Giugno 21st, 2015 Riccardo Fucile
OGNI GIORNO SONO 70.000 I LAVORATORI ITALIANI CHE ATTRAVERSANO LA FRONTIERA
L’Italia lancia un’offensiva europea contro la Svizzera: nel mirino c’è il regime fiscale che, partire dal gennaio 2015, il Canton Ticino applica ai frontalieri.
Secondo quanto risulta a La Stampa, Roma ha chiesto alla Commissione Ue di aprire una procedura d’infrazione nei confronti di Berna, accusata di penalizzare i nostri connazionali che, ogni giorno, attraversano il confine per lavorare.
Questione di tasse, e di un aumento che violerebbe «l’accordo sulla libera circolazione delle persone» nella Confederazione: documento che deve garantire ai cittadini stranieri le stesse condizioni di vita, di occupazione e di lavoro di cui godono gli svizzeri. L’intesa, che risale al 1999, prevede una «protezione contro le discriminazioni fondate sulla nazionalità ».
La misura contestata
E invece, sostiene il governo, la Svizzera discrimina eccome, per lo meno quando si parla di buste paga: da inizio anno il Canton Ticino ha aumentato al 100% il moltiplicatore comunale per le imposte, cioè l’indicatore che i Comuni utilizzano per calcolare l’importo delle trattenute sui redditi dei frontalieri.
Prima dell’aumento, la percentuale variava da Comune a Comune, con un coefficiente medio – applicato ai sensi dell’accordo firmato tra Italia e Confederazione nel 1974 – che ammontava al 78%.
Ora la cifra è schizzata verso l’alto, ovunque: la misura, approvata tra le contestazioni della sinistra, garantisce 20 milioni di franchi (19,1 milioni di euro) di entrate in più all’anno.
Il tutto a spese dei quasi 70 mila italiani che ogni giorno attraversano la frontiera, sfavoriti rispetto ai residenti temporanei.
Il popolo del confine
Il numero dei pendolari, tra l’altro, sembra destinato ad aumentare: gli stipendi, a pochi chilometri dal confine, sono praticamente doppi, le offerte di lavoro in crescita.
Anche se non è una vita facile: ore in macchina, contratti individuali, meno tutele.
E il balzo del moltiplicatore, messo nel mirino da Roma, non è neppure la stangata più temuta.
«Su uno stipendio da 5000 franchi, a fine mese pesa per 120-130 franchi. Pensavamo l’effetto fosse peggiore», dice Antonio Locatelli, presidente del Coordinamento provinciale frontalieri del Verbano Cusio Ossola.
A spaventare di più, spiega, «è la proposta di tassare annualmente il permesso dei frontalieri. Quello sarebbe un vero problema».
L’ennesimo, dopo il referendum «contro l’immigrazione di massa» del febbraio 2014 e le polemiche sugli stipendi seguite al nuovo tasso di cambio.
«La crisi ha colpito anche in Svizzera – racconta Stefano, comasco occupato nel settore agricolo -. Siamo in un’isola felice ma ci sentiamo sempre più accerchiati».
La mossa a Bruxelles
Ora l’Italia è pronta a intervenire, e si rivolge all’Unione Europea, convinta di trovare una sponda: il regime svizzero di imposizione alla fonte a Bruxelles piace poco e, a quanto si apprende, ci sono parecchie possibilità che venga giudicato discriminatorio.
A quel punto a Berna non resterebbe che trattare.
Giuseppe Bottero
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 21st, 2015 Riccardo Fucile
IL DECRETO CHE RIVOLUZIONA IL CATASTO
Addio vecchie A1, A2 o A3, avanti O e S. 
Ci vorrà ancora del tempo, ma la rivoluzione del catasto passa anche per le nuove sigle che andranno a distinguere le categorie immobiliari.
Se prima le case erano distinte in “signorili” (A1), “civili” (A2) ed “economiche” (A3) e così via, ora avremo le abitazioni “ordinarie” (O) – con una catalogazione per vani, metri quadri ma anche piano, ascensore, balconi e quant’altro determina il loro valore commerciale – e le abitazioni “speciali” (S) che sono immobili pubblici e quelli a uso commerciale.
Continueranno ad essere esentasse i luoghi di culto.
Il decreto legislativo destinato a rivoluzionare catasto e tassazione sulle case è sul tavolo del governo, che dopo una girandola di rinvii dovrebbe dare il via libera all’operazione. L’Agenzia delle entrate inizierà così ad esaminare uno a uno gli oltre 60 milioni di immobili assegnando loro valori molto più simili a quelli di mercato, che entreranno poi in vigore nel 2019.
Il decreto, scrive oggi La Stampa, promette che alla fine sarà assicurata l’invarianza di gettito, per cui se ci sarà qualcuno che pagherà di più ci sarà anche qualcuno che pagherà di meno.
Secondo i geometri fiscalisti dell’Agefis per molte abitazioni di periferia o di nuova costruzione classificate oggi come di tipo economico (A3) o civile (A2) alla fine si pagherà meno, visto che spesso si tratta di abitazioni di modesta metratura ma divise in molti vani.
Tremeranno invece i polsi di chi possiede case nei centri storici, ma classificate come popolari o ultrapopolari, o dei proprietari dei rustici trasformati in ville.
La Uil Servizio politiche territoriali stima che i 4,6 milioni di immobili classificati nelle più modeste categorie A4 e A5 potrebbero vedere quadruplicate le proprie rendite catastali.
Per gli altri immobili il valore medio sarebbe di 168 mila euro, il doppio di quello attuale. Non per questo raddoppieranno anche Imu e Tasi, visto che spetterà ai Comuni rimodulare le aliquote e che, come dice il decreto, la revisione «dovrà assicurare la sostanziale invarianza del gettito»
Le stime dei nuovi valori catastali nelle principali città le ha fatte l’Agefis, che ha basato i sui calcoli sulla superficie media di ogni singolo capoluogo. I maggiori aumenti si verificherebbero per le abitazioni di tipo civile, oggi classificate A2, di Milano (+ 310% sia in zona periferica che centrale), Napoli (+223% anche qui in entrambe le due zone), Roma (+ 222% in zona semi centrale e +163% altrove), mentre l’aumento più contenuto sarebbe a Torino (+51% in centro e periferia, solo +24% in zona semi centrale).
Per le abitazioni di tipo economico il boom sarebbe in centro a Milano (+379%), Venezia (+329%) e Napoli (+246%). Lievi aumenti in periferia a Torino (+16%).
In zona semicentrale le rendite salirebbero del 29%, mentre in centro raddoppierebbero.
Se le aliquote Tasi restassero al due per mille con i nuovi valori catastali un appartamento semi centrale di 120 metri quadri a Torino pagherebbe 535 euro contro gli attuali 433.
Ma saranno i sindaci a decidere come rimodulare le aliquote di quella che in futuro si chiamerà Local tax.
Le previsioni si basano sulle decine di pagine fitte di tabelle e algoritmi allegate al decreto, che disegnano in questo modo il catasto che sarà .
Prima di tutto si calcolerà il valore a metro quadro sulla base delle rilevazioni periodiche Omi, l’osservatorio del mercato immobiliare. In assenza di queste si terrà conto dei valori delle compravendite degli ultimi 3-4 anni o dei prezzi d’offerta delle principali agenzie immobiliari.
A questo valore medio si applicheranno algoritmi che devono tener conto di cose come affaccio, piano, ascensore, balconi, doppi servizi e quant’altro determini il maggior valore dell’immobile.
Sul dato finale si applicherà infine una riduzione del 30% ed ecco il nuovo valore catastale.
Destinato a turbare il sonno a più di un proprietario.
(da “La Stampa”)
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Giugno 20th, 2015 Riccardo Fucile
ECCO UN QUADRO DELLE POSIZIONI INTERNE AL CARROCCIO
Salvini riesce a sedare i pur persistenti dissensi interni – a partire dall’euro e dalla svolta lepenista- grazie ai successi elettorali.
Non è un mistero che i gruppi parlamentari, anche dopo la mini scissione di Tosi, non sono a maggioranza salviniana.
E ci sono aree di dissenso più o meno esplicito anche sui territori.
E così l’altro Matteo rischia di trovarsi a condividere con Renzi gli stessi pregi – la forza mediatica, il consenso – ma anche gli stessi problemi di controllo del partito in Parlamento e a livello locale.
In Parlamento nelle liste 2013 sono entrati solo due salviniani doc: il capogruppo al Senato Gian Marco Centinaio e il deputato Stefano Borghesi.
Vicino al leader anche il giovane capogruppo alla Camera Massimiliano Fedriga, che però si trova a gestire un gruppo che non nasce affatto salviniano.
Per fare due nomi, Davide Caparini e Paolo Grimoldi sono due deputati di peso della Lombardia ma lontani dal “Capitano” (che nelle scorse settimane ha azzerato il congresso della potente Lega lombarda proprio per evitare la probabile vittoria di Grimoldi).
Nel mezzo si trova Giancarlo Giorgetti, uno degli uomini più potenti in Lega, ascoltato da tutti e lanciato nel 2013 dai colonnelli maroniani come leader al posto di Salvini.
Lui rifiutò, preferendo restare nel back stage, anche per la sua scarsissima attitudine mediatica. Ora è un punto di equilibrio, in Parlamento e nel partito.
In Senato nel cerchio del leader ci sono, oltre a Centinaio, Raffaele Volpi (che però potrebbe perdere la guida del progetto sudista dopo gli ultimi negativi risultati alle urne), Johnny Crosio e Stefano Candiani, varesino, già fedelissimo di Maroni. Rapporti molto tiepidi con il presidente del Copasir Giacomo Stucchi, che lo aveva sfidato nel 2013 per la leadership.
Mentre Calderoli gioca la sua partita da cane sciolto, comunque fedele alla Ditta leghista.
Anche sui territori Salvini non se la passa bene.
In Veneto la Lega è ancora commissariata dopo il ciclone Tosi, e ormai Zaia è padrone incontrastato.
In Piemonte l’ex governatore Roberto Cota, leader della Lega regionale, è considerato distante dal leader, così come Sonia Viale in Liguria (mentre l’altro big ligure Edoardo Rixi è uno dei fedelissimi del Capitano).
Dissensi anche nelle aree lombarde di Mantova-Lodi-Cremona (dove è molto forte l’assessore lombardo Gianni Fava, ex maroniano di ferro) e a Bergamo, mentre a Varese i padroni del Carroccio sono Giorgetti e Maroni.
Col governatore Lombardo, i rapporti sono altalenanti.
Bobo soffre la scarsa visibilità , e, raccontano rumors leghisti, non sopporta le invasioni di campo di Salvini sulle questioni di Regione Lombardia, dove il segretario può contare sui fedelissimi Massimiliano Romeo (capogruppo al Pirellone) e sull’assessore Claudia Maria Terzi.
In Emilia il luogotenente di Salvini è l’ex candidato governatore Alan Fabbri, mentre in Romagna governa il deputato Gian Luca Pini vicinissimo a Giorgetti, e molto critico sulla vicenda dell’espulsione di Tosi.
In Toscana, infine, l’uomo forte è il fedelissimo Manuel Vescovi, mentre a Bruxelles il leader può contare sull’attivissimo Lorenzo Fontana, ufficiale di collegamento con i partiti di estrema destra con cui la Lega ha appena formato il nuovo gruppo anti-euro.
Una geografia a macchia di leopardo, dunque.
Per un Carroccio che, al di là della forza mediatica, non ha ancora trovato un equilibrio politico stabile.
Il correntone degli ex collonnelli maroniani Giorgetti, Fava, Stucchi e Pini, dopo i successi alle urne ha fatto una forte apertura di credito verso il leader.
Ma Salvini, riferiscono fonti leghiste, resta molto legato al suo cerchio magico, con cui governa il partito in stile renziano.
Chi sono i Boschi e Lotti di Salvini?
Gianluca Morelli, capogruppo al Comune di Milano, l’instancabile addetto ai social Luca Morisi e il capo segreteria Eugenio Zoffili.
Un cerchio magico accusato dal correntone di guidare la Lega in modo autoritario.
E tuttavia, a differenza del Pd, non c’è un dissenso strutturato in correnti in grado di andare al di là del controllo di singoli territori.
Un punto di forza innegabile per Salvini. Il quale, raccontano, si lascia spesso consigliare da Giorgetti, con cui però rimane una forte distanza su temi come l’euro e il sodalizio con Putin.
Nel partito in tantissimi sperano che questo momento magico duri a lungo. Ma i più esperti avvertono: “La tv e i social non bastano, per diventare forza di governo serve una squadra all’altezza”.
Al di là dei proclami, per diventare forza nazionale, la strada resta lunghissima.
(da “Huffingtonpost“)
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Giugno 20th, 2015 Riccardo Fucile
IL SI’ DI SILVIO AI SUOI: “RITENTIAMO”
Forse senza convinzione, sicuramente senza passione. 
Ma viste le insistenze di Confalonieri e Letta, Berlusconi ha deciso di rifare un tentativo con Renzi. Il Nazareno è come l’araba fenice, è come certe storie che non finiscono
Così, in nome e per conto del suo leader, l’azzurro Romani ha incontrato il collega Zanda, e attraverso il capogruppo democratico ha fatto sapere al premier come Berlusconi sia disponibile a rinnovare il patto che fece storia e scandalo.
Senza più l’enfasi del passato, ovviamente, senza più gli incontri conviviali in cui i due finivano a parlar di calcio.
Non è più tempo, per certi versi il tempo sembra già scaduto. Tuttavia l’offerta è giunta a palazzo Chigi: Forza Italia è pronta a dialogare (di nuovo) con la maggioranza e a dare un contributo sui provvedimenti più importanti.
A condizione però che sulle riforme il leader del Pd cambi verso, che reintroduca il Senato elettivo e garantisca di modificare l’Italicum, assegnando (di nuovo) il premio alla coalizione e non più alla lista.
Secondo Berlusconi è un atto di generosità , visto che «Renzi è odiato all’interno del suo partito, dove ho l’impressione che stiano lavorando per farlo cadere».
Secondo Renzi è un atto di contrizione, visto che «Berlusconi si è reso conto di aver commesso un grave errore» staccandosi dal Nazareno.
Entrambi raccontano un pezzo di verità , entrambi restano diffidenti, entrambi sono alle prese con problemi politici. Ma con situazioni assai diverse.
Se è vero che il segretario dem è stato sconfitto alle amministrative, è altrettanto vero che il presidente degli azzurri non ha potuto intestarsi il risultato.
La vittoria dei sindaci moderati ha segnato infatti un superamento della leadership berlusconiana.
Non è un caso se il trionfo delle liste civiche ha coinciso con il declino di Forza Italia. In Sicilia, per esempio, il simbolo è stato presentato solo a Bronte, perchè dappertutto veniva chiesto di rafforzare le formazioni locali.
Come sono lontani gli anni ruggenti in cui i candidati facevano la fila ad Arcore per la fotografia con il leader, da usare poi nei manifesti elettorali.
Ora accade il contrario, e Venezia è stato il caso più eclatante.
Con garbo il neo eletto sindaco Brugnaro l’ha rivelato a Salvatore Merlo per il Foglio : «Sono debitore della generosità di Forza Italia, che si è fatta un po’ da parte».
Non è solo un problema di marketing politico, il primo a saperlo è proprio Berlusconi, che usa il pretesto come alibi e si arrovella per cercare un nuovo nome.
Nei giorni scorsi si era appassionato al logo «L’altra Italia», scartato quando dai sondaggi ha notato che dava «un’idea divisiva e non inclusiva».
Andrà meglio con il prossimo nome, anche se ogni test somiglia alla tela di Penelope, da fare e disfare per prender tempo.
Ma il tempo logora chi non ce l’ha. E infatti è il tempo che ruba le idee a Berlusconi, perchè è lui che aveva pensato di rinnovare e rinnovarsi con le liste civiche.
Il punto è che quelle liste oggi non gli appartengono. Per progetto, linea politica e obiettivi, Brugnaro è tutta un’altra storia rispetto a Berlusconi.
Le Comunali sono da sempre il luogo della sperimentazione per l’area moderata. D’altronde ventidue anni fa – sulle macerie della Dc – il centrodestra anticipò la sua vittoria alle Politiche con la candidatura di Fini al Campidoglio.
E quando sarà il momento a Roma anche Marchini, che sembra il «prescelto», chiederà di «innovare»: «I partiti – avvisa – dovranno fare un passo indietro».
C’è un motivo dunque se l’ex premier è vittima della sua stessa operazione: la scomposizione a cui mirava ha colpito infatti solo l’area un tempo dominata dal Pdl. Con i loro alti e bassi gli altri partiti restano invece strutturati, è Forza Italia che sprofonda nella voragine aperta dallo stesso Berlusconi.
La prova sta nel sondaggio con cui ieri Ixe’ ha fatto scendere per la prima volta nella storia il suo partito sotto la soglia psicologica del 10%, a fronte di una Lega salita fino al 16%: il trend negativo testimonia quindi che il calo non era dovuto al patto con Renzi.
Forse anche per questo, pur senza passione e nemmeno convinzione, Berlusconi ha bussato di nuovo al Nazareno.
Senza dirlo a Salvini.
Francesco Verderami
(da “il Correre della Sera”)
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Giugno 20th, 2015 Riccardo Fucile
DURANTE IL CONSIGLIO COMUNALE DELLA CITTADINA SICILIANA
Parapiglia concitato durante il consiglio comunale di Misterbianco, comune di quasi 50mila abitanti, in provincia di Catania.
I duellanti sono il sindaco Nino Di Guardo, ex Pd ed eletto con una lista civica, e il consigliere di opposizione, Marcello Russo, maresciallo dei Carabinieri in servizio a Siracusa.
La bagarre esplode per via dell’intervento critico di Russo sul bilancio del Comune, parole che il primo cittadino accoglie inizialmente con toni relativamente contenuti.
“Marescià , le dice una stupidaggine” — esordisce Di Guardo — “si faccia pregare…”.
Russo lo interrompe più volte e il sindaco comincia a perdere le staffe, pronunciando moniti roventi in siciliano: “Non sa niente e sta sempre a parlare! Io le voglio bene, ma lei dice sciocchezze. Un consiglio le voglio dare, non si avventuri in strade che non conosce, picchì ci puonu essere puttusa e si sdurruba da rintra a duoppu cu u veni a pigghia ca pisa oltre 150 chili?” (trad. perchè potrebbe inciampare e cadere dentro una fossa. Chi la salverebbe poi, dato che pesa 150 chili?)”.
I botta e risposta tra i due diventano sempre più incandescenti nei minuti successivi. “Maresciallo, io per il suo bene lo dico” — continua Di Guardo — “Cu c’ho potta duocu, tutto ca gira, tuttu ca fa denunce? Lei u sbirru a Misterbianco non lo deve fare” (Chi glielo fa fare a girare, a denunciare? Lei lo sbirro a Misterbianco non lo deve fare)”.
Russo insorge contro le parole del sindaco, che nel finale dà il colpo di grazia: “Stia zitto! Lei deve stare zitto! Taccia! A Misterbianco c’è una amministrazione di persone perbene, oneste, nei confronti dei quali gli sbirri non hanno cosa fare. Se ne devono andare gli sbirri, perchè gli sbirri ci fanno schifo. Oh! Benedetto Iddio!”.
“Complimenti. Questa è la sua legalità ” — replica Russo — “Si vergogni. Si vergogni”
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 20th, 2015 Riccardo Fucile
LA MUSICA, IL SENTIMENTO, IL GENIO
L’Italia non è mai stata una “terra grata ed amorevole coi propri figli”. 
Qualunque essi fossero e qualsivoglia fosse “il merito”, è sempre stata una “madre” distratta, quasi come se certe cose le dessero fastidio, almeno durante la vita del “pargolo virtuoso”.
Demerito esclusivo di una società sempre distratta, prevalentemente a trazione socialista, ove “l’elogio del singolo individuo meritevole” ha sempre rappresentato una sorta di nota stonata, se non addirittura, un momento di deprecabile ed invidioso stato d’animo.
Ma demerito anche della Politica, sempre altrimenti affaccendata, persa nei rivoli di non si sa cosa e del “non si sa quando”.
Eppure la “nostra terra”, di grandi figli, ne ha “messi al mondo” tanti.
Vent’anni fa, per esempio, è scomparso il più grande pianista di tutti i tempi.
Un genio assoluto, ancora oggi “invidiatoci” dal mondo intero. Un grande musicista. Un grande Italiano.
Non è facile parlare di Arturo Benedetti Michelangeli per chi, come me, ha avuto la fortuna, l’onore ed il privilegio di studiare con un suo allievo, riuscendo a carpire molti più segreti di quanti se ne possano immaginare.
Non è cosa agevole mantenere l’equilibrio espositivo ed emozionale al cospetto di un genio così grande da impoverire ogni sorta di parola o di pensiero, mai abbastanza centrati, mai abbastanza esaustivi, mai effettivmente rappresentativi.
Avevo solo 13 anni quando la mia insegnante mi parlò per la prima volta di questo immenso pianista. Ricordo che stavo studiando una sonata di Scarlatti.
Ricordo la difficoltà tecnica ed interpretativa di affrontare quelle che, a prima vista, sembravano “soltanto quattro note”.
Ricordo quel suo continuo invito affinchè raggiungessi un suono brillante ma legato. Un “suono alla Michelangeli”, insomma.
Cosa volesse dire di preciso lo avrei scoperto soltanto qualche anno dopo anche se, comunque, cercavo di trarne parimenti “ispirazione”.
Ero giovanissimo. La mia famiglia non era ricca, anzi.
La Musica non era così facilmente reperibile e riuscire a sentirlo, questo immenso pianista, non era cosa così semplice.
Ciò non di meno continuai a studiare sempre attratto da quel cognome, dai racconti della mia prima insegnante e dal mito che lo circondava anche se, come tutti gli scugnizzi veraci, amanti della libertà , quel desiderio di conoscenza e di vicinanza si sarebbe sempre mischiato a quella voglia di “libertaria distanza” che non m’ha mai abbandonato.
Qualche anno dopo, in Conservatorio, “mi cambiarono classe” assegnandomi a quella del Maestro Delfini, direttore d’Orchestra, un tempo allievo proprio di Arturo Benedetti Michelangeli in quel di Arezzo.
Fu proprio allora che quel genio – che già aveva riempito la mia fantasia di scugnizzo – iniziò a diventare una perenne necessità speculativa.
In fondo, non soltanto stavo addirittura imparando la sua tecnica ma, giorno dopo giorno, lezione dopo lezione, racconto dopo racconto, mi stavo sempre più avvicinando a quella visione di grandezza che è l’unico percorso “lucido ed onesto” per chi voglia anche soltanto avvicinarsi alla possibilità sincera di fare arte.
Raccontare tante cose, ora sarebbe davvero complicato.
Compendio “dicendo” che intanto ero diventato sempre più “ribelle e finanche indipendente; che, suonando nelle varie chiese cittadine, e benchè avessi soltanto 16 anni, ero già capace di mantenermi da solo e di dare finanche “una mano a casa”; che iniziai, da subito, a cogliere le necessità dello studio comparativo altresì approfondendo – comprando libri di ogni sorta e, tutte le volte in cui ci riuscivo, anche dischi “significativi” – tutto quello che era possibile approfondire in merito alla suprema arte della comunicazione, musicale e non.
Eppure non riuscivo “a forzarmi”.
Ero attratto dalla conoscenza di quel genio, ma ne avevo anche “istintivo timore”. Ma quell’incontro era cosa segnata dal destino…
Non so per quale motivo, ma il mio Maestro, tra le varie cose, decise di assegnarmi — a titolo di “esperimento” — lo studio del Primo Concerto per Pianoforte ed Orchestra di Beethoven.
Lo adoro proprio quel concerto. Un chiaro spartiacque tra la visione Mozartiana della vita e la dimensione titanica dell’uomo che ha caratterizzato l’intera produzione del “grande burbero della storia”, un “burbero” capace di incarnarla nella sua più esaustiva forma d’esplicazione empirico-concettuale. E fu proprio allora che, per la prima volta in vita mia, sentii una registrazione del grande Genio Italico, quella “del Primo di Beethoven”, per l’appunto.
In questa sede mi sembrerebbe oltremodo fuori-luogo ragionare sulle qualità tecniche del più grande pianista Italiano di tutti i tempi.
Mi piacerebbe “da morire” raccontare del grande “Liszt Italiano” anche dal punto di vista “dell’in sè” squisitamente dato.
Ma non farei onore al genio se provassi a farlo soltanto con le parole. Sento però comunque doveroso rimarcare che quel “pianto commesso e irrefrenabile” che mi scoppiò dal profondo del cuore durante l’ascolto del secondo movimento di quel concerto, non mi ha mai più abbandonato.
Fulgida visione della più “profonda profondità ” dell’animo umano. Sito di una bellezza sconfinata. Momento di introspezione elevata ed autenticamente “umanistica”.
Comunque sia, e comunque la si voglia vedere, Arturo Benedetti Michelangeli è stato il più grande pianista di tutti i tempi. Un musicista di livello altissimo e “superiore” che ha speso l’intera sua esistenza al servizio di una visione dell’arte capace di travalicare i limiti della storia e dei territori per parlare ad intere generazioni lasciando un segno autentico e profondo di quella bellezza del linguaggio emotivo che riscalda i cuori, fa volare le menti ed appassiona, entusiasmando gli animi.
Se la cultura complessiva è l’espressione dell’anima di un popolo, la Musica, con la sua specifica capacità di comunicazione, ne rappresenta l’espressione più elevata perchè dà evidenza immediata ed oggettiva a colori e sfumature, a brutture e bellezze, proprio come fa con le stesse angosce e con gli stessi desideri di grandezza che costellano l’umana esperienza.
Somma di chiaro-scuri perenni.
Evidenza irrefregabile della ribelle spinta dell’animo umano, sia esso individuale o collettivo.
Arturo Benedetti Michelangeli è stato l’interprete sopraffino di una visione grandiosa, incarnata da un uomo forte, sensibile, deciso ma anche molto umile.
Un uomo che si è donato alla musica ed al suo Paese con la grandezza tipica di chi ha ricevuto un dono immenso riuscendone a fare un tesoro addirittura più grande. Un grande uomo, capace di fare scuola, di lanciare il giavellotto della modernità oltre il sentiero della negletta distrazione e del pressapochismo culturale e di liberare nella storia una visione, contemporaneamente, appassionata e ribelle, ortodossa e rivoluzionaria, “bellicosa e pacifica” come non mai.
Un genio fedele all’unico ideale possibile: quello dell’arte che non si chiede, ma si fa, con sacrifico, con rinunce anche gravose, con dedizione massima.
Un genio bistrattato dall’Italia, però: da un Pese distratto, da un popolo incurante e da un sistema culturale di quart’ordine.
Un genio “appena, appena” ricordato, ieri, dalla TV di Stato, con un film documentario mandato in onda alle ore 23.30 allorquando, evidentemente, non c’era più nessuna gara d’ascolto da consumare e quando “i più” erano altrimenti affaccendati.
Se il nostro Paese è quello che tristemente “è”, è proprio “grazie” alla carenza di attenzione per l’arte che, non soltanto è uno strumento per elevare gli uomini, ma che è soprattutto fonte autentica di cultura e finanche di spinta rivoluzionariamente evolutiva perchè, piaccia oppure no, la “verità ” del travolgente messaggio artistico farà sempre giustizia della retorica stucchevole e “sopraffina” e delle vuote parole per giungere, diretta ed immediata, al cuore gente facendo vibrare le corde dell’anima, far sobbalzare dalle sedie e sospingere sempre oltre il guado dell’indecoroso “lasciarsi vivere”.
Intanto, anche se non lo leggerà , anche se non potrà sentirlo… “Grazie di cuore Maestro!”
La sua lezione resterà indelebile nella storia, proprio come quel lustro che ha portato ad una Patria che non lo meritava: indegna, distratta ed imbelle.
Salvatore Castello
Right BLU – La Destra Liberale
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Giugno 20th, 2015 Riccardo Fucile
BOSSI PRESIDENTE A VITA MA DEPOTENZIATO ATTACCA IL SEGRETARIO: “NO A UN PARTITO NAZIONALE, BASTA RICATTI AI VECCHI MILITANTI, AL SUD I VOTI NON LI PRENDE”
Umberto Bossi non ci sta. La svolta imposta alla Lega Nord da Matteo Salvini è mal digerita dal fondatore del Carroccio, confermato ancora oggi presidente dal Congresso.
Sono dure le critiche del Senatur all’attuale segretario per la strategia nazionale del partito.
Il Congresso della Lega Nord ha anche approvato all’unanimità alcune modifiche allo Statuto che trasformano il Movimento da Federale in Confederale.
Tra le novità c’è il ridimensionamento dei poteri disciplinari del presidente, in questo caso Umberto Bossi, il quale potrà reintegrare solo i leghisti fondatori eventualmente espulsi e non più tutti i militanti con almeno 20 anni di iscrizione come avveniva fino ad ora.
Bossi protesta, dice che “questo espone i vecchi militanti al rischio di essere ricattati e bastonati”.
Si è lamentato con i membri del Congresso: “Gliel’ho detto: che mi mettete a fare il presidente privo di poteri?”.
Si sente ridimensionato, ma “non ne faccio mai una questione personale – ha risposto -Ci sono militanti che hanno costruito la Lega che sono stati messi fuori da Tosi e Maroni e non possono più rientrare”. Forse perchè “avranno paura”.
Non piace neanche la ruspa come nuovo simbolo della Lega, è un buon simbolo: “assolutamente no. I buoni simboli sono quelli che si agganciano al passato. Non è il futuro, ma il passato. La Lega nacque perchè combattè e sconfisse il Barbarossa. Adesso il Barbarossa si chiama Italia”.
È pesante anche il giudizio su Matteo Salvini. “Si deve ancora esprimere: son venuto a vedere che tipo di partito esce. Se esce un partito nazionale, rimane da solo a farlo” dice Umberto Bossi, ribadendo l’impronta nordista della Lega.
“Il Nord è sempre contro a quel che è italiano, al centralismo e al fascismo italiano”, ha aggiunto. “La Lega non può essere nazionale, finchè ci sono io non c’è niente di nazionale, c’è solo nazional-padano, non può essere nazionale italiano”.
Quanto al progetto del segretario federale Matteo Salvini di prendere voti al centro e al sud, l’anziano ex leader ha replicato: “no, non glieli danno. Quelli vogliono i soldi, mica vogliono cambiare il paese. Hanno sempre compartecipato con Roma ai banchetti con i soldi rubati al nord, è difficile che cambino adesso”.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 20th, 2015 Riccardo Fucile
NEL RAPPORTO DI BARCA LE ISCRIZIONI SOSPETTE: IL 40% DEI MILITANTI NON SI FA VEDERE MAI
Più che una «mappatura» dei circoli sembra la diagnosi di un male terribile, chissà se curabile: il Pd
di Roma, per Fabrizio Barca, che con il suo staff l’ha esaminato nella quasi totalità dei 110 circoli, «finisce per essere un partito mai nato».
Con ventisette «sezioni dannose» da classificare in modo inequivocabile: «Il potere per il potere».
Ce ne sono altre tredici segnate con segno «meno», accusate nella migliore delle ipotesi di inerzia.
Quindi «quaranta circoli – spiega Barca – con una situazione o una tendenza all’infeudamento».
Gestiti da capibastone (come Mirko Coratti e Daniele Ozzimo, finiti agli arresti nella seconda ondata di Mafia Capitale, o Marco Di Stefano, anche lui nelle carte di varie inchieste) che li utilizzavano per fare tessere, per «contare».
Senza traccia, o quasi, di attività politica. Anche perchè il 40 per cento degli iscritti «non frequenta mai la sede».
E la media complessiva degli «incontri pubblici» è di 10 all’anno, neanche uno al mese.
Un partito guidato quasi esclusivamente da uomini: ogni quattro «coordinatori» c’è una «coordinatrice». Venticinque circoli, poi, sono «privi di sede»; il 36 per cento «ha in corso un contenzioso con la proprietà ».
I dati di Barca in qualche modo coincidono con quelli di Matteo Orfini: tra il venti e il trenta per cento di iscritti «fantasma».
«Da lunedì via alle chiusure e ai commissariamenti», promette lo stesso Orfini. Di certo, però, il lavoro di Barca fotografa un passato recente e cupo: nella stagione 2012-2013, che porta al congresso, c’è l’ exploit di iscrizioni, con una crescita del 39,6 per cento; l’anno seguente ecco quello che Barca chiama «un disamore improvviso»: le iscrizioni calano del 40 per cento.
Per Barca «nel 2013 sono stati 32 i circoli che hanno avuto un aumento di iscrizioni superiore alla media». Inspiegabile, forse, anche alla luce dell’attività svolta: le sedi sono aperte, in media, 11,5 ore a settimana, appena sei in quelle «dannose».
Nel suo lavoro, Barca analizza anche la storia del Pd: «Nel 2006 un nuovo snodo. Le elezioni comunali diventano un test per l’investitura di Walter Veltroni a leader politico nazionale, in vista della messa in opera del progetto del Pd. Raccoglie il 61 per cento dei consensi, quasi un milione di voti, ma nella forza di questo risultato di valenza nazionale è insita una debolezza grave per il sistema politico locale: la ricerca di consenso avvalora una logica di trasformismo e trasversalità che sbiadiscono definitivamente il riformismo romano e l’autonomia della politica dall’economia cittadina».
È così che «invece di un modello virtuoso», il Pd di Roma finisce per essere «un partito mai nato».
Perchè, già nel 2007, è «espressione di divisione correntizia: due correnti Ds, due della Margherita, una per le liste civiche (dentro un pulviscolo di grumi di consenso personale)».
E ancora: «Mostra di non sapersi rigenerare, come prova la scelta di candidato sindaco nel 2008», cioè Francesco Rutelli. È lo stesso Rutelli, oggi, a dire: «Se solo trovassi un circolo del partito dove iscrivermi potrei pensare di tornare. Ma li hanno tutti chiusi».
Barca non si nasconde neanche dalle responsabilità del Pd in Mafia Capitale: certo il sodalizio criminale trova terreno fertile con l’amministrazione di Gianni Alemanno ma «il Pd deve farsi carico di una degenerazione nel rapporto con cooperative, consorzi di auto-recupero e aziende cresciute negli ultimi anni al fianco delle amministrazioni di centrosinistra.
Ciò è collegato al decadimento della vita interna al partito, i cui equilibri non si formano più sulla dialettica politica ma su rapporti di potere che abusano degli strumenti essenziali della partecipazione democratica, come il tesseramento e le primarie».
Certo, ci sono anche elementi di speranza nella mappatura: «Potenzialità positive in 44 circoli». Poi c’è una fascia intermedia, con «17 circoli inattivi e 25 identitari che producono iniziativa politica ma non rappresentano gli interessi dei cittadini».
Alessandro Capponi
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 20th, 2015 Riccardo Fucile
MA IN PADAGNA LE BOLLETTE NON SI PAGANO? … E I DIPENDENTI FINISCONO A CARICO DELLO STATO ITALIANO
Girano i tagliaerba per il coup de thèà¢tre del raduno 2015.
Girano per riprodurre un enorme Sole delle Alpi, tributo al bandierone (17 mila metri quadri) che nel 2005 venne steso sui prati per festeggiare il ritorno a Pontida di Umberto Bossi dopo la malattia.
Tagliano e scavano i leghisti, in un’opera di cesello vegetale che ha rischiato di finire oscurata. Letteralmente.
Il raduno avrebbe potuto restare senza corrente elettrica: causa bollette non pagate in sedi sparse qui e là per l’Italia (partita Iva unica, tutto il mondo leghista è paese) il partito a livello centrale risulta moroso e l’Enel ha risposto picche quando dalla segreteria orobica che si occupa dell’organizzazione è stato chiesto di attivare il (solito) contratto per gli allacciamenti di palco, musica, schermi e via dicendo. Ostacolo aggirato alla fine, con un militante che si è intestato la fattura (non si va oltre i 200-300 euro) e il direttivo a certificare il lesto rimborso (neanche il militante si fidava del partito)
Eppure la procedura per ogni gestore elettrico è prassi ma sul pratone ha portato un paio d’ore di brivido per il rischio black out impensabile in vista del raduno che Matteo Salvini ha già definito «evento», quello in cui «lanceremo la sfida a Renzi per governare il Paese».
Girano i tosaerba a Pontida ma ormai la brutta faccenda è vox populi.
Riunione domani mattina a Milano proprio per «motivi fiscali»: si mette mano allo statuto per dare autonomia alle diverse regioni.
La Lega Nord federale dividerà le sue sorti fiscali da quelle degli organismi locali.
Altro esempio concreto: 70 dipendenti che facevano capo a via Bellerio sono in cassa integrazione, ragion per cui ogni altra assunzione è bloccata, anche nelle province che hanno fondi.
Come si sia arrivati a questa situazione è oggetto del contendere: gli stessi cassaintegrati avevano più volte accusato la segreteria di aver foraggiato in eccesso le campagne elettori di Maroni e Salvini, facendo saltare i conti dell’ordinaria amministrazione.
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