Maggio 20th, 2015 Riccardo Fucile
PARTITE TRUCCATE E CAMPIONATI FALSATI
Due campionati di calcio falsati, quelli in corso di Lega Pro e della Lega Dilettanti.
L’ombra della combine che si allunga anche sulla Serie B, con un paio di partite sospette. Calciatori che si fanno autogol o si fanno espellere apposta, dirigenti che truccano le partite, magazzinieri che si vendono le prestazioni dei giocatori.
Finanziatori stranieri del Kazakhstan, della Serbia, della Russia. La mano della ‘ndrangheta
Minacce di morte, pistole e kalashinikov, pure il sequestro di un albanese, Nerjaku Edmond, per un “debito” da 160mila euro dovuto a una partita finita come non doveva.
C’è tutto il brutto dello sport più amato d’Italia, in quest’ultimo capitolo sul calcioscommesse, svelato dall’inchiesta della procura distrettuale di Catanzaro.
E il pm che ha firmato il provvedimento di fermo per 50 persone, Elio Romano, scrive: «Siamo di fronte a un nuovo romanzo criminale. Urge una riforma radicale della normativa che regolamenta tali tipologie di scommesse».
“Dirty soccer”, si chiama l’indagine. E di sporcizia, i poliziotti della squadra mobile di Catanzaro e dello Sco diretto da Renato Cortese, ne hanno ascoltata parecchia in sei mesi di intercettazioni.
Sono finiti in galera in cinquanta, tra presidenti di società (Mario Moxedano del Neapolis, Antonio e Giorgio Flora del Brindisi), dirigenti sportivi (11), allenatori (2), calciatori (12), faccendieri e finanziatori.
Sono accusati di associazione per delinquere finalizzata alla frode sportiva, alcuni con l’aggravante mafiosa perchè favorivano la cosca Iannazzo di Sambiase-Lamezia Terme.
Gli indagati sono una settantina e le partite truccate 28, di cui 17 di Lega Pro e 11 di serie D. Le squadre coinvolte sono 33: dalla Pro Patria al Monza, dalla Torres all’Aquila, dalla Juve Stabia alla Cremonese.
Il procuratore della Figc Stefano Palazzi, che ha già preso contatti con il capo della Dda di Catanzaro Vincenzo Lombardo, dovrà intervenire per riscrivere le classifiche, con i play off e i play out in corso
Un terremoto, dunque. Scoperto grazie a una telefonata tra il boss della ‘ndrangheta Pietro Iannazzo e il presidente del Neapolis (milita nel girone I della Serie D) Mario Moxedano.
Da lì gli investigatori sono arrivati a scoprire due distinte organizzazioni criminali che agivano, una sulla serie D e una sulla Lega Pro, per truccare gli incontri.
Comprare una partita di Lega Pro costava tra i 40 e i 50mila euro, ma a volte ne bastavano 5mila per avere la disponibilità dei calciatori.
La prima ruotava attorno alle figure di Moxedano, Antonio Ciccarone, ds del Neapolis, e Iannazzo.
I tre, con la collaborazione di dirigenti, organizzano le frodi per portare il Neapolis alla promozione. La stessa cosa, ma in un altro girone, facevano i dirigenti del Brindisi.
La seconda associazione aveva invece al vertice Fabio Di Lauro, ex calciatore e faccendiere, e i due soci occulti della Pro Patria Mauro Ulizio e Massimiliano Carluccio.
Di Lauro era il referente unico dei «signori delle scommesse dell’est Europa», serbi e sloveni soprattutto, ma anche russi ancora da identificare, che tiravano fuori i soldi per corrompere i calciatori, prima, e scommettere sulle combine, poi.
Fabio Tonacci e Francesco Viviano
(da “La Repubblica”)
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Maggio 20th, 2015 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DEL CENTRO STUDI IMPRESA LAVORO: SIAMO IL FANALINO DI COSA IN EUROPA, PEGGIO DI NOI NESSUNO
Altro che crescita: per il quattordicesimo trimestre di fila, il Pil italiano fa segnare un
andamento peggiore di quello della media dell’Unione Europea.
Un’analisi del Centro studi Impresa Lavoro (condotta analizzando le rilevazioni che misurano lo scostamento rispetto al trimestre precedente) rivela infatti che dall’insediamento del Governo Monti ad oggi il nostro Prodotto interno lordo è sempre andato peggio della media dei nostri partner europei.
Il +0,3% fatto segnare nel primo trimestre del 2015 non deve trarre in inganno.
Se guardato in chiave comparata si tratta di un dato tutt’altro che esaltante: la media dell’Europa a 28 cresce dello 0,4%, la Spagna dello 0,9%, la Francia dello 0,6%. Come noi crescono sia Germania che Regno Unito, ma con una piccola differenza: questi Paesi hanno sempre fatto sensibilmente meglio di noi in tutti i 13 precedenti trimestri.
E solo in un trimestre su quattordici non siamo risultati gli ultimi in assoluto tra i grandi Paesi europei: è accaduto nel terzo trimestre del 2012, quando la Spagna ha fatto leggermente peggio di noi (-0,30% contro -0,20%).
Concretamente questo significa che — fatto 100 il Pil nel terzo trimestre 2011 — quello italiano vale oggi in termini reali 95,4 contro una media europea di 101,8.
Ci battono praticamente tutti i Paesi: negli ultimi 14 trimestre il Regno Unito ha visto crescere il suo Pil del 6%, la Germania del 3,8%, la Francia dell’1,1%, la Spagna dello 0,5%.
Il reddito prodotto in Italia è invece sceso del 4,6%.
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Maggio 20th, 2015 Riccardo Fucile
“MEGLIO IL VECCHIO CODICE PENALE DEGLI ANNI ’30”
Vent’anni per averla, tre elementi per renderla inutile, se non dannosa”.
A spiegare le criticità della legge sugli ecoreati — che ieri è passata in carrozza in Senato — è il procuratore capo di Civitavecchia, Gianfranco Amendola, uno dei padri dell’ambientalismo italiano: “Il primo problema si pone sul termine ‘abusivamente’: mette paletti rispetto alla punibilità di alcuni importanti reati come il ‘disastro ambientale’. La legge non prevede che sia punito chi commette un omicidio ‘abusivamente’ o chi provoca un incendio ‘abusivamente’. È un termine superfluo”.
E allora perchè lo hanno scritto?
Per accontentare Confindustria, che vuole sempre avere la ‘certezza del diritto’. Hanno paura che, pur rispettando tutte le leggi ambientali, le imprese finiscano sotto processo. Ma è un falso problema. Qualsiasi studente di diritto penale sa che non esiste la responsabilità oggettiva, si è puniti solo se si agisce con dolo o colpa: cioè, nel nostro caso, imprudenza, imperizia, negligenza e inosservanza di norma.
Insisto: perchè abusivamente?
Per avere un termine che condizioni la punibilità . Quella parola è già nel Testo unico ambientale, ma si riferisce a “chi gestisce abusivamente ingenti quantità di rifiuti”. La precisazione è necessaria, perchè non si può perseguire chiunque gestisca rifiuti, ma solo chi lo fa senza autorizzazione. In questo caso però mi chiedo: come può una persona essere autorizzata a commettere un disastro?
C’è chi contesta questa sua interpretazione.
In audizione in Senato, a settembre, Confindustria ha sostenuto esattamente la tesi secondo cui “abusivamente” significa “senza autorizzazioni”. Davano per scontato che, se un’azienda è autorizzata, non sia punibile per disastro ambientale. Solo che non gli bastava: siccome per la Cassazione un’autorizzazione illegittima non esiste, volevano che “abusivamente” coprisse anche questi casi. La responsabilità della ditta dovrebbe insomma scattare solo in caso di corruzione. La tesi di Legambiente, invece, che sostiene che l’avverbio estende il campo di applicazione della legge non ha senso. Semplicemente, hanno trovato un compromess
Cioè?
Gli industriali non hanno contrastato il ddl, ma hanno preteso che restasse il termine. Le leggi sono frutto di compromessi.
Quali saranno le conseguenze?
Ce n’è una sola per l’indefinitezza dei termini e la presenza di aggettivi vaghi come “significativo deterioramento” dell’ambiente: si lascia spazio all’interpretazione e diventa più difficile accertare il reato.
Cosa ne pensa delle pene?
Secondo punto critico. Non credo che la difesa del territorio si faccia con la galera, ma ci sono normative Ue che richiedono sanzioni “efficaci, proporzionali e dissuasive”. Questa legge prevede, per il disastro ambientale, una pena fino a 15 anni di reclusione. Poi però dice che nell’ipotesi di disastro colposo — cioè quello che succede sempre, perchè solo i terroristi lo causano di proposito — la pena si riduce a cinque anni. Uno scippo ne ‘vale’ sei. Poi c’è il “ravvedimento operoso”: se chi sta commettendo il reato ambientale si ravvede e cerca di sistemare le cose, può puntare allo sconto di due terzi della pena. Ci manca che gli diano un premio.
Qual è il terzo punto critico?
Reati già previsti, ma che non costituiscono delitto. Chiunque, ad esempio, gestisce una discarica senza autorizzazione potrà avere un termine temporale entro cui mettersi in regola. Le prescrizioni gliele dà la polizia giudiziaria e, se si mette in regola, il processo penale si estingue. Questa legge elimina parte del poco che c’è e il nuovo che porta non è granchè.
Perchè quasi tutto l’ambientalismo italiano sostiene la legge?
Anch’io, come loro, all’inizio pensavo “meglio poco che niente”, ma c’è un limite oltre il quale non si può andare. Legambiente ha replicato alle mie posizioni dicendo che nel 1999 sono stato consulente per una norma simile. Non me lo ricordo, ma non è il consulente che fa le leggi. Una caduta di stile.
Cosa succederà adesso?
In attesa che cambino le condizioni politiche e si possa migliorare questa legge, per fortuna resta in vigore il buon vecchio codice penale degli anni ’30.
Virginia Della Sala
(da “La Repubblica”)
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Maggio 20th, 2015 Riccardo Fucile
I CINQUESTELLE, PUR DI INTESTARSI LO SPOT, APPROVANO SENZA CAPIRE… L’UNICO CHE HA COMPRESO E’ BONELLI DEI VERDI
L’unico a esprimere perplessità sullla legge appena passata al Senato sugli Ecoreati è stato il
co-portavoce dei Verdi Angelo Bonelli per alcune evidente e volute falle che lasceranno impunite situazioni come quelle dell’Ilva o di Porto Tolle.
Ricorda Bonelli: ” La legge sugli ecoreati contiene una norma, l’articolo 452 quater, che stabilisce che il reato di disastro ambientale è tale solo se “cagionato abusivamente”. Con questa norma l’inchiesta “Ambiente Svenduto” sull’Ilva, e quindi il processo, non ci sarebbe mai stato. Non si potranno più svolgere i processi contro quelle grandi industrie che impunemente hanno inquinato e attentato alla salute dei cittadini, ma lo hanno fatto in nome di un’autorizzazione dello Stato e quindi non abusivamente, facendo dipendere l’esistenza del delitto da un intervento solo amministrativo quale è il rilascio di un’autorizzazione. ”
Aggiunge Bonelli: ” Oltre al disastro ambientale abusivo questa legge ha un altro punto debole: per essere considerato disastro, il deterioramento ambientale di aria, acqua deve essere misurabile e devono essere compromesse porzioni significative di suolo e sottosuolo. Senza dire, però cosa significa e come si misura. E quali sono le “porzioni significative” del suolo e del sottosuolo?”
E ancora: “Per chi attenta all’ambiente e alla salute dei cittadini, poi, è previsto il ravvedimento operoso con lo sconto della pena del 67 per cento. Ma, domando: perchè il disastro ambientale per essere punito dalla legge deve essere abusivo? Esistono, forse, disastri ambientali non abusivi?”
Autorevoli magistrati, come Gianfranco Amendola e Maurizio Santoloci, da mesi avevano chiedendo, inascoltati, di modificare quelle norme.
Implicitamente il disastro ambientale abusivo è un salvacondotto penale: lo stesso, con diversa scrittura, che è stato concesso a chi gestisce l’Ilva di Taranto, città dove i bambini si ammalano di tumore per un +54% rispetto alla media nazionale.
Ecco perchè la nuova legge è una grossa patacca, uno spot elettorale di cui anche i grillini hanno dimostrato di non capire le conseguenze.
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Maggio 20th, 2015 Riccardo Fucile
LA VITA NEL LUSSO LA PAGA PAPI COI RIMBORSI… NORBERTO ACHILLE REGOLAVA MULTE E SPESE CON I SOLDI DELL’AZIENDA
«Papà , sono contento di ciò che sono diventato. E un po’ è anche merito tuo, per cui grazie per ogni singolo momento». Firmato «Tuo figlio Marco».
Il messaggio è di Marco Achille, figlio trentacinquenne di Norberto Achille, il presidente di Ferrovie Nord indagato della Procura di Milano con l’accusa di peculato.
Al manager, che aveva annunciato le sue dimissioni, sono contestate maxi spese a favore dei familiari: 124mila euro solo di conti telefonici, guida privata dell’auto blu, carte di credito usate per pagare vestiti, mobili, alberghi e cene.
Perfino le scommesse sportive.
Non solo: nella lista ci sono anche 124mila euro di multe accumulate da uno dei figli alla guida delle Bmw aziendali. E pagate attingendo alle casse di Ferrovie Nord, alla faccia dei pendolari lombardi.
Tutto questo denaro, secondo l’accusa del Pm Giovanni Polizzi, sarebbe servito a garantire la vita bella del figlio, un giovane che ama gli orologi di lusso, le gite in motoscafo e i pranzi gourmet, e che non disdegna gli affari: segue infatti numerose società , fra cui — come può rivelare l’Espresso – una Ltd registrata a Londra in cui è coinvolto anche il padre.
Un uomo a cui l’esuberanza dei rampolli è costata cara: «Le intercettazioni sembrano ricondurre le disinvolte prassi di spesa soprattutto ai comportamenti dei figli e alla mancata forza del padre di porvi argine», scrive infatti Luigi Ferrarella su Il Corriere della Sera .
«Il manager», spiega il suo avvocato Gianluca Maris, «aveva iniziato a restituire il denaro: era stato lui stesso a chiedere il rapporto che aveva evidenziato i conti fuori controllo, concordando con l’azienda i rimborsi delle spese ingiustificate».
Mannaggia ai lussi, insomma. Ed eccoli i figli, Marco e Filippo.
In Rete è più riservato il secondo, più estroverso il primo, sorridente dal torso scolpito fra autoritratti in barca, selfie-con-scultura-del-Duce, pranzi al “Bistrot” di Forte dei Marmi (frequentato anche da Belen), pose muscolari in stile Baywatch e party alla moda.
C’è anche lo scatto orgoglioso del polso con indosso un orologio da 54mila euro : un Royal Oak Audemars Piguet tempestato di brillanti.
Tra i televisori al plasma, i pavimenti di marmo, la casa nuova su due piani in centro e lo champagne, sui social network di Marco compare a sorpresa anche l’immagine frugale di Papa Francesco, per la Benedizione Apostolica “impartita di cuore” da Sua Santità al papà Norberto Achille il 13 dicembre 2013. E pubblicata dal figlio poco dopo.
Prima il piacere, poi il business. Achille padre infatti ha gestito fino all’aprile scorso la “Palladium 2013 Limited”, una società di Londra che era stata amministrata anche dal figlio (uscito di scena nel 2014) insieme a uno dei fondatori dello studio di commercialisti di Milano dove lavora.
La società londinese, pur avendo un capitale minimo, possiede il 50 per cento di una holding che a sua volta controlla un’immobiliare di Bratislava dal capitale milionario, la “Retail Slovakia”, specializzata nella compravendita di appartamenti e uffici.
Anche a Milano, Marco Achille, oltre al suo impiego come commercialista, ha a che fare con dimore e palazzi. È infatti titolare e amministratore unico dell’immobiliare Techimm srl (ora Techfin), che possiede beni in via della Chiusa, nel pieno centro di Milano, alle spalle della Basilica di San Lorenzo.
È poi socio di un’altra immobiliare e consigliere di una terza, oltre che fondatore di una palestra di Boxe, intestatario del 25 per cento di un’azienda che si occupa di commercio all’ingrosso per articoli medicali e di una “New Parking company” inattiva.
Nonostante tutto questo, e nonostante due appartamenti di proprietà , uno a Basiglio (il comune con i redditi pro capite più alti d’Italia, da quando Silvio Berlusconi inaugurò Milano3) e uno nel capoluogo, nell’ultima indicazione pubblica dichiarava un reddito imponibile di 28mila euro.
L’informazione arriva dalla sua “scheda per la trasparenza” pubblicata sul sito web del Comune di Milano.
Già , perchè il figlio del manager ed ex assessore di Forza Italia Norberto Achille ha anche un incarico pubblico: siede nel collegio dei revisori della Fondazione Milano , l’ente che coordina l’attività culturale ed educativa delle scuole civiche di musica, cinema e teatro.
È stato nominato il primo marzo del 2012 e lì resterà fino all’aprile del 2016, percependo un gettone di 41 euro a presenza e un fisso di 5mila euro.
Un bel record per un giovane di 35 anni.
Francesca Sironi
(da “L’Espresso”)
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Maggio 19th, 2015 Riccardo Fucile
LA BOSCHI ANNULLA LA VISITA A BARI… RENZI TEME DI PERDERE IL CONTROLLO DEL SUD E FA IL TIPO PER CALDORO, PIU’ FUNZIONALE AL SUO PROGETTO DI PARTITO DELLA NAZIONE
Il primo indizio è nell’agenda di Matteo Renzi dove, al momento, non sono ancora state fissate
le date delle sue discese nel Sud, a sostegno di Vincenzo De Luca e di Michele Emiliano.
E anzi, complice la tragedia di Secondigliano e il lutto cittadino, qualche giorno fa il premier non è andato a Napoli dove aveva in programma un solo appuntamento “istituzionale”, l’inaugurazione della metro napoletana.
Su De Luca ormai l’imbarazzo, complice la vicenda degli impresentabili in lista, è palpabile, al punto che un osservatore molto attento, come il filosofo ed ex parlamentare Biagio De Giovanni in un’intervista al Mattino (a cui non ha replicato nessuno dei big del Pd) dice: “L’impressione che si ha è che De Luca non sia completamente gradito a Renzi. Una sua eventuale sconfitta gli toglierebbe il problema della destituzione e del reintegro. La neutralità del premier nasce anche dalla voglia di non sentirsi responsabile del caos che deriverebbe dal successo dell’ex sindaco di Salerno. Per questo un 5 a 2 potrebbe andargli bene”.
E se in Campania — paradossalmente ma non troppo — nell’ottica di Renzi il male minore sarebbe la vittoria di Caldoro, in Puglia non è in discussione che il premier sia contento della vittoria annunciata di Emiliano, ma i segnali dicono che la storia è assai più complicata.
Il secondo indizio è l’annullamento della visita del ministro Boschi, previsto per sabato scorso a Bari, alla manifestazione faraonica a sostegno di Emiliano prevista al Cus Bari.
E se più indizi fanno una prova, non è difficile intravedere dietro la formula di rito degli “appuntamenti istituzionali” (usata per giustificare l’assenza dalla ministra, che al suo posto ha spedito il sottosegretario Scalfarotto), la prova.
Già , la prova di quello che Lello Parise sulla Repubblica di Bari chiama il “grande freddo” tra Emiliano e Renzi.
Un grande freddo che, andando a scavare, ha motivazioni profonde. Politiche.
Il fatto che Emiliano e Renzi si rispettino ma non si amino è chiaro sin da quando, un anno fa, il premier inventandosi le capolista donne, negò a Emiliano di guidare la lista del Pd al Sud e l’altro rinunciò al seggio alle Europee.
Ed è chiaro sin da quando il potente sindaco di Bari, il cui nome girava per un incarico di peso nel governo Renzi, non fu coinvolto nel nuovo esecutivo.
Ma negli ultimi giorni si sono consumati strappi tutti politici culminati con l’annullamento della visita della Boschi.
La fotografia della tensione tra Emiliano e Renzi sta nella fascetta nera al braccio, esibita in segno di lutto, che i consiglieri comunali del Pd al Comune di Bari portavano al braccio.
Il lutto lo spiega il capogruppo del Pd Marco Bronzini: “È la nostra protesta contro la riforma della scuola. Il disegno di legge non è emendabile: il governo Renzi non può passare alla storia per la distruzione della scuola pubblica. Il mondo della cultura è indignato”.
Parole da opposizione (e pure dura).
Come parole da opposizione (e pure dura) sono quelle che ha messo nero su bianco in un ordine del giorno, qualche giorno prima, la direzione regionale del Pd di Emiliano (che ricopre anche la carica di segretario regionale).
Il documento approvato impegna “i parlamentari pugliesi del Pd a mettere in campo tutte le azioni possibili perchè il ddl sulla “Buona Scuola” venga ritirato dal governo” perchè prefigura “un modello di scuola-azienda in profondo contrasto con l’idea da sempre vincente della scuola comunità educante fondata sull’inderogabile principio della libertà di insegnamento”.
Ecco, il Pd pugliese di Emiliano, nel pieno delle contestazioni al governo e con i sindacati in piazza, si schiera apertamente contro palazzo Chigi sulla scuola.
Un profilo gauchistes che secondo i più maliziosi della cerchia ristretta di Renzi lascia già intravedere le ambizioni (o le velleità ) di leadership nazionale di Emiliano nel ruolo futuro di anti-Renzi: “La sua partita — dice un renziano di ferro — è chiara.
Renzi non controlla più di tanto il partito al Sud. In Sicilia c’è Crocetta, in Calabria Oliverio che si definisce comunista, in Campania rischia di vincere De Luca e in Puglia Emiliano. Emiliano vuole mettersi a capo di questo partito del Sud e puntare al prossimo congresso”.
Sia come sia è certo che più volte l’ex sindaco di Bari ha intonato il controcanto al governo, come sul caso dell’infrastruttura Tap – il gasdotto trans-adriatico – che a Renzi (e a Blair) sta molto a cuore: “Tutta la Puglia — ha detto Emiliano — non ci sta”. E pure sulle pensioni ha detto: “Se pensano di rimediare toccando i fondi per il Mezzogiorno, avranno a che fare con me”.
A conferma che il “caso” non è banale le parole di Lorenzo Guerini, il mediatore, arrivato a Bisceglie proprio per provare a stemperare il clima: “Emiliano ha la caratteristica di essere diretto, poco incline a usare la diplomazia… Nessuno gli chiede di iscriversi al pensiero unico. Non inventiamo polemiche. Ci sarà occasione in futuro per misurarsi col presidente del Consiglio. Al momento mi sento di escludere che ci sia tensione fra i due, al massimo diversità di vedute”.
E se la colomba Guerini parla di diversità di vedute, significa che la tensione non è ricomposta.
Come non è ricomposta con Vincenzo De Luca, al punto che inizia a circolare in ambienti informati del Pd la tesi che “per come si è messa, Renzi auspica una vittoria di Caldoro”.
Per il partito della Nazione in fondo è meglio lui dell’indomabile De Luca.
Con lui, sotto la linea Gotica palazzo Chigi avrebbe un “nemico” in meno.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 19th, 2015 Riccardo Fucile
UN PARTITO TRASFORMATO IN GUARDIANO DEGLI INTERESSI DI ARCORE
La grande fuga è pronta. Di più: è già iniziata.
Cessioni importanti, aziende e capitali freschi da dividere tra figli e nuovi investimenti, un partito da mantenere in vita soltanto come lobby istituzionale.
Da offrire al miglior offerente. «Prima pensavo Renzi, ora non credo ».
Nel declino triste di un impero, prende forma l’exit strategy di Silvio Berlusconi.
Fuga dal palcoscenico, naturalmente, non significa solo salpare per Antigua. Piuttosto dare ascolto agli uomini-azienda come Fedele Confalonieri ed Ennio Doris, governativi a prescindere. «Metti tutto in sicurezza, Silvio ».
Si intravede così, dietro la polvere di una campagna elettorale pasticciata, un “nuovo Silvio”. Identico al “vecchio Silvio”, che manovrava dietro le quinte del potere.
«Come ai tempi di Bettino».Un partito trasformato in guardiano degli interessi di Arcore.
Alla soglia degli ottant’anni, incandidabile fino al 2019 a meno di un miracolo della Corte di Strasburgo, indebolito nella voce e costretto a ostacolare un delfino dietro l’altro, Berlusconi si immagina “regista”.
«Sostiene di voler essere il padre nobile del centrodestra — ragionava pochi giorni fa Angelino Alfano — Non è la prima volta, bisogna vedere se stavolta è vero».
Molto dipenderà dal voto amministrativo di fine mese.
Se restassero solo le macerie, la prima opzione — anche se pubblicamente smentita — diventerebbe il soccorso azzurro a Palazzo Chigi.
Limitato alle riforme, per tornare centrali e difendere le aziende. Non è detto che finisca così.
Perchè Berlusconi è disposto a spendere quel che resta della sua creatura nella missione politica più conveniente. «Mi piacerebbe aggregare i moderati », è il ritornello.
Oppure, in assenza di leader emergenti (i test sulla figlia Marina non offrono riscontri soddisfacenti), sostenere a tempo debito la cavalcata dell’alleato Matteo Salvini.
A chiunque, d’altra parte, farebbero comodo le molteplici risorse dell’ex premier.
Un passo dietro i riflettori, come ai tempi di Bettino.
E Forza Italia? Magari con un restyling, resterebbe una filiale del cerchio magico di Francesca Pascale e Maria Rosaria Rossi, Deborah Bergamini e Giovanni Toti.
Neanche l’imbarazzante 4% in Trentino ha stravolto gli equilibri, semplicemente perchè la batosta politica lascia indifferente il capo.
«Giocherà dietro le quinte — sussurra Raffaele Fitto, che questa dinamica l’ha capita prima di altri — Oggi si è lasciato scappare la verità , quando ha detto di essere ormai fuori dalla politica. E quindi è normale che quando gli parlo di primarie e di politica, lui giustamente si scoccia: si sta occupando di Milan e aziende… ».
Aziende e Milan, si diceva. Lo schema è sempre più chiaro.
E i segnali si moltiplicano, nonostante i continui stop and go. Una quota della società rossonera finirà in mani cinesi, ma un ruolo di primo piano — e probabilmente di controllo — sarà occupato dalla figlia Barbara.
Marina governa e continuerà a governare Mondadori, mentre la posizione di Pier Silvio in Mediaset è stata rafforzata solo due settimane fa: confermato vicepresidente, ha aggiunto anche l’incarico di amministratore delegato.
La “promozione” del secondogenito si consuma mentre si ragiona di una cessione a Sky di Mediaset Premium e di un riassetto complessivo delle partecipazioni, che coinvolgerebbe anche i francesi di Vivendi (è di pochi giorni fa un faccia a faccia parigino tra l’ex premier e Vincent Bollorè).
Anche Luigi ed Eleonora verranno consolidati nelle rispettive posizioni.
Sul fronte politico vanno salvate almeno le apparenze.
Per questo gli ultimi dieci giorni di campagna elettorale condurranno Berlusconi in Campania per l’intero week end. E poi ancora in Veneto, Umbria e Marche.
Difficilmente basterà a limitare i danni, visto che la frantumazione di Forza Italia è ormai evidente.
Dei centonovantacinque parlamentari eletti nel 2013, ne resteranno meno di cento dopo la scissione di Fitto. Un disastro.
Eppure: «A noi fittiani neanche ci cercano più ammette Pietro Laffranco — perchè tra loro è passata la linea del “meno siamo, meglio stiamo”».
È la stella polare del cerchio magico, in effetti.
E non a caso, adesso, nel mirino c’è Denis Verdini. Meno siamo, meglio stiamo. «Vedremo cosa accadrà il primo giugno…», si tormenta il verdiniano Ignazio Abrignani. Nulla di buono, ad occhio.
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica“)
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Maggio 19th, 2015 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DELL’INPS: “DAL 2008 LE FAMIGLIE INDIGENTI SONO PASSATE DAL 18% AL 25% DEL TOTALE”… “SUBITO UN REDDITO MINIMO ALMENO PER GLI OVER 55”
Un aumento di un terzo in sei anni. Le famiglie italiane che vivono sotto la soglia di povertà
sono passate, durante la crisi, dal 18 al 25% del totale.
E le persone coinvolte, che erano 11 milioni, sono salite a 15 milioni.
Lo ha detto Tito Boeri, presidente dell’Inps, in audizione in commissione Affari sociali alla Camera.
“È la povertà il nodo centrale” per l’Italia, ha avvertito l’economista.
“Il 10% più povero nella distribuzione dei redditi ha subito una riduzione del 27% del proprio reddito disponibile, mentre il 10% più ricco della popolazione ha subito una riduzione del 5%”.
Quanto al ceto medio, “ha subito una riduzione del reddito del 5%”.
A conti fatti, dunque, “i costi della crisi sono sulle persone più povere del Paese”. E sulle più deboli, considerato che la crescita della povertà ha riguardato soprattutto la fascia dai 55 ai 65 anni, i giovani e le famiglie con figli.
Per altro questo declino, ha attaccato Boeri, “non era inevitabile. Altri Paesi che hanno conosciuto crisi di entità comparabile alla nostra”.
Qual è il problema, allora? “Noi non abbiamo un sistema di prestazione sociale di trasferimenti alle famiglie che sia in grado di contrastare la povertà ”.
Oggi infatti solo il 3% delle prestazioni sociali erogate in Italia va al 10% più povero della popolazione.
Il quadro italiano degli interventi a favore delle fasce deboli è pessimo: “Gli strumenti di contrasto alla povertà necessitano di una efficiente amministrazione delle politiche del lavoro e delle politiche attive: oggi questa capacità in Italia non esiste, in molte regioni non c’è”.
Dopo i dati, la ricetta.
Quella che il cofondatore di lavoce.info ha già proposto più volte: “Le misure di contrasto alla povertà ”, a partire da quelle per la fascia 55-65 anni perchè “dai 55 anni in su è possibile creare delle misure con le risorse di cui già oggi l’istituto dispone” e senza che ci siano rischi di “azzardo morale” (cioè accesso al beneficio da parte di chi non ne ha diritto) dato che a quell’età quando si perde il lavoro lo si ritrova solo nel 10% dei casi.
Questo intervento “non vuole opporsi o essere in contraddizione con quelli di cui necessita la fascia d’età più giovane”, ha spiegato l’economista.
Anzi, “l’auspicio è che il governo, supportato dal Parlamento, affronti questo problema. A quel punto davvero si potrebbe avere un sistema di reddito minimo che supporti l’intera popolazione italiana”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 19th, 2015 Riccardo Fucile
PALAZZO CHIGI PRELEVA UN MILIARDO DAL FONDO AD HOC ISTITUITO DALLA LEGGE DI STABILITà€… DELLA RIFORMA LAVORO PER ORA RESTA SOLO L’ABOLIZIONE DELL’ARTICOLO 18
La favola dei “carri armati di Mussolini” torna sempre buona nella politica italiana. Almeno a giudicare da quanto deciso dal Consiglio dei ministri e annunciato dal ministro del Lavoro, Giuliano Poletti: “Spostiamo un miliardo di euro dal fondo per il Jobs Act e li mettiamo alla cassa in deroga”.
Il testo diramato dal Consiglio dei ministri è un po’ più vago: “Sono previsti il rifinanziamento per 1 miliardo di euro degli ammortizzatori in deroga per il 2015 (mobilità e cassa integrazione) e il rifinanziamento dei contratti di solidarietà per 70 milioni di euro”.
Poletti infatti, spiega da dove viene preso il “rifinanziamento”: dal Jobs Act, che viene depotenziato per poter sostenere la più tradizionale e solida cassa in deroga.
Quella, cioè, che esula dalla cassa integrazione ordinaria e straordinaria — finanziate dai contributi versati da aziende e lavoratori — e che invece è tutta a carico della finanza pubblica.
Questa forma di intervento assistenziale dovrebbe via via sparire per essere sostituita, dal 2016, interamente dal nuovo sussidio di disoccupazione, la Naspi e dai suoi addentellati, Asdi (assegno di disoccupazione) e Dis.Coll. (disoccupazione per i collaboratori).
In realtà , ancora nel 2015 resta una delle misure di più pronto intervento per tamponare crisi, più o meno risolvibili, e dare una risposta ai lavoratori che rischiano di rimanere senza lavoro e senza reddito.
Nonostante sia stata ridotta a cinque mesi nell’arco dell’anno.
Si spiega così la decisione del governo di provvedere con un miliardo fresco fresco che servirà sia a sostenere le Cig già deliberate per il 2014 e a finanziare gli accordi che stanno per essere siglati nell’anno in corso.
Solo che i fondi vengono prelevati da un salvadanaio che sarebbe dovuto servire ad altro. “Non è proprio così”, fanno sapere dal ministero, visto che il comma 107 della legge di Stabilità per il 2015, quello dal quale vengono prelevate le risorse, serve anche a finanziare “l’attuazione dei provvedimenti normativi di riforma degli ammortizzatori sociali, ivi inclusi gli ammortizzatori in deroga”, oltre che “i servizi per il lavoro e delle politiche attive, di quelli in materia di riordino dei rapporti di lavoro e dell’attività ispettiva e di tutela e conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro, nonchè per far fronte agli oneri derivanti dall’attuazione dei provvedimenti normativi volti a favorire la stipula dei contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti”.
Come si vede, molte voci e molti problemi per i quali la Stabilità ha stanziato 2,2 miliardi nel 2015 e 2016 e 2 miliardi a decorrere dall’anno 2017.
Possibile che, detratto un miliardo, tutte le altre voci possano restare indenni? Guglielmo Loy, della segreteria Uil, che plaude alla decisione del governo, pensa che non sarà così.
“Le risorse — spiega al Fatto — verranno a mancare, magari a settembre o in prossimità della nuova legge di Stabilità . E allora si procederà di nuovo a ulteriori interventi, magari spostando risorse da altre voci”.
Loy fa riferimento, ad esempio, a quei fondi di solidarietà istituiti dalla Fornero nel 2012 che, in prospettiva della sostituzione della cassa in deroga, sono stati finanziati con lo 0,50% degli stipendi da aziende e lavoratori.
“Ci sono dai 200 ai 400 milioni in cassa, presso l’Inps, che però non possono essere spesi perchè il ministero non ha nominato il Comitato di gestione del fondo”.
Altri carri armati, in questa ipotetica scacchiera della guerra per il lavoro.
Anche la Cgil, con Serena Sorrentino, sottolinea di aver avuto “ragione” a chiedere il rifinanziamento di “ammortizzatori in deroga e solidarietà ”, l’altra voce su cui ieri Poletti ha annunciato lo stanziamento di altri 70 milioni.
Ma poi chiede al governo di riorganizzare davvero il comparto con l’utilizzo di “contratti di solidarietà , il finanziamento della cassa in deroga, la correzione del decreto sulla Naspi”.
Il Jobs Act, in effetti, sembra essere un cantiere tutto aperto in cui spicca solo la cancellazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
Per quanto riguarda l’Aspi e altre forme di sussidio, l’Inps ha diramato solo pochi giorni fa la circolare che consente di fare domanda.
Non è ancora chiaro come sarà gestita la mobilità che ancora ieri è stata rifinanziata.
E non è chiaro su quante risorse, davvero, possa contare il Jobs Act.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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