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SONDAGGIO DATAMEDIA: SALGONO GRILLO E FORZA ITALIA, CALANO PD, LEGA E FDI

Giugno 25th, 2015 Riccardo Fucile

LA FIDUCIA IN RENZI AL MINIMO STORICO

La fiducia nel premier Matteo Renzi tocca i suoi minimi storici.
Nell’ultimo sondaggio realizzato dall’Istituto Datamedia Ricerche per «Il Tempo», infatti, dopo aver resistito per due settimane sul 37%, il dato – che interessa da vicino il Presidente del Consiglio e il suo operato – è sceso al 36%.
Il -1% di questa settimana, dunque, trascina Renzi al suo risultato più basso, influenzando anche quello del suo partito.
Guardando alle intenzioni di voto, il PD registra la performance peggiore della rilevazione: la flessione è dello 0,4%, e i dem, nel complesso, scendono al 34,3% allontanandosi sempre di più dalla percentuale ottenuta alle Europee che avevano segnato il punto più alto del consenso per il premier.
Ma, nel centrosinistra, il dato del Pd si accompagna a quello di Sel, anch’esso in calo questa settimana, al 3,8% (-0,1%).
Recupera lo 0,2% invece, Area Popolare, che sale al 2,7%.
A destra dell’emiciclo, calano la Lega Nord e Fratelli d’Italia. Entrambi perdono lo 0,1% e il Carroccio scende al 15%, mentre Forza Italia sale al 12,5%
Il MoVimento 5 Stelle è in crescita dello 0,5%, al 22,3%).
Non cambia molto, invece, sul fronte del non voto: mentre l’astensione rimane stabile come la scorsa settimana al 33,6%, la percentuale degli indecisi (17,2%) e delle schede bianche (2,1%) flette rispettivamente dello 0,1%.
Questo significa che, nel complesso, ancora più della metà  degli italiani (52,6%), se si tornasse alle urne domani, non saprebbe (o non vorrebbe) scegliere nessuno dei partiti che scenderebbero in campo.

(da “il Tempo”)

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SCUOLA, MINACCIA NCD SUL VOTO DI FIDUCIA: “EDUCAZIONE DI GENERE? PRONTI A VOTARE NO”

Giugno 25th, 2015 Riccardo Fucile

NOTTE DI FUOCO AL SENATO, TRATTATIVE ANCORA IN CORSO

Una notte da incubo e un patatrac in vista del voto di fiducia, con la possibilità  che il governo traballi fino a cadere.
E tutto ad opera del Nuovo Centrodestra.
Tuona il senatore Carlo Giovanardi: “Il provvedimento così com’è non lo voterò mai, o lo cambiano o farò mancare la fiducia“.
E come lui altri colleghi del partito, componente del gruppo Ap-Area popolare. Ma oltre al governo, la “Buona Scuola” al Senato rischia di fare un’altra vittima eccellente: il ministro dell’Interno Angelino Alfano.
Il maxi-emendamento presentato martedì 23 giugno dai senatori Francesca Puglisi (Pd, responsabile scuola del partito) e Franco Conte (Ap), e su cui Renzi ha posto la fiducia, comprende infatti un comma che per la maggioranza rischia di essere deflagrante: “l’educazione di genere“.
Un tema che per l’elettorato conservatore è materia incandescente, soprattutto a a pochi giorni da un Family Day dove la star assoluta è stato il leader dei neocatecumenali Kiko Arguello (“Il femminicidio è colpa delle donne che non amano i mariti”) e il più gettonato   lo slogan “No al gender nella scuola, sì alla famiglia naturale”, che era l’alternativa moderata al più drastico e definitivo “Gender sterco del demonio”.
Già  il 3 maggio l’A.Ge., Associazione italiana genitori, insieme ad altre 40 associazioni tutt’altro che progressiste (ProVita, Movimento per la Vita, Giuristi per la Vita) si era presentata al Quirinale per consegnare a Sergio Mattarella oltre 180mila firma a sostegno della petizione “sull’educazione affettiva e sessuale nelle scuole”. Ossia, contro quella parte della riforma Buona Scuola che prevede l’introduzione di insegnamenti sulla “parità  di genere” e la “prevenzione della violenza di genere” nelle classi di ogni ordine e grado: un modo, secondo i firmatari, per introdurre di soppiatto tra i banchi di scuola quella che chiamano “teoria del gender“, un’ideologia “che nega la differenza fra i sessi e la riduce a un fenomeno culturale”.
Che c’entra Alfano con il “genderismo”? Apparentemente nulla.
A introdurre “l’insegnamento di genere” nel dibattito alla commissione Cultura di Montecitorio era stata Giovanna Martelli, deputata Pd e soprattutto consigliera per le Pari Opportunità  di Matteo Renzi, autrice di un emendamento per arricchire i Pof, i piani di offerta formativa delle scuole, con una materia nuova e ben precisa: “L’educazione alla parità  tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e di sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori” contro femminicidio, omofobia, transfobia.
Roba indispensabile per un Paese dove ogni due giorni una donna viene assassinata dal marito o dal partner; ma per le associazioni ultra-cattoliche l’articolo 12 della riforma Buona Scuola è stato come un drappo rosso agitato davanti al toro e lo hanno ampiamente dimostrato durante il Family day.
E adesso? Al Senato, la riforma della scuola non è riuscita ad essere nè discussa, nè modificata, nè approvata in commissione Cultura perchè alla maggioranza mancavano i numeri per farla passare.
Su 15 senatori di maggioranza, ce n’erano ben tre (il premio Nobel Carlo Rubbia più due ribelli del Pd, Walter Tocci e Corradino Mineo) che si erano dichiarati indisponibili a votare a favore della figura del cosiddetto “preside sceriffo”.
Per evitare al governo di finire sotto su un punto considerato chiave da Matteo Renzi e da Maria Elena Boschi (la cui madre, Stefania Agresti, è preside a San Giovanni Valdarno) martedì pomeriggio la commissione è stata annullata e il parere (obbligatorio) è saltato.
In Aula la Buona Scuola è arrivata solo grazie a quella che i critici più feroci definiscono una forzatura della prassi e del regolamento di Palazzo Madama su cui il presidente Pietro Grasso avrebbe dato personalmente il via libera: non solo la riforma è approdata al voto senza il parere della commissione competente, ma la fiducia viene posta proprio sul maxi-emendamento che in pratica sostituisce l’intero testo uscito dalla Camera.
Firmato dai due relatori in commissione, il maxi-emendamento riprende i punti fondamentali votati a Montecitorio, compresi quelli su cui, in realtà , tutti si aspettavano (o speravano) modifiche alla camomilla da parte di Palazzo Madama. Educazione di genere compresa.
Ed ecco il rischio patatrac.
La fiducia che Renzi ha posto sul maxi-emendamento, rendendolo non modificabile, mette brutalmente Alfano e l’Ncd davanti a una sorta di aut aut suicida: o tiene in piedi il governo votando un emendamento che all’articolo 2 “assicura l’attuazione dei princìpi di pari opportunità  promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità  tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e di sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori sulle tematiche indicate dalla legge 15 ottobre 2013, n. 119″ (quella contro femminicidio, stalking, violenza domestica…) e mettendosi contro un bel pezzo del suo stesso elettorato, oppure non vota la fiducia e allora addio: Renzi, Alfano e il governo tutto se ne vanno a casa.
Cosa è meglio per Angelino? Cosa è peggio per il suo partitino?
Quali speranze hanno, l’uno e l’altro, di sopravvivere a un’elezione non prevista, non cercata e non voluta da nessuno?
E Renzi, ecco: cosa significherebbe per Renzi il naufragio della Buona Scuola, cioè il primo, clamoroso fallimento di quella politica muscolare che lo ha caratterizzato finora?
Tutte domande che tra palazzo Chigi e palazzo Madama in molti si sono posti durante la notte, cercando freneticamente una via d’uscita all’impasse.
La seduta al Senato è finita alle 23.53 con un nulla di fatto. E ora si ricomincia con una riunione tra Ncd e il governo per cercare di fare il miracolo. Che per Giovanardi può essere uno solo: “Cambiare il testo, assolutamente“, dice.
Ma bisognerà  vedere se il presidente Grasso accetterà  di riformulare un testo sul quale il governo ha già  posto la fiducia. “Per noi non ci sono alternative”, dice Giovanardi: “O si toglie quella norma oppure Renzi non avrà  la fiducia”

Anna Morgantini
(da “il Fatto Quotidiano”)

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DEPUTATI CINQUESTELLE “SILURANO” IL CAPO DELLA COMUNICAZIONE LOQUENZI

Giugno 25th, 2015 Riccardo Fucile

CONSIDERATA VICINA A CASALEGGIO E’ STATA LICENZIATA CON 26 VOTI CONTRO 17

Vita difficile per i responsabile della comunicazione nel Movimento Cinque Stelle. Ilaria Loquenzi, capo della comunicazione dei deputati pentastellati, è stata ‘silurata’ dal voto dell’assemblea M5S di Montecitorio.
Secondo indiscrezioni, in 26 hanno votato per licenziarla mentre solo 17 si sono schierati perchè continuasse a ricoprire l’incarico.
Tra i 26 che hanno votato per il suo licenziamento, ci sarebbero anche l’attuale capogruppo Francesca Businarolo, il vicecapogruppo Giorgio Sorial, l’ex capogruppo Fabiana Dadone e un gruppetto di ‘deputati liguri’ considerati vicini a Massimo Artini, ex 5 stelle.
Ilaria Loquenzi – che era a capo della comunicazione da nemmeno 6 mesi e aveva sostituito il precedente, Nicola Biondo, anche lui licenziato improvvisamente, dopo il risultato non felice di M5S alle Europee – non lavorerà  più per i 5 stelle dall’inizio di luglio.
Anche se il suo contratto era stato rinnovato appena un mese fa.
Questo voto sarebbe di fatto un attacco al direttorio M5S che invece ha votato perchè la Loquenzi continuasse il suo lavoro.
Tra l’altro, secondo alcuni 5 stelle, questo nuovo scossone – che arriva dopo il risultato positivo alle ultime amministrative – potrebbe creare un “piccolo terremoto” dentro il Movimento, dato che la Loquenzi veniva considerata in contatto diretto con Gianroberto Casaleggio.
Quindi, in M5S c’è chi teme che possano esserci conseguenze e reazioni da parte dello stesso Casaleggio che domani potrebbe dire la sua sul blog di Grillo.
Anche i colleghi dell’ufficio stampa di M5S Camera potrebbero adottare una iniziativa, così viene detto, per esprimere solidarietà  alla collega.

(da “La Repubblica”)

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NON SOLO FASSINA, ALTRI QUATTRO A UN PASSO DALL’ADDIO

Giugno 24th, 2015 Riccardo Fucile

VERSO UN NUOVO SOGGETTO DI SINISTRA… SEL PRONTA A SCIOGLIERSI E CONFLUIRE NEL NUOVO CANTIERE

Stefano Fassina è uscito dal gruppo. Dopo una mattinata alla Nanni Moretti in cui rimbalzavano conferme e smentite e i cellulari squillavano a vuoto, l’ex viceministro riunisce la stampa a Montecitorio e dà  la conferma definitiva: “Nelle prossime ore formalizzeremo al capogruppo le dimissioni dal Pd”.
Usa il plurale perchè accanto a lui c’è Monica Gregori, un recente passato nei Giovani Democratici romani, alla sua prima legislatura alla Camera.
Fassina ha scelto di dare l’addio a Capannelle.
Durante un dibattito con i militanti che lo hanno sostenuto alle primarie. Senza riflettori puntati, senza una telefonata di preavviso ai giornalisti. Una comunicazione alla sua base che se non fosse stato per l’onnipresenza degli smartphone non sarebbe uscita dalle periferie romane.
Nella soffocante sala delle conferenze a Montecitorio, annuncia per il quattro luglio una grande convention al teatro Palladium, alla Garbatella.
Una sorta di giorno dell’indipendenza di tutti quelli che hanno detto addio al Partito democratico negli ultimi mesi.
“Ci saranno Pippo Civati e Luca Pastorino – spiega – ci sarà  Sergio Cofferati. Ci saranno tanti amministratori e segretari di circoli che si sono sentiti abbandonati dal Pd, e che si vogliono coinvolgere con noi in un progetto alternativo”.
Proprio Civati è appoggiato allo stipite della porta. Arriva con qualche minuto di ritardo, e ascolta fino alla fine le parole del collega. Sapeva che la sua direzione sarebbe stata quella, non sapeva i tempi e i modi: “Ha fatto da solo, non ci siamo sentiti prima”.
C’è anche Pastorino, ci sono Nicola Fratoianni, Serena Pellegrino, Adriano Zaccagnini, il primo coordinatore gli altri due deputati di Sel.
Fassina non si sbilancia: “Se ci seguiranno altri? Non lo so, è un passo difficile e doloroso, rispetto i tempi e le decisioni di tutti”.
In bilico c’è Michela Marzano. La filosofa eletta con Bersani qualche ora prima della conferenza stampa sembrava in crisi: “Non so cosa farò. Ho grandissimo rispetto per Stefano, ma non ci siamo sentiti, voglio parlarci”.
Alla domanda se alla fine lo seguirà  ha un attimo di esitazione, poi risponde: “Mi scusi, ma prima gli devo parlare”.
Arriva in conferenza, si mette da un lato. Quando arriva la domanda su chi altro alla Camera potrebbe lasciare il Pd infila immediatamente la porta e se ne va.
Al Senato sono Walter Tocci e Corradino Mineo i principali indiziati a confluire nel percorso programmatico che Fassina si augura serva a costruire “una sinistra di governo, non identitaria”.
Raggiunto dall’Huffpost, l’ex direttore di Rainews sembra avere più di un piede fuori dal partito: “Io la fiducia alla scuola non la voto. Se questo significa che mi cacciano dal partito va benissimo, nessun problema”.
Perchè è stata proprio la buona scuola la goccia che ha fatto traboccare il vaso di Fassina: “L’ultimo episodio dopo il jobs act, l’Italicum e la riforma costituzionale”.
Così, mentre sulla delega lavoro “sono state messe in atto le idee di Maurizio Sacconi, sull’istruzione seguiamo il modello Aprea (Valentina, sottosegretario con Berlusconi, n.d.r.)”.
E ancora, : “La fiducia è un abuso intollerabile. E i giornali che ci raccontano come gente asfaltata che se ne va alla spicciolata sono imboccati dalle veline che passa Palazzo Chigi, che raccontano una storia che è lontana dalla verità . Se me ne dovessi andare perchè asfaltato avrei fatto le valige un anno fa, quando Renzi usò contro di me parole volgarissime. Noi siamo più vivi che mai, pronti a costruire alternative a questa roba che stanno facendo. Sfido uno qualunque di loro a venire a fare un’assemblea in una scuola con me. Perchè la verità  è che loro nelle scuole non ci possono mettere piede”.
Siamo al “noi” e “loro”, alla “costruzione di percorsi nuovi”.
Mineo sembra non sia giunto ancora allo strappo solo perchè impegnato a battagliare in vista del voto di fiducia di domani.
“Guardi, il tema non è se ce ne andiamo o no, ma la costruzione di un’alternativa vera”. Che poi è la parafrasi dei concetti fassiniani: “L’assemblea del 4 vuole essere l’inizio di un percorso per costruire un’alternativa di sinistra”.
L’obiettivo? “Un soggetto unico a sinistra”.
Il flirt di domenica tra Civati e Sel all’assemblea di “Possibile” è stato solo l’inizio (“Pronti a sciogliere il partito”, aveva annunciato Fratoianni. “Ora un nuovo soggetto”, ha rilanciato oggi).
Il 4 luglio si porrà  un altro tassello di una strada che appare ancora molto lunga. Ai cui bordi è seduto Maurizio Landini.
Dice Fassina che “noi vogliamo interloquire dal lato della politica con quelle forze sociali che lui rappresenta”.
Se son rose…

(da “Huffingtonpost“)

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MATTEO ORDINA: “NON INVEITE SU FASSINA”

Giugno 24th, 2015 Riccardo Fucile

AL SENATO SONO 4 I PD CHE NON VOTERANNO LA FIDUCIA SULLA SCUOLA, RESTA UN MARGINE DI 9 VOTI, MEGLIO NON ESACERBARE GLI ANIMI

L’ordine di scuderia è di non infierire su Stefano Fassina e comunque di tenerla bassa. L’addio di un altro deputato Dem al partito, dopo Sergio Cofferati e Pippo Civati, non sconvolge Matteo Renzi, anche perchè la notizia era largamente attesa.
Ma cade in un momento politico più complicato, con un Pd più debole.
Ecco perchè da Palazzo Chigi, subito dopo la conferenza stampa di Fassina, parte l’indicazione: evitiamo gli attacchi frontali e anche le ‘renzate’, i toni arroganti e gli sfottò.
Insomma, nulla di simile alla battuta usata dallo stesso Renzi il 12 maggio scorso, quando il tono era ancora baldanzoso, due settimane prima delle regionali. “Fassina se ne va? Problema suo”, disse allora il premier.
Nulla di tutto questo. Anzi al Senato i suoi avviano subito la ricognizione in vista del voto di fiducia sulla ‘Buona scuola’ previsto per domani pomeriggio.
Il risultato è positivo per il governo, ma non è tutto rose e fiori.
In sostanza, al Senato non c’è un ‘effetto Fassina’, non c ‘è una catena di partenze dal Pd, però saranno ben 4 i Dem che certamente non voteranno la fiducia sul ddl scuola domani.
Sui taccuini dei renziani sono cerchiati in rosso i nomi di Corradino Mineo, Walter Tocci, Loredana Ricchiuti e Roberto Ruta.
In realtà , sono stati annotati da tempo, ma negli ultimi giorni se n’è avuta la certezza: loro quattro non voteranno la fiducia sul ddl scuola.
La maggioranza dovrebbe esserci comunque, secondo i calcoli del governo, ma sempre più risicata, “9 voti di scarto”, ha quantificato soltanto ieri il presidente del Senato Pietro Grasso ospite di ‘Otto e mezzo’ su La7.
Tra l’altro, va detto, che la via della fiducia è stata imboccata per evitare la sostituzione di Mineo e Tocci dalla commissione Cultura.
E pensare che solo un anno fa, Mineo (insieme a Vannino Chiti) fu sostituito dalla commissione Affari Costituzionali per i dissensi sul ddl Boschi di riforma del Senato. E solo qualche mese fa la stessa cosa è avvenuta per alcuni componenti di minoranza Pd in commissione Affari costituzionali alla Camera per i dissensi sull’Italicum.
Ecco, oggi Renzi non privilegia più questa strada. La cornice è diventata più complicata, la linea dura non regge a tutti i costi.
Eppure, in vista del nuovo esame sulle riforme costituzionali in Senato, il premier e i suoi in Parlamento stanno pensando di rendere effettive, una volta per tutte, le regole stabilite nello ‘statuto’ dei gruppi parlamentari.
Quelle che imporrebbero a chi non è d’accordo con la linea del partito, di chiedere al capogruppo di essere sostituito in commissione, per non creare problemi alla maggioranza.
Tutto questo finora non è avvenuto.
Ieri sera una lunga riunione di maggioranza Dem al Senato ha tentato di mettere a fuoco la questione. L’obiettivo è cercare di costruire argini intorno alla maggioranza di governo in vista del voto sulle riforme in Senato a luglio.
Ci si riuscirà ? Nessuno è pronto a scommetterci: il renzismo è entrato in una terra di mezzo anche nebbiosa.
Per tutti questi motivi, il premier sceglie di non attaccare frontalmente la decisione di Fassina.
Il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini si dice “dispiaciuto personalmente”. E si limita ad aggiungere: “Credo sia una scelta sbagliata anche se la giudico con rispetto, perchè il nostro è un grande partito in cui tutte le voci possono farsi sentire: tutti possono contribuire a definire la linea politica di un grande partito riformista come il Partito democratico. Altre avventure mi sembrano avventure velleitarie cui guardiamo con rispetto ma che non condividiamo”.
David Ermini, responsabile Giustizia del Pd, ultrà  renziano, si limita ad un sarcastico “Auguri!” a Fassina.
“La sua scelta dispiace — dice il presidente del Pd, Matteo Orfini — perchè dovrebbe continuare a fare le battaglie nel Pd dove il pluralismo non manca. Anche perchè non mi pare che fuori ci siano prospettive di cambiamento”.
Ma sotto sotto, nella cerchia stretta del premier si cominciano a fare due calcoli sul futuro e non solo sul voto di domani al Senato.
La premessa è che l’Italicum “non verrà  modificato”.
“E’ una partita chiusa”, ci dice il renziano Dario Parrini, deputato e segretario regionale Pd in Toscana. Fuori discussione la possibilità  di acconsentire al pressing di Silvio Berlusconi che da giorni manda i suoi emissari in casa Pd — per esempio il capogruppo di Forza Italia al Senato Paolo Romani — a dire che bisogna trasformare il premio di lista dell’Italicum in un premio alla coalizione.
Renzi non ne vuole sapere. Anche se sa che la legge elettorale che fortemente ha voluto, approvata con voto di fiducia e grandi tensioni nel Pd, probabilmente non lo garantisce dalla concorrenza del M5s e magari anche del centrodestra.
Ed è qui che ritorna il ragionamento su Fassina.
“Ragionando in prospettiva — confida una fonte renziana — è solo positivo che nasca una forza a sinistra del Pd. Un domani, alle elezioni, sarebbero tutti nella lista unica del Pd candidata con l’Italicum”.
Ammesso che ci si riesca a convincere chi è appena uscito dal Pd – come Fassina, Civati e Cofferati – a rientrarci.
“In fondo, è lo stesso problema che Berlusconi ha con Alfano…”, ragionano i parlamentari più vicini al premier.
“Con Fassina oggi è il giorno della rottura, poi ci sarà  la ricostruzione… Fino al 2018 c’è tempo”.
Sempre ammesso che si voti nel 2018 e non prima.

(da “Huffingtonpost”)

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SICILIA, CASE QUASI GRATIS A CHI LE RISTRUTTURA

Giugno 24th, 2015 Riccardo Fucile

LA RINASCITA DEI BORGHI: IMMOBILI ABBANDONATI DATI A CHI SI IMPEGNA A RESTAURARLE

L’idea è geniale, lo slogan è anche meglio: il Comune regala le case.
Funziona così: ci sono vecchi proprietari di ruderi o immobili abbandonati che non vedono l’ora di disfarsene, ci sono acquirenti, giovani coppie o stranieri innamorati dei nostri borghi, prontissimi a ristrutturarli, e ci sono i sindaci ben felici di impedire che i loro paesi cadano a pezzi.
Il primo a parlarne fu sette anni fa Vittorio Sgarbi, che da sindaco di Salemi sposò le provocazioni del suo assessore alla creatività , Oliviero Toscani.
Idea geniale, intrappolata nelle maglie della burocrazia, tentata anche altrove e mai decollata.
Tranne a Gangi, settemila abitanti a mille metri sulle montagne del Palermitano. «Duemila richieste da tutto il mondo, un centinaio di contratti stipulati, una trentina di ristrutturazioni già  finite» elenca il sindaco Giuseppe Ferrarello.
«Sei anni fa, quando ho iniziato – prosegue – mi hanno preso per un folle. Figuratevi qui in Sicilia, con l’attaccamento che c’è alla proprietà …».
I primi due anni nessuna risposta, poi qualche segnale, infine il boom.
«Io stesso ho offerto una mia vecchia casa, mi hanno seguito in 14 e dopo è stata una valanga». Ferrarello, in carica dal 2007, ci tiene a sottolineare di averci pensato «prima ancora di Sgarbi» e che a Gangi ha funzionato «perchè il Comune non compra gli immobili, è un semplice intermediario» .
Nel centro storico del paese, spopolato dall’emigrazione, sono state censite 550 case in rovina, soprattutto quelle tipiche a castello, dove un tempo al pian terreno c’era la stalla per l’asino.
Chi le vuole comprare deve pagare l’atto di passaggio, garantire una fideiussione da 5 mila euro, e ha soltanto l’obbligo di ristrutturazione entro tre anni.
«Il primo a farlo è stato un ingegnere di Caltanissetta – dice il primo cittadino – La mia casa è andata invece a un ungherese, una società  di Firenze ne ha prese otto per farci un albergo e un ristorante».
Il modello Gangi ieri è stato celebrato dal New York Times , «ma qui sono venuti in tanti, la tv francese, quella cinese, e pure Al Jazeera».
Tutto semplice? «Al contrario, dietro c’è un lavoro bestiale».
Racconta Ferrarello: «C’era un immobile con dieci eredi, alcuni non si conoscevano, altri erano in lite. Li ho chiamati e fatti mettere d’accordo. Una faticaccia, non so quanti altri lo farebbero».
A Carrega Ligure, Alessandria, passato in un secolo da 3600 residenti ad appena 80, ci ha provato Guido Gozzano, sindaco fino a due settimane fa, a salvare le case sparse sull’appennino.
«È stato come il Tuca Tuca di Raffaella Carrà . Bello ma troppo avanti con i tempi» sintetizza con amara ironia.
L’iniziativa «Case a un euro», sul modello della Salemi di Sgarbi, non ha prodotto nessun passaggio di proprietà .
«La burocrazia ci ha ammazzato, abbiamo incontrato problemi terribili – spiega – C’è un patrimonio che potrebbe essere salvato se solo si intervenisse con una legge che riduca o elimini bolli e tassazioni, che semplifichi il processo di esproprio quando i legittimi propietari sono irreperibili, che autorizzi a procedere d’ufficio quando una bene è abbandonato da oltre 20 anni».
Anche Gianluca De Angelis, sindaco di Lecce nei Marsi (L’Aquila), ha deciso di tentare la stessa strada.
Si è ritrovato con alcuni immobili nel centro storico fiaccati dal tempo e affidatigli dai proprietari: messi da poco in vendita in vendita a un prezzo simbolico, l’amministrazione farà  da intermediaria.
Chissà  che qui, nel Parco dell’Abruzzo, possa funzionare come a Gangi.
Vittorio Sgarbi, nonostante quell’esperienza finita malissimo con le dimissioni e lo scioglimento per mafia, ci crede ancora: «L’intuizione era semplice: tra non fare niente oppure realizzare case nuove ci può essere una soluzione intermedia, non per speculare ma per recuperare seguendo precise linee costruttive».
Allora si fecero tanti nomi di potenziali acquirenti, dai Moratti a Dalla a Miuccia Prada.
Poi la giunta venne spazzata via. A Sgarbi brucia ancora: «In Sicilia il vero nemico non è la mafia ma lo Stato».

Riccardo Bruno
(da “il Corriere della Sera”)

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COOP DI RAGAZZI SENEGALESI: “CI PENSIAMO NOI A RIPULIRE IL CENTRO STORICO”

Giugno 24th, 2015 Riccardo Fucile

I SENEGALESI LIGURI FONDANO UNA COOPERATIVA DI SERVIZI

La pulizia dei fiumi, la riqualificazione dei terreni e delle case abbandonate ma anche la pulizia e il decoro del centro storico.
Gli obiettivi di tanti genovesi e anche di chi, ormai, si sente in tutto e per tutto parte della città .
La cooperativa senegalese “Manco” in traduzione italiana “Insieme”, creata da un gruppo di cinquanta ragazzi arrivati dall’Africa e presentata ieri al Museo del mare con il contributo del Consorzio SPera e della onlus Medici in Africa, rappresenta il primo caso di aggregazione riconosciuta di gruppi di migranti.
Un passaggio di un progetto per dare forma giuridica e organizzativa alle associazioni nate spontaneamente sul territorio.
«Noi teniamo a Genova, qui ci viviamo tutti da anni e vogliamo evitare, con il nostro contributo, altri eventi come lo scorso autunno, altre alluvioni — spiega in perfetto italiano Demba Ndiaye, quarantenne presidente della cooperativa avvolto nel vestito tipico senegalese -. Abito a Campomorone e lavoro alla Coop di Busalla. La cooperativa “Manco” per noi vuol dire anche la possibilità  di impegnarci per l’integrazione e per il decoro».
Negli occhi ha le immagini di Ventimiglia, «una ferita aperta» che lo fa tornare indietro negli anni.
L’arrivo a Milano da Dakar, gli studi, poi il trasferimento a Genova, al seguito della sua compagna, ora diventata moglie e madre di due figli.
«Vivo qui da oltre dieci anni non posso non sentirmi genovese — ripete sorridendo Demba Ndiaye -. Desideriamo cominciare in fretta, già  sabato abbiamo una riunione in Regione per capire da che parte iniziare. Voglio dare il mio contributo alla città . È un posto bellissimo e i genovesi sono aperti e accoglienti. Non si deve dare retta alle minacce o alla paura. Io credo che chi viene in un paese nuovo deve imparare a rispettare le regole. Chi invece non lo fa deve essere punito».
Dal Bisagno al Polcevera, passando anche per i torrenti più piccoli eppure più pericolosi, il gruppo è pronto ad impegnarsi durante tutta l’estate.
Ora la speranza degli organizzatori e delle anime della cooperativa è di vedere crescere l’azione e il numero di membri all’interno della folta comunità  senegalese, duemila in tutta la Liguria, circa un migliaio a Genova.
Numeri che non riescono a racchiudere le tante storie di migranti arrivati spesso per caso in una città  che ora sentono loro.
E che vogliono contribuire a mantenere pulita e in sicurezza.

Alberto Maria Vedova
(da “il Secolo XIX”)

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INDAGINI SULL’ASSUNZIONE DELLA SEGRETARIA DELLA GELMINI ALL’UNIVERSITA’ DI BRESCIA: IPOTESI DI ABUSO D’UFFICIO

Giugno 24th, 2015 Riccardo Fucile

PERQUISIZIONI ALL’ATENEO: ACQUISITA LA DOCUMENTAZIONE SU ELISA GREGORINI, GIA’ ASSISTENTE DELLA PARLAMENTARE DI FORZA ITALIA

Due visite nel giro pochi giorni.
E una voluminosa documentazione sequestrata negli uffici del rettorato dell’Università  di Brescia.
Gli investigatori della Guardia di finanza, coordinati dal pm Silvia Bonardi, stanno indagando sul contratto di assunzione di Elisa Gregorini, l’ex segretaria di Mariastella Gelmini entrata nell’università  bresciana — come raccontato da ilfattoquotidiano.it — con l’incarico di segretaria del rettore per l’“internazionalizzazione” dell’ateneo.
Gregorini, consulente dell’Agenzia italiana del farmaco presieduta dal professor Sergio Pecorelli, è stata assunta nel novembre 2014 anche dall’università  di Brescia, il cui rettore è il medesimo professore.
Il fascicolo è stato aperto per abuso d’ufficio.
L’interesse degli inquirenti è mirato a stabilire l’effettiva mansione svolta dalla dottoressa Gregorini, assunta nell’ambito del progetto di internazionalizzazione dell’ateneo “per lo sviluppo e il consolidamento di relazioni pubbliche internazionali”, ma dietro cui si potrebbe celare — secondo la Procura — un semplice incarico di segretaria per cui esistono già  risorse interne, tanto che il contratto nei mesi scorsi aveva destato l’interesse dell’Ispettorato per la funzione pubblica e della Corte dei conti.
Tra i partecipanti al concorso bandito dall’ateneo bresciano, oltre all’ex segretaria del ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, ci sarebbero stati candidati con profili di alto livello con precedenti esperienze anche in organismi internazionali.
I finanzieri hanno sequestrato la documentazione e la corrispondenza interna sulla gara vinta dalla Gregorini e nel corso delle acquisizioni, avvenute a più riprese negli uffici del rettorato, sarebbero stati sentiti diversi funzionari amministrativi dell’università .
Il lavoro svolto da Elisa Gregorini secondo il bando di concorso dev’essere condotto “in stretta relazione con il rettore e con la governance d’ateneo” e sarebbe seguito direttamente dal prorettore con delega all’internazionalizzazione Maurizio Memo, ordinario di farmacologia.
Il professor Memo ha stilato su richiesta della Procura una relazione, consegnata al magistrato, relativa agli incarichi affidati alla Gregorini, qualificata come “figura professionale con competenza in relazioni pubbliche”.
Tra i fascicoli di cui si è occupata la consulente dell’Aifa figurerebbero eventi e incontri a cui hanno partecipato il rettore Pecorelli e il prorettore Memo: il convegno “Introducing Expo Milan 2015: Feeding the planet, energy for life” a cui è intervenuto a Miami in Florida il professor Pecorelli il 12 marzo 2015; l’intervento dei docenti Pecorelli e Memo a un convegno del King’s College di Londra; la partecipazione del professor Pecorelli e della delegazione bresciana al forum internazionale del 4 giugno 2015 nel sito milanese di Expo dal titolo “International cooperation for sustainable development: the contribution of the University of Brescia”, tutti eventi in relazione ai quali Elisa Gregorini avrebbe curato aspetti meramente logistici ed organizzativi.
L’indagine, riferiscono fonti investigative, si starebbe estendendo a tutti i contratti di collaborazione attivati dall’università  negli ultimi anni.

Andrea Tornago
(da “il Fatto Quotidiano”)

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IL PD A CACCIA DELL’ESCAMOTAGE PER SALVARE AZZOLLINI

Giugno 24th, 2015 Riccardo Fucile

I SENATORI DEVONO DECIDERE SULLA SUA RICHIESTA DI ARRESTO DA PARTE DELLA PROCURA DI TRANI

Ed è uno. Giuseppe Castiglione è il primo dei salvati.
Il governo e il Pd si schierano a difesa del sottosegretario di Ncd indagato nel filone dell’inchiesta Mafia Capitale che riguarda il Cara di Mineo.
Tre mozioni, di M5S, Sel e Lega che chiedevano le sue dimissioni dal governo, e tre no. La maggioranza tiene. Il Pd, pure: vota compatto, e solo Alfredo D’Attorre fa mancare la sua presenza in aula: «Sarebbe stato giusto chiedere e ottenere un passo indietro del sottosegretario» spiega allineandosi a Beppe Grillo che accusa «i garanti del malaffare di voler salvare la pelle al governo».
Una decisione presa in «assoluta serenità » confermano dalla segreteria del Pd, sulla linea garantista ribadita più volte da Matteo Renzi.
Non sarà , però, così semplice per il Pd opporre lo scudo parlamentare a difesa di Antonio Azzollini, senatore anche lui di Ncd, per cui la procura di Trani ha chiesto l’arresto.
Ieri la Giunta per le immunità  presieduta da Dario Stefano si è riunita e ha accettato all’unanimità  di sentire un’ulteriore e imprevista testimonianza del senatore.
Il giorno prima era arrivata la memoria difensiva che, secondo gli avvocati, contiene le prove del fumus persecutionis.
La faccenda è complicata e potrebbe avere un risvolto inedito.
Il «paradosso Azzolini» sta tutto in un cortocircuito politico-giudiziario.
I fatti: Azzollini è accusato dai pm di aver brigato da presidente della commissione Bilancio del Senato per favorire la casa di cura pugliese Divina Provvidenza.
«Ma erano decisioni politiche prese in parlamento» spiega la senatrice Stefania Pezzopane, membro del Pd in Giunta, che rivela lo stato emotivo con cui i democratici affrontano il voto: «Se dovessimo decidere solo sulla richiesta di arresto sarebbe chiaro che i presupposti per la reiterazione del reato, a cui si appigliano i magistrati, non c’è».
È un’inchiesta «dai risvolti trash, alla Lino Banfi» e l’arresto «appare un po’ pesante». Però, continua Pezzopane, «noi senatori purtroppo siamo chiamati a esprimerci solo sulla presenza o meno del fumus persecutionis, e questo non mi pare ci sia».
Così il Pd si trova di fronte a una scelta difficile.
Non si tratta della decadenza di Silvio Berlusconi, dove la sentenza della magistratura era passata in giudicato.
I senatori del Pd non vorrebbero l’arresto, ma qui è sul fumus che devono decidere, e le prove portate da Azzolini contro i pm non basterebbero per salvarlo.
Tutte le speranze del neocentrista, a questo punto, sono affidate al Tribunale del Riesame che si pronuncerà  sul ricorso entro il 29 giugno.
Il calendario gli potrebbe essere favorevole. La Giunta si ritroverà  il 1 luglio e in quell’occasione Stefano farà  la sua proposta in qualità  di relatore.
Ma se il Riesame si sarà  già  pronunciato a favore di Azzollini, il lavoro dei senatori si fermerà .

Ilario Lombardo
(da “la Stampa”)

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