Settembre 11th, 2015 Riccardo Fucile
LA POPOLAZIONE INVECCHIA E IL TASSO DI NATALITA’ E’ BASSO: NEL 2060 MENO 8% DI FORZA LAVORO
«Se riusciamo a integrare in fretta i profughi nel mondo del lavoro, risolviamo uno dei maggiori
problemi per il futuro economico del nostro paese: la mancanza di personale qualificato».
Nelle parole del vicecancelliere e ministro dell’Industria Sigmar Gabriel, pronunciate ieri di fronte al Bundestag, c’è l’importante risvolto economico dell’accoglienza dei richiedenti asilo: i migranti possono fornire alla Germania quei circa 6 milioni di lavoratori che mancheranno entro il 2030.
La popolazione invecchia, il tasso di natalità è basso, e senza il contributo della persone che arrivano “da fuori”, «è in pericolo non solo il sistema delle imprese, ma anche il benessere generale della società », sostiene il leader del partito socialdemocratico.
A preoccupare sono, in particolare, le proiezioni sulla parte orientale del Paese: tra quindici anni nei Là¤nder della ex Repubblica democratica tedesca un terzo degli abitanti sarà oltre i 64 anni, contro l’attuale 24%.
Nel 2060 la popolazione complessiva dell’Est si sarà ridotta di un quarto rispetto ad oggi: da 12,5 a 8,7 milioni.
All’Ovest le variazioni sono inferiori, ma il trend è lo stesso: più anziani in una popolazione che nel suo insieme decresce.
Risultato: se oggi il 66% dei tedeschi è in età da lavoro, tra vent’anni lo sarà soltanto il 58%.
L’istituto dell’economia tedesca (Institut der deutschen Wirtschaft), centro di ricerche di area confindustriale con sede a Colonia, calcola che già nel prossimo decennio potrebbero mancare al sistema produttivo fino a 390mila ingegneri
Quella del leader Spd è una posizione pragmatica, di buon senso, che contribuisce a favorire il clima di accoglienza.
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Settembre 11th, 2015 Riccardo Fucile
LIEVE AUMENTO ANCHE PER FORZA ITALIA
Il Pd risale e tocca di nuovo quota 34 per cento.
E’ la variazione più sensibile nel sondaggio dell’istituto Ixè per Agorà : il Partito democratico, la scorsa settimana, era al 33,4.
Calano, anche se di poco, i valori del Movimento 5 Stelle (che comunque resta al 22,5%) e Lega Nord (al 15%).
Risale anche Forza Italia, poco oltre il 10.
Da capire cosa abbia giocato un ruolo in queste variazoni. Il tema della settimana è stato di nuovo quello dell’immigrazione e, in particolare, sono stati i giorni dell’apertura e dell’accoglienza da parte della Germania ai migranti della “rotta balcanica”.
Tra i partiti più piccoli sarebbero sicuri di entrare in Parlamento Sel (4,6%) e Fratelli d’Italia (4%),
mentre sarebbe a rischio Area Popolare: il Nuovo Centrodestra raggiunge il 2,9 per cento (dal 3,1 della scorsa settimana), mentre l’Udc è stabile allo 0,5.
Tra i leader, infine, mentre è stabile al 60 per cento il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il presidente del Consiglio Matteo Renzi in una settimana incrementa il proprio indice di popolarità di un punto percentuale, spunta al terzo posto (in queste settimane occupato da Matteo Salvini) Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera e esponente dei Cinque Stelle, sul nome del quale si è sviluppato in questi giorni un dibattito sull’eventuale leadership nel Movimento.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 11th, 2015 Riccardo Fucile
QUELLA UFFICIALE CONFERMA COMPATIBILITA’ PROIETTILI CON ARMI IN DOTAZIONE DEI MILITARI ITALIANI
Si apre un giallo sui documenti presentati dall’India al Tribunale di Amburgo sulla vicenda dei marò
italiani.
Secondo una ricostruzione pubblicata da Quotidiano.net e ripresa da altri media e agenzie italiane, sarebbe stata consegnata una perizia in base alla quale le misure dei proiettili che hanno colpito a morte i due pescatori indiani non sarebbero compatibili con quelli in dotazione ai militari in servizio con la Nato e quindi dei due fucilieri di Marina, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone.
L’India potrebbe aver inviato ad Amburgo una vecchia perizia con misurazioni fatte in maniera approssimativa poi soppiantata da una nuova perizia fatta anche alla presenza di carabinieri italiani i cui risultati invece confermerebbero la compatibilità delle misure del proiettile estratto dalla testa di uno dei due pescatori indiani uccisi, con quelle in dotazione dei militari italiani.
Non è chiaro se e come questa vecchia perizia possa essere entrata nel fascicolo presentato dall’India ad Amburgo, dove è in corso l’arbitrato internazionale tra India e Italia sulla vicenda.
Finora in India non è iniziato il procedimento giudiziario a carico dei due fucilieri italiani, a cause dello scontro sulla giurisdizione del caso, prima tra le autorità giudiziarie dello stato indiano del Kerala e quelle federali e poi tra India e Italia. Salvatore Girone e Massimiliano Latorre sono accusati di aver ucciso il 15 febbraio 2012 due pescatori indiani, scambiati per pirati, quando i due fucilieri del battaglione San Marco erano di stanza sulla nave mercantile Enrica Lexie, a largo delle coste indiane.
Furono arrestati quando la nave attraccò in India su richiesta delle autorità locali.
(da “La Repubblica”)
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Settembre 11th, 2015 Riccardo Fucile
I DUE AMICI SI SONO RITROVATI DOPO MESI E MIGLIAIA DI CHILOMETRI: “QUI SAREMO FELICI”
“Samir!”, “Malek!”. L’urlo è liberatorio, l’abbraccio straziante.
I due amici siriani si stringono forte. Più volte.
Per capire che sono ancora vivi, che tutto quello che sta accadendo non è un’illusione. Hanno gli occhi lucidi, l’emozione li tradisce. Piangono con lunghi singhiozzi, interrotti solo da risate che non si concedevano da tempo.
La guerra, le violenze, i morti, gli orrori, le bombe e i cecchini sono fantasmi che adesso si dissolvono. La Siria è lontana. Possono respirare. Ora sono finalmente in Svezia
Lo ricordano battendo i piedi per terra, toccandola con le mani. Attorno a loro c’è silenzio.
Il verde dei boschi, il rumore dell’acqua che scorre nei canali, le case in mattoni e legno allineate. I bar, i ristoranti, i negozi, le vetrine.
E poi il cibo, abbondante e diverso, che i volontari distribuiscono sul piazzale esterno della stazione centrale.
Malmoe è come un miraggio. L’ultima tappa di un viaggio durato anche un mese. La fine di un lungo serpentone umano spezzato in più punti.
Il rigore danese si è infranto sotto la pressione di 150 mila profughi e migranti. Il blocco dei treni e delle frontiere ha retto solo poche ore.
Già mercoledì notte gli agenti hanno rinunciato a inseguire e fermare questo popolo di invisibili.
Davanti al silenzio imbarazzato del governo, il capo della polizia Jens Henrik Hà¸jbjerg ha preso una decisione che ha cambiato, per poche ore, il corso della storia politica danese. Ha annunciato il ripristino dei collegamenti ferroviari con la Svezia e ha autorizzato a chiunque ne facesse richiesta di attraversare i 700 chilometri che collegano la frontiera con la Germania di Padborg a quella svedese di Rodby
«Fermarli tutti è impossibile », ha spiegato in un’inedita conferenza stampa convocata di mattino presto nella grande hall della stazione di Copenaghen.
«Solo chi farà richiesta di rifugiato potrà restare; gli altri possono proseguire per la Svezia. Del resto la nostra legge sull’immigrazione è chiara: chiunque è sorpreso sul territorio danese senza documenti o senza visto è trattenuto fino a tre giorni. Poi viene mandato davanti al giudice che, in questi casi, li lascia andare».
Ma è proprio questo scollamento tra Palazzo e realtà , con la polizia lasciata sola ad assumersi il peso di scelte coraggiose, a creare scompiglio tra i danesi.
Mai come in questi giorni, la patria del mago delle fiabe Hans Christian Andersen e del mitico Amleto di Shakespeare si è trovata a fare i conti con una solidarietà della gente che smentiva l’immagine offuscata di un paese xenofobo e razzista.
L’isola nera, nel Nord Europa aperto e tollerante, si è ribellata.
Centinaia di uomini e donne, giovani e anziani, hanno protetto e vigilato sulle centinaia di profughi scortandoli fino ai convogli che la direzione delle ferrovie ha deciso di far partire senza pretendere il biglietto.
Oltre 3000 persone sono arrivate in Danimarca da domenica scorsa e solo 400 hanno chiesto di restare come rifugiati.
Le centinaia di uomini e donne, spesso accompagnati da bambini, trattenute in centri provvisori a Rodbyihavn e Padborg sono stati rilasciati. Spesso senza neanche essere identificati.
Il primo ministro danese Rasmussen ha parlato con tutti i leader politici per sanare un vuoto che si era improvvisamente creato.
Il ministro della Giustizia Jans Sorewpind ha interrotto il suo viaggio negli Usa ed è tornato indietro per sostenere l’azione del capo della polizia.
Ma lo scontro tra i partiti che sostengono il governo è di nuovo esploso quando il leader del Partito Popolare, Kristian Dahl Thulsen ha attaccato la Germania: «Deve assumersi le responsabilità delle sue scelte. La Danimarca non sarà un duty free dei rifugiati».
Daniele Mastrogiacomo
(da “La Repubblica”)
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Settembre 11th, 2015 Riccardo Fucile
APPLAUSI ALLA FESTA DELL’UNITA’ DI FIRENZE
«Voterò la riforma soltanto se si supererà lo stallo sull’articolo 2, ma la vedo dura». Alla fine di una
giornata iniziata con il primo incontro della commissione bicamerale del Pd sul ddl Boschi, Pier Luigi Bersani torna a battere i pugni dalla festa del Pd di Firenze.
A casa del premier-segretario gli applausi per lui si sprecano e l’ex leader invia un segnale a Palazzo Chigi.
Il tasto su cui batte Bersani è sempre lo stesso: modificare l’articolo 2 del disegno di legge sulla riforma, quello sull’elettività del Senato.
Dunque, anche se il sottosegretario alle riforme Luciano Pizzetti esclude la fiducia sul punto, le distanze restano siderali. Nella prima riunione del tavolo sulle riforme, che si è tenuta ieri a Palazzo Madama e che tornerà a riunirsi stamane alle 10,30, si è aperto il confronto.
È stato definito un metodo, ma, assicurano, «non si è entrato nel merito delle questioni».
Il nodo elettività non è stato affrontato, ma si è discussa la ridefinizione delle funzioni e le competenze del nuovo Senato delle autonomie.
Al tavolo hanno preso parte Maria Elena Boschi, Pizzetti, i capigruppo di Camera e Senato, Ettore Rosato e Luigi Zanda, Emanuele Fiano, la capogruppo in Commissione affari costituzionale Doris Lo Moro e la deputata Barbara Pollastrini, entrambe della minoranza.
Un incontro preliminare che non è risultato divisivo.
D’altro canto, «è già un fatto positivo aprire un tavolo istituzionale — ha spiegato la Lo Moro, che è anche uno dei firmatari del documento dei dissidenti».
Ma, continua, «il problema è politico, anche se non escludo che il tavolo istituzionale possa sciogliere i nodi politici». Però gli interventi migliorativi non riguarderanno l’elettività del Senato.
Avverte il vicesegretario Lorenzo Guerini: «Qualcuno non pensi di riportare le lancette dell’orologio al punto zero, significherebbe mettere in discussione la possibilità di arrivare fino in fondo».
Si lavora sì «ad una soluzione che sia condivisa tra Camera e Senato, perchè ovviamente ci auguriamo che questa sia la lettura definitiva», ha detto il ministro Maria Elena Boschi.
Giuseppe Alberto Falqui
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 11th, 2015 Riccardo Fucile
RIPENSARE MILANO, MA COME?
Expo andava progettata partendo dal risultato finale: abbiamo 2,5 miliardi di euro pubblici da investire, dove li mettiamo? Per realizzare che cosa? Che parte di città risaniamo o costruiamo dal niente? Con quali funzioni? In vista di quale progetto di città ?
Sette anni fa, nel 2008, quando l’Italia vinse la gara internazionale, si poteva decidere di ripensare Milano, con gli investimenti di Expo.
Per costruire un’esposizione di sei mesi, ma soprattutto per rendere possibile un progetto per 600 anni.In altre città (Londra per le Olimpiadi) si è fatto così. Non a Milano.
La classe dirigente di allora ha guardato agli interessi di breve periodo: i politici interessati a gestire soldi e potere, gli imprenditori impegnati ad arraffare appalti.
Così Letizia Moratti e Roberto Formigoni hanno imposto (per la prima volta nella storia di Expo) di svolgere l’evento su un’area privata, comprata a caro prezzo (terreni agricoli che valevano 25 milioni sono stati acquistati con soldi pubblici a 160 milioni).
Nessuna idea di cosa fare dopo Expo.
Ora, a due mesi dalla fine dell’esposizione, siamo ancora qui a chiederci che cosa sarà di quell’area gigantesca (1 milione di metri quadri).
Nessun operatore privato si è presentato alla gara per comprarla, al prezzo di 314 milioni, improponibile in tempi di crisi immobiliare e con già un milione e mezzo di metri quadri di terziario inutilizzati a Milano.
Con i gestori sull’orlo di una crisi di nervi, si è materializzato un santo che ha portato almeno un’idea e ha salvato Expo dal ridicolo: il rettore dell’Università Statale Gianluca Vago ha proposto di farne un polo scientifico-industriale.
Una buona idea — ce ne sono in molte parti del mondo, non in Italia— che potrebbe essere realizzata da un tris di soggetti.
Il primo è l’Università , che vorrebbe spostare sull’area Expo le facoltà scientifiche della Statale, tranne medicina clinica (che resta negli ospedali) e veterinaria (già spostata a Lodi): 200 mila metri quadri.
Il secondo è Assolombarda, il cui presidente Gianfelice Rocca ha proposto Nexpo, polo dell’innovazione che si potrebbe realizzare trasportando lì aziende hi-tech piccole e grandi (Microsoft, Cisco, Ibm,Alcatel,Accenture…) :meno di 100 mila metri quadri.
Il terzo è il Demanio, che si è detto interessato a concentrare sull’area Expo la cittadella della pubblica amministrazione, a partire dall’Agenzia delle Entrate: 100 mila metri quadri.
Restano da allocare altri 100 mila metri quadri, accanto ai 500 che diventeranno un grande parco.
Ma come passare dalle idee alla realizzazione, in soli due mesi (dopo aver perso sette anni)?
Il rettore Vago ha posto in maniera drammatica due problemi: governance e tempi.
Gianni Barbacetto
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 11th, 2015 Riccardo Fucile
E GLI HOTEL POTREBBERO TRASFORMARSI IN ESATTORI
Mentre il governo si prepara a cancellare l’imposta sulla prima casa che garantisce gettito prezioso ai
comuni italiani, allo studio del governo ci sarebbe la volontà di dare una spinta a un’altra imposta: la tassa di soggiorno pagata dai turisti.
Ne scrive oggi il Corriere della Sera.
Le ipotesi sul tavolo sono ancora diverse, ma l’obiettivo è chiaro: tirar fuori più soldi da una tassa che finora non ha funzionato. Oggi è applicata in pochi Comuni, 650, neanche uno su dieci. E porta nelle casse dei sindaci 270 milioni di euro l’anno. Briciole in un’epoca di tagli. Un aumento del tetto massimo – oggi fissato a 5 euro per notte a persona, con l’eccezione di Roma che arriva fino a 7 – è tra le ipotesi sul tavolo
La via maestra che il governo vorrebbe percorrere è quella di un incentivo fiscale che spinga verso l’adozione dell’imposta anche quei comuni che oggi non la utilizzano, oltre 7 mila a fronte dei 650 che invece già ne beneficiano.
Si studia inoltre la possibilità di agganciare l’imposta non al numero delle stelle ma a al costo della Camera.
C’è poi un problema da risolvere. Negli ultimi mesi sono in aumento i casi di «evasione» della tassa di soggiorno.
In hotel l’imposta si paga separatamente dal conto. E se il cliente non la vuole saldare l’albergatore non lo può obbligare. L’idea è recuperare i soldi evasi dai turisti direttamente dall’hotel, che a quel punto avrebbe tutto l’interesse a trasformarsi in esattore per conto del Comune.
Un’idea che piace al ministero dell’Economia ma meno, molto meno, a quello dei Beni culturali.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 11th, 2015 Riccardo Fucile
LA PUGLIESE “FUNKY TOMATO” HA GIA’ VENDUTO 20.000 BOTTIGLIE… L’AZIENDA A FILIERA PARTECIPATA CHE DICE NO AL CAPORALATO E ASSUME I MIGRANTI
Esiste un’alternativa al caporalato. Può sembrare retorica, ma su mezza ettaro di terra spalmato tra Puglia e Basilicata è gia realtà .
Una chiave possibile sta nelle mani di Funky Tomato, una azienda che coltiva, raccoglie e imbottiglia pomodoro a filiera partecipata.
Opponendo al pagamento a cottimo dei lavoratori un regolare contratto. E facendosi finanziare dai propri clienti: chi crede nel progetto ha pre-acquistato i prodotti, 20mila bottiglie di salsa, pelati e pomodori a pezzi.
Il team all’origine dell’iniziativa ha i piedi ben piantati nell’agricoltura.
Paolo è agricoltore, come Gervasio, Giulia fa monitoraggio per le condizioni sanitarie dei braccianti, Mimmo è un sociologo, Enrico è un perito agrario, Giovanni è ingegnere, Mamadou è mediatore culturale, Giordano si occupa della comunicazione. Nella zona dove hanno scelto di lavorare e in altre del sud Italia, la filiera del pomodoro coinvolge migliaia di agricoltori e un centinaio di stabilimenti di trasformazione, per un giro d’affari annuo compreso tra 1,5 e 2 miliardi di euro. Centinaia di baracche e di casolari abbandonati nelle campagne diventano le case di migliaia di braccianti stranieri che rispondono alle leggi del caporalato, del pagamento a cottimo (3,5 euro per un cassone di pomodori da 300Kg), delle irregolarità contrattuali.
“Il nostro obiettivo era trovare un’alternativa al caporalato per i migranti che arrivano nel nostro territorio alla ricerca di impiego”, spiega ad HuffPost Paolo Russo, membro della squadra che ha lanciato il progetto, “perciò dovevamo garantire loro una quantità abbastanza alta di giorni. Il minimo di giornate lavorative per ottenere il sussidio di disoccupazione agricola è 52. Abbiamo offerto loro questo e un regolare contratto bracciantile stagionale da 39 ore settimanali, a 47 euro per 6 ore e 40.”
Con questi standard, Funky Tomato ha potuto permettersi di assumere quattro dipendenti: Mamadou, senegalese, Yakouba e Walim, entrambi burkinabè, e Anita, una giovane mamma italiana precaria.
“Questo è il senso dell’aggettivo ‘funky’, che viene usato per indicare una contaminazione tra generi musicali diversi. È lo stesso per i migranti: contaminano e arricchiscono la nostra cultura, sono una risorsa enorme e non elementi di passaggio”, aggiunge Russo.
La storia di Mamadou è esemplare. “Quando l’abbiamo conosciuto, in un appartamento di Rosarno, ascoltava Radio Radicale per ore”, raccontano i suoi compagni di viaggio.
Mamadou in Senegal faceva il pescatore e quando è arrivato in Italia si è messo a fare il buttafuori nelle discoteche.
Poi è rimasto senza lavoro, ma non ha voluto cedere al caporalato: “Io sono un uomo libero”. Ora è uno dei protagonisti del progetto. Come lui, anche gli altri due lavoratori Yakouba e Walim, hanno rifiutato il lavoro ingiusto dopo averlo sperimentato; hanno sentito diffondersi la voce che Funky Tomato cercava delle persone e hanno deciso di fare un tentativo.
“Sono loro ad avere scelto noi, non il contrario”, ci racconta Russo, “e noi siamo contenti di fare conoscere loro un modello non industriale e intensiva, perchè capiscano che l’agricoltura non è solo sfruttamento ma artigianato e qualità . Qui acquisiscono delle capacità , imparano delle mansioni che possono tornargli utili per trovare altri lavori. Vorremmo iniziare a collaborare con gli Sprar: i migranti non devono essere visti come manovalanza ma essere aiutati a diventare tecnici con specifiche competenze”.
Certo, il lavoro è impegnativo. Resistere al mercato con una azienda piccola, artigianale e biologica, non è semplice.
Il prezzo di 1,70 euro per chilo di prodotto trasformato è alto rispetto ai prodotti industriali, ma basso rispetto ad altri nati sotto una simile stessa etica produttiva.
Gli acquirenti sono principalmente ristorazioni che a loro volta fanno micro-distribuzione, distributori equo solidali, minori, qualche privato. “Volevano diventare utili per un’economia virtuosa”, spiega Russo, “creare qualcosa che durasse nel tempo e creasse continuità territoriale. Ci stiamo riuscendo, si è creato un gruppo bellissimo. Ora miriamo a continuare, espanderci, magari sviluppare un progetto simile con l’olio. Ripartiremo con i pomodori la prossima primavera”.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 11th, 2015 Riccardo Fucile
SONO I PAPA’ CHE A VOLTE DIMENTICANO
Chi non è nè bestia nè gufo ed è dotato di un animo sensibile resterà colpito dall’affermazione di
quell’insegnante precaria fiorentina che ha appena ottenuto una cattedra (precaria) nella sua città .
«Speravo in un incarico a Firenze, già a Empoli sarei stata costretta a rinunciare per i miei figli. Le mamme sanno cosa vuol dire».
In effetti le mamme lo sanno e fanno fatica a farsene una ragione. Le mamme professoresse, intendo.
L’ultima riforma del governo concede il Graal del posto fisso — il sospirato «ruolo» — a chi accetta un trasferimento di sede.
Di solito dall’estremo Sud all’estremo Nord, dove c’è più carenza di posti. Cambiare radicalmente aria è un sogno a venti o trent’anni e una necessità tragica quando muori di fame o sotto le bombe.
Ma se la tua esistenza è strutturata in una condizione di relativa tranquillità , andartene altrove in cerca di fortuna può rivelarsi uno strappo insopportabile.
Intorno ai quaranta la vita ti ha già cucito addosso una mezza dozzina di fili.
C’è un coniuge da sopportare, e qui talvolta il distacco chilometrico può rivelarsi una distanza di sicurezza. Ma ci sono anche figli, genitori e suoceri anziani da accudire. Una rete di assistenza che grava sulle spalle della donna-prof e si sbriciolerebbe nel caso di un suo trasferimento da Siracusa a Trento.
Prima di definire ingrate e scansafatiche certe insegnanti, come hanno fatto alcuni membri del governo, bisognerebbe riflettere sulle parole della professoressa precaria di Firenze.
Tanto più che di nome fa Agnese e di cognome Landini (nell’anima).
Renzi da sposata. Perchè una mamma lo sa.
Sono i papà che a volte se ne dimenticano.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa“)
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