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PERQUISITA “LA CASCINA”: A ODEVAINE 20.000 EURO AL MESE PER FAVORIRE LA COOP VICINA A CL

Giugno 4th, 2015 Riccardo Fucile

IL TARIFFARIO DELLE MAZZETTE: UN EURO A MIGRANTE

20mila euro al mese per favorire la cooperativa vicina a Comunione e Liberazione
La Cascina, tra i gestori del Centro di accoglienza per richiedenti asilo (C.a.r.a.) di Mineo.
Ammontava a tanto la ricompensa che Luca Odevaine intascava ogni mese dalla cooperativa La Cascina, beneficiaria – insieme a un cartello di imprese – dei favori concessi dallo stesso Odevaine in qualità  di appartenente al Tavolo di Coordinamento Nazionale sull’accoglienza per i richiedenti e titolari di protezione internazionale. Delle perquisizioni in corso nell’ambito di Mafia Capitale, una riguarda proprio la cooperativa vicina al mondo cattolico.
La perquisizione — a quanto si apprende – rientra nel quadro degli accertamenti sulla gestione degli appalti per i rifugiati.
Odevaine “riceveva da Cammisa, Ferrara, Menolascina e Parabita la promessa di una retribuzione di 10.000 euro mensili, aumentata a euro 20.000 mensili dopo l’aggiudicazione del bando di gara del 7 aprile 2014”, per favorire il gruppo La Cascina nella gestione dell’emergenza profughi.
È quanto si legge nell’ordinanza firmata dal gip di Roma Flavia Costantini, che ha però rigettato la richiesta di misura cautelare nei confronti di Odevaine, indagato nell’ambito della fase due dell’inchiesta Mafia capitale.
La cifra – spiega il Gip – è il “prezzo per lo stabile asservimento della sua funzione di pubblico ufficiale componente del Tavolo di Coordinamento sull’immigrazione istituito presso il ministero degli Interni” e “per il compimento di atti contrari ai doveri d’ufficio come componente delle commissioni di aggiudicazione delle gare indette per la gestione dei servizi presso il Cara di Mineo”.
L’effettiva, periodica consegna delle somme pattuite, sarebbe confermata dalle intercettazioni ambientali e, “con certezza”, in “almeno cinque episodi”, dalle indagini tecniche.
In particolare, a quanto si legge nell’ordinanza, a Odevaine viene contestata “la vendita della sua funzione” e “il compimento di atti contrari ai doveri del suo ufficio in violazione dei doveri d’imparzialità  della pubblica amministrazione, consistenti, tra l’altro nell’orientare le scelte del Tavolo di Coordinamento Nazionale sull’accoglienza per i richiedenti e titolari di protezione internazionale, al fine di creare le condizioni per l’assegnazione dei flussi di immigrati alle strutture gestite dal gruppo La Cascina; nel comunicare i contenuti delle riunioni e le posizioni espresse dai rappresentanti delle istituzioni nel tavolo di coordinamento nazionale; nell’effettuare pressioni finalizzate all’apertura di centri in luoghi graditi al gruppo La Cascina; nel predisporre i bandi delle gare suindicate in modo da garantire l’attribuzione al raggruppamento di imprese del quale faceva parte il gruppo La Cascina di un punteggio elevato; nel concordare con gli esponenti del gruppo La Cascina il contenuto dei bandi di gara; nel favorire l’aggiudicazione delle gare suindicate al raggruppamento di imprese del quale faceva parte il gruppo La Cascina”.
Secondo l’ordinanza, Odevaine avrebbe ricevuto tali somme “in parte direttamente, ovvero per il tramite di Bravo Stefano e di Bruera Marco, i quali unitamente ad Addeo Gerardo e ad Addeo Tommaso curavano la predisposizione della documentazione fittizia finalizzata a giustificare l’ingresso delle somme nelle casse delle fondazioni e delle società  riferibili a Odevaine”.
“Facciamo un euro a persona”. Il tariffario delle mazzette di Odevaine
Repubblica Palermo pubblica sul suo sito alcuni passaggi delle intercettazioni in cui Odevaine si mostra preoccupato di non guadagnare abbastanza dal “business” dei rifugiati.
“Questa volta, una volta nella vita… vorrei… quantomeno… non regalare le cose, insomma … almeno io da questa roba qua… visto anche che sto finendo di lavorare in Provincia e quant’altro almeno ce vorrei guadagnà  uno stipendio pure pe me”.
Di qui la proposta di un vero e proprio tariffario delle mazzette: “Se me dai cento persone facciamo un euro a persona… non lo so, per dire, hai capito? E basta, uno ragiona così, va beh… ti metto 200 persone a Roma, 200 a Messina, 50 là … e quantifichiamo poi…”.
Gip: “A Tassone 30mila euro tramite un intermediario”
Mafia capitale avrebbe versato, attraverso un intermediario, “somme di denaro non inferiori a 30mila euro” all’ex presidente del Municipio X Andrea Tassone. È quanto emerge dall’ordinanza di custodia cautelare formata dal gip di Roma Flavia Costantini.
Secondo il gip, “in concorso tra loro, Carminati, Testa e Buzzi, previo concerto, erogavano a Tassone, Presidente del X municipio, attraverso un suo intermediario” per “la sua funzione e perchè costui ponesse in essere atti contrari ai doveri del suo ufficio, in violazione dei doveri d’imparzialità  della pubblica amministrazione, consistenti, tra l’atro: nel rivendicare la competenza del X Municipio in materia di lavori per la pulizia delle spiagge; nel comunicargli notizie e informazioni sulla procedura di selezione del contraente, in relazione all’affidamento diretto da parte del X municipio per i lavori a somma urgenza per indagini sulla stabilità  delle alberature stradali e conseguenti interventi di potatura e per i lavori per la pulizia delle spiagge, assegnati, rispettivamente, 26.5.14 e il 31.7.14”.

(da “Huffingonpost”)

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BUZZI: “CON QUESTI IN TRE ANNI CI MANGIAMO ROMA”

Giugno 4th, 2015 Riccardo Fucile

“TUTTI RICCHI CON IL MIO AMICO CAPOGRUPPO, SE MARINO RESTA SINDACO”

“Ci mangiamo Roma“. Assomiglia tanto alla ormai celebre frase “Se pigliamo Roma” della banda della Magliana, la frase che l’uomo delle coop, Salvatore Buzzi, dice però riferendosi alla giunta di Ignazio Marino.
“Con il mio amico capogruppo ci mangiamo Roma”
Nell’ordinanza di custodia cautelare il gip Flavia Costantini sottolinea la consapevolezza di Buzzi di essere parte di Mafia Capitale e parlando con i suoi collaboratori, Michele Nacamulli, Emanuela Bugitti e Claudio Bolla (con i quali discuteva delle richieste di dimissioni avanzate nei confronti del sindaco) esibisce la certezza di poter accaparrarsi gare e finanziamenti pubblici: “Noi comunque … ti dico una cosa … lui (Marino ndr) se resta sindaco altri tre anni e mezzo, con il mio amico capogruppo ci mangiamo Roma”.
È il 17 novembre del 2014 e mancano pochi giorni agli arresti della prima tranche.
Che Buzzi avesse entrature in Campidoglio era emerso chiaramente anche nella prima tranche dell’inchiesta.
“Noi quest’anno abbiamo chiuso… con quaranta milioni di fatturato ma tutti i soldi… gli utili li abbiamo fatti sui zingari, sull’emergenza alloggiativa e sugli immigrati, tutti gli altri settori finiscono a zero … si ma non si fottono i soldi non… c’è un tempo… c’è un tempo per tutto ricordatelo, io oggi sono messo bene, sto dentro al consiglio del Cns (Consorzio Nazionale Servizi, ndr), sono ri… riverito… non c’ho debiti con nessuno, a cooperativa siamo arrivati a 986 persone, lo sai quante sono 986… tante, eh? mò pure le elezioni… le elezioni siamo messi bene perchè Marino siamo coperti, Alemanno coperti e con Marchini c’ho… Luca (Odevaine) che… piglia i soldi per questo non rompesse il cazzo… cinquemila euro al mese roba da non credere… però è un investimento pure quello…”.
Del primo cittadino Massimo Carminati, intercettato nel 2013, però diceva :”de Marino non se fida nessuno”.
“La mucca se non mangia non può essere munta”
“La mucca se non mangia non può essere munta”. È anche in questa frase la filosofia di mafia Capitale.
È il 14 marzo 2013 e si discute dell’assunzione di una donna con Franco Figurelli, che lavorava presso la segreteria di Mirko Coratti, ex presidente dell’Assemblea Capitolina. Entrambi arrestati oggi con la nuova tranche di inchiesta.
F: “senti, te devo da’ un nominativo, me lo devi fa’ però
S: si
F: va be’?
S: pe’ cosa? Che te devo fa’?
F: eeh… pe’ ‘na ragazza
S: se… se è una zoccola la pigliamo subito (ride)
F: se è zoccola la fai diventare zoccola, che sarà … (ridono — inc.) se poi dici <an vedi che tette questa, che ce faccio”
S: ahò ma, scusa ma lo sai… la sai la metafora?
F: eh
S: la mucca deve mangiare
FF: ahò questa metafora io glielo dico sempre al mio amico, mi dice: “non mi rompere il cazzo perchè se questa è la metafora lui ha già , già  fatto, quindi non mi rompere…”
S: ma… fai fa… fagli un elenco…
F: Salva… Salvato’
S: fagli un elenco della mangiatoia, digli, oh (ridono)
FF: Salvato’ te voglio be’… già  me rompe il cazzo, dice: “è possibile che Salvatore a noi ce risponde così?”   ho detto: “ahò cazzo te devo di’” gli ho detto “questa, questa è la metafora che me da il cammello e della cosa, quindi che cazzo te devo fa?”
S: (ride)
FF: “vaffanculo mo glielo dico io” ho detto: “a Salvatore glielo dico, non è… però gli dico pure quello che tu me dici” ma che ca… quindi… che so, perchè ce tiene come non so che cazzo c’ha
S: ho capito, però, però dall’altra parte privilegia Vito, scusa, va da Vito, scusa eh
FF: ma se tanto fa ‘na… famo questo e poi le cose…
S: si, ma io, io investo su de te, lo sai che investo su de te
FF: eh, meno male
S: (ride) fanculo
FF: te do il nome e cognome?
S: damme nome e cognome

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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MAFIA CAPITALE, RAFFICA DI 44 ARRESTI: GRAMAZIO (PDL), CORATTI (PD), CAPRARI (CD) , PEDETTI (PD), OZZIMO (PD) E TREDICINE (FORZA ITALIA)

Giugno 4th, 2015 Riccardo Fucile

NEL MIRINO IL BUSINESS DEI MIGRANTI..I REATI: ASSOCIAZIONE DI STAMPO MAFIOSO, TURBATIVA D’ASTA E FALSE FATTURAZIONI… IL CLAN MANCUSO ARRUOLATO PER LA CAMPAGNA ELETTORALE EUROPEA DI ALEMANNO IN FDI

Mazzette una tantum, stipendi mensili, acquisti di case e assunzioni di parenti e amici nelle cooperative di Salvatore Buzzi, gestite all’ombra di Massimo Carminati.
Il tutto in cambio di favori nell’assegnazione di appalti e lavori di ogni tipo.
C’è mafia ma c’è anche molta corruzione nella seconda ondata di arresti dell’inchiesta sul “Mondo di mezzo”.
Quarantotto gli indagati nell’ordinanza firmata dal gip di Roma Flavia Costantini di cui 44 arrestati all’alba dai carabinieri del Ros (19 in carcere e 25 ai domiciliari) perchè accusati a vario titolo di associazione di tipo mafioso, corruzione, turbativa d’asta, false fatturazioni e trasferimento fraudolento di valori, con l’aggravante delle modalità  mafiose.
LA LISTA DEI 44 ARRESTATI
Gli arresti. Una seconda scossa che tocca la destra e la sinistra e che arriva dritta alle istituzioni. Comune, soprattutto, ma anche Regione.
In carcere finisce Luca Gramazio, ex consigliere capogruppo Pdl in consiglio comunale e poi in Regione: il procuratore aggiunto Michele Prestipino e i pm Giuseppe Cascini, Paolo Ielo e Luca Tescaroli lo accusano di avere messo le sue cariche istituzionali al servizio dell’associazione guidata da Massimo Carminati.
Di avere elaborato con loro “le strategie di penetrazione nella Pubblica Amministrazione e di essere intervenuto direttamente e indirettamente nei diversi settori della pubblica amministrazione di interesse dell’associazione”.
Sarebbe in sostanza ritenuto il collegamento tra il clan e le istituzioni.
Ma non è l’unico. Arrestato anche Mirko Coratti, ex presidente del consiglio comunale in quota Pd, dimessosi a dicembre dopo la prima ondata di arresti.
Insieme a lui, dietro alle sbarre finisce anche il suo capo segreteria, Franco Figurelli. Secondo l’accusa, avrebbero ricevuto la promessa di 150mila euro, la somma di 10mila e l’assunzione di una persona segnalata da Coratti in cambio di una serie di piaceri alle cooperative di Salvatore Buzzi.
In una intercettazione il patron delle Coop dice: “Me sò comprato Coratti, lui sta con me”.
Dietro alle sbarre pure Daniele Ozzimo, ex assessore alla Casa dem: anche lui aveva lasciato la Giunta dopo essere risultato indagato nell’inchiesta su Mafia Capitale. Per il gip era al servizio di Buzzi. Con lui, è indagata tutta la sua segreteria politica: ai domiciliari Angelo Marinelli e la sua assistente Brigidina Paone.
I pm contestano al consigliere Pd, di avere ricevuto da Carminati&Co una costante “erogazione di utilità  a contenuto patrimoniale, comprendente anche un’assunzione” per favorire le attività  della coop 29 Giugno.
Ancora. Tra gli arrestati anche Angelo Scozzafava, ex capo dipartimento alle Politiche Sociali di Roma.
In carcere pure Pierpaolo Pedetti, anche lui eletto eletto consigliere comunale nel 2013 con il Pd, presidente della Commissione Patrimonio.
Insieme a lui anche un dipendente del suo dipartimento, Mario Cola. L’accusa nei suoi confronti è di essersi fatto acquistare un appartamento “per il compimento di atti contrari ai suoi doveri di ufficio”, riguardanti in particolare l’emergenza abitativa, business che interessava molto a Buzzi.
C’era anche chi preferiva avere uno stipendio fisso dalla banda: è il caso di Giordano Tredicine, consigliere comunale e vicecoordinatore regionale di Forza Italia e rampollo della discussa famiglia di venditori ambulanti che gestiscono, quasi in esclusiva, tutti i camion bar di Roma.
Secondo il gip che ha disposto per lui i domiciliari, si era messo al servizio di Buzzi e Carminati, in cambio di “continue erogazioni” di denaro. In un’intercettazione telefonica i due dicono: “Giordano s’è sposato con noi e noi semo felici de stà  con lui. E’ un serio e poco chiacchierato nonostante faccia un milione di impicci”.
Carcere, invece, per Massimo Caprari, capogruppo di Centro Democratico, formazione di Bruno Tabacci che nel 2013 riuscì ad eleggere in assemblea capitolina un solo consigliere comunale in alleanza con Ignazio Marino: anche per lui remunerazione costante e l’assunzione di un amico.
Indagato anche Andrea Tassone, ex presidente del X Municipio, costretto dal Pd a dimettersi dopo essere finito impigliato nelle maglie della prima ordinanza per rapporti poco chiari con Buzzi: da stamattina è ai domiciliari. Per i pm avrebbe ricevuto 30 mila euro in cambio di una serie di favori a Buzzi e Carminati riguardanti la gestione delle spiagge di Ostia.
Tra gli indagati ci sono anche l’ex segretario regionale della Lega Coop, Stefano Venditti, e il direttore del Dipartimento Politiche Sociali della Regione, Guido Magrini, e il sindaco di Castenuovo di Porto, Fabio Stefoni.
Infine ai domiciliari il costruttore Daniele Pulcini.
Le perquisizioni alla “Cascina”.
Arrestati anche Domenico Cammissa, Salvatore Menolascina, Carmelo Parabita e Francesco Ferrara, tutti manager della cooperativa “La Cascina” vicina al mondo cattolico, perquisita stamattina dai carabinieri.
Per Ferrara è stato disposto il carcere, mentre nei confronti degli altri tre sono scattati i domiciliari.
Secondo il Gip, Luca Odevaine avrebbe ricevuto dai quattro “la promessa di una retribuzione di 10.000 euro mensili, aumentata a euro 20.000 mensili dopo l’aggiudicazione del bando di gara del 7 aprile 2014”.
Le perquisizioni sono scattate non solo a Roma ma anche in Sicilia e in particolare a Mineo e a Piazza Armerina.
Le intercettazioni svelerebbero infatti il sistema di corruzione attorno al Cara e il tariffario delle mazzette sui migranti: “Facciamo un euro a persona” diceva Odevaine.
L’ordinanza.
Secondo i ros, l'”articolato meccanismo corruttivo” faceva capo proprio a Odevaine che, “in qualità  di appartenente al Tavolo di Coordinamento Nazionale sull’ accoglienza per i richiedenti e titolari di protezione internazionale, è risultato in grado di ritagliarsi aree di influenza crescenti” in questo specifico settore.
Nell’ordinanza si legge che Odevaine “riceveva da Cammisa, Ferrara, Menolascina e Parabita la promessa di una retribuzione di 10.000 euro mensili, aumentata a euro 20.000 mensili dopo l’aggiudicazione del bando di gara del 7 aprile 2014”, per favorire il gruppo La Cascina nella gestione dell’emergenza profughi.
Secondo l’ordinanza avrebbe ricevuto tali somme “in parte, direttamente ovvero per il tramite di Stefano Bravi e di Marco Bruera, i quali unitamente a Gerardo   e Tommaso Addeo curavano la predisposizione della documentazione fittizia finalizzata a giustificare l’ingresso delle somme nelle casse delle fondazioni e delle società  riferibili a Odevaine”.
Il gip ha però rigettato la richiesta della procura di emanare un nuovo provvedimento di arresto per Odevaine (comunque già  in carcere a Torino da sei mesi).
Stessa decisione per Giovanni Fiscon, ex dg di Ama, attualmente agli arresti domiciliari a Roma. Salvatore Buzzi è stato invece colpito da un nuovo provvedimento restrittivo: è già  detenuto a Nuoro dallo scorso dicembre.
Secondo gli investigatori la sua figura è “centrale”: il patron delle cooperative sociali, già  coinvolto nella prima fase dell’inchiesta, è stato capace di assicurarsi “mediante pratiche corruttive e rapporti collusivi, numerosi appalti e finanziamenti della Regione Lazio, del Comune di Roma e delle aziende municipalizzate”.
Proprio 3 giorni fa il gip aveva disposto il giudizio immediato per Carminati e altri 33 imputati coinvolti nella prima ondata di arresti. Il processo inizierà  a novembre.
“I clan per la campagna elettorale di Alemanno”.
Dall’ordinanza emerge anche che il clan ndranghetista Mancuso sarebbe   stato arruolato nella campagna elettorale di Gianni Alemanno al Parlamento europeo. Stando a quanto si legge negli atti “a fronte di una richiesta di sostegno da parte di Alemanno, sin dalla fine del mese di marzo 2014, in vista delle elezioni europee del 25 maggio 2014, Salvatore Buzzi aveva espressamente richiesto, per il tramite di Giovanni Campennì, appoggio all’organizzazione criminale calabrese (di cui quest’ultimo è ritenuto espressione), per procurare i necessari consensi in occasione della campagna elettorale dell’ex sindaco di Roma”.
Una richiesta che Buzzi non esiterà  a dettagliare nel corso di una telefonata con lo stesso Campennì, intercettata dagli investigatori.
Nonostante il ras delle cooperative tenti di far passare la richiesta come “come innocua e legittima istanza volta ad ampliare il consenso elettorale (“Basta che non sia voto di scambio…. tutto è legale … uno po’ votà  gli amici???!!!”), nell’ambito di una circoscrizione elettorale particolarmente ampia, Buzzi, pur cogliendone al volo l’illiceità , non si tira indietro: “Va bene…. allora …. – sottolinea – è qua la famiglia? La famiglia è grande…un voto gli si dà “.

Maria Elena Vincenzi e Giovanna Vitale
(da “La Repubblica“)

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RENZI ACCANTONA IL PARTITO DELLA NAZIONE

Giugno 3rd, 2015 Riccardo Fucile

PAROLA D’ORDINE, RICOSTRUIRE IL PD… ROSATO VICESEGRETARIO CON GUERINI CAPOGRUPPO ALLA CAMERA

“Dobbiamo ricostruire il Pd. La suggestione del Partito della Nazione mi pare superata da queste elezioni…”, spiega il ministro Andrea Orlando intervistato dal Corriere della Sera.
Una lettura tranchant sull’idea renziana di ‘big tent’, partito ‘acchiappa tutti’ lanciata dal segretario Matteo Renzi in una direzione nazionale del Pd a ottobre dell’anno scorso, sull’onda dell’euforia del 40,8 per cento delle europee.
Alla luce del voto delle regionali domenica scorsa, quel progetto non c’è più sulla carta, dice Orlando.
Il premier ufficialmente non lo dice. Ma si appresta a sviluppare lo stesso ragionamento. Ricostruire il Pd è la parola d’ordine di queste giornate post-elettorali. In cui, sì, Renzi rivendica la vittoria in 5 regioni su 7 (“I giornali stranieri ci riconoscono la vittoria, mi chiamano dall’estero per congratularsi”, si sfoga con i suoi) ma ammette che, più che piantare i paletti della ‘big tent’, c’è da mettere ordine in casa: il Pd.
A partire dalla testa per arrivare in periferia.
La prima mossa: Lorenzo Guerini via dalla vicesegreteria del partito e forse anche Debora Serracchiani. Il primo dovrebbe essere nominato capogruppo del Pd alla Camera, la seconda tornerebbe a dedicarsi a tempo pieno al governo della sua regione, il Friuli.
L’idea di Renzi per la vicesegreteria del partito è Ettore Rosato.
Rosato, origine politica Areadem, l’area di Dario Franceschini, ora praticamente renziano, tra i più fidati del premier, capogruppo vicario del Pd alla Camera: a lui è toccata la gestione del gruppo di Montecitorio dopo le dimissioni di Roberto Speranza, in protesta contro l’Italicum.
E infatti era in predicato di diventare il nuovo capogruppo a tutti gli effetti. Invece sembrerebbe che Renzi voglia spostarlo al partito, sulla base della sua maturata conoscenza dei meccanismi interni a questo strano ‘animale politico’ chiamato Pd. Ma di certo, ora che il numero dei voti al partito è calato, come tutti gli altri partiti tranne la Lega (analisi istituto Cattaneo), Renzi vuole guardare bene all’interno della creatura che si trova a gestire, rinnovare la sua classe dirigente locale, fare in modo di non subire candidature come quella di Raffaella Paita in Liguria o di Vincenzo De Luca in Campania, entrambi “non renziani”, sostiene il premier nei ragionamenti con i suoi.
E i suoi lo spiegano: “Paita, figlia del governo Burlando in regione. De Luca, origine politica bersaniana o comunque vecchia guardia Pd, padrone delle tessere al sud, inamovibile…”.
Tanto che nemmeno Renzi è stato capace di eliminarlo dalla corsa elettorale Dem. L’idea è di produrre una nuova classe dirigente che sul territorio applichi il verbo del rinnovamento avvenuto a livello centrale. E per tutto questo serve il cambio al vertice.
E anche con tempi abbastanza immediati.
Renzi potrebbe parlarne anche lunedì sera, alla direzione nazionale convocata per le 21, al ritorno dal G7 in Germania.
Al gruppo a Montecitorio, tra l’altro, Guerini andrebbe a gestire una fase complicata. Perchè d’ora in poi il premier è determinato ad applicare alla lettera il regolamento di gruppo che prevede il rispetto da parte di ogni parlamentare delle decisioni deliberate a maggioranza, pena l’espulsione dal gruppo.
Una scelta che, in caso di nuove tensioni con la minoranza interna, verrebbe operata dall’ufficio di presidenza del gruppo, Guerini appunto, d’accordo col premier, s’intende.
E invece Rosato al partito andrebbe a gestire un’impresa pure complessa: costruire il Pd renziano che ancora non esiste. E’ un rimescolamento di ruoli che — nei propositi renziani – non dovrebbe dare l’idea della caccia al capro espiatorio per via dei problemi evidenziati dalle regionali. Perchè comunque “abbiamo vinto”, insiste ufficialmente il premier.
Ma il disegno di partenza va quanto meno rivisto.
“Non è cambiato nulla”, dice Dario Parrini, deputato e segretario del Pd Toscana, renzianissimo e appassionato di modelli elettorali e modelli di partito.
“Mica immaginavamo il Partito della Nazione come partito che prendesse tutto, senza un avversario di centrodestra? Il Pd deve essere un partito di sinistra, ma aperto sennò non si vince”.
Ma il dato oggettivo che pure ammettono nei circoli renziani lontano dai taccuini è che a ottobre, quando Renzi lanciò la sua ‘big tent’, si prevedeva un disfacimento totale del centrodestra sull’onda della crisi del berlusconismo.
Di certo nessuno, dentro e fuori il Pd, avrebbe scommesso sulla vittoria di Giovanni Toti in Liguria.
Dunque, la tentazione di stabilizzarsi come partito calamita per tutti e tutto pure fece gola al premier e ai suoi.
Ora lo scenario è cambiato. “Il centrodestra esce vivo da queste regionali, seppure in un’alleanza ancora non chiarita con la Lega”, dice un renziano di rango.
E poi c’è il M5s, che perde voti (sempre istituto Cattaneo) ma dimostra di essere in salute. Insomma, il Pd rischia di essere una specie di Colosseo: casa aperta a tutti ma con troppe correnti, ognuno che dice la sua anche in tv sul partito (è una delle accuse dei renziani alla minoranza) e tanti ‘capibastone’ sui territori che decidono più o meno in autonomia come e quando candidarsi. No, così non va.
E’ anche per questo che, pur annunciando il pugno di ferro nei confronti di chi in minoranza continuerà  a ostacolare le scelte del governo e votare in dissenso dal gruppo, Renzi vuole invece rafforzare il rapporto con la parte dialogante dei non-renziani del Pd.
I cosiddetti ‘responsabili’ (anche se i diretti interessati odiano questo appellativo) capitanati dal ministro Maurizio Martina, ultra-stimato dal premier, e nati sull’onda delle polemiche sull’Italicum.
Sono Guglielmo Epifani (presidente della Commissione Attività  produttive della Camera), Cesare Damiano (presidente della Commissione Lavoro della Camera) e tanti altri, in tutto una cinquantina.
Le loro presidenze (come anche quella del lettiano Francesco Boccia, Bilancio sempre a Montecitorio) non verranno toccate nell’imminente turn over degli incarichi istituzionali alla Camera.
Renzi ha promesso loro che cambierà  solo le presidenze di Forza Italia per redistribuirle sempre tra la minoranza dialogante.
Anche con lo stesso Gianni Cuperlo, che non è uno dei responsabili ma uno dei deputati di minoranza che non hanno partecipato al voto sull’Italicum, Renzi mantiene un fitto rapporto di confronto.
Perchè ha apprezzato le sue parole di sostanziale ‘tregua’ pronunciate dopo l’approvazione della legge elettorale.
Mentre il premier non ha affatto gradito l’intervista di Pierluigi Bersani al Corriere della Sera proprio il giorno del voto, domenica. “Piena di livore”.
E infatti è proprio con l’ex segretario e i suoi più stretti che il filo di confronto potrebbe spezzarsi, si è già  spezzato, forse definitivamente.

(da “Huffingtonpost”)

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LA MAGGIORANZA AL SENATO TRABALLA, VERDINI IN SOCCORSO MA POTREBBE NON BASTARE

Giugno 3rd, 2015 Riccardo Fucile

BERLUSCONI CONTRATTACCA CON UNA CAMPAGNA ACQUISTI IN NCD… E ARRIVANO PURE I REPUBBLICANI DELLA DE GIROLAMO E DEL RESUSCITATO REGUZZONI

La linea ufficiale è tirare dritto come se nulla fosse. Anzi l’obiettivo è quello di accelerare sull’agenda di governo.
Ma per riuscirci, Matteo Renzi non potrà  prescindere dal soccorso di Denis Verdini. Sì, proprio lui, il ras (quasi ex) azzurro della Toscana in procinto di lasciare Forza Italia   per ravvivare il fuoco del mai sopito Patto del Nazareno e riabbracciare l’amico Rottamatore.
Una svolta ormai imminente e irrinunciabile per il presidente del Consiglio. Soprattutto dopo il risultato negativo delle Regionali. Che, rinsaldando le pretese della minoranza dem, rischia di minare il cammino della riforma costituzionale. Non solo.
C’è anche un’altra questione tutt’altro che marginale. Ed è quella che riguarda i numeri di una maggioranza sempre più risicata a Palazzo Madama.
Specie dopo lo smottamento causato dai Popolari per l’Italia (PI): Mario Mauro (approdato al Gal) e Tito Di Maggio (verso l’approdo tra i fittiani) hanno annunciato l’uscita dalla coalizione di governo. Mentre Angela D’Onghia, sottosegretario all’Istruzione, pur lasciando PI ha annunciato che non si dimetterà , continuando a sostenere l’esecutivo.
SOCCORSO AZZURRO
Un piccolo terremoto, ma sufficiente a far ballare la maggioranza proprio in vista del voto sulle riforme. Al Senato, dopo l’ultima transumanza, Renzi può infatti contare su appena 9 voti di scarto.
Un’incognita, insomma, in vista del nuovo braccio di ferro con l’opposizione interna, decisa più che mai a presentare il conto al premier-segretario dopo i 2 milioni di voti persi alle Regionali. Ed ecco, allora, il soccorso dell’amico Verdini.
Il custode del Patto del Nazareno, secondo quanto risulta a ilfattoquotidiano.it, ha trascorso tutta la settimana scorsa a mettere a punto l’operazione che, a breve, dovrebbe portare alla nascita di un nuovo gruppo a Palazzo Madama, autonomo da Forza Italia e, ovviamente, gravitante nell’orbita renziana.
A comporlo, 4-5 senatori azzurri pronti a seguirlo, insieme a Sandro Bondi e signora, la senatrice Manuela Repetti. Il resto, per arrivare alla soglia dei 10 componenti necessari per dare vita ad un gruppo al Senato, reperito tra gli attuali iscritti al gruppo Gal.
Ed ecco che, come d’incanto, con 19 voti di scarto, la maggioranza tornerebbe a navigare su acque meno agitate.
INCOGNITA BERLUSCONI

Ma c’è un “ma”. Perchè per dieci verdiniani pronti ad accorrere alla corte di Renzi, potrebbero esserci altrettanti parlamentari, se non di più, disposti a lasciare la maggioranza per tornare con Silvio Berlusconi.
«L’ex Cavaliere vuole sentire uno a uno verdiniani, fittiani ma soprattutto i parlamentari del Ncd di Angelino Alfano», racconta una fonte ben informata sulle dinamiche del centrodestra.
A fare da sponda al progetto berlusconiano, c’è per esempio una nuova associazione, “I Repubblicani”, con il ritorno sulla scena dell’ex capogruppo leghista alla Camera, Marco Reguzzoni che, in tandem con Nunzia De Girolamo, ex presidente dei deputati del Nuovo Centrodestra e fortemente critica con la linea del presidente, ha annunciato l’impegno a riunire i partiti dell’area moderata.
Il battesimo del nuovo soggetto si è svolto a Milano e l’obiettivo dichiarato è quello di «formare una confederazione di forze politiche».
Che, tradotto, significa rimettere insieme Lega Nord, Forza Italia e un pezzo del Ncd, dove «sono al tutti contro tutti», racconta uno degli alfaniani delusi.
EFFETTO BERLUSCONI
Nel partito di Alfano, infatti, la situazione è tutt’altro che tranquilla, specie dopo il risultato delle Regionali: Area Popolare (Ncd più Udc) ha incassato percentuali poco rassicuranti in vista delle prossime politiche, tenuto conto della soglia di sbarramento introdotta con l’approvazione dell’Italicum (tre per cento).
E’   per questo che il coordinatore nazionale di Ncd, Gaetano Quagliariello, ha già  minacciato la fuoriuscita dal governo, se non sarà  modificata la legge elettorale appena approvata anche con il loro voto.
Senza contare che, ormai, dentro al partito, in molti non nascondono il malcontento per la difficoltà  di «sostenere il governo Renzi dichiarandosi allo stesso tempo alternativi al Pd».
In questo “caos” il battesimo de “I Repubblicani”, benedetto anche da Antonio Martino, forzista della prima ora, che ha salutato i presenti con un videomessaggio, potrebbe catalizzare, a maggior ragione, lo scontento degli alfaniani traghettandolo di nuovo verso Forza Italia.
A testimonianza che l’operazione di ricucitura con Berlusconi è già  in rampa di lancio e potrebbe finire per annullare l’effetto soccorso di Verdini all’amico Renzi.
Facendo così tornare a ballare la maggioranza di governo a Palazzo Madama.

Antonio Pitoni e Stefano Iannaccone
(da “il Fatto Quotidiano”)

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QUELLA SINTONIA TRA M5S E PARROCI DEL SUD

Giugno 3rd, 2015 Riccardo Fucile

M5S STRIZZA L’OCCHIO ALLA CHIESA DI FRANCESCO

Nella campagna elettorale che ha preceduto le regionali di domenica molti parroci e missionari, in particolare al Sud, hanno fatto professione di fede politica per il M5S.
Nulla di eclatante, nessuna indicazione di voto esplicita, ma molti richiami all’etica pubblica, al voto consapevole, alla rottura dei legami di clientela che in alcune zone del paese costituiscono le sacche di consenso più rilevanti e decisive nell’elezione dei sindaci nei piccoli comuni.
Appelli che hanno sortito qualche effetto: se infatti il Movimento non è riuscito ad arrivare al ballottaggio in nessuno dei comuni capoluogo, in quelli di dimensioni più ridotte ha piazzato qualche candidato al secondo turno in alcune realtà  difficili, come in Sicilia e a Quarto, in Campania, comune che arrivava al voto dopo uno scioglimento per infiltrazione mafiosa.
Il rapporto speciale tra il M5S e la Chiesa di Francesco è sempre più forte.
Una connessione che, prima dell’elezione al soglio pontificio di Bergoglio, era germogliata con i sacerdoti delle parrocchie in opposizione alle alte gerarchie vaticane.
Un argomento molto sentito, tanto che sul portale del Movimento, dove si discutono i progetti di legge, una delle proposte più discusse e votate è quella che abolisce il concordato tra Stato e Chiesa.
Poi, con l’elezione del Papa argentino, le cose sono cambiate e anche i rapporti col Vaticano hanno preso quota.
Spesso Grillo, parlando del M5S, fa riferimento a una sorta di francescanesimo politico.
E il messaggio del santo di Assisi è presente anche negli sporadici e stringati discorsi pubblici di Casaleggio.
Nell’aprile di quest’anno una delegazione del M5S, guidata da Roberta Lombardi, si è recata in Vaticano per chiedere un Giubileo dell’onestà , ottenendo parole di apertura da parte di Rino Fisichella, il vescovo che ha ricevuto dal Papa l’incarico di organizzare l’anno giubilare.
Un miglioramento progressivo delle relazioni, tanto veloce che il 21 maggio, durante la conferenza stampa conclusiva dell’assemblea dei vescovi, il presidente della Cei Bagnasco si è espresso pubblicamente in favore dell’adozione del reddito minimo, forse la più riconoscibile tra le proposte del M5S.
«Così come il M5S è contrario all’assistenzialismo — esultava la senatrice Nunzia Catalfo — lo è anche il cardinale Bagnasco. Quando abbiamo scritto il nostro disegno di legge, abbiamo ritenuto necessario condizionare il sostegno delle persone in difficoltà , al reinserimento delle medesime non solo nella società , ma soprattutto nel mondo del lavoro».

Francesco Maesano
(da “La Stampa”)

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AGRIGENTO: 8 CONSIGLIERI SU 20, TRAVOLTI DALLO SCANDALO GETTONOPOLI, SONO STATI RIELETTI

Giugno 3rd, 2015 Riccardo Fucile

SI ERANO DOVUTI DIMETTERE PER LA VICENDA COMMISSIONI: 1.133 SEDUTE TEORICHE NEL 2014 PER UN COSTO DI 285.000 EURO…MA SE POI LI RIVOTATE CHE LI CONTESTATE A FARE?

Quattro mesi fa si erano dovuti dimettere dall’incarico, perchè erano assediati dalle proteste della popolazione: oggi tornano nuovamente ad occupare uno scranno al consiglio comunale di Agrigento, dopo aver raccolto centinaia di voti.
Sono otto i consiglieri comunali rieletti nella città  dei Templi, dopo essere stati coinvolti nello scandalo delle commissioni: 1.133 sedute soltanto nel 2014, e cioè tre al giorno, festivi inclusi, al costo di 285mila euro.
Numeri che avevano affibbiato al consiglio comunale agrigentino il marchio di “Gettonopoli” (subito esteso anche ad altri consigli comunali siciliani), finiti al vaglio della Guardia di Finanza, e che alla fine avevano portato alle dimissioni del consiglio comunale.
Passata la bufera, però, 20 dei 30 ex consiglieri comunali avevano deciso di riprovarci: 12 sono stati bocciati dalle urne, mentre 8 sono stati riconfermati.
E nonostante il caso Gettonopoli avesse attirato ad Agrigento la curiosità  delle televisioni nazionali (da L’Arena su Rai Uno a La Gabbia su La7), gli otto consiglieri rieletti sono stati comunque in grado di ottenere centinaia di preferenze.
Il primo degli eletti è Marco Vullo, del Pd, ex consigliere comunale riconfermato grazie a 774 voti, seguito da Gerlando Gibilaro, rieletto dal Nuovo Centro Destra con 604 preferenze.
Il partito di Angelino Alfano riporta in consiglio anche Alfonso Mirotta (532 voti) e Alessandro Sollano (489), mentre il Pd rielegge anche Angela Galvano (336).
Tornano a furor di popolo in consiglio comunale anche Angelo Vaccarello e Antonino Amato, ex Udc, eletto con 550 preferenze: faranno tutti parte della maggioranza di centro sinistra che ha sostenuto l’elezione a sindaco di Calogero Firetto, vincitore al primo turno col 59% dei voti.
Soltanto uno, invece, è il consigliere comunale rieletto da Silvio Alessi, il candidato sindaco vincitore delle primarie pasticcio, poi abbandonato dal Pd e quindi sconfitto sonoramente al primo turno: si tratta di Gianluca Urso, ex del Movimento per l’Autonomia, rieletto con 403 voti.
E se tra i consiglieri di Gettonopoli sono ben sette quelli eletti nella maggioranza di Firetto, il nuovo sindaco di Agrigento ha marcato più volte le distanze dallo scandalo delle commissioni: in campagna elettorale le liste civiche in suo sostegno avevano lanciato l’iniziativa “consigliere a gettone zero”, cioè un impegno scritto per rinunciare al rimborso in caso di elezione.
E in attesa di capire quanti siano i consiglieri eletti ad aver rinunciato per iscritto al gettone, Firetto ha designato tra gli assessori in pectore anche Beniamino Biondi, eletto a sua volta in consiglio comunale, che nei mesi scorsi era stato tra i promotori della protesta popolare contro Gettonopoli: in pratica siederà  accanto agli ex consiglieri che aveva duramente contestato.
Nel frattempo a Raffadali, in provincia di Agrigento, il nuovo sindaco è Silvio Cuffaro, fratello di Totò, l’ex governatore della Sicilia detenuto nel carcere di Rebibbia dopo una condanna a sette anni per favoreggiamento a Cosa Nostra.
Il fratello minore di Totò Vasa Vasa, già  sindaco fino al 2012, si è imposto con 3.768 voti, appena cinque in più rispetto a quelli conquistati da Piero Giglione, candidato del centro sinistra.

Giuseppe Pipitone
(da “il Fatto Quotidiano“)

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POPOLARI PER L’ITALIA ESCONO DALLA MAGGIORANZA: LA SCISSIONE DELL’ATOMO METTE NEI GUAI RENZI

Giugno 3rd, 2015 Riccardo Fucile

IL GRUPPO DI PI CONTA TRE SENATORI E SI SPACCA: D’ONGHIA RESTA, DI MAGGIO VERSO FITTO, MAURO IN GAL

I Popolari per l’Italia lasciano la maggioranza di governo. Niente paura, la forza di questa decisione non è tale da aprire una crisi nell’esecutivo guidato da Matteo Renzi.
Sulla carta gli scissionisti ex Scelta Civica sono 3 al Senato e 2 alla Camera. Ma uno dei senatori ha già  annunciato che rinuncia all’esperienza nel mini-partito per tenersi il posto da sottosegretario.
Ad ogni modo se a Montecitorio la maggioranza è molto ampia, come al solito i numeri che ballano sono proprio a Palazzo Madama.
Qui il governo ha una decina di voti di margine. Da oggi, senza i Popolari per l’Italia, Renzi potrà  così contare su 174 sì (su 161): i 36 del Nuovo Centrodestra, i 113 del Partito Democratico, i 19 del gruppo Autonomie (Svp, Patt, Union Valdotaine e Upt, oltre ad alcuni senatori a vita) e 5 del gruppo misto, Sandro Bondi, Benedetto Della Vedova, Salvatore Margiotta (ex Pd, uscito dal gruppo dopo una condanna), Mario Monti e Manuela Repetti.
Chi fa parte del gruppo dei Popolari?
Al Senato sono Mario Mauro (ex Forza Italia, ex montiano, guida del partitino), Tito Di Maggio (da sempre scatenato contro Renzi e infatti si è iscritto al nuovo gruppo dei fittiani) e Angela D’Onghia.
Ma subito dopo l’annuncio di Mauro (“Riforme non condivise e esaltazione del monocolore dell’esecutivo”) il gruppo che già  si trovava all’interno del frittatone Gal (Grandi Autonomie e Libertà ) si è scisso in tre: tre senatori, tre direzioni.
Mauro, infatti, resta nel Gal e passa all’opposizione. Sempre opposizione è, ma passa al gruppo nascente dei fittiani Di Maggio.
La D’Onghia, invece, è sottosegretaria all’Istruzione e — in tempo zero — e ha deciso di abbandonare il partito mignon e restare in maggioranza “per il bene del Paese”.
Da capire cosa farà , invece, Domenico Rossi, ex generale ora sottosegretario alla Difesa. Rossi è uno dei deputati popolari. L’altro è Mario Caruso.
Tutto questo che sembra solo un gioco di sedie e nomi in realtà  ha un peso politico sulla sorte del disegno di legge sulle riforme istituzionali e del ddl Buona Scuola che proprio al Senato devono arrivare nelle prossime settimane.
Qui il problema non è tanto dovuto all’ampiezza variabile della maggioranza, quanto alla battaglia annunciata da settimane dalla minoranza Pd e in queste ore anche dal Nuovo Centrodestra che intende rompere la serenità  della maggioranza per spingere i democratici a modificare l’Italicum, peraltro già  approvato definitivamente.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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MARONI “FAVORI’ LA DONNA CON CUI AVEVA UNA RELAZIONE”: VERSO IL RINVIO A GIUDIZIO, MA I TG OSCURANO LA NOTIZIA

Giugno 3rd, 2015 Riccardo Fucile

IN CASO DI CONDANNA IN PRIMO GRADO ANCHE PER LUI LA LEGGE SEVERINO PREVEDE LA SOSPENSIONE DALLA CARICA

Poco meno di un anno fa l’inchiesta: “Pressioni del governatore della Lombardia per far ottenere contratti a due fedelissime”.
A 11 mesi dall’avviso di garanzia il pm di Milano Eugenio Fusco ha chiuso le indagini nei confronti di Roberto Maroni.
Al leghista, che siede sulla poltrona di presidente della Giunta della Lombardia, viene contestato il reato di turbata libertà  nel procedimento di scelta del contraente e induzione indebita per presunte spinte per far ottenere un lavoro e un viaggio a Tokyo a due sue ex collaboratrici al Viminale.
Nel settembre del 2014 l’inchiesta si allargò anche ad Andrea Gibelli, già  segretario generale della Regione Lombardiai.
Tra gli indagati c’è Expo, in base alla legge 231 per la responsabilità  amministrativa delle società , e il suo direttore generale Christian Malangone.
Le due ex fedelissime dell’allora ministro
A far finire nei guai l’ex segretario del Carroccio sono state Mara Carluccio e Maria Grazia Paturzo, che non erano state inserite nello staff del presidente per timore che la Corte dei conti potesse fare dei controlli e contestare le assunzioni.
A compensazione, però, le due signore avevano ottenuto due contratti, uno da Eupolis e l’altro da Expo 2015.
La Carluccio era stata già  in passato collaboratrice del leghista quando era ministro dell’Interno e in passato aveva ottenuto incarichi di consulenza.
A lei era finito, secondo quando si leggeva nel capo di imputazione, un contratto di Eupolis Lombardia l’Istituto superiore per la ricerca, la statistica e la formazione del Pirellone.
Un contratto da 29.500 euro annui, somma “fissata” dalla stessa “per proprie esigenze fiscali”. Più importante il secondo   contratto: alla Paturzo, già  collaboratrice di Isabella Votino portavoce di Maroni, dovevano arrivare 5417 euro mensili per due anni. In questo caso, era stato ipotizzato all’inizio dell’inchiesta, a essere concussi sarebbero stati esponenti di Expo 2015 e esponenti di “Obiettivo lavoro temporary manager”.
La “relazione affettiva” e l’sms che inguaia Maroni
Secondo la procura di Milano potrebbe essere stato un legame più che professionale, “una relazione affettiva” — come si legge nel capo di imputazione e come riporta il Corriere della Sera — a indurre Maroni a fare pressioni affinchè Expo pagasse la missione a Tokyo della signora Paturzo.
È stato un sms del capo della segreteria del presidente, Giacomo Ciriello, che ha di fatto inguaiato Maroni.
Il messaggino inviato a Malangone il 27 maggio dell’anno scorso che recitava: “Christian, il Pres. ci tiene acchè la delegazione per Tokyo comprenda anche la società  Expo attraverso la dottoressa Paturzo e voleva” che anche lei “viaggiasse” in business class e alloggiasse in albergo di lusso.
Nel registro degli indagati sono infatti finiti i protagonisti del messaggino: Maroni che chiedeva, e Ciriello, che, secondo la tesi della Procura, avrebbe indotto Malangone a garantire   l’esborso di 6mila euro per le spese del volo e dell’alloggio della Paturzo in Giappone come invocato dal governatore lombardo.
Il viaggio però fu cancellato e i biglietti vennero utilizzati da un’altra delegazione: il danno finale fu molto minore, ma questo cambia poco per il codice penale perchè la fattispecie del 319 quater punisce già  la “promessa indebita di utilità “.
Le pressioni per il viaggio a Tokyo e il no di Sala
Malangone, secondo l’ipotesi del pm, avrebbe agito salvaguardare la posizione dell’ad Giuseppe Sala, estraneo all’inchiesta, e rafforzare la sua rispetto ai vertici dell Pirellone. In questa ottica, dopo l’sms, il dg incontra Ciriello spiegandogli che per la missione Tokyo deve chiedere a Sala ricordando che in passato alla Paturzo era stata negata una trasferta a Barcellona.
E Sala poi aveva risposto no. Successivamente il via libera sembra arrivare perchè Ciriello scrive a Malangone e quest’ultimo attiva la pratica, volo e albergo.
A un certo punto Malangone scrive al capo di comunicazione Expo: “Ok, capo allineato” volendo forse intendere che Sala ne era stato informato. Il tour nel Paese del Sol Levante salta, una nuova squadra viene allestita per Tokyo dove andrà  Mantovani.
Il contratto per Mara Carluccio e il ruolo di Gibelli
Maroni condivide l’altra contestazione, in concorso sempre con Ciriello, con Gibelli.
In questo caso le pressioni portarono ad assegnare a un’altra ex fedelissima dei tempi del Viminale l’incarico in Eupolis. Tranche d’inchiesta per cui l’allora direttore generale di Eupolis, Alberto Brugnoli ha già  patteggiato 8 mesi. I fatti risalgono a fine 2013, come la Paturzo anche la Carluccio non può essere inserita nello staff di Maroni. Gibelli, secondo la ricostruzione della Procura, su indicazione di Maroni, contatta Brugnoli, all’epoca dei fatti direttore generale di Eupolis, e gli consegna il curriculum vitae di Mara Carluccio e gli preannuncia che sarà  contattato da Ciriello.
Cosa che avviene e il capo segreteria di Maroni chiede a Brugnoli di essere aggiornato sull’iter dell’assunzione. A inizio novembre 2013, Brugnoli contatta a sua volta Mara Carluccio (che era stata già  allertata da Ciriello su questa eventualità ) e i due concordato un incontro per il 13 nella sede di Eupolis.
Il bando ad hoc e la consulenza conferita
Qualche giorno dopo, Mara Carluccio invia un sms a Brugnoli: “Gentile dottor Brugnoli, ho parlato con il mio commercialista che, per evitare di pagare troppe tasse, mi ha consigliato di prevedere una retribuzione che non superi 29.500 euro“.
E proprio questa somma sarà  quella inserita nel bando di gara di Eupolis, poi assegnato a Mara Carluccio.
Ma prima di arrivare alla gara, il 25 novembre Brugnoli inserisce il nome della Carluccio nella lista dei consulenti accreditati presso la società  e il 3 dicembre i due si incontrano di nuovo per concordare l’oggetto della consulenza che può offrire alla Eupolis.
Il 13 dicembre viene attivata la procedura comparativa, il 17 dicembre emanato il bando e individuata la commissione, il 18 dicembre viene messo l’avviso della procedura sul sito di Eupolis e lo stesso giorno la commissione esamina i curricula dei candidati, così si arriva al 19 dicembre, quando viene conferito l’incarico di consulenza alla signora a decorrere dal 2 gennaio 2014.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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