mussolini». Ma se ne sono accorti solo adesso?
«Infatti. Le liste le conoscevano da tempo, perchè non hanno manifestato il loro disagio prima? Forse perchè avevano bisogno dei nostri voti. Anzi, le dirò di più».
Prego.
«Io ho preso 82mila preferenze. Che, però, per loro evidentemente non valgono nulla. Ci sono 82mila persone che hanno scritto il mio nome sulla scheda. E chi è che adesso non mi vuole nel Ppe? Gli esponenti tedeschi e finlandesi che non hanno preso neanche un voto, visto che nei loro Paesi sono previste le liste bloccate».
Si aspetta qualche gesto di solidarietà da parte dei suoi colleghi di Forza Italia?
«Senta, io non mi aspetto solidarietà da nessuno. E sa perchè? Il problema non è la mia persona. ma il voto degli italiani che non è rispettato dai tedeschi. E per questo che secondo me deve intervenire il presidente del Consiglio Matteo Renzi. Perchè questa è una lesione della sovranità popolare dell’Italia, non mia. Se vogliono addirittura scrivere le nostre liste elettorali, cosa potranno fare con le politiche economiche? E queste persone hanno il coraggio di definirsi democratiche?».
Car.Sol.
(da “il Tempo“)
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Giugno 24th, 2014 Riccardo Fucile
UN TERZO DEI CONSIGLIERI REGIONALI È GIà€ A PROCESSO PER I FONDI AI GRUPPI: DALLA LOMBARDIA ALL’UMBRIA, ECCO CHI POTEVA DIVENTARE “SENATORE”
Immunità ? No grazie. 
I sindaci delle grandi città respingono al mittente lo scudo giudiziario riproposto per i membri del nuovo Senato.
Si sono dichiarati contrari all’immunità Marco Doria (Genova), Ignazio Marino (Roma), Giuliano Pisapia (Milano), Luigi De Magistris (Napoli), Enzo Bianco (Catania), Leoluca Orlando (Palermo), Massimo Zedda (Cagliari).
Nel Senato dei non eletti, secondo la riforma di Matteo Renzi, dovrebbero entrare 21 sindaci e 74 consiglieri regionali, oltre a cinque nominati dal capo dello Stato: tutti protetti dall’immunità . Prezioso, quello scudo, in un momento in cui 17 Consigli regionali su 20 sono sotto inchiesta per le spese pazze e la percentuale di indagati nelle assemblee delle Regioni non è mai stata così alta.
In principio fu Er Batman: Franco Fiorito, capogruppo Pdl alla Regione Lazio, viene arrestato e condannato, nel 2012, per aver rubato soldi pubblici.
In un paio d’anni, aveva fatto 109 bonifici dal conto del Pdl al proprio conto corrente. Non era il solo: le inchieste che si aprono in varie parti d’Italia documentano che è prassi comune, per i consiglieri regionali, usare il denaro dei rimborsi non per l’attività politica, come vorrebbero le regole, ma per pagare le proprie spese personali.
Lo scandalo degli scontrini allegri coinvolge quasi tutta l’Italia, dal Lazio alla Lombardia, dal Piemonte all’Emilia Romagna, dalla Liguria alla Campania.
Le indagini scoprono per esempio che un consigliere lombardo, il leghista Stefano Galli, con i soldi pubblici aveva pagato il banchetto di nozze della figlia Verdiana.
Un altro leghista, Pierluigi Toscani, ci aveva comprato cartucce e munizioni per la caccia.
Un altro ancora, Alessandro Marelli, aveva saldato il conto di locali notturni, il Colibrì, il Cherry Dance.
Nicole Minetti, Pdl, eletta a Milano nel listino bloccato di Roberto Formigoni, oltre a innumerevoli cene a base di sushi, i soldi pubblici li aveva usati per comprare alla Feltrinelli (16 euro) il libro Mignottocrazia: doveroso aggiornamento politico-culturale con un volume in cui era ampiamente citata.
A Roberto Cota, ex presidente della Regione Piemonte, i magistrati hanno contestato 25 mila euro di acquisti personali, tra cui le famose mutande verdi.
Questa è la base da cui dovranno essere scelti, dopo la riforma, i nuovi senatori immuni.
La rete dovrà pescare nel mare più inquinato della politica italiana: su 1.100 consiglieri regionali , 521 sono stati indagati, per 300 è stato chiesto il giudizio.
Tre i Consigli regionali che sull’onda degli scandali sono stati sciolti in anticipo rispetto alla scadenza elettorale: quelli del Lazio, della Basilicata e della Lombardia.
Imbarazzanti i numeri dei consiglieri indagati: 83 in Sicilia, 64 in Lombardia, 51 in Campania, 39 in Piemonte. In Emilia Romagna indagati tutti e nove i capigruppo.
È vero che i protagonisti delle storie più scandalose di spese pazze si sono fatti da parte, ma molti altri sono restati nelle assemblee regionali, quando non sono stati addirittura promossi.
È il caso di Francesca Barracciu, vincitrice delle primarie del centrosinistra per la presidenza della Regione Sardegna che è stata chiamata da Matteo Renzi a fare il sottosegretario nel suo governo, malgrado sia indagata per peculato.
Come Vito De Filippo (Pd), sottosegretario alla Salute, a processo per l’uso disinvolto dei soldi pubblici della Regione Basilicata.
E come Umberto Del Basso De Caro (anch’egli Pd), che proviene dalla schiera degli indagati della Regione Campania e ora è sottosegretario ai Trasporti.
Quel mare da cui dovranno essere pescati i futuri senatori è davvero affollato di impresentabili. In Lombardia c’era Roberto Formigoni, imputato per corruzione, per i fondi regionali assegnati a centri della sanità privata come la Fondazione Maugeri.
In Abruzzo c’era Ottaviano Del Turco, condannato in primo grado per il sistema della corruzione impiantato nella sanità regionale.
Indagata l’ex presidente della Regione Umbria, Maria Rita Lorenzetti, nell’inchiesta sull’Alta velocità di Firenze: per le gare addomesticate quando era presidente di Italferr (l’azienda delle Fs a cui ora vogliono dare il controllo di tutti gli appalti Expo).
In Puglia c’è Nichi Vendola, di cui è stato richiesto il rinvio a giudizio per concussione, nell’inchiesta sull’Ilva di Taranto.
In Calabria ci hanno stupito con effetti speciali: il presidente della Regione, Giuseppe Scopelliti, è stato condannato in primo grado a 6 anni per abuso d’ufficio e falso, per la vicenda che ruota attorno a una dirigente del Comune di Reggio Calabria e alla scomparsa di 170 milioni dalla casse cittadine, quando Scopelliti era sindaco della città .
D’altra parte, altri tre consiglieri regionali calabresi sono stati arrestati, e due di questi per rapporti con la ‘ndrangheta.
A proposito di sindaci, è indagato anche quello di Taranto, Ippazio Stefà no, per abuso e omissione di atti d’ufficio: per non aver preso le misure necessarie a tutelare la salute dei suoi concittadini.
La vicenda è quella dell’inquinamento dell’Ilva. In un’intercettazione telefonica, Stefà no rassicurava il responsabile delle relazioni istituzionali dell’Ilva, Girolamo Archinà : “Tranquilli! Il referendum cittadino sulla chiusura degli impianti lo faremo il più tardi possibile”.
In Sicilia, l’ex presidente Raffaele Lombardo è stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Ma sono ben 83 i deputati regionali indagati per le spese facili.
Tra questi, il renziano Davide Faraone, membro della segreteria Pd, responsabile del Welfare, a cui sono contestati rimborsi illeciti per 3.380 euro.
Ora non resta che aspettare il cammino della riforma che vuole impiantare un Senato fatto a tempo perso, come secondo lavoro, da sindaci e consiglieri.
Possibilmente garantiti dall’immunità .
Gianni Barbacetto e Antonella Mascali
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 24th, 2014 Riccardo Fucile
ATTORNO AGLI SCAVI SI AMPLIFICANO I DIFETTI DI UN SISTEMA: LA BUROCRAZIA, I SERVIZI, LE LOBBY, LA MANCANZA DI REGOLE
Pompei è la nostra grande Prova d’Orchestra, il luogo giusto per capire l’Italia di oggi, con tutto il suo groviglio di contraddizioni.
Dopo il rosario di crolli causato dalle piogge monsoniche di questa primavera, dopo i furti a orologeria, ecco che in questi giorni è stato il turno delle agitazioni sindacali selvagge, che hanno lasciato migliaia di cittadini e turisti fuori dai cancelli degli scavi. Un clamoroso autogoal mediatico, che ha costretto Raffaelle Bonanni a commissariare la Cisl di Pompei.
Al tempo stesso, tuttavia, Pompei è l’unico sito italiano che ha tutti i soldi di cui ha bisogno: 105 milioni del cofinanziamento europeo, un decimo abbondante del ridicolo bilancio di tutto il patrimonio culturale italiano.
E, ulteriore paradosso, ora Pompei ha una linea di comando che funziona: il direttore del Grande Progetto Pompei è Giovanni Nistri, un generale dei carabinieri che impedisce le infiltrazioni camorristiche.
Il soprintendente è Massimo Osanna, un ottimo archeologo con importanti esperienze internazionali.
E, sia detto per inciso, non c’è alcun bisogno dei poteri commissariali in stile Protezione Civile previsti dal Decreto Franceschini, ora in Parlamento: poteri pericolosi perchè ontologicamente criminogeni, come testimoniano l’Expo e il Mose, e comunque incompatibili con un finanziamento europeo.
Ora a Pompei c’è un piccolo, ma eccezionale, gruppo di giovani archeologi e architetti assunti (grazie all’allora ministro Giancarlo Galan: è giusto riconoscerlo) in deroga allo scellerato blocco del turn over.
Ora gli scavi sono puliti, i cani randagi sono spariti, il celeberrimo mosaico del Cave canem è stato restaurato, molte domus sono sul punto di riaprire.
Si respira un’aria nuova, a Pompei: e si capisce che basterebbe poco, pochissimo, perchè il simbolo dello sfascio italiano si trasformasse nel simbolo della rinascita. E senza “mecenati’, sponsor, speculatori, privati for profit, protettori, papponi.
E allora, cos’è che non va?
Senza ironia, si potrebbe dire che non va il fatto che Pompei sia in Italia.
Nel senso che a Pompei si amplificano e diventano visibilissimi tutti i difetti del nostro sistema.
A cominciare da ciò che circonda gli scavi: i trasporti (la Circumvesuviana ha treni e tempi che sarebbero inaccettabili in Bangladesh), la ristorazione (gestita da Autogrill, e in effetti sembra di essere a un casello), i servizi in genere.
E poi la dinamica del lavoro. Certamente la linea scelta dai sindacati è sbagliata, autolesiva, a tratti irresponsabile.
Ma è pure vero che non hanno torto quando denunciano un eccessivo carico di lavoro, ritardi nei pagamenti , una gestione assurda degli orari di lavoro. Ora, se Pompei è così importante (anche mediaticamente) è possibile che il ministro per i Beni culturali non trovi il modo di affrontare e risolvere questi problemi, non certo insormontabili? Se, al contrario, si rinuncia a ogni concertazione il risultato sarà inevitabilmente un muro contro muro.
E il fatto che ieri Dario Franceschini abbia annunciato di voler ricorrere alla precettazione anche nel patrimonio culturale è davvero un pessimo segnale: abbiamo drammaticamente bisogno di governo, non di repressione.
Tra l’incapace burocrazia ministeriale romana e i sindacati, chi rischia di essere stritolato è il soprintendente, con il suo staff.
Per questo Massimo Osanna dovrebbe forse quantificare una volta per tutte il reale fabbisogno di Pompei: di quanti custodi, di quanti turni, di quanti straordinari il sito ha bisogno?
E di quanti manutentori qualificati (mosaicisti, giardinieri, operai specializzati…)?
E di quanti ingegneri, architetti, archeologi? Qual è l’organico giusto perchè Pompei funzioni come si deve?
Di fronte a ogni sciopero pompeiano l’opinione pubblica si chiede se siamo di fronte a una specie di racket o alla sacrosanta difesa di diritti violati: ebbene, il soprintendente Osanna può rendere immediatamente noti questi numeri, mettendo così le parti (ministero e sindacati) di fronte alla realtà .
Una realtà che non dovrebbe più consentire giochi delle parti e scaricabarile. Qualche mese fa il Mibact ha dovuto ammettere di non sapere nemmeno quanti siano i lavoratori precari cui ricorre per tenere aperto il patrimonio italiano : questo è il contesto drammatico in cui valutare il caso macroscopico di Pompei.
Ed è per questo che l’esito della prova d’orchestra in corso a Pompei non riguarda solo il patrimonio culturale, ma tutto il Paese.
Tomaso Montanari
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Giugno 24th, 2014 Riccardo Fucile
FINOCCHIARO E CALDEROLI ACCUSANO IL MINISTRO: “NON È VERO CHE NON SAPEVA NIENTE, HA VISTATO IL TESTO DUE VOLTE”
“Sono disgustata dallo scaricabarile. È stato il governo ad autorizzare tutti gli emendamenti”.
Così diceva Anna Finocchiaro ieri in un’intervista a Repubblica.
Oggetto del contendere, l’immunità ai senatori.
Una prerogativa che non c’era nel disegno di legge originario presentato da Maria Elena Boschi nel Cdm del 12 marzo, ma che c’è nell’insieme degli emendamenti complessivi.
Chi l’ha voluta? E perchè? A sentire i primi commenti a testo consegnato dai relatori, sembrerebbe nessuno.
La Boschi si è affrettata a dichiarare (anche lei a Repubblica) che nel suo testo non c’era e che il governo non lo voleva. Lo ha chiesto Forza Italia? A poche ore dalla sconfessione del ministro, arriva pure quella di Paolo Romani (Fi). La stessa Finocchiaro dichiara che lei avrebbe preferito che a decidere sulle autorizzazioni fosse la Corte costituzionale.
E allora? Allora, la realtà è tutto sommato semplice. Da un certo punto in poi tra Palazzo Chigi e la Prima Commissione del Senato, soprattutto con i relatori, Finocchiaro e Calderoli, è iniziata una collaborazione strettissima.
Mentre Renzi e Boschi stringevano l’accordo politico con Berlusconi e Verdini, gli altri due lavoravano a “riempire” la riforma (parola della presidente della Commissione).
E così arrivavano per il nuovo Senato competenze che non c’erano nel testo originale. E con le competenze pure l’immunità .
Obbligata, secondo molti costituzionalisti, per evitare la disparità tra due Camere vere e proprie. Il governo lo sapeva, ha dato il suo assenso? Non una, ma più e più volte, raccontano i senatori coinvolti. P
erchè la riforma è stata fatta così: bozze successive, presentate al Ministro, che il governo approvava.
Già nel vertice di esecutivo e Pd di martedì scorso la questione era sul piatto.
“Per due volte — secondo Calderoli — il governo avrebbe vistato gli emendamenti”. Un visto ufficiale: ci sarebbe una mail, mandata ai relatori, in cui si diceva di sì al pacchetto complessivo delle modifiche.
Il governo forse l’immunità “non la voleva”, come ha detto la Boschi. Ma di certo, sapeva che ci sarebbe stata. E ancora, chi ha voluto, chi ha inserito la modifica ?
A scriverlo materialmente sono stati i due relatori. Ma tutti, da Pd a Fi, a Cinque Stelle, avevano presentato emendamenti in tal senso.
Spiega il senatore Pd, membro della Commissione Affari costituzionali, Francesco Russo: “Se il capogruppo al Senato M5s Buccarella assieme a 10 senatori grillini presenta un emendamento per ristabilire l’immunità parlamentare forse significa che non c’è nulla di cui indignarsi. È una garanzia per i deputati ed è normale che esista anche per i senatori”.
E ancora: “Tra i firmatari degli emendamenti volti a ristabilire l’immunità c’è anche il nome di Paolo Romani”.
Dalle parti di Palazzo Madama sono momenti di panico. Eccol’autodifesa di Romani: “L’immunità la prevedevamo solo per un senato elettivo”.
E ora? Calderoli lancia la sua provocazione: “Togliamola pure alla Camera”. Finocchiaro annuncia un emendamento all’emendamento, per far sì che a decidere sia la Corte.
E il governo? Parla il fedelissimo di Renzi, il senatore Andrea Marcucci: “La riforma del Senato non può essere fermata per l’emendamento che prevede l’immunità . Sul tema è sovrana l’aula, che potrà sostenerlo o votare contro”.
Dalle parti di Palazzo Chigi si riflette su come modificarlo, magari restringendo l’immunità ai rappresentanti di Regioni e Comuni solo nell’esercizio delle loro funzioni di senatori e non, per esempio, se accusati di abuso d’ufficio in veste di amministratori. Renzi non parla ufficialmente, ma fa filtrare la sua indifferenza sprezzante: se è un problema, la norma si può eliminare.
Per adesso non pare che si vada in quella direzione.
Con i costituzionalisti pronti a difendere autonomia dei poteri e uguaglianza delle due Camere. Oggi c’è un altro mini-vertice Boschi-Romani-Verdini e fioccano gli annunci di sub emendamenti.
La tela di Penelope delle riforme continua.
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 24th, 2014 Riccardo Fucile
LO HA ANNUNCIATO L’AVVOCATO DELLA RAGAZZA PARLANDO CON LA BBC
Meriam Yehya Ibrahim, la donna cristiana condannata a morte per apostasia il 15 maggio scorso, «è stata liberata e ora è sulla strada di casa».
Lo ha annunciato il suo avvocato, Elshareef Ali, parlando con la Bbc dopo che i media locali avevano dato notizia dell’imminente rilascio.
La misura è stata decisa da un tribunale d’appello di Khartoum, che ha annullato la sentenza di condanna a morte. «Siamo felicissimi — ha detto Ali — e stiamo andando da lei».
Il 15 maggio un tribunale di Khartoum aveva condannato a morte per impiccagione la 27enne, cristiana, madre di un bambino e all’epoca incinta di otto mesi (ha poi partorito in carcere), con l’accusa di apostasia.
I giudici avevano inoltre stabilito che la donna dovesse subire cento frustate per aver commesso adulterio, visto che il suo matrimonio con un uomo cristiano non è riconosciuto valido in base alla sharia (diritto islamico)
I giudici avevano dato tre giorni alla donna per rinunciare alla sua fede cristiana, ma in aula, dopo un lungo colloquio con un religioso musulmano, la donna aveva affermato: «Sono cristiana e non ho mai commesso apostasia».
Meriam, laureata in fisica, è sposata con Daniel Wani, un sud-sudanese cristiano. Lei è invece sudanese e nel suo paese è considerata musulmana, perchè nata da un padre musulmano.
In base alla sharia, una donna musulmana non può sposare un uomo di un’altra fede e i figli nati dalla loro unione sono quindi considerati illegittimi e frutto di adulterio.
Per salvare la giovane è stata lanciata una campagna internazionale, alla quale ha contribuito, tra gli altri, l’ong Italians For Darfur.
Anche molte ambasciate in Sudan si sono mobilitate, rivolgendo appelli alle autorità locali.
(da “vita.it”)
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Giugno 23rd, 2014 Riccardo Fucile
A PAROLE CONTRO LA CASTA, NEI FATTI ORGANICI AI PRIVILEGI
Il M5S aveva presentato un emendamento per mantenere l’immunità anche al Senato: è
quanto emerge dalla denuncia del sen. Russo del Pd a cui i grillini rispondono con imbarazzo cercando di arrampicarsi sugli specchi per giustificare un grosso autogol che fa perdere credibilità al loro operato anticasta.
L’articolo in discussione è il 68 della Costituzione che recita:
“Senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, nè può essere arrestato o altrimenti privato della libertà personale, o mantenuto in detenzione, salvo che in esecuzione di una sentenza irrevocabile di condanna, ovvero se sia colto nell’atto di commettere un delitto per il quale è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza.. Analoga autorizzazione è richiesta per sottoporre i membri del Parlamento ad intercettazione, in qualsiasi forma, di conversazioni o comunicazioni e a sequestro di corrispondenza.”
In grossetto la parte che verrebbe modificata dal DDL 1429 che all’art.6 recita
Art. 6.(Prerogative dei parlamentari)
1. All’articolo 68 della Costituzione sono apportate le seguenti modificazioni:
a) al secondo comma, le parole: «Senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento» sono sostituite dalle seguenti: «Senza autorizzazione della Camera dei deputati, nessun deputato»;
b) al terzo comma, le parole: «membri del Parlamento» sono sostituite dalla seguente: «deputati».
Con la modifica quindi l’immunità spetterebbe ai soli Deputati ed i Senatori non ne potrebbero usufruire.
E il M5S cosa fa?
Presenta un emendamento per sopprimere l’articolo 6 e quindi eliminare questa modifica garantendo quindi,di fatto, l’immunità anche ai Senatori.
I firmatari?
Fattori, Bertorotta, Bottici, Buccarella, Bulgarelli, Donno, Montevecchi, Lezzi, Mangili, Martelli, Serra.
L’onestà non va di moda così come la coerenza nel M5S.
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Giugno 23rd, 2014 Riccardo Fucile
LA RICERCA DELLA BOCCONI SULLA CARENZA DI INFRASTRUTTURE
L’Italia è uno strano paese, si sa. Quando si parla di infrastrutture e opere pubbliche su di noi pesa una strana maledizione.
Le opere utili non si riescono a realizzare, mentre se ne fanno altre che servono solo a generare lucrosi affari.
Altre ancora si fanno pensando a un’Italia che non c’è più bisognosa di cemento, e non guardando invece a ciò che serve veramente per far marciare un’economia avanzata nel ventunesimo secolo.
Paradossi che producono costi che alcuni economisti cercano di quantificare: secondo un recente studio dell’Università Bocconi – che ha creato un «Osservatorio sui Costi del non fare» – tra il 2012 e il 2027 la mancata realizzazione di alcune opere strategiche ci costerà in termini di mancata creazione di ricchezza la bellezza di 893 miliardi di euro. Fanno in media 60 miliardi l’anno, gettati al vento in termini di costi economici, sociali e ambientali che graveranno sull’intera collettività .
È vero che forse bisognerebbe affiancare all’Osservatorio Cnf della Bocconi anche un «Osservatorio sui costi del fare», se si considerano i molteplici danni provocati alla finanza pubblica e alla competitività economica da decisioni scellerate.
Che hanno condotto a realizzare opere inutili per ingrassare politici e costruttori impoverendo gli italiani, anzichè infrastrutture decisive per la competitività e la crescita. Servirebbe certamente anche un «Osservatorio sui costi giusti del fare», per misurare quanto si spende in più per fare un’opera pubblica che in Francia o Germania costerebbe molto meno.
Sicuramente farebbe comodo un «Osservatorio sui costi del fare tardi», per misurare l’esasperante lentezza con la quale si realizzano gli investimenti e le opere pubbliche.
Battute a parte, tornando allo studio di Agici Bocconi, le priorità infrastrutturali devono essere appunto infrastrutture strategiche per lo sviluppo del Paese, affiancate però da piccoli interventi con ampio impatto locale.
Della prima categoria, dicono gli economisti della Bocconi, devono far parte come priorità strategiche la banda larga ed ultralarga, per superare lo storico digital divide, aumentare la produttività e l’efficienza dell’economia reale, e favorire l’inclusione sociale e la qualità della vita.
Poi, la mobilità e la logistica dei trasporti, fondamentali per aumentare la competitività delle nostre produzioni.
Terzo, l’energia e l’efficienza energetica: c’è un problema di costi e di “indipendenza”, ma anche la necessità di essere presenti in un comparto innovativo e industrialmente strategico.
Sul versante invece, del «piccolo», bisogna puntare su piste ciclabili e strade, sulle scuole e sugli edifici efficienti, sulle reti web e su una illuminazione pubblica intelligente.
Secondo, la ricerca è il comparto delle telecomunicazioni quello che rischia di presentare al sistema Italia il conto «globale» più salato, ovvero 429 miliardi di euro in 16 anni. Segue il rinnovamento del sistema del trasporto ferroviario, con 129 miliardi totali. In questo caso accanto agli investimenti nell’alta velocità , quella che serve davvero è la ristrutturazione delle linee ferroviarie convenzionali.
Seguono strade, autostrade, tangenziali a pedaggio (96 miliardi di costi); la logistica (oltre 73 miliardi di euro, soprattutto in campo portuale).
E soprattutto l’energia, sia sul versante degli impianti di produzione e delle reti di trasmissione e accumulo (65 miliardi) che su quello dell’efficienza energetica (46 miliardi, considerando rinnovabili termiche, caldaie a condensazione e cogenerazione industriale).
Ma attenzione: per gli economisti della Bocconi per smuovere gli investimenti serve una pianificazione di lungo periodo, progetti di qualità , modelli di finanziamento innovativi, sfruttare al meglio le risorse Ue.
Roberto Giovannini
(da “La Stampa”)
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Giugno 23rd, 2014 Riccardo Fucile
L’EX MINISTRO DEL LAVORO: “SE IL PD E’ LA NUOVA DC, IO ALLORA SONO DONAT-CATTIN”
Damiano, il carro del Pd di Renzi è stracolmo. Salgono tutti: ex vendoliani, ex montiani…
Si sta un po’ stretti. Il rischio, al di là delle battute, è di trasformarci davvero nella nuova Democrazia Cristiana. Un partito contenitore, senza un’identità politica centrale. Gli esuli di Scelta Civica e di Sel hanno identità politiche profondamente diverse
Qual è la direzione quindi? Il carro del vincitore svolta a sinistra o a destra?
In fondo il renzismo è una variante del blairismo. Con Blair si diceva che il centrosinistra fosse l’unico ad avere il diritto di fare politiche di destra. Con Renzi potremmo dire che si fanno contemporaneamente politiche di sinistra e di destra
A lei e agli altri “compagni” però tocca votarle tutte.
Finchè si tratta degli 80 euro o della tassazione delle rendite finanziarie, lo faccio volentieri. Quando si aumenta la precarietà del lavoro con il Jobs Act, sono contrario.
C’è una disciplina di partito…
Ma c’è anche un’autonomia parlamentare. Il primo Renzi decideva a maggioranza, “prendere o lasciare”. Ora mi pare abbia cambiato atteggiamento e che dica: “Nelle riforme ci sono dei punti fermi, tutto il resto lo possiamo discutere”. Con il “nuovo” Renzi si possono portare correzioni importanti
In sostanza c’è un grande “centro renziano” e poi ci sono le correnti a destra e a sinistra, stile Prima Repubblica
Non è proprio così. Non c’è dubbio che prendere il 40,8 per cento abbia segnato una svolta: ora c’è un partito egemonico, come non lo conoscevamo dagli anni ’50. L’importante è che la “vocazione maggioritaria” che sognava Veltroni non si trasformi in “vocazione totalitaria”. Ma le aree come la nostra non sono micro partiti all’interno di un grande partito unico. Noi (la cosiddetta “Area riformista”, ndr) abbiamo l’ambizione di essere una “componente culturale”, giochiamo la nostra sfida sui contenuti: il nostro obiettivo è mantenere il Pd a sinistra
Le cito in breve la definizione di “partito pigliatutto” secondo la Scienza Politica (Otto Kircheimer, 1966): è caratterizzato da una drastica riduzione del bagaglio ideologico, non ha una classe sociale di riferimento e assicura rappresentanza a diversi gruppi d’interesse. È un ritratto spiccicato del Pd, non trova?
Penso che anche in un partito pigliatutto ci sia margine per una scelta. In un Paese come il nostro dove i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, io voglio stare dalla parte degli ultimi. Penso che anche il Pd debba rappresentare loro
Quindi si può vivere (e morire) serenamente “demorenziani”
Spero che Renzi ce la faccia: è davvero l’ultima spiaggia e ha avuto il merito di sconfiggere il populismo di Grillo. Il “demorenzismo” può essere utile in questa fase storica. L’importante è che non ci sia un uomo solo al comando.
Tommaso Rodano
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Giugno 23rd, 2014 Riccardo Fucile
IL GOVERNO ORA CONTA SU UNA DOZZINA DI DEPUTATI IN PIU’ E QUATTRO SENATORI
Una nuova maggioranza a geometria variabile.
Un mese dopo quello strabiliante 40,8%, la calamita renziana sta ridisegnando i confini di tutti i gruppi parlamentari.
Dodici deputati e quattro senatori in più, tra quelli appena usciti e quelli in procinto di mollare le vecchie imbarcazioni
Non è solo un fatto numerico, si assiste a un vero e proprio smottamento delle vecchie appartenenze.
Alla Camera il dato è eclatante, benchè il premio di maggioranza garantito dal Porcellum renda le nuove adesioni politicamente ininfluenti.
Da Sel sono già andati via in sei – capitanati dal capogruppo Gennaro Migliore – attratti dal Pd ma per il momento in transito nel Misto.
Altri sei vendoliani li dovrebbero raggiungere nei prossimi giorni.
La scomposizione di Scelta Civica è inarrestabile. Andrea Romano è ormai già fuori e molti altro lo seguiranno
Ma dove il dato diventa significativo è al Senato, finora luogo infido per Renzi.
La transumanza è cominciata. Tra i sette senatori di Sel i più insofferenti sono Dario Stefà no, protagonista nella fase della decadenza di Berlusconi, e Massimo Cervellini.
Se andassero via Vendola perderebbe quasi un terzo della sua mini-pattuglia.
D’altra parte i senatori vendoliani, insieme a tredici epurati grillini, stanno progettando un gruppo comune.
Tanto che hanno preso a rilasciare dichiarazioni congiunte.
Certo, il nuovo gruppo resterà all’opposizione, ma potrebbe costituire comunque una sponda politica per alcuni provvedimenti del governo.
Se davvero dovesse costituirsi, questo neo gruppo avrebbe come ambizione di attirare anche quei dem dissidenti sempre più lontani dall’orbita governativa, da Corradino Mineo a Felice Casson, da Massimo Mucchetti a Erica D’Adda.
Tra gli ex M5S c’è poi la senatrice Fabiola Anitori, in avvicinamento direttamente al Pd.
Nel caos di Scelta Civica, a palazzo Madama è la fase dell’attesa: si è mosso soltanto uno, il senatore Gianpiero Dalla Zuanna, per andare tra i dem.
La scomparsa improvvisa di ogni punto di riferimento ha infatti paradossalmente congelato gli esodi, ma è solo questione di tempo.
«A ottobre decideremo – confida Renato Balduzzi, il “saggio” a cui i montiani si sono affidati – , potrebbe nascere un soggetto politico nuovo, più ampio».
Tutta l’area centrista in effetti è in fermento dopo il successo di Renzi alle europee.
Il Nuovo centrodestra di Alfano sta lavorando per stabilizzare il cartello elettorale con l’Udc e i Popolari per l’Italia.
Intanto due giorni fa Ncd ha guadagnato da Gal il senatore campano Pietro Langella (figlio e nipote di due boss uccisi in agguati di camorra), nominandolo persino coordinatore del partito a Napoli.
Il “supergruppo” centrista in gestazione è destinato tuttavia a perdere due elementi, ormai in totale contrapposizione a Pier Ferdinando Casini.
Sono Mario Mauro, fatto fuori dalla commissione affari costituzionali, e il suo fedele amico Tito Di Maggio (entrambi in direzione Forza Italia).
Ma la frana più vistosa potrebbe prodursi proprio nell’universo berlusconiano, specie se altre condanne dovessero appesantire la leadership dell’ex Cavaliere.
I più sospettati sono quella mezza dozzina di senatori vicini a Raffaele Fitto, da tempo nel mirino del cerchio magico.
Se nascesse un nuovo polo d’attrazione popolare Fitto potrebbe andarsene.
L’interessato per ora smentisce seccamente: «Questa corsa verso Renzi ha già fatto registrare il tutto esaurito. Sono rimasti solo posti in piedi. No grazie, io resto in Forza Italia con buona pace di chi alimenta questi retroscena solo per attaccarmi».
Francesco Bei e Giovanna Casadio
(da “La Repubblica”)
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