Giugno 16th, 2014 Riccardo Fucile
IL TENTATIVO DEI CINQUESTELLE DI USCIRE DALL’ISOLAMENTO IN CUI SI ERANO ATTESTATI PER INSEGUIRE UN ELETTORATO ETEROGENEO
Dal punto di vista sociale e ancor più politico. 
Equamente distribuito fra sinistra, destra e antipolitici.
Anche se la polemica con Renzi e il Pd l’aveva spinto, sempre più, verso destra. Per questo, comunque, Grillo ha sempre evitato di scegliere un alleato stabile. Accettando il rischio di finire fuori gioco.
Di apparire, comunque, disinteressato ad assumersi responsabilità , a influenzare scelte e decisioni. Soprattutto, insieme ad altri soggetti politici. Così ha pagato un prezzo alto, alle elezioni europee. Ma anche alle amministrative.
Alle europee aveva “minacciato” il sorpasso ai danni del Pd di Renzi. Con il risultato di convincere molti elettori di centro, ma ancor più di sinistra, incerti se e per chi votare, a recarsi alle urne. E a raccogliersi intorno a Renzi.
Non solo, ma la stessa, aggressiva “profezia” statistica di Grillo – vinciamo noi! – ha trasformato un risultato ragguardevole, il 21%, in una sconfitta.
Mentre il 40,8% ha fatto del Pd di Renzi il primo partito in Europa. Alle amministrative, i successi conseguiti a Livorno, anzitutto, ma anche a Civitavecchia e in due altri comuni, sono significativi. Ma anche molto marginali, di fronte al successo del Pd, e del Centrosinistra.
Che hanno vinto in 167 comuni (con oltre 15 mila abitanti) su 243. Mentre prima ne amministravano 128.
Restare nell’ombra, per questo, è divenuto molto più rischioso che “prendere posizione”. Soprattutto di fronte alla prossima discussione – e decisione – in merito alla legge elettorale. Orientata, come prevede l’Italicum, verso un proporzionale con premio di maggioranza al partito o alla coalizione che ottenga più voti. Oppure vinca il ballottaggio.
Se davvero si realizzasse, per quanto riveduta e corretta, questa scelta metterebbe, davvero, fuori gioco il M5s. Protagonista del singolare sistema politico italiano. Un bipartitismo imperfetto.
Perchè oggi il Pd supera il 40%. E otterrebbe la maggioranza dei seggi in Parlamento, senza bisogno di ricorrere a ballottaggi. Perchè, la principale alternativa, il M5s, almeno fino a ieri, ha sempre, decisamente negato ogni “compromesso” con i partiti e i politici nazionali.
Si è, dunque, posto e imposto come partito anti-partiti. Da ciò il suo successo, nel passato. Ma anche il suo limite.
Perchè non è credibile come “alternativa”, vista la sua indisponibilità ad assumersi responsabilità di governo. Vista, inoltre, la sua vocazione all’isolamento e la sua allergia verso ogni alleanza. Tanto più perchè la logica maggioritaria spinge alla coalizione.
E potrebbe indurre il Centrodestra a ricomporsi. Per necessità , anche se non per affinità . Mentre oggi è diviso, frammentato e rissoso. Decomposto dall’esilio e dalla marginalità di Berlusconi. È questo il vantaggio competitivo del M5s, a livello nazionale, ma anche locale. Visto che, dove riesce a superare il primo turno, intercetta gran parte del voto di centrodestra (come ha rilevato ieri Roberto D’Alimonte sul Sole 24 Ore .
Ma se il Centrodestra si aggregasse di nuovo, indotto, o meglio: costretto, dalla Legge elettorale, allora il quadro cambierebbe profondamente. Per il M5s.
Perchè, insieme, le liste di Centrodestra (cioè, Fi, Ncd, Fdi, Lega e Udc), alle elezioni europee, hanno superato il 31%. Cioè, 10 punti più del M5s. Mentre, se passiamo all’ambito comunale, i limiti della solitudine del M5s appaiono ancor più espliciti.
Infatti, se consideriamo i tre principali schieramenti (ipotetici), i rapporti di forza negli 8057 Comuni italiani, in base ai risultati delle recenti europee, appaiono molto evidenti.
La coalizione di Centrosinistra prevarrebbe in 5238 Comuni (65%), quella di Centrodestra in 2585 (32%), il M5s in 95 (1,2%).
Naturalmente, queste stime (realizzate in base a simulazioni a cura dell’Osservatorio Elettorale del Lapolis-Università di Urbino) sono del tutto ipotetiche.
Hanno, cioè, finalità esemplari e servono a discutere sugli scenari politici del Paese. Ma per questo sono utili. A sottolineare il “problema” del M5s.
Che ha grande capacità di attrazione, se marcia da solo. Tanto che è primo partito in 303 comuni (3.8% sul totale) e secondo in 3981 comuni (49.4%).
Tuttavia, appare svantaggiato in una competizione che preveda e, anzi, imponga le coalizioni. Dove il Centrodestra, oggi scomposto e anonimo, potrebbe riemergere e “scendere in campo” di nuovo. Anche senza Berlusconi.
Per questo Grillo e Casaleggio hanno riaperto il gioco. Cercando alleanze, in ambito (anti) europeo, dove si sono accordati con l’Ukip. Secondo la logica: meglio male accompagnati piuttosto che soli.
Mentre in Italia si sono rassegnati al confronto con il Pd e, anzitutto, con Renzi.
In parte, riprendendo il discorso avviato con la partecipazione di Grillo a “Porta a Porta”, insieme e accanto a Bruno Vespa.
Il testimonial in grado, più di ogni altro, di “sdoganarlo”, di normalizzarlo sul piano politico. Come oggi, a maggior ragione, può avvenire incontrando, in forma ufficiale, Renzi.
Con, oppure meglio, senza streaming. Per rientrare nel gioco politico, da cui si era, fino ad oggi, auto-escluso.
E, prima ancora, per promuovere una legge elettorale diversa. Non maggioritaria. Che non favorisca le coalizioni. E non rievochi il Centrodestra, come avverrebbe con l’Italicum – e i suoi derivati.
Negoziato da Renzi, non a caso, con Berlusconi e con gli alleati di centrodestra della maggioranza.
Grillo e Casaleggio, per restituire un ruolo e un peso al M5s, rivendicano una legge elettorale di impronta “proporzionale”.
Com’è, in fondo, quella attuale, dopo la sentenza della Consulta. Per non rischiare l’espulsione dal gioco politico. Isolati, in Europa, insieme a Farage. In Italia, soli contro tutti.
Dunque, semplicemente soli.
Ilvo Diamanti
(da “La Repubblica”)
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Giugno 16th, 2014 Riccardo Fucile
L’APERTURA AL PD E’ MATURATA NELLA RIUNIONE CON I CAPIGRUPPO DEL 5 GIUGNO ED E’ STATA TESTATA IN UN INCONTRO CON ORLANDO
«Abbiamo detto per mesi “o noi, o loro”. E ora che abbiamo perso, passeremo i prossimi quattro anni a dire ancora “o noi, o loro”?».
La svolta più clamorosa del Movimento matura così, dietro il doloroso interrogativo che dal 26 maggio scorso turba i sogni di Gianroberto Casaleggio.
Più che un dilemma filosofico, un problema di sopravvivenza politica.
La scintilla non scocca subito, però. Di fronte alla batosta elettorale, la prima reazione è scomposta, sgangherata. Il Maalox, l’accusa di brogli, le lunghe vacanze di Beppe. Tutto, invece, inizia a cambiare il 5 giugno scorso, nei saloni della Casaleggio associati.
Il guru ha di fronte i capigruppo di Camera e Senato. Sono preoccupati: «Gianroberto, la situazione è esplosiva. I parlamentari sono in rivolta, cercano un capro espiatorio. Bisogna fare qualcosa ».
È lì che il grillismo incomincia a cambiare pelle. Casaleggio sente Grillo, al comico interessa soprattutto mettere fine alla bulimia da talk show: «Ci danneggia».
Il resto della strategia è affidato all’approccio aziendale del cofondatore. E i tempi, dettati dalla disperazione, sono fulminei: «Sono imprenditore, so fare solo così».
I sondaggi del quartier generale vanno solo in una direzione, occorre mostrarsi disponibili al confronto.
Il terreno è quello della legge elettorale, anche se l’obiettivo è allargare il ragionamento all’intero dossier delle riforme. Non che la Casaleggio associati consideri davvero possibile accordarsi con il Pd. Anzi, l’obiettivo è quello di complicare la navigazione del governo.
Niente parolacce, comunque, nè blitz sui tetti o corride in Aula: questa diventa la linea. C’è da costruire il volto rassicurante del grillismo. «Facciamo politica», sintetizza il capogruppo Buccarella.
A Roma, però, la tensione fatica a stare negli argini.
I deputati litigano fino a tarda notte, in una riunione decisiva anche i due leader finiscono sul banco degli imputati.
Cambia pure lo staff della comunicazione. I capigruppo, allarmati, tornano a Milano. Recapitano bozze di ragionamento dell’ala moderata. Il guru prende nota, infine ordina la svolta.
La scelta, in perfetto stile manageriale, è quella di testare la novità . Un po’ in sordina, allora, i capigruppo del Movimento varcano la scorsa settimana il portone del ministero della Giustizia per incontrare Andrea Orlando.
Qualche ora e, venerdì scorso, il post sulla legge elettorale è ultimato. Resta fermo due giorni.
Si attende l’attimo giusto, arriva quando i grillini ritengono imminente l’incontro tra Renzi e Berlusconi.
Restano da valutare gli effetti sulla stabilità della galassia grillina.
I falchi, all’angolo, lamentano di non aver preso parte al momento decisionale. Neanche una mail, stavolta, annuncia la richiesta di incontro al premier. I dissidenti, per altre ragioni, sono perplessi: «Quando altri chiedevano a gran voce quanto ora sta accadendo — ragiona Walter Rizzetto — venivano additati come dissidenti e traditori. Non ero a conoscenza di queste nuove dinamiche, prendo atto che non ne abbiamo discusso assieme».
Chi sostiene invece il percorso è Danilo Toninelli, mente della legge elettorale grillina: «È un sistema innovativo, capace di garantire la governabilità e utile a contrastare efficacemente il voto di scambio».
Quanto alla rapida virata, spiega: «Abbiamo perso, ne prendiamo atto e Renzi diventa l’interlocutore».
Concetti indigeribili fino a qualche settimana fa, come rileva ironico il deputato Cristian Iannuzzi: «Svegliarsi la mattina e scoprire che è cambiata la linea politica del M5S non ha prezzo».
E la base? Sul blog del Fondatore si respira un clima euforico. Pochi i commenti contrari, tanti invece i post di giubilo.
L’ultima parola spetta però a Luis Orellana, epurato dal Movimento: «Dopo l’espulsione, gli insulti, le minacce di morte, ecco la conferma di essere ed essere stato sempre nel giusto».
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica”)
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Giugno 16th, 2014 Riccardo Fucile
NEL 70% DELLE FAMIGLIE CON FIGLIO LA TASI E’ PIU’ CARA DELLA VECCHIA IMU… AGGRAVI PIU’ FREQUENTI SE LA RENDITA E’ BASSA
Giorno del salasso per la Tasi che nel 71,1 per cento delle famiglie con un figlio, secondo un rapporto
della Uil servizio politiche territoriali, costerà più dell’Imu del 2012.
Ma non solo: quello che si profila come un «lunedì nero» prevede anche il pagamento di una serie di saldi e tasse sulle imprese che raggiungeranno, secondo la Cgia di Mestre, i 54,5 miliardi
L’attesa maggiore per circa 5,5 milioni di contribuenti in 2.265 Comuni è comunque per l’ultimo giorno utile per pagare la Tasi sulla prima casa e già i primi conteggi emanano il profumo della stangata.
Secondo lo studio della Uil servizio politiche territoriali che ha preso in esame 180 famiglie- tipo, con abitazioni in A/2 e A/3, le più diffuse, in 45 Comuni che hanno già pubblicato l’aliquota, la Tasi per più della metà delle famiglie (52,8 per cento) costerà più dell’Imu del 2012 (ultimo anno in cui si pagò interamente la tassa).
Infatti da un confronto tra i bollettini del 2012 e quelli pronti per il pagamento di oggi risulta che nella categoria A/2 nel 49 per cento delle famiglie con un figlio nei Comuni presi in considerazione il costo della Tasi sarà superiore a quello sostenuto per l’Imu.
Nella categoria A/3 le cose vanno anche peggio: in questo caso nel 71,1 per cento delle famiglie con un figlio, collocate nei Comuni-campione, ci sarà un appesantimento dei costi del fatidico bollettino.
Se si guarda alla categoria A/2 e si prendono in considerazione le famiglie con un figlio si scopre che sono particolarmente penalizzati Comuni come Mantova (dove si pagheranno 174 euro in più), Lucca (136 euro in più), Siracusa (98 euro in più), Venezia (80 euro in più), Vibo Valentia (61 euro in più).
A fare la differenza naturalmente sono le detrazioni per i figli che con l’Imu erano in misura fissa e con la Tasi sono a discrezione dei Municipi.
Senza contare che molti Comuni oltre a toccare il tetto massimo dell’aliquota al 2,5 per mille hanno aggiunto la cosiddetta addizionale mobile dello 0,8 per mille, indispensabile se si vogliono trovare risorse per le detrazioni. In alcuni casi un vero e proprio circolo vizioso: l’addizionale consente le detrazioni ma rende il carico della tassa più pesante
Se si guarda ad alcune grandi città , rilevate dallo studio Uil servizio politiche territoriali, emerge inoltre che in termini assoluti l’esborso per una abitazione A/2 arriverà fino a superare i 400 euro mangiando buona parte del bonus- Renzi che per gli otto mesi dell’anno raggiungerà i famosi 640 euro.
Sarà cosi ad esempio, ad Ancona, Parma, Torino, Piacenza, Cremona, Rimini e Reggio Emilia.
Tornando all’«ingorgo» che è previsto per la giornata di oggi, secondo la stima effettuata dalla Cgia, l’imposta più onerosa sarà l’Ires, ovvero l’imposta sui redditi pagata dalle società di capitali: il gettito dovrebbe aggirarsi attorno ai 14,7 miliardi di euro.
Di tutto rispetto anche l’importo che dovrebbe arrivare dal pagamento dell’Imu e della Tasi: 10,8 miliardi di euro.
Sul terzo gradino del podio le ritenute Irpef: l’importo dovrebbe aggirarsi sui 9,7 miliardi.
Roberto Petrini
(da “La Repubblica”)
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Giugno 16th, 2014 Riccardo Fucile
L’EX NUMERO UNO DELLA MANTOVANI RACCONTA IL SISTEMA DI APPALTI E TANGENTI
«L’accordo con i politici era: io non metto il naso su come spendi i soldi che ti do, ma tu ne rendi una parte a me. Non è solo una questione di mazzette. Quelle sono di un importo ridicolo rispetto all’esborso per tutto il resto: consulenze, libri, incarichi, sponsorizzazioni… Una pioggia di soldi».
Così Piergiorgio Baita, ex numero uno della Mantovani, travolto dall’inchiesta sul Mose, racconta il sistema di appalti e tangenti attorno al Consorzio Venezia Nuova.
«Ti xè sta’ mona», gli ha detto, sospirando, la moglie. «Son sta’ mona», si ripete lui tutti i giorni, affondando per ore la vanga nella terra dell’orto dietro la casa di Mogliano.
Come Cincinnato, Piergiorgio Baita, l’uomo forte della «Mantovani» travolto dall’inchiesta sul Mose, si è ritirato a lavorare il suo campo.
Dalle commesse milionarie sulle paratie mobili e altri lavori pubblici a venti «commesse» di insalata, cetrioli, zucchine, melanzane e vari tipi di pomodori, compreso il «cuore di bue» che mette alla prova gli ortolani più esperti.
Sa che lui, però, non ha alcuna possibilità che qualcuno venga a chiedergli di ritornare al potere, come accadde al leggendario Lucio Quinzio.
Più facile che tornino a bussare alla sua porta i magistrati che indagano sui grandi appalti veneti e non solo. Anche se lui, chiusa la partita sui reati fiscali con un patteggiamento, giura di aver già detto tutto.
Su Giancarlo Galan, sulla sua ex segretaria Claudia Minutillo «che più che una segretaria sembrava la vicepresidentessa», su Renato Chisso, sul giro di bustarelle e prebende, su Giovanni Mazzacurati, il collega e amico d’una vita al quale rinfaccia, vero o no che sia, di averlo trascinato dentro quel sistema di corruzione diffusa di cui «la mazzetta è soltanto l’espressione più visibile».
Cosa vuol dire? Che fin dall’inizio, quando la «Mantovani» entrò nel Consorzio, fu reso edotto di come stavano le cose: «Mi hanno preso da parte come fa la mamma con la figlia il giorno delle nozze, quando le spiega cosa deve aspettarsi».
Beata ingenuità …
«L’accordo col vertice politico era: io non metto il naso su come spendi i soldi ma quando ti do i soldi tu ne rendi una parte a me. Questo mi spiegò la mamma. Non è solo una questione di mazzette. Quelle sono di un importo ridicolo…».
Ridicolo?
«Sì, ridicolo rispetto all’esborso per tutto il resto. Consulenze, libri, pubblicazioni, incarichi, sponsorizzazioni… Una pioggia di soldi».
A tutti.
«Tutti… O almeno quasi tutti».
Altro che il clientelismo meridionale!
«Ha presente la Sicilia negli anni d’oro? Uguale».
Un esempio?
«Ho letto un interrogatorio dove Mazzacurati spiega che il magistrato alle acque non era in grado di assumere 30 o 40 persone, “allora gliele assumevamo noi”».
Per non dire delle campagne elettorali
«Le campagne elettorali! Potrei dire che io cercavo di ribellarmi ma ormai è andata. Persa la verginità non è che me la posso rifare. Per questo non posso fare la parte del grande accusatore. Sarebbe assurdo».
Giura che, all’inizio, non aveva davvero capito. Per quanto lui stesso, nella stagione di Mani pulite, avesse avuto grane giudiziarie da cui era uscito assolto: «La Mantovani fino ad allora aveva lavorato “per” l’Impregilo. Quando l’Impregilo disse: noi ce ne andiamo e chiudiamo baracca, Chiarotto, il padrone della Mantovani, disse: ok, compriamo noi. E tirò fuori 78 milioni di euro. L’unico che abbia tirato fuori soldi».
Quindi?
«Quando tutto ci fu chiaro, cosa dovevamo fare: sbattere la porta accusando Impregilo d’averci dato un “prodotto difettato”?».
Certo, sarebbe stato sempre meglio che pagare il pedaggio…
«Noi non pagavamo niente. Pagava il Consorzio, cioè lo Stato».
Il magistrato gli ha appena dato una bacchettata sulle dita: non parli dei dettagli dell’inchiesta. Sul sistema corruttivo e sull’alone di ipocrisie che lo circondano, però, Piergiorgio Baita spiega che ne avrebbe da dire tante ma tante «che a sentir certi discorsi, ad esempio quelli di Mauro Fabris, il nuovo presidente che con il Consorzio aveva una “consulenza strategica” e oggi pensa di liquidare ogni problema come si trattasse solo di una marachella fatta da un paio di mariuoli», si deve «mordere la lingua».
A convincerli a puntare sul Consorzio, spiega, fu il modo in cui «era uscito senza una scottatura dal falò di Mani pulite. Pareva che l’allora presidente Luigi Zanda, oggi capogruppo del Pd al Senato, fosse riuscito a camminare sui carboni ardenti della politica in fiamme passando la prova pulito come un angioletto mentre tutti i soci erano rimasti bruciati in altri cantieri e altri appalti. Il Consorzio pareva al di sopra di tutto. Palazzo bellissimo. Quattro motoscafi e dodici motoscafisti (dodici!) sempre a disposizione… Soldi e soldi a volontà ».
Ovvio: sei miliardi…
«No, quelli comprendono anche i lavori, le sperimentazioni, gli studi…Certo, il Consorzio si prendeva una quota del 12 percento».
Altissima.
«No: esagerata. Che si spiega col fatto che nei primi anni lo sforzo organizzativo del Consorzio era sproporzionato rispetto alla effettiva produttività dei cantieri. Poco lavoro, tanto studio. Il 12% era riferito ad importi modesti. Poi, quando il fatturato è salito coi cantieri a 600 milioni di euro l’anno, si è ritrovato ad averne 72. Uno sproposito, rispetto a compiti che coi cantieri aperti erano ridottissimi. Cosa vuoi sperimentare ancora? E se poi la sperimentazione dice che non va bene cosa fai: butti via tutto e ricominci?».
È uno dei temi: gente così priva di scrupoli magari ha tirato un bidone anche sul Mose vero e proprio…
«No. È il meglio della tecnologia esistente. Il meglio del meglio rispetto a quanto richiesto. Qual è semmai, il problema? Non è previsto nulla sul “dopo”. Quando sarà finito».
Ma perchè mai dopo quello che è successo i cittadini italiani dovrebbero fidarsi a lasciar finire i lavori al Consorzio? Meglio cambiare idraulico, magari prendendolo sul mercato internazionale così capiremmo anche se i lavori sono stati fatti bene o no…
«Non servirebbe a niente. È colpa nostra, sia chiaro, se ci siamo messi nelle condizioni di sputtanare non solo i nostri rapporti con la politica ma anche i lavori fatti. Posso giurare però che i cantieri sono un’altra cosa. Sono eccellenti. Non è cambiando le imprese che si risolve il problema. Va cambiato il contratto. Vale anche per l’Expo. Tutte queste chiacchiere sulle procedure… No, deve essere cambiato il lavoro non sono finito. Ti pago solo se finisci l’opera e funziona come dico io. Se l’opera non è finita vale zero».
Come il Mose.
«Sì, in questo momento vale zero. Zero. Allora finisci il lavoro, mi fai vedere se funziona e se è in grado di svolgere le funzioni che ti ho chiesto e poi ti pago. Così ritorni a fare anche l’imprenditore, perchè un imprenditore che non rischia in proprio non è un imprenditore. Io faccio l’orto. So che se viene giù una grandinata perdo i miei pomodori, la mia insalata, le mie zucchine. Chi lavora per lo Stato sa che se vien giù la grandinata paga lo Stato. Non può andare avanti così. Cosa siamo stati, tutti noi, in questi anni? Dei diffusori di spese. Che non dovevano rendere conto a nessuno, praticamente, sui risultati. Ma è finita. Finita. Devono tornar fuori gli imprenditori, quelli che investano il loro».
E non nominategli l’intemerata di Giorgio Squinzi contro gli imprenditori che pagano.
«Chi non paga, spesso, fallisce. E tutti a stracciarsi le vesti… Bisogna finirci in mezzo, per capire.C’erano i mutui in banca, i 78 milioni da recuperare, i fornitori da pagare… Per carità , non ci sono scusanti, voglio solo dire che la faccenda era sul serio complessa».
Giura, però, che se tornasse indietro…
«Ho sbagliato. Abbiamo sbagliato. Dovevamo ribellarci. Dire di no. Dicevamo a noi stessi: è per la continuità dei cantieri. Pigrizia. Inerzia intellettuale».
E una certa dose di immoralità , magari…
«Sì, certo. Ma parliamoci chiaro: perchè un imprenditore sia morale occorre rendere conveniente la moralità . La moralità nasce dall’efficienza della spesa».
Quindi quanto sente Giorgio Squinzi fare certi discorsi…
«I costruttori sono imprenditori borderline, ma anche quelli di altri settori, se dovessero vendere i loro prodotti alla politica…»
Possibile che per anni, dentro il Consorzio, nessuno si sia accorto che era un «puttanaio»?
«Sì. Tanti. Ma poi nessuno ha fatto un passo in più. “Vado in Procura” non l’ha detto nessuno. Felice Casson ha indagato sei anni. Senza venire a capo di niente. In fondo il sistema andava bene a tutti».
Tornasse indietro ci andrebbe, in Procura?
«Interverrei prima. Per rompere questo sistema avvolgente. Dove la politica, al di là delle bustarelle, interviene in modo asfissiante. Imponendo i suoi “tecnici di area”, i suoi avvocati, i suoi consulenti, costringendo ad assumere elettori e clienti, agevolando imprese amiche…».
L’ultimo pensiero è per Giovanni Mazzacurati: «Hanno pesato tante cose. L’accumularsi di richieste delle famiglie. La moglie e l’ex moglie, che sono sorelle. A un certo punto non gli bastava più accontentare l’una o l’altra ma doveva accontentare esattamente allo stesso modo i figli e i nipoti. Prendeva una casa a una figlia e doveva prenderne una alla pari anche a quell’altra. L’avvicinarsi della fine del Mose aveva messo addosso alle famiglie l’ansia che finissero le provvigioni. A un certo punto non sapeva più dove andare a sbattere la testa. Quando è arrivata la malattia del figlio, Carlo, il regista, gli ha dato il colpo di grazia…».
Certo che questa ingordigia tutto intorno che emerge dall’inchiesta…
«Non è solo l’ingordigia. È l’ingordigia in anni in cui c’è gente che ha fame. C’era, prima, un equilibrio perverso che in qualche modo reggeva. Ma se tu mangi caviale mentre intorno hanno fame… Beh, non c’è merito tecnico che ti giustifichi certi privilegi. È lì che si è rotto tutto…
Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera“)
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Giugno 15th, 2014 Riccardo Fucile
GLI EX FLI: MENIA, URSO E TATARELLA CON FINI…GRANATA CON GREEN ITALIA..BARBARO DISINTERESSATO, FLAVIA PERINA NON HA NOSTALGIA, DELLA VEDOVA FA IL SOTTOSEGRETARIO
BOCCHINO ECUMENICO
Per chi ha seguito la traiettoria di Italo Bocchino negli ultimi mesi, il suo approdo alla direzione del Secolo d’Italia non è del tutto una sorpresa.
Non riconfermato in Parlamento alle elezioni del 2013, era tornato da tempo a scrivere su il Secolo , seppur con lo pseudonimo Oreste Martino, e nei suoi editoriali invocava una nuova stagione unitaria della destra sotto l’egida di Berlusconi.
Entrato nel cda della Fondazione Alleanza Nazionale su proposta – pare – di Gianni Alemanno e Ignazio La Russa, l’ex colonnello finiano aveva già rivelato la sua nuova ispirazione «ecumenica» lo scorso 5 febbraio, quando aveva moderato il convegno «Centrodestra nella Terza Repubblica», organizzato a Roma dalla Fondazione Tatarella, e si era seduto al fianco dei vari Gasparri, La Russa, Casini, Alfano e Maroni, in una foto di gruppo che sembrava in realtà scattata almeno un lustro fa.
Sorprendente, semmai, è che Bocchino abbia ricevuto il voto unanime di tutto il CdA della Fondazione Alleanza Nazionale.
Nel quale, al di là della forte maggioranza in quota Fratelli d’Italia (La Russa, Alemanno, Meloni ecc) sono rappresentate tutte le anime di un centrodestra oggi quantomai litigioso, compresa una corrente berlusconiana (Gasparri, Matteoli, Martinelli) che più di un motivo avrebbe per detestare l’uomo che, con Fini, guidò lo strappo di Fli nel 2010. Assenti, il giorno della votazione, solo Valerio Lamorte (per motivi di salute) e il finiano di ferro Egidio Digilio. Forse non a caso.
«Bocchino ci ha contattati nei giorni che hanno preceduto il CdA – racconta Gasparri – e ci ha esposto il suo progetto. Vuole rilanciare il Secolo che versa in gravi difficoltà e le sue prime dichiarazioni sul 2010 dimostrano che ha fatto mea culpa. Non aveva senso impedirgli di tentare».
Che il Secolo abbia bisogno di rilancio, peraltro, è innegabile, se è vero che a causa delle perdite – un rosso di oltre un milione di euro l’anno – c’era una corrente in Fondazione che ne auspicava persino la chiusura.
Invece Bocchino proverà a salvare la redazione del giornale on line composta da sedici giornalisti, magari facendo valere anche le sua precedente esperienza da editore de Il Roma .
LABOCCETTA INCAZZATO
Caratteristiche che, però non sembrano convincere tutti: «Sono indignato e sbigottito per una decisione che premia, immeritatamente, una figura che ha grandemente contribuito alla deriva della politica italiana e che, nel recente passato, è stato il co-protagonista del golpe contro Silvio Berlusconi» ha tuonato Amedeo Laboccetta, vicecoordinatore campano di Forza Italia e a sua volta ex fedelissimo di Fini.
FINI RIPARTE IL 28: MAI VISTA TANTA GENTE IN FILA DAVANTI AL SUO UFFICIO ALLA CAMERA
Come che sia, il ritorno in campo di Bocchino – sebbene lui sottolinei di voler fare esclusivamente il giornalista – è solo uno dei tanti tra gli ex Futuro e Libertà . A partire, ovviamente, da quello di Gianfranco Fini, che il prossimo 28 giugno terrà un’assemblea a Roma, al Palazzo dei Congressi dell’Eur – per «ascoltare» i militanti di destra e insieme lanciare una serie di idee per ricostruire l’area moderata.
Avrà successo l’ex leader di An? Difficile dirlo.
Da un lato c’è il rancore di un mondo che ancora gli rinfaccia lo strappo del 2010, dall’altro lo smarrimento di un popolo che, in assenza di nuovi leader credibili, è pronto a rituffarsi tra le braccia dell’uomo della svolta di Fiuggi.
Da Montecitorio, peraltro, raccontano che davanti all’ufficio dell’ex presidente della Camera non c’è mai stata così tanta gente in fila.
Compreso qualche esponente di Fratelli d’Italia, deluso dal risultato elettorale del partito della Meloni nonostante l’inserimento del simbolo di An nel logo del partito.
GLI EX DI FUTURO E LIBERTA’
Credere che attorno a Fini si possa ricreare qualcosa di simile all’An che fu, però, è francamente difficile. Soprattutto perchè, oltre a chi è finito in Forza Italia, in Fdi e in Ncd, sono gli stessi ex di Futuro e Libertà a non crederci più di tanto. E a organizzarsi per conto proprio.
Lo sta facendo, ad esempio, Andrea Ronchi, con il quale peraltro Fini non fu tenero nel suo libro Il Ventennio , scrivendo che grazie al successo del Pdl nel 2008, fece il ministro «perfino Andrea Ronchi».
L’ex titolare delle Politiche comunitarie preferisce guardare avanti e, la settimana scorso, ha lanciato a Roma la sua nuova associazione «Insieme per l’Italia». Anche per lui mea culpa sul passato e riconoscimento di Berlusconi come punto di riferimento del centrodestra.
Giulia Bongiorno, invece, ha formalizzato ieri la sua adesione a «Italia Unica» di Corrado Passera.
Fabio Granata ha già da tempo trasferito le sue insegne sotto i verdi di Green Italia; Benedetto Della Vedova è l’unico sopravvisuto in Parlamento nella sparuta pattuglia montiana ed è sottosegretario agli Esteri; Antonio Buonfiglio, dopo aver partecipato all’ormai defunto Movimento per Alleanza Nazionale, si dedica più che altro ai procedimenti giudiziari che ha avviato per contestare la legittimità della Fondazione An. Sarebbe pronto a tornare al fianco dell’ex leader invece Roberto Menia, a sua volta transitato nel Movimento per Alleanza Nazionale lo scorso autunno, e avrebbero espresso simpatie per il progetto finiano anche Adolfo Urso e Fabrizio Tatarella.
Infine quelli che preferiscono rimanere «ex». Come Claudio Barbaro, presidente Asi, si definisce «spettatore disinteressato» del quadro politico. E chi, proprio come Bocchino, ha deciso di tornare all’antica passione giornalistica.
È Flavia Perina, che il Secolo d’Italia l’ha diretto dal 2000 al 2011. E che ora è condirettrice all’ AdnKronos . Lei, a differenza di tanti, della politica non sembra avere nostalgia. E, al limite, preferisce raccontarla.
Carlantonio Solimene
(da “il Tempo”)
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Giugno 15th, 2014 Riccardo Fucile
“FINALMENTE, ORA IL PD NON POTRA’ DIRE CHE BERLUSCONI E’ L’UNICO INTERLOCUTORE”….”BEPPE HAI PRESO UNA SBRONZA?”… TRA I MILITANTI PD PREVALE IL SOSPETTO: “MA ANDIAMO A VEDERE LE CARTE”
LA BASE GRILLINA
Fanno quasi fatica a crederci e più volte tornano su quel “cambiamento di scenario”, su quel “Renzi batta un colpo, il MoVimento Cinque Stelle risponderà “.
Il mutamento di strategia che Beppe Grillo annuncia sul suo blog, aprendo al confronto a Matteo Renzi ed al Pd sulla legge elettorale, sorprende anche i militanti Cinque stelle e sembra riscuotere il consenso della maggioranza di essi.
La discussione si annuncia lunga perchè implica valutazioni sulla natura stessa del moVimento e un ribaltamento di linea: dal muro di gomma, dal no a tutto e tutti, si passa alla richiesta di dialogo.
Dalla protesta alla proposta, dai falchi alle colombe.
Nell’ampio spettro di reazioni si va dalle varie sfumature del grillismo a chi sembra quasi essersi liberato di un peso.
Rga Gro scrive: “Finalmente. Il M5S deve essere sempre propositivo, e deve lasciare agli altri l’eventuale negazione al dialogo su uno specifico argomento”.
Quindi, “se il Pd non accetta il dialogo, sarà un effetto negativo per loro. Se accettano e se si riesce a ottenere una legge elettorale decente, sarà positivo per tutti: I Win You Win”.
Antonio B. aggiunge: “Sono d’accordo? Andiamo avanti.? Ma ho paura che risponderanno picche”.
Vincenzo da Taranto legge tutto in chiave anti-berlusconiana e apprezza il tentativo, sul tema delle riforme, di staccare il Pd da Forza Italia: “Bene – scrive – , mi sembra una saggia proposta. Sicuramente è una grande svolta e speriamo che Berlusconi si dedichi a scontare la sua pena e si tolga dalle scatole”.
E Donato Marsico, da Potenza, ipotizza anche i passi successivi all’eventuale accordo sulla legge elettorale.
Mettendo la buona riuscita del dialogo sotto il segno del ritorno alle urne: “È giusto fare insieme una legge elettorale a patto che poi si torni al voto”.
Mirko Zappà , invece, approva ma solo se tutto resta trasparente: “Finalmente una mossa intelligente. E mi raccomando: diretta streaming”.
La maggior parte dei commenti, però, si concentra sul cambio di strategia del MoVimento, apprezzando l’apertura al dialogo perchè può sottrarre a Renzi e al Pd uno degli argomenti centrali intorno a cui è cresciuto il loro consenso negli ultimi mesi.
Francesco da Roma: “Altro che “Beppe esci dal blog”! Matteo, ora che fai? Esci allo scoperto restando rintanato al Nazareno col condannato o è il caso di riveder le cose? Quale il tuo cambiamento?”.
E F. Bettini aggiunge: “Ovvio che Renzi e il Pd vogliono fare la legge elettorale con Silvio Berlusconi e Denis Verdini. Ma almeno così usciranno allo scoperto e non potranno più dire che non avevano altri interlocutori perchè il movimento diceva sempre no”.
Il fronte del no permanente è ovviamente scontento e si sente tradito da Grillo e Casaleggio.
Davide Lak: “Beppe e Gianroberto, ma cos’è?? Vi siete sbronzati ieri?”.
Sergio Nave tenta l’ironia: “La prossima sarà una proposta d’accordo con Dudù”.
Anna Finsi: “Certo che per accordarsi sulla legge elettorale con quelli del Mose, MPS, Carige, Unipol-Fonsai ed altre porcate da peste rossa, ci vuole coraggio”.
E c’è chi restituisce al mittente le storiche formule retoriche del MoVimento. Piero scrive: “Inciucietti da larghe intese? Il solito magna, magna…”.
LA BASE DEL PD
Smaltita la sorpresa, davanti all’apertura di Grillo per un confronto sulla legge elettorale, nella base del Pd prevalgono l’orgoglio e il sospetto. Certo, un anno passato a chiedere invano “responsabilità ” al MoVimento Cinque Stelle non può essere cancellato d’un tratto.
Ma nessuno tra i militanti del Partito democratico, a giudicare dai commenti sui social network, ha dubbi sul dovere quasi morale di “andare a vedere le carte”.
Così, le prime reazioni, diverse da quelle della base M5S, sono da un lato improntate all’orgoglio – come dire: il nostro successo ha scongelato Grillo – e dall’altro recepiscono con favore e curiosità , ma anche con timore e sospetto, la mossa del M5S. E se Roberto Giachetti twitta che “la proposta di incontro è una novità di grande interesse che spero sia subito raccolta”, Manuela Cirone invita invita ad “andarci con i piedi di piombo”.
Paolo Trande commenta: “L’apertura sulla legge elettorale è una obiettiva opportunità per il Pd. Via Berlusconi e dialogo con tutti gli altri, con Pd unito”.
E qui si tocca un nodo importante: pochi pensano che al tavolo delle riforme possano sedere insieme Grillo e Berlusconi.
Il Pd invece sarà messo di fronte a una scelta tra l’ex Cavaliere e il leader del MoVimento.
E qui, però, tra i militanti prevalgono la diffidenza e gli inviti a valutare bene un eventuale “abbraccio” con Grillo.
Come quello di Angiolara: “Consiglio a Renzi molta prudenza con Grillo e Salvini fin quando non si capisce cosa c’è sotto”.
Paola Ferranti aggiunge: “Grillo e Casaleggio parlano con Renzi? Tra buon senso e strategia: a caccia dei voti persi e la speranza di affondare qualche colpo”. Antonella va giù dura: “Un dialogo con gli alleati di Farage? Non facciamoci fregare da Grillo”.
Altri militanti guardano già a quelli che potrebbero essere gli ostacoli a un eventuale accordo.
Scrive Corrado Gregori: “Immaginarsi se il Pd a vocazione maggioritaria accetta il proporzionale con soglia di sbarramento e preferenza”.
E Orazio Tuccio: “Finalmente parole di buon senso da parte di Grillo. Ma un accordo sul proporzionale sembra quasi impossibile”. Marilia Amari mette in discussione l’apertura stessa del MoVimento: “Grillo non ha il 51% e chiede in prestito al Pd i voti necessari per fare le riforme del M5S: bella apertura…”.
Molti, poi, vedono nella svolta grillina un tentativo per uscire dalle difficoltà interne seguite al voto europeo e a quello del popolo M5S sull’alleanza con Farage.
Davide Catalano scrive: “Grillo aspetta solo un rifiuto per passare da vittima”. Poi Nicola Fiore rivolge l’ennesimo invito alla prudenza: “Le richieste di Grillo e Casaleggio mi sanno tanto di trovata pubblicitaria”.
E Gianna Rosa Alberti legge tutto come l’ultima difesa dell’ex comico genovese: “Grillo è all’angolo e cerca di uscirne in qualche modo”.
Infine, c’è chi si affida totalmente alle capacità di Renzi: “Renzi ha dato prova di sapere come muoversi – scrive Caio Ancona – . Saprà come fare. Sono fiducioso”.
(da “La Repubblica“)
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Giugno 15th, 2014 Riccardo Fucile
“SE GRILLO DIVENTA UN ALTRO ‘FORNO’ DI RENZI RISCHIAMO DI BRUCIARCI”… NCD E SCELTA CIVICA: ” I CINQUESTELLE CI PORTANO NELLA PALUDE”
Il Movimento Cinque Stelle tende la mano al Pd sulla legge elettorale: “Batta un colpo”. 
I democratici il colpo lo battono con il vicesegretario Lorenzo Guerini.
E così bastano un post e una risposta mezzo agenzia di stampa per gettare nel panico sia i mini-alleati di governo sia i cofirmatari del Nazareno.
“Renzi sia coerente” intima Altero Matteoli. “Grillo è solo l’ultimo forno di Renzi” esorcizza Osvaldo Napoli. Fin qui Forza Italia.
Poi ci sono Scelta Civica e Nuovo Centrodestra, usciti nanetti dalle Europee.
“Grillo ci porta nella palude” avverte Gianfranco Librandi. “Anche Ncd vuole dire la sua” aggiunge Fabrizio Cicchitto.
Il risultato è che ora il presidente del Consiglio Matteo Renzi, costretto solo pochi giorni fa a rimuovere di peso alcuni senatori dalla commissione Affari costituzionali, rischia di non avere abbastanza orecchie per ascoltare tutti.
I primi a rivendicare un ruolo sono quelli di Forza Italia, il cui è atteggiamento è ambiguo sulla riforma del Senato (e si attende un possibile nuovo incontro tra Renzi e Berlusconi), ma non sull’Italicum, frutto di un patto messo giù quasi al dettaglio.
L’intervento inaspettato di Grillo e Casaleggio rischia di rimettere in forse quella piattaforma che sembrava accontentare tutti tranne un po’ di sinistra Pd e il Nuovo Centrodestra (che vogliono le preferenze, invise all’ex Cavaliere).
E difatti la dichiarazione di Matteoli è nel merito: “Grillo apre a Renzi e al Pd ma propone come condizione di dibattito una legge elettorale proporzionale. Ossia un modello che non garantisce nè un vincitore certo nè il bipolarismo. Probabilmente è utile solo a lasciare il Paese nel marasma. Tanto basterebbe perchè Renzi, finora convinto bipolarista e assertore della necessità che dalle urne esca un vincitore, non perdesse altro tempo sulla legge elettorale. Sta a lui esprimersi e dimostrare di essere coerente. Auspico che Forza Italia prenda posizione netta e contraria a una simile ipotesi che ricaccerebbe il Paese indietro di venti anni”.
Quello che non viene detto è che il “bipolarismo” è un’ansia soprattutto del centrodestra che è spezzettato in 4-5 partiti il più grande dei quali — Forza Italia — non è arrivato neanche al 17% e che solo tutto unito potrebbe sperare — con le cifre di due settimane fa — di imbastire una qualche resistenza al tornado renziano.
Il consigliere politico di Berlusconi Giovanni Toti sceglie di parlare d’altro: “Renzi incontri pure chi vuole in streaming o meno, ma dedichi la sua attenzione soprattutto ai problemi dell’Italia: le tasse e il lavoro. Ben venga il dialogo sulle riforme e sul fatto che le regole del gioco siano condivise. Forza Italia ne è convinta e per prima ha accettato di partecipare al confronto per cambiare le istituzioni”. L’europarlamentare aggiunge che “più le riforme sono condivise e meglio sarà . Ma mentre i partiti si accordano su riforme per cui occorrerà tempo, bisognerebbe fare qualcosa per ridurre le tasse e far ripartire l’economia. Altrimenti l’Italia sarà sì un Paese con istituzioni rinnovate, ma che governano su un deserto industriale e su una nazione popolata solo da disoccupati”
In una situazione del genere Osvaldo Napoli auspica un fronte comune di tutto il centrodestra, dalla Lega a Fratelli d’Italia: “In uno scenario diventato all’improvviso tanto mutevole — aggiunge Napoli — il rischio è che le riforme finiscano bruciate se entrano nel forno sbagliato. Un risultato fin qui utile per Renzi, ma decisamente dannoso per l’Italia, è la raffica di trattative avviate con i singoli interlocutori del centrodestra senza che questo schieramento abbia potuto mettere a punto una posizione comune su Titolo V, riforma del Senato e della legge elettorale”.
E diventa una gara alla carta più alta, un’asta da Christie’s: “Ferma restando la positività di tutti i percorsi alternativi (referendum, ddl di iniziativa popolare, ecc) — alza la posta Raffaele Fitto — La strada maestra è quella di emendare al più presto in Parlamento, di comune accordo, l’intesa Forza Italia-Pd, convincendo il Pd e la maggioranza ad accettare la nostra integrazione presidenzialista”.
Scelta Civica, che esprime un ministro e ha una pattuglia non indifferente di parlamentari ma è praticamente sparita nelle urne, mette invece Renzi in allerta.
“E’ giusto e positivo che il confronto sulla riforma della legge elettorale coinvolga tutte le forze presenti in parlamento — spiega Gianfranco Librandi — Per questo ben venga l’apertura del Movimento Cinque Stelle. A Renzi però dico di stare attento, perchè è molto probabile che si tratti di un tentativo di Grillo, ormai allo sbando dopo aver portato il M5s sulle posizioni della destra xenofoba, per rallentare il percorso delle riforme, e in particolare di quella piຠimportante, la legge elettorale. Nella palude, infatti, Grillo ci sguazza mentre con un governo che fa le cose il M5s perde ogni ragione di esistere”.
Il vicepresidente vicario e reggente del fu partito montiano, Renato Balduzzi, aggiunge: “E’ molto importante che sulle regole istituzionali ed elettorali il confronto sia a tutto campo. E siccome il Movimento 5 Stelle ha un consenso parlamentare significativo, estendere il dialogo anche a loro non può che essere un fatto positivo. E’ molto importante però che all’interno della maggioranza ci sia un grado più forte di condivisione sulle riforme, perchè andare oltre il perimetro delle forze che sostengono il governo non può e non deve significare che venga sacrificata la dinamica interna alla maggioranza attraverso rapporti preferenziali con questa o quella parte dell’opposizione”.
La sintesi forse la dà proprio Cicchitto, ma assomiglia più a un avvertimento: “E’ evidente che al Senato è di nuovo in discussione tutto: dalla riforma del medesimo avanzata da Renzi, al problema del titolo V e alla legge elettorale. Ognuno, non solo il Pd, ma anche la Lega e Forza Italia hanno qualcosa da dire. E molto da dire ha anche il Ncd, sia per quanto riguarda la riforma del Senato sia per la legge elettorale che cosi come è uscita dalla Camera va cambiata da varie parti: dalle preferenze alle quote”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 15th, 2014 Riccardo Fucile
“RENZI LEGITTIMATO DAL VOTO POPOLARE”… DISSIDENTI GRILLINI: “MEGLIO TARDI CHE MAI”
“Renzi batta un colpo, il Movimento 5 stelle risponderà ”. Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio compiono il passo impensabile solo fino a qualche mese fa e cercano il confronto con il Partito democratico sulla legge elettorale.
L’annuncio arriva sul blog dopo settimane di poche apparizioni pubbliche, polemiche sulla scelta del gruppo con cui allearsi in Ue e la confusione di un’autocritica post elezioni fatta a metà tra il silenzio e i regolamenti di conti in assemblea.
Oggi la decisione di lanciare un messaggio al presidente del Consiglio: “Se Renzi ritiene che la legge M5S possa essere la base per una discussione comune, il cui esito dovrà comunque essere ratificato dagli iscritti al M5S, Renzi batta un colpo. Il M5S risponderà . La nostra legge è di impronta proporzionale, non è stata scritta su misura per farci vincere come è stato per l’Italicum, scritto per farci perdere”, chiariscono i due.
La risposta arriva poco dopo dal vicesegretario del Partito democratico Lorenzo Guerini: “Pronti a confrontarci con tutti, nel rispetto e delle posizioni diverse. Per noi la priorità restano le riforme istituzionali, Senato, titolo V e legge elettorale che garantisca governabilità e certezza di chi vince e chi perde, secondo il percorso che abbiamo individuato”.
Si rivolge alla Lega Nord di Matteo Salvini e ai grillini. “Visti i precedenti con i 5 Stelle, suggeriamo comunque l’adozione dello streaming per eventuali incontri futuri”. Possibilista anche Debora Serracchiani: “L’annuncio di una apertura non ci coglie impreparati, perchè la nostra disponibilità a un confronto a tutto campo l’abbiamo dichiarata da molto tempo. Dopo l’annuncio però bisogna vedere come intende passare alla prova dei fatti”.
Il Movimento 5 stella cambia strategia e prova a uscire dall’angolo del post elezioni: “Ci candidiamo a diventare l’ago della bilancia”, commenta a SkyTg24 il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio.
“Il Patto del Nazareno è sempre più debole e noi siamo a un bivio, ovvero la legge elettorale deve farla Berlusconi o il M5S? E’ Berlusconi l’ago della bilancia? Vogliamo esserlo noi. Lo streaming? Non credo sia essenziale. Dal Pd aspettiamo una risposta, lasciamo trascorrere la domenica, poi vediamo che succede”. Poi ribatte: “Sì allo streaming”.
Proprio l’ex Cavaliere diventa così la pedina che potrebbe saltare nel caso di un accordo tra le parti.
Scenari prematuri, ma che diventano possibili se nell’arena parlamentare scendono in campo anche i 5 stelle. E nei giorni scorsi qualcosa era già cambiato, prima con la lettera al ministro Orlando per collaborare sulla giustizia, poi con il governo che è andato sotto nel voto sulla responsabilità civile dei magistrati. Lunedì 16 giugno è prevista una conferenza stampa dei 5 stelle per chiedere ufficialmente l’incontro.
Sedersi allo stesso tavolo del Partito democratico. E’ una strategia politica che i leader e i più fedeli del Movimento non hanno mai accettato.
L’ultimo confronto in streaming era stato con Matteo Renzi il giorno delle consultazioni per il nuovo governo. Poco meno di dieci minuti, il tempo di sedersi e finire ad alzare la voce. Grillo se ne andò dicendo: “Non voleva nessun accordo con noi, non aveva senso restare”. Ma quella scena divise le due anime del Movimento: da una parte i dialoganti indignati per i toni, dall’altra i puri del “con gli altri partiti mai”.
Oggi qualcosa sembra essere cambiato, anche se il risultato del voto europeo li mette in una posizione di debolezza. Un invito al dialogo era arrivato dal Pd a inizio gennaio, in quel caso ci fu un secco no. “Sono avvenute due cose che hanno cambiato lo scenario”, spiegano i fondatori sul blog.
“Il M5S ha una legge approvata dai suoi iscritti (e non discussa a porte chiuse in un ufficio in via del Nazareno)” e Renzi “è stato legittimato da un voto popolare e non a maggioranza dai soli voti della direzione del Pd. Quindi qualcosa, anzi molto, è cambiato”.
La legge uscita dalla consultazione online, accompagnata dalle delucidazioni tecniche del professor Aldo Giannuli, è sostanzialmente un proporzionale corretto. Quanto al testo Renzi-Berlusconi, dopo vari ritocchi a marzo la Camera ha approvato una legge proprzionale sì, ma con premio di maggioranza per chi supera il 37% dei consensi.
Grillo e Casaleggio chiedono esplicitamente un faccia a faccia con il presidente del Consiglio: “All’incontro eventuale con il Pd — scrivono -, che speriamo ci sia, parteciperanno i due capigruppo M5S di Camera e Senato, oltre a Danilo Toninelli, estensore tra altri della versione definitiva della legge e Luigi Di Maio come massima rappresentanza istituzionale in Parlamento nel suo ruolo di vicepresidente della Camera”. La prima risposta da casa Pd arriva da Maurizio Martina, ministro delle Politiche agricole: “Se davvero siamo di fronte a un’apertura sincera, sarebbe impossbile sottrarsi al confronto”, ha replicato a l’”Intervista” di Maria Latella su Sky Tg24.
“Anzi, sono certo che il Pd deve farsi avanti, se Grillo ha deciso di scongelare i suoi voti e di metterli veramemente a disposizione del cambiamento, vuol dire che il Pd ha prodotto un effetto non banale che va oltre se stesso”. Insomma, “bisogna andare a vedere le carte, bisogna andare a vedere effettivamente dove vuole arrivare e sperare che non sia un bluff“.
Ma la nuova partita tra i 5 Stelle e il Pd rischia di fare una vittima illustre, Silvio Berlusconi.
Perchè oltre alla legge elettorale, contrattata da Renzi con il leader di Forza Italia in mezzo a mille polemiche legate alla condanna definitiva per frode fiscale e alla conseguente decadenza da senatore, pochi giorni fa le prove tecniche di dialogo tra grillini e democratici sono state avviate sulla giustizia, tema ultrasensibile per Berlusconi. Una delegazione del Movimento 5 Stelle ha incontrato il ministro della Giustizia Andrea Orlando per proporgli l’appoggio sul ddl anticorruzione ora fermo al Senato, in attesa di un testo governativo che i parlamentari pentastellati hanno chiesto di non presentare. “Berlusconi dal canto suo decida come stare in questa partita e il Pd -ha concluso Martina- guidi questo cambiamento. Non c’è un motivo per escludere nessuno in via pregiudiziale”.
Un annuncio che ha lasciato a bocca aperta la base, ma soprattutto molti tra i parlamentari.
“Svegliarsi la mattina”, commenta il deputato Cristian Iannuzzi, “e scoprire che la linea del Movimento 5 stelle è cambiata non ha prezzo”.
Perplessi alcuni dei critici che invocano più partecipazione nel metodo decisionale. Mara Mucci scrive su Twitter: “In politica il metodo è sostanza. Il metodo a 5 stelle prevede la partecipazione nei percorsi decisionali. Dov’è?”.
Le risponde subito il critico Walter Rizzetto: “Io mi son addormentato pure oggi e ho sognato cambiamenti #montagneverdi forse è meglio se torno a dormire”.
Sorride Luis Alberto Orellana, espulso nei mesi scorsi dal gruppo e noto per essere tra i promotori dell’apertura. “Sono contento della disponibilità del M5S ad incontrare il premier Matteo Renzi sulla legge elettorale e auspico che sia l’inizio di un diverso approccio, di un cambio di passo nella politica”.
Sottolinea poi come “questa apertura al dialogo corrisponda a quanto da me richiesto più e più volte. Dopo l’espulsione, gli insulti, le minacce di morte, ecco la conferma di essere ed essere stato sempre nel giusto. Lo sapevo che questo momento sarebbe arrivato e ora anche i fatti mi danno ragione”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 15th, 2014 Riccardo Fucile
IL 20 MAGGIO 2013 IL “GRANDE BURATTINAIO” MAZZACURATI INCONTRA IL TESORIERE DELLA FONDAZIONE DELL’ALLORA PREMIER E POI CONFIDA: “MI HA DESTABILIZZATO”
I rapporti tra Enrico Letta e mister Mose iniziano nel 2007 e proseguono — in modo
continuativo — dal 2010 al 2012 quando, con tre versamenti da 20mila euro ciascuno, Giovanni Mazzacurati finanzia VeDrò, la fondazione dell’ex presidente del Consiglio. Dagli atti della procura di Venezia era già emersa, con la testimonianza di Roberto Pravatà , il rapporto tra Mazzacurati ed Enrico Letta: “L’ingegnere mi convocò per dirmi che il Consorzio Venezia Nuova avrebbe dovuto concorrere al sostenimento delle spese elettorali dell’onorevole Enrico Letta, che si presentava come candidato per un turno elettorale, attorno al 2007, con un contributo dell’ordine di 150mila euro”.
In quell’occasione, racconta Pravatà , il “finanziamento illecito” avvenne con “l’intermediario” di Letta per il Veneto, Arcangelo Boldrin, per il quale fu “predisposto un incarico fittizio per un’attività concernente l’arsenale di Venezia”.
Letta ha smentito di aver preso un solo centesimo e lo stesso Boldrin, che ha ammesso di aver incassato 200mila euro per una consulenza, nega di aver mai versato soldi all’ex premier.
Dai documenti in possesso del Fatto Quotidiano, però, emerge che in altre occasioni Mazzacurati ha, però, direttamente finanziato la fondazione di Letta jr.
“Siamo lieti di collaborare a sostegno del progetto”
È il 26 giugno 2012 quando mister Mose firma una lettera con il seguente oggetto: “Contributo al progetto Vedrò 2012”. Mazzacurati la spedisce “all’attenzione del dottor Riccardo Capecchi”.
Chi è Roberto Capecchi? Il tesoriere di VeDrò sin dalla fondazione. “In riferimento alla vostra cortese comunicazione datata 25 maggio scorso”, scrive Mazzacurati, “vi comunichiamo che il Consorzio Venezia Nuova è lieto di collaborare con voi a sostegno del progetto VeDrò con un contributo di 20 mila euro iva esclusa”.
Un mese prima, quindi, VeDrò ha contattato il Consorzio Venezia Nuova per chiedere un “sostegno” che Mazzacurati è pronto a erogare. “Tale contributo verrà versato a mezzo bonifico bancario, dietro presentazione di fattura o altra documentazione in regola con le vigenti norme tributarie, sul conto corrente che gentilmente ci verrà indicato. In particolare, vi preghiamo di volerci indicare il codice Iban completo. Venezia, 26 giugno 2012, Cordiali Saluti, Giovanni Mazzacurati”.
Il Cvn finanzierà VeDrò per tre edizioni dal 2010 al 2012. L’anno successivo risulterà decisivo per entrambi: Letta jr diventa presidente del Consiglio e cancella l’evento, Mazzacurati negli stessi mesi viene arrestato per l’indagine veneziana sul Mose, mentre Capecchi viene perquisito dalla Guardia di finanza, nella sua abitazione di Perugia, che gli sequestra materiale contabile e informatico.
I rapporti tra Capecchi — che non risulta indagato — e Mazzacurati sono descritti in un’informativa della Gdf allegata agli atti dell’indagine sul Mose.
I finanzieri annotano che il 20 maggio 2013 Mazzacurati dice d’aver “avuto un incontro con Capecchi, che è tornato da Palazzo Chigi e ha tirato fuori il discorso del punto critico dell’alimentazione dell’energia elettrica”.
L’incontro con Capecchi — “che è tornato da Palazzo Chigi” — si svolge appena un mese dopo l’insediamento di Letta jr alla Presidenza del Consiglio, avvenuta il 24 aprile 2013, e Mazzacurati parla con Capecchi — che è anche dg di Poste Energia — di un “punto critico”: “l’alimentazione dell’energia elettrica” che si presume riguardi il Mose e la città di Venezia. Il dato più interessante, però, è racchiuso nel brogliaccio del giorno successivo.
“Gli avevamo chiesto una sponsorizzazione”
Mazzacurati dice a Flavia Faccioli, responsabile della comunicazione, che il giorno prima Capecchi “lo ha destabilizzato”.
Il tesoriere di VeDrò, dg di Poste Energia e — soprattutto — amico e uomo fidato di Enrico Letta, a soli venti giorni dall’insediamento del premier, è in grado di “destabilizzare” l’uomo che gestisce 5 miliardi di euro per il Mose, la più imponente opera d’ingegneria in Europa.
“Può essere che abbia parlato con lui”, spiega al Fatto Quotidiano Capecchi. “Mi occupo di energia elettrica, ma non ricordo questo episodio, e poi Mazzacurati può raccontare quel che vuole. Sui finanziamenti, confermo che VeDrò è stata finanziata dal Cvn, l’ho dichiarato anche alla GdF, quando sono stato perquisito, spiegando che è stato tutto regolarmente fatturato. Avevo conosciuto Mazzacurati tempo prima, ci aveva presentato il progetto, gli avevamo chiesto una sponsorizzazione. Letta non aveva incarichi di governo in quel periodo”.
Stando agli atti dell’inchiesta sulla cricca del Mose, il tramite tra Capecchi e Mazzacurati è Andrea Collalti, al quale, secondo gli uomini delle fiamme gialle, il Cvn ha “corrisposto, nel periodo dal 2007 ai 2011 l’importo complessivo di circa 5 milioni di euro”.
Le somme corrisposte alle società di Collalti, secondo l’accusa, sono “riconducibili ad operazioni (consulenze) in tutto o in parte inesistenti”.
In questo contesto è emersa la figura di Capecchi e i suoi “attuali e diretti contatti” con Mazzacurati.
Capecchi è amministratore unico nonchè tesoriere della società a responsabilità limitata Italia Futuro Servizi, interamente controllata dal gruppo VeDrò, messa in liquidazione il 15 aprile 2014.
Una società con un capitale versato di 10 mila euro e un bilancio 2013 chiuso con 797 mila euro di ricavi.
Per il think tank dell’ex premier, Capecchi è “responsabile del found raising, dei rapporti con gli stakeholder e della gestione amministrativa”.
In pratica Capecchi è per Enrico Letta quello che Marco Carrai è per Renzi. Raccoglitore di fondi. Ed è bravo, come mostrano i bilanci.
Riesce a ricevere fondi, tra gli altri, da Eni, Enel, Finmeccanica. Tutti sponsor che dal 2006 al 2012 finanziano interamente le settimane in cui la fondazione riuniva i lettiani presso l’ex centrale elettrica di Cle a Dro, provincia di Trento.
“Allora, io mi ricordo di Gianni Letta, Tremonti…”
I contatti tra Capecchi e Mazzacurati confermano, quindi la frequentazione dell’ex premier con mister Mose della quale — dinanzi ai pm Stefano Ancilotto, Stefano Buccini e Paola Tonini — aveva parlato anche Pio Savioli.
Il “raccoglitore” di fondi neri, per conto del Cvn, elenca le frequentazioni di Mazzacurati con la politica: “Allora, io mi ricordo Gianni Letta, Tremonti, Milanese, Matteoli, mi ricordo del presidente del Consiglio attuale”.
E il “presidente attuale”, nel momento in cui Savioli viene interrogato, è proprio Enrico Letta.
Il Riesame per Savioli, che è agli arresti, è previsto mercoledì. E la prossima settimana i pm potrebbero raccogliere molte testimonianze utili.
Sono quattro, infatti, gli indagati che attraverso parziali ammissioni stanno confermando ai pm l’esistenza del sistema. A cominciare dal “mazziere rosso” Lino Brentan, che ha raccontato i finanziamenti al Pd Veneto, e Patrizio Cuccioletta, ex magistrato delle acque, che — pur definendoli “regali” — ha ammesso di aver ricevuto soldi dal Cvn.
Antonio Massari e Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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