Maggio 18th, 2015 Riccardo Fucile
L’ASTENSIONE FA PAURA, MENO DI 6 ELETTORI SU 10 ANDREBBE OGGI AL VOTO
Il fenomeno degli “homeless” della politica si sta facendo sempre più evidente.
È l’assenza di una casa, di un riferimento ideale in cui identificarsi. Ne abbiamo avuto un assaggio nei giorni scorsi con le elezioni di alcune amministrazioni locali.
Gli stessi sondaggi sulle prossime elezioni regionali segnalano una quota rilevante di incerti e di elettori che non paiono intenzionati ad andare a votare.
Di qui le difficoltà delle proiezioni elettorali e il materializzarsi dello spettro dell’astensionismo
Da tempo l’azione del votare non è considerata più un obbligo morale: solo un terzo degli italiani (34,8%, CMR — Intesa Sanpaolo per La Stampa) considera del tutto inammissibile non esercitare questo diritto.
Di qui, un rapporto sempre più laico, meno strettamente ideologico nei confronti della politica e dei partiti
Tuttavia, per l’Italia si pone un problema specifico.
Diversamente dagli altri Paesi europei, il sistema politico e dei partiti da oltre 20 anni non ha ancora trovato una sua definizione.
Da Tangentopoli in poi, abbiamo avuto diverse leggi elettorali, fra l’altro differenti secondo i livelli amministrativi.
I partiti hanno sì mutato — e ripetutamente — sigle e simboli, ma altrettanto velocemente non si può dire sia avvenuta anche una riflessione culturale sulle trasformazioni sociali ed economiche. Il risultato è, quando va bene, il diffondersi di un generale disorientamento e disillusione nell’elettorato; quando va male, un disincanto e un distacco dalla politica.
La ricerca di CMR affronta le difficoltà nel rapporto dei cittadini verso la politica. Con esiti non scontati.
Complessivamente la maggioranza (52,6%) non individua, nell’attuale panorama politico, un soggetto (partito o movimento) cui sentirsi idealmente vicino.
Per converso, solo il 17,7% si potrebbe definire un “militante”, che s’identifica pienamente in un partito.
Fra questi due estremi si collocano quanti si approssimano (18,0%) a una delle formazioni politiche o evidenziano un atteggiamento negoziale, valutando di volta in volta (11,7%).
Se poi si chiede non tanto l’intenzione di voto, quanto il livello di prossimità ai partiti, scopriamo che paradossalmente la prima formazione politica è il “non-partito”.
Ben il 48,5%, infatti, non si sente vicino (o meno distante) ad alcuno della lunga lista di partiti oggi presenti.
Certo, poi alla fine contano i partecipanti effettivi. E così stimando solo quanti esprimono una vicinanza, si può osservare che gli italiani si sentono idealmente più vicini (si badi bene, non che voterebbero) soprattutto al Pd (43,0%), mentre le altre formazioni seguono a grande distanza (M5S: 18,2%; Forza Italia: 12,2%; Lega Nord: 10,8%), evidenziando così lo sfarinamento delle opposizioni.
La quota degli “homeless” della politica resta comunque elevata. Se ci fossero le elezioni nazionali nelle prossime settimane, andrebbe a votare poco più della metà degli aventi diritto (57,3%).
Questo per tre motivi: la percezione della distanza del ceto politico dai problemi reali della popolazione (37,4%), la frustrazione per l’assenza di reali cambiamenti (27,5%), un disamore radicale nei confronti dei partiti (15,2%).
Ma non di sola anti-politica si tratta, anzi.
Da un lato emerge una domanda di politica nuova, in grado di aggiornare i propri riferimenti culturali e di analisi. Il 75,0% degli interpellati ritiene che le tradizionali categorie politiche (destra/centro/sinistra) non siano più in grado di leggere correttamente la realtà .
E, quindi, di indicare prospettive coerenti con le trasformazioni. Inoltre, è la stessa forma partito a essere messa in discussione (55,4%).
Dall’altro, trova spazio anche una forma di autocritica.
C’è la consapevolezza che il livello scadente della politica nazionale sia responsabilità anche dei cittadini (69,9%) e che, in fondo, i politici siano lo specchio del paese (51,9%).
Dunque c’è una domanda di nuova politica che necessita nuovi edifici culturali e forme organizzative.
Così sarà possibile dare una casa anche agli “homeless” della politica.
Daniele Marini
(da “La Stampa”)
argomento: elezioni | Commenta »
Maggio 18th, 2015 Riccardo Fucile
ANZI SALE DI 107 MILIARDI
Qual è il bilancio della spending review, il procedimento per rendere più efficiente la spesa
pubblica ed eliminare gli sprechi?
In cinque governi si sono alternati 15 fra commissari e consiglieri: con la parentesi dei quattro anni dell’esecutivo Berlusconi.
Prima i 10 consiglieri incaricati da Padoa-Schioppa.
Nel 2012, Enrico Bondi. Poi il ragioniere generale dello Stato Mario Canzi, il ministro Piero Giarda e, con il governo Letta, Carlo Cottarelli.
Infine Yoram Gutgeld e Roberto Perotti, messi al timone da Matteo Renzi. Eppure, è stato calcolato, dal 2007 la spesa pubblica è salita di 107,2 miliardi, più 18,1% in sette anni.
«Tesoro: parte la revisione della spesa, nominata commissione di esperti». Titolava così l’agenzia Ansa il 16 marzo del 2007.
Governava Romano Prodi con Tommaso Padoa-Schioppa ministro dell’Economia e la «revisione della spesa» era un oggetto così misterioso che la principale agenzia di stampa del Paese aveva fino ad allora pubblicato appena cinque notizie contenenti le parole inglesi spending review .
Revisione della spesa, appunto. Ovvero, il procedimento di matrice anglosassone per rendere più efficiente la spesa pubblica ed eliminare gli sprechi. Elementare.
Così elementare che da quel momento l’inondazione non si è più fermata. La formula spending review è stata citata in 9.844 lanci dell’Ansa, a una media di 3,29 citazioni al giorno.
In cinque differenti governi si sono alternati 15 fra commissari e consiglieri: con la parentesi dei quattro anni dell’esecutivo di Silvio Berlusconi.
Prima il pool di dieci consiglieri incaricati da Padoa-Schioppa. Quindi, nel 2012, Enrico «mani di forbice» Bondi. Poi il ragioniere generale dello Stato Mario Canzi.
Per arrivare al ministro Piero Giarda e quindi, con il governo di Enrico Letta, a Carlo Cottarelli. E infine a Yoram Gutgeld e Roberto Perotti, installati al timone della spending review da Matteo Renzi.
Con un simile spiegamento di parole e di risorse umane, viene da domandarsi, chissà quali risultati saranno stati raggiunti.
La risposta è in un dossier dell’Ufficio studi della Confartigianato. Eccola: 33 rapporti scritti, per un totale di 1.174 pagine. Un diluvio di parole.
Tutto qui? In sostanza, sì. Ha calcolato l’organizzazione degli artigiani che dal 2007 la spesa pubblica corrente primaria è salita di 107,2 miliardi di euro, con un incremento del 18,1 per cento in sette anni. In parallelo, la spesa per gli investimenti è scesa di 9,2 miliardi, con una flessione superiore al 20 per cento, mentre le entrate hanno registrato un’impennata di 77,2 miliardi. Il che ha confermato all’Italia il primato assoluto continentale nell’aumento della pressione fiscale. Il tutto senza alcun effetto positivo sulla crescita economica, se è vero che nel periodo in esame il Prodotto interno lordo è sceso in termini reali di ben l’8,2 per cento: nell’eurozona nessuno ha fatto peggio di noi
La spesa pubblica, insomma, continua a restare qui un macigno impossibile da scalfire. Anche se, ricorda il presidente della Confartigianato Giorgio Merletti, «senza risparmi e maggiore efficienza nell’uso delle risorse pubbliche rischiamo di incappare nelle clausole di salvaguardia imposte dal Patto di stabilità . Non vorremmo essere costretti a riparare sprechi e inefficienze con nuove tasse e imposte».
Nel 2015 è previsto che la spesa pubblica si attesti a 827 miliardi e 146 milioni, pari al 50,5% del Pil, con un calo di 0,6 punti rispetto all’anno scorso: ma senza considerare l’impatto della sentenza della Corte costituzionale che ha bocciato il blocca degli adeguamenti pensionistici decretato dal governo Monti.
E se un calo modesto si verificherà lo dovremo soprattutto alla riduzione della spesa per gli interessi sul debito, stimati in 69,3 miliardi contro i 75,2 del 2014.
Merito della discesa dei tassi e della moneta unica, che ci ha consentito l’unico vero risparmio mai registrato negli ultimi 15 anni. Nonostante l’aumento enorme del debito oggi spendiamo per gli interessi, in termini reali, una trentina di miliardi in meno rispetto al 2001
E vediamo che cosa hanno fatto, al contrario, gli altri Paesi.
Dice il dossier Confartigianato che fra il 2010, quando cioè è iniziato l’aggiustamento dei bilanci pubblici conseguente alla grande crisi dei debiti sovrani, e il 2015, la spesa pubblica primaria dell’eurozona è rimasta pressochè stabile, con un incremento di appena lo 0,1 per cento. In Germania, per esempio, si taglia dell’1%.
Mentre in Italia la spesa corrente sale dell’1,5%. Il confronto porta alla conclusione che se avessimo seguito non l’andamento della più virtuosa Germania, bensì quello della media della zona euro, oggi spenderemmo 23,2 miliardi di euro in meno. E non è tutto.
Perchè un paragone fra la spesa pubblica italiana e quella degli otto principali Paesi della moneta unica aveva indotto gli esperti coordinati dall’ex commissario Cottarelli a prevedere una possibile correzione strutturale valutabile in 42,8 miliardi.
Ma tant’è. Cottarelli predicava nel deserto.
Il fatto è che alcune voci del bilancio pubblico, lui l’aveva detto, crescono in modo inarrestabile. Come le pensioni, per effetto dell’invecchiamento della popolazione: e questo è forse comprensibile.
Assai di meno, invece, è l’esplosione dei trattamenti di invalidità civile, nonostante l’emergere sempre più frequente di scandali e abusi e l’ intensificazione dei controlli. Fra il 2003 e il 2013 il loro numero è aumentato da un milione 834.208 a 2 milioni 781.621: +51,7%.
Quasi un milione di invalidi civili in più in soli dieci anni. E per un costo annuale lievitato di 6 miliardi 836 milioni rispetto al 2003.
Non solo spendaccioni e improduttivi, dunque.
Siamo anche il Paese degli invalidi: c’è un invalido civile ogni 21 abitanti, neonati e bambini compresi. E questo forse dice tutto del perchè in Italia spending review sia soltanto un termine inglese molto in voga negli ambienti giornalistici.
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)
argomento: denuncia | Commenta »
Maggio 18th, 2015 Riccardo Fucile
LA LOTTA DEL CONTESTATORE: “L’ULTIMA VOLTA HO PIANTO 29 ANNI FA”
Sei il grande capo dei Cobas. Hai convocato due giorni di sciopero per bloccare gli scrutini nelle scuole d’Italia. Sei nei titoli dei giornali ancora una volta. Con i tuoi 67 anni, e gli ultimi 50 trascorsi – come ripeti sempre – a difendere i più deboli, potrebbe cominciare a bastarti: e invece no, pensa Piero Bernocchi.
«Perchè uno arrogante come Renzi non mi era mai capitato davanti, mai».
Insegnante di matematica in pensione, membro del Forum sociale mondiale, ultimo incontrastato leader di piazza e di corteo: era a Valle Giulia, quando le camionette della polizia sgommavano grigioverdi, e poi non è mai più mancato.
Ha sfilato con Rossana Rossanda e Mario Capanna, con Adriano Sofri e con Oreste Scalzone, con Luca Casarini e con Francesco Caruso (ha pure diretto Radio Città Futura)
Negli ultimi giorni si sta dedicando alla riforma della scuola.
«Lo sciopero non solo è legale, il garante si studi le regole, ma anche necessario. Occorre dare un segnale forte. Quello va fermato».
Quello chi?
«Renzi. È riuscito a farmi rimpiangere certi premier e certi ministri democristiani. Ti sedevi al tavolo delle trattative e quelli cominciavano a dirti subito che, più o meno, avevi ragione su tutto. La loro idea di politica era zuppa di cultura cattolica: capire, incontrare, inglobare…».
Con Silvio Berlusconi, però, non avete più trattato.
«Vero: trattare con lui era impossibile. Ma occorre riconoscere che ci ha sempre rispettato. Per dire: quando vide al Circo Massimo 3 milioni di persone protestare contro la modifica dell’articolo 18, si fermò, fece un passo indietro. Renzi, invece, ha un’arroganza tutta sua, tragicamente originale».
Originale, in che senso?
«Ha quest’idea di saltare, completamente, il confronto con le rappresentanze sindacali. Pretende di parlare direttamente al popolo. Un esempio? Il 5 maggio scorso gli piantiamo uno sciopero con l’80% di adesioni, e lui come commenta? Chi se ne frega, dice, io rappresento il resto dei cittadini. Un premier-padrone. Che, infatti, con la sua riforma, ha inventato la figura del preside-padrone. Un preside che dovrebbe essere in grado di valutare, ingaggiare, premiare. È chiaro che Renzi si proietta in quel preside: il preside dovrebbe comportarsi a scuola come lui già si comporta nel Paese».
Duro, il Bernocchi.
«L’ultima volta che ho pianto fu ventinove anni fa, quando morì mio padre».
Un filo permaloso: «Enrico Mentana, a “Bersaglio mobile”, su La7, ha fatto fare un servizio per dire che sono un professionista della protesta. Mi fa ridere, mi fa. Forse si confonde con certi altri che, dopo il terzo corteo, sono diventati deputati. Io non ho mai ceduto al corteggiamento pitonesco della politica, al fascino del denaro e di quel potere. Io vivo di pensione e di ideali. In America Latina è pieno di persone che vivono così: da noi sembra un fatto strano, sospetto».
Mai violento fisicamente.
«Quasi mai. Una volta, negli studi di Canale 5, ebbi una lite con il giornalista Filippo Facci. Dopo esserci scambiati un buon numero di parolacce, Facci venne verso di me in atteggiamento minaccioso. Gli dissi: “Togliti almeno gli occhiali”.
Intervenne Paolo Liguori: “Filippo, ti fai male, lascia perdere”».
Tifoso della Roma, celibe («però la prego di non indugiare sull’argomento»), ha scritto quindici libri. Titolo dell’ultimo: «Oltre il capitalismo».
Fabrizio Roncone
(da “il Corirere della Sera”)
argomento: scuola | Commenta »
Maggio 18th, 2015 Riccardo Fucile
I BAMBINI NON VANNO IN PIAZZA E NESSUNO PENSA AL LORO FUTURO
Fanno un po’ paura e insieme rassicurano. 
I pediatri. Ognuno ricorda il proprio: la voce tonante che all’arrivo ti faceva venire una voglia fisica di scappare.
Poi quel maledetto cucchiaio in gola. L’odore di alcol e magari la puntura. Le manone sulla tua schiena a sentire i polmoni e il timore che trovasse qualcosa, il male, anche se non ne sapevi esattamente il significato. Infine la mamma che ritrovava il sorriso, e il timore che si scioglieva in sollievo.
La febbre che da brivido si trasformava in tepore. Il pediatra che per consolazione con lo stetoscopio ti faceva ascoltare quei battiti misteriosi: il tuo cuore.
Tutti li ricordiamo. Riconosceremmo tra mille la loro calligrafia , quella con cui ci prescrivevano alla fine sciroppo o punture.
I pediatri non sono soltanto i nostri primi medici. Ci aiutano a cercare un senso a parole che dovremo affrontare durante tutta l’esistenza: malattia, speranza, guarigione. Perfino consolazione, ma diversa da quella del padre e della madre. E poi c’è quell’affidare il proprio corpo a un estraneo, la scoperta della fiducia.
Domani i pediatri di famiglia scioperano.
Sostengono che il rinnovo del contratto nazionale mette in discussione proprio quel rapporto fondamentale di fiducia tra il medico e il loro assistito.
Ancora più delicato quando il paziente è un bambino. Sarà più difficile, dicono, scegliere il medico cui affidare i nostri figli. Curarli rischia di diventare una roulette.
Non solo: dal 2020, per colpa delle crisi, rischiano di formarsi ogni anno soltanto duecento specialisti (ne servirebbero il doppio).
Eppure quasi nessuno in Italia parla della protesta, come fosse il capriccio di una categoria che difende i propri privilegi.
Chissà , magari perchè i pediatri di famiglia sono soltanto 7.800 e portano pochi voti.
Questo segnale dovrebbe preoccuparci quanto le conseguenze della riforma: non sappiamo più misurare la dignità e l’importanza delle persone e del ruolo che hanno nella società .
Per valutarle ci affidiamo al reddito, alla fama. Magari al potere. Ma poche professioni sono più delicate del pediatra.
Pensate soltanto alla responsabilità di avere tra le mani una vita così piccola, all’importanza di aggiornarsi, di saper ascoltare e scegliere le terapie giuste. Alla delicatezza di dare risposte ai genitori, al peso di comunicare le diagnosi dolorose.
In due settimane due proteste che riguardano entrambe i bambini. Prima la scuola, domani i pediatri. Forse si pensa poco al futuro.
Forse è più facile fare le riforme sulla pelle di chi non ha voce e non vota.
Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: sanità | Commenta »
Maggio 18th, 2015 Riccardo Fucile
ANTONIO SCALZONE DEI POPOLARI PER L’ITALIA E’ ACCUSATO DI CONCORSO ESTERNO AL CLAN DEI CASALESI PER GLI APPALTI DI CASTEL VOLTURNO, COMUNE DI CUI ERA SINDACO E SCIOLTO DUE VOLTE PER INFILTRAZIONI MAFIOSE
Tra i nomi appuntati sui taccuini della commissione parlamentare Antimafia che nei prossimi giorni farà i raggi x ai curriculum dei candidati in Campania, ce n’è uno segnato con l’evidenziatore.
E’ quello di Antonio Scalzone, candidato nei Popolari per l’Italia, lista collegata a Stefano Caldoro, il berlusconiano governatore uscente.
Scalzone è un ex sindaco di Castel Volturno, comune sciolto due volte per infiltrazioni mafiose, nel 1998 e nel 2012.
In entrambi i casi le relazioni delle commissioni d’accesso hanno puntato il dito sulla sua giunta. Scalzone è tuttora imputato per concorso esterno in associazione camorristica.
E’ il processo nato da un’inchiesta della Dda di Napoli, pm Ardituro, Conso, Milita e Falcone, sui legami tra il clan dei Casalesi e la politica locale su questa lingua di costa domiziana dove un abitante su due è straniero e dove, secondo alcuni calcoli basati sulla produzione di rifiuti urbani, gli immigrati clandestini sono almeno 20mila.
Castel Volturno è la terra della strage del 19 settembre 2008, quando Setola e i suoi uomini fecero irruzione in una sartoria e uccisero sei immigrati di colore.
Due anni dopo Scalzone, sindaco Pdl in carica, ricevette con tutti gli onori Roberto Fiore, capo di Forza Nuova, che voleva organizzare una fiaccolata e protestava per il diniego della Prefettura. Scalzone e Fiore tennero conferenza stampa insieme e da quel palcoscenico il leader dell’ultradestra espresse il suo pensiero: “
Il problema di Castelvolturno sono le tre C: comunisti, clandestini e camorra”. Scalzone gli era affianco, non fece una piega.
La ricostruzione dell’Antimafia ipotizza che Scalzone e altri amministratori e politici locali, tra cui l’ex sindaco Francesco Nuzzo, un magistrato, nel corso del loro mandato “si accordavano con i vertici del gruppo Bidognetti ed in particolare anche con Luigi Guida, fornendogli la piena disponibilità , in caso di elezione, a consentire a ditte nella disponibilità del clan dei casalesi e anche indicate da Luigi Guida quale referente del clan, l’aggiudicazione di appalti pubblici, o di subappalti per opere di ingente valore economico in corso di esecuzione nel Comune di Castelvolturno, ricevendone quale corrispettivo l’appoggio elettorale e di voti dagli esponenti del gruppo Bidognetti operanti sul territorio di Castelvolturno”.
In un verbale del 6 ottobre 2009, il pentito Luigi Guida, reggente del clan Bidognetti, dice: “Alfonso e Antonio Scalzone erano persone a disposizione del gruppo Bidognetti; io mi incontravo con Alfonso e gli riferivo quelle che erano le mie volontà , che poi lui trasmetteva al fratello sindaco”.
Guida ha fatto l’elenco degli affari sui quali il clan avrebbe allungato le mani anche grazie all’intercessione del candidato di Caldoro: “Con Alfonso e poi con il sindaco Antonio avevo discusso dei seguenti argomenti: l’aumento dell’appalto della nettezza urbana; l’apertura del parco in costruzione da parte di Giuliani.
L’apertura della discarica Bortolotto, per la quale avevo parlato con …omissis…. e con Alfonso Scalzone: entrambi mi assicurarono che sarebbero intervenuti sulla discarica che poi fu effettivamente aperta dalla famiglia Orsi che mi mandavano circa 10 mila euro sui guadagni; il rilascio delle concessioni del centro commerciale al Tammaro Diana proprietario del Top Market per il quale parlai con Alfonso Scalzone, il quale si impegnò di fare intervenire il fratello sindaco per il rilascio di tutte le licenze senza incontrare inconvenienti: mi fu detto proprio da Alfonso Scalzone e Tammaro Diana che i permessi furono concessi e quindi si poteva cominciare a realizzare il centro commerciale, senza inconvenienti”.
Accuse gravi, da vagliare corso nel processo. In attesa della sentenza, per Scalzone vale la presunzione di innocenza. Nuzzo, che ha chiesto di farsi giudicare col rito abbreviato, è stato condannato in primo grado a un anno per falso e abuso ma i giudici hanno escluso l’aggravante camorristica.
Le vicende della giunta Scalzone sono entrate anche nel processo all’ex coordinatore campano del Pdl Nicola Cosentino, in carcere con accuse di camorra.
In un’udienza dell’ottobre 2013 Guida ha rivelato: “Sono intervenuto più volte, su richiesta del sindaco di Castelvolturno Antonio Scalzone, presso consiglieri e assessori della sua amministrazione per evitare che lo sfiduciassero. Bastava che mi presentassi a loro per ottenere quello che volevo. Ed imposi al sindaco la nomina dell’assessore all’ambiente”. Scalzone ha terminato regolarmente il suo mandato nel marzo 2005.
Secondo il senatore Gal Vincenzo D’Anna, Scalzone non è stato più ricandidato alle amministrative perchè ruppe con Cosentino “per via delle pendenze giudiziarie”.
Ora ha trovato spazio nelle liste di Caldoro.
Vincenzo Iurillo
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: Napoli | Commenta »
Maggio 18th, 2015 Riccardo Fucile
ATTESE LE SENTENZE SUGLI STIPENDI DEI DIPENDENTI STATALI, I PRELIEVI DI EQUITALIA E IL CONTRIBUTO SULLE PENSIONI OLTRE 90.000 EURO
Forse per l’«Istat unico partito di opposizione» (copyright Maurizio Sacconi, Ncd) è arrivato un
nuovo «alleato»: la Corte Costituzionale.
Se l’istituto di statistica getta spesso e volentieri acqua gelata sulla «narrazione» di Matteo Renzi con i suoi dati su Pil e disoccupazione, adesso è la Consulta a bastonare spesso e volentieri il governo.
Dopo la batosta miliardaria sulle pensioni, venerdì è arrivata un’altra bottarella, cioè la bocciatura della «irragionevole» sovrattassa sulle sigarette elettroniche.
Ma potenzialmente i guardiani della Costituzione hanno l’occasione di sganciare una bomba atomica su Palazzo Chigi: nelle prossime settimane i giudici dovranno decidere della sorte di provvedimenti che valgono molti miliardi di euro.
A cominciare dai contratti pubblici.
La lista fa paura.
Primo, il blocco degli stipendi del pubblico impiego, congelati dal 2011, che potrebbe costare oltre 10 miliardi (anche 20, secondo qualcuno).
L’inizio del dibattimento è stato fissato per il prossimo 23 giugno.
Secondo, la legittimità del prelievo di un aggio del 3 per cento sulle cartelle esattoriali da parte di Equitalia: se incostituzionale, si ipotizza un altro buco di tre miliardi. Infine, si dovrà giudicare il contributo di solidarietà fino all’8% imposto dal governo Letta alle pensioni superiori ai 90mila euro.
Tuttavia un provvedimento simile varato dal governo Monti fu bocciato in passato.
Che la Consulta possa diventare un avversario prima, e un obiettivo da conquistare poi per Matteo Renzi – come ai tempi tentò, senza successo, Silvio Berlusconi – lo fanno capire alcuni commenti di queste ore.
Un editoriale in «prima» del Sole 24 Ore afferma che «sembra quasi che una parte dei giudici costituzionali viva in mondo tutto suo», come «le èlite politiche e sindacali, e i tanti che difendono rendite di posizione anacronistiche».
Altri media vicini al «Partito della Nazione» ricordano i costi e i notevolissimi privilegi (veri e impressionanti) di cui godono i giudici della Corte.
Vittorio Feltri sul Giornale ipotizza (criticandole) che saranno proprio le toghe di Palazzo della Consulta a costringere alle dimissioni Renzi.
Stampa e Corsera hanno parlato di un piano del premier per far eleggere un suo uomo tra i giudici costituzionali. Tra i nomi, quelli di Stefano Ceccanti e Augusto Barbera. Di certo Renzi impedirà le convergenze tra Pd e M5S, come quella che ha portato alla nomina di Silvana Sciarra lo scorso novembre.
Un primo problema è numerico.
La Corte dovrebbe funzionare con 15 giudici; oggi ce ne sono solo 13, e sulle pensioni (assente perchè malato il «togato» Giuseppe Lattanzi) la parità è stata rotta dal voto del Presidente Alessandro Criscuolo.
A luglio passerà la mano un altro togato» Paolo Maria Napolitano, e si scenderà a 12 giudici: un rischio istituzionale, puntualizzano insigni giuristi.
Come si intreccerà questa partita con le decisioni su contratti pubblici e altre materie potenzialmente esplosive per i conti è da vedere.
Chi conosce l’atmosfera di Palazzo della Consulta è pronto a scommettere che però non ci sarà a breve un nuovo scontro frontale con Palazzo Chigi.
Magari l’esame della norma sui contratti potrebbe richiedere – diplomaticamente – più tempo del previsto.
Roberto Giovannini
(da “la Stampa“)
argomento: governo | Commenta »