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PENSIONI, LA CONSULTA A PADOAN: “DATI DAL MINISTERO PRIMA DI DECIDERE? NON E’ NELLA NATURA DELLA CORTE”

Maggio 23rd, 2015 Riccardo Fucile

IL BUCO CREATO NEL BILANCIO: “NO A CONDIZIONAMENTI NEL FORMARE LE NOSTRE DECISIONI”

“Acquisire questi dati a cosa doveva condurre? Forse all’accertamento del numero delle pensioni coinvolte? O sarebbero dovuti servire per formare il nostro convincimento? Ma tutto questo non corrisponde alla natura della Corte costituzionale, che opera come un giudice, e quindi non ha la possibilità  di aspettare dati che, a tuttora, mi sembrano incerti, perchè non si sa qualche sia l’entità  del cosiddetto buco determinato dalla sentenza”.
Così il presidente della Corte costituzionale Alessandro Criscuolo replica in un’intervista a Repubblica al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan che ieri si era detto “perplesso” sul fatto che la Corte ritenga “di non dover fare valutazioni economiche sulle conseguenze dei suoi provvedimenti”.
La critica del ministro alla Consulta è, appunto, di non aver “valutato il buco creato sulle pensioni”.
Criscuolo torna su quelle frasi e risponde al ministro.
Dopo aver respinto in maniera esplicita l’auspicio espresso da Padoan di una riflessione politica da parte della Corte sulla base delle esigenze di bilancio, il presidente della Consulta aggiunge: “Eravamo e siamo sereni, come sempre — spiega Criscuolo — abbiamo giudicato secondo coscienza e regole. Se il ministero dell’Economia aveva a cuore i dati sulle pensioni, poteva trasmetterli alla Corte”, che “non può aspettare di decidere necessariamente solo quando pervengano determinate informazioni. D’altra parte, di quale natura dovevano essere queste informazioni? Se si trattava di dati in possesso dell’autorità  amministrativa sarebbe stato opportuno che fossero comunicati alla Corte prima del giudizio“.
Il presidente della Consulta precisa anche che non ha alcuna “ragione di coltivare una polemica con il ministro Padoan. Ma dare per scontato che la Corte dovesse acquisire i dati prima di decidere sulle pensioni mi sembra che non risponda all’attuale disciplina che regola il funzionamento della Consulta”.
Sul perchè abbia fatto pendere l’ago della bilancia dalla parte della bocciatura della legge Monti, Criscuolo spiega: “Mi è sembrato che ci fosse una violazione degli articoli 36 e 38 della Costituzione, nei quali si garantisce al lavoratore, fra l’altro, il diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità  e qualità  del suo lavoro”.
Sul principio dell’equilibrio di bilancio, garantito dall’articolo 81, il presidente della Corte spiega che “questo principio effettivamente è stato costituzionalizzato, ma non spetta alla Corte garantirlo, bensì ad altri organi dello Stato”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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L’UNITA’, A VENEZIANI INDAGATO SUBENTRA PESSINA, HABITUEE DEI CONTI ALL’ESTERO

Maggio 23rd, 2015 Riccardo Fucile

E’ NELL’ELENCO DEI CLIENTI DEL BARONE DEL RICICLAGGIO DOLFUS

Guido Veneziani molla la presa sull’Unità , ma non del tutto.
È la prima conseguenza delle indagini per bancarotta fraudolenta a carico dell’editore che, come rivelato da ilfattoquotidiano.it riguardano le vicende della stamperia piemontese Roto Alba, ormai sull’orlo del fallimento.
Ma la decisione del Pd e degli altri soci del quotidiano per cavarsi dall’imbarazzo rischia di trasformarsi nella più classica toppa che allarga il buco, visto il curriculum del nuovo azionista di maggioranza del giornale, Massimo Pessina, che già  aveva tentato l’impresa un anno fa senza però riuscirci.
Il cambio in corsa si è consumato venerdì 22 maggio, nel corso della riunione del consiglio di amministrazione dell’editrice, alla quale viste le problematiche delicate da affrontare, ha partecipato anche il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi, che insieme al segretario Matteo Renzi ha in mano la partita del rilancio del quotidiano fondato da Gramsci.
Qui Veneziani ha presentato le sue dimissioni da presidente del cda e ha accettato di diluire le sue quote, a vantaggio della Piesse srl, il cui 60% attualmente fa capo a Pessina, mentre il restante 40% è intestato a Guido Stefanelli, l’amministratore delegato della Pessina Costruzioni anche se secondo l’editrice la proporzione è stata recentemente invertita.
A loro, in ogni caso, andrà  il 76% della società  editrice contro il 38% detenuto in precedenza, mentre Veneziani scenderà  dal 57 al 19 per cento.
Invariata la quota del Pd, il 5% custodito nella fondazione Eyu.
L’ormai ex cavaliere bianco del quotidiano, contattato da ilfattoquotidiano.it spiega il suo passo indietro con la volontà  “di non mettere in imbarazzo il partito del presidente del consiglio”, sebbene sostenga che l’avviso di garanzia ricevuto “è illegittimo, perchè ipotizza la bancarotta fraudolenta per un’azienda che non è ancora fallita”. Aggiunge poi di avere trovato “solidali” Bonifazi e tutti i consiglieri: “Mi è stato chiesto fortemente di rimanere nella compagine sociale, visto che da sei mesi studio questo progetto editoriale. E io ho accettato di continuare a essere l’editore della prossima Unità ” che deve tornare in edicola entro il 30 giugno e che al momento è ancora senza direttore, ma ha già  un vicedirettore, Vladimiro Frulletti, il giornalista che per il quotidiano seguiva Renzi che ha ricevuto l’incarico venerdì.
Ufficialmente, invece, nelle intenzioni del Pd il passaggio di testimone tra Veneziani e Pessina in testa all’azionariato, dovrà  garantire “trasparenza e massima tutela e affidabilità  del nuovo progetto editoriale”, come ha sottolineato Bonifazi in una nota esprimendo forte apprezzamento per il gesto dell’editore che “mira a sgombrare il campo da ogni speculazione”.
Peccato che il patron dell’omonima società  di costruzioni che si è fatto avanti, abbia di suo da tempo una lunga lista di cose su cui fare trasparenza.
Ultima in ordine cronologico la sua presenza nell’elenco dei clienti italiani di Filippo Dollfus, il barone del riciclaggio internazionale arrestato a Milano all’alba del 26 aprile scorso.
Il nome di Pessina, infatti, compare nella lista di coloro che si erano affidati al finanziere svizzero e ai suoi associati per “trasferire all’estero ed occultare denaro o utilità  nella gran parte dei casi provenienti da delitti di appropriazione indebita, evasione fiscale, corruzione o riciclaggio”, come si legge nell’ordinanza depositata il 29 aprile scorso.
Sempre per restare in tema di evasione, il costruttore figura anche tra i clienti della Hsbc di Ginevra svelati dalla lista Falciani: secondo quanto riportato dall’Espresso il 18 febbraio scorso, è stato titolare di un conto chiuso nel 2003, quando il deposito ammontava a circa 9mila dollari.
Una scoperta che non stupisce, visto che prima ancora Pessina, citato anche nelle carte dell’inchiesta sugli appalti Expo insieme a Stefanelli e salito agli onori delle cronache per essere stato tra i finanziatori dell’ex presidente della Provincia di Milano Filippo Penati con 15mila euro, era comparso nell’elenco dei “furbetti di San Marino“. Ovvero la lista degli italiani che avevano portato i loro soldi nella Smi Bank del Titano venuta a galla nel 2010.
E, giusto per non farsi mancare niente, due anni prima il nome di Pessina e dei suoi familiari era spuntato anche tra quelli degli italiani titolari di conti a Vaduz, in Liechtenstein, con depositi complessivi per oltre 30 milioni di euro.

Luigi Franco e Gaia Scacciavillani
(da “il Fatto Quotidiano“)

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FRANCIA: LEGGE VIETA AI SUPERMERCATI DI GETTARE CIBO, DEVONO DARLO IN BENEFICIENZA

Maggio 23rd, 2015 Riccardo Fucile

LOTTA AGLI SPRECHI ALMENTARI… OGNI CITTADINO FRANCESE BUTTA 20-30 CHILI L’ANNO DI PRODOTTI ALIMENTARI… UNO SPRECO CHE COSTA AL PAESE 20 MILIARDI

La Francia dice basta agli sprechi alimentari. E lo fa con una legge, votata all’unanimità  dall’Assemblea di Parigi, che vieta ai grandi supermercati – oltre i 400 metri quadrati – di buttare prodotti ancora buoni rimasti invenduti.
D’ora in avanti dovranno essere regalati alle associazioni benefiche, ridotti in concime o riutilizzati come mangime per animali.
Chi sgarra rischia multe fino a 75 mila euro e due anni di carcere.
«È scandaloso vedere cibi ancora commestibili cosparsi di candeggina per renderli inutilizzabili», ha spiegato il deputato socialista Guillaume Garot, ex ministro dell’Agricoltura e promotore della legge.
20-30 chili di cibo buttato l’anno per persona

Secondo alcuni calcoli, ogni cittadino francese butta nel bidone della spazzatura 20-30 chili di prodotti alimentari all’anno.
Un «crimine» che costa al Paese circa 20 miliardi di euro.
La nuova legge, che prevede tra l’altro anche una campagna di sensibilizzazione nelle scuole e nelle aziende, fa parte di una serie di misure che puntano a dimezzare gli sprechi entro il 2025.
Le critiche alla legge
Le aziende della grande distribuzione hanno criticato la nuova legge. «I grandi supermercati sono responsabili solo del 5% degli sprechi ma sono gli unici a dovere seguire questi nuovi obblighi», ha detto Jacques Creyssel, portavoce della Federazione del Commercio e della Distribuzione. «Molti di questi punti vendita inoltre – circa 4.500 – hanno già  convenzioni con associazioni caritative».
In Italia gli sprechi valgono mezzo punto di Pil
«In Italia lo spreco alimentare domestico ovvero il cibo ancora buono che finisce nei rifiuti, vale oltre 8 miliardi, circa mezzo punto di Pil», ha spiegato Andrea Segrè, docente di Politica agraria internazionale all’Università  di Bologna e fondatore di «Last Minute Market». «Dall’altra parte l’Istat conta ormai più di 10 milioni di italiani che vivono e si alimentano in condizioni di povertà ».

Federica Seneghini
(da “il Corriere della Sera”)

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LITE BERLUSCONI-SALVINI: IL PARTITO UNICO E’ GIA’ FINITO ANCOR PRIMA DI COMINCIARE

Maggio 23rd, 2015 Riccardo Fucile

TRA EREDI, DINASTIE ED ESTREMISMI: “CON SALVINI NON SI VINCERA’ MAI”

Il partitone unico del centrodestra, che non è mai nato, è già  finito.
E il progetto, com’era prevedibile, naufraga sulla leadership, che Matteo Salvini immagina già  sua e che Silvio Berlusconi non vuole in realtà  cedere a dispetto dei voti che scemano e del tempo che passa.
«Non ci sono eredi e dinastie, ma i cittadini che dovranno scegliere programmi e candidati», avverte il capo del Carroccio all’indomani dell’uscita berlusconiana sul nuovo partito dei moderati.
«Ha detto di voler scegliere il suo erede, lui però non è la regina Elisabetta», lo sferza da Reggio Emilia senza alcuna remora ormai Salvini, il quale sogna di doppiare o quasi le percentuali di Forza Italia a queste regionali.
Il leader forzista sbarca dopo cinque anni a Napoli, prima delle due giornate campane al fianco di Stefano Caldoro.
Le bordate sono da campagna elettorale, ma come va dicendo Berlusconi ai suoi che chiedono spaesati lumi in queste ore, «dobbiamo ormai smarcarci da Salvini ».
E nel giro di un pomeriggio lui lo fa anche in pubblico: «In tutti i Paesi europei, non è con una destra provocatoria che si riesce a catturare il consenso per governare il Paese».
Il partito che verrà  sarà  un affare tutto interno a Forza Italia, al Ncd e a chi vorrà  starci.
Lo conferma anche il coordinatore degli alfaniani Gaetano Quagliariello: «Nel centrodestra del futuro che siamo impegnati a costruire non c’è spazio per Salvini».
Si parte all’indomani delle regionali. Già , ma come? Il successore non c’è, non si vede all’orizzonte.
Il nuovo brand avrà  un richiamo esplicito ai “Popolari”, antidoto al leghismo estremista.
«Ho deciso di dividere il partito in tre grandi aree – ha spiegato Berlusconi a pochi – Il Nord, il Centro e il Sud, ognuno con un suo coordinatore, io sovrintenderò il tutto».
Sarà  la fase transitoria in attesa del vero leader. E le ipotesi già  si sprecano su chi guiderebbe le tre branche.
Attenzione puntata sugli eurodeputati (eletti in più regioni) al Nord, da Giovanni Toti alla giovane ma già  d’esperienza Lara Comi. Antonio Tajani, pur in corsa per la presidenza del Parlamento Ue l’anno prossimo, potrebbe coordinare il centro, in alternativa la già  plenipotenziaria senatrice Mariarosaria Rossi. Mara Carfagna in pole al Sud.
Sull’erede a cui aveva fatto cenno il giorno prima, da Napoli Berlusconi non si sbilancia, con molta evidenza perchè ancora non c’è, come confermano i suoi.
Conferma, prima in conferenza stampa in hotel poi dal palco alla Mostra d’Oltremare, che a guidare i moderati sarà  una figura non selezionata attraverso le primarie perchè quello è un sistema «manipolabilissimo che ha portato i sindaci peggiori in Italia» selezionati a sinistra. Già , ma allora come avverrà  la selezione?
«In democrazia il leader viene scelto dal popolo, solo nelle monarchie il re sceglie il successore», tiene a precisare per spazzare via le voci tornate insistenti sul filo dinastico che porterebbe a Marina se non a Barbara.
Dunque, «ci sono già  protagonisti del centrodestra che saranno in grado di proporsi come leader e saranno gli elettori a decidere».
Andrà  da Fazio domani sera «grazie al cerchio tragico», dice con autoironia guardando Francesca Pascale, la Rossi sotto il palco.
«Renzi e Salvini vanno in televisione 6 ore a settimana noi abbiamo diminuito i consensi perchè per un anno a Berlusconi è stato impedito di partecipare a comizi e interventi tv per una legge applicata in maniera retroattiva », dice riferendosi alla legge Severino.
Peccato che quella norma non preveda affatto quel divieto.
«Io leader?», si schermisce la Pascale al suo fianco, «assolutamente no, l’unico leader è Berlusconi».

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)

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QUEL CHE RESTA DI SILVIO: IL TATUAGGIO SUL POLSO DI “REGINA” FRANCESCA

Maggio 23rd, 2015 Riccardo Fucile

SPARITI I FASTI DECADENTI DEL PASSATO, A NAPOLI DOMINA LA PASCALE

Non ci sono più le donne di una volta, i labbroni sparsi in sala, petti in fuori e gambe tornite e supertacchi in vista.
Quel che resta di Silvio Berlusconi è il suo addetto alle luci, Roberto Gasparotti, l’uomo della calza di Arcore, storica messinscena televisiva, allontanato a dicembre e rientrato ieri in servizio.
“No primarie, ma il popolo sceglierà  il mio successore”
Dopo cinque anni di assenza Silvio Berlusconi plana a Napoli, città  che lo ha festeggiato sia come leader che come predatore, il luogo della politica, dell’amore e della musica.
Le gemelle De Vivo, Noemi e il cantastorie Apicella, ricordate?
Costituivano l’itinerario parallelo e gaudente di un uomo potente e ingordo. Ma l’albergo che lo ospita, il solito sontuoso Vesuvio, oggi replica con mestizia la gloria che fu.
Berlusconi parla con rilassatezza, diremmo svogliatezza, in favore di Stefano Caldoro. Un bravo presentatore, niente più.
Alla sua destra Alessandra Mussolini, ancora candidata ma anch’ella sul finale di stagione a reinterpretare una parte consumata addirittura 22 anni prima.
Fu nel 1993, durante la campagna per il sindaco di Napoli contro Antonio Bassolino, che diede prova di essere una sincera vajassa, popolana arguta e irriverente.
Oggi sembra una figurante. E Silvio un prim’attore riottoso a lasciare il camerino.
“Il mio successore sarà  scelto dal popolo che vota, non dalle primarie. E certo verrà  dal mondo dell’impresa alla guida di una coalizione che spero emargini piccoli leader di piccoli partiti che sul bene della Nazione fanno sopravanzare tornaconti personali”.
L’unica cosa che dice chiara: Salvini non gli piace e non sarà  suo alleato. E la Lega lepenista sperabilmente fuori dalla coalizione di centrodestra.
La compagna: “Marina leader? Silvio non vuole”
Invece è la napoletana Francesca Pascale, giovane e oramai conosciuta lady, che pare più brillante, più in forma, con le idee più chiare.
“Uno come Berlusconi non si trova più. Aveva carisma e aveva i soldi. Forza Italia ha goduto del suo prestigio e anche del suo portafoglio. Chiedere a me del successore è buffo. Vorrei che Silvio non lasciasse mai. Marina? So che il papà  non è d’accordo”.
Nella fenomenologia berlusconiana la donna faceva l’ancella plaudente, o la portaordini disciplinata come la sempiterna Mariarosaria Rossi, badante, tesoriere, assistente e scovaserpenti.
Ma con Francesca la sovversione acquista il piacere di una rivoluzione permanente. Con gentilezza un tizio le ricorda che il presidente sta aspettando.
Lei prende tempo, coperta di un vestito bianco a nido d’api, a suo agio con i cronisti. “Questo partito avrebbe bisogno di una bella riverniciata”. Di nuovo, toc toc, il presidente è lì che freme: “Vedi questo tatuaggio (il suo nome intrecciato a quello di Silvio)? L’ho fatto anche se lui è contrario”.
“L’unico giornale che leggo è il Fatto, dopo colazione…”
Ancora l’assistente che guarda l’orologio. Ancora lei che se n’impippa: “Mi ha regalato l’Harley anche se è contrario che guidi le moto”.
Poi: “Questo partito dovrebbe essere molto più battagliero sui diritti civili. Guarda l’accendino che ho? Ha i colori della comunità  gay”.
Provocatoria: “L’unico giornale che leggo è il Fatto. Ma dopo colazione, per difendere il mio stomaco”. Pascale sembra Berlusconi. È lei ad avere le idee chiare. “Ci siamo alleggeriti di tutti i trasformisti. Li abbiamo consegnati a quelli là . A De Luca”.
Lui è ancora attorniato dall’ineffabile Giggino ‘a Purpetta, un produttore di voti ad alta intensità  che oggi fa avanzare suo figlio Armando, con l’incredibile slogan “ora tocca a noi” verso il seggio di consigliere regionale.
Il giovane Armando Cesaro, tranquilli, sarà  tra i più votati in Campania e in lizza, se dovesse andare in porto la riforma costituzionale, a divenire senatore. Il papà  è deputato.
Tutto si tiene. Berlusconi è inchiodato al suo passato come al doppiopetto Caraceni. Una forza oscura lo spinge sempre al mondo che fu: “Di Nicola Cosentino posso dire politicamente tutto il bene possibile. Sulle altre cose non ho elementi per commentare”.
Cosentino, ora a Poggioreale, era il punto di forza, il centro di gravità , lo snodo risolutore e coordinatore delle mille correnti e famiglie di cui si componeva Forza Italia.
Che adesso è smunta, anche se Stefano Caldoro, faccia pulita e toni moderati, non ha avuto remore a coinvolgere — al pari del suo principale competitore — volti oggettivamente disperanti.
Il cambio di stagione: ora qui non c’è più nessuno
Ma il voto non puzza al punto che a mezz’ora di auto da qui Matteo Renzi va — con pari controvoglia — a inscenare un siparietto a favore di Vincenzo De Luca, un candidato tecnicamente e formalmente impresentabile.
La verità  è che al Sud il limite del pudore può essere oltrepassato senza mai pagare dazio.
La piccola rappresentanza di fedelissimi che raggiunge l’hotel Vesuvio per acclamare (con tiepidezza) il ritorno in città  dell’ex potentissimo Caimano sembra una trincea sguarnita rispetto a quella che affolla la giornata salernitana dell’imbarazzato premier a fianco di De Luca.
Cinque anni fa erano tutti qui, oggi sono di là .
Il cambio di stagione, appunto.

Antonello Caporale
(da “il Fatto Quotidiano“)

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LEGGE ANTICORRUZIONE: PIU’ PRO CHE ANTI

Maggio 23rd, 2015 Riccardo Fucile

LE NOTE DOLENTI SONO PREVALENTI

È cambiata così tante volte, la legge Anticorruzione, nei suoi 797 giorni di tira-e-molla parlamentare da quando Piero Grasso la presentò a inizio legislatura a quando l’altroieri la Camera l’ha licenziata definitivamente, che a commentarla a botta calda si rischiava la labirintite.
Perciò ci siamo presi un giorno e ora siamo quasi pronti.
Buona o cattiva legge? Buona e cattiva insieme.
Buona anzitutto per il fatto stesso che sia stata approvata una legge con quel nome, “Anticorruzione”, che in un Parlamento molto Pro, con oltre 100 fra condannati, imputati e inquisiti, senza contare i loro avvocati, è peggio dell’aglio per i vampiri, del drappo rosso per i tori e dell’acquasanta per i demòni.
Buona, poi, perchè allontana per un po’ i condannati dai rapporti con la Pubblica amministrazione.
Buona, infine, perchè aumenta le pene sia massime sia minime — ora di poco, ora di molto — per la corruzione, il peculato e l’associazione mafiosa (non però per la concussione, la corruzione internazionale e l’autoriciclaggio); dunque sposta in avanti — ora di poco, ora di molto — la scadenza della prescrizione, notoriamente calcolata sul massimo della pena.
Basta tutto ciò per cantare vittoria, come fanno i tg e i giornaloni, o addirittura per dire che “stiamo cambiando l’Italia” e che “la prescrizione non sarà  più possibile” come fa Renzi?
No, non basta. Ci vuole ben altro per cambiare l’Italia (per esempio, escludere gli impresentabili dalle proprie liste anzichè imbarcarli a vagonate come fanno FI, Ncd e Pd), e anche per rendere impossibile la prescrizione.
Purtroppo, al di là  della propaganda, le note dolenti sono prevalenti.
1) La corruzione più grave, quella per atto contrario ai doveri d’ufficio (cioè il delitto del pubblico ufficiale che viola la legge e abusa del proprio potere in cambio di soldi o favori), oggi punita fino a 8 anni, lo sarà  fino a 10.
Prescrizione impossibile? Macchè: allungata di soli 2 anni, troppo pochi per garantire la conclusione del processo, specie nei tribunali più intasati.
Idem per le fattispecie di corruzione meno gravi, cioè quelle di chi si fa pagare per un atto dovuto o comunque non illegale.
2) Il governo ha scriteriatamente stralciato la riforma generale della prescrizione, che arriverà  solo dopo le elezioni: e lì l’Ncd, in cambio del suo ok all’Anticorruzione, ha già  ottenuto che se ne riducano vieppiù i modici effetti positivi.
Cioè: con una mano (Anticorruzione) il governo allunga la prescrizione, e con l’altra (Riforma della prescrizione) si appresta ad accorciarla di nuovo. Roba da schizofrenici, o da delinquenti.
Resta da capire per quale motivo l’Italia sia l’unico paese al mondo dove la prescrizione continua a galoppare anche dopo il rinvio a giudizio, e persino dopo la condanna di primo e financo di secondo grado. O forse lo si capisce benissimo.
3) Il ddl Grasso modello-base metteva fine al pastrocchio della legge Severino, che salva quasi tutti i concussori col trucchetto del nuovo reato di induzione indebita, punibile solo quando si dimostra un vantaggio non solo per l’induttore, ma anche per l’indotto (vedi Berlusconi che chiama il funzionario della Questura per far rilasciare Ruby e viene assolto perchè i vantaggi li ha avuti solo lui e non il funzionario). Ma il testo finale questo passaggio se l’è bellamente mangiato.
4) Il falso in bilancio torna, è vero, a essere un reato sempre perseguibile d’ufficio, senza bisogno della denuncia del socio.
Ma quasi soltanto sulla carta. Le pene, dopo le pressioni delle lobby di Confindustria e delle banche, ascoltatissime a Palazzo Chigi, sono ancora troppo basse. Specie per le società  non quotate (da 1 a 5 anni, che scendono a 6 mesi — 3 anni per quelle sotto i 15 dipendenti), che poi sono la stragrande maggioranza.
Non solo: il falso è reato quando riguarda “fatti materiali” taroccati od omessi nei libri contabili, mentre inspiegabilmente non lo è sulle “valutazioni” mendaci. Risultato: niente custodia cautelare per evitare inquinamenti probatori, fughe o ripetizioni del reato; niente intercettazioni telefoniche e ambientali; e prescrizione pressochè assicurata per tutti. Insomma una legge-spot che rende difficilissimo scoprire i bilanci falsi, improbabile preservare intatte le prove e quasi impossibile punire i colpevoli in tempo utile.
Ma, anche nel caso eccezionale che si arrivi a una condanna, fra attenuanti e sconti vari, il condannato non farà  un giorno di galera.
Nemmeno per le società  quotate: basti pensare che la pena massima, almeno sulla carta, è 8 anni, e la minima è 3: siccome di fatto le pene finali medie si attesteranno sui 4-5 anni, e le ultime leggi svuotacarceri prevedono la cella per le pene superiori ai 5, tutti i condannati resteranno a piede libero.
5) Giusto prevedere attenuanti (con sconti fino a 2 terzi della pena) per i corruttori pentiti che denunciano spontaneamente i corrotti ancora ignoti ai giudici, ma — salvo crisi mistiche — non è questa la strada migliore per rendere più difficile la vita ai ladri in guanti gialli. La via maestra è quella seguita negli Stati Uniti: il “test di integrità ”, cioè la presenza di agenti provocatori che inducono in tentazione politici e amministratori offrendo loro tangenti, per saggiarne la correttezza o la corruttibilità . Chi ci casca, finisce dentro. La prospettiva ha giustamente terrorizzato i parlamentari della maggioranza, che infatti hanno respinto con orrore l’apposito emendamento dei 5Stelle.
Evidentemente si conoscono bene, o almeno conoscono bene i propri alleati e vicini di banco.
E hanno voluto evitare che il Parlamento si svuotasse da un giorno all’altro per traslocare a Regina Coeli.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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IL GRAN BLUFF GRILLINO: COMANDINI CAMBIA IDEA, NON SI DIMETTE PIU’, TUTTO COME PREVISTO

Maggio 23rd, 2015 Riccardo Fucile

IL CAPOLISTA CINQUESTELLE NELL’IMPERIESE CHE AVEVA ACCOLTO L’INVITO DEI VERTICI A FARE UN PASSO INDIETRO A CAUSA DELLE SUE AMICIZIE CON FAMIGLIE DELLA ‘NDRANGHETA, TIRA IL PACCO AI GRILLINI: “RESTO CANDIDATO A TUTTI GLI EFFETTI”… E GRILLO TACE

Come volevasi dimostrare: Comandini resta candidato capolista del M5S a tutti gli effetti nella circoscrizione elettorale imperiese.
L’annuncio del “ritiro”, sparata dalla candidata governatice M5S Alice Salvatore a “L’Aria che tira” e ribadita dall’on. Fico e dall’on. Sibilia si rivela solo una grande balla… un bluff.
La sua vicinanza a Carmine Mafodda, dirigente Cinquestelle appartenente a una famiglia con precedenti di crimininalità , e le critiche interne al movimento per la sua candidatura a capolista, avevano indotto i vertici locali a fare pressioni per il ritiro della sua candidatura.
Il 15 maggio l’annuncio di Comandini del suo ritiro dalla competizione elettorale, ampiamente condivisa e ripresa dai vertici M5S, ma mai formalizzata nelle sedi competenti.
A distanza di una settimana il colpo d scena: Comandini resta al suo posto e se eletto (cosa probabile) diventerà  consigliere regionale della Liguria, tra l’imbarazzo del Movimento che non ha ancora preso posizione.
A questo punto viene da chiedersi: andrà  a rappresentare chi?

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IL NUOVO EDITORE DE “L’UNITA'” INDAGATO PER LA BANCAROTTA DI ROTO ALBA

Maggio 22nd, 2015 Riccardo Fucile

LA PROCURA DI ASTI INDAGA SU VENEZIANI PER LE VICENDE DELLA STAMPERIA PIEMONTESE DESTINATA AL FALLIMENTO

Ora per il Pd sarà  più difficile fare finta di nulla.
Perchè il salvatore dell’Unità  Guido Veneziani è indagato dalla procura di Asti per bancarotta fraudolenta e bancarotta semplice relativamente alle vicende della stamperia piemontese Roto Alba, ormai quasi certamente destinata al fallimento.
Gli uomini della Guardia di finanza di Cuneo si sono presentati giovedì 21 maggio nello stabilimento per eseguire il sequestro di alcuni computer e dei libri contabili dell’azienda, mentre al patron del gruppo editoriale è stato notificato un avviso di garanzia.
Con ogni probabilità  sarà  lo stesso Veneziani a presentare per Roto Alba l’istanza di fallimento durante la prossima udienza al tribunale fallimentare di Asti, dopo che due settimane fa il giudice ha respinto la richiesta di prosecuzione della procedura di concordato preventivo.
Il concordato era stato chiesto a novembre, ma da allora la situazione della Roto Alba non si è risollevata, come hanno dimostrato l’episodio del distacco dell’elettricità  e gli stipendi non pagati ai 130 lavoratori, che dopo un lungo sciopero sono stati messi in cassa integrazione pochi giorni fa. Ieri ad attendere i finanzieri, i cui controlli in azienda sono durati mesi, c’erano loro, in presidio davanti alla stamperia. Latitante invece la dirigenza.
Ora toccherà  alla Procura verificare quali siano le responsabilità  di Veneziani nel crollo economico e finanziario di Roto Alba, e se queste responsabilità  abbiano rilevanza penale.
L’editore ha acquisito l’azienda nel 2012, quando il suo gruppo aveva un debito con Roto Alba per circa 5 milioni di euro.
Sulla successiva compensazione tra debiti e crediti tra le società  controllate dalla Guido Veneziani Editore i pm faranno le loro valutazioni.
Va in ogni caso detto che nel 2011 e nel 2012 il bilancio ha registrato un utile, seppur risicato, mentre già  nel 2013 è finito in perdita per oltre 1,8 milioni di euro.
Fino al buco da 12 milioni che ha portato Veneziani ad avviare le procedure per il concordato preventivo.
Per settimane si è vociferato di un interessamento a Roto Alba di Vittorio Farina, altro imprenditore attivo nel settore tipografico.
Nulla però che al momento abbia consentito di salvare la storica stamperia. E ora le indagini che coinvolgono Veneziani, con gli imbarazzi che ne deriveranno per il Pd. Dietro al tentativo di rilancio del quotidiano fondato da Gramsci Veneziani e i democratici sono soci, visto che il 5% della nuova società  Unità  srl è in mano proprio al Pd, attraverso la Eyu srl.
Finora Matteo Renzi e i vertici del partito hanno fatto finta di non vedere i problemi dell’editore nelle altre avventure imprenditoriali. In Italia, come in Francia, dove il suo gruppo ha perso una causa con dei lavoratori dopo il rilancio fallito di una tipografia a Nieppe, nonostante i fondi pubblici già  incassati.
Finora a Renzi è arrivata solo la protesta di alcuni esponenti del Pd di Alba.
Probabile che adesso la presenza di un socio indagato nel salvataggio dell’Unità  non passi inosservata.
Questioni che Veneziani, contattato da ilfattoquotidiano.it, dice di non vedere: “Non capisco quale imbarazzo possa esserci. Non sono preoccupato di nulla. Sono presidente del cda di Roto Alba dal 2012 e non ho mai percepito alcun emolumento. Non ho mai distratto un euro, piuttosto ho messo dentro denaro per cercare di far sopravvivere l’azienda. Le imprese possono funzionare e non funzionare. Non mi sembra che questa sia l’unica azienda in Italia ad essere andata male”.

Luigi Franco
(da “il Fatto Quotidiano”)

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ECOREATI LEGGE PATACCA: ORA ILVA PENSA DI NON PATTEGGIARE

Maggio 22nd, 2015 Riccardo Fucile

LA NUOVA LEGGE RITENUTA “PIU’ FAVOREVOLE AL REO” RSPETTO AL REATO DI DISASTRO INNOMINATO PER CUI I RIVA SONO IMPUTATI A TARANTO

La parola d’ordine è “temporeggiare”. Le dichiarazioni di Matteo Renzi sull’Italia che “riparte da Taranto” all’inizio del 2015 sono ormai un ricordo sbiadito.
La questione Ilva può aspettare. Anche la proposta di patteggiamento dinanzi al Tribunale di Taranto può restare in qualche cassetto del ministero dello Sviluppo economico, che avrebbe dovuto dare il via libera al collegio difensivo dell’azienda in amministrazione straordinaria.
In una riunione tenuta martedì 19 maggio tra il ministro Federica Guidi e la struttura commissariale guidata da Piero Gnudi, presente Paola Severino in veste di consulente legale del commissario, si è deciso appunto di frenare sul patteggiamento.
A quanto risulta al Fatto Quotidiano, nel vertice si è anche parlato del fatto che la nuova legge sugli ecoreati (approvata proprio martedì sera) potrebbe avere un impatto sul processo in corso a Taranto essendo ritenuta più “favorevole al reo” rispetto al reato di “disastro innominato” per cui l’azienda, la famiglia Riva e altri vengono perseguiti a Taranto.
Trovano così una prima conferma i timori finora non ufficiali della Procura e del Tribunale della città  pugliese sugli effetti che la nuova legge sugli ecoreati potrebbe avere sul maxi-processo Ilva.
D’altronde anche magistrati esperti del tema come Gianfranco Amendola, uno dei padri dell’ambientalismo italiano, e Raffaele Guariniello lasciano intendere che il lavoro del Parlamento non sia stato così accurato come ci si aspetterebbe per una normativa attesa da vent’anni almeno.
Intanto il 28 maggio — data in cui è fissata l’udienza preliminare del procedimento “ambiente svenduto” — si avvicina.
I legali dell’Ilva avevano ipotizzato di chiedere l’applicazione di una pena che prevedeva una multa da 3 milioni di euro, l’interdizione per 8 mesi e la confisca di 2 miliardi di euro come profitto del reato.
Nei fatti l’uscita dell’Ilva dal processo penale, però, avrebbe gravato solo sulle tasche dei cittadini: i due miliardi di euro per il risarcimento, infatti, sarebbero stati recuperati grazie a obbligazioni garantite dallo Stato in attesa che fossero svincolati i soldi sequestrati su alcuni conti svizzeri alla famiglia Riva dalla Procura di Milano (che indaga per evasione fiscale) e da usare per il risanamento della fabbrica secondo un decreto del governo di Mario Monti (il Guardasigilli, come si sa, era Paola Severino).
Sul piano giuridico, però, il patteggiamento qualcosa lo avrebbe prodotto eccome: l’ammissione di responsabilità  dell’azienda (cioè il commissario) avrebbe pregiudicato in modo significativo la posizione penale degli altri imputati.
I Riva, infatti, lo hanno interpretato come una sorta di tradimento della struttura commissariale.
Come che sia, qualcosa durante il cammino verso il patteggiamento deve essersi inceppato.
E stando a quanto riferito da fonti interne all’azienda, uno dei principali oppositori alla proposta di patteggiamento sarebbe l’ex ministro della Giustizia Paola Severino che, da consulente legale di Gnudi, difende l’Ilva commissariata nel procedimento in corso al Tribunale di Milano.
L’ex Guardasigilli, peraltro, ha una discreta competenza in tema di disastri ambientali visto che fu nel collegio di difesa della Montedison anche nel caso della discarica di Bussi, in Abruzzo, su cui — dopo le rivelazioni del Fatto Quotidiano — ora indaga il Csm per presunte pressioni sui giudici popolari per far assolvere l’azienda.
Ora, curiosamente, proprio l’ex Guardasigilli che contribuì a scrivere il decreto che consentiva l’utilizzo dei fondi svizzeri, sembra intenzionata a consigliare all’azienda di fare un passo indietro.
Il motivo? Si teme che il patteggiamento a Taranto possa condizionare la banca svizzera spingendola a non svincolare il miliardo e 200 milioni di euro sequestrati alla famiglia Riva.
Un punto che però — secondo fonti aziendali — è particolarmente pretestuoso: “La Svizzera sbloccherà  il denaro solo quando ci sarà  una sentenza definitiva di condanna a Milano”.
Tutti lo sanno, insomma, ma nessuno lo dice.
Un’ipotesi che, visti i tempi della giustizia italiana e un maxi-processo con oltre 50 imputati, non promette bene. Anzi.

Francesco Casula e Marco Palombi
(da “il Fatto Quotidiano”)

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