Febbraio 18th, 2016 Riccardo Fucile
IN EUROPA DIRITTI RICONOSCIUTI DA 17 ANNI, IN ITALIA SI DISCUTE ANCORA TRA FALSIFICAZIONI NEL MERITO E PENOSI TATTICISMI DEI PARTITI
Era la fine dell’estate del 2011 quando a Rossana Podestà , compagna di vita da oltre
trent’anni di Walter Bonatti, venne impedito di entrare nel reparto di rianimazione dell’ospedale romano dove il grande alpinista stava morendo. Il motivo? Non erano sposati.
Ieri mattina il Senato era chiamato ad approvare una legge che dovrebbe finalmente mettere l’amore di una coppia al riparo dalla cecità delle burocrazie e dalle discriminazioni.
Una legge che ne contiene due: una riguarda le coppie eterosessuali e recupera le occasioni mancate dei Pacs (approvati in Francia quasi 17 anni fa) e dei Dico, opportunità sprecate per cecità e arretratezza.
E dire che fin dal 2000 la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea riconosce come diritti distinti il diritto al matrimonio e il diritto a costituire una famiglia.
A questo secondo diritto, non tutelato dalle leggi italiane, aspirerebbero oltre 900mila coppie italiane che hanno messo su casa senza essersi sposate.
L’altra parte della legge si propone di estendere la possibilità di unione civile alle coppie omosessuali, come previsto dalla Corte costituzionale con una sentenza del 2010 in cui si afferma che a due cittadini dello stesso sesso va riconosciuto il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia ottenendone il riconoscimento giuridico.
Quella al voto ieri era la pallida copia di una legge che esiste da tempo nel resto dell’Occidente, niente di rivoluzionario.
Una legge che dovrebbe servire a sanare due ritardi storici e a rispondere a cambiamenti profondi delle nostre società . Pare abusato ripetere che il Paese e l’opinione pubblica hanno metabolizzato da tempo le coppie non sposate, che non desta scandalo l’amore tra due uomini o tra due donne e che il diritto di stare accanto al proprio compagno in ospedale o a non perdere la casa se uno dei due muore sono il minimo per una comunità civile.
Sembrava la volta buona, eppure abbiamo dovuto assistere ancora allo spettacolo sconfortante e penoso di un Parlamento che naviga a vista, senza orizzonte, senza coraggio. Ora siamo davanti a un percorso accidentato, pieno di incognite, che potrebbe concludersi con un naufragio.
Una situazione di caos che sta scatenando i peggiori istinti parlamentari, quelli del dileggio, della rissa e degli espedienti tattici che servono solo a lucrare un minuto di celebrità . Giochini fatti sulla pelle di chi aspettava la legge ma anche sulla pelle di un Parlamento che non si rende conto di quanto sia già screditato.
Chi sono i responsabili di questa situazione grottesca e grave?
Non è difficile rispondere: il Pd, Renzi e il Movimento 5 stelle. Questi ultimi hanno dimostrato ancora una volta di non essere interessati a fare politica, nel senso nobile del termine: mettersi in gioco, fare la differenza nella vita delle persone, caricarsi scelte complesse e difficili con senso di responsabilità . La cosa che hanno imparato meglio in questi pochi anni di presenza in Parlamento è il vizio di fare giochini tattici, sono diventati professionisti di quei voltafaccia che si pensava appartenessero a stagioni passate.
Il Pd aveva un problema interno ma non è stato capace di affrontarlo per tempo e con chiarezza e alla fine, molto ingenuamente, si è fidato dei grillini nella speranza che fossero loro a sciogliere i nodi e ad evitare il confronto tra le anime del partito.
Il presidente del Consiglio ha creduto che si potesse approvare una legge di questo tipo senza metterci fino in fondo la faccia e senza un vero confronto con gli alleati di governo, nella convinzione che bastasse avere il merito di appoggiare il testo Cirinnà qualunque fosse la sorte finale.
Non si può pensare che vittoria, sconfitta e pareggio siano cose ugualmente tollerabili, ci vuole il coraggio di definirsi, di scendere in battaglia, anche a costo di polemiche e rotture.
Il tutto è stato peggiorato e reso indigesto da un dibattito pubblico pessimo, fazioso, inquinato dagli estremismi e dalle falsificazioni.
Un dibattito in cui è mancata la serenità da ogni parte e in cui i termini del confronto sono stati resi irriconoscibili. In nessuna parte della legge si prevede che una coppia omosessuale possa chiedere di adottare un bambino (si prevede invece che il coniuge abbia il diritto di adottare il figlio naturale del compagno) ma il messaggio è passato così in tanta parte dell’opinione pubblica.
Così come non si parla mai di utero in affitto, una pratica vietata in Italia che ci rimanda allo sfruttamento di donne povere e deboli, una pratica che sembra apparsa sulla scena solo oggi per le coppie gay quando è invece utilizzata da tempo da coppie eterosessuali che non riescono ad avere figli.
Ora non resta che fare con serietà e chiarezza ciò che andava fatto molto tempo fa: un confronto serrato all’interno del Pd e della maggioranza per decidere una linea (se necessario attraverso una mediazione che oggi appare certo irritante ma che dovrebbe essere naturale in una coalizione come in una forza politica) e per portarla avanti e fino in fondo con coraggio.
Mettendoci la faccia.
Mario Calabresi
(da “La Repubblica”)
argomento: Diritti civili | Commenta »
Febbraio 18th, 2016 Riccardo Fucile
IL COMITATO PER L’ORDINE E LA SICUREZZA RINVIA L’INIZIATIVA DEL COMUNE: MA QUALCUNO CHE ORDINI DI ENTRARE A MITRA SPIANATI NON ESISTE MAI?
Dopo il rumore degli spari, a San Pio fa più paura il silenzio.
Quello che svuota i centri di aggregazione, nel quartiere periferico barese, quello imposto dai mafiosi che non gradiscono la presenza delle istituzioni.
Dalle donne dei clan, che hanno avvicinato i rappresentanti della legalità , consigliando: “Lasciate perdere le iniziative, le manifestazioni, qui non deve venire nessuno”.
È accaduto nei giorni scorsi, dopo l’omicidio di Gianluca Corallo e prima dell’altra sparatoria nella quale, domenica, è stato ferito Giuseppe Drago.
Un diktat che ha bloccato l’organizzazione per venerdì 12 febbraio di un laboratorio aperto per la legalità , organizzato (e poi revocato) dall’assessorato comunale al Welfare, dal centro aperto polivalente per minori e dal centro d’ascolto per la famiglia “Orizzonti”.
Un’occasione di aggregazione (ci sarebbe stata anche una fiaccolata) e di reazione alla criminalità , con appuntamento in piazzetta Eleonora, intitolata alla bambina morta di stenti dieci anni fa in un monolocale del quartiere.
L’iniziativa, ideata proprio a seguito dell’omicidio Corallo, è stata rinviata ma il caso è stato portato sul tavolo del comitato per la sicurezza e l’ordine pubblico, tenutosi in prefettura e al quale ha partecipato anche il sindaco di Bari, Antonio Decaro.
Una sfida alle istituzioni, alle quali le istituzioni hanno risposto: da una parte lo Stato, con l’aumento delle pattuglie delle forze dell’ordine nella zona, dall’altra lo stesso primo cittadino che ha trascorso tutta la giornata di mercoledì a San Pio.
Ha visitato i centri di aggregazione, la parrocchia, l’accademia del cinema: “I bambini nei giorni scorsi erano terrorizzati per quello che è successo – spiega Decaro – non stavano frequentando nessun centro, non uscivano di casa. Ma ora la situazione sta tornando alla normalità , i bambini e i ragazzi stanno tornando per le strade, le mamme li stanno nuovamente accompagnando all’accademia del cinema e al centro famiglie. Abbiamo fatto sentire la presenza di Stato e Comune lì dove ne avevano messo in discussione la presenza”.
Per ora, però, il laboratorio di legalità , al quale avrebbe partecipato anche l’associazione ‘Falcone e Borsellino’ e il quinto Municipio, non si terrà perchè non è ritenuto prudente dai componenti del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica, presieduto dal prefetto Carmela Pagano.
Domenica prossima, come programmato da tempo, si terrà invece nel palazzetto dello sport di San Pio un altro evento, al quale sono invitate scuole di danza e organizzato dal Comune di Bari per sostenere la “Banca dei capelli”, che dona parrucche ai malati oncologici.
Proseguono intanto le indagini di carabinieri e polizia che cercano di ricostruire le dinamiche nelle quali sono maturate le due sparatorie, nell’arco di una settimana, a San Pio: l’omicidio di Gianluca Corallo e il tentativo, successivo, di uccidere Giuseppe Drago per gli inquirenti rappresentano un botta e risposta tra due frange dello stesso clan Strisciuglio che si contendono il controllo dello spaccio nel quartiere.
Un contrasto che aveva già fatto registrare qualche segnale due settimane prima, quando gli agenti della Squadra Mobile avevano intercettato due uomini con il volto coperto dal passamontagna e i guanti, fermi in una stradina.
Alla vista dei poliziotti, uno dei due era riuscito a scappare mentre l’altro era stato arrestato: Biagio Carbonara, prima delle manette, aveva tirato fuori dalla cintola dei pantaloni e tentato di nascondere sotto un’auto parcheggiata la sua pistola calibro 9, completa di caricatore e cartucce.
(da “La Repubblica“)
argomento: criminalità | Commenta »
Febbraio 18th, 2016 Riccardo Fucile
PROCURARSI UN’ARMA E’ UN GIOCO DA RAGAZZI… 32 VITTIME IN 13 MESI, MA C’E’ UNA NAPOLI CIVILE CHE REAGISCE
Dal ventre di Napoli si estende lungo le disastrate periferie partenopee e attecchisce nei
comuni dell’hinterland della città .
Le lingue di fuoco delle bande di camorra combattono una guerra. Sono conflitti latenti che al primo sgarro o sconfinamento esplodono.
Sono almeno sei le faide in corso, sottotraccia scorrono altrettanti micro conflitti. Ci sono 25 gruppi e un esercito di killer, che si contendono vicolo dopo vicolo la conquista delle attività illegali: dalla più redditizia gestione delle piazze di spaccio al mercato delle estorsioni fino all’industria della contraffazione.
A loro occorre affiancare i clan storici e le loro articolazioni. Gruppi familiari con un certo pedigree camorristico, che attendono acque meno agitate. Con oculata strategia non gettano per ora altra benzina sul fuoco. Si limitano a giocare di rimessa prestando uomini, mezzi e logistica agli emergenti.
Appoggi esterni per incoraggiare leadership e protagonismi criminali con il fine di costruire future alleanze, garantendosi così il controllo ‘federato’ del territorio. Alleanze e accordi sottoscritti e violati.
Babygang improvvisate ed “effetti collaterali”
Improvvisate babygang con aspirazioni da clan come la ribattezzata ‘paranza dei bimbi’ di Forcella che tentano il grande salto.
Elemento comune è il trasgredire le ‘regole’, impera l’anarchia criminale, c’è la pericolosa babele del tutti contro tutti.
E’ un cocktail esplosivo — in pieno stile gomorra — che ha fatto ripiombare Napoli ed i comuni limitrofi nell’inferno dei morti ammazzati, delle esecuzioni esemplari, dei ferimenti e delle plateali azioni dimostrative.
Un conflitto che coinvolge molti quartieri e rioni caldi della città . Un’escalation che desta allarme sociale minacciando da vicino la stessa coesione e convivenza civile.
È questa “imprevedibilità ”, più d’ogni cosa, a richiedere uno sforzo di intelligence supplementare per decifrare dinamiche che sfuggono ai canoni tradizionali dell’investigazione.
Basta considerare un dato orribile che fa accapponare la pelle e aggrava le statistiche: in meno di cinque anni ci sono stati otto morti per sbaglio. Sangue innocente di nuovi martiri. Un elenco che ogni anno tragicamente si allunga. Bersagli incolpevoli di un errore di persona, commesso da killer che solitamente vanno in giro ad ammazzare i rivali, su ordine dei clan, con armi in pugno e tanta cocaina in corpo.
L’ultimo è stato Maikol Giuseppe Russo, 27 anni, colpito alla testa poco prima delle ore 20 del 31 dicembre scorso a piazza Calenda al rione Forcella mentre aspettata il fratello che finisse di lavorare.
Il 6 settembre in piazza Sanità è toccato a Genny Cesarano, appena 17 anni. I sicari in sella a moto di grossa cilindrata spararono all’impazzata. E’ lo lasciarono steso. Cercavano un esponente del gruppo dei Sequino.
La sparatoria è stata originata — dicono gli investigatori — da una lite, anche con accoltellamento, sugli spalti dello stadio San Paolo.
Il 31 luglio viene prima minacciato e poi ammazzato nell’officina di meccanico dove lavorava Luigi Galletta, 21 anni, ‘colpevole’ di non aver voluto spifferare il nome del proprietario di uno scooter usato per una ‘missione’ di morte.
Prima di loro, in Campania, altre 180 persone — tra loro bambini e neonati — morti in maniera analoga: freddati per sbaglio, o caduti nel fuoco incrociato di bande che sul territorio agiscono indisturbate.
Molti non se ne rendono conto, ma da queste parti, anche se in teoria siamo in tempo di pace, si vive in trincea. Se prima i ‘morti’ si facevano nei quartieri dormitorio a Nord di Napoli ora le fiammate di violenza divampano nel cuore della città .
E il turista che passeggia neppure percepisce il pericolo, lo scombussolamento, i venti di guerra. Lo sguardo è altrove e il naso all’insù a mirare le bellezze randagie e mozzafiato del Centro storico partenoepo.
La cultura del sogno camorrista
La città regge all’urto dirompente della camorra autodistruttiva, grazie al robusto argine della cultura, al ritrovato interesse e passione dei cittadini, all’attivismo di una forte rete civica e al grande lavoro investigativo e inquirente.
Lo Stato ha inferto duri colpi, azzerato clan, disarticolato organizzazioni criminali, acciuffato importanti latitanti, ridotto all’osso le linee di comando.
Un vuoto di potere provocato da inchieste, arresti e condanne e colmato da figli e nipoti di vecchi boss e da ex gregari senza qualità ‘promossi a generali’. Ecco che avanzano allora inedite alleanze tra bande e pezzi di clan traballanti.
Poi ci sono loro: le nuove leve, i minorenni cresciuti con il sogno camorrista, le vittime del disagio sociale, parassiti spregiudicati, balordi riuniti in gang violente che vogliono tutto e subito.
Non temono nulla, neppure di restare uccisi con un colpo in testa.
La Direzione investigativa antimafia nella sua ultima relazione al Parlamento denuncia: “I clan continuano nell’opera di condizionamento culturale delle fasce più emarginate della popolazione, ambendo a porsi quale punto di riferimento alternativo allo Stato soprattutto nelle aree economicamente più deboli e offrendo possibilità di guadagni illeciti ai più poveri”.
Un “reclutamento dei bisognosi” contro il quale non basteranno certo agenti, esercito e telecamere.
Ci sono interi condomini che hanno come unico reddito i proventi della vendita della droga. C’è un welfare criminale che comprende la mesata, lo stipendio, il pagamento dei legali in caso di arresto, a volte perfino le cure mediche.
Come dimenticare le immagini viste a Secondigliano al “Terzo mondo”, il 21 gennaio 2005, quando finisce in manette Cosimo Di Lauro, 32 anni, considerato il vero artefice della faida di Scampia, l’uomo che ordinò lo sterminio dei suoi avversari, gli scissionisti e dei loro parenti.
Mentre i carabinieri del Comando provinciale lo arrestano, scoppia in strada una rivolta contro le forze dell’ordine. Anziani, giovani, donne persino in stato interessante, bambini tentano di impedire l’arresto del rampollo di Ciruzzo ‘o milionario.
Addirittura ribalteranno una gazzella. Camorra dilaniata, frammentata, polverizzata che continua però ad essere interlocutore sociale.
Armi per tutti, di tutti i tipi
Ciò che impressiona, se ancora ci si può impressionare, è la disponibilità e la facilità con cui si trovano e acquistano armi.
I numeri sono allarmanti: tra il primo luglio 2014 e il 30 giugno 2015, i carabinieri del Comando provinciale di Napoli hanno sequestrato 1265 fra armi da fuoco e armi bianche, più di 23mila munizioni e quasi 10mila chilogrammi di esplosivo.
Un arsenale da guerra, cui vanno sommati i sequestri delle altre forze di polizia. Armi micidiali, compresi mitra kalashnikov e mitragliette Uzi, che viaggiano a bordo di tir o auto veloci dai paesi dell’Est europeo come la Repubblica Ceca e la Russia.
Proprio a fine gennaio i carabinieri hanno rinvenuto una santabarbara: armi destinate agli uomini dei clan, i Lo Russo di Miano che si contrappongono ai Licciardi della Masseria Cardone ed i gruppi di Fuorigrotta capitanati dal boss emergente Alessandro Giannelli, 38 anni, acciuffato dai carabinieri martedì scorso 9 febbraio. Kalashnikov, fucile a pompa, tre fucili a canne mozze perfettamente efficienti ma anche giubbotti antiproiettile, caschi integrali neri, 600 colpi di vario calibro e passamontagna.
Un sequestro non isolato. Dieci giorni fa sempre i militari dell’Arma al Rione Sanità , nel corso di un controllo su di un terrazzo di un’abitazione di un affiliato al clan Esposito, trovano nascosti in uno sgabuzzino un fucile mitragliatore di produzione cinese tipo “kalashnikov” — carico e pronto all’uso — 27 munizioni da guerra, 8 cartucce winchester e 2 giubbotti antiproiettile: praticamente un arsenale per agguati in piena regola.
E a pochi giorni dalla festività di Natale in un foro del muro perimetrale della Chiesa Santa Maria di Gerusalemme, ai Decumani, non sono passati inosservati due involucri voluminosi. La polizia vi ha trovato una Beretta calibro 7,65 e un revolver completo di caricatore e quattro cartucce.
Nell’ordinanza che porterà — il 9 giugno 2015 — dietro le sbarre oltre 60 affiliati alla “paranza dei bimbi” di Forcella emerge dalle intercettazioni ambientale nell’abitazione della famiglia-clan Giuliano una ‘strana’ colonna sonora: È il rumore delle armi.
Le cimici captano il sordo suono: lo scarrellamento di una pistola pronta all’uso.
“Ma pensa che è nuova, nuova e imballata”, dice compiaciuto uno dei rampolli della famiglia Giuliano, Guglielmo, durante un colloquio intercettato alla fine di gennaio del 2014.
Uno degli affiliati chiede se quella pistola è “la special 92”.
E un altro giovane Giuliano, Toni, risponde da esperto del settore: “No, no, 92 F S, è la nuova. Fuori serie calibro 9 per 19. Le botte dentro vanno, la teniamo solo noi”.
Per un bel pezzo il gruppo discute solo di pistole. Parlano di quella “con tredici botte”, scherzano sulla “357 cromata con il manico di gomma, quello là è secco e lungo… quello di Al Capone”.
Di fronte a questo quadro nero, tetro, fosco irrompe la provocazione del parroco di Forcella Don Angelo Berselli che ai funerali di Maikol Giuseppe Russo sbottò così: “Non sono un prete anticamorra. Vi sbagliate, io sono per la camorra. Da queste parti è la sola cosa che funziona”.
Arnaldo Capezzuto
(da “il Fatto Quotidiano“)
argomento: Napoli | Commenta »
Febbraio 18th, 2016 Riccardo Fucile
“M5S PAGLIACCI, SARETE PUNITI ALLE URNE”
“Per noi il ddl Cirnnà è il minimo: o lo votano o avranno ripercussioni alle prossime elezioni a partire da quelle comunali a Roma”. Il tam tam in rete non si è fatto attendere.
Così, va in scena il sit-in Vaffa day gay davanti al Teatro Brancaccio di Roma, dove è di scena lo show del comico genovese.
Militanti dei diritti civili convocati in rete si sono ritrovati davanti al teatro per protestare contro quello il dietrofront del Movimento 5 Stelle sulle unioni civili.
I manifestanti hanno esposto cartelli con scritto “Vaffa Day Gay” e “Svegliati Italia”.
Il vero spettacolo si è svolto fuori il teatro.
Maschera da gorilla, giubbotto blu. Beppe Grillo, vista la scena, si è subito rifugiato dentro il Brancaccio.
Con lui, qualche ingresso più avanti, un complice dotato di maschera da tigre riesce a distrarre gran parte delle telecamere. Il leader del Movimento 5 stelle svia così la stampa. Lui è dentro, mentre volano insulti, nascono baruffe continue tra i militanti e il pubblico di Grillo.
“E’ un buffone, un pagliaccio. Ma quale politico?”, grida un attivista lgbt.
“L’emendamento Marcucci avrebbe salvaguardato il testo e per un calcolo politico i 5 stelle rischiano di sabotare una legge che aspettiamo da 30 anni”, sostiene il portavoce Fabrizio Marrazzo.
(da agenzie)
argomento: Grillo | Commenta »