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GIA’ PRONTO IL VICE DI DE LUCA, IL DEPUTATO BONAVITACOLA, MA ANCHE LUI E’ INCOMPATIBILE

Maggio 30th, 2015 Riccardo Fucile

E’ PARLAMENTARE DA DUE LEGISLATURE E FEDELISSIMO DI DE LUCA: MA DOVREBBE LASCIARE MONTECITORIO

Ogni Putin ha il suo Medvedev. Il Medvedev del Putin di Salerno, alias Vincenzo De Luca, appena issato da Rosy Bindi a capo degli “impresentabili” con bollo dell’Antimafia, è Fulvio Bonavitacola.
Bonavitacola è la ‘sliding door’ della carriera di De Luca. Carriera che sarebbe stata molto diversa se nel 1992 il pm Michelangelo Russo non avesse chiesto e ottenuto l’arresto del sindaco socialista Vincenzo Giordano e di mezza giunta per le tangenti sugli appalti del Trincerone.
De Luca era vice sindaco, divenne sindaco dell’emergenza, vinse nel 1993 con il nuovo sistema dell’elezione diretta e prese il volo.
Tra gli arrestati, la porta che si chiuse per qualcuno e si aprì per qualcun altro, c’era anche l’assessore comunista Bonavitacola.
Oggi l’avvocato amministrativista salernitano, come Giordano uscito assolto dal processo, potrebbe diventare l’uomo sul quale il candidato Pd in Campania si appoggerà  per tirarsi fuori dalle difficoltà  e trasformare un problema in un’opportunità . Bonavitacola, infatti, è il nome più accreditato a diventare il vice presidente della Campania.
E quindi il Governatore facente funzioni. In nome e per conto di De Luca, in attesa che i giudici di ogni ordine e grado (civili, amministrativi e costituzionali) dipanino la matassa della legge Severino. Pazienza se è parlamentare, dunque incompatibile.
La legge gli darebbe qualche mese per optare, e magari nel frattempo De Luca ottiene la sentenza favorevole e si insedia.
Ventitrè anni fa Bonavitacola era nella giunta Giordano. De Luca era il vice sindaco Ds di quella traballante amministrazione, ne divenne sindaco col voto del consiglio comunale e riuscì a tirare la barca fuori dagli scogli di Tangentopoli e a traghettarla verso la vittoria del 1993, la prima con il sistema dell’elezione diretta.
Tutto cominciò da lì, altrimenti chissà  oggi chi sarebbe il candidato del Pd. Formidabili quegli anni.
Disse Fausto Martino, funzionario della Soprintendenza di Salerno e assessore all’urbanistica del primo De Luca: “Mi scelse perchè aveva bisogno di prendere le distanze dall’amministrazione precedente, travolta da Tangentopoli, tramite persone della società  civile che lo garantissero in mondi dove all’epoca era sconosciuto. Io ero apprezzato negli ambienti dell’ambiente e della tutela del paesaggio. La giunta, al cui interno c’erano figure di alto profilo, iniziò a lavorare con un entusiasmo senza precedenti e con grande distanza da ogni logica clientelare”.
Martino è stato assessore per dieci anni e poi se ne è andato in violenta polemica contro le varianti urbanistiche che hanno stravolto Salerno e trascinato De Luca in una serie di inchieste, tra le quali quella sulla riconversione dell’Ideal Standard per la quale è imputato di concussione continuata, il reato per il quale è finito nell’elenco dell’Antimafia. Bonavitacola, invece, è sempre affianco a De Luca.
E’ stato consigliere comunale, assessore, presidente dell’Autorità  Portuale di Salerno. La fedeltà  a De Luca premia.
Fonti salernitane spiegano che l’ex sindaco di Salerno si fida molto di Bonavitacola.
E a lui si rivolge per consigli e pareri. Anche legali.
Bonavitacola, deputato da due legislature (nella scorsa ha presieduto la commissione Trasporti) ha difeso De Luca davanti al Tar, vincendo, nel ricorso del M5S che voleva estrometterlo dalle elezioni regionali.
Non è andata altrettanto bene nella causa di decadenza dalla carica di primo cittadino. Bonavitacola in quel processo civile non era tra gli avvocati dell’ex sindaco che oggi aspira a diventare il primo Governatore ineleggibile e “impresentabile”.

Vincenzo Iurillo
(da “il Fatto Quotidiano”)

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ROSY BINDI: “INDIGNATA SONO IO, SAPEVANO BENE CHI CANDIDAVANO. CHE PARTITO E’?”

Maggio 30th, 2015 Riccardo Fucile

“GIUDICHERANNO GLI ITALIANI CHI USA LE ISTITUZIONI PER FINI POLITICI”

«Indignati? Indignata sono io, io… Lo hanno candidato loro De Luca e sapevano chi era…, sta succedendo una roba fuori dal mondo, ma che Pd è diventato questo? ». Rosy Bindi è nel suo ufficio al quinto piano di Palazzo San Macuto, dopo la “bomba” di Vincenzo De Luca “bollato” come impresentabile.
La presidente dell’Antimafia, la “pasionaria” dem, l’ex presidente del Pd eletta per acclamazione, l’antirenziana che ha sfidato la “rottamazione”( «Ma è la mia ultima legislatura»), lei, Bindi, è in trincea.
Telefonano da Radio Radicale e le chiedono di tenere una diretta perchè tra gli ascoltatori è «un trionfo». «No, no grazie», rifiuta.
Ed è una nemesi davvero strana: essere attacca dai compagni di partito e difesa dai Radicali che la cattolica Bindi ha sempre avversato.
Prova a scherzare, comunque. «Capisco che tra Carbone e l’inferno ci possono essere dei rapporti…». Carbone è Ernesto. È il renziano che la accusa per primo di avere piegato la commissione Antimafia a «vendette interne di corrente partitica».
L’inferno di accuse è quello che la travolge.
Dicono che si è vendicata di Renzi. Che avere inserito De Luca tra gli impresentabili per un reato del 1998, che sarebbe stato già  prescritto se l’ex sindaco di Salerno non avesse rinunciato alla prescrizione, che è stata quindi una sua vendetta politica.
Bindi s’inalbera: «Sono indignata io, certo, che qualcuno voglia con queste accuse senza fondamento delegittimare il lavoro di una istituzione. E la mia storia parla da sola. Non conosco l’uso a scopi personali o di parte delle istituzioni. Non mi appartiene e credo che lo sappiano tutti. Giudicheranno gli italiani chi usa le istituzioni per fini politici, ma certamente non sono io». Però lei ha tolto dal cilindro all’ultimo momento, e all’insaputa di tutti, il “caso” De Luca. Non poteva dirlo prima? Persino il capogruppo dem in commissione Antimafia ricostruisce la cosa così. Pronta la replica: «Tutti sanno e sapevano tutto su De Luca. Da quanti giorni? E la fonte non era certo la commissione. Mi sbaglio o è stato il tema principale di questa campagna? Forse non erano note le posizioni di alcune persone che sono nella lista, ma De Luca è stato candidato con la totale conoscenza e consapevolezza della sua situazione. Cosa cambia da ora?»
Cambia in effetti che c’è il bollino dell’Antimafia, che De Luca viene coinvolto in una lista di impresentabili, alcuni con sospetti di 416bis.
Ma Bindi insiste: «Dovevo usare due pesi e due misure? Io non intendo replicare e abbassarmi a interloquire ad accuse assurde».
Ribadisce che la lista degli impresentabili («Parola che io non uso, qui si tratta di chi non è in regola con il codice») presentata alla vigilia delle elezioni regionali, non ha disturbato la campagna elettorale.
Ma non altera così il voto di domenica?
Sbotta: «Meglio dell’ultimo giorno, potrei dire. La verità  è che tutti hanno fatto campagna liberamente e se la legge mi affida un compito di informare sulle qualità  dei cittadini, quando avrei dovuto farlo? Dopo? Complimenti per il ragionamento».
Nel Pd di Renzi il clima è diventato tesissimo e lo scontro senza esclusione di colpi. Bindi, che ha marcato il suo dissenso persino non partecipando al voto di fiducia sull’Italicum, è a questo punto più vicina a lasciare il Pd di Renzi?
«E perchè mai? – risponde – Non si possono confondere partito e istituzioni». L’ultimo invito lo rivolge ai cittadini perchè vadano a votare: «Gli elettori sono in grado di decidere, il mio è un invito ad andare a votare. Agli italiani non manca certo l’intelligenza di fare delle scelte».
Svicola alla domanda se voterebbe De Luca. La risposta del resto è nel fatto.
«Io voterò in Toscana e sono contenta di farlo in una regione in cui non c’è un dato politico di questo genere».
Un confronto con De Luca? Non se ne parla.

Giovanna Casadio
(da “La Repubblica“)

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DE LUCA, QUEL PROCESSO “OSCURATO” CHE PORTA IL SINDACO NELLA LISTA NERA

Maggio 30th, 2015 Riccardo Fucile

L’ACCUSA DI CONCUSSIONE SUL PROGETTO DI PARCO MARINO AL POSTO DELL’IDEAL STANDARD

Il caso che aveva infiammato il dibattito politico giudiziario a Salerno quasi dieci anni fa, costa adesso a Vincenzo De Luca l’inserimento nella black list degli impresentabili.
Tutto per l’accusa di concussione contestata in un processo da molti dimenticato, quello sul progetto di un parco marino al posto dello stabilimento Ideal Standard.
Il giudizio di primo grado riprenderà  il 23 giugno.
A metà  aprile, l’ex sindaco era pronto a presentarsi in tribunale per rendere dichiarazioni spontanee.
Poi ha chiesto il rinvio a un’altra udienza, da fissare dopo le elezioni.
I fatti si riferiscono al 1998, ma De Luca, che deve rispondere anche di altri reati (abuso d’ufficio, truffa aggravata, associazione per delinquere) ha scelto di rinunciare alla prescrizione.
L’inchiesta era esplosa nel dicembre 2005, quando la Procura aveva chiesto, senza ottenerlo, l’arresto di De Luca e di altri indagati sulla base di intercettazioni telefoniche poi dichiarate inutilizzabili.
Sotto controllo c’era infatti l’utenza di uno stretto collaboratore dell’allora sindaco. De Luca, all’epoca parlamentare, era stato intercettato “indirettamente”, dunque le conversazioni furono distrutte per ordine del giudice e le richieste d’arresto respinte. Anche il ricorso del pm fu rigettato dal Riesame.
L’ipotesi al centro del processo si riferisce un presunto accordo tra le aziende interessate, il ministero dell’Industria e l’amministrazione comunale per far andare avanti, ma solo a determinate condizioni, l’iter di riconversione industriale dell’area. Dopo la chiusura dello stabilimento, Ideal Standard aveva proposto al Comune e all’Asi di acquisire gratuitamente le aree per cederle alla Sea Park, che aveva proposto di realizzare un parco acquatico a tema. Comune e Asi si rifiutarono.
Il progetto si rivelò poi irrealizzabile per ragioni di natura urbanistica.
La concussione è ipotizzata con riferimento agli oneri di urbanizzazione chiesti a vantaggio del Comune a un privato proprietario di suoli.
La difesa dell’ex sindaco di Salerno, rappresentata dagli avvocati Paolo Carbone e Antonio Brancaccio, ha sempre replicato sostenendo, fra l’altro, che il sindaco non ha adottato alcun provvedimento in materia di oneri di urbanizzazione.
«Sono orgoglioso di aver preso decisioni urbanistiche per salvare 250 lavoratori dell’Ideal Standard, e rifarei tutti gli atti esattamente come 17 anni fa», commenta ora De Luca.
Ma il processo “oscurato”, adesso, fa di nuovo discutere.

Dario Del Porto
(da “La Repubblica”)

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CLAUDIA MORI PRECISA: “ADRIANO NON E’ PRO-SALVINI, LA SUA SOLO UNA PROVOCAZIONE PER RISVEGLIARE LE COSCIENZE”

Maggio 30th, 2015 Riccardo Fucile

“POLITICA INCONCLUDENTE E   FALSE PROMESSE: ATTENZIONE IL VASO E’ COLMO”…”ADRIANO NON CONDIVIDE LE IDEE DELLA LEGA, ANZI: IL SUO E’ STATO UN PARADOSSO E UN MONITO”

«Sto cominciando a pensare a Salvini»: l’intervento di Adriano Celentano sul suo blog, dopo l’incidente di Roma causato da un’auto con tre ragazzi rom a bordo (una donna morta, otto feriti), ha lasciato perplessi. Solo una provocazione o l’ endorsement del Molleggiato al leader della Lega? Claudia Mori spiega che il marito vuole solo «risvegliare le coscienze ».
Signora Mori, perchè Adriano ha fatto questa uscita su Salvini?
«Perchè, come molti italiani, è esasperato da tutte le bugie e false promesse che i politici da anni propinano sotto elezioni dimenticandosi subito dopo di metterle in pratica e fregandosene dei veri problemi della gente. Lavoro, salute, scuola, sicurezza, diritti, rispetto delle regole. Se una persona notoriamente mite come Adriano dice che sta “pensando a Salvini”, lancia un grave allarme. Attenzione che il vaso è colmo».
Non ha pensato che Salvini è la stessa persona che vuole radere al suolo i campi rom?
«E secondo lei Adriano sarebbe un razzista? Come si possono dimenticare tutte le trasmissioni, canzoni, interviste, film che ha realizzato per difendere proprio i più deboli? Non può essere messa in dubbio la sua coerenza e onestà  intellettuale per un post che è un monito per risvegliare le coscienze assopite o menefreghiste di chi ci dovrebbe onestamente governare e da anni non lo fa».
Condivide forse le opinioni della Lega Nord?
«Come ho detto non condivide le linee della Lega Nord, a partire dai modi che alimentano la violenza. Ciò che lo ha spinto a scrivere, per come conosco Adriano, è che avverte un serio pericolo ».
Non ha pensato che potesse suonare come un endorsement, visto che ci sono le elezioni?
«Nessun endorsement, anzi. È un paradosso e un monito se una persona pacifista e mite come lui arriva a dire: “Sto pensando a Salvini”».
Si era schierato a favore di Grillo e Renzi, ora li accusa di pensare solo ai voti. È deluso?
«Penso che lo sia in parte perchè dal suo punto di vista non crede a quanto si accalorano a promettere nelle varie trasmissioni o piazze. Tutto questo potrebbe essere anche divertente se poi, una volta al potere, veramente i politici mantenessero quanto promettono durante le campagne elettorali. Invece non sarà  così e lo ha voluto ribadire a modo suo: spiazzandoci».
All’indomani dei naufragi tragici degli ultimi mesi aveva chiesto al premier Renzi di farsi “scafista dell’accoglienza”, quindi pensava agli ultimi. È cambiato qualcosa?
«Non è cambiato nulla. Adriano pensa sempre e solo agli ultimi. Non si può essere un giorno il diavolo e il giorno dopo l’acqua santa. Le tragedie ci costringono a riflettere».
Oggi lui, che si è sempre definito un indipendente, che rapporto ha con la politica?
«È un uomo libero da qualsiasi condizionamento. Per questo credo che i suoi interventi spiazzino… Difende un’idea che ritiene giusta, da qualsiasi parte arrivi».

Silvia Fumarola
(da “La Repubblica”)

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REGIONALI LIGURIA: E SE A MERAVIGLIARE FOSSE ALICE?

Maggio 29th, 2015 Riccardo Fucile

E’ TESTA A TESTA TRA LA PAITA E ALICE SALVATORE, TOTI NON SFONDA

La preoccupazione di Renzi in queste ore di vigilia elettorale non è la Campania dove in fondo De Luca può vincere (e allora Renzi si intesterà  la vittoria) o anche perdere (in questo caso addosserà  la responsabilità  alla Bindi e al mancato passo indietro del sindaco di Salerno), ma la Liguria della renziana doc Raffaella Paita.
Un segnale? Renzi avrebbe dovuto concludere la campagna elettorale in Liguria, ma alla luce degli ultimi sondaggi riservati a sue mani, ha preferito non metterci la faccia e ha mandato le tre ministre Pinotti, Boschi e Madia.
Perchè, secondo varie fonti, negli ultimi giorni la tendenza è cambiata: se prima era una lotta Paita-Toti, ora le cose stanno mutando per l’avanzata di Alice Salvatore, a seguito della quale Toti è ormai fuori gioco e la grillina è a un soffio da Raffaella.
Considerate che Renzi scalò la segreteria del Pd proprio in quanto l’unico capace di frenare l’avanza dei Cinquestelle: perdere la Liguria a vantaggio di Grillo sarebbe ancor peggio che essere sconfitti dal centrodestra.
Ma i segnali che arrivano dalla Liguria destano nel Pd molta preoccupazione: è notorio che la Paita non sia amata dalla base Pd (in provincia di Genova perse le primarie contro Cofferati), è considerata un prestanome di Burlando priva di carisma e la lista del civatiano Pastorino non a caso le ha portato via un 10-12% di voti della sinistra storica.
Fino a 15 giorni fa i sondaggi la davano intorno al 30%, appena due punti sopra Toti, con la Cinquestelle Salvatore al 24%.
Ma se Toti oltre quella percentuale non può andare, la Alice sì: i grillini in Liguria sfondarono in passato il muro del 30% e per vincere stavolta potrebbe bastare anche un 28-29%.   Se qualcuno fosse perplesso ricordiamo che il televoto di Sky dopo il primo confronto a quattro ha visto a sorpresa stravincere proprio la Salvatore con il 37% di gradimento (molto staccati Toti e la Paita). Un segnale che è indicativo del trend in atto. Come si spiega? Con il fatto che Grillo è rimasto dietro le quinte e ha dato spazio a questa ragazza 32enne che “buca” il video, sa comunicare come nessun altro e ha grinta da vendere.
Potrà  bastare per vincere? Molto dipemderà  dalla percentuale di astenuti e dal voto disgiunto, ma la Paita ha il suo fiato sul collo, mentre Toti sta preparando le valigie per tornare all’Europarlamento e chiudere la sua presenza in Liguria.
Il centrodestra non sfonda e la provvidenziale candidatura di Musso con Liguria Libera ha azzoppato ogni velleità .
La presenza di Pastorino da una parte e di Musso dall’altra dovrebbero far comprendere alle coalizioni maggiori che si deve cambiare registro.
Altrimenti non resta che meravigliarsi di Alice e di un boom che terremoterebbe l’impero fondato da Burlando e Scajola.

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FORZA ITALIA: IL PRESENTE E’ AMARO, IL FUTURO È MARA

Maggio 29th, 2015 Riccardo Fucile

SEMBRA LA CARFAGNA L’UNICA IN GRADO DI GUIDARE IL PARTITO DEL FUTURO

Se chiedi in Forza Italia chi sia l’erede di Silvio Berlusconi la risposta di rito è: «Nessuno».
Negli ultimi giorni la risposta è cambiata: «C’è solo uno che aspira a diventarlo. Anzi, una». La deputata che alla vigilia del voto sta percorrendo la sua regione, la Campania, incontri, comizi, conferenze stampa a ritmo indiavolato, chilometri macinati, come se fosse lei in gara per la presidenza e non il suo amico Stefano Caldoro.
Stringe mani, bacia militanti, promuove candidati al consiglio regionale: qualche sera fa un ingresso da star, la scalinata, gli applausi, i jingles della bella stagione berlusconiana, quando toccava a lei aprire le convention nazionali con il Presidente.
E invece era solo l’inaugurazione del comitato elettorale a Sala Consilina del candidato locale.
Pazienza, lei si è prestata all’evento per così dire minore con il consueto professionismo.
Mara Carfagna compirà  quarant’anni alla fine del 2015, è quasi coetanea del premier Matteo Renzi, più giovane di due anni di Matteo Salvini.
Con i due Matteo di governo e di opposizione ha in comune un esordio in televisione, un presente da politica pura e un futuro da leader, forse.
In queste settimane il suo nome è tornato in testa alla lista dei sorvegliati speciali all’interno di Forza Italia.
È bastato che l’ex Cavaliere dichiarasse di vedere bene una donna come prossimo leader dei moderati per scatenare nel partito azzurro le fazioni contrapposte: i conservatori, che vogliono blindare l’attuale equilibrio fondato sull’eternità  di Berlusconi e chi invece è terrorizzato dell’ascesa di Salvini e vorrebbe trovare una figura da contrapporre al capo della Lega.
Qualcosa di più della solita discussione sul dopo-Berlusconi, tema di attualità  da almeno dieci anni, che in genere parte con le migliori intenzioni e si conclude con un nulla di fatto.
Perchè questa volta il partito che ha dominato il centro-destra per più di un ventennio è davvero a un passo dall’implosione post-elettorale, soprattutto se le cose dovessero andare male in Campania (con una sconfitta di Caldoro) e in Liguria (dove contro il Pd si è candidato il coordinatore nazionale forzista Giovanni Toti).
C’è il panico che trascina una parte dei parlamentari in direzione Renzi e un’altra a gravitare intorno al nuovo padrone della destra, Salvini.
Una barca senza rotta che aspetta un segnale di vita dal suo anziano condottiero.
Eppure, nei ragionamenti di Berlusconi degli ultimi giorni di segnali ce ne sono stati. Primo, l’Italicum ormai è legge, la riforma elettorale è una realtà , bisogna fare i conti. Divisi i partiti del centrodestra perdono, va trovato il modo di riunirli, come fece il presidente della Fininvest nel 1994 quando con la nuova legge elettorale (il Mattarellum) costruì un cartello che andava dalla Lega di Umberto Bossi ad An di Gianfranco Fini.
Secondo, il federatore non c’è, non esiste un personaggio come Berlusconi in grado di tenere insieme le anime del centro-destra e di convincere Salvini ad annegare il simbolo vincente della Lega dentro un listone dei moderati.
Serve qualcosa di più: un Renzi, o almeno qualcuno che conquisti la leadership come ha fatto il premier nel centrosinistra. «Renzi è spuntato sotto un cavolo», spiega l’ex premier, ma sa che il cavolo da cui è uscito il leader sono le primarie.
L’ultima volta che nel Pdl hanno provato a organizzarle era la fine del 2012 ed è stato un disastro.
Doveva correre Angelino Alfano, ancora numero due del partito, all’ultimo momento Berlusconi annunciò che si sarebbe ricandidato, fine della ricreazione, tutti i concorrenti si ritirarono in silenzio.
Questa volta, però, la macchina delle primarie potrebbe partire da Arcore, per imbrigliare Salvini e intrappolarlo nel campo del listone moderato.
«Servono primarie regolate per legge», teorizza Berlusconi. Ma la strada è segnata, perchè l’alternativa è che ogni formazione vada per la sua strada e si candidi per i fatti suoi. Un suicidio.
La Carfagna si è sintonizzata su questa lunghezza d’onda.
Si propone come un anti-Salvini nel centrodestra: meridionale e donna. Mai una parola invece sulle beghe interne di Forza Italia, perchè non si corre per conquistare la guida di un partito in via di smantellamento.
L’ex ministro deve far dimenticare agli occhi dei berlusconiani duri e puri la recente stagione in cui aveva affiancato Raffaele Fitto nella corrente dei lealisti, quelli che si erano rifiutati di seguire Alfano nell’Ncd ma che reclamavano un repulisti al vertice in Forza Italia.
Oggi Fitto è fuori, sta organizzando i suoi gruppi parlamentari, in Puglia si è messo in proprio e combatte voto su voto per superare lo schieramento fedele a Berlusconi.
Mara invece si è smarcata dal compagno di strada, «mi dispiace per la guerra fratricida scatenata da Raffaele», dice, ha giurato fedeltà  a Berlusconi, è rimasta in Forza Italia, la sua campagna elettorale è da donna di partito all’antica: territorio, candidati e simbolo ben esposto nelle manifestazioni.
In nome dell’unità  del centrodestra ha perfino fatto pace con Alessandra Mussolini con cui in altri tempi erano volate parole molto colorite.
In Parlamento non partecipa alla conta di molti colleghi, quelli che meditano di seguire Fitto e quelli che si stringono attorno a Denis Verdini.
È intervenuta in Parlamento sull’Italicum. Sulle unioni civili ha presentato un progetto di legge e già  si parla di un tandem con la renziana Maria Elena Boschi.
Il riconoscimento delle coppie gay è una sua vecchia battaglia, in Forza Italia era in totale solitudine, ma ora anche Berlusconi sostiene una svolta all’irlandese per l’Italia. «Mara è bravissima, l’unica che si batte per i diritti civili», l’ha battezzata la donna più influente del cerchio magico berlusconiano, campana come la Carfagna, la compagna di Silvio Francesca Pascale. Quasi un’investitura.
Quando entrò per la prima volta in Parlamento, nel 2006, l’ex soubrette sembrava vivere una favola, nel 2008 a 33 anni diventò ministro glamour, gratificata dalle copertine dei settimanali di mezzo mondo e da numerose maldicenze.
Da allora in poi la fiaba è finita, la Carfagna ha dovuto attrezzarsi alla durezza della battaglia politica, quella di cui parlava il socialista Rino Formica, sangue e altre nobili sostanze.
Trappole, cattiverie, fuori e soprattutto dentro il suo partito. Anche negli ultimi giorni il cerchio magico berlusconiano si è rinchiuso attorno al suo leader e ha cominciato a delegittimare l’ascesa dell’ex ministro.
Ma Salvini sembra prenderla sul serio: «Sono pronto a sfidare la Carfagna alle primarie». E un forzista di alto rango ritiene che per sfidare il leader della Lega il suo sia il solo nome spendibile.
E i nemici? «Se la sceglierà  Berlusconi saranno tutti amici».

Marco Damilano
(da “L’Espresso”)

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LAUREARSI CONVIENE, MA BISOGNA LAVORARE ALMENO 12 ANNI PER RIPAGARSI GLI STUDI

Maggio 29th, 2015 Riccardo Fucile

I “DOTTORI” GUADAGNANO 15.000 EURO L’ANNO IN PIU’…LE UNIVERSITA’ PRIVATE E QUELLE DEL NORD GARANTISCONO REDDITI MAGGIORI

Università , anno sabbatico o subito sul mercato del lavoro?
L’interrogativo se lo pongono tutti i maturandi del 2015, ma anche le loro famiglie. Studiare può costare molto, come per gli 11 mila euro annui della Bocconi di Milano, e le differenze tra corsi di studio e singoli atenei sono tante.
Per questo scegliere l’università  giusta e con il miglior rapporto spesa-opportunità  future diventa sempre più difficile.
Per aiutare a districarsi tra le incognite del futuro, report di JobPricing ha analizzato il mercato del lavoro italiano e quanto influisce sul reddito la scelta dell’università .
La laurea continua ad essere «conveniente»  
Si guadagna davvero di più, grazie a un titolo di studio?
La risposta, nonostante la crisi, continua ad essere sì. La retribuzione globale annua media di un laureato è di 41.220 euro, mentre quella di chi non ha un attestato universitario è di 26.008 euro.
Il reddito, infatti, cresce esponenzialmente all’aumentare del livello di istruzione.
I neolaureati, però, non devono illudersi che il titolo tanto faticosamente ottenuto li ripaghi in tempi rapidi.
La differenza di retribuzione rispetto a chi ha scelto di abbandonare gli studi, infatti, diventerà  significativa solo dopo i 35 anni.
I laureati degli atenei privati e quelli del Nord continuano a guadagnare di più   Quando si punta ad un corso di laurea umanistico (economico, giuridico, letterario) una delle scelte determinanti è quella tra ateneo statale o privato.
Per chi, invece, punta a studi più tecnici, la scelta si allarga anche ai Politecnici. L’interrogativo, allora, è uno: vale la pena di investire nelle salate rette delle università  private?
Dal punto di vista del ritorno economico successivo sì.
Aver frequentato un ateneo privato garantisce un ritorno economico del 21% più elevato rispetto ad uno statale.
Si difendono i Politecnici, i cui laureati continuano ad essere mediamente più appetibili per le aziende.
Attenzione, però, a non trascurare la variabile territoriale.
I laureati del Nord guadagnano sensibilmente di più, rispetto ai loro colleghi che hanno scelto atenei del sud Italia e hanno anche più probabilità  di trovare lavoro nello stesso territorio in cui hanno frequentato l’università .
Il 92% degli studenti, infatti, trova lavoro in aziende del Nord, mentre il 63% laureati nel Meridione è costretto a emigrare al Centro (25%) e al Nord (38%).
Ecco gli atenei che fanno guadagnare di più i loro laureati  
Pubblici o privati, non tutte le università  sono uguali.
La media nazionale del reddito dei laureati tra i 25 e i 34 anni è di 28.869 euro, ma guadagnare di più o di meno nei primi 10 anni di lavoro varia da università  a università .
Il top lo raggiunge la Bocconi di Milano: i suoi laureati guadagnano in media il 20% in più rispetto alla media nazionale (34.914€), mentre fanalino di coda è l’Università  di Cagliari, con un -8% (26.562€).
Studiare costa e la spesa si ripaga in almeno 12 anni.
Il percorso universitario è un investimento significativo per le famiglie, soprattutto quando l’ateneo è privato.
Ovviamente, anche il tempo in cui il futuro laureato riuscirà  a «ripagare» la spesa dipende dall’università  frequentata.
L’indice realizzato da JobPricing tiene conto del costo totale sostenuto nell’arco dei cinque anni di studi (tasse universitarie, materiale didattico) e del mancato introito, ovvero quanto lo studente avrebbe guadagnato se, invece di studiare, fosse andato a lavorare.
Nel caso degli studenti fuori sede, si aggiunge il dato sulla spesa per l’alloggio.
Questi dati vengono messi in relazione con la retribuzione media di un laureato per ogni ateneo e di quanto questa sia più alta – a parità  di età  – rispetto a quella di un diplomato.
Il risultato varia in modo significativo da ateneo ad ateneo. Se un laureato al Politecnico di Milano «si ripaga» la laurea in meno di 11 anni di lavoro, un suo collega dell’Università  Parthenope di Napoli ce ne mette quasi il doppio.
Per i fuori sede, il tempo lievita in maniera omogenea in tutti gli atenei di circa 1 anno e mezzo.

Giulia Merlo
(da “La Stampa”)

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LITE IN DIRETTA TV TRA IL VESCOVO CHE INVITAVA A VOTARE LA CANDIDATA LEGHISTA E IL SUO PORTAVOCE

Maggio 29th, 2015 Riccardo Fucile

“UN VESCOVO NON DEVE DARE INDICAZIONI DI VOTO”… “MI SCONFESSI?”… “NON SI PREOCCUPI, HO GIA’ DATO LE DIMISSIONI”

Strascico polemico con tanto di litigio in diretta tv tra il vescovo e il suo portavoce, nella vicenda delle mail inviate a Verona da monsignor Giuseppe Zenti a sostegno di una candidata leghista nella lista Zaia per le regionali, Monica Lavarini.
E’ successo ieri sera, durante una trasmissione Diretta Verona di TeleArena, diffusa in diretta streaming sul sito de L’Arena che oggi ne dà  notizia.
Il portavoce dimissionario del vescovo, don Bruno Fasani, è stato chiamato ad esprimere un’opinione sull’operato dell’alto prelato.
Il sacerdote ha risposto di ritenere un errore l’invito a votare la candidata facendo, peraltro, un’operazione contraria, invitando cioè a non sostenerla.
Pochi istanti e mons. Zenti ha telefonato alla tv attaccando in diretta il suo ex portavoce, “Don Bruno che ti succede? Non dovresti essere tu a rappresentarmi?”, aggiungendo poi: “che in pubblico venga sconfessato quello che ho detto è gravissimo, che poi venga detto che i cattolici non devono votare una candidata è inaccettabile“.
Decisa la difesa di Fasani. “Parlo da cittadino, come tanti cattolici che non si sono trovati d’accordo con quanto accaduto”.
“Non ho parlato male di lei- ha aggiunto Fasani -, ma non possiamo fare finta che questo non sia accaduto”.
Le due posizioni, alla fine, non hanno trovato sintesi.
“Don Bruno stai dicendo delle sciocchezze, non mi rappresenti”, ha proseguito il vescovo Zenti.
“Tranquillo vescovo — è stata la replica di Fasani — tanto lo sa che ho già  dato le dimissioni da portavoce”

(da “il Fatto Quotidiano”)

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VERGOGNA PD: ATTACCA L’ANTIMAFIA PER SALVARE UN DE LUCA IMPRESENTABILE

Maggio 29th, 2015 Riccardo Fucile

LA BINDI: “PROVO GRANDE SOFFERENZA PER COME SI COMPORTA IL PD”…IL PRESIDENTE EMERITO DELLA CORTE COSTITUZIONALE: “SONO FATTI VERI, ATTI GIUDIZIARI PUBBLICI, LA BINDI HA AGITO CORRETTAMENTE”

È il giorno più lungo, per Rosy Bindi. Senza enfasi, si potrebbe forse dire il più triste della sua vita politica.
Risponde a telefono. Cortese, come sempre: “Non le darò molte soddisfazioni. Quello che dovevo dire l’ho detto. Si è capito che la Commissione ha applicato scrupolosamente il regolamento che si è data, e approvato da tutti?”.
Più delle parole, il tono della voce dice tutto.
Da quando è finita la conferenza stampa, piovono strali violenti: “Impresentabile”, “Roba da processi di piazza”.
Prosegue la Bindi, tono amaro, quasi triste: “Cosa devo dire… Provo una grande sofferenza, vedere che non viene rispettato il lavoro di una istituzione come la commissione Antimafia. Dal mio partito non me lo sarei mai aspettato”.
Ripete che la Commissione ha agito correttamente, applicando il regolamento come ha spiegato in conferenza stampa.
Più tardi lo preciserà  anche una nota della Commissione: “L’ufficio di presidenza, allargato ai capigruppo, ha sempre condiviso tutte le procedure nelle diverse fasi del percorso di verifica, dando pieno mandato alla presidente di concludere il lavoro. Nessuna iniziativa è stata presa in modo autonomo dalla presidente Bindi”.
Il telefono bolle.
Perchè le telefonate di solidarietà  sono state anch’esse numerose. Nel partito e non solo.
Su internet sono parecchi i commenti a favore della Bindi. Ma non solo.
A metà  pomeriggio interviene anche il presidente emerito della Corte Costituzionale Gaetano Silvestri. Interpellato dall’Agi sulle accuse di “violazione della costituzione” da parte dei renziani, spiega che la Commissione e la Bindi hanno agito correttamente: “Si violerebbe la legge o la Costituzione se le indicazioni date fossero false, ma trattandosi di fatti veri e di carattere pubblico come sono gli atti giudiziari, non si fa che mettere i cittadini nelle condizioni di scegliere”.
Poche le voci del Pd che non attaccano Rosy Bindi.
Tra queste Davide Mattiello, che prima di diventare parlamentare stava con Don Ciotti a Libera: “Oggi la Commissione Antimafia crea un precedente dal quale non si potrà  più prescindere. Lo fa applicando coerentemente la legge istitutiva e il codice di autoregolamentazione che abbiamo votato all’unanimità  a settembre”.
Gli attacchi però bruciano. E Rosy Bindi saluta: “Io non mi sottraggo alle mie responsabilità  e sono in pace con la mia coscienza. Che sofferenza a vedere non rispettato il lavoro della commissione. Dal mio partito”.
Un concetto che in serata, dopo la dura presa di posizione dei vicesegretari del Pd Guerini e Serracchiani, la Bindi affiderà  anche ad una nota: “Ho taciuto per tutto il pomeriggio di fronte al tentativo di delegittimare la Commissione e la mia persona. Ed ora per il nome di un candidato, la cui condizione era conosciuta da tutti, ci si indigna contro il lavoro di Commissione e presidente. Giudicheranno gli italiani chi usa le istituzioni per fini politici, certamente non sono io”.

(da “Huffingtonpost”)

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