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MARINO E LA SFIDUCIA DI RENZI: “IL SINDACO NON PUO’ CONTINUARE”

Giugno 23rd, 2015 Riccardo Fucile

LE PRESUNTE TRUPPE CAMMELLATE ALLA FESTA DELL’UNITA’

«Marino non è in grado di proseguire». Lo dice così, nel suo linguaggio che lascia pochi spazi alle ambiguità , il premier.
Lo dice ai fedelissimi che riunisce prima delle cose «veramente importanti», ossia il vertice sulla Grecia di ieri e quello di giovedì sull’immigrazione.
La lascia cadere in questo modo – il suo modo – e poi con voce pacata ma ferma aggiunge: «Su Roma ci saranno delle sorprese imminenti».
Per farla breve, il preavviso di sfratto a Ignazio Marino è stato dato. Adesso tocca al sindaco raccoglierlo.
«E delle truppe cammellate che si è portato dietro per farsi applaudire a me non importa niente, ma proprio niente», spiega Renzi ai suoi.
E aggiunge. «Notoriamente per essere un bravo sindaco bisogna essere onesto, qualità  che Ignazio, a cui voglio molto bene, ha senz’altro. Quello che deve dimostrare e che finora non ha dimostrato è di saper governare una città . Io lo aspetto a questa prova. Lui mi ha sfidato alla festa dell’Unità , vedremo chi la vince».
È un avviso che chiunque, tranne che nel caso di Marino, indurrebbe un sindaco non amato dal partito e dai romani (stando almeno ai sondaggi che arrivano e preoccupano il Pd ) a lasciar perdere. Così non è finora. Ma questa è una delle tante partite che il premier non vuole perdere.
Con il commissario del Pd di Roma, dopo uno scontro pur aspro, si sono lasciati con una promessa che per l’inquilino di Palazzo Chigi è come un parola data.
Cioè incancellabile: «Cerca di farlo andare via tu con le buone».
Roma, l’Italia, il Pd in genere, non si può permettere di cadere in mezzo al guado, spiega un renziano di stretta osservanza, con un Marino che si fa applaudire da «truppe cammellate» e un «elettorato libero» che si sparpaglia e vota, per disperazione, «un grillino come Di Battista» o una coalizione di centrodestra che si cela dietro una lista civica con Marchini ».
Insomma «è una situazione a cui dobbiamo porre rimedio».
Più importante della «riforma della scuola», dove ormai «la fiducia è sicura», più importante ddl Boschi sul bicameralismo «su cui stiamo lavorando con le minoranze ma anche con gli altri per trovare un testo il più condiviso possibile».
Non è «una questione di principio» per il premier: «Stiamo accelerando su tutto, perchè siamo tornati alle origini, a quello per cui la gente ci votava».
Marino però resiste. Ma di fronte a sè ha una ruspa. Di quelle vere. Non di quelle evocate nei comizi di Matteo Salvini.
Renzi è determinato, sicuro e, soprattutto, ha sempre in mente lo stesso obiettivo: «Io ho scommesso tutta la mia esperienza politica sul tema del coraggio, è ovvio che trovo questo momento molto difficile, ma è altrettanto ovvio che lo trovi molto esaltante». Ora a farne le spese sarà  Marino.
E non solo perchè i report che arrivano al Nazareno sono tutti negativi. Ma anche perchè il sindaco ha cercato di sganciarsi da quel Pd che gli ha consentito di arrivare in Campidoglio.
Prima bussando alla porta grillina, che ha trovato inesorabilmente sprangata. E ora facendo «toc toc» a quella di Sel, che dopo le intercettazioni che riguardano il vice sindaco Luigi Nieri, si trova in grande imbarazzo.
Da quell’orecchio Renzi non ci vuole proprio sentire: «Nessun accomodamento, niente che sembri che noi abbiamo paura degli elettori».
Per farla breve, Marino dovrà  passare per la cruna dell’ago renziano: «A un certo punto, bisogna avere il coraggio di presentarsi a viso aperto agli elettori».
Peccato che non sarà  Marino a fare questa esperienza.
All’attuale sindaco il premier lascia solo due strade: o si commissaria il Comune, non per mafia, ma per corruzione o si dimette. Ed è chiaro che è la seconda soluzione quella che viene indicata a Marino come la via di scampo.
Per consentire al premier di accorpare l’elezione di Roma con le altre che si terranno la primavera prossima a Milano, Torino, Bologna e Napoli.
E il candidato, è ovvio, non sarà  Marino.

Maria Teresa Meli
(da “il Corriere della Sera”)

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FINO A STAMATTINA ABBIAMO LAVORATO SOLO PER PAGARE LE TASSE

Giugno 23rd, 2015 Riccardo Fucile

TAX FREEDOM DAY: LA SCHIAVITU’ DURATA BEN 173 GIORNI… A NAPOLI E BOLOGNA IL RECORD DI TRIBUTI LOCALI

Liberi, finalmente liberi. Oggi termina la nostra schiavitù fiscale.
Da ora potremo cominciare a lavorare solo per noi e non più per pagare le imposte, le tasse e i contributi.
Il Tax Freedom Day arriva dopo 173 lunghe, interminabili giornate dedicate interamente alle necessità  dello Stato, dell’Inps e degli enti locali.
Il calcolo del giorno di liberazione fiscale è stato fatto da Corriere Economia a inizio anno e, visto che il gran giorno è arrivato, è bene riprenderlo in considerazione.
Per tirare le somme e festeggiare. Ricordiamo che il contribuente preso a modello per calcolare quante tasse paga effettivamente sui redditi, sulle e proprietà  e sui consumi è un quadro con un reddito di 49.228 euro.
Il 23 giugno è la data più lontana a cui è giunto finora il Tax Freedom Day: dal 2011 il Fisco vorace si è mangiato più di una settimana della nostra vita, dato che la liberazione prima della manovra del governo Monti arrivava già , si fa per dire, il 14 giugno.
Speriamo che questa progressione si fermi o rischieremo di passare, ben presto, le Colonne d’Ercole del 30 giugno.
Il che vorrebbe dire lavorare più per l’Erario che per noi.
A inizio anno avevamo anche calcolato il giorno di liberazione fiscale anche di un contribuente con un redito di 24.656 euro che, grazie al cielo, ha già  smesso di lavorare per pagare le tasse il 13 maggio.
In quest’inizio d’anno non sono state introdotte modifiche al sistema tributario e, quindi, è presumibile che davvero da qui a fine 2015 riusciremo a portarci a casa tutti i nostri guadagni, senza che il Fisco ce li sottragga con uno dei suoi soliti blitz.
Ma non è detto, visti i buchi che alcune sentenze hanno aperto nei conti pubblici e il complicarsi della situazione sui mercati finanziari a causa dell’incertezza legata alla sorte della Grecia.
Per ora l’unica pesante incognita riguarda i comuni.
E non tanto per le osteggiate Tasi e Imu, per le quali è stato introdotto un tetto, ma per le addizionali all’Irpef.
Per il 2015, infatti, i Comuni possono portare l’aliquota allo 0,8%. E le Regioni hanno la possibilità  di innalzare l’aliquota massima al 3,3% contro il 2,3% dell’anno scorso (con un incremento del 43%). nel 2013 il prelievo non poteva superare l’1,73%: in due anni la possibilità  per le Regioni di inasprire l’addizionale regionale è quasi raddoppiata
Questo è il paese del sole, del mare… e delle tasse.
La tentazione di fare un’aggiunta al testo di una delle più celebri canzoni dedicate a Napoli viene spontanea guardando all’analisi condotta dalla Cgia di Mestre sul peso delle imposte locali sui contribuenti.
Nei tre profili di imponibile prescelti (25, 50 e 90 mila annui) il capoluogo campano ha il poco invidiabile primato del prelievo tributario più elevato sia per il reddito più basso sia per quello più alto, mentre nella categoria intermedia viene superato solo di poco da Bologna e Genova. Uno stipendio da 25mila euro lordi guadagnato da un capofamiglia con coniuge e figlio a carico paga su tutto il territorio nazionale 2.298 euro di contributi previdenziali e 2.900 euro di Irpef, ma il peso dei quattro tributi locali, due direttamente commisurati al reddito (le addizionali regionale e comunale) e due invece legati alle caratteristiche dell’abitazione (Tasi e Tari) varia molto da città  a città : considerando i capoluoghi regionali, a Napoli il costo dei quattro balzelli è complessivamente di 1.265 euro, ad Aosta ne bastano 600 in meno.
Lo stesso confronto su una retribuzione lorda di 50 mila euro dice che a Bologna i tributi locali costano 2.315 euro all’anno mentre ad Aosta sono sufficienti 1.090 euro.
Infine su un reddito da 90 mila euro il contribuente partenopeo non solo vede falcidiato lo stipendio lordo di 36.849 euro tra Irpef statale e Inps, ma ne deve spendere altri 3.220 per il federalismo fiscale, invece i fortunati valligiani se la cavano con 1.636 euro.
Venendo allo specifico dei tributi, per tutti e tre i profili, le addizionali Irpef più elevate si pagano a Napoli e quelle più ridotte ad Aosta.
Per un reddito da 25 mila euro nel capoluogo campano si spendono 665 euro di cui 461 per l’Irpef regionale, su 50mila euro il prelievo sale 1.322 euro, 921 destinati alla regione, e infine su 90mila il costo complessivo è di 2.343 euro, con 1.645 euro incassati dalla Campania.

(da “il Corriere della Sera”)

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GENOVA, ODISSEA PER UN LOCALE, A NIZZA E’ TUTTO PIU’ FACILE

Giugno 23rd, 2015 Riccardo Fucile

IN ITALIA SERVONO DUE MESI E ALMENO 8.437 EURO… IN FRANCIA 14 GIORNI E SI RISPARMIANO 700 EURO

La burocrazia ha lo straordinario potere di farti sentire stupido.
Per quanto uno stia attento si dimentica sempre qualcosa, e le grane arrivano puntuali. Come quella capitata a Giovanni Vivarelli, imprenditore genovese sessantenne da sempre attivo nel settore della ristorazione: «Stavamo mettendo a posto il nuovo locale. Un giorno arrivano gli ispettori del lavoro e ci chiedono il piano di sicurezza e coordinamento».
Il piano è previsto per legge, e ha senso nei grandi cantieri.
«Il nostro era un cantiere piccolo: abbiamo verniciato i muri, posato il parquet, rifatto i bagni e poco più. La ditta che ha eseguito i lavori aveva tutti i dipendenti in regola. Ma niente da fare, mancava quel piano: la sanzione ci è costata più di 2000 euro».
Per aprire il ristorante di cui è comproprietario insieme al figlio Daniele, Vivarelli ha attraversato una landa di gabelle da pagare e carte da consegnare ogni volta a uno sportello diverso.
Un cammino lungo due mesi. Si comincia con il notaio per la costituzione della società : nel caso di Vivarelli e figlio è una Sas, più spesso è una Snc, il costo del notaio è grossomodo lo stesso, attorno ai 1500 euro.
Dopo essersi registrata alla Camera di commercio, all’Inps e all’Inail, e avere firmato il contratto di acquisto o di affitto del locale, la nuova società  presenta il progetto al Comune.
«Per fortuna – dice Vivarelli – il nostro non è in zona 1», quella cioè che a Genova coincide con il centro storico e con il fronte mare e che richiede opere aggiuntive, come ad esempio l’insonorizzazione delle pareti, una seconda toilette e un apposito spazio interno per la raccolta differenziata.
Comincia poi la trafila dei corsi di formazione, quello per il certificato Haccp, che dimostra il rispetto delle leggi di igiene ambientale, e quello per la prevenzione, protezione e il pronto soccorso: il primo obbligatorio per titolare e dipendenti, il secondo solo per il titolare, entrambi a pagamento. Fin qui niente di sconvolgente.
Le assurdità  cominciano con l’iscrizione al Conai, Consorzio nazionale imballaggi, cui ogni titolare di ristorante o bar deve versare un obolo di 5,16 euro.
Se il ristorante o bar, come è ovvio, vende alcolici deve comunicarlo all’Agenzia delle dogane, su carta con marca da bollo da 16 euro, anche se lo ha già  comunicato al Comune quando ha presentato il progetto per l’autorizzazione.
Per pagare la tassa sui rifiuti il barista-ristoratore deve iscriversi all’Amiu anche se la tassa sui rifiuti è di competenza del Comune che già  possiede tutti i dati del nuovo locale.
Se il ristorante ha un’insegna, questa in molti casi deve essere autorizzata dalla Sovrintendenza, essendo molti palazzi sotto vincolo, e in ogni caso deve essere autorizzata dal Comune, che poi pretende un canone annuo di 90 euro.
Se il bar ha un calciobalilla, un flipper o un biliardo, deve versare all’Agenzia delle dogane, rispettivamente, 600, 1000 o 3800 euro l’anno.
A NIZZA BASTANO DUE SETTIMANE
Questa matassa fiscale che in Italia per essere sbrogliata richiede due mesi di pazienza e più di 8 mila euro di spese, nella vicina Francia costa meno in termini di denaro e molto meno in termini di tempo. «In due settimane abbiamo fatto tutto», dice Fabio Gnech, imprenditore cuneese quarantenne titolare di un ristorante nella centralissima place Massèna, a Nizza.
La base è identica: si costituisce una società , si presenta il progetto al Comune, si affida a un commercialista la gestione della contabilità .
Delle altre tasse, però, in Francia non c’è traccia: la domanda al Comune per i dèhors è gratis, quella per l’insegna pure, flipper e calcetti sono esentasse e i corsi di formazione, oltre ad essere facoltativi, li paga lo Stato.
«L’unica vera preoccupazione – dice Gnech – è il contratto. In Francia l’affitto ha durata illimitata, sempre che l’affittuario paghi regolarmente».
In Italia invece il proprietario del locale, dopo sei anni, può cambiare idea e recedere. «Questo lega i gestori dei locali, gli impedisce di fare grandi investimenti».
In Francia, spiega Gnech, il contratto d’affitto può durare tutta la vita e proprio per questo, prima di firmarlo, viene studiato e discusso in ogni sua virgola.
«Di norma ci si rivolge a un avvocato, cosa che abbiamo fatto io e miei due soci». Con l’aiuto dell’avvocato, sono riusciti ad aggiungere un paio di clausole a loro favore, compresa una riduzione della rata mensile nei primi tre anni.
Tolta questa consulenza legale, costata a Gnech e soci 2000 euro di parcella, il resto è stata una passeggiata.
In Francia le pratiche sono talmente semplici che uno, anche se inesperto, può sbrigarsele da sè.
Prendiamo i dehors: in Italia il progetto deve essere depositato in Comune con un versamento di 400 euro che il Comune giustifica come contributo alle spese della conferenza dei servizi, ossia al gruppo di funzionari comunali che devono valutare quel progetto.
«In Francia niente di tutto ciò, per carità . Basta – dice Gnech – indicare il numero, i modelli e il materiale con cui sono fatti tavolini, sedie e eventuali ombrelloni del dehor. Il Comune valuta in base all’estetica, ad esempio vieta le sedie in plastica o quelle sponsorizzate. E non c’è nessun versamento».
Il ristorante di Gnech è al piano terra di un palazzo vincolato dalle Belle arti cui anche qui, come in Italia, va chiesto il permesso per poter affiggere una o più insegne.
La differenza è che il permesso è gratis, e non esiste alcun canone comunale da pagare ogni anno per il solo fatto di avere un’insegna.
Anche in Francia bisogna versare una tassa annuale alla Spaem, equivalente della Siae, che però è pari a un sesto della tassa italiana, 50 euro anzichè 300.
I corsi di formazione per ottenere il certificato Haccp sono facoltativi, «l’importante – spiega Gnech – è che il locale sia a norma, che usi in modo corretto le celle

Francesco Margiocco
(da “il Secolo XIX”)

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IL CUSTODE E’ IN FERIE FORZATE, MORTI ABBANDONATI ALL’OBITORIO: ACCADE A BORDIGHERA, ITALY

Giugno 23rd, 2015 Riccardo Fucile

INCHIESTA GIUDIZIARIA SUL REPARTO DI MEDICINA LEGALE

L’inchiesta giudiziaria che ha travolto il reparto di medicina legale dell’Asl sta provocando ora, di conseguenza, anche una situazione a rischio salute pubblica nelle camere mortuarie, realizzate ex novo, dell’ospedale Saint Charles.
L’unico custode è in ferie, “obbligate”, da qualche giorno per essere finito nel registro degli indagati e nonostante l’intervento del dirigente medico Gian Paolo Pagliari che ha dato nuove disposizioni per far funzionare il settore, le camere mortuarie sono divenute terra di nessuno.
Ieri, ad esempio, la salma di una donna, non identificata , era stata lasciata su un lettino, porta aperta, visibile a tutti.
Fuori dalle camere mortuarie i parenti di altri defunti hanno atteso per lungo tempo che arrivasse un responsabile del settore per chiedere informazioni, ma nessuno si è presentato.
E tra chi protestava anche un pensionato, furente, perchè la moglie mancata da qualche ora, era stata abbandonata sopra un lettino, lenzuola sporche.
E le altre lenzuola utilizzate per coprire le salme non sono state rimosse da giorni dal locale ripostiglio.
La conferma? Si sono talmente accumulate da fuoriuscire dal cesto porta biancheria e sono accatastate per terra.
Ripostiglio che denota chiaramente i segni dell’incuria e dell’abbandono: decine di sacchetti di plastica gettati a terra come la carta che riveste le confezioni delle medicine o contenitori di plastica vuoti sparsi ovunque.
In un altro locale, anche questo accessibile a tutti, le lenzuola che coprono le salme sono state raggruppate a mucchio sopra un lettino, avvolte intorno ad una bottiglia di plastica.
«Un’indecenza — tuonano seccati i parenti dei defunti — nessun rispetto per i morti». Eppure le disposizioni del dirigente medico sono chiare.
«L’apertura e la chiusura della camera mortuaria — si legge nel documento inviato anche alla direzione sanitaria di Sanremo — dovranno essere effettuate dal personale socio sanitario in servizio psichiatrico e del punto di primo intervento. Il personale di reparto provvederà  al trasporto della salma presso la camera mortuaria utilizzando i propri dipendenti socio sanitari o chiedendo, ove si renda necessario, la collaborazione di colleghi di altri reparti».
«Per quanto riguarda la gestione delle camere mortuarie – fa sapere la direzione dell’Asl – si ricorda che a causa dei noti provvedimenti adottati a seguito dell’indagine investigativa in corso, l’Azienda ha preso provvedimenti di emergenza che potrebbero comportare anche momentanei disagi. Peraltro la camera ardente si presenta pulita e in ordine mentre il deposito di servizio, non aperto pertanto al pubblico, si trovava effettivamente ancora da riordinare. E’ evidente che, pur nelle ricordate difficoltà , continueremo a monitorare la situazione al fine di assicurare un adeguato servizio ai famigliari dei defunti».

Loredana Demer
(da “il Secolo XIX”)

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ORFINI SOTTO PROTEZIONE, MELONI COLPITA DA INSOLAZIONE

Giugno 22nd, 2015 Riccardo Fucile

SECONDO L’ESPONENTE DI FDI, ORFINI AVREBBE DOVUTO RINUNCIARE ALLA SCORTA, COME SE NON SAPESSE CHE NON E’ L’INTERESSATO CHE LA RICHIEDE MA CHE VIENE ASSEGNATA D’AUTORITA’… E NON LA PAGANO I ROMANI, MA TUTTI GLI ITALIANI… GUARDARE IN CASA PROPRIA MAI, EH?

“Sotto protezione” Matteo Orfini, presidente del Pd e commissario del Pd Roma dopo il terremoto di Mafia Capitale.
Da qualche tempo gli è stata assegnata una scorta per ragioni di sicurezza, o meglio un “accompagno” ossia una “misura di protezione” non per il ruolo nazionale ma per la battaglia ai clan del malaffare della Capitale e del litorale di Ostia e per minacce di ambienti anarchici.
Le misure sarebbero scattate tre giorni fa, tecnicamente con la motivazione di “eccesso di esposizione”.
“La misura di protezione adottata dalla Prefettura a favore di Matteo Orfini conferma che il prezioso lavoro che sta portando avanti per il contrasto dell’illegalità  a Roma. A Matteo va la solidarietà  mia e di tutta la città  e l’invito a non mollare” dichiara in una nota il sindaco di Roma, Ignazio Marino.
Per il governatore del Lazio Nicola Zingaretti “Orfini sta svolgendo in prima linea un compito delicatissimo con rigore e passione per contrastare ogni forma di illegalità . Voglio esprimergli la personale solidarietà  e vicinanza e quella dell’Amministrazione regionale per la misura di protezione adottata dalla Prefettura che si è resa necessaria –
E solidarietà  trasversale è arrivata anche da tutti i municipi della capitale e da esponenti locali e nazionali del partito ma anche di Forza Italia.
“Accanto a Matteo Orfini. Il suo impegno contro la corruzione e per la trasparenza è di tutto il Pd” ha twittato il vicesegretario Pd, Lorenzo Guerini.
Solidarietà  anche dal senatore di Forza Italia Francesco Giro che dice: “Anche a nome di Fi voglio esprimere al presidente del Pd e amico Matteo Orfini la solidarietà  mia personale e del mio movimento”.
“Roma sta vivendo un momento drammatico e la lotta per la legalità  deve essere condivisa al di là  delle rispettive appartenenze politiche – conclude – A Matteo va allora il mio incoraggiamento a non desistere nel suo impegno”.
Unica voce stonata quella di Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia: “Marino aveva detto che avrebbe rinunciato alla scorta. Ora ce l’ha lui e anche il suo badante. A pagare sempre i romani”.
Dato che la Meloni non è stupida nè sprovveduta, le sue parole risuonano ancora più fuori luogo e improntate a mera demagogia.
In primo luogo la scorta viene assegnata d’autorità  in base alle risultanze e agli allarmi segnalati dalle forze dell’ordine, non è richiesta dall’interessato.
Se la Meloni ha degli argomenti giuridici per dimostrare che non vi sono elementi che inducono a tutelare Orfini li renda noti.
Altrimenti fa solo la figura di voler negare che Orfini sia esposto nella lotta ai clan di Ostia, mentre un autorevole esponente di FDI è indagato per associazione mafiosa.
Ed eviti di dire che la scorta a Orfini o chi per lui   è pagata dai romani: le scorte le paga il ministero degli interni e quindi tutti gli italiani.
D’estate le insolazioni sarebbe sempre meglio evitarle.

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“LA QUALITA’ DELLA VITA CONTA PIU’ DEI CONSUMI”: IL 72% DEGLI ITALIANI STA CON PAPA FRANCESCO

Giugno 22nd, 2015 Riccardo Fucile

LA RICERCA RESEARCH: ITALIANI ATTENTI A EQUILIBRIO E SOSTENIBILITA’ DEL PROGRESSO

Viviamo una metamorfosi inconsapevole, una stagione segnata da trasformazioni sociali ed economiche radicali.
Ciò nonostante, fatichiamo a comprenderne la portata reale. Siamo immersi in un «presente continuo» generato dalle nuove tecnologie che fondono passato e futuro in qualcosa che appare tutto contemporaneo.
Senza rendercene conto, stiamo riscrivendo i paradigmi dello sviluppo.
L’occasione di Expo sotto questo profilo è emblematica.
Una molteplicità  di Paesi espone non solo architetture o cibi, ma le idee di progresso che li connotano.
Un’evoluzione diversa da quella che ha originato le nostre società , e che ancora fatichiamo a prefigurare in modo compiuto. Quel che è certo, è che non è più destinata a una crescita lineare e progressiva, ma molteplice e multidimensionale; non può più contare su una disponibilità  illimitata di risorse e deve immaginarsi più equa e sostenibile.
Diversi progressi  
Tutto ciò, all’interno di un quadro complicato dal fatto che alcune parti (minoritarie) del globo hanno già  conosciuto lo sviluppo industriale, mentre altre (maggioritarie) si stanno affacciando in questi anni. Proprio per questi motivi, le teorie sul progresso stanno conoscendo rivisitazioni profonde.
Studiosi come Senn, Attali, Latouche propongono prospettive diverse per lo sviluppo, passando dal considerare fondamentali la crescita delle capabilities individuali, fino all’idea di una decrescita felice.
La stessa misura della ricchezza di una nazione, attraverso il Prodotto interno lordo (Pil) è da anni messa in discussione e si cercano nuovi indicatori.
Di considerare come la ricchezza non sia solo frutto della produzione materiale, ma anche della salute, dell’istruzione, del benessere psico-fisico di una popolazione.
La ricerca  
Su questi temi, la ricerca di Community Media Research in collaborazione con Intesa Sanpaolo, per La Stampa, ha interpellato gli italiani per comprendere quale sviluppo economico ritengano auspicabile.
Un elemento svetta in modo netto e coinvolge circa i tre quarti (72,0%) della popolazione, in particolare fra gli abitanti del Nord-Est e del Centro-Sud.
Non è pensabile fermare il progresso e la crescita economica, è necessario continuare a produrre e lavorare, ma mutandone il carattere: bisogna prestare attenzione soprattutto alla sostenibilità  e alla qualità  dello sviluppo.
Dunque, è diffusa l’idea che il progresso abbia traiettorie non arginabili. Pur tuttavia, è urgente indirizzarlo all’insegna di un maggiore equilibrio con l’ambiente e nei confronti delle diverse aree del pianeta.
Soprattutto, che metta al centro la qualità  della vita.
All’opposto, troviamo quanti ritengono non si debba uscire dalla strada fin qui percorsa, che si debba continuare a lavorare e produrre come abbiamo fatto finora perchè altrimenti rischieremmo di perdere la ricchezza costruita.
È una quota marginale (5,0%) e con una particolare concentrazione nel Mezzogiorno.
Fra queste posizioni, si collocano due punti di vista diversi, ma prossimi fra loro.
Da un lato, quanti esprimono in modo manifesto l’idea che la qualità  della vita sia determinata da una riduzione drastica di ritmi di produzione e consumi.
Anche questo caso annovera un nucleo di persone contenuto (17,6%), ma non marginale soprattutto al Nord-Ovest, dove lo sviluppo industriale di matrice fordista ha avuto la maggiore presenza.
D’altro lato, si osserva un orientamento difensivista. Il benessere attuale può bastare: l’importante è difenderlo (5,4%).
I profili  
Volendo offrire una misura di sintesi, abbiamo costruito il profilo degli orientamenti verso lo sviluppo economico.
Il gruppo più cospicuo è formato dai «sostenibili» (72,0%) che mettono l’accento sull’equilibrio e la qualità  del progresso.
Tale posizione è particolarmente presente presso la componente maschile, dei 60enni e degli studenti.
Molto distante troviamo il gruppo dei «declinisti felici» (23,0%). È una quota minoritaria, ma non esigua e che trova diffusione in particolare presso donne, 50enni, laureati e abitanti nelle aree di più antica industrializzazione (Nord-Ovest).
Infine, i «conservativi» (5,0%) che propongono di non mutare il modello di sviluppo fin qui perseguito. È una quota marginale, diffusa tra gli ultra 65enni, casalinghe, abitanti nel Mezzogiorno e con basso titolo di studio.
Sostenibilità  ambientale, equilibrio dello sviluppo globale, centralità  della qualità  della vita costituiscono le aspettative verso lo sviluppo economico per la grande maggioranza degli italiani.

Daniele Marini
(da “La Stampa”)

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CARTELLINO GIALLO DI GRASSO SULLA BUONA SCUOLA

Giugno 22nd, 2015 Riccardo Fucile

RENZI VORREBBE PORTARE IL TESTO SUBITO IN AULA, GRASSO RICORDA CHE DEVE PRIMA PASSARE IN COMMISSIONE

Tra Matteo Renzi e la ‘Buona scuola’ c’è Pietro Grasso.
Raccontano al Senato che sia stato il presidente a dare un freno all’impeto del giovane premier, fortemente tentato di portare in aula il testo di riforma della scuola, saltando il voto in commissione, dove pesano i duemila emendamenti presentati da opposizione e minoranza Dem.
“Noi stiamo al regolamento”, segnalano dalla presidenza del Senato.
E il regolamento impone che i testi collegati alla manovra di bilancio – come la scuola, che prevede voci di spesa e non a caso è stata sottoposta a parere della commissione Bilancio — debbano essere presentati in commissione, dove si deve anche riaprire il termine dei subemendamenti, e solo dopo in aula.
Non è possibile saltare, come è successo prima di Natale con la legge elettorale. Domattina i relatori di maggioranza Francesca Puglisi del Pd e Franco Conte di Area Popolare faranno l’ultimo tentativo in commissione per cercare un accordo politico che riduca gli emendamenti.
Ma tra i renziani nessuno scommette sul successo della manovra.
Quindi? Sarà  braccio di ferro con Grasso?
Per ora, agli atti, c’è solo l’avvertimento arrivato dagli uffici della presidenza.
Un cartellino giallo piuttosto normale nelle dinamiche parlamentari, che però va ad intralciare l’idea del premier di saltare del tutto il voto in commissione, come è successo sull’Italicum.
E poi a Palazzo Chigi non è piaciuto quel richiamo a Grasso contenuto nella nota diffusa ieri da Miguel Gotor, senatore di minoranza.
“Spero che il governo e la maggioranza del Pd abbiano la sensibilità  politica di ascoltare le parole del presidente del Senato Pietro Grasso — dice Gotor — il quale ha auspicato che su un provvedimento significativo come quello sulla scuola non sia mesa la fiducia, ma il Parlamento sia lasciato libero di esprimersi e di migliorare la legge”.
Ora, la fiducia è una decisione che spetta al governo.
E il premier resta convinto che quella sia la strada obbligata per superare le difficoltà  della maggioranza in Senato e ottenere l’ok sulla ‘Buona scuola’.
Quanto a Grasso, sabato scorso, alla festa dell’Unità  a Roma si è solo limitato ad auspicare che non si arrivi alla fiducia, come di solito fanno tutti i presidenti di Camera e Senato, in difesa delle prerogative del Parlamento, e dunque “Se si potesse evitare, certamente…”, ha detto Grasso rispondendo a domanda.
Ma dalle parti di Renzi non si nasconde un certo fastidio.
Come è successo quest’estate, quando la bolgia scatenata da opposizione e minoranza Pd sulla riforma costituzionale, diede adito ai renziani di diffondere veleni sul presidente. Veleni, appunto, che sulla scuola potrebbero riproporsi.
A Palazzo Madama le sentinelle renziane tengono le antenne dritte, gli uffici parlamentari studiano il regolamento, si cerca una via d’uscita dignitosa per tutti, ma certo la questione resta complicata.
Renzi se la cava così: “Decide il Parlamento. Se passa, ci saranno 100mila assunzioni, se non passa o se non passa in tempo per le assunzioni, ci saranno solo quelle del turn over, che sono circa 20-22mila persone”.
Perchè, anche a voler aprire il termine dei subemendamenti, il governo in Commissione Cultura rischia di non avere la maggioranza.
Oggi è venuto allo scoperto Walter Tocci, componente di minoranza Pd in commissione, di solito parco di dichiarazioni stampa.
Sulla ‘Buona scuola’ invece ha scritto un lungo post sul suo blog, smontando pezzo per pezzo la riforma di Renzi.
“L’unica novità  è l’applicazione ossessiva di uno solo al comando anche nel mondo della scuola — scrive Tocci – Nessuno dei veri problemi viene affrontato, nè la riforma dei cicli, nè l’abbandono degli studenti, nè il neo-analfabetismo degli adulti. I centomila sono utilizzati come una clava per imporre scelte inutili o dannose. Uno, nessuno e centomila, è il titolo di un dramma che racconta lo smarrimento del protagonista”.
Con Tocci anche Corradino Mineo, che pure critica l’idea di porre la questione di fiducia sul testo.
E in commissione pesano poi le perplessità  del senatore a vita Carlo Rubbia. Sono tre voti in dissenso possibili: bastano per mettere a rischio una maggioranza di 15 a 12 in commissione.
A sera, dopo riunioni fiume con i tecnici del Miur per comporre il ‘testo di sintesi’ di Puglisi e Conte, dalla cerchia parlamentare del premier arrivano rassicurazioni: “Ci atterremo al regolamento”.
Di uno scontro con Grasso non si sente il bisogno. Ma va superata l’impasse, in qualche modo.
“Pd andrà  avanti su #labuonascuola, Una legge per valorizzare autonomia, merito e assunzioni. Domani alle 10,30 seduta 7 commissione”, twitta Andrea Marcucci, presidente della Commissione Cultura.
I relatori dovrebbero proporre cambiamenti sul tetto di 100mila euro per lo ‘School bonus’ e sulla commissione di valutazione dei docenti, che nella nuova formulazione dovrebbe comprendere anche due professori in più e un membro esterno.
Quindi, da regolamento, il testo verrà  depositato in commissione.
Le opposizioni diranno la loro. Lo stesso vale per la minoranza Dem.
Ma se la mole di emendamenti resterà  ancora lì a spiaggiare il testo sulla scuola, già  domani – prevedono i renziani – potrebbe riunirsi una conferenza dei capigruppo per discutere della possibilità  di inviare il testo direttamente in aula.
Accadrà ?

(da “Huffingtonpost”)

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IL PD PRONTO A SALVARE CASTIGLIONE, INDAGATO PER IL CARA DI MINEO

Giugno 22nd, 2015 Riccardo Fucile

I DEM VOTERANNO CONTRO LE MOZIONI DELL’OPPOSIZIONE

L’ordine di scuderia è già  partito.
È nel corso della discussione generale alla Camera che viene affidato al parlamentare del Pd Marco Miccoli il compito di dire di no alle dimissioni del sottosegretario Castiglione, indagato per turbativa d’asta sulla vicenda del Cara di Mineo: “Saranno i processi, che speriamo vengano celebrati presto, a stabilire le responsabilità . Per noi un avviso di garanzia è un atto dovuto, non è una condanna e come tale va trattato”. Parole concordate col capogruppo Ettore Rosato.
Dunque il Pd voterà  contro le mozioni che chiedono il ritiro delle deleghe al sottosegretario.
Ce ne sono tre alla Camera. Quella di Sel, della Lega e dei Cinque stelle.
Il voto è previsto per martedì 22, ma potrebbe anche slittare di un giorno.
Cambiando l’ordine dei giorni, però, il risultato non cambia: “È un voto scontato — spiegano fonti del Pd vicine a Rosato — perchè da che mondo è mondo la maggioranza respinge le mozioni delle opposizioni”.
Parole dietro le quali si capisce che l’altro ordine di scuderia è “minimizzare”, tenere basso il passaggio parlamentare.
Perchè il salvataggio di Castiglione è la vittoria della ragion di governo sulla questione morale: “Non ci sono alternative” dicono nel Pd.
In parecchi ricordano le parole, minacciose, che dal carcere Buzzi consegnò ai pm: “Mi ci dovete far pensare un attimo, perchè su Mineo casca il governo”.
Attorno all’inchiesta aleggia un alone di tensione. Il primo a sapere che la posizione del sottosegretario è imbarazzante è Renzi.
Il quale sa bene che Cantone definì “illegittima” la gara.
E sa che Cantone scrisse lo scorso 27 maggio al ministero dell’Interno. E che ha annunciato il commissariamento di Mineo, nonostante gli attacchi dei Castiglione boys.
Anche Gennaro Migliore, circa un mese fa, dopo che era andato in Sicilia con la sua commissione per una verifica diretta, consegnò al premier un giudizio assai preoccupante: “Castiglione — questo il senso del ragionamento – ci sta dentro fino al collo”. Pochi giorni dopo sarebbe arrivata la seconda puntata di Mafia Capitale (leggi qui l’articolo sul “sistema Castiglione”).
Il problema però è che, in questa storia, le responsabilità  di Castiglione portano alla “copertura politica” della casella più delicata del governo, quella di Angelino Alfano: “Castiglione — ripetono i renziani — è Alfano. E se salta a quel punto salta Ncd, nel senso che si sfaldano i gruppi e il governo non ha più certezza dei numeri”.
È questo il grande scambio in nome della governabilità .
Mentre su Azzollini il partito del ministro dell’Interno non si è immolato, su Castiglione la questione è stata chiarita il giorno in cui è uscita la notizia che il sottosegretario era indagato. In un primo momento a palazzo Chigi era stata valutata la richiesta di un passo indietro del sottosegretario.
Dopo un pomeriggio difficile, la parola d’ordine diventò: “linea garantista”. In mezzo la valutazione del sisma sulla maggioranza di governo.
E oggi, dopo il silenzio, arriva il “salvataggio” del sottosegretario. E il colpo di spugna anche sulle sue responsabilità  politiche.

(da “Huffingtonpost“)

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INTERVISTA A CLAUDIA, SEGRETARIA DEL CIRCOLO PD IN DISGRAZIA DEL TESTACCIO

Giugno 22nd, 2015 Riccardo Fucile

“BARCA CI DOVEVA AIUTA’ NON AMMAZZARE”

«E sono qui al Circolo. Lo so che è domenica, ma che ci vuoi fare, stiamo scrivendo la risposta a Barca. C’è chi la chiama pazzia e chi passione».
Claudia Santoloce è la segretaria dello storico circolo Testaccio.
Uno dei 27 definiti dannosi dal rapporto di Fabrizio Barca.
Se lo aspettava?
«Macchè. Una mazzata. E dire che siamo stati gentilissimi quando sono venuti».
Voi rientrate nei circoli in cui prevale la logica «potere per il potere».
«Non è vero, quale circolo feudale. Io sono segretaria da fine 2013. E lavoro gratis».
Vi contestano un aumento «spropositato» di tessere.
«Loro dicono spropositato, io dico rinnovato rinvigorimento. Qui dal 2009 governano insieme Pd e Udc. Poi le due realtà  sono confluite e i due consiglieri Udc sono passati al Pd. Così sono arrivati i nuovi. Nessuna guerra di potere».
Il rapporto vi riconosce anche meriti .
«Infatti, poi però ci boccia. Si fa di tutta l’erba un fascio e si usa una terminologia dannosa e pericolosa. Barca è stato anche gentile e ci ha ascoltato. E il suo rapporto può essere utile per fare pulizia. Ma bisogna stare attenti. C’è gente iscritta da 40 anni qui. Ci si confonde con Mafia Capitale, con le ruberie. Così è un tritacarne».
Enrico Letta abita a pochi passi.
«Sì, ha presentato il suo libro da noi il 16 giugno. Viene spesso, è una persona squisita, gli vogliamo bene».
Voi che fate per il quartiere?
«Siamo aperti tutti i pomeriggi, gli eletti parlano tutte le settimane con i cittadini. Abbiamo riqualificato Campo Testaccio».
Che direte a Barca?
«Spero che faccia una nota aggiuntiva. E poi voglio dirgli che ci doveva aiuta’, non ammazza’».

Alessandro Trocino
(da “il Corriere della Sera”)

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