Dicembre 27th, 2015 Riccardo Fucile
IL PARERE DEL DIRETTORE SCIENTIFICO DELL’OMS EUROPA BERTOLLINI E DEL CLIMATOLOGO FERRARA
La gola secca di questi giorni, la preoccupazione nel fare una passeggiata con i bambini immergendoli in un’aria insalubre, le città ovattate da una nube lattiginosa, la fioritura inquietante delle mimose a dicembre, il ritorno fuori stagione delle zanzare: sono tutti “regali di Natale” portati dal cambiamento climatico.
Vuol dire che si ripeteranno con frequenza crescente e dunque non basta aspettare che arrivi la pioggia a pulire lo smog.
Bisogna agire per ridurre in modo significativo il rischio e nello stesso tempo adattarsi alla quota di danno ormai inevitabile.
Ecco alcuni suggerimenti che vengono da due esperti, Roberto Bertollini, direttore scientifico dell’Oms (Organizzazione mondiale della sanità ) Europa e il climatologo Vincenzo Ferrara.
QUALI SONO GLI EFFETTI DELLE POLVERI SOTTILI?
Quello di cui ci accorgiamo è il problema minore: un raschietto alla gola, magari una bronchite o il riacutizzarsi dell’asma. I guai seri riguardano l’aumento di probabilità di infarto e ictus e, sul lungo periodo, di tumore al polmone.
IN ALCUNI CASI SI SONO SUPERATI I LIMITI PER PIÙ DI 30 GIORNI CONSECUTIVI: QUANTO CRESCE IL PERICOLO?
È proporzionale alla durata della situazione di rischio sanitario. Gli effetti acuti si registrano il giorno dopo il picco. Ma se il picco rimane alto per giorni il quadro si aggrava. Oggi alcune città si trovano a valori di PM10 più di due volte superiori alla norma: non è una piccola oscillazione fuori dal limite. Vuol dire vivere per settimane in una situazione di illegalità atmosferica esponendo il nostro corpo a un rischio consistente.
La normativa, italiana ed europea, prevede un massimo di 50 microgrammi per metro cubo di polveri sottili. L’Oms considera questo tetto troppo alto e suggerisce di scendere a 20 microgrammi. E invece le centraline segnalano valori che arrivano a superare quota 100.
In Europa lo smog uccide 480 mila persone l’anno e l’Italia è tra i paesi più esposti. Per le polveri ultrasottili, le PM2,5 i limiti europei sono pari a 25 microgrammi per metro cubo e l’indicazione dell’Oms è 10. Uno studio ha calcolato che a Roma scendere da 20 a 10 microgrammi per metro cubo, cioè l’indicazione dell’Organizzazione mondiale della Sanità , equivale a evitare più di 1.200 morti.
A livello individuale il margine di intervento è ridotto perchè parliamo di particelle più piccole di un capello: la classica mascherina serve a poco. Si può provare a evitare le zone più trafficate. Ma l’unica azione seria sono i provvedimenti strutturali: bisogna intervenire sul riscaldamento e ridurre drasticamente il traffico che è la principale fonte di inquinamento urbano. Tra l’altro il passaggio delle auto rimette in circolazione le polveri che si erano depositate. Se organizzato in modo serio, cioè per un periodo sufficientemente lungo, il blocco del traffico fa scendere gli inquinanti. Ma il sollievo è temporaneo: occorre costruire alternative alle auto.
I BAMBINI E GLI ANZIANI SONO PIÙ ESPOSTI?
Sì. In particolare per i bambini si può registrare una difficoltà a respirare. Inoltre un accumulo di inquinanti nell’età infantile può causare una maggiore facilità a contrarre malattie polmonari da adulti. Per gli anziani aumentano le probabilità di angina pectoris e ictus.
FARE SPORT IN CITTà€ FA ANCORA BENE O I RISCHI SUPERANO I BENEFICI?
Questa è una domanda che mette in crisi gli esperti perchè esistono pochi studi in materia. Fare moto è una delle indicazioni più importanti per restare in buona salute, ma certo più cresce la concentrazione di inquinanti nell’aria che si respira e più la bilancia costi benefici si fa incerta.
QUANTO AUMENTANO I RICOVERI DURANTE I PICCHI DI SMOG?
In maniera importante. Si registra una crescita della mortalità del 4 per cento per ogni aumento di 10 microgrammi per metro cubo di pm2,5. Dunque risparmiare sui servizi di trasporto pubblico non è un buon affare: significa far crescer le spese sanitarie. Lo smog ci costa l’1 per cento del Pil all’anno.
Antonio Cianciullo
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 27th, 2015 Riccardo Fucile
E’ ORA CHE LO STATO RIPRISTINI LA LEGALITA’, NON DEVONO ESISTERE ZONE FRANCHE PER LA CRIMINALITA’
Dopo tante foto di abbracci, goal ed esultanze, ora sulla pagina Facebook dello Sporting Locri
troneggia una scritta nera: “Game over”.
Le minacce, almeno per ora, fermano le ragazze del calcio. Si chiude. Causa intimidazioni.
È durata solo sei anni, malgrado risultati ed entusiasmo, l’avventura dell’Asd Sporting Locri, società di calcio femminile a 5, che ha annunciato, allo stato, il ritiro dal campionato nazionale di serie A Elite e la fine delle attività .
A determinare l’epilogo inatteso, nel pieno delle feste natalizie, è stata la decisione del presidente del sodalizio, Ferdinando Armeni, di gettare la spugna assieme alla dirigenza dopo la sequela di avvertimenti in stile mafioso, con frasi minacciose e inviti espliciti a farsi da parte, contenuti in alcuni biglietti anonimi fatti recapitare allo stesso Armeni e ad altri dirigenti dello Sporting Locri.
Nell’ultimo messaggio trovato sull’auto del presidente, lasciata anche con uno pneumatico lacerato, c’era scritto: “Forse non siamo stati chiari. Lo Sporting Locri va chiuso se non vuoi avere danni. Sappiamo chi solitamente si siede in questo posto”.
Il ‘pizzino’ era stato lasciato sul finestrino anteriore della vettura di Armeni, dove solitamente è sistemato il seggiolino del figlio di tre anni.
Tutti gli episodi sono stati denunciati a carabinieri e polizia, che hanno avviato accertamenti per vagliare la natura delle minacce e risalire agli autori. Nulla, però, al momento, si sa sugli esiti delle indagini.
Quello che prevale, a Locri e non solo, è lo sconcerto per un finale che lascia l’amaro in bocca.
“Siamo senza parole – dice Armeni – dal momento che il nostro è solo un hobby, una passione per lo sport calcistico. Non è accettabile che si possa correre il rischio di essere colpiti anche nei nostri affetti più cari. Certo, può darsi che si tratti di una bravata, ma davvero non ce la sentiamo di andare avanti. Inutile nasconderlo, c’è rammarico nel dover chiudere dopo anni di successi che ci hanno consentito quest’anno di diventare la squadra rivelazione del campionato nazionale di serie A. Non riusciamo a capire, tuttavia, quali interessi ci possano essere da parte di chi vuole ostacolare un’attività sportiva come questa”.
Lo Sporting Locri era ritenuta, sulla scorta dell’attuale quinto posto in classifica, la squadra rivelazione della massima serie di calcio femminile a 5, l’unica in Calabria a calcare la scena nazionale di categoria.
In queste ore ad Armeni e alla dirigenza è giunta da tutta l’Italia la solidarietà delle altre società che militano nel campionato nazionale.
Il vescovo di Locri mons. Francesco Oliva ha espresso “sentimenti di tristezza, indignazione e condanna”. Vicinanza e sostegno sono stati espressi dal presidente del Consiglio regionale Nicola Irto – con l’invito alla società ad andare avanti – dal segretario regionale del Pd Ernesto Magorno, dal presidente della Commissione contro la ‘ndrangheta del Consiglio regionale Arturo Bova e dal sindaco di Locri Giovanni Calabrese che, da socio fondatore, ha anche invitato i vertici del club a non ritirare la squadra dal campionato.
Le giocatrici, però, non si arrendono. Sara Brunello, vice capitano della formazione, si dice “delusa, indignata e amareggiata” per la decisione presa dopo le minacce.
Lei e le sue compagne ci sperano ancora, e sono pronte a scendere in campo contro la Lazio il 10 gennaio.
Al loro fianco si è schierata Patrizia Panico, capitano delle azzurre del calcio, che si dice indignata per la decisione presa dalla società di ritirarsi dal campionato “causa minacce”.
“È un fatto sconcertante, una cosa gravissima. Alle mie colleghe direi di non ritirarsi ma di giocare in altre città , dove troverebbero accoglienza e tifo”. E si dice pronta a organizzare una partita “di solidarietà tra le ragazze di Locri e le azzurre, una partita simbolo contro la malavita”.
“È una cosa gravissima e che desta preoccupazione – commenta la Panico al telefono con l’Ansa – Questo vale per tutta la società civile ma sono dinamiche che diventano ancora più sconcertanti perchè investono un settore che sembrava lontano dal vivere certe dinamiche”.
‘Sindacalista’ del pallone, la Panico invita però “a non restare negli spogliatoi”.
“La migliore risposta a simili nefandezze – aggiunge – è quella di non mollare e oltre che essere dispiaciuta per quanto successo penso anche alle mie colleghe che escono ancora più penalizzate da questa vicenda, non potendo più fare affidamento sul campionato e sui rimborsi. Io direi loro di non ritirarsi ma di giocare semmai in altre città , dove troverebbero accoglienza e tifo. A parte questo – aggiunge la Panico – mi piacerebbe che la giustizia svolgesse il suo ruolo, perchè tutte queste piccole attività non si possono lasciare alla gestione individuale che poi deve confrontarsi con la criminalità organizzata. Lo Stato deve intervenire”.
Intanto la capitano delle azzurre si dice pronta ad organizzare una partita “di richiamo, di solidarietà tra le ragazze di Locri e le azzurre. Si, mi piacerebbe che si facesse una partita simbolo tra le giocatrici del calcio a 5 e quelle del calcio a 11: ecco, una partita di calciotto sarebbe lo slogan migliore contro la malavita e la criminalità “.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 27th, 2015 Riccardo Fucile
NEL 1967 RIFIUTO’ DI SPOSARE L’UOMO CHE L’AVEVA VIOLENTATA… IL SUO CORAGGIO CAMBIO’ IL CODICE PENALE: “MAI AVERE PAURA DI LOTTARE”
È di nuovo Natale a casa Viola. In sala da pranzo finiscono il dolce e i racconti il marito, Giuseppe, i due figli, Sergio e Mauro, le nuore.
L’unica nipote, tredici anni, è appena uscita per raggiungere gli amici. Una ragazzina bellissima, Sonia: bruna e bianca come sua nonna Franca.
“Ha visto com’è cresciuta? Mi ricordo che dieci anni fa, quando lei signora venne a trovarmi, mi trovò che pulivo le scale, di fuori, e quando la feci entrare in soggiorno c’era il triciclo della bambina e i suoi giocattoli a terra. Che vergogna questo disordine, pensai. Ancora me ne dispiaccio. Lei è l’unica giornalista che ho fatto entrare in casa mia, lo sa? Non lo so perchè: certe volte è una parola, uno sguardo. Una cosa piccola, è quella che cambia”.
Non c’era nessun disordine signora Franca, solo il triciclo di una bambina.
“Sonia adesso ha la stessa età di quando mi sono promessa a suo nonno Giuseppe. La vita è un lungo attimo. Mi somiglia moltissimo: quando a scuola hanno chiesto le foto dei nonni le ho dato la mia alla prima comunione e la maestra ha detto ‘Sonia, avevo chiesto la foto di tua nonna non la tua’. Ma questa è mia nonna, è Franca Viola… Mi rende così felice che sia orgogliosa di sua nonna. Certo che la sa la storia, sì, gliel’ho raccontata io ma non ce ne sarebbe stato bisogno. Sta su Internet, mi cerca lei tutte le notizie. Io non so usare il computer, neppure riesco a vedere i messaggi nel telefono. Però c’è lei che fa tutto. Le ho solo detto, in più: l’importante Sonia è che tu faccia quello che ti dice il cuore, sempre. Poi certo, bisogna che le persone che ti amano ti aiutino e non ti ostacolino, come è successo a me con mio padre e mia madre. Ma lo sa che sono passati cinquant’anni dal fatto?”.
Il fatto, lo ha sempre chiamato. “Chi se lo poteva immaginare che sarebbe stata una vita così”. Così come? “Così bella. Perchè poi la storia grande nella vita delle persone è una storia piccola. Un gesto, una scelta naturale. Io per tantissimi anni non mi sono resa conto di quello che mi era successo. Quando mi volle vedere il Papa, il giorno del mio matrimonio, chiesi a mio marito: ma come fa il Papa a sapere la nostra storia, Giuseppe?”.
“Per me la mia vita è stata la mia famiglia. Stamattina sono andata a trovare mia madre, che vive qui accanto, da sola. Ha 92 anni, è lucidissima. Per prima cosa mi ha detto: Franca, ti ricordi che giorno è oggi? È il 26 mamma, sì. Per lei il 26 dicembre è il giorno del mio rapimento e il giorno della morte di mio padre. Lo sa che mio padre è morto 18 anni dopo il mio rapimento, lo stesso giorno alla stessa ora? È stato in coma tre giorni, io pensavo: vuoi vedere che aspetta la stessa ora. E infatti: è morto alle nove del mattino, l’ora in cui entrarono a casa a prendermi. Ha aspettato, voleva dirmi: vai avanti”.
Cinquant’anni fa, alle nove del mattino, Franca aveva 17 anni e 11 mesi. Era la ragazza più bella di Alcamo, figlia di contadini.
Filippo Melodia, nipote di un boss, la voleva per sè. Lei si era promessa a Giuseppe Ruisi, un coetaneo amico di famiglia.
Melodia e altri dodici della sua banda bussarono alla porta e rapirono lei e il fratello Mariano, 8 anni. Li portarono in un casolare in campagna. Dopo due giorni lasciarono andare il bambino, dopo sei portarono Franca a casa della sorella di Melodia, in paese. La legge diceva, allora, all’articolo 544 del codice penale, che il matrimonio avrebbe estinto il reato di sequestro di persona e violenza carnale.
Reato estinto per la legge, onore riparato per la società . Doveva sposare Melodia, insomma: era scritto. Ma Franca non volle.
Fu la prima donna in Italia — in Sicilia – a dire di no alla “paciata”, la pacificazione fra famiglie, e al matrimonio riparatore.
Ci fu un processo, lungo, a Trapani. Lei lo affrontò. Un grande giudice, Giovanni Albeggiani.
I sequestratori furono tutti condannati. Melodia è morto, ucciso da ignoti con un colpo di lupara, molti anni dopo. Gli altri sono ancora lì, in paese.
«Quando li incontro per strada, capita, abbassano lo sguardo. Non fu difficile decidere. Mio padre Bernardo venne a prendermi con la barba lunga di una settimana: non potevo radermi se non c’eri tu, mi disse. Cosa vuoi fare, Franca. Non voglio sposarlo. Va bene: tu metti una mano io ne metto cento. Questa frase mi disse. Basta che tu sia felice, non mi interessa altro. Mi riportò a casa e la fatica grande l’ha fatta lui, non io. È stato lui a sopportare che nessuno lo salutasse più, che gli amici suoi sparissero. La vergogna, il disonore. Lui a testa alta. Voleva solo il bene per me. È per questo che quando ho letto quel libro sulla mia storia, “Niente ci fu”, mi sono tanto arrabbiata. Non è quella la mia storia, per niente. Mio padre non era un padre padrone: era un uomo buono e generoso. Lo scriva». Lo scrivo.
«Perchè poi vede, il Signore mi ha dato una grazia grande: non ho mai avuto paura di nessuno. Non ho paura e non provo risentimento».
Intende risentimento per chi la rapì? «Nè per loro nè per nessun altro dopo. Sono stati molti altri i dolori della vita, ma di più sono state le gioie. Ho un marito meraviglioso. Nei giorni del processo e anche dopo mi arrivarono tante proposte di matrimonio, per lettera. Giuseppe però mi aveva aspettata. Io non volevo più maritarmi, dopo. Gli dicevo: sarà durissima per te. Ma lui mi ha detto non esistono altre donne per me, Franca. Esisti tu. Sono arrivati i figli, mio padre ha fatto in tempo a vederli e vedermi felice. Poi c’è stata la malattia di Sergio: temevo che morisse. Quando nel 2014 il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha voluto darmi il titolo di Grande ufficiale ho pensato ecco, una persona ora la conosco. E ho chiesto aiuto per curare Sergio. Ma non è servito a niente. Mi hanno dato il numero di un medico, dal Quirinale, poi questo medico non rispondeva e quando sono andata a Roma con mio figlio, ad agosto, mi hanno detto che era in ferie. Ho lasciato stare e ho fatto da sola. Un difetto si ce l’ho: l’orgoglio. Il Signore spero mi perdoni».
Il 9 gennaio Franca Viola compirà 69 anni. Nella sua vita ha visto abolire la norma del codice penale sul matrimonio riparatore.
Ha visto nel 1996, solo 20 anni fa, la legge che fa dello stupro un reato contro la persona e non contro la morale. Si è vista riprodotta in foto, con grande incredulità , sui libri di scuola. «Il primo è stato Sergio. Era alle medie, mi ha detto: mamma sul mio libro c’è una tua foto da ragazza. Come mai? Gli ho raccontato. Un poco, certo, non tutto. Certe cose non si possono raccontare. Ma altre sì: che ciascuno è libero fino all’ultimo secondo, che tutto quello che dipende da te è nelle tue mani. Questo ho potuto spiegare ai miei figli e adesso a mia nipote. Sonia è una ragazzina del suo tempo. Vorrebbe fare l’attrice, mi fa sorridere: mi dice nonna, ma tu non conosci nessuno che mi possa insegnare a recitare? Le dico amore mio, impara da sola. Ciascuno si fa con le sue mani. I fatti grandi della vita, glielo ripeto sempre, mentre accadono sono fatti piccoli. Bisogna decidere quello che è giusto, non quello che conviene».
E per se stessa, Franca? Cosa si augura, ancora? «Di vedere guarito del tutto mio figlio. Di avere altri Natali con mio marito, con Sergio e Mauro, le loro mogli. Che ci sia un mondo meno ostile, meno feroce tutto attorno a noi. Perchè è peggiorato, il mondo, sa, in questi anni. Però ora vedo questo Papa e sì, ecco, un desiderio ce l’avrei. Quando andai da Paolo VI ero giovane, tante cose non le capivo. Adesso che sono vecchia mi piacerebbe andare da Papa Francesco e consegnare a lui i miei ringraziamenti al Signore per la vita meravigliosa che mi ha dato. Ma lo faccio qui, se me lo consente lo faccio attraverso di lei. Ho il peccato dell’orgoglio, è vero, ma non quello della presunzione. Il Papa non può certo conoscere una storia così vecchia, una piccola storia siciliana. Come fa. Ha tantissime cose molto importanti da fare, in tutto il mondo. Un compito enorme. Infatti lo penso e lo prego. Tanto, prego per lui».
Concita De Gregorio
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 26th, 2015 Riccardo Fucile
AD ARRIVARE NEL NOSTRO PAESE NEL 2007 FURONO IN 500.000, ORA SONO RIDOTTI ALLA META’…E SU 170.000 PROFUGHI, BEN 100.000 SI DIRIGONO VERSO IL NORD EUROPA
Ci siamo sentiti raccontare che sciamavano come cavallette, ci invadevano — che dovevamo aver
paura.
Il racconto delle migrazioni è stato ed è questo, in Italia. Ma al di là dei proclami c’è qualche numero di cui tenere conto. Per scoprire che la storia non va esattamente così.
E in effetti proprio pochi giorni fa Istat ha pubblicato nuovi dati, dai quali risulta che il 2014 è stato l’anno con il minor numero di immigrati sin dal 2007.
Ad arrivare nel nostro Paese, allora, erano stati circa mezzo milione, mentre oggi sono grosso modo la metà .
Il flusso di persone che arrivano in Italia ha cominciato a ridursi proprio in concomitanza con l’inizio della crisi economica, e da allora non è mai tornato ai livelli precedenti — al contrario.
Con l’eccezione di un piccolo rimbalzo nel 2010, è dal 2007 che decidere di stabilirsi nel nostro paese diventa sempre più raro, anno dopo anno.
Fino al 2013, ultimo anno per cui sono disponibili dati più dettagliati , il gruppo di persone in maggior calo è quello di chi proviene dalla Romania — nazione che proprio nel 2007 entra a far parte dell’Unione Europea, e dunque beneficia delle norme sulla libera circolazione delle persone.
Quell’anno sono 261mila i rumeni che si trasferiscono in Italia; un numero poi ridotto a 58mila.
Le persone provenienti dall’Asia invece sono stabili o in leggero calo, negli tre o quattro anni, così come africani e americani.
Fanno eccezione i cinesi: circa 10mila si stabiliscono in Italia nel 2007, mentre sono 18mila sei anni più tardi.
Per quanto riguarda invece il 2014, altre nazionalità in aumento sono quelle pakistane (+23%) e bengalesi (+21%), ma parliamo comunque di gruppi più piccoli.
Questi — inequivocabili — i flussi in arrivo.
Che dire invece di chi vive già nel nostro paese? Da diversi anni la fetta di persone di origine straniera è in aumento, rispetto alla popolazione complessiva.
Questo è un fenomeno che si verifica in tutti i principali paesi sviluppati del mondo.
Uno dei motivi principali, oltre agli arrivi dall’estero, è che rispetto a loro gli italiani tendono a essere più anziani e ad avere meno figli.
Che sia dunque questa, l’invasione di cui si discetta in parlamento e nei talk show? Nemmeno: fra le nazioni industrializzate — e non — l’Italia è fra quelle in cui le persone di origine straniera sono più rare.
Nel 2012, secondo i dati dell’ultimo rapporto Ocse, sono il 9,4%: meno che in Francia o nel Regno Unito (11,9%), meno che negli Stati Uniti (13%), meno che in Germania (13,3%), assai meno che in Spagna, dove si arriva al 14,3%.
Rovesciamo l’argomento: fra tutti i 28 paesi Ocse tenuti in considerazione, soltanto in otto la popolazione straniera è più piccola che in Italia.
Altra questione — completamente diversa — è quella degli sbarchi.
Da questo punto di vista il 2014 è stato un anno senza precedenti. Secondo i dati rielaborati dalla Fondazione ISMU, lo scorso anno sulle nostre coste sono arrivate 170mila persone.
Nel 2015 la situazione sembra migliorata solo di poco: Repubblica riporta informazioni del ministero dell’interno secondo le quali fino a ottobre sono stati circa 140mila — il 10% in meno rispetto all’anno precedente.
La domanda però è un’altra: una volta arrivate, cose succede a queste persone? Dove vanno, di preciso?
Per capirlo possiamo guardare al numero di richieste di asilo. Prendere un barcone a peso d’oro, rischiando la vita della propria famiglia, è una scelta compiuta perlopiù da persone disperate, in fuga da guerre e sconvolgimenti politici.
Non a caso un gran numero di queste persone arriva da stati disintegrati: Siria, Iraq, Afghanistan.
La situazione dei richiedenti asilo, dunque, è del tutto diversa da quella dei migranti “normali” — intanto da un punto di vista legale.
Le convenzioni internazionali che l’Italia ha liberamente sottoscritto impongono di esaminare la storia delle persone a rischio e, se le condizioni sono quelle previste, di concedere loro protezione. La scelta non è facoltativa.
Inoltre va chiarito che nessuna di queste persone vuole comunque restare in Italia: le mete sono la Germania, spesso la Svezia.
Con 170mila sbarchi, in effetti, le richieste d’asilo ricevute dall’Italia nel 2014 sono state appena 65mila.
I paesi del centro-nord Europa ne assorbono invece una quota assai maggiore.
Per esempio, secondo gli ultimi dati Eurostat, un quarto delle nuove richieste d’asilo nel terzo trimestre 2015 sono arrivate alla sola Germania. 108mila domande, per essere precisi — più del triplo di quelle italiane.
E dunque ci sarà anche chi in Italia non li vuole per principio.
Ma a quanto pare anche migranti e richiedenti asilo riescono a distinguere benissimo — senza il nostro aiuto — i paesi dove si aspettano di vivere una vita migliore.
Davide Mancino
(da “L’Espresso”)
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Dicembre 26th, 2015 Riccardo Fucile
GUADAGNANO MENO DEI POLIZIOTTI E ORA IL GOVERNO ROTTAMA I PRECARI… “STRAORDINARI NON PAGATI E SENZA EQUIPAGGIAMENTO”
Mancano gli uomini. E c’è chi si deve fare 250 chilometri a sirene spiegate. Mancano i mezzi. E capita di rompersi una costola operando in condizioni rischiose. Mancano i fondi per gli straordinari. E qualcuno aspetta i propri soldi da mesi.
Sono le tante storie dei vigili del fuoco italiani, circa 30mila persone operative sul campo alle quali si aggiungono 5mila lavoratori come impiegati, ispettori, dirigenti. Fanno circa 730mila interventi all’anno, 2mila al giorno, ma durante le feste natalizie celebrate a suon di botti e fuochi di artificio le chiamate aumentano.
In queste settimane, però, del corpo dei pompieri si è parlato anche perchè molti di loro sono scesi in piazza in diverse città italiane per chiedere il rinnovo del contratto e l’estensione del bonus di 80 euro.
Su quest’ultima rivendicazione hanno incassato il sì del governo (solo per il 2016, come gli altri corpi di polizia): un contentino che non modifica di una virgola le difficoltà che incontrano nel lavoro di ogni giorno.
E a fronte delle quali l’incolumità dei cittadini risulta meno tutelata.
“MANCANO 3.500 UOMINI” E IL TURN OVER È BLOCCATO
“Poche settimane fa, c’è stato un incendio in una palazzina di tre piani a Padova. Non c’erano abbastanza uomini in servizio e sono dovuti arrivare i rinforzi da Milano”. Circa 250 chilometri di distanza.
A parlare è Antonio Jiritano, responsabile vigili del fuoco per il sindacato Usb. “Non c’è da stupirsi. In Italia abbiamo in media un pompiere in servizio ogni 15mila abitanti, ben al di sotto degli standard europei”.
Personale insufficiente: un problema cronico per i vigili del fuoco italiani. Due decreti legge, datati 2013 e 2014, hanno previsto ciascuno l’assunzione di nuovi mille lavoratori. Ma non è bastato.
Perchè lo scorso 31 luglio un decreto del ministero dell’Interno ha stabilito la ripartizione del personale del corpo partendo dal presupposto che ci fossero 32.734 pompieri operativi.
Peccato che un documento dello stesso ministero, pubblicato una settimana dopo, fotografasse un’effettiva presenza sul territorio molto meno consistente.
“Mancavano 3.854 unità rispetto ai numeri indicati dal ministero — spiega Riccardo Boriassi, portavoce del sindacato Conapo — Ora, grazie all’ultima tranche di assunzioni, ne mancheranno circa 3.500. Non è ancora sufficiente”.
Ad aggravare la situazione ci ha pensato il turn over limitato, che fino al 2015 si è fermato al 55%.
In poche parole, per ogni 100 vigili del fuoco che sono andati in pensione se ne potevano assumere solo 55.
E oltre a contenere la disponibilità di uomini, questo limite ha stoppato anche il ricambio generazionale. L’età media di un vigile del fuoco italiano, spiegano i sindacati, supera ormai i 50 anni.
IL NODO STIPENDI: “PAGATI 300 EURO IN MENO DEGLI ALTRI CORPI”
Ma quanto guadagnano i pompieri italiani? Lo stipendio medio di un vigile del fuoco si aggira attorno ai 1.300 euro al mese, riportano i sindacati, arrivando a 1.500-1.700 euro a fine carriera.
“Siamo retribuiti molto meno dei colleghi di altri corpi”, spiega Antonio Brizzi, segretario generale del sindacato Conapo.
“Un divario che va dai 300 euro mensili, nelle qualifiche più basse, sino a circa 700 euro di differenza nei gradi più elevati. Il personale vive questa cosa come un’ingiustizia delle istituzioni, visto che il ministro Alfano continua a trattare diversamente i suoi due corpi preposti alla sicurezza dei cittadini, la polizia e i vigili del fuoco”.
Insomma, i pompieri soffrono una disparità di trattamento rispetto alle altre forze dell’ordine. A questo si aggiunge una differenza anche a livello di pensioni.
“Ogni cinque anni di servizio operativo, — aggiunge Riccardo Boriassi — ai dipendenti degli altri corpi ne sono conteggiati sei ai fini pensionistici. A noi invece non è riservato questo trattamento”.
Va poi ricordato che anche i vigili del fuoco, in quanto dipendenti pubblici, hanno il contratto fermo dal 2009.
E la legge di Stabilità ha previsto per il rinnovo uno stanziamento di 300 milioni di euro, che i sindacati ritengono insufficiente, in quanto pari a un aumento di circa 5 euro al mese per lavoratore.
LA CARENZA DI MEZZI: IL DISAGIO DI ROMA NELL’ANNO DEL GIUBILEO
Pochi uomini, pochi soldi. E anche pochi mezzi.
L’esempio più lampante è la capitale. “Per il Giubileo, ci hanno appena assegnato sei autopompe nuove — spiega uno dei coordinatori di Fp Cgil Roma — Il problema era che già prima eravamo in carenza di mezzi. Ora, questa aggiunta ci permette di raggiungere solo il minimo indispensabile per operare in una situazione normale. E l’avvento del Giubileo ci lascia comunque in uno stato di crisi”.
E i mezzi da soli non bastano, serve l’equipaggiamento adeguato.
“Le nuove autopompe sono state consegnate senza allestimento — prosegue il sindacalista — Mancano cesoie, fiamme ossidriche, manichette, tubi, lance. Ogni volta dobbiamo recuperarle da altri mezzi”.
Ma se per le autopompe la situazione sembra migliorata, il problema grosso rimane sugli altri mezzi.
“A Roma la situazione delle autoscale è gravissima — incalza il vigile del fuoco — Hanno tutte più di dieci anni di anzianità , con picchi di 32 anni, non sono più idonee a garantire il soccorso. E sono poche: nel territorio del comando di Roma, ce ne sono solo cinque rispetto alle otto previste. Ci hanno promesso l’acquisto di nuovi mezzi, ma non abbiamo certezze sulle tempistiche”.
Le conseguenze pratiche si fanno sentire. “Di recente, abbiamo registrato un infortunio legato a questo problema — conclude il sindacalista — Siamo intervenuti per salvare una persona che minacciava di buttarsi nel vuoto, che poi è stata presa al volo da un collega. Ma l’autoscala era priva del cestello di sicurezza. Così, lui si è aggrappato con una mano solo ai gradini, si è rotto una costola e ha riportato uno strappo muscolare”.
IL PRECARIATO NEI VIGILI DEL FUOCO: IL DRAMMA DEL PERSONALE DISCONTINUO
E anche tra i protetti di Santa Barbara non poteva mancare la piaga del precariato.
In particolare, si tratta dei cosiddetti vigili del fuoco discontinui. Non ci sono cifre ufficiali, ma si parla di un esercito di 40-60mila persone.
Più qualificati dei volontari, ma senza le garanzie dei colleghi permanenti. In una parola, appunto, precari.
Fino all’anno scorso avevano contratti della durata massima di 20 giorni, dal 2015 accorciata a soli 14 giorni.
Tra un richiamo e l’altro, vivono con il sussidio di disoccupazione. Per questa categoria è in arrivo una nuova stangata. A dare l’allarme è stato il deputato Pippo Civati, in un’interrogazione parlamentare: “Il governo sembra manifestare la volontà di superare la figura del vigile discontinuo, fatto che desta preoccupazione sul futuro in migliaia di volontari che hanno acquisito professionalità e competenze e hanno servito con abnegazione”.
A spiegare meglio cosa sta accadendo ci pensa Antonio Jiritano: “Con i decreti attuativi della riforma Madia, il governo si appresta a eliminare la figura del vigile del fuoco discontinuo. Semplicemente, non potranno più essere richiamati al lavoro”.
Per questo motivo, lo scorso 15 dicembre, circa cento pompieri aderenti al sindacato Usb si sono presentati alla sede del Pd al Nazareno.
“Per fare l’esempio di Roma, — dice Jiritano — con l’avvento del Giubileo, un padre vigile del fuoco permanente lavorerà giorno e notte, seguendo turni straordinari. Il figlio, pompiere discontinuo, non lavorerà quasi mai”.
E C’È CHI ASPETTA ANCORA GLI STRAORDINARI DI EXPO
E per un grande evento appena iniziato, ce n’è uno concluso da poche settimane, Expo 2015. L’esposizione universale ha richiesto un maggiore carico di lavoro per i vigili del fuoco, in questo caso quelli della Lombardia: ai pompieri è stato chiesto di effettuare turni straordinari.
E così ogni provincia, per tutto il periodo di Expo, ha potuto contare su una squadra in più. Ma i problemi sono cominciati poco dopo l’inizio della manifestazione.
“Fino a giugno, con i pagamenti andava tutto bene — spiega Massimo Ferrari, coordinatore vigili del fuoco per Fp Cgil Lombardia — Ma da luglio in poi non ci hanno più pagato gli straordinari”.
All’inizio, i lavoratori non ci hanno fatto molto caso. “Purtroppo siamo abituati a questi ritardi”, aggiunge Ferrari. Ma poi la pazienza ha cominciato a venire meno. Fino alla comunicazione della direzione regionale, arrivata ai primi di novembre.
“Ci hanno spiegato che il pagamento doveva essere autorizzato dal Mef e poi dalla Funzione pubblica — racconta il sindacalista — Poi, ci hanno comunicato che la situazione si è sbloccata. Ogni lavoratore attende una media di 1.500-1.800 euro. Ma i soldi non sono ancora arrivati”.
Stefano De Agostini
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 26th, 2015 Riccardo Fucile
“SE SI DELEGITTIMA BANKITALIA, INVASIONE NEL CAMPO DELLA MAGISTRATURA E RISCHIO SPREAD”… MATTARELLA E NAPOLITANO PREOCCUPATI PER LA COMMISSIONE D’INCHIESTA “COSTRUITA” DA RENZI
Il timore è che, per come l’ha messa giù Renzi, la commissione d’inchiesta (sulle banche) appicchi
l’incendio.
Pericoloso, per l’equilibrio dei poteri, in particolare per l’indipendenza della magistratura.
Rischioso, in termini economici perchè un conflitto con Bankitalia può riaprire per il paese il rischio spread.
Per questo, silenziosamente ma con fermezza, sono all’opera due pompieri di eccezione: i “due presidenti”, Sergio Mattarella, ma anche Giorgio Napolitano.
Una commissione parlamentare che indaghi sullo scandalo delle banche va fatta – è il loro pensiero — ma “di indagine”, cioè al tempo stesso rispettosa della magistratura e che con trasformi la ricerca delle disattenzioni di Bankitalia in una campagna di delegittimazione, pericolosa anche in termini economici.
Perchè già lo scandalo delle banche ha già alimentato un clima di sfiducia attorno al paese. Se il governo mette sotto processo la Banca centrale, la sfiducia è destinata a crescere, con conseguenze per il risparmio e per l’economia nazionale.
Riavvolgendo la pellicola del nastro, è stato nel corso della mozione di sfiducia sulla Boschi che si è vista la prima impronta di Napolitano.
Quando in Transatlantico, mentre l’ex capo dello Stato conversava con Pietro Ichino, è passato Walter Verini: “Walter, ti devo parlare”.
I due, che vantano un rapporto di antica consuetudine e di affinità politica, si sono appartati per un tempo non banale.
Poco dopo in Aula, nella sua dichiarazione di difesa della Boschi Verini ha parlato di una “commissione di indagine” sulle banche. Una posizione, su questo tema, sfasata rispetto a quella del capogruppo del Pd, Ettore Rosato, che invece ha parlato, secondo l’ordine di palazzo Chigi, di “commissione di inchiesta”.
E sfasata rispetto al testo del ddl per istituzione la commissione di inchiesta depositato da Marcucci, uno dei renziani più fedeli,
Non è stato questo l’unico contatto che ha avuto Napolitano. Enrico Morando, Giorgio Tonini, esponenti di rango della maggioranza renziana hanno ricevuto il suo preoccupato ragionamento.
Che suona così: “Fare una commissione d’inchiesta che gli stessi poteri della magistratura è pericoloso. Si rischia di mettere uno strumento delicatissimo nelle mani degli scalmanati. Alle inchieste meglio che ci pensano i magistrati che politici che si improvvisano tali per protagonismo”. Praticamente ciò che ha dichiarato anche Pier Ferdinando Casini, che con l’ex capo dello Stato ha un rapporto strettissimo.
Pure sul Colle più alto Mattarella la pensa allo stesso modo di Napolitano. Interpellando fonti ufficiali la linea è “decide il Parlamento nella sua autonomia”.
Ma il capo dello Stato, meno avvezzo del suo predecessore al gioco dei media, in una questa vicenda delle banche per la prima volta non si è limitato a operare da spettatore.
Nel discorso del suo insediamento aveva annunciato che, se i giocatori avessero commesso dei falli, si sarebbe comportato da arbitro.
Ecco, per la prima volta ha fischiato parlando alle Alte Cariche, mettendo in guardia dal rischio di un “conflitto”. Un fischio avvenuto nel corso di una girandola di incontri col governatore di Bakitalia, il presidente di Consob e il presidente dell’Autorità anticorruzione Cantone, colui che il premier ha scagliato polemicamente contro Bankitalia
Sembrano dettagli, ma la differenza tra “commissione di indagine” e di “inchiesta” è sostanza politica.
E le preoccupazioni dei due presidenti vanno al cuore dell’offensiva che Renzi vuole scatenare attraverso lo strumento, appunto, della commissione d’inchiesta.
Perchè quella di inchiesta ha poteri del tutto simili a quelli della magistratura. Non solo. Il ddl presentato da Marcucci rappresenta la formulazione più hard.
Al comma 1 dell’articolo 5 si legge: “La commissione può ottenere, anche in deroga a quanto stabilito dall’articolo 329 del codice di procedura penale, copie di atti e documenti relativi a procedimenti o inchieste in corso presso l’autorità giudiziaria o altri organi inquirenti inerenti all’oggetto dell’inchiesta”. Significa che su richiesta della commissione, e quindi della maggioranza che coincide con la maggioranza di governo, il pm che sta indagando non può dire di no anche di fronte a richiesta di atti su indagini coperte dal segreto istruttorio. Si può appunto derogare al segreto dell’indagine previsto dall’articolo 329.
Dunque, la politica può mettere il naso in questioni che non le competono e che riguardano i giudici.
Sussurra un parlamentare del Pd molto critico: “Se hai il potere di mettere il naso dove non ti compete, cosa vai cercando? Se ci sono inchieste in corso? O chi sono gli imputati ad Arezzo, dove ancora non si capisce se è indagato papà Boschi? O documenti utili a scaricare su altri le responsabilità ?”.
Fin qui, la potenziale invasione di campo della magistratura.
Al tempo stesso c’è il fronte che riguarda Bankitalia. Perchè il premier non vuole che la commissione indaghi gli ultimi 20 anni, non solo sui crac di Banca Etruria e delle altre tre banche finite nell’occhio del ciclone.
Vuole scavare negli atti più riservati anche di Bankitalia degli ultimi tre lustri, quando i governatori erano prima Fazio e poi Draghi e a palazzo Chigi c’erano prima Berlusconi, Prodi, Monti e Letta.
È chiaro che su questi presupposti la commissione si trasforma nel luogo del processo e della delegittimazione a Bankitalia magari — sussurrano i maligni — con l’obiettivo di cacciare qualcosa dal passato per oscurare il caso banca Etruria.
Una manovra azzardata, spericolata, quella di trascinare palazzo Koch nel gioco dei titoli facili sui giornali. Che può destabilizzare l’Istituto di via Nazionale agli occhi dell’Europa e dei mercati finanziari. Del resto, se non ci fossero dei rischi seri non si muoverebbero, sia pur sottotraccia, entrambi i presidenti.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 26th, 2015 Riccardo Fucile
ALZATA LA SOGLIA DI “ILLEGALITA’ CONSENTITA”: USCITI INDENNI DAI PROCESSI MANAGER E IMPRENDITORI GRAZIE ALLA DEPENALIZZAZIONE DI ALCUNI REATI E ALL’AUMENTO DELLE SOGLIE DI PUNIBILITA’… LO DICONO APERTAMENTE ANCHE IL FINANCIAL TIMES E L’ECONOMIST
La prima condanna è stata annullata il giorno stesso dell’entrata in vigore delle nuove norme, l’1 ottobre. “Il fatto non è più previsto dalla legge come reato”, ha sancito la Cassazione mandando assolto un imprenditore che in appello si era visto invece confermare un anno di carcere per dichiarazione infedele.
Uno dei decreti attuativi della delega fiscale, varato durante l’estate dal governo Renzi, stabilisce infatti che chi aggira il fisco con operazioni mirate solo a pagare meno tasse rischia al massimo una multa. ​
E’ la filosofia che sta alla base di diversi provvedimenti su fisco ed evasione adottati dall’esecutivo guidato dal leader Pd.
Come la depenalizzazione della dichiarazione infedele sotto i 150mila euro (prima con 50mila si rischiava il carcere​)​​ e di quella fraudolenta “mediante altri artifici”, non più reato se vengono sottratti al fisco meno di 1,5 milioni (la soglia precedente era di 1 milione): meglio badare al sodo, cioè a incassare le somme evase.
Secondo i critici, un modo per strizzare l’occhio a imprenditori, liberi professionisti e commercianti e ampliare il bacino elettorale del Pd renziano.
Resta da vedere se ampliare la zona grigia delle irregolarità “tollerate” sia la strategia giusta in un Paese con 122 miliardi di evasione annua stimata sui circa 1000 dell’intera Ue e meno di 200 persone condannate in via definitiva per reati fiscali.
Ma a dirlo sarà il confronto tra i 14,2 miliardi recuperati dall’Erario nel 2014 e i risultati di quest’anno e dei prossimi.
Di sicuro, per ora, c’è che a un anno dalle polemiche sulla prima versione del decreto sull’abuso del diritto (quello che sanava evasione e frode fiscale se limitate a somme inferiori al 3% dell’imponibile) le nuove norme varate nel frattempo da Palazzo Chigi e via XX Settembre hanno salvato dal carcere molti evasori. Anche eccellenti.
Ilfattoquotidiano.it ha fatto un primo bilancio, per forza di cose provvisorio, e ha chiesto ad alcuni addetti ai lavori un giudizio sulle scelte dell’esecutivo e una “diagnosi” sulle motivazioni di fondo: rimpinguare le casse dello Stato o guadagnare il consenso di alcune categorie di elettori?
Intanto, la lista dei provvedimenti borderline si allunga di giorno in giorno: ora è in fase di approvazione un decreto che toglie rilevanza penale alla violazione delle norme antiriciclaggio da parte degli intermediari finanziari.
E le bordate non arrivano solo dalle opposizioni ma anche dalla crème della stampa finanziaria internazionale, particolarmente critica per esempio nei confronti dell’innalzamento da mille a 3mila euro del tetto all’uso del contante.
“L’immensa economia sommersa dell’Italia rimane uno dei fardelli più pesanti per il Paese e nulla di buono potrà arrivare da una misura che serve solo a peggiorare il problema”, è stato il verdetto del Financial Times.
Chiara Brusini
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 26th, 2015 Riccardo Fucile
FINCANTIERI PROGETTERA’ LA NUOVA FLOTTA DA GUERRA INDIANA
La scorsa settimana il presidente Sergio Mattarella ha telefonato a Salvatore Girone, il fuciliere di
marina trattenuto dalle autorità indiane, per fargli gli auguri, sottolineando che tutto il Paese e le istituzioni sono impegnate per la soluzione della vicenda che coinvolge lui e il collega Massimiliano Latorre.
Quello dei due marò è un garbuglio internazionale che va avanti da quattro anni.
E a renderlo più complicato c’è un contratto appena annunciato, con aspetti paradossali.
Fincantieri ha dichiarato che sarà il consulente dei cantieri Mazagon per la progettazione di sette fregate stealth di ultima generazione, destinate al potenziamento della flotta indiana.
Mazagon è una società posseduta dal governo di New Delhi. E Fincantieri è controllata dallo Stato italiano.
I due governi sono impegnati in un arbitrato dai toni a dir poco accesi sulla sorte dei due marinai ma si mettono d’accordo per costruire navi da guerra.
Per l’azienda genovese è di sicuro un ottimo affare. C’è da guidare i tecnici indiani nella realizzazione di sette unità lunghe ciascuna 149 metri e cariche di tecnologie hi tech. Come recita il comunicato stampa: “La fornitura interesserà parte del progetto funzionale su impianti specifici, lo sviluppo della progettazione di dettaglio finalizzata alla costruzione integrata sui due cantieri, l’ottimizzazione dei processi di progettazione e costruzione modulare, il training e l’assistenza tecnica per tutte le fasi del programma fino alla consegna”.
Il che significa anni di lavoro comune: un decennio di collaborazione o forse più.
Che significato ha questa intesa? Possibile che due governi che sono dovuti ricorrere a un arbitrato — avviato nello scorso novembre — con una serie di ritorsioni incrociate (come l’intervento italiano che ha tenuto l’India fuori dall’accordo sulle tecnologie missilistiche) adesso si mettano insieme a progettare fregate
Se l’accordo di Fincantieri influirà o meno sulla sorte dei marò si capirà nel giro di pochi giorni.
Alla corte che si occupa dell’arbitrato è stato chiesto di far rilasciare Girone, in modo che possa trascorrere parte delle festività con i suoi familiari.
Latorre invece è nel nostro paese con un permesso per motivi di salute, che scadrà il prossimo 13 gennaio.
L’origine della vicenda risale al 15 febbraio 2012. Sulla petroliera Enrica Lexie era imbarcata una squadra di fanti di marina per la protezione contro gli attacchi dei pirati. Un peschereccio indiano sostiene di essere stato bersagliato dalla nave civile, con la morte di due persone.
Quattro giorni dopo i due marò sono stati arrestati con l’accusa di omicidio. Il processo non è ancora cominciato.
Le autorità italiane sostengono che i nostri militari hanno sparato solo una raffica di avvertimento in mare. Quelle indiane invece ritengono che i proiettili recuperati nel corpo delle vittime siano “made in Italy” dello stesso calibro usato dai marò.
L’Italia, pur non riconoscendo la responsabilità dell’omicidio, ha concordato una compensazione economica con le famiglie delle vittime e con l’armatore del peschereccio. Ma la suprema corte di New Delhi non ha ratificato l’accordo, delegando ogni decisione ai tribunali.
E quattro anni dopo, l’unica certezza è la sospensione delle pattuglie militari a bordo di navi civili: un ibrido senza certezze giuridiche, nè una chiara linea di comando, deciso ai tempi del governo Berlusconi, con responsabilità del ministro La Russa,
Nessun’altra nazione occidentale ha scelto una procedura simile, limitandosi alla presenza di unità da guerra nelle zone infestate dai pirati.
Gli armatori che volevano difendersi potevano ingaggiare guardie private, facendosi carico di tutti i rischi.
Dallo scorso aprile questo vale anche per gli scafi con bandiera tricolore, meglio tardi che mai.
Gianluca Di Feo
(da “L’Espresso“)
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Dicembre 26th, 2015 Riccardo Fucile
AL CENTRO DI UNA LUNGA CONTESA, VALE 170 MILIONI DI EURO… CAMERON: “NON LO AVRANNO MAI”
Si chiama Koh-i Noor ed è uno dei diamanti della corona inglese. Il più bello, il più ricco, il più puro.
Da secoli cinge capi regali. Dalla queen Mum all’attuale sovrana, Elisabetta II.
Eppure si tratta anche del gioiello più reclamato e desiderato, al centro di una contesa, come ricorda il settimanale francese Point de vue, che dura dal 1947, anno dell’indipendenza dell’India.
Molte personalità del mondo della cultura, dell’imprenditoria e della finanza, si sono addirittura riunite all’interno di un collettivo Montagne de lumière, pronti a reclamare giustizia presso l’Alta corte contro Elisabetta II.
Al centro, dunque, della contesa il favoloso diamante che l’associazione reclama supportata dall’Holocaust Act, una legge che permette la restituzione ai legittimi proprietari dei beni confiscati, per esempio, dai nazisti durante la Seconda Guerra mondiale.
787 CARATI DA GREZZA, LA PIETRA VALE 170 MILIONI
In particolare il Koh-i Noor è una pietra del valore di circa 170 milioni di euro. Origini dubbie, incerte. Sembra che il diamante, come ricorda Point de vue, appartenesse a Babur, fondatore dell’Impero Moghol nel 1526, che l’avrebbe però rubato al rajah di Gwalior.
Ma le cronache raccontano che il celebre diamante era, molto probabilmente, all’origine, una pietra grezza di 787 carati, scoperta nel XVII secolo nella miniere di Golkonda in India.
UNA STORIA AFFASCINANTE CHE SI PERDE NELLA NOTTE DEI TEMPI
La pietra fu successivamente lavorata per lo shah Jahan, quinto imperatore della dinastia. A lui si deve la costruzione, nel 1632, del mausoleo di Taj Mahal in memoria della moglie Arjumand Banu Begum.
Rubato dallo shah di Persia dopo il sacco della città di Delhi, nel 1739, il diamante sarebbe stato poi misteriosamente trasferito in Afghanistan, prima di approdare tra i tesori dei maharadjahs sikhs del Pendjab. Diamante sempre al centro di scontri fratricidi, violenze e brutalità inaudite.
GIOIELLO MALEDETTO
Ecco dunque spiegata la sua pessima reputazione. Il diamante, infatti, si dice porti sfortuna a chi lo indossa, ad eccezione di «un dio o di una regina».
Il suo nome, significa «Montagna di luce». Fu offerto alla regina Vittoria dal Dhulip Sing, ultimo sovrano dell’Impero sikh. Anche se in quegli anni, era il 1850, il piccolo maharadjah, aveva solo 11 anni ed era stato appena deposto dagli inglesi che si erano impossessati del suo regno.
La madre, Jind Kaur, reggente del figlio, fu imprigionata per un lungo periodo, e potè rivedere il figlio solo altri 11 anni dopo. Dhulip Singh, nel frattempo, fu costretto a convertirsi al cristianesimo e fu spedito in Inghilterra, dall’allora governatore, Lord Dalhousie, per essere «rieducato». Solo più tardi si solleverà contro gli inglesi, ma ormai invano.
TAGLIATO AD AMSTERDAM
Per ciò che concerne il celebre diamante, una volta entrato a far parte dei gioielli della corona, fu spedito ad Amsterdam per essere tagliato e lavorato per esaltarne lo splendore e la luminosità .
LA PRIMA APPARIZIONE NELLA TIARA DELLA REGINA VITTORIA
La prima apparizione ufficiale del diamante Koh-i Noor fu incastonato su una tiara indossata dalla regina Vittoria, che amava portarlo anche come spilla.
Dopo di lei altre illustri sovrane inglesi sfoggeranno la «Montagna di luce». Le regine Alexandra e Mary di Teck, spose rispettivamente di Edoardo VII e Giorgio V, ma anche la queen Mum e l’attuale sovrana.
CAMERON NEL 2013: “NON LO AVRANNO MAI”
Impossibile, forse impensabile che dopo circa 150 anni Elisabetta II decida di separsi dallo splendido gioiello.
Tra l’altro, nessuno dei nove discendenti di Dhulip Singh, scomparsi poi senza lasciare eredi, ha mai reclamato il prezioso Koh-i Noor. Ma continuano a tuonare gli attivisti perchè il diamante ritorni in India, tra questi anche Bhumika Singh, star di Bollywood.
Eppure, come ha ricordato Point de vue, non soltanto Lahore, capitale dell’impero sikh, non si trova più in India, ma in Pakistan, ma anche il primo ministro inglese, David Cameron, dopo un suo viaggio in India nel 2013, sembra sia stato categorico. «Non lo avranno mai».
(da “la Stampa“)
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