Giugno 19th, 2015 Riccardo Fucile
“CONTROLLI A DISTANZA TROPPO PERVASIVI, POLITICHE ATTIVE INSUFFICIENTI, IL RIORDINO DEI CONTRATTI INCAPACI DI CONTRASTARE LA PRECARIETA'”… SIAMO IN MANO A MAN-ICHINI
“La parte debole, cioè il lavoratore, diventa inerme di fronte all’impresa. Nelle assunzioni, nei
licenziamenti, con il demansionamento, con i controlli a distanza“. Dopo la pubblicazione degli ultimi decreti, c’è finalmente una fotografia completa dei contenuti del Jobs act.
E gli addetti ai lavori possono esprimere un primo giudizio su tutti gli aspetti della riforma del lavoro targata Matteo Renzi e Giuliano Poletti.
Vincenzo Martino, vicepresidente degli Avvocati giuslavoristi italiani (Agi), non fa sconti al pacchetto legislativo.
Benchè le opinioni in seno all’associazione siano diverse, il suo giudizio è netto: i controlli a distanza sono estremamente pervasivi, le politiche attive gravemente insufficienti, il riordino dei contratti incapace di contrastare seriamente la precarietà . Tutti temi che saranno sul tavolo del convegno nazionale di Agi, dal titolo “Lavoro e diritti“, che si terrà il 19 e 20 giugno alla Triennale di Milano.
“L’imprenditore potrà leggere le mail del dipendente e seguirne gli spostamenti” — Uno dei temi più caldi negli ultimi giorni è sicuramente quello dei controlli a distanza: grazie al decreto semplificazione, l’azienda potrà monitorare gli strumenti elettronici del dipendente, come computer, tablet e smartphone, senza necessità di un accordo sindacale.
E usare i dati raccolti per comminare sanzioni disciplinari.
“L’imprenditore — spiega Martino — potrà vedere su quali siti naviga il dipendente, leggerne le mail sul server di posta aziendale, seguirne gli spostamenti in azienda con il gps“.
Un tema, quello della privacy, che non poteva non fare discutere.
Da una parte c’è chi, come il senatore Pd Pietro Ichino, parla di “regole tecnicamente appropriate, che aumentano la protezione dei lavoratori rispetto alla situazione attuale”, e sottolinea “il diritto all’informazione precisa sull’uso che verrà fatto del collegamento a distanza”.
Dall’altra ci sono i sindacati, che gridano al colpo di mano, ma anche l’Europa.
“Ci possono essere problemi seri di compatibilità con una raccomandazione del Consiglio d’Europa“, sottolinea il vicepresidente Agi, ricordando il documento che vieta in modo assoluto di controllare “attività e comportamenti” dei dipendenti.
“Si tratta di un controllo estremamente pervasivo nella quotidianità del lavoratore — prosegue l’avvocato — Uno dei presidi fondamentali dello Statuto dei lavoratori viene meno”.
“Gravemente insufficienti” le politiche attive: “C’è flessibilità ma non sicurezza” – Ma tra le ultime novità del Jobs act, grande attenzione ha richiamato il decreto sulle politiche attive, che istituisce l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro (Anpal).
Doveva essere il cavallo di battaglia della riforma del lavoro, ma per la piena operatività bisognerà aspettare ancora la riforma costituzionale del ministro Maria Elena Boschi.
Intanto, non si risolve la contesa di competenze tra Stato e Regioni e rimangono in sospeso i lavoratori dei centri per l’impiego, in attesa di sapere da quale ente dovranno dipendere.
“Questo pezzo è ancora gravemente insufficiente — ragiona Martino — Se parliamo di un modello di flexicurity, che dovrebbe coniugare flessibilità e protezione sociale, il governo ha completato la parte sulla flessibilità , ma non quella sulla sicurezza sociale. Le tutele del lavoratore nell’impresa sono diminuite in modo drastico, ma non è ancora arrivata una risposta adeguata sul piano della protezione del dipendente estromesso dal mondo del lavoro”.
Demansionamento con accordo del dipendente, “ma se alternativa è perdere il posto la scelta è obbligata” –
E a proposito di tutele diminuite, uno tra gli esempi più lampante è l’introduzione del demansionamento.
Il Jobs act ha sdoganato una pratica prima vietata dall’ordinamento italiano: ora l’azienda potrà destinare il lavoratore a una mansione inferiore.
“Aumenta il potere dell’imprenditore nella gestione quotidiana del rapporto di lavoro — sostiene Martino — Il demansionamento era la forma nelle quali si esprimeva più spesso il mobbing. Ora questa pratica, in parte, diventa lecita”.
Se c’è l’accordo del dipendente, il demansionamento potrà riguardare essere anche di più livelli.
“Ma se l’alternativa del dipendente è perdere il posto, la scelta rischia di diventare obbligata”, avverte l’avvocato.
“L’aumento dell’occupazione? Rischio che sia drogato da incentivi”
L’obiettivo dichiarato di questo pacchetto di misure era chiaro: aumentare l’occupazione e favorire il ricorso al tempo indeterminato.
Gli ultimi dati Istat, relativi ad aprile, parlano di un tasso di occupazione in aumento dello 0,7% su base annua.
Mentre l’Inps fa sapere che, nei primi quattro mesi dell’anno, le assunzioni a tempo in determinato sono cresciute del 31,4% rispetto al 2014.
Ma questi numeri, sbandierati dal governo Renzi, non convincono tutti gli addetti ai lavori.
“Mi chiedo se l’aumento dell’occupazione non sia drogato dall’incentivo della decontribuzione — spiega Martino — E mi chiedo se il contratto a tutele crescenti può essere considerato stabile, soprattutto nei primi anni, quando gli indennizzi sono molto bassi”.
“Finita la decontribuzione, i contratti a tempo determinato torneranno più competitivi”
A questo discorso si lega un altro decreto, quello sul riordino dei contratti.
Che, nelle intenzioni del governo, doveva assestare un duro colpo alla precarietà . Il Jobs act ha eliminato i co.co.pro, il job sharing e l’associazione in partecipazione, ma ha lasciato praticamente intatte tutte le altre forme contrattuali, dal tempo determinato alle partite Iva.
Resta da capire, quindi, se lo spostamento verso il tempo indeterminato, incoraggiato dalla decontribuzione, sia destinato a durare nel tempo.
“Finito l’incentivo, i contratti a tempo determinato torneranno competitivi rispetto a quelli stabili”, ragiona il giuslavorista.
“C’è il rischio che la maggior qualità dell’occupazione svanisca con il finire della decontribuzione. Non sono così certo che questo miglioramento sarà strutturale”.
“Naspi dovrà prendere il posto di tre ammortizzatori, risorse stanziate insufficienti” – Tornando agli ultimi decreti, anche il provvedimento sul riordino della cassa integrazione ha suscitato non poche perplessità .
Benchè il Jobs act estenda la platea di beneficiari alle piccole imprese e abbia previsto uno sconto per i contributi ordinari delle aziende, rimane da sciogliere il nodo delle coperture.
“C’è un problema generale sugli ammortizzatori sociali — segnala Martino — Spariranno cassa in deroga e mobilità , la cassa integrazione per le aziende decotte sarà abolita. La Naspi dovrà sopperire a tre ammortizzatori, temo che le risorse stanziate non siano sufficienti”.
L’avvertimento era stato lanciato anche da Tito Boeri, ai tempi non ancora presidente dell’Inps, che aveva parlato di un fabbisogno di 4 miliardi di euro, contro i 2,2 stanziati dall’ultima legge di Stabilità .
“C’è chi è convinto — conclude il giuslavorista — che la maggiore libertà di licenziare, unita a un sistema di ammortizzatori debole e scricchiolante, porterà a un’ondata di licenziamenti“.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 19th, 2015 Riccardo Fucile
TRA UN PAESE IN GINOCCHIO, UN POPOLO SUPINO E UNA CLASSE POLITICA INDEGNA
Un po di cose hanno caratterizzato la giornata di ieri.
De Luca è stato proclamato Governatore della Campania. L’enciclica di Papa Francesco ha sostanzialmente inneggiato alla “decrescita felice”. Fabrizio Corona è stato ammesso ad una forma alternativa di espiazione della pena.
C’è stata maretta per un basco bordò che non potrebbe essere più indossato dai marò (mi pare sia proprio questa la notizia).
E poi l’annosa vicenda della Grecia, quella degli immigrati, quella di Marino, di Mafia Capitale e di Renzi, sempre più alle prese con “le doglie” sottese alla “buona scuola”… Insomma, uno ricco scenario di colori, non sempre nitidi e non sempre accattivanti, per la verità .
Col passare dei mesi risulta sempre più evidente che Renzi, pur avendo una oggettiva forma di talento, non sia all’altezza del compito assegnato al suo ufficio.
Le vicende di De Luca e Marino, per esempio, super-ammantate di stucchevole iper-garantismo da quattro soldi, dimostrano “a piene mani” quanto sia privo di polso, il “premier” e l’intera nomenclatura che regge le sorti del Paese.
Un tempo l’etica e la moralità dell’agire venivano prima di ogni altra cosa.
Oggi, invece, la rincorsa spasmodica al potere viene prima di tutto: ovunque è così. L’ho sperimentata anche io qualche mese fa allorquando, nell’ipotetica rincorsa alla “destra che non c’è”, in tanti cercavano di accaparrarsi “il miglior posto”, anche se non si capiva ancora “di cosa”.
Comunque sia, il PD e Renzi, non dovevano proprio permetterla la candidatura di De Luca e sulle “vicende romane” dovrebbero dimostrare il polso degli uomini veri.
In una fase così drammatica è assurdo “lasciare tutto” al decorso del tempo, alle dinamiche possibili, ai distinguo comunque confusi e fuorvianti.
Se oltre metà della popolazione non va più a votare è proprio perchè la gente è oltremodo stanca di una classe politica che pensa solo alla conservazione dello status quo, del tutto avulsa dalla realtà , del tutto incapace di leggere i bisogni della gente, del tutto incapace di cavalcare le necessità della storia e di incarnare la pregnante dignità dell’agire.
Diciamola tutta: i Campani che sono andati al voto e che hanno scelto De Luca, hanno chiaramente assecondato il mito dell’arroganza fatta azione.
Da queste parti, si adorano gli uomini forti, risoluti: “ll’uommene ch’è palle”, per dirla in dialetto (gli uomini con gli attributi, insomma).
Ma confondere l’arroganza e l’arrivismo di un uomo che non ha guardato “in faccia a nessuno” pur di candidarsi, con la capacità di saper fare, è colpa assai grave.
Proprio come quella di Renzi e dell’intera nomenclatura del PD, incapaci di dire a “Don Vincenzo” di starsene a casa fino a quando la magistratura non avrebbe posto “la parola fine” alla sua annosa vicenda penale.
Intanto, la Campania resta affidata alla carta bollata e all’imbarazzo dell’agire Istituzionale, ivi compreso quello del Premier, perchè una cosa è certa: non credo proprio che l’opposizione se ne starà con le mani in mano e se l’adenda Autorità Giudiziaria dovesse confermare l’inesattezza dell’interpretazione della Severino da parte del PD e del suo “Capetto”, avere un Primo Ministro colpevole di abuso d’ufficio sarebbe davvero il massimo della iattura possibile.
Una politica fatta di gente seria e responsabile avrebbe evitato tutto questo marasma ed avrebbe cavalcato la necessità del bene comune, senza se e senza ma.
E invece…
Decrescita felice? Grande Paese? Il mondo delle opportunità ? Con tutto il rispetto, nella corso della propria vita, la gente cerca di andare avanti, di progredire, di arrivare a mete sempre più stimolanti ed appaganti: formalizzare la necessità di una politica che miri all’appiattimento degli animi, delle coscienze e dei sogni, mi sembra davvero assurdo oltre che lesivo di ogni ragione “sostanzialmente umanistica”.
Mi dimenticavo di Corona.
Mi dimenticavo che, in questo paese di sopraffini giuristi, di opinionisti sempre di alto rango e di stra-convinti assertori della “decrescita felice”, proprio non si riescono a distinguere le sostanziali diversità tra i vari istituti processuali, ivi compresi quelli inerenti l’esecuzione penale. Ma tant’è.
Oggi, per “i più”, il male dell’Italia è che un condannato sia stato ammesso al proseguo dell’espiazione della pena in un luogo alternativo al carcere per ragioni di salute.
Forse sbaglierò, ma l’invidia e la superficialità arrivano anche a questo.
Forse, anzichè perdersi nei rivoli della “decrescita felice” o degli astrusi distinguo pseudo-contettuali, o dello stesso appiattimento delle coscienze, sarebbe meglio ritrovare la spinta verso le cose autentiche e verso la dimensione titanica dell’esistenza, individuale e collettiva.
Il problema non è certo un condannato ammesso ad una diversa forma di esecuzione della pena. Il problema reale, drammatico e sempre più travolgente, è un Paese in ginocchio, una classe politica indegna ed un popolo sempre più supino. Io lavorerei su quello.
Il resto è soltanto folclore, quel folclore nel quale non siamo secondi proprio a nessuno, purtroppo..
Salvatore Castello
Right Blu – La Destra Liberale
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Giugno 19th, 2015 Riccardo Fucile
LA RELAZIONE DEL MINISTERO RIVELA CHE SI SAREBBE POTUTO EVITARE IL CROLLO
Dissero che era colpa del destino cinico e baro, che i piloni del viadotto Himera sull’autostrada tra
Palermo e Catania avevano ceduto a causa degli smottamenti causati dalle piogge torrenziali e quindi non era assolutamente possibile prevedere il repentino evento in modo da evitare il disastro.
E che in ogni caso la faccenda non riguardava l’Anas.
Non era vero niente.
Il vertice della società stradale, a cominciare dal presidente di allora, Pietro Ciucci, e compresa la prima linea tecnica che gli faceva corona e che è rimasta al suo posto con il nuovo presidente ed amministratore Gianni Armani, sapevano benissimo che quel ponte era a rischio, ma non fecero assolutamente nulla per metterlo in sicurezza.
Il risultato è che dal 10 aprile il viadotto è chiuso, impraticabile, l’autostrada in quel tratto non percorribile e la Sicilia spaccata in due dal punto di vista automobilistico. La situazione è così grave e destinata a durare a lungo che per unire le due importanti città le Ferrovie hanno deciso di impiegare sette treni in più al giorno.
Le gravi responsabilità dell’Anas emergono chiaramente dal rapporto di un gruppo di tecnici incaricati di fare chiarezza sull’accaduto dal ministro dei Trasporti, Graziano Delrio. I tecnici sono gli ingegneri Salvatore Acampora, Giovanni Coppola, Carlo Ricciardi e Andrea Tumbiolo.
Dopo un’indagine accurata i quattro hanno consegnato al ministro un documento molto dettagliato di un centinaio di pagine che è un severo atto d’accusa nei confronti dell’ex presidente Ciucci e del vertice Anas. Le conclusioni non lasciano spazio a dubbi: “L’Anas era in possesso degli elementi atti ad avere la consapevolezza della esistenza, entità e gravità del fenomeno di dissesto e delle criticità geologiche sin dalla definizione della scelta di progetto ed era a conoscenza dell’aggravio della situazione dal 2005″.
Detto in parole più semplici: l’Anas sapeva fin dal momento della costruzione del viadotto all’inizio degli anni Settanta che c’erano movimenti franosi gravi in atto, ma fecero finta di niente.
Peggio: nel 2005, quando le condizioni complessive si aggravarono tanto da far temere il crollo, i responsabili dell’azienda pubblica delle strade fecero di nuovo orecchie da mercante.
Ciucci diventò presidente Anas l’anno successivo ed è rimasto in carica per circa un decennio fino alle dimissioni forzate a metà maggio 2015: in tutto questo tempo non ha mosso foglia per il viadotto Himera.
E invece era suo dovere intervenire.
A disastro avvenuto l’allora presidente si giustificò dicendo che avrebbero dovuto provvedere altri, a cominciare dalla Protezione civile.
Il rapporto ministeriale sostiene esattamente l’opposto: “L’Anas aveva l’onere di intervenire in quanto soggetto cui spetta la gestione e la manutenzione delle infrastrutture autostradali in gestione diretta e, di conseguenza, aveva l’obbligo di vigilare sull’efficienza e salvaguardia di tali opere”.
Il disastro dell’Himera purtroppo non è isolato.
In Sicilia soprattutto, ma anche in molte altre parti d’Italia, al sud in particolare, le strade, i ponti e i viadotti, segnatamente quelli costruiti dalla Cassa del Mezzogiorno, stanno letteralmente cadendo a pezzi.
E’ un fatto gravissimo, ma assolutamente non imprevedibile. I tecnici Anas delle gestioni precedenti a quella di Ciucci sapevano che quelle opere stavano arrivando a fine corsa e per questo cercavano di curarle con una manutenzione costante.
Con Ciucci cambiò tutto. Ossessionato dai tagli dei nastri e dalle grandi opere, l’ormai ex presidente mise la manutenzione in terza fila. I tecnici che più gli sono stati vicini hanno condiviso con lui questa scelta. Uscito di scena il capo, sono rimasti tutti ai loro posti.
A cominciare da Michele Adiletta ingegnere specializzato in aeronautica che conserva il compito di responsabile della manutenzione delle strade Anas.
Sopra Adiletta c’è Alfredo Bajo condirettore generale tecnico, ex Stretto di Messina, ex Toto costruzioni dove si occupava di nuove opere, ma a corto pure lui di competenze inerenti la manutenzione. Sul suo curriculum pesano i crolli e i monumentali fallimenti sulla Salerno-Reggio Calabria.
Il vicedirettore esercizio e coordinamento del territorio, Roberto Mastrangelo, è laureato in ingegneria meccanica, quindi anche lui non ha competenze specifiche in geologia, geotecnica, frane, fondazioni, asfalti e cemento armato.
Ancora: Stefano Caroselli fu assunto da Ciucci il primo gennaio 2014 per seguire le manutenzioni straordinarie, anche se nel suo curriculum ufficiale non sono segnalate precedenti e specifiche attività in materia.
Al suo posto resta pure Ugo Dibennardo, direttore centrale progettazione e per anni direttore regionale proprio in Sicilia, la regione del viadotto Himera e del record di crolli e strade interrotte.
E non ha mosso un passo neanche Salvatore Tonti, il direttore regionale attuale della Sicilia, il tecnico che aveva negato di essere a conoscenza dei pericoli incombenti sull’Himera.
Ai tempi di Ciucci era stato pure premiato per gli eccellenti risultati ottenuti sulla Salerno-Reggio.
Daniele Martini
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 19th, 2015 Riccardo Fucile
DA AMA A METRO C, ECCO COME VENGONO DILAPIDATE LE RISORSE PUBBLICHE DELLA CAPITALE
«Ecco l’asilo dove al mattino / vien la maestra con il trenino. / Quella di ruolo sul primo vagone / ha quasi sempre un gran febbrone. / E la supplente che viene seconda / dopo due giorni è già moribonda / Passa la terza e questo convoglio / scassa le casse del Campidoglio…»
Il «trenino» della filastrocca c’è davvero. Circola a Roma, fra gli asili nido e le «materne» comunali.
Le maestre in pianta stabile, che complessivamente costano 145 milioni, sono 5.400.
Ma ce ne sono altre 2.400 a tempo determinato, supplenti delle titolari e altre 4.000 superprecarie (quadruplicate in pochi anni) per la supplenza delle supplenti assenti.
Per un costo totale, insieme, di altri 65 milioni. Con un assenteismo oltre il 30%.
Una situazione così pesante che Marino a un certo punto chiese all’Inps di fare dei controlli a tappeto. Era tutto pronto. Controlli garbati. Men che mai polizieschi: si sa che i piccoli si ammalano spesso e coi piccoli si ammalano le maestre.
Insomma, niente a che fare con la Gestapo. Eppure, la mattina in cui dovevano partire i controlli, la lista delle assenti non è partita.
E così il secondo giorno, il terzo, il quarto… Controlli sospesi. Evaporati…
Dice molto, questa storia, della piega che hanno preso le cose, da decenni, al Comune di Roma. Senza che alcuno sia riuscito (ammesso ci abbia provato) a cambiare certe cattive abitudini.
Ciò che non viene fatto per le strade dissestate viene fatto per quietare ogni possibile conflitto col personale e più in generale col mondo del lavoro storicamente legato al posto pubblico: rattoppi, rattoppi, rattoppi.
Quando il Comune non poteva assumere, ci pensavano le municipalizzate. Quando non potevano le municipalizzate, ecco gli appalti esterni a ditte private che il Campidoglio si caricava sulle spalle.
Risultato? Dopo Poste e Ferrovie il Comune di Roma è la terza azienda del Paese.
Sommando i quasi 25 mila dipendenti diretti con gli almeno 35 mila delle municipalizzate supera quota 60 mila. Più del doppio del personale italiano della Fiat.
Se contiamo poi le ditte che lavorano in appalto, come le cooperative di cui si sono recentemente occupate le cronache o le ditte addette alle manutenzioni stradali o le aziende di supporto all’Atac, andiamo ancora più su, su, su…
Sapete quante sono le società che fanno capo a «Mamma Lupa»? Ventisei.
Più una giungla di controllate: Acea, Atac e Ama ne hanno da sole 44.
Un groviglio inestricabile.
Il Campidoglio, per dire, è l’unico ente pubblico al mondo proprietario di una compagnia di assicurazioni. La Adir. Per risparmiare? Macchè: paga premi 3,2 volte più cari rispetto a quelli del municipio di Milano.
Per non parlare dei sinistri liquidati assai «generosamente»: 4,2 volte più che nel capoluogo lombardo.
Se ne occuparono un paio di anni fa perfino le cronache rosa quando Antonio «Karim» Capuano, un belloccio tronista di «Uomini e Donne», finì con la Smart contro un bus Cotral e restò in coma un paio di settimane.
Saltò fuori che viaggiava senza assicurazione e aveva un tasso alcolemico quasi quadruplo rispetto al consentito. Leggi alla mano, poteva pagare la ciucca con una multa da 1500 a 6000 euro, l’arresto da 6 mesi ad un anno, la sospensione della patente da 1 a 2 anni, la confisca dell’auto…
Per due anni, davanti alla richiesta del giovanotto di tre milioni di euro di danni perchè, minato nella salute, non poteva partecipare ai talk show, l’assicurazione comunale rifiutò: dato che c’era almeno il concorso di colpa, al massimo 250mila. Non un euro di più.
Il «tronista» del resto, a dispetto dell’invalidità all’80% pareva piuttosto guarito, tanto che in attesa del risarcimento da invalido s’era fatto arrestare per aver staccato a morsi l’orecchio a un rivale. Come Tyson.
Finchè un bel giorno, come ricostruì il Tg7 di Enrico Mentana, i vertici dell’Adir cambiarono idea e riconobbero al bellone mozza-orecchi una transazione da un milione e 200 mila euro.
Il doppio di quanto il Tribunale di Milano riconosce nella sua tabella dei risarcimenti a un quarantenne colpito da cecità assoluta o dalla perdita delle braccia.
Informato di come giravano le cose, Marino denunciò in consiglio le scelte del Cda guidato da Marco Cardìa, figlio dell’ex presidente della Consob Lamberto, come «riprovevoli».
1) L’occultamento al Comune delle contestazioni mosse ad Adir dall’Istituto Vigilanza Assicurazioni. 2) Il «ricorso incomprensibile a un numero sempre più cospicuo di avvocati del libero Foro». 3) Il prestito di 220 mila euro concesso dallo stesso Marco Cardia a se stesso Cardia Marco.
Ciò detto, il sindaco azzerò i vertici. Salvando solo il direttore generale: aveva un contratto blindato con una penale stratosferica.
E le farmacie comunali? Appena insediato, Marino si mise le mani nei capelli: alla Farmacap, che per i suoi «sportelli» si era spinta a pagare qua e là affitti che arrivavano a 160-170 mila euro l’anno, c’era un buco abissale.
Tanto da costringere il Campidoglio a tirar fuori una quindicina di milioni per evitare la bancarotta e non mettere a rischio il posto dei 362 dipendenti.
Trecentosessantadue: otto dipendenti e mezzo per ciascuna delle 43 «comunali». Unico caso planetario di farmacie in rosso.
Niente, comunque, rispetto ai colossi Acea, Atac e Ama, che pagano insieme quasi 32 mila stipendi.
L’Acea, quotata in borsa e posseduta dal comune, dai francesi di Suez e dal costruttore Francesco Gaetano Caltagirone, ne ha tentate in questi anni di tutti i colori.
Dalle avventure internazionali per distribuire acqua in Perù o in Armenia al disastroso sbarco nella telefonia, archiviato con perdite per oltre 200 milioni.
Il tutto mentre distrattamente si «dimenticava» della rete dell’illuminazione pubblica del centro storico che, come rivela lo stato dei lampioni, è la stessa di ottant’anni fa. E solo da poco è stata «attenzionata», per dirla in burocratese, da un piano straordinario (sei milioni l’anno) di adeguamento al terzo millennio.
Quanto alle altre due balene pubbliche capitoline, se fossero private sarebbero fallite da un pezzo. Soffocate da un torbido intreccio di inefficienze, interessi politici e clientele partitiche, sindacali e personali di questo o quel cacicco, l’Atac e l’Ama vengono tenute in vita con costi astronomici.
La prima, che gestisce tram, autobus e metro, ha 12.184 dipendenti, un migliaio più dell’Alitalia. Senza l’appeal per attirare sceicchi. Ovvio.
In dieci anni ha accumulato perdite per un miliardo e 600 milioni. Gli autobus hanno un’anzianità media di nove anni e passa. Seicento su 2.300, cioè più di uno su quattro, sono inutilizzabili o vengono addirittura cannibalizzati per i pezzi di ricambio.
Gli incassi dei biglietti sono la metà che a Milano, l’evasione è da capogiro.
Gli autisti di tram e metro, dice un recente rapporto dell’assessorato ai Trasporti, guidano 736 ore l’anno contro le 850 a Napoli e le 1.200 a Milano.
«Dei 6.500 autisti dell’azienda circa 970 restano a casa ogni giorno», spiegava mesi fa un’inchiesta di Ricardo Tagliapietra sul Messaggero denunciando un assenteismo che in agosto era arrivato al 22%, « Una delle curiosità puramente numeriche riguarda le visite mediche per l’abilitazione alla guida. Fino al 2010 venivano eseguite dall’Asl attraverso l’ospedale San Giovanni (struttura pubblica): mediamente c’erano una cinquantina di autisti l’anno con inidoneità alla guida. Poi la gestione è passata al centro diagnostico Pigafetta (struttura privata, partecipata da Ferrovie dello Stato). Negli ultimi tre anni il numero di inidonei è salito da 50 a 607, di cui 387 temporanei e 220 definitivi…»
Va da sè che non si muove foglia che sindacato non voglia: 13 sigle per diecimila iscritti.
E poichè i 12 mila dipendenti dell’Atac non parevano sufficienti, nel 2006 alcune linee periferiche sono state appaltate a un consorzio di autotrasportatori con altre 884 persone.
Con il costo di un altro centinaio di milioni l’anno caricato sull’Erario. S’è visto di tutto, all’Atac: di tutto.
Perfino sette lettere firmate dall’amministratore delegato imposto da Gianni Alemanno, Adalberto Bertucci, che riconosceva a sette dirigenti di nomina politica, i «Magnifici 7», un’indennità pari a cinque anni di stipendio (cinque anni!) nella sola ipotesi che fossero spostati di scrivania. Come premio per tanta arguzia manageriale lo stesso Bertucci aveva una busta paga all’altezza dello sfacelo: 359.586 euro annui. Grazie a una maxi consulenza che integrava lo stipendio Atac. Committente? L’Atac.
Franco Panzironi, amministratore delegato dell’Ama, l’azienda dei rifiuti, si trattava ancora meglio: 545.288 euro l’anno.
Un compenso anche qui all’altezza dello sfacelo: fu lui a gonfiare gli organici già gonfi con altre 1.518 persone.
Con procedure così discutibili (amici, cognati, cugini, signorine di coscia lunga) da finire dritto nell’inchiesta «Parentopoli» e uscendone con una condanna in primo grado a 5 anni e tre mesi. Era la «stagione delle cavallette», certo.
Ma certe storiacce sarebbero stati possibili senza un clima favorevole di complicità , omertà e connivenze? Il sindacato che faceva assumere i raccomandati propri chiudendo un occhio su quelli altrui non ha nulla da dire? E se il sindacato è potente all’Atac, all’Ama è potentissimo. Tanto da aver costretto l’azienda a firmare un accordo integrativo pazzesco.
Concedeva un premio di produzione (premio di produzione!) a chi si fosse presentato al lavoro almeno la metà (la metà !) delle giornate lavorative e non avesse collezionato più di cinque giorni (cinque giorni!) di sospensione per motivi disciplinari. Demenziale.
In un’azienda allo sfascio, con un costo del servizio che sfiora gli 800 milioni annui.
Una morosità alle stelle e una montagna di crediti inesigibili. Al punto di costringere il Comune ad accantonare a fondo rischi centinaia di milioni.
Metà Metro C è costata più dell’Autosole
Si dirà che succede anche altrove. Può darsi. Solo a Roma, però, è potuto accadere che il Comune, per fare una metropolitana, la linea C, costituisse una società delegata a gestire l’appalto: la Roma Metropolitane.
Occupa 179 persone e ha un solo scopo: tenere i rapporti col general contractor della Metro C: un consorzio composto da Caltagirone, Astaldi, cooperative rosse e Ansaldo, di Finmeccanica. Una Santa Alleanza che ricorda le spartizioni delle opere pubbliche in tempi non lontani.
Otto mesi fa l’Autorità anticorruzione di Raffaele Cantone, innescata dalla denuncia di un consigliere radicale e di un ingegnere, Riccardo Magi e Antonio Tamburrino, sfornò un rapporto ustionante su quella mostruosa creatura nata e cresciuta sotto lo sguardo affettuoso dell’ex responsabile governativo delle grandi infrastrutture, poi finito in manette, Ercole Incalza.
Si raccontava di un appalto dai contorni discutibili e delle 45 (quarantacinque) varianti in corso d’opera che avevano fatto lievitare i prezzi da poco più di 3 miliardi a 3 miliardi e 739 milioni: quanto il costo, in euro attuali, dell’Autostrada del Sole.
E non siamo ancora a metà dell’opera. Vabbè che sotto Roma ci sono resti archeologici ed è complicato scavare, ma santo Iddio!
Pochi giorni fa Magi e Tamburrino hanno presentato una nuova denuncia.
Sostengono che per venire fuori da un pasticcio che rischia di costare più del Mose di Venezia, si sta pensando di bypassare tutto il centro storico con un tunnel di due chilometri e mezzo per portare i convogli direttamente dal Colosseo a San Pietro. Non stop. Ma ha senso? Boh… Preventivo: un altro miliardo e mezzo. Almeno
Sempre che non ci si metta di mezzo qualche arbitrato. Perchè su quelli una certezza c’è: il Comune perde sempre.
Ha perso con gli autotrasportatori privati che gestiscono le linee periferiche: 115 milioni.
Ha perso coi gestori della discarica di Malagrotta: 90 milioni. Ha perso, grazie anche alla perizia di galantuomini quali Angelo Balducci (poi ammanettato per gli scandali del G8 alla Maddalena, dei Mondiali di nuoto e gli eventi per i 150 anni dell’Unità d’Italia) con lo stesso consorzio Metro C: altri 90 milioni.
Sono decenni che Mamma Lupa sfama decine di migliaia di romani senza badare troppo a ragioni e meriti.
Dicono tutto i numeri del «salario accessorio» che ha generato una sfida durissima tra Marino e i sindacati. È una voce dello stipendio che doveva essere collegata a particolari mansioni.
Una specie di premio ai più bravi, più volenterosi, più fedeli al lavoro. Ma è diventata via via una componente ordinaria delle retribuzioni.
Come fosse dovuta a tutti.
Fra il 2000 e il 2012, dice un dossier del ministero dell’Economia, sono state distribuite 94.994 gratifiche. La ricompensa del Campidoglio per 94.994 valutazioni positive: bravo, dipendente! E le negative? Tenetevi forte: 15. Quindici! Cioè lo 0,016%. Manco un asino. Un analfabeta. Un lavativo. Tutti bravissimi, tutti puntualissimi, tutti efficientissimi.
Ma i dirigenti? Possibile che un andazzo come questo sia andato bene per anni a chi gli uffici deve comunque farli funzionare? La risposta è ancora in quel rapporto. Nessuna lagnanza. Ovvio: le retribuzioni accessorie dei dirigenti, fra il 2001 e il 2012, sono salite mediamente da 45.640 a 88.707 euro l’anno pro capite.
Un’impennata del 94,3% in anni in cui il Pil medio di ogni italiano precipitava di 8 punti e la vendita delle auto ai livelli del 1964.
«Non risulta», sostiene il rapporto, «che a nessun dirigente sia stata negata l’erogazione della retribuzione di risultato».
Nessuna meraviglia: una nota del dipartimento risorse umane del dicembre 2011, ai tempi della destra e di Alemanno, rifiutava il premio di produttività a chi avesse lavorato «un numero di giornate inferiore a 110».
Due giorni di lavoro a settimana. Ammazza, che severità !
Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 19th, 2015 Riccardo Fucile
UN NUOVO COLPO PER LA CAPITALE: PER IL TESORO IL COMUNE DEVE RIENTRARE DI QUELLA CIFRA
Dopo le parole, i fatti. Non fossero bastate le frasi di Matteo Renzi («Marino si guardi allo specchio,
oltre che onesti bisogna essere capaci»), dal governo piovono sul Campidoglio due tegole.
La prima dal Mef, ministero Economia e finanze, la seconda dal Consiglio dei ministri.
Secondo la Ragioneria generale, infatti, il salario accessorio pagato dal Comune di Roma ai suoi dipendenti (circa 24 mila) era illegittimo e le controdeduzioni fornite dagli uffici di Palazzo Senatorio «non sono idonee a giustificare l’esistenza del fondo» per quella voce della retribuzione.
Morale della favola, visto che tutto il carteggio tra Mef e Comune viene sempre girato alla Corte dei conti, i magistrati contabili potrebbero chiedere al Campidoglio di «rientrare» di quella cifra erogata tra il 2008 e 2013 (giunta Alemanno), che si aggira intorno ai 350 milioni di euro, senza però poter entrare nelle tasche dei dipendenti, salvaguardati da una recente sentenza.
Per le casse del Comune, già «stressate» dal piano di rientro imposto da Palazzo Chigi dopo il decreto salva Roma e dalla pulizia contabile operata sui crediti inesigibili (altra partita da circa 850 milioni), sarebbe l’ennesimo «buco» da coprire.
Una missione impossibile per Silvia Scozzese, assessora al Bilancio, cooptata dall’Anci nella primavera del 2014 proprio per garantire il Piano di rientro.
La «signora dei conti», ora, è nel mirino dei suoi colleghi di giunta, in particolare – si dice – della «fedelissima» del sindaco Alessandra Cattoi.
È, anche questo, un termometro dei rapporti col governo.
Perchè la vicenda del Mef viene da lontano (Marino, appena insediato, chiamò gli ispettori che fecero il loro rapporto, il Comune ha controdedotto e il ministero prima ha chiesto nuovi chiarimenti senza ottenere risposta, poi è andato avanti) ma il fatto che emerga adesso, dopo le frasi di Renzi, magari non è casuale.
In Campidoglio l’hanno presa male: «La linea del ministero è troppo intransigente», dice il vicesindaco Luigi Nieri.
Nello staff di Marino aggiungono: «Siamo gli unici ad aver riformato il salario accessorio e dovremmo essere gli unici a pagare? Se la Corte dei conti ci chiede i soldi, ci opporremo».
E ancora: «Uno degli ispettori del Mef è lo stesso che, da commissario di Venezia, non è riuscito a toglierlo».
Marino capisce che intorno a sè l’aria è cambiata. E, al di là delle parole di sfida a Renzi («Resto fino al 2023, non ho cambiato idea: un chirurgo va giudicato quando il malato esce dalla sala operatoria, va a casa e riabbraccia la famiglia») comincia a preoccuparsi.
Il sindaco, ieri, è uscito dal bunker a Palazzo Senatorio per incontrare (al riparo da sguardi indiscreti) il commissario del Pd romano Matteo Orfini, l’unica sponda che gli è rimasta.
Ma la seconda tegola gli arriva dal Consiglio dei ministri, che non si terrà più oggi ma all’inizio della settimana prossima.
Lì dovrebbe essere definito il ruolo del prefetto Franco Gabrielli, al quale Palazzo Chigi (al di là delle sfumature lessicali tra «coordinatore» o «commissario») dovrebbe affidare gran parte dei poteri sul Giubileo.
Ma è probabile che dei soldi promessi (500 milioni) ancora non ci sia traccia.
Perchè, filtra da ambienti governativi, dopo Mafia Capitale 2 ci si vuole vedere chiaro prima di stanziare fondi.
Nei confronti di Marino, prende le distanze persino l’amico Graziano Delrio, ministro dei Trasporti: «Non gli sto dicendo di stare tranquillo, valuti da solo il da farsi. Ascolti i romani e verifichi cosa pensano».
E Rosy Bindi torna all’attacco: «Fossi in lui mi interrogherei sulle dimissioni».
Ernesto Menicucci
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 19th, 2015 Riccardo Fucile
CRISI DI PANICO E GESTI D’AMORE
La sua ragazza ha avuto una crisi di panico prima degli esami di maturità e così il kazako Ayan Zhademov ha deciso di sostituirla.
Ha indossato la camicetta e la gonna di lei.
Poi si è ficcato in testa una parrucca ed è andato a sedersi davanti a professori abbastanza ingenui e orbi da crederci.
A tradirlo è stata la voce.
Man mano che rispondeva — e bene — alle domande, il falsetto ha lasciato il posto a una cascata di suoni gutturali che lo hanno rivelato per quello che era.
Un pazzo, uno sciocco, un esibizionista, penserà qualcuno.
Eppure tra le lettrici di queste note ci sarà chi si starà chiedendo: il mio uomo, che già fatica a sostituirmi in una coda alla posta, farebbe mai una cosa del genere per me? Forse certi slanci irrazionali appartengono soltanto agli anni dell’adolescenza, quando la vita è ancora una vicenda assoluta, non mediata dal disincanto e dall’esperienza. Per il suo gesto d’amore puro Ayan dovrà versare all’erario 1400 sterline di multa.
Un milionario locale si è offerto di pagarne la metà .
Un nobile compromesso, tipico del mondo adulto.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Giugno 18th, 2015 Riccardo Fucile
UNA GUIDA PER CAPIRE LA CRISI
Da molte settimane si parla di “giornate decisive” per la crisi greca. 
Ma “decisive” per cosa? La Grecia sta fallendo? Di che cosa stanno discutendo Atene e l’Europa? Perchè la questione interessa anche gli altri Paesi?
La Grecia non ha più soldi ed è fortemente indebitata con l’Europa e il Fondo Monetario Internazionale.
Il governo di Tsipras ha detto di non volere accettare nuove misure di austerità in cambio di finanziamenti. Ma senza queste risorse il Paese rischia il fallimento.
La trattativa riguarda la possibilità di ricevere fondi senza dovere applicare alcune di queste misure, come aumenti di tasse e tagli delle pensioni. Questo accordo va trovato entro il 30 giugno
SOLDI IN CAMBIO DI RIFORME
La trattativa riguarda la possibilità di incassare 7,2 miliardi di euro.
Chi paga?
La famosa Troika: Bce, Fondo Monetario e Commissione Europea. Oggi ribattezzata Brussels Group
Sono tanti, sono pochi?
Sono pochi. Oltre alle spese ordinarie che il paese affronta ogni mese, e a cui riesce appena a fare fronte con gli incassi che arrivano dal gettito fiscale e da altre entrate, Atene deve pagare 1,6 miliardi al Fondo Monetario a giugno e 6,7 miliardi a luglio e Agosto alla Bce. Le risorse, senza un nuovo accordo, non servirebbero nemmeno a ripagare questi debiti. Anche per questo in molti hanno ipotizzato già la necessità di mettere a punto un nuovo piano di salvataggio.
La Grecia ha bisogno di soldi dalla Troika per ripagare la Troika?
Per certi versi, sì. Ue, Bce e Fmi non si comportano diversamente da un normale creditore, che pur di non perdere il proprio credito è disposto a concedere un nuovo prestito in cambio di un rimborso immediato di quanto dovuto.
Nella speranza che le condizioni future del Paese permettano alla Grecia di saldare i propri debiti.
In realtà l’eventuale esborso da 7,2 miliardi alla fine del mese, e le relative misure di contenimento della spesa, dovrebbero consentire alla Grecia — almeno nelle intenzioni — di avere un po’ di respiro, rianimando così — questa è la speranza di Atene — l’economia ellenica.
LE TAPPE
Il 30 giugno è l’ultimo giorno utile per pagare una rata da 1,5 miliardi al Fondo Monetario Internazionale che già include tutti i mancati pagamenti del mese.
Non pagare significa per Atene mettersi in una situazione quasi inedita nei confronti della comunità finanziaria internazionale, dichiarando di fatto di non essere un creditore affidabile.
Inoltre il 30 giugno è anche l’ultimo giorno utile stabilito nell’accordo sottoscritto a febbraio per trovare un’intesa sulle riforme da adottare in cambio dei finanziamenti necessari per Atene.
Che cosa succede il 1 luglio?
Non esiste una risposta da manuale perchè tutti in questo momento hanno l’interesse di evitare che non si raggiunga un accordo. Bisogna quindi separare le diverse questioni. Da una parte le conseguenze per la Grecia, dall’altra quelle per gli altri Paesi.
Cosa succede il primo luglio per la Grecia
A meno di nuove proroghe, con il mancato pagamento al Fmi la Grecia interromperebbe il proprio rapporto con i creditori.
Il Fondo Monetario Internazionale darebbe il via ad un iter che porterebbe a dichiarare il Paese ufficialmente in default, cioè fallito.
In termini concreti non ci sarebbero cambiamenti immediati sulla vita dei cittadini greci. Ma è prevedibile innanzitutto che i titoli bancari greci registrino un calo molto pesante affondando la Borsa di Atene.
Sì, ma cosa cambia concretamente?
La conseguenza principale per la Grecia potrebbe arrivare dalle mosse della Banca Centrale Europea.
Fino ad oggi la Bce ha fornito della liquidità di emergenza alle banche elleniche, che si stavano progressivamente svuotando a causa delle corsa agli sportelli da parte dei cittadini.
L’azione della Bce equivale a versare dell’acqua in un contenitore bucato sul fondo. Nel momento in cui la Bce interrompesse questa iniezione, le banche rischierebbero di svuotarsi rapidamente.
Non pagando il 30 giugno e rompendo il proprio rapporto con i creditori è prevedibile che la Bce cessi di erogare la liquidità di emergenza, mettendo a rischio la tenuta del sistema bancario ellenico.
In questo caso, la conseguenza sarebbe molto pesante sulla vita dei greci. I cittadini si recherebbero agli sportelli per ritirare i propri depositi in euro, temendo un possibile fallimento degli istituti di credito.
È questo lo scenario peggiore di tutti, e che di fatto costringerebbe il governo ad un controllo parziale o totale ai capitali. Significa, in concreto, non avere completo accesso ai propri depositi custoditi nelle banche ed essere costretti, ad esempio, a potere ritirare dai propri conti una quota limitata dei propri risparmi.
Se la situazione non dovesse sbloccarsi, alcuni analisti hanno ipotizzato che il controllo dei capitali possa scattare anche prima del 30 giugno.
Allora la Grecia uscirebbe dall’Euro?
Non è scontato. Anche in questo caso, non essendoci precedenti, non è automatico cosa possa accadere ad Atene. Quel che è certo è che la permanenza della Grecia nell’euro è legata all’assistenza finanziaria della Banca Centrale Europea.
Senza risorse proprie e con le banche a secco per la Grecia diventerebbe sempre più inevitabile ricorrere a un’altra moneta, almeno per potere fronteggiare le proprie spese interne.
Sarebbe di fatto un abbandono della moneta unica, e quindi un’uscita dal sistema dell’euro.
Ci siamo. La Grecia esce dall’Euro, che cosa cambia per l’Europa?
La composizione attuale del debito greco è completamente diverso rispetto a quella di quattro anni fa. Allora la maggior parte era in mano ai privati, con una quota rilevante nelle banche europee, prevalentemente francesi e tedesche.
Un default in quel momento avrebbe comportato pesanti ripercussioni sulle economie del continente.
Il debito greco è invece oggi in mano prevalentemente di investitori istituzionali: i Paesi europei, direttamente o tramite il fondo salva stati Esm, la Bce e il Fmi.
Anche nel peggiore degli scenari possibili, quello di un’uscita della Grecia dall’Euro, è impensabile immaginare che Atene ripudi integralmente il proprio debito.
Il presidente dell’Eurupgruppo Jeroen Dijsselbloem l’ha ripetuto negli ultimi giorni: “Anche lasciando l’Eurozona il debito resta”. Atene potrebbe, invece, cercare di ottenere una ristrutturazione del debito stesso.
È il famoso taglio del debito che Atene chiede?
Non per forza. Ristrutturare il debito può significare tagliare l’importo delle somme che Atene deve ai Paesi europee, posticiparne le scadenze, oppure rinegoziare la quota e i tempi di pagamento degli interessi.
Questa discussione però riguarda un passaggio successivo della trattativa di questi giorni.
Riassumendo: se la Grecia fallisce l’Italia perderà per sempre i soldi che ha prestato alla Grecia?
No. Potrebbe vederne tornare indietro solo una parte, o incassarli più avanti nel tempo o rinunciare a una parte degli interessi.
Non è questo però il pericolo principale. Il vero rischio riguarda le possibili turbolenze che un possibile default potrebbe causare sulle borse europee.
Quindi ci sono rischi per l’Europa?
Pur con tutti gli strumenti di cui la Bce si è dotata, è difficile che sia in grado di contenere completamente il possibile contagio sui mercati europei.
Anche se la situazione è migliore di due anni fa, lo scenario del default di un Paese e la prima uscita di uno Stato dall’Euro potrebbero avere conseguenze impreviste.
Il messaggio che per la prima volta si manderebbe alla comunità finanziaria internazionale sarebbe: l’Euro non è più un blocco indistruttibile e può perdere pezzi per strada.
Lo stesso Mario Draghi, che più di tutti in questi mesi ha avuto un ruolo decisivo nel sostenere Atene, ha affermato che con l’uscita della Grecia dall’Euro “entreremmo in un terreno inesplorato”.
(da “Huffingtonpost“)
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Giugno 18th, 2015 Riccardo Fucile
MANCANO ACCORDI CON BANGLADESH, SENEGAL, COSTA D’AVORIO, GHANA, SUDAN E MALI… NON SI POSSONO FARE CAMPI IN LIBIA NELL’ATTUALE SITUAZIONE E NEANCHE OBBLIGARE LE NAVI MILITARI UE A NON SBARCARE IN ITALIA
Sui profughi, l’incontenibile fretta di alcuni politici nel far parlare di sè sta producendo pericolose bolle di illusioni.
Rimpatri veloci o di massa delle persone sbarcate in Italia, ad esempio, sono irrealizzabili; così come l’installazione di campi per trattenere i migranti in Libia.
Nè si possono obbligare le navi che soccorrono barconi carichi di profughi a portarli nello Stato del quale battono bandiera le navi stesse.
Su profughi e migranti l’incontenibile fretta di alcuni dirigenti politici nel dichiarare o nel far parlare di sè sui mezzi di informazione sta shakerando la logica, produce bolle di illusioni e un proliferare di obiettivi impossibili.
Rimpatri veloci o di massa delle persone sbarcate in Italia sono attualmente irrealizzabili, innanzitutto per mancanza del numero necessario di accordi per la riammissione degli espatriati nei rispettivi Paesi di origine.
Per avere un’idea, l’Italia non ha questo tipo di intese con il Bangladesh, il Senegal, la Costa d’Avorio, il Ghana, il Sudan, il Mali.
Stipulare accordi di riammissione costa soldi – fondi e crediti per convincere le controparti – e tempo per negoziarli.
Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, lunedì, ne ha firmato uno con la Macedonia. Le trattative erano state aperte dalle autorità di polizia nel 2009.
Un pressappochismo dettato, in proporzioni ardue da distinguere, da malafede e pigrizia mentale sta trascurando dati di fatto.
Diritto internazionale e civiltà impongono di valutare le richieste di asilo di stranieri provenienti da terre in guerra e di possibili perseguitati.
Gli sbarcati non possono essere rimandati indietro come palline da ping pong.
In una delle parti del Sud che più fa arrivare povera gente da noi, il Corno d’Africa, l’Eritrea è una bellicosa patria della tortura. In Siria è in corso una guerra.
Senza sottovalutare i disagi di quegli italiani – di loro, non di noi tutti – a diretto contatto con flussi diretti verso Nord e incagliatisi, non sarebbe male nei dibattiti politici e nelle chiacchierate televisive tenere presenti le dimensioni del fenomeno del quale si parla.
Dal 1° gennaio al 16 giugno 2014 in Italia sono arrivati per vie irregolari 57.624 stranieri.
I rimpatriati sono stati 15.726. Non proprio pochi.
Quest’anno, fino al 16 giugno gli arrivi sono stati 52.237.
I rimpatri, al 31 maggio, 6.036.
Oltre a politici italiani, anche Regno Unito e Francia premono per rimpatri veloci. Tutto è migliorabile, comunque per eseguirli in genere si impiegano aerei.
Significa che non si può imbottire un jet di linea di possibili ribelli o dividere i posti di un charter metà per i respinti e metà per agenti tenuti a impedire sommosse volanti.
Tra le ipotesi in circolazione brilla quella di installare in Libia campi per trattenere i migranti diretti in Italia e di selezionare lì i richiedenti asilo.
Peccato che in Libia manchino di fatto uno Stato, un governo (ce n’è più d’uno) e che il Paese non abbia mai ratificato le convenzioni dell’Onu sui rifugiati.
E se nazioni europee non vogliono gli stranieri entrati in Europa dall’Italia, e tre presidenti di Regioni neppure, quale elisir potrebbe convincere un Paese africano di transito a sobbarcarsi oneri destinati a Stati tappa successiva nei viaggi?
Perfino la Tunisia, collaborando, non ha mai preso in considerazione campi del genere
Curiosa un’altra trovata (virtuale): obbligare le navi che soccorrono imbarcazioni cariche di stranieri a portarli nello Stato del quale battono bandiera le navi stesse.
Se sono militari, il coordinamento della missione Triton è italiano.
Principio internazionale è portare gli scampati ai naufragi nel porto sicuro più vicino. Quindi in Italia o nella piccola Malta.
E se i soccorritori fossero civili? Un peschereccio giapponese sbarcherebbe i profughi in Giappone? Tanti equipaggi lascerebbero affondare più disgraziati di adesso.
I viaggi di povera gente dal Sud verso l’Italia non sono un fenomeno passeggero. Sono una caratteristica dei nostri tempi.
«Il problema dell’immigrazione non va risolto», ha osservato con realismo il ministro Gentiloni, sottolineando che «la grande divergenza dei prossimi dieci-venti anni è quella del divario economico e demografico tra Europa e Africa».
Sul problema dell’immigrazione ha constatato: «Va gestito». È indispensabile. Non nascondiamoci però che già gestirlo – incanalarlo, distribuirlo – è un obiettivo ambizioso.
Maurizio Caprara
(da “Il Corriere dela Sera”)
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Giugno 18th, 2015 Riccardo Fucile
ALLE REGIONALI HA VOTATO SOLO IL 54% DEGLI ELETTORI, SCESI AL 47% AL BALLOTTAGGIO DELLE COMUNALI
Uno vince, l’altro perde. 
Ma c’è un partito che a ogni elezione si gonfia: il non partito del non voto.
I numeri dell’astensionismo elettorale ormai surclassano la Dc dei tempi d’oro, pur senza ottenerne in cambio seggi e ministeri.
Difatti alle Politiche del 2013 gli astenuti erano già il primo partito, con 11 milioni di tessere fantasma.
Alle Europee del 2014 l’affluenza si è fermata al 58%, in calo di 8 punti rispetto alle consultazioni precedenti.
Alle Regionali del 2015 un altro salto all’indietro: 54%, ma sotto la metà degli elettori in Toscana e nelle Marche.
Infine i ballottaggi delle Comunali, con il sorpasso degli astenuti (53%) sui votanti.
Questo fenomeno cade per lo più sotto silenzio. Qualche dichiarazione preoccupata, qualche pensoso monito quando si chiudono le urne; ma tre ore dopo i partiti sono già impegnati nella conta degli sconfitti e dei vincenti.
È un errore, perchè qualsiasi maggioranza rappresenta ormai una minoranza.
Ed è miope la rimozione del problema. Vero, gli astensionisti non determinano il risultato elettorale.
Però se l’onda diventa una marea, significa che esprime un sentimento: d’indifferenza, nel migliore dei casi; d’avversione, nel peggiore.
E il sentimento dai partiti si riversa sulle stesse istituzioni, le sommerge come durante un’alluvione.
La questione, dunque, interroga la democrazia, anzi la pone davanti a un paradosso. Perchè la democrazia è un sistema dove si contano le teste, invece di tagliarle. Il suo fondamento sta nella regola di maggioranza.
E allora la democrazia entra in contraddizione con se stessa, quando nega agli astenuti ogni influenza, benchè essi siano la maggioranza del corpo elettorale.
Di più: tradisce la propria vocazione.
Perchè la democrazia è inclusiva, accoglie pure le opinioni radicali. Tuttavia con il popolo degli astenuti diventa esclusiva, respingente.
Anche a costo di rinchiudersi in una casa vuota: la democrazia disabitata.
C’è modo di riannodare questo filo? Non imponendo l’obbligo del voto.
Funzionava così nel dopoguerra, quando gli astensionisti dovevano giustificarsi presso il sindaco, e per sovrapprezzo beccavano una nota nel certificato di buona condotta; ma il rimedio sarebbe peggiore del male, offenderebbe i principi liberali.
Non è una buona soluzione nemmeno quella escogitata in Francia nel 1919: se non vota almeno la metà del corpo elettorale, le elezioni si ripetono.
Con questi chiari di luna, rischieremmo di votare ogni domenica. Però la via d’uscita c’è, e oltretutto procurerebbe un risparmio di poltrone.
Va alle urne il 50% degli elettori? Allora dimezzo il numero dei parlamentari.
E ne dimezzo altresì le competenze, trasferendole ai Comuni, se per avventura il voto cittadino risulta più attraente di quello nazionale.
In caso contrario apro ai referendum sulle decisioni del sindaco, per supplire alla sua scarsa legittimazione.
Un’idea bislacca? Fino a un certo punto.
Nella Repubblica di Weimar si guadagnava un seggio ogni 60 mila voti validi; e il medesimo sistema fu riproposto in Austria nel 1970.
Anche in Italia, fino al 1963, le Camere esponevano numeri variabili in base alla popolazione complessiva; mentre c’è tutt’oggi un quorum per la validità dei referendum.
L’alternativa, d’altronde, è una democrazia senza linfa vitale, perchè il non voto ne sta essiccando le radici.
Per salvarla da se stessa, qui e ora, serve un lampo di fantasia istituzionale.
Michele Ainis
(da “il Corriere della Sera“)
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