Maggio 7th, 2015 Riccardo Fucile
IL PROCESSO A PIO POMPA E IL CASO DELLA AMURRI
Confesso il mio doppio conflitto d’interessi: sono giornalista e sono anche uno di quelli spiati durante il governo Berlusconi-2 dal Sismi del generale Niccolò Pollari e del suo “analista” Pio Pompa e, per soprammercato, pure dalla cosiddetta Security della Telecom capitanata da Luciano Tavaroli (che in realtà lavorava in tandem con i servizi).
Bene: a Perugia, nel silenzio generale, sta per concludersi il processo a Pio Pompa, nei cui uffici e appartamenti romani furono sequestrati nel 2007 ben 10 mila file.
“In quei Cd, Dvd e hard-disk — ha ricordato il pm Massimo Casucci — sono stati rinvenuti dossier su giornalisti e magistrati, insieme a documenti su attentati e sulle questioni aperte riguardanti Iraq, Afghanistan e Nigergate.
Quando è avvenuta la perquisizione, però, Pompa non faceva più parte dell’intelligence militare e dunque non poteva detenere quei file”.
E perciò, dieci giorni fa, il pm ha chiesto la condanna di Pompa a 4 anni e mezzo di carcere per essersi procacciato documenti “atti a fornire notizie che nell’interesse della sicurezza dello Stato dovevano rimanere segrete”.
Ieri il sito del Fatto ha rivelato che, sentito come testimone, il generale Pollari — ex superiore di Pompa — ha invocato il segreto di Stato depositando una lettera che gli ha scritto Giampiero Massolo, direttore del Dipartimento Informazioni per la Sicurezza della Presidenza del Consiglio (il Dis, che coordina i servizi segreti militare e civile). Che dice Massolo?
Che anche il governo Renzi, come i precedenti, ha deciso di apporre il segreto di Stato e addirittura di ricorrere alla Corte costituzionale per mandare in fumo il processo a Pompa.
Ora, nei dossier sequestrati nel 2007, emergeva un sistematico dossieraggio su magistrati, politici e giornalisti considerati “ostili” a Berlusconi, definiti “bracci armati” di non si sa quale Spectre e dunque da “disarticolare”, “neutralizzare”, “ridimensionare” e “dissuadere”, anche con “provvedimenti” e “misure traumatiche”. Davvero il governo Renzi ha così a cuore la libertà di stampa e di pensiero da impedire verità e giustizia anche su quell’oscura vicenda?
È vero, noi giornalisti siamo una categoria malfamata.
Ma ormai il primo che passa si sente autorizzato a prenderci a ceffoni senza che nessuno dica o faccia nulla.
È di questi giorni l’incredibile vicenda dell’Unità , che il Pd vorrebbe rimandare in edicola con i soliti soldi pubblici, ma abbandonando al loro destino i giornalisti delle ultime gestioni, lasciati soli a difendersi da querele penali e cause civili, a pagarsi gli avvocati e addirittura a farsi pignorare le case e gli stipendi.
Ed è dell’altro giorno la sentenza del Tribunale di Roma che dà torto a Sandra Amurri, giornalista del Fatto Quotidiano, e ragione all’ex deputato Dc e poi Udc Calogero Mannino, tuttora imputato a Palermo per violenza o minaccia a corpo dello Stato nel processo sulla trattativa Stato-mafia.
L’antefatto è noto, almeno ai nostri lettori.
Il 21-12-2011 Sandra Amurri, trovandosi al Bar Giolitti di Roma, a due passi da Montecitorio, ascoltò casualmente una conversazione fra due politici.
Uno lo riconobbe subito: Mannino. L’altro lo identificò poi dalle foto scattate con l’iPhone: Giuseppe Gargani.
Sentì dire fra l’altro a Mannino: “Stavolta ci fottono: dobbiamo dare tutti la stessa versione. Spiegalo a De Mita, se lo sentono a Palermo è perchè hanno capito. E, quando va, deve dire anche lui la stessa cosa, perchè questa volta ci fottono.
Quel cretino di Ciancimino figlio ha detto tante cazzate, ma su di noi ha detto la verità . Hai capito? Quello, il padre, di noi sapeva tutto, lo sai no? Questa volta, se non siamo uniti, ci incastrano. Hanno capito tutto. Dobbiamo stare uniti e dare tutti la stessa versione”.
E a Gargani: “Certo, certo, stai tranquillo, non ti preoccupare, ci parlo io”. Un caso di scuola di inquinamento delle prove.
La Amurri raccontò sul Fatto quanto aveva visto e sentito e, chiamata dai giudici di Palermo a testimoniare sotto giuramento, confermò tutto.
Mannino la insultò: “Mitomane”, “spia”, “agente volontario in servizio della Stasi in Germania o del Kgb nell’Urss”, “fantasia eccitata”, “delirio”, “menzogna organizzata”.
La Amurri gli fece causa. Intanto, sentito come teste al processo Trattativa, Gargani confermava il colloquio (non, ovviamente, le parole) con Mannino nella data e nel luogo indicati.
E il deputato Aldo Di Biagio, che l’aveva incontrata alla sua uscita dal bar Giolitti, testimoniava che subito la nostra giornalista gli aveva raccontato ciò che aveva appena sentito dai due politici.
Ora il giudice di Roma dà ragione a Mannino e condanna la Amurri a pagargli 15 mila euro di spese legali.
Ma, quel che è peggio, scrive nella motivazione che gli insulti sanguinosi di Mannino — i peggiori che un giornalista possa ricevere — sono “espressioni riconducibili all’esercizio del diritto di critica… proporzionate e strettamente collegate alle accuse mossegli nell’articolo” e “all’indebita interferenza della giornalista in una sua conversazione privata”.
Già , perchè qui la colpevole è la cronista: ha “abusivamente origliato il colloquio” e, anzichè starsene zitta come fanno i conigli che non cercano rogne, l’ha denunciato e poi confermato ai giudici per aiutarli ad accertare la verità .
La domanda è semplice: se io, comune cittadino o giornalista, ascolto al bar due persone che progettano un omicidio, o una rapina, o uno stupro, che devo fare?
La sentenza non lascia dubbi: devo farmi i cazzi miei e lasciare che i due portino a termine il crimine.
Altrimenti, se faccio il mio dovere di denunciarli, quelli potrebbero diffamarmi e, se reagisco, rischio di incontrare un giudice che mi accusa di averli abusivamente origliati violando la loro sacra privacy, e mi obbliga pure a rimborsarli con 15 mila euro.
Una lezione di educazione civica.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 7th, 2015 Riccardo Fucile
DIVERSE AREE TEMATICHE NON SONO STATE ANCORA APERTE PER “SCARSA ASSISTENZA DA PARTE DEGLI ORGANIZZATORI”
Accanto alla giraffa in legno l’addetto dello spazio della Guinea tiene la testa sul bancone. Sembra
dormire.
Del resto qui hanno aspettato tutta la notte gli oggetti da esporre.
Ma a cinque giorni dal via dell’Expo gran parte del carico non è ancora arrivato.
E l’accoglienza poco ortodossa dei visitatori? Niente di male, tanto qui al cluster di frutta e legumi arrivano in pochi, come negli altri cluster, le aree tematiche condivise da più paesi.
Lo stesso problema della Guinea c’è l’ha lì accanto la Repubblica Democratica del Congo: “Quello che è già esposto è stato portato con una valigia — spiega Ruggiero Martino, responsabile Promozione e servizi alle imprese della Camera di commercio Italafrica — il resto degli oggetti da esporre sono a pochi chilometri da qui, al deposito della Db Schenker. Ma non sappiamo quando ce li porteranno”.
Db Schenker è il corriere cui Expo ha affidato l’appalto per i trasporti da molti Paesi partecipanti fin dentro al sito di Milano-Rho.
Anche i due ragazzoni del Camerun parlano di problemi di responsabilità di Expo: i loro scaffali sono ancora vuoti, cosa non rara nei pochi spazi aperti nell’area dedicata a cacao e cioccolato.
Nei cluster la festa di Expo non è ancora iniziata.
Qui non ci sono le code che invece si vedono fuori da molti padiglioni. Quello del Brasile per esempio, dove la gente aspetta di camminare su un enorme letto fatto di amache.
O quello del Messico, dove un ragazzo invita a fermarsi chi passa per il decumano: “Non vi preoccupate, la coda dura solo pochi minuti”.
Nei cluster tutto questo arriverà . Il commissario unico Giuseppe Sala invita tutti a essere comprensivi e la butta sulle difficoltà dei Paesi stessi: “Il problema — sostiene — è che questi Paesi, che spesso non sono ricchi e vengono da molto lontano, stanno
facendo fatica per fare arrivare gli allestimenti. Noi li stiamo aiutando”.
Qualcuno in effetti ammette le proprie responsabilità .
Nello spazio del Senegal, cluster delle zone aride, hanno uno scaffale già pieno di borse e su quello che manca non danno la colpa a nessuno: “La responsabilità dei ritardi è nostra”.
Così in quello del Venezuela (cereali e tuberi), dove le installazioni con ologrammi sono pronte e mancano solo le brochure informative: “Non sono ancora arrivate, ma Expo non c’entra”.
Solo che poi, girando un po’, si finisce alle Comore, cluster ‘Isole, Mare e cibo’, e anche qui si lamentano dell’organizzazione di Expo, visto che la loro merce è ancora ferma in Tanzania.
“La nostra inaugurazione sarà dopo il 20 maggio”, dicono. Parole che rischiano di rendere vane quelle di Sala, che promettono invece i cluster “tutti aperti entro dieci giorni”.
Di lavoro da fare ce n’è ancora molto. “Sono arrivati a pulire solo oggi”, si lamentano nell’area del Gambia (frutta e legumi).
Loro hanno affittato gli attrezzi della cucina da un’azienda segnalata da Expo, ma nessuno si è ancora fatto vivo per installarglieli: “E’ due gironi che chiamiamo per avere un appuntamento, ma non riusciamo a farli venire”.
Dove si dovrebbero esporre cereali e tuberi diversi spazi sono ancora chiusi. “Resina fresca, vietato l’accesso”, è l’unica informazione che dà un cartello appeso alla porta del Congo.
Il cluster messo meglio è quello del riso, oggi l’hanno pure inaugurato.
Nello spazio della Cambogia tutto pare ok: un buddha nero accoglie i visitatori nella prima stanza, poi si passa in quello che ricorda un bel negozio di souvenir.
Ma a pochi passi sono ancora vuoti tutti gli scaffali di Sierra Leone e Myanmar.
Il Bangladesh sembra a posto ma, se chiedi all’operation manager Md Abdul Matin, ti spiega che per ora non possono cucinare i loro piatti tipici perchè i cuochi non sono ancora arrivati: “L’ambasciata italiana in Bangladesh non ha ancora concesso i visti. Non c’è nessuna priorità per Expo. Alle altre esposizioni questo non capitava”.
E anche qui alcuni oggetti da esporre non ci sono ancora, “per colpa del corriere di Expo”, dice.
Le lamentele tocca farle presenti a Sala, lì fuori per l’inaugurazione: “Molti hanno portato le merci al corriere non imballate — sostiene — il corriere le trasporta, non deve imballarle. Il problema però non è di chi è la responsabilità . Adesso bisogna muoverci e stiamo cercando di fare arrivare tutto il prima possibile”.
Per questo Expo sta organizzando per diversi paesi trasporti via aerea anzichè via mare. “Che ci siano problemi ci sta, non posso dipingere un mondo perfetto. Vediamo le cose positive”.
E di cose positive se ne vedono. Come i visitatori che a naso in su ammirano i padiglioni, comprese tantissime scolaresche.
O come i militari che hanno portato in spalla tre disabili perchè in mattinata s’è rotto un ascensore.
Già , gli ascensori. Ce ne sono duemila nel sito. In uno di questi il primo giorno è rimasto bloccato il vice ministro Andrea Olivero. Cose che capitano.
Quello della Guinea Equatoriale, si lamenta il direttore dello spazio Jeronimo Nsue Asumu Nchama, è fuori uso sin dall’inizio: “Stamattina sono venuti i tecnici. Ma ancora niente”.
Luigi Franco
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 7th, 2015 Riccardo Fucile
UNDICI ORE A NOTTE A RACCOGLIERE CIPOLLE… 15.000 GIOVANI CON VISTO “VACANZE LAVORO” RINNOVABILE DOPO UN ANNO… ABUSI, RICATTI E VIOLENZE SESSUALI
Oltre 15.000 giovani italiani si trovano attualmente in Australia con un visto temporaneo di «Vacanza Lavoro». Hanno meno di 31 anni e, spesso, una laurea in tasca.
Alla partenza, molti di loro neppure immaginano di rischiare condizioni di aperto sfruttamento, con orari di lavoro estenuanti, paghe misere, ricatti, vere e proprie truffe. Per lo più finiscono nelle «farm», le aziende agricole dell’entroterra, a raccogliere per tre lunghi mesi patate, manghi, pomodori, uva.
L’ultima denuncia arriva da un programma televisivo australiano, «Four Corners», durante il quale diversi ragazzi inglesi e asiatici hanno raccontato storie degradanti di molestie, abusi verbali e persino violenze sessuali.
Gli italiani non sono esclusi da questa moderna «tratta».
Ne sa qualcosa Mariangela Stagnitti, presidente del Comitato italiani all’estero di Brisbane. «In un solo anno ho raccolto 250 segnalazioni fatte da giovani italiani sulle condizioni che avevano trovato nelle “farm” australiane. Alcune erano terribili», spiega.
Due ragazze le hanno raccontato la loro odissea in un’azienda agricola che produceva cipolle rosse.
Lavoravano dalle sette di sera alle sei di mattina, anche quando pioveva o faceva freddo. «Non potevano neanche andare in bagno, dovevano arrangiarsi sul posto», dice Stagnitti.
Un ragazzo, invece, era stato mandato sul tetto a pulire una grondaia piena di foglie. «È scivolato ed è caduto giù, ferendosi gravemente. L’ospedale mi ha chiamata perchè il datore di lavoro sosteneva che aveva fatto tutto di sua iniziativa».
Secondo i dati del dipartimento per l’Immigrazione, nel giugno dell’anno scorso in Australia c’erano più di 145.000 ragazzi con il visto «Vacanza Lavoro», oltre 11.000 dei quali italiani.
E il nostro è uno dei Paesi da cui arriva anche il maggior numero di richieste per il rinnovo del visto per un secondo anno.
Per ottenerlo, questi «immigrati temporanei» hanno bisogno di un documento che attesti che hanno lavorato per tre mesi nelle zone rurali dell’Australia. E questo li rende vulnerabili ai ricatti
«Ho sentito di tutto», dice Stagnitti. «Alcuni datori di lavoro pagano meno di quanto era stato pattuito e, se qualcuno protesta, minacciano di non firmare il documento per il rinnovo del visto. Altri invece fanno bonifici regolari per sembrare in regola, ma poi obbligano i ragazzi a restituire i soldi in contanti. E poi ci sono i giovani che accettano, semplicemente, di pagare in cambio di una firma sul documento».
Non sono in molti a denunciare la situazione.
«Quando mi chiedono cosa fare, io consiglio loro di non accettare quelle condizioni e di chiamare subito il dipartimento per l’Immigrazione, ma i ragazzi non lo fanno perchè hanno paura di rimetterci. Tanti mi dicono che ormai sono abituati: anche in Italia, quando riuscivano a lavorare, lo facevano spesso in nero e sottopagati». Stagnitti alza le spalle. «La verità è che spesso questi giovani in Italia sono disoccupati, senza molte opzioni, per questo vengono a fare lavori che gli australiani non vogliono più fare».
Sulla scia della denuncia di «Four Corners», il governo dello stato di Victoria ha annunciato che darà il via a un’inchiesta sulle condizioni di lavoro nelle «farm», con l’obiettivo di stroncare gli abusi e trovare nuove forme di regolamentazione che mettano fine allo sfruttamento.
Intanto, proprio nei giorni scorsi, il Dipartimento per l’Immigrazione ha deciso che il cosiddetto «WWOOFing», una forma di volontariato nelle azienda agricole in cambio di vitto e alloggio, non darà più la possibilità di fare domanda per il secondo anno di visto «Vacanza Lavoro».
«Nonostante la maggior parte degli operatori si sia comportata correttamente – si legge in un comunicato stampa – è inaccettabile che alcuni abbiano sfruttato lavoratori stranieri giovani e vulnerabili».
Roberta Giaconi
(da “il Corriere della Sera”)
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Maggio 7th, 2015 Riccardo Fucile
ENTRAMBI SONO AL 37%, SALE LA GRILLINA AL 22%… IL 69% DEGLI ELETTORI NON CONOSCE LA SOSPENSIONE DI DE LUCA IN CASO DI VITTORIA
Testa a testa tra Stefano Caldoro (centrodestra) e Vincenzo De Luca (centrosinistra) entrambi al
37 per cento.
A sorpresa Valeria Ciarambino (M5S) al 22 per cento, mentre l’astensione è al 47 per cento e gli indecisi sono il 29%.
Questa la situazione in Campania a poco meno di un mese dalle elezioni regionali secondo il sondaggio di Ipr-Marketing per il Mattino.
Fino al 13 marzo scorso il governatore uscente aveva 3 punti di vantaggio sull’ex sindaco di Salerno e il portavoce M5S era al 14 per cento.
La situazione è cambiata in poche settimane: il primo partito è proprio quello dei 5 Stelle (23 per cento), mentre il Pd si ferma al 20 e Forza Italia al 19,5 per cento.
Ipr-Marketing fa anche un focus sulla situazione del candidato a sinistra De Luca: il 69 per cento degli elettori non è a conoscenza del fatto che se fosse eletto, a causa della condanna in primo grado per abuso d’ufficio, sarebbe sospeso per la legge Severino.
E addirittura per il 68 per cento questa situazione “non incide sulla possibilità di votarlo come presidente”.
Diverso il giudizio che gli elettori campani danno all’alleanza a sinistra tra De Luca e l’ex ministro Dc di 87 anni Ciriaco De Mita: tra chi ha dichiarato di votare Pd il 34 per cento non la ritiene una buona scelta.
“Gli elettori credono poco ai programmi”, spiega a il Mattino il presidente di Ipr-Marketing Antonio Noto, “ma molto alla capacità della persona nel risolvere i problemi. Conta la leadership. Conta essere nell’immaginario collettivo la persona giusta al momento giusto. Ecco perchè un elettorato che non è fedele a una colazione può essere attratto da variabili emotive”.
Il dato più interessante, secondo Noto, è quello degli indecisi: tra loro ci sono persone che decideranno chi votare a pochi giorni dalle elezioni e tendenzialmente valuteranno il centrodestra o il centrosinistra, perchè l’elettorato M5S è “meno indeciso e più mobilitato”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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