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COLPO DI SCENA: LA PROCURA DI NAPOLI VALUTA INCRIMINAZIONE DI BERLUSCONI DOPO LE FRASI SUI GIUDICI PRONUNCIATE IERI IN AULA

Giugno 20th, 2014 Riccardo Fucile

IPOTESI DI REATO: OLTRAGGIO A MAGISTRATO IN UDIENZA… POTREBBE FAR DECADERE ANCHE L’AFFIDO AI SERVIZI SOCIALI A CESANO BOSCONE E FAR SCATTARE GLI ARRESTI DOMICILIARI

La procura di Napoli deciderà  lunedì prossimo eventuali iniziative per le frasi contro la magistratura pronunciate ieri in aula da Berlusconi, al termine della sua testimonianza al processo Lavitola.
A quanto si è appreso i magistrati valuteranno l’ipotesi dell’avvio di un procedimento per il reato di oltraggio a magistrato in udienza.
Il procuratore Giovanni Colangelo, e i pm Vincenzo Piscitelli e Henry John Woodcock, esamineranno   il verbale dell’udienza — la cui trascrizione sarà  disponibile a inizio settimana — e prenderanno in considerazione anche l’eventuale trasmissione del verbale al Tribunale di Sorveglianza di Milano, che nel concedere all’ex premier il benefico dell’affidamento in prova ai servizi sociali aveva fissato alcune prescrizioni tra cui quella di evitare dichiarazioni offensive nei confronti dell’ordine giudiziario. Berlusconi ieri in aula, rivolgendosi al presidente della sesta sezione del Tribunale Giovanna Ceppaluni, aveva detto: “La magistratura è incontrollata, incontrollabile, irresponsabile e ha l’impunità  piena”.

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CASO RUBY, VIA ALL’APPELLO, BERLUSCONI ASSENTE, SPARISCONO GHEDINI E LONGO, ENTRAMBI INDAGATI NEL RUBY TER

Giugno 20th, 2014 Riccardo Fucile

LA DIFESA DI COPPI E DINACCI: “NO AL TRASFERIMENTO DEL PROCESSO”

E’ cominciato a Milano il processo in appello sul caso Ruby, per il quale Silvio Berlusconi è stato condannato in primo grado a sette anni per concussione e prostituzione minorile.
In aula, a difendere l’ex premier, ci sono i professori Franco Coppi e Filippo Dinacci. Per la prima volta il leader di Forza Italia deve fare a meno della difesa dei suoi storici avvocati Niccolò Ghedini e Piero Longo, entrambi indagati, insieme con Berlusconi, nella cosiddetta indagine ‘Ruby-ter’ per l’ipotesi di corruzione in atti giudiziari. “Facciamo parte di una stessa squadra – ha commentato la circostanza l’avvocato Coppi – e ci alterniamo alla difesa, poco importa che ci sia uno o l’altro”.
Non è più parlamentare.
È il primo processo in cui l’ex premier si trova senza lo status di parlamentare dopo la condanna definitiva per frode fiscale e l’affidamento ai servizi sociali nella struttura per anziani di Cesano Boscone.
Secondo quanto stabilito dal tribunale di sorveglianza e dalla Corte d’appello, sarà  un impegno “non ostativo”: non potrà  cioè essere invocato come legittimo impedimento.
No al trasferimento del processo a Brescia.
Il processo Ruby è uno di quelli al centro della contesa tra il procuratore di Milano, Edmondo Bruti Liberati, e il suo aggiunto, Alfredo Robledo.
Per questo motivo era stata ventilata l’ipotesi di chiedere il trasferimento del processo a Brescia.
Ma l’avvocato Coppi ha smentito: “Non abbiamo preso in esame alcuna possibilità  di un’istanza di rimessione”.
L’avvocato ha spiegato anche che Berlusconi verrà  in aula “se la sua presenza sarà  utile. Ogni volta che si muove ha un esercito appresso, se non è necessaria la sua presenza è inutile farlo venire con tutto il rispetto per la Corte”.
A Cesano per i servizi sociali.
E mentre in aula magistrati e difensori sono alle prese con le prime mosse del secondo grado, Berlusconi si trova a Cesano Boscone.
Arrivato intorno alle 9.30 per le quattro ore settimanali di attività  coi malati di Alzheimer, l’ex premier ha evitato i giornalisti ma si è fermato, come di consueto, a salutare la sostenitrice che non fa mancare mai la sua presenza ai cancelli della fondazione Sacra Famiglia.

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CORRUZIONE NEGLI APPALTI DELLE CARCERI: PERQUISIZIONI AL DAP, INDAGATO IL COMMISSARIO STRAORDINARIO

Giugno 20th, 2014 Riccardo Fucile

INDAGINI PARTITE DA UN DOSSIER DELL’EX PM ANTIMAFIA SABELLA… SINESIO ACCUSATO DI FALSO E ABUSO D’UFFICIO

Corruzione legata ad appalti per lavori di ristrutturazione in alcuni carceri.
E’ questa l’accusa formulata dalla Procura di Roma nei confronti di nove persone e che ha portato a perquisizioni da parte del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza presso il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap).
Tra le persone coinvolte c’è il commissario straordinario al piano carceri Angelo Sinesio, accusato di falso e abuso d’ufficio: i pm ritengono che nell’assegnazione delle gare d’appalto Sinesio abbia compiuto irregolarità  anticipando le gare stesse e impedendo che a queste potessero partecipare altre ditte oltre a quelle prescelte. Un’altra contestazione è quella d’aver fatto in modo che il valore delle gare non superasse i 5 mln di euro.
In tal modo attraverso questo limite fu possibile superare la normativa europea che consente così di affidare i lavori a più di un’impresa.
Le indagini, coordinate dai pm Paolo Ielo e Mario Palazzi, si concentrano, in particolare, ad accertare eventuali illeciti nel lavori effettuati presso le carceri di Voghera, Lodi e Frosinone.
Le indagini sono partite da un dossier firmato da Alfonso Sabella, già  pm antimafia a Palermo e funzionario al ministero della Giustizia, che contestò il piano carceri, presentato da Sinesio alla Camera il 21 novembre 2013, parlando di anomalie, costi gonfiati e dati alterati.
La parte dell’inchiesta legata all’ipotesi di corruzione è invece legata a un esposto-denuncia del ministro della Giustizia Andrea Orlando.

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FINI CONTRO FRATELLI D’ITALIA: “ULTIMA RIDOTTA VETEROMISSINA”. MA L’MSI ERA ALTERNATIVO, NON FUNZIONALE AL SISTEMA

Giugno 20th, 2014 Riccardo Fucile

ALEMANNO PARLA DI SOVRANITA’ NAZIONALE, MA DIMENTICA LA STRETTA DI MANO A BUSH … E ALMIRANTE NON AVREBBE MAI FATTO AFFOGARE I PROFUGHI O FLIRTATO CON CHI SI PULISCE IL CULO CON LA CARTA IGIENICA

Pubblichiamo l’articolo di oggi de “il Tempo” con un commento del nostro direttore.

Fratelli d’Italia «ultima ridotta veteromissina». Non usa termini teneri Gianfranco Fini nei confronti del partito che ha ereditato il simbolo della sua Alleanza Nazionale. Scatenando una nuova rissa tra ex militanti dello stesso partito e riportando in luce tutte le fratture nate dalla diaspora della destra italiana.
L’occasione è il lancio della manifestazione che l’ex presidente della Camera terrà  a Roma il prossimo 28 giugno, un’assemblea pubblica al Palazzo dei Congressi dell’Eur per disegnare una nuova piattaforma programmatica per l’universo conservatore.
Fini, ospite ad Agorà , specifica di non voler candidarsi a nulla: «So di non essere l’uomo per tutte le stagioni – spiega – cerco solo di organizzare una discussione perchè me lo chiedono tanti e tanti elettori di centrodestra».
Un centrodestra che, a sua parere, ha smarrito la bussola: «Oggi questo fronte richiama nella mia memoria la fase di assoluta confusione della sinistra di ieri, quando cercava di mettere insieme delle alleanze onnicomprensive prescindendo totalmente dai contenuti».
Ed è a quel punto che arriva l’attacco al partito della Meloni: «L’ipotesi di uscire dall’euro è caldeggiata da Lega e anche da Fratelli d’Italia, e questo mi fa inorridire perchè loro usano il simbolo di Alleanza nazionale che ha tutta un’altra storia a proposito del rapporto con l’Europa. È una posizione politica che contrasta radicalmente con un programma di centrodestra».
Non finisce qui: «I Fratellini d’Italia, o cuginetti di campagna – ironizza Fini – non possono usare la storia di Alleanza nazionale per sostenere ciò che vanno dicendo. Ed è un problema tutt’altro che personale, perchè An è stata l’apertura della destra a un mondo moderato, mentre oggi chi usa quel nome è diventato l’ultima ridotta veteromissina».
Parole pesanti, che non passano inosservate dalle parti della Meloni. Se la leader preferisce ignorare l’affondo finiano, a replicare ci pensano alcuni dei suoi.
Come Gianni Alemanno: «C’è da chiedesi quale sia il fondamento politico e culturale delle affermazioni di Fini – è la risposta dell’ex sindaco di Roma-. Perchè essere critici nei confronti dell’euro è qualcosa di estraneo al centrodestra? La sovranità  nazionale, e di conseguenza la sovranità  monetaria, non è forse uno dei principi che da sempre caratterizza tutta la Destra politica italiana?».

(da “il Tempo“)

Il commento del ns. direttore

Condivivo le critiche che Fini rivolge a quella “contraddizione vivente” che è il cartello elettorale di Fratelli d’Italia, semplice ruota di scorta di Forza Italia (che non a caso stanziava fondi per loro a bilancio) ma penso sia opportuno operare qualche richiamo politico-culturale.
Non per difendere a priori il vecchio Msi, ma per riportare la polemica nel giusto alveo.
Il Msi era nato ed è a lungo sopravissuto, nei pregi e nei difetti, come “alternativo al sistema”, non per essere funzionale ad esso, a differenza di successive aggregazioni politiche, da An a Fratelli d’Italia.
Definire “veteromissini” i compagni di merende della Meloni è come accostare il lino alla tela grezza, altri i valori, altri i sacrifici, altra la visione politica, altro il contesto storico.
Mai Almirante, Rauti o Niccolai avrebbero accettato di “sporcare” il proprio nome e una sofferta “tradizione nazionale” con i ladroni padagni, mai avrebbero contribuito ad affogare profughi in fuga da guerre e carestie, mai avrebbero speculato sulla miseria della povera gente.
Ha ragione Fini quando ricorda che non si può “affittare” per un anno un marchio che aveva, in versione moderata e governativa, altre valenze rispetto a quelle espresse dal cartello elettorale di FdI: questa è pura contraffazione, come cambiare etichetta a un capo d’abbigliamento cinese e spacciarlo per “made in Italy”.
Ci spiace constatare altresì che l’ex sociale Alemanno rammenti la sovranità  nazionale e monetaria come giustificazione della battaglia anti euro che oggi va di moda e rende qualche spicciolo di voti.
Da uno che è riuscito, per protestare contro l’imperialismo Usa, a buttarsi contro l’auto di Bush in visita a Roma e qualche anno dopo a stringere la mano al presidente americano, difficile peraltro pretendere un’analisi coerente.
Forse dimentica che la sovranità  nazionale da noi non è mai esistita, ma tutti gli Stati erano ben inseriti in blocchi contrapposti: e quel tipo di “governo delle grandi potenze” oggi è stato semplicemente sostituito dal “governo anonimo dell’alta finanza” che avrebbe ulteriori motivi di speculazione e arricchimento dalla caduta dell’euro.
Essere condizionati dalla Bce o dai Fondi anonimi americani cambierebbe forse qualcosa per Alemanno?
O non sarebbe allora meglio rivendicare, quella sì una storica bandiera della destra italiana, la battaglia per un’Europa nazione, autonoma, integrata, solidale e sovrana?
Perchè inseguire quattro cialtroni qualunquisti che vedono la politica come percentuale per garantirsi una poltrona?
Perchè rinunciare a un discorso culturale più ampio e ambizioso che vada oltre le sterili polemiche contro le “banche europee” per poi finire a sostituirle con quelle americane ?
A questo si è ridotto il dibattito a destra?
A scimmiottare un guitto e un razzista da operetta che   in altri tempi sarebbero stati cacciati da una federazione del Msi (quello vetero…) a calci nel culo?
Ultimo considerazione sul presidenzialismo che accomuna il vecchio Msi versione Destra nazionale, Fini e Fratelli d’Italia: è la fissa “dell’uomo solo al comando” che accompagna da decenni la destra italiana.
Ma non avete ancora compreso che in Italia, con l’aiuto dei media, questo vorrebbe dire Berlusconi o Renzi al governo con pieni poteri per almeno venti- trent’anni a testa?
No grazie, preferisco un pool di persone e partiti al governo, almeno uno forse è normale, disinteressato. onesto e competente.
Se non altro per il calcolo delle probabilità .
Meritocrazia non si coniuga con oligarchia o dittatura, ma con democrazia della competenza, divisione di responsabilità  e trasparenza.

Altra cosa, altra destra.

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CACCIA AL DECRETO: LA RIFORMA DELLA MADIA NON SI TROVA PIÙ

Giugno 20th, 2014 Riccardo Fucile

A UNA SETTIMANA DALL’ANNUNCIO ANCORA NON SI VEDE IL PROVVEDIMENTO… IL QUIRINALE CONTESTA DECINE DI ARTICOLI E LO SPACCHETTA IN DUE PARTI

Si è svolta a Palazzo Chigi la riunione del Consiglio dei ministri. Via libera al disegno di legge delega per la riforma della Pubblica amministrazione”.
Ecco: via libera, una formula che trasmette il senso di efficienza renziana senza impegnare troppo.
A una settimana da quegli annunci, tecnici, parlamentari (e perfino alcuni ministri) si chiedono: ma cosa diavolo avete approvato
Il testo è un mistero: non c’è.
Qualcosa è stato mandato al Quirinale, per la firma. “Una volta che lo mandi al Colle poi ci pensano i loro uffici, noi non sappiamo più nulla”, dicono da un ministero coinvolto.
I tecnici quirinalizi hanno una lunga lista di perplessità  e stanno facendo saltare decine di articoli: per prima cosa smontano in due il provvedimento, che in alcune versioni intermedie era arrivato ad avere oltre 120 articoli, dalla riforma del pubblico impiego alle infrastrutture alla difesa della mozzarella di bufala e alla tutela del parco delle Cinque Terre.
D’accordo che da capo dello Stato Giorgio Napolitano ha firmato di tutto, ma questo decreto era un po’ troppo sporco per essere costituzionale.
Allora: da una parte la Pubblica amministrazione con un po’ di appendici, dall’altra Ambiente e Agricoltura.
Ma che c’è scritto dentro? Mistero
Il ministro più coinvolto, Marianna Madia (Pubblica amministrazione ) è preoccupata: riformare la burocrazia è già  complicato e in Parlamento sarà  battaglia, ma se nel decreto ci finisce di tutto i problemi nelle commissioni di Camera e Senato si moltiplicano.
Peccato che i colleghi della Madia, a cominciare dal ministro dei Trasporti Maurizio Lupi, hanno assoluto bisogno di infilare nel decreto misure economiche (si parla di finanziamenti a infrastrutture per 1-2 miliardi, Expo inclusa) o rischiano di dover aspettare settembre.
Quindi il merito è un problema, grosso. Ma il metodo è peggio
Chi decide cosa c’è scritto in un decreto legge?
“Il presidente del Consiglio e i ministri”, risponde l’ingenuo. Sbagliato.
In teoria c’è un pre-Consiglio dei ministri in cui si affrontano i dettagli tecnici e poi si lascia ai ministri il compito di prendere le decisioni politiche, scegliendo tra opzioni coerenti e definite.
Ma nell’epoca di Matteo Renzi i pre-Consigli o non si fanno o discutono cose diverse da quelle che poi entrano in Consiglio.
Venerdì sera i dirigenti dei vari ministeri coinvolti hanno cercato di parlare con la responsabile dell’ufficio legislativo, Antonella Manzione, ma lei era già  tornata a Firenze, dove è stata capo dei vigili urbani (e per quello Renzi l’ha voluta).
Niente, non si sa cosa è stato approvato. Nel caos di questi mesi, ogni ministero manda dei pezzi di provvedimenti all’ufficio legislativo di Palazzo Chigi che poi li assembla e riformula come crede, nessuno — neppure Renzi o il suo braccio destro Graziano Delrio — ha il pieno controllo politico della scrittura delle norme, per la gioia dei lobbisti e professionisti dei commi che hanno maggiore facilità  a influenzare qualche dirigente pubblico che un ministro o un premier.
Nelle redazioni dei giornali girano bozze, come quella datata “12 giugno ore 24” che pare ormai siano diversissime dai testi in mano al Quirinale.
In quella bozza c’è anche un’apposita norma che cancellerebbe la condanna subita da Renzi come presidente della Provincia di Firenze per aver assunto con contratti troppo generosi quattro segretarie.
Ma tutto scorre, anche le norme dei decreti. E chissà  cosa è rimasto.
Alla Camera, da dove partirà  l’esame del decreto, aspettavano il testo per stasera, in commissione Bilancio.
Più probabile che tutto slitti a dopo il weekend, cioè a martedì. Se andrà  così, saranno passati oltre dieci giorni tra il Consiglio dei ministri e la presentazione di un testo. Neanche ai tempi di Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti, quando i consigli duravano nove minuti, succedevano queste cose.
I testi si approvavano “salvo intese”, cioè con l’impegno di negoziare in un secondo momento i dettagli più tecnici, ma qualcosa c’era.
Adesso ci sono soltanto gli annunci.

Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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SILVIO TORNA ALLA CARICA PER LA GRAZIA

Giugno 20th, 2014 Riccardo Fucile

ATTRAVERSO IL PATTO CON RENZI, PUNTA AL FUTURO PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

«Noi stiamo riscrivendo la Costituzione per la terza repubblica e questi qui mi trattano come un volgare delinquente! ». Uscito dal tribunale di Napoli dopo essere stato trattato senza troppi riguardi dal presidente Giovanna Ceppaluni, l’umore di Silvio Berlusconi era sotto i tacchi.
Ma la coincidenza temporale fra le giornate calde sul fronte giudiziario- ieri Napoli, oggi l’appello a Milano su Ruby — e la chiusura dell’accordo con Renzi sulle riforme riporta in primo piano ad Arcore il sogno sempre inseguito di un patto di «pacificazione» nazionale.
La novità  rispetto allo scorso anno, quando l’interlocutore delle colombe forziste era ancora Giorgio Napolitano e il tema sul tavolo la grazia da concedere previa richiesta o “motu proprio”, è che Berlusconi ormai si è rassegnato rispetto all’attuale inquilino del Colle.
E punta direttamente al prossimo.
Non a caso, nella conferenza stampa di mercoledì, pur senza mai citarlo direttamente, dal leader di Forza Italia sono arrivati pesanti giudizi politici sul capo dello Stato. Da Napolitano non si aspetta più nulla, da Renzi ancora molto, moltissimo.
Che sia una speranza unilaterale o che ci sia un non detto alla base del patto del Nazareno — peraltro sempre negato dal premier — non c’è dubbio che negli ambienti più vicini all’ex Cavaliere questo progetto si accarezza con molta cura.
E quando se ne parla, la voce si abbassa e diventa un sussurro, le allusioni si sprecano.
«Le riforme con Renzi — racconta una fonte che raccoglie quotidianamente i ragionamenti del leader del centrodestra noi le faremo sicuramente. I nostri senatori se ne faranno una ragione, Brunetta se ne farà  una ragione. L’accordo è già  stato siglato da Verdini nei dettagli….ed è un accordo a 360 gradi».
Di più, per ora, non si riesce a sapere. Ma di sicuro l’ambizione di Berlusconi resta quella di sempre, essere sottratto ope legis ai suoi giudici e ai suoi processi.
Anzitutto quello Ruby, dove già  pende sul suo capo una condanna a sette anni in primo grado. I tempi del processo d’appello rischiano di essere brevi e difatti la prima battaglia del collegio di difesa — fuori i pasdaran Ghedini e Longo dentro i più “istituzionali” Coppi e Dinacci — sarà  proprio quella per spostare tutto a dopo l’estate.
Dietro questa strategia del rinvio si nasconde l’operazione politica.
A torto o a ragione Berlusconi è convinto infatti che, se parteciperà  alla riscrittura dell’edificio istituzionale della nuova Repubblica, questo non possa non avere conseguenze anche sul suo destino giudiziario.
E visto che Napolitano si dimetterà  una volta assicurato l’iter delle riforme (quella costituzionale e quella elettorale), il leader di Forza Italia punta a partecipare in prima persona al patto con Renzi per l’elezione del nuovo capo dello Stato.
Essere “padre costituente” e king maker del prossimo presidente della Repubblica, nella sua testa, dovrebbe spalancargli le porte alla terza fase del piano, quella più importante.
Ovvero ottenere il sospirato provvedimento di indulgenza per il processo Ruby, che nel frattempo potrebbe aver esaurito anche il secondo grado e volare verso una condanna definitiva.
Da leader «responsabile» e «condannato modello» chi potrebbe negarglielo? Da qui l’enfasi ripetuta sulla «grande umiltà » con cui svolge settimanalmente la sua opera di assistenza ai malati di Cesano Boscone.
È un’operazione complicata, piena di incognite, ma sostanzialmente senza alternative.
Una mossa disperata, ma lucida. L’univa variante rispetto alla grazia — che stava già  per essere chiesta un anno fa su sollecitazione di Confalonieri, Gianni Letta e della famiglia — è che stavolta sul tavolo c’è anche un’altra ipotesi.
Con l’elezione del nuovo capo dello Stato Berlusconi spera infatti di incassare da Renzi, in alternativa alla grazia, un provvedimento generalizzato di clemenza sotto forma di indulto.
Uno sfolla-carceri che avrebbe le maglie ritagliate apposta sul suo caso.
Sette anni di condanna sono troppi? I forzisti sono convinti che la condanna del capo andrà  riducendosi parecchio già  in appello, tanto più che la stessa procura di Milano aveva chiesto alla Corte “solo” sei anni per l’imputato.
Certo, sono vari i procedimenti giudiziari ancora pendenti sul suo capo.
L’inchiesta Ruby Ter per corruzione in atti giudiziari, un possibile rinvio a giudizio a Bari per la scandalo escort, il processo napoletano per la compravendita dei senatori.
Ma di tutti il più pericoloso è quello Ruby, sia per la condanna già  avuta in primo grado, sia perchè una sentenza definitiva comporterebbe la revoca del beneficio dell’indulto per i tre anni che gli sono stati scontati dalla sentenza Mediaset.
Le voci maliziose di Forza Italia raccontano che c’è un’altra ragione che spinge verso la richiesta di un indulto al posto di una grazia individuale.
Il fatto è che molti altri potrebbero essere interessati. Esponenti del partito berlusconiano ma anche del Pd. Per non parlare del principale architetto dell’accordo del Nazareno, Denis Verdini
Berlusconi intanto sta preparando le sue munizioni per la difesa politica e mediatica durante il processo. Pare sia pronto al lancio, in concomitanza con l’inizio del processo d’appello, anche il volume apologetico «la mia verità », stampato dalla Mondadori.

Francesco Bei
(da “La Repubblica“)

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“CHI UTILIZZA I SETTANTA IMMOBILI DELLA FONDAZIONE AN? SONO IN STATO DI ABBANDONO? SONO SEDI POLITICHE ATTIVE? CHI LE USA?”

Giugno 19th, 2014 Riccardo Fucile

GASPARRI: “SONO MESI CHE LO CHIEDO E NESSUNO MI RISPONDE”…C’E’ QUALCOSA DA NASCONDERE?

Una «task force» per risolvere il nodo del patrimonio immobiliare della Fondazione Alleanza Nazionale.
È la prima iniziativa messa in campo dalla Fondazione stessa per affrontare un problema, quello degli edifici appartenuti al defunto partito di via della Scrofa, che con il passare del tempo si è complicato sempre più e che all’ente nato sulle ceneri di An costa sia in termini di imposizioni fiscali che di svalutazione del valore di mercato.
Meno di un anno fa la Fondazione aveva deciso di emettere un bando per permettere, a titolo oneroso agevolato, l’utilizzo degli immobili «da parte di soggetti di area». Successivamente, però, l’approvazione della riforma sul finanziamento ai partiti aveva consigliato un «congelamento» del bando e la situazione era rimasta invariata.
Al punto che il vicepresidente del Senato e membro del CdA della Fondazione, Maurizio Gasparri, aveva scritto agli altri consiglieri per sollecitare una soluzione che permettesse di mettere a reddito gli immobili: una settantina.
Alla lettera di Gasparri ha risposto due giorni fa il presidente della Fondazione Franco Mugnai. «Non vi è dubbio che la gestione del nostro patrimonio immobiliare sia questione delicata ed urgente» ha ammesso Mugnai.
Comunicando, però, che nel corso dell’ultimo CdA, tenutosi il 12 giugno, è stata creata una «squadra» che avrà  il compito di «approfondire, con la massima sollecitudine, le complesse problematiche fiscali, tributarie etc, afferenti l’eventuale scioglimento/assorbimento delle società  (immobiliari, ndr) con conferimento sostanziale dei beni alla Fondazione, destinando peraltro uno specifico budget di 50.000,00 a tale operazione».
In pratica, la Fondazione vorrebbe «cancellare» le società  che detengono ufficialmente gli edifici: l’Italimmobili Srl e l’Immobiliare Nuova Mancini srl.
Inoltre il «team» – che sarà  composto dallo stesso presidente Mugnai, dal segretario generale Antonio Giordano, dai consiglieri Antonino Caruso e Maurizio Leo e dai presidenti delle due società  immobiliari – dovrà  «elaborare possibili soluzioni inerenti la complessiva gestione del patrimonio da sottoporre al Consiglio»
Un impegno che Gasparri, che ha sollevato la vicenda, sembra apprezzare, ma che non giudica sufficiente.
Lo stesso giorno, infatti, il vicepresidente del Senato ha scritto una nuova lettera ai consiglieri: «Caro Franco, resta il fatto – ha sottolineato – che passano i mesi e non si sa se e da chi vengano utilizzati gli immobili ex An».
«Ho chiesto e chiedo – ha continuato Gasparri – prima ancora di diverse soluzioni organizzative per la gestione del patrimonio, di rendere noti gli eventuali utilizzatori di questi immobili. Sono tutti in abbandono? Sono sedi politiche attive? Utilizzate da chi? A questa semplice domanda si può e si deve rispondere subito e credo che chi presiede le società  proprietarie degli immobili debba fornirti, e poi tu a noi, ogni notizia disponibile. Anche, spero di no, di non sapere nulla di quel che accade. Però così non si può andare avanti».
Il caso non finisce qui.

(da “il Tempo”)

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SENZA SOLDI PUBBLICI PARTITI IN PROFONDO ROSSO: UN BUCO DI 55 MILIONI

Giugno 19th, 2014 Riccardo Fucile

IL PD HA TAGLIATO DEL 40% LE SPESE PER I FORNITORI MA HA 10 MILIONI DI DEBITI, LA LEGA HA DUE ANNI DI VITA E UN PASSIVO DI 14 MILIONI, FORZA ITALIA HA UN BUCO DI 88 MILIONI

È allarme rosso per la politica in Italia. E i comunisti, per una volta, non c’entrano.
Il rosso, profondissimo, è quello in cui sono precipitati i bilanci dei partiti dopo la sforbiciata al Bancomat del finanziamento pubblico
I numeri parlano da soli: Pd, Forza Italia, Pdl e Lega – il Movimento 5 Stelle, che ha rinunciato ai contributi, non presenta rendiconto economico – hanno chiuso il 2013 in passivo di 55 milioni.
E tutto lascia prevedere che la voragine sia destinata ad allargarsi: i 290 milioni di aiuti di stato incassati nel 2010 sono un ricordo del passato.
Oggi sono scesi a 91 milioni e nel 2017 spariranno del tutto.
La raccolta di fondi privati, destinata a tappare il buco, non ingrana (quella della Lega è scesa addirittura da 6,8 a 3,8 milioni).
E a tradire sono pure i parlamentari: il 30-40% degli onorevoli di Forza Italia – per la rabbia dell’ex-Cav. – si sarebbe “scordato” nel 2013 di versare la quota di finanziamento al movimento.
Risultato: in attesa del decollo del 2 per mille, l’unico modo per tamponare l’emergenza è tagliare i costi
Tutto l’arco costituzionale si è messo così a dieta: il Pd ha ridotto del 40% le spese per le forniture.
Via Bellerio ha abbassato del 66% i costi delle auto di proprietà .
E il Popolo della libertà , destinato a estinzione causa divorzio tra Silvio e Angelino, ha addirittura licenziato a 41 dipendenti.
Ma la medicina, per ora, dà  scarsi risultati
IL PD IN SPENDING REVIEW
Il Pd di Renzi ha affidato al tesoriere Francesco Bonifazi, un fedelissimo del premier, il compito di sistemare i conti del partito.
Il percorso è però in salita: il 2013 si è chiuso in rosso di 10,4 milioni. Colpa, dicono i consulenti di Dla Piper, del costo eccessivo dei servizi (1,14 milioni di consulenze, 762 mila di manutenzioni), degli affitti d’oro di via Tomacelli e via del Tritone e delle spese-monstre per segreteria (oltre un milione) e per le elezioni politiche (6,9 milioni). Nel 2014 i contributi al Pd scenderanno da 24 a 12 milioni ma l’obiettivo – assicura Bonifazi – è quello di arrivare al pareggio.
Come? Tagliando le forniture del 40% («obiettivo già  raggiunto »), riducendo le diarie per le trasferte e spendendo meno per le elezioni.
Le europee di maggio sono costate 3,3 milioni contro i 13,5 pagati nel 2009. I contratti per Tomacelli e Tritone sono già  stati disdetti «e si sta trattando per la risoluzione anticipata». Sperando – garantisce il neo-tesoriere – «di non toccare i livelli occupazionali»
LE SPINE DEL CARROCCIO
Altro che «Basta euro». Gli euro, alla Lega, servirebbero eccome.
Il piatto, in via Bellerio, piange: i finanziamenti pubblici nel 2013 sono scesi da 8,8 a 6,5 milioni. Le quote associative sono a – 30%.
Tre milioni se ne sono andati per le cause legali del dopo-Belsito, malgrado siano già  stati spesati 881mila euro di perdite per «assegni emessi a favore di persone sconosciute» e 417mila euro «per prelievi non giustificati».
Souvenir dei tempi gloriosi in cui i quattrini del Carroccio finanziavano le lauree del Trota e hit come “ Kooly Noody”, indimenticabile canzone del fidanzato della pasionaria Rosy Mauro.
Oggi queste cose non succedono più e gli organici del partito sono stati ridotti da 80 a 73 dipendenti.
Il 2013 però si è chiuso in rosso per 14,4 milioni e il patrimonio è crollato a 16 milioni.
«Abbiamo due anni di vita» ha vaticinato un po’ funereo Stefano Stefani, segretario amministrativo del movimento. «Chiederemo soldi ai privati», ha aggiunto Matteo Salvini. Il collegio sindacale è meno ottimista: «Per garantire la sostenibilità  del movimento – scrive nella sua relazione – serve senza indugio una riorganizzazione per il risanamento dei costi di gestione”.
UNA COOP DI NOME BERLUSCONI
Dalle stelle alle stalle. Per anni Forza Italia ha campato grazie al portafoglio di Silvio Berlusconi che per il partito ha impegnato la bellezza di 102 milioni.
Ora la pacchia è finita: «La nostra unica Coop era Silvio Berlusconi e la sinistra ha fatto una legge per impedirgli di finanziare Fi», recita lo slogan sulla home page del sito.
I risultati si vedono: il 2013 è in rosso di 15 milioni, i debiti sono 88 milioni.
«Siamo con l’acqua alla gola, servono soldi» ha detto l’ex – premier, scottato dai 15 milioni che ha appena speso per saldare i debiti di Forza Italia con il Pdl e dagli 87 milioni di fideiussioni con cui ha garantito la sua esposizione.
E a San Lorenzo in Lucina è scattata la caccia ai Giuda, i parlamentari che non versano la quota associativa al partito.
Nel 2011 questo fuoco amico aveva sottratto 4 milioni alle casse Pdl, l’anno dopo sei e ora le cose andrebbero ancora peggio.
LA BAD COMPANY PDL
Il Popolo della libertà  è oggi la “bad company” del centro-destra.
Politicamente è una scatola vuota che però ha perso 14 milioni nel 2013 e vanta 18 milioni di debiti. Dei suoi 113 ex dipendenti, 54 sono stati assorbiti da Forza Italia. Poi si è proceduto a chiudere il sito internet, a rottamare i contratti a tempo determinato, a disdire la sede di via dell’Umiltà .
Le sforbiciate hanno garantito 5,8 milioni di risparmi. Una goccia nell’oceano delle perdite.
E così sono partite le lettere di licenziamento.

Ettore Livini
(da “La Repubblica“)

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LE FAMIGLIE NOBILI DI FIRENZE CON IL NUOVO CORSO RENZIANO

Giugno 19th, 2014 Riccardo Fucile

DAI PUCCI DI BARSENTO AI FRESCOBALDI, DAGLI ANTINORI AI FERRAGAMO, PASSANDO PER I MAZZEI: LE STORICHE DINASTIE CON INTERESSI NELLA MODA, NELL’IMMOBILIARE E NEL CREDITO   SCHIERATE CON LA NUOVA SINISTRA

Dopo il trasloco di Matteo Renzi a Palazzo Chigi i salotti fiorentini hanno perso il loro centro di gravità  permanente.
Orfano del “magnifico messere” che se ne è andato via spegnendo le luci della Leopolda, il rinascimento gigliato è rimasto a corto di primavere.
Ora spera in quelle promesse da Dario Nardella che al primo turno delle ultime amministrative ha preso il posto lasciato libero da Matteo con una valanga di voti. In riva all’Arno lo chiamano “il giovane vecchio” perchè non ha il piglio del coetaneo rottamatore.
Ma i nobili fiorentini adorano fare i balocchi col potere.
E, seppure con scarso entusiasmo, sono subito balzati sul nuovo carro che porta la stessa targa renziana. In realtà  i “mecenati da Big Bang” non portano molta benzina al motore economico della città .
La gran parte di queste dinastie campa soprattutto di moda, di vino o di rendite immobiliari.
Ci sono i Pucci di Barsento, con Laudomia figlia dello stilista Emilio ed erede della griffe di cui ancora oggi cura l’immagine ma che nel 2000 è stata ceduta ai francesi di Lvmh.
Sposata con l’amministratore delegato di Sace, Alessandro Castellano, Laudomia si diletta anche di olio e di eventi mondani.
Come quello che sta organizzando per il prossimo Pitti Uomo: per celebrare Firenze durante le sfilate, impacchetterà  con i foulard creati dal babbo nientemeno che il Battistero.
Quasi una bestemmia, per i fiorentini, ma un affare per l’Opera del Duomo presieduta da Franco Lucchesi, amico di Marco Carrai. Attorno a Pitti ruotano anche i Della Gherardesca, con Sibilla che si occupa di relazioni e Gaddo che vende pubblicità , e i principi Corsini che affittano l’omonimo palazzo di famiglia per molti eventi della kermesse di moda.
A introdurre in società  il giovane Matteo sono stati però i Frescobaldi.
Una delle eredi, Livia, è amica di Carrai e nel 2009 ha affittato a Renzi la mansarda di proprietà  del marito marchese Luigi Malenchini.
Poi ci sono gli Antinori, iscritti all’Arte dei Vinattieri dal 1385, che hanno creato di recente un trust familiare per assicurarsi certezza nelle successioni e in cui custodire l’azienda industriale con 1. 700 ettari di vigneti.
Fra i trustees, ovvero le figure esterne a cui viene affidata la gestione del trust, c’è anche Ferruccio Ferragamo. Che proviene da una famiglia di origini campane diventata famosa a Firenze prima con la casa di moda fondata dal nonno Salvatore e poi col business alberghiero.
I Ferragamo (con il fratello di Ferruccio, Leonardo) presiedono anche l’Associazione Partners Palazzo Strozzi, che dal 2006 riunisce un gruppo di aziende private impegnate a sostenere con attività  di fund raising la Fondazione Palazzo Strozzi guidata dall’ex banchiere della Bce nonchè renziano della prima ora, il conte Lorenzo Bini Smaghi.
Il quale è anche cugino di Jacopo Mazzei, ex presidente dell’Ente Cr Firenze, consuocero dell’ex numero uno dell’Eni Paolo Scaroni, amico nonchè finanziatore di Renzi ma soprattutto erede di un’altra storica famiglia fiorentina. Il cui dna intreccia vigna e finanza.
Ovvero la produzione vinicola di Fonterutoli e la Cassa di Risparmio di Firenze, che i Mazzei hanno guidato e aiutato a crescere, ma dalla quale hanno pure ricevuto ampi prestiti.
Oggi il gruppo, fondatore ed emblema del Chianti Classico, è in crisi di liquidità .
Le banche creditrici impongono una ristrutturazione del debito di circa 43 milioni (22 con Cr Firenze e 10 con Mps) che ha superato di oltre quattro volte il fatturato delle aziende di famiglia. Mazzei ha presentato un piano di risanamento per convincere gli istituti.
Compresa la Cassa fiorentina finita nel 2007 sotto il controllo di Intesa Sanpaolo, mentre il 10 % è rimasto in mano all’omonima Fondazione (che fra i consiglieri di amministrazione conta anche Carrai e Raffaello Napoleone, imparentato con i Mazzei e ad di Pitti Immagine).
Nelle scorse settimane l’ente ha eletto all’unanimità  il nuovo presidente: Umberto Tombari, 48 anni, ordinario di diritto commerciale all’università  di Firenze, fondatore dello studio legale dove ha lavorato anche il ministro Maria Elena Boschi ma soprattutto il candidato in quota renziana e assai gradito all’inner circle delle fondazioni.
Con i suoi 20-23 milioni da spandere ogni anno sul territorio, l’ente fiorentino è ancora considerato il forziere della città  e controlla anche circa il 4% di Intesa nonchè il 17% dell’aeroporto di Peretola.
Ecco perchè gestirlo, garantisce dei poteri assai ambiti all’ombra del cupolone del Brunelleschi. Poteri ma anche responsabilità . La situazione economica ha messo in ginocchio sia le piccole e medie imprese, sia i big del settore immobiliare e della grande distribuzione.
A questo trend generale si aggiungono gli errori commessi dal circuito delle Coop, spesso frutto di logiche più “politiche” che finanziarie, come la scelta di realizzare ipermercati e centri commerciali low cost quando negli stessi anni nascevano lussuose gallerie nell’hinterland e outlet con griffe scontate in provincia.
I guai peggiori sono arrivati poi dal fronte finanziario. Nei bilanci di alcune di queste grandi cooperative, in primis della Unicoop uscita con le ossa rotte dal capitale del Montepaschi, sono state registrate svalutazioni importanti che hanno portato forti perdite.
Nel frattempo a Firenze si è consumata la battaglia sulla Camera di Commercio (azionista dell’aeroporto e di Firenze Fiera) che ha scelto il nuovo presidente: è Leonardo Bassilichi, attuale vicepresidente della Confindustria locale e proprietario insieme al fratello Marco dell’omonima azienda che opera nel settore della monetica e nei servizi di back office e di cui è azionista — nonchè principale cliente — anche Mps.
Renziani della prima ora, i Bassilichi sono anche soci della Editoriale Fiorentina, che pubblica il dorso di cronaca locale del Corriere della Sera.
Nuove poltrone e nuove porte a cui bussare per le grandi famiglie fiorentine in cerca di nuove primavere.

Camilla Conti

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