Marzo 9th, 2016 Riccardo Fucile
“SE AVESSI UN FIGLIO OMOSESSUALE LO BRUCEREI NEL FORNO”: SONO CINQUE I TESTIMONI CHE INCASTRANO IL CONSIGLIERE REGIONALE DELLA LIGURIA, MA TOTI FA FINTA DI NULLA
E’ stato indagato il consigliere regionale leghista della Liguria Giovanni De Paoli per diffamazione
aggravata.
Il sostituto procuratore Patrizia Petruziello lo ha iscritto dopo l’esposto presentato dal Comitato per gli immigrati e contro ogni forma di discriminazione dopo la la frase choc, smentita dallo stesso De Paoli, “se avessi un figlio gay lo brucerei nel forno”, come riferito da testimoni, alcuni genitori dell’associazione Agedo e una dirigente regionale presente.
Il presidente della giunta regionale ligure GIovanni Toti aveva espresso soldiarietà al leghista, che la scorsa settimana ha chiarito di non aver più intenzione di chiedere scusa.
Oggi Toti fa il pesce in barile: “Se la magistratura scoprirà qualcosa su De Paoli, sono pronto a prenderne atto, però vige la presunzione d’innocenza, continuo a rimanere sulle mie posizioni che ho già illustrato in aula.”
Sarebbe interessante che Toti spiegasse cosa intende per “prendere atto”, in caso di condanna di De Paoli.
Ma forse la sua giunta che vive di un solo voto di maggioranza non gli permette uno scatto di dignità : prenderà atto di avere un altro consigliere condannato, uno più, uno meno…
(da agenzie)
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Marzo 9th, 2016 Riccardo Fucile
COME FUNZIONANO NEGLI USA… DA NOI SONO SEMPRE STATE UN BLUFF: DALLA MELONI A CASALEGGIO, DA SALVINI AL PD
In Italia da anni si parla di “primarie” salvifiche contro il “potere dei partiti” nel definire le liste.
Lo spirito anticasta, pur legittimo, ha però generato un altro mostro.
Perchè il nostro Paese, a differenza della madre delle primarie, non garantisce un bel nulla: nè la legalità , nè la serietà , nè il controllo, nè l’indipendenza delle primarie.
Finiscono solo per essere lo specchietto per le allodole al fine di turlupinare in modo diverso l’elettore.
Basta vedere come funzionano negli Stati Uniti quelle “serie”.
Negli Usa e primarie sono un metodo di selezione dei candidati.
Sono definite più propriamente come primarie dirette, in quanto prevedono il coinvolgimento diretto degli elettori nella scelta dei candidati che essi dovranno poi votare.
Il criterio distintivo è quello della registrazione presso le liste di un partito, da non confondere con l’iscrizione ad un partito.
La registrazione in un partito non ha (necessariamente) implicazioni finanziarie o ideologiche. È un atto pubblico, non privato, nel senso che è regolato dalle leggi statali e non dagli statuti partitici.
Il tipo più diffuso è la «primaria chiusa».
Ad essa possono partecipare solamente quegli elettori che si sono anticipatamente registrati in un partito (ad esempio, nello Stato di New York la registrazione deve essere effettuata un anno prima della data prevista per la primaria diretta, nel Connecticut tre mesi prima, in South Dakota quindici giorni prima)..
Il registro è pubblico nel senso che è depositato presso un’autorità pubblica e da quest’ultima è scrutinato (aspetto da sottolineare).
Gli elettori ricevono una scheda in cui sono elencati solamente i candidati del partito in questione che corrono per una data carica politica. Questo tipo di primaria diretta è stato adottato in quindici Stati.
In Italia invece abbiamo assistito a “di tutto, di più”.
Nel centrodestra la Meloni è riuscita a farsi eleggere attraverso primarie dove era lei l’unica candidata (modello Bertolaso), Salvini a chiamare primarie una consultazione alla paesana senza controlli.
Il M5S a fare delle primarie interne via web dove il garante è solo se stesso, per di più lasciando il compito nelle mani del chiacchierato Casaleggio.
Nel Centrosinistra hanno votato alle primarie tutte le categorie “esterne” possibili: cinesi, filippini, rom, esponenti di destra, personaggi vicini alla camorra e alla ‘ndrangheta, con i riflessi giudiziari ben noti.
Il problema di fondo è semplice.
1) Non sono attendibili primarie dove non esista un controllo terzo e indipendente sui risultati. Quindi o si affida a società esterne certificate o pubbliche il controllo dei votanti, lo scrutinio e i risultati finali o queste consultazioni sono solo fantozzianamente una cagata pazzesca.
2) L’esito delle primarie è spesso inficiato da infiltrazioni di capibastone e malavita: le file di estranei al partito che vanno a votare (spesso dietro compenso) annullano la reale volontà popolare della base .
3) E’ assurdo che elettori dell’area avversa possano, andando a votare in massa alle primarie del partito opposto, determinare pure il leader degli avversari, cosa di cui in parte ha già beneficiato Renzi.
A questo punto sarebbe opportuno legiferare in merito e stilare una legge quadro che almeno elimini questi problemi.
In attesa di quanto sopra, nessuno parli più di “primarie” come “espressione della volontà popolare”: si limiti a fare banchetti di beneficienza con le arance tarocco .
Così si rende almeno utile a una causa nobile.
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Marzo 9th, 2016 Riccardo Fucile
SE, COME LOGICA, FOSSERO ANNULLATI I VOTI NEI SEI SEGGI DOVE SONO AVVENUTE IRREGOLARITA’ EVIDENTI, IL RISULTATO DELLE PRIMARIE SAREBBE STATO RIBALTATO… IL PD DI RENZI PRIMA FA LE PRIMARIE, POI LE TAROCCA (MALE) E ORA AVALLA L’ILLEGALITA’
“Ai vertici del Pd qualcuno ha già emesso il verdetto prima che gli organi competenti abbiano esaminato i
fatti. E’ una sentenza preconfezionata?”.
E’ rottura tra Antonio Bassolino e i vertici del Pd.
Il post pubblicato su Facebook è arrivato mentre era ancora in corso la riunione della commissione di garanzia che dovrà decidere sul ricorso presentato per i brogli documentati da Fanpage in alcuni seggi per le primarie. Ricorso poi bocciato dalla commissione.
Ma la riunione è stata abbandonata in polemica dai suoi sostenitori: “Non discutiamo il ricorso inutilmente per poi farcelo dichiarare illegittimo, per un cavillo”.
Antonio Giordano e Vincenzo Serio, due membri della Commissione di garanzia per le primarie del centrosinistra di Napoli, vicini a Bassolino, hanno lasciato la riunione. Secondo i due, “la Commissione era già orientata a respingerlo. Non ci sono le condizioni per continuare”.
L’esame del ricorso, spiegano, ” doveva arrivare dopo la dichiarazione del presidente che si è trattato di un voto trasparente e regolare. Si preferisce con un cavillo evitare una discussione necessaria davanti a un disastro. Cosi è inutile discutere il ricorso, si anticipa l’orientamento della Commissione”.
Un punto contestato è il presunto ritardo nella presentazione del ricorso, sul quale, spiegano ancora Serio e Giordano, “c’è una richiesta presentata da Valeria Valente secondo cui il ricorso è irricevibile. Siamo nelle stesse condizioni del 2011 quando non c’erano le condizioni di trasparenza del voto. Qualcuno vuole giocare al massacro di questo partito”.
Anche i rappresentanti di Area riformista hanno abbandonato la Commissione.
La ragione è che “la Commissione è stata incompleta fin dall’inizio perchè mancano i rappresentanti del Partito socialista. Coerentemente con quanto detto fin dall’inizio – spiega Alfredo Affatato – andiamo via al momento del voto”.
Se annullati i voti incriminati, Bassolino vince per 316 voti.
Con l’annullamento dei voti nei seggi dove sono state documentate le irregolarità dai video pubblicati da Fanpage, l’ex sindaco di Napoli vincerebbe le primarie per 316 voti. Bassolino, e non Valeria Valente, sarebbe il candidato del Pd a Napoli.
I seggi in odore di irregolarità sono sei: tre a Scampia (Lotto T, Via Monterosa e il centro Polifunzionale, dove sono stati avvistati cosentiniani e consiglieri di centrodestra), due a San Giovanni a Teduccio (villa San Giovanni e la Sala Rusticone) e uno a via Vittorio Veneto a Piscinola. In questi seggi Valente ha raccolto 1578 preferenze, Bassolino invece 810.
Scorporandoli dal totale dei voti raccolti, l’ex governatore della Campania vincerebbe quindi per 316 voti.
L’attacco di Bassolino è una chiara risposta ad alcune uscite dei vertici del Pd nazionale, in particolare del presidente Matteo Orfini e del vicesegretario Lorenzo Guerini.
Entrambi hanno infatti invitato il partito locale a fare accertamenti sui brogli documentati da Fanpage ma hanno chiuso, prima ancora che la commissione di garanzia ricevesse il ricorso presentato ieri in serata da Bassolino, a ogni ipotesi di annullamento.
“Valeria Valente è la candidata del centrosinistra a Napoli”, ha detto Orfini alla Stampa: “Singoli episodi discutibili non inficiano il risultato” delle primarie partenopee. Quanto al ricorso di Bassolino, “non vorrei che qualcuno cercasse di mettere in discussione lo strumento perchè non gli è gradito l’esito”.
I sostenitori di Bassolino avevano chiesto alla commissione di garanzia di trasmettere la riunione in diretta streaming. Ma la proposta è stata rigettata.
“Vista l’attenzione nazionale sul tema in esame oggi ho proposto che la riunione fosse trasmessa in diretta streaming ma la richiesta è stata rigettata”, ha detto Giordano.
“La richiesta di trasmettere in streaming la riunione – ha aggiunto Giordano – è dettata da una necessità di trasparenza, di fronte al Paese che ci osserva in queste ore, perchè noi non abbiamo niente da nascondere. Mi è stata rigettata, sostenendo che il regolamento non lo prevede”.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 9th, 2016 Riccardo Fucile
ERA PRESIDENTE AL SEGGIO DI SAN GIOVANNI A TEDUCCIO: “MERCIMONIO ORGANIZZATO, HO DOVUTO SOSPENDERE IL VOTO”
“Dopo il disastro delle primarie del 2011 non immaginavo che alcuni di quei protagonisti ritornassero sul luogo del delitto. Che dire, i lupi perdono il pelo ma non il vizio…!!”.
A parlare non è un attivista 5 stelle o un avversario politico del Pd. E nemmeno un esponente della minoranza interna ai democratici.
La denuncia arriva da un renziano della prima ora, il senatore Vincenzo Cuomo. Che non solo accusa, ma fornisce anche ulteriori prove su quanto hanno dimostrato i video pubblicati da Fanpage: alle primarie del centrosinistra di Napoli non tutto è andato per il verso giusto.
Persone pagate per andare a votare, esponenti di centrodestra che danno indicazioni su quale candidato sostenere (almeno in uno dei casi a essere avvantaggiata dall’indicazione è la renziana Valeria Valente, poi vincitrice), truppe cammellate e quant’altro serve ad alimentare il sospetto di brogli.
Il primo effetto già c’è stato, con Antonio Bassolino che ha presentato ricorso contro l’esito delle urne.
Cuomo, dal canto suo, non usa mezzi termini per definire l’accaduto. E lui, delle consultazioni per la scelta del candidato sindaco partenopeo, è al tempo stesso testimone oculare e protagonista, visto che è stato presidente del seggio nel quartiere di San Giovanni a Teduccio.
Il senatore non le manda a dire: “Mercimonio organizzato, mercificazione del voto con persone organizzate scientemente davanti ai seggi”.
E ancora: “Fatti gravissimi” che “ledono l’immagine del Pd e che minano la credibilità delle primarie”.
Fatti “ben più gravi di quelli che si sono verificati nel 2011, quando le primarie furono annullate” e che “non vanno sanzionati in maniera regolamentare ma sul piano politico”.
Cuomo, del resto, ha presieduto il seggio davanti al quale FanPage ha ripreso il consigliere comunale Antonio Borriello mentre dava l’euro del contributo ad una, due persone.
In quel seggio è stato dalle ore 8 alle 21, con circa due ore di pausa. “Solo una volta ho dovuto sospendere le operazioni di voto — racconta all’Ansa- è quando verso le ore 12-12.30 mi sono reso conto che mentre la gente era in fila veniva avvicinata da alcune persone che non avevano alcun titolo a stare nel seggio“.
Poi la battuta, grottesca, per sdrammatizzare: “Ho notato un’affluenza più ‘spintanea’ che spontanea, ecco”.
Cuomo, tuttavia, ci tiene a chiarire che lui non ha assistito mai alla cessione di soldi all’interno del seggio: “Se avessi visto una cosa del genere avrei fermato tutto”.
Il video di Fanpage invece lo ha visto, al pari delle “facce inquietanti” davanti ai seggi.
La storia di dare l’euro per far votare la gente, la blocca così: “L’euro è un contributo. Nel mio seggio, e l’ho fatto mettere a verbale, circa una trentina di persone hanno votato anche senza dare l’euro. Quindi non è certo una giustificazione“.
Ecco perchè parla di “mortificazione” e ricorda le primarie di cinque anni fa, “una lezione che non è affatto servita”.
Cuomo è un fiume in piena: “Nessuno immaginava che dopo il disastro del 2011 osassero tanto — dice il senatore – nessuno avrebbe mai immaginato che si potessero registrare episodi così gravi, pensavamo fosse stata una lezione, ed invece non lo è stata”. E va anche oltre.
Una denuncia su tutta la linea: “Quelle primarie furono annullate per fatti molto meno gravi, per dei cinesi in fila. Tutto ciò che questa volta il video mostra, non solo indigna ma mortifica la miseria di chi è costretto a prestarsi a tale mercimonio ed offende le centinaia di militanti, me compreso, che pur tifando e sostenendo il loro candidato, pensavano che quest’occasione potesse rappresentare un volano per il Pd in vista delle imminenti elezioni comunali a Napoli. Dopo il disastro delle primarie del 2011 non immaginavo che alcuni di quei protagonisti ritornassero sul luogo del delitto. Che dire, i lupi perdono il pelo ma non il vizio…!!”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 9th, 2016 Riccardo Fucile
ANCHE A ROMA PRIMARIE TAROCCATE: LA TESTIMONIANZA AL “MESSAGGERO”
Schede bianche gonfiate per non far emergere il flop di partecipazione alle primarie di Roma. 
A far sospettare sulla regolarità delle primarie Pd di domenica scorsa non è solo il caso Napoli.
Secondo quanto scrive oggi il Messaggero, anche nella Capitale ci sarebbero state irregolarità , questa volta non imputabili a soggetti “esterni”, ma proprio alla macchina organizzativa delle consultazioni.
A parlare al quotidiano romano è un dirigente nazionale del Pd. Che svela: “Tra la notte di domenica e il pomeriggio di lunedì sono state gonfiate virtualmente le schede bianche e le nulle. Qualcuno pensava così di fare del bene”.
Virtualmente? Sì, perchè non ci sono schede inserite fisicamente nelle urne.
Si tratta, secondo il racconto del dirigente dem, di una modifica al dato dell’affluenza inserito direttamente nel database di calcolo.
Il dato delle schede bianche era parso subito anomalo: su 47mila e 317 le persone che sono andate alle urne, 2866 sono state le schede bianche, mentre 843 quelle nulle.
La rivelazione di oggi getta un’ombra sulla possibilità di camuffare e truccare non solo le intenzioni di voto (caso Napoli), ma anche l’esito, a urne chiuse.
Che quello dell’affluenza fosse un nervo scoperto era noto fin dalla vigilia, perchè queste consultazioni dovevano misurarsi con i 100mila votanti accorsi nel 2013 per Marino.
Tanto che subito dopo l’incoronazione di Giachetti è intervenuto il commissario Pd di Roma Matteo Orfini per sminuire il dato 2013 ed esaltare quello di domenica scorsa: “A Roma nel 2013 — ha detto — era andata più gente ai gazebo, ma erano i 100mila delle truppe cammellate dei capibastone poi arrestati, del pantano che portò a Mafia Capitale, delle file di rom”. Insomma, meno elettori, ma puri e certificati, a sentire Orfini. Anzi, secondo il presidente nazionale del partito le parole sull’affluenza del capo della minoranza Roberto Speranza sono “meschine”.
“Segnalo a Speranza che, mentre lui s’è guardato bene dall’occuparsi delle vicende romane, siamo passati nei sondaggi dal 16 al 30%”.
Intanto però emerge che una parte dei voti delle primarie siano stati inventati, almeno secondo quanto racconta il dirigente Pd al Messaggero: “Per gonfiare l’affluenza, per non far vedere che stavamo poco sopra i 40mila ma molto più vicini ai 50mila votanti. Quando poi sono stati diffusi i dati dello spoglio abbiamo capito l’errore, anzi, il boomerang“.
Il boomerang di una consultazione con quasi l’otto per cento di votanti che pagano due euro per lasciare bianca (6%) o annullare la scheda (quasi il 2%).
Nel 2013 il totale di bianche e nulle non arrivava al 2,5%. E il Pd non fornisce i dati dei singoli seggi.
Il sospetto su quanto accaduto è partito al termine dello spoglio dal comitato elettorale dello sconfitto Morassout, dove all’annuncio ufficiale di “50mila votanti” i conti non tornavano. E non di poco: ballavano almeno 7mila voti rispetto all’affluenza. Un trucco contabile virtuale su cui i vertici del partito continuano a tacere mentre minimizzano i “buttadentro” immortalati dai video di Fanpage a Napoli (“Ti diamo noi un euro se vai a votare Valente“).
E che tra l’altro getta un’ombra sulle Primarie in generale, vista la facilità con cui si possono manipolare i risultati.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 9th, 2016 Riccardo Fucile
MADDALONI: IL MONDO DI ROSA E CECILIA TRA AFFARI, AMORE E POLITICA
Ciao amore, ciao tesoro, si scrivevano tra una mazzetta e un appalto da truccare, prima di partire per
Antibes, forse a giocare alle fidanzate, forse a sposarsi per davvero.
Belle signore intrecciate da amore e incarichi istituzionali, desideri di libertà e nuova politica, una sindaca a Maddaloni, Rosa De Lucia, l’altra assessore con lei, Cecilia D’Anna, la prima in carcere da 48 ore, l’altra ai domiciliari nel loro curato e nuovo appartamento.
Privato e pubblico, leggerezza dei tempi moderni e marcio dei vecchi metodi. Ma se davvero sono riuscite a ingannarli tutti, “questa è solo la punta di un iceberg”.
Il sospetto non è solo di chi lo butta lì a mezza voce fuori dal Palazzo di Maddaloni, masticando amaro, come l’anziano dipendente fuori dai giochi e intenzionato ad andarsene in pensione, dopo aver visto “la fine che ha fatto questa nuova sindachessa”.
E non è il frutto solo di rabbia e stupore, i sentimenti che ti consegna il giorno dopo anche Michele Di Nuzzo, il geometra e vicesindaco che deve tenere in mano in Comune sotto la bufera, il quarantenne sospeso tra indignazione e incredulità .
“Se davvero hanno fatto questo, allora sono stupido e la politica in cui ho creduto è grande bluff – ti dice scuotendo la testa Di Nuzzo -. Eppure Rosa, il sindaco era insospettabile, una che alle tangenti non l’avresti mai associata. Il privato? Non è che l’ostentasse questo legame. Certo lei e l’assessore D’Anna vivevano insieme, alcuni mormoravano, ma io da amico maschio sono stato sempre rispettoso e la stimavo tanto come sindaco, ma com’è possibile tutto questo? Posso sperare per egoismo che magari un giorno tutto si risolverà tutto con un’assoluzione clamorosa, come in altri casi è successo? “.
È solo un pezzo di un Sistema più ramificato, sembrano invece raccontare gli atti di quest’inchiesta su tangenti, sesso e diabolica “narrazione politica”, scoperta nel cuore del Municipio dai carabinieri di Caserta e dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere. Il sindaco De Lucia accusata di corruzione, l’assessore D’Anna ritenuta complice anche in “virtù di quel legame sentimentale ” chiosa il gip Sergio Enea, compagna di vita e convivente – a leggere le carte – più un grappolo di consiglieri comunali e imprenditori coinvolti con varie accuse, come Alberto Di Nardi, il manager definito “bancomat”, a capo della società che si occupava della gestione dei rifiuti, con appalti pilotati e soprattutto grazie a proroghe su proroghe.
È solo la prima puntata di una Tangentopoli magari di provincia ma non per questo minore nei comuni tra Napoli e Caserta, sembrano annunciare le deposizioni – ancora in larga parte segrete – dell’altro imprenditore teste d’accusa, Antonio Scialdone. Eppure parte tutto da qui, dalla Maddaloni dove le tangenti incastrano il volto rosa del potere: emblema di uno smascheramento, simbolo potente e sinistro della politica nuova ridotta a recita per social e media, dove in paese tutto era cambiato, tutto era libero e glamour perchè il vecchio non morisse. Per rimanere ai livelli di sentina della pubblica amministrazione.
Tranche “costanti” di fondi neri, intascate alla faccia delle buone prassi al femminile e usate “anche per arredare la loro nuova casa”.
Sì, il nido d’amore di Rosa e Cecilia nel paese di Santa Maria a Vico: la casa che la prima, ingegnere e astro nascente di Forza Italia, ha dovuto lasciare all’alba coi carabinieri, e che l’altra ha scelto come luogo dove radicare la sua detenzione domiciliare, da assessore alla Cultura, a cos’altro sennò.
Il denaro sporco che ora il pm Carlo Fucci contesta al gruppo sarebbe servito al sindaco Rosa persino “ad acquistare un viaggio per la Francia, organizzato con la D’Anna – è scritto nell’ordinanza di custodia – con la quale si sarebbe sposata ad Antibes “.
“Diecimila euro al mese”, è lo stipendio che secondo i carabinieri Di Nardi passava al sindaco per ogni necessità .
E poi spese “accessorie”, le tangenti volanti di 500 o mille euro, che Rosa persino per partecipare alle iniziative contro le violenze sulle donne. “Quanto ti serve?”, chiede il solito Di Nardi? E il sindaco: “Cinquecento euro, chè domani hanno fatto Stop Femminicidio”.
Ehi amore, ciao tesoro, si scrivevano più o meno Rosa e Cecilia, sono sm che il gip ritiene importanti per attestare il legame che correva tra loro. “Io l’ho allontanata da me quando ho capito che era una persona inaffidabile, che aveva perso la testa. Si credeva grandissima perchè era la prima donna sindaco, è diventata la prima sindaco arrestato mentre governa “, racconta ora con un misto di pietas e rivendicazione l’uomo che era stato scalzato da lei, l’ex sindaco Pdl, l’avvocato Antonio Cerreto.
Le tangenti venivano consegnate anche in casa della mamma di Rosa. Ma ora guai a passare per quella villetta di Maddaloni a chiedere spiegazioni.
Sua madre, Maria, moglie di un maresciallo dell’Arma, urla: “Ma come vi permettete? Ma cosa dite? Mia figlia è pulita, si chiarirà tutto. Tutto capito? E non mi parlate di “fidanzate””.
Conchita Sannino
(da “La Repubblica“)
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Marzo 9th, 2016 Riccardo Fucile
LA DEPUTATA ANNUNCIA IL MATRIMONIO CON IL COLLEGA DEL PD DARIO GINEFRA: “IO IN ALA? SOLO SPIFFERI DA TRANSATLANTICO”
Laura Ravetto convola a giuste nozze. Ma non con Denis Verdini.
Dalla vita privata a quella politica il passo è breve. Così quando Il Tempo telefona alla parlamentare di FI per chiederle di raccontare la sua storia d’amore col deputato Pd Dario Ginefra, diventa inevitabile porle una domanda sulle voci di Transatlantico secondo le quali il suo passaggio con Verdini sarebbe imminente.
«Ma perchè dite queste cose? – risponde la Ravetto – In Transatlantico ci sono tante voci, continui spifferi… Io sono qui in Aula alla Camera, vado in tv quasi ogni giorno a parlare a nome di Forza Italia».
Insomma, nessun passaggio nelle fila verdiniane. Quanto all’imminente matrimonio, la deputata azzurra rimanda cortesemente all’articolo in uscita oggi su Chi.
«Ci sposiamo per… incoscienza – racconta Ginefra al settimanale di Alfonso Signorini – E perchè io amo Laura profondamente e voglio prendermi cura di lei».
«Tra noi il sentimento ha prevalso sulle nostre differenze – dice lei – Razionalmente non siamo fatti l’uno per l’altra, siamo agli antipodi. Ma come potevo resistere a un uomo che si è messo a nudo pubblicamente con quella lettera aperta che ha inviato questa estate alla Gazzetta del Sud?».
Una dichiarazione d’amore controcorrente, ma efficace per far sì che gli eterni «promessi sposi» di Montecitorio annuncino le nozze che arrivano dopo quattro anni di amore e di tira e molla dei due fidanzati «bipartisan» che non potrebbero essere più diversi.
Non si tratta dell’unica coppia mista: sempre a Montecitorio c’è quella composta da Nunzia De Girolamo (FI) e Francesco Boccia (Pd).
«Il nostro matrimonio non è il compromesso storico nè il patto del Nazareno – dice Ginefra – Al netto dei sentimenti siamo due persone che nella diversità si apprezzano. Per il rapporto Nord-Sud non siamo mica i personaggi di un film di Checco Zalone. Per tante cose sono più montanaro di lei e lei è più terrona di me».
Anche le nozze, che si terranno nel Castello di Monopoli il 4 giugno, sono frutto di una mediazione politica. «Io avrei voluto una cerimonia a Roma, in Campidoglio, per invitare Camera, Senato, tutto il governo e il presidente Mattarella – spiega Laura Ravetto – Dario invece preferiva nozze intime. Dieci persone in un paesino sperduto. Alla fine gli invitati saranno un centinaio. Pochi politici, tutti amici, e rigorosamente bipartisan. Il vestito l’ho disegnato io e lo sta cucendo Graziana, una sarta di Putignano specializzata in abiti di pizzo. Le fedi saranno semplicissime».
(da “il Tempo“)
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Marzo 9th, 2016 Riccardo Fucile
I BUONI A SETTE EURO E MEZZO L’ORA DILAGANO… ELIMINATI I CO.CO.CO. OGGI RAPPRESENTANO IL NUOVO PRECARIATO
Una volta c’erano l’operaio, la guardia notturna, l’autista, il postino, il cameriere, l’idraulico, l’insegnante,
il professore universitario.
La nostra identità dipendeva anche dal ruolo che il lavoro ci assegnava nella società .
Oggi tutte queste professioni, e molte altre ancora, possono essere riassunte in un unico mestiere: il voucherista.
Essersi fermati alla terza media, come Andrea P., 49 anni, o avere tre lauree come Marco Traversari, 52 anni, docente universitario, per il moderno datore di lavoro forgiato dalla crisi e dalla retorica della quarta rivoluzione industriale non fa nessuna differenza.
Sia Andrea, parcheggiatore notturno a chiamata, sia il professor Traversari valgono 7 euro e 50 centesimi di paga netta l’ora, più un euro e trenta di contributi pensionistici all’Inps, settanta centesimi di assicurazione antinfortunistica all’Inail e cinquanta centesimi di gestione del servizio.
Fanno dieci euro tondi tondi: cioè, il costo orario lordo del lavoro nell’Italia che fa scappare i cervelli e tratta chi resta allo stesso modo, dal disoccupato a vita ai proletari della conoscenza.
È nata così una nuova classe sociale: il popolo dei voucher, dei buoni-lavoro, degli italiani pagati con uno strumento inventato per gli impieghi saltuari nell’agricoltura e le ripetizioni del doposcuola. Ma oggi esteso a tutti i settori.
Un ulteriore contributo della legge all’aumento dei working-poor: i nuovi poveri che, nonostante lavorino, vivono appena sopra il limite di sussistenza, o addirittura al di sotto. Il voucherista non ha infatti diritto a riposi o a ferie pagate. E questo, nel clima di cinesizzazione sociale che stiamo vivendo, potrebbe essere visto come un inutile privilegio.
Ma non ha diritto ad ammalarsi, a curarsi, a maternità o paternità , a ottenere un mutuo per la casa, al congedo matrimoniale, al permesso per accudire i figli malati.
Cioè a tutta quella serie di conquiste civili che finora hanno fatto la differenza tra un cittadino dell’Europa occidentale e un operaio-suddito dei regimi orientali.
Perchè al di fuori dei pochi centimetri quadrati del voucher e delle relative ore pagate, il rapporto di lavoro e lo stesso lavoratore cessano di esistere.
Pochi giorni fa l’Inps ha confermato il boom anche per il 2015: 115 milioni di buoni-lavoro staccati da gennaio a dicembre, contro i 69 milioni del 2014 e i 36 milioni del 2013.
Un aumento nazionale del 67,5 per cento in dodici mesi con punte del 97,4 per cento in Sicilia, dell’85 in Liguria, dell’83 in Puglia e in Abruzzo, del 79 in Lombardia.
La nuova classe sociale coinvolge già più di un milione e mezzo di lavoratori, due terzi dei quali al Nord. Metà uomini e metà donne.
E l’età media è in continua diminuzione: 60 anni gli uomini e 56 le donne nel 2008, anno di introduzione dei buoni-lavoro; 44 e 36 anni nel 2011; 37 e 34 anni oggi.
Anche l’età conferma la trasformazione da rimedio estemporaneo per arrotondare la pensione o gli ultimi anni di attività , a retribuzione vera e propria.
Nel 2015 i datori di lavoro (imprese, commercianti, famiglie) hanno acquistato voucher per un miliardo e centocinquanta milioni di euro, che hanno generato contributi per quasi 150 milioni all’Inps, per 80 milioni all’Inail e compensi ai lavoratori per 862 milioni e 500 mila euro, oltre a 57 milioni in commissioni burocratiche.
Un miliardo di stipendi coi voucher: i buoni lavoro sono diventati più mini job per tutti
Dall’edilizia al turismo, dal commercio ai convegni. Doveva essere solo un modo per far emergere il nero: invece è diventata una forma di impiego diffusa in tutti i settori
La crisi economica fa sicuramente la sua parte.
Spinge gli imprenditori a tagliare i costi e a impiegare i dipendenti a ore o a giornata, soltanto quando servono.
E mette anche a disposizione una massa di disoccupati, cassintegrati, esodati, mobilitati, licenziati costretti a svolgere più lavori saltuari per raccogliere qualcosa che assomigli alle briciole di una paga. È un po’ come il junk-food, il cibo spazzatura: si mangia quello che capita. Qui siamo al junk-job: si accetta quello che passa.
Non sempre, ovviamente, il giudizio è negativo.
Per gli studenti superiori e universitari i buoni sono una risorsa contro il lavoro nero o l’apertura di costose partite Iva: permettono infatti di lavorare in regola in bar, ristoranti, negozi e uffici per mantenersi parte degli studi.
Nella stessa categoria degli studenti, rientrano quanti arrotondano grazie ai voucher uno o più stipendi part-time. Il lavoro accessorio tra l’altro non va dichiarato al fisco. Ma sono gli unici a dirsi completamente soddisfatti.
La seconda categoria di voucheristi comprende quanti integrano in questo modo la magra pensione di anzianità . Oppure il salario di disoccupazione. E per le persone in mobilità sopra i quarantacinque anni la condizione di voucherista diventa una condanna permanente al sottoprecariato: perchè l’istituzione dei buoni-lavoro offre ai datori la possibilità di non stabilizzare mai i loro dipendenti.
La terza categoria raccoglie gli ex contratti a progetto, ora in gran parte aboliti, e le finte partite Iva, settore crollato del dieci per cento nel 2015. E loro stanno addirittura peggio: è la situazione di migliaia di collaboratori, educatori, addetti di cooperative sociali e piccole società a responsabilità limitata che da qualche mese devono accettare stipendi in minima parte pagati con i buoni. Il resto in nero.
L’uso di voucher sta dando corpo anche a due categorie di datori di lavoro: quelli che rispettano la norma e trasformano il rapporto accessorio in contratto non appena l’impiego diventa stabile e quanti continuano a suddividere illegalmente l’impiego stabile in più rapporti accessori.
Soltanto due limiti economici imposti dalla legge impediscono al momento una diffusione più massiccia dei voucheristi, auspicata da un’ampia scuola di giuslavoristi rappresentata anche dall’ex ministro nel governo Berlusconi, Maurizio Sacconi.
Sono la barriera di settemila euro netti del compenso complessivo annuo in buoni che un lavoratore non può superare e di 2.020 euro all’anno pagati da ogni singolo committente. La terza condizione, cioè il vincolo che si tratti di lavoro accessorio, viene già aggirata da tempo. Soprattutto dove i voucher hanno avuto successo nel coprire il lavoro nero.
Superato ogni record per i buoni-pagamento da 10 euro l’ora. Inventati per i lavoretti da giardino o le ripetizioni. Sono diventati uno strumento universale. Dai risvolti anomali. Come scoperto dalla stessa Inps negli alberghi di Jesolo. E come raccontano molti casi.
UN ALIBI PER EVITARE GUAI
Ecco cosa accade in Veneto e in Friuli Venezia Giulia, regioni in cui l’impiego di voucheristi ha registrato un aumento del 57,4 e del 40,1 per cento nell’ultimo anno.
I buoni-lavoro hanno polverizzato i contratti part-time e stagionali nell’agricoltura.
E oggi anche nelle campagne raccontate nel primo romanzo di Pier Paolo Pasolini “Il sogno di una cosa”, grazie ai voucher si ricorre largamente al lavoro nero.
La raccolta della frutta e la vendemmia in Friuli durante l’estate e l’autunno 2015 hanno consolidato il rapporto tra la parte dello stipendio pagata in buoni e la parte illegale.
È di uno a trenta: 37,50 euro al mese in voucher e 1.062,50 in contante per un massimo mensile di millecento euro. Ovviamente, soltanto per le settimane lavorate. Se piove o la raccolta termina, si va a casa senza paga. Fanno comunque più o meno 40 euro al giorno: un ottimo compenso rispetto ai 25-30 euro pagati, quando va bene, dai caporali in Sicilia, Calabria, Puglia e Campania.
Ma che senso ha staccare 37 euro e 50 al mese in buoni-lavoro su un totale di millecento euro? Sono il valore netto di appena cinque voucher: «Certo», risponde Paolo F., 53 anni, ex operaio in un’impresa subappaltatrice di Fincantieri a Monfalcone e oggi bracciante a chiamata: «E sono l’alibi per evitare guai con l’ispettorato. È la prima informazione che ti danno sui campi: “Se viene un controllo, dite che è il primo giorno che fate qui”.
Il voucher serve a questo: a coprire l’eventuale verifica o l’eventuale infortunio.
Alla raccolta della frutta quest’anno eravamo in novanta.
Un po’ di tutto: padri di famiglia come me, cinquantenni in mobilità da anni, donne senza lavoro, qualche romeno. Tutti pagati 37 euro e 50 in voucher al mese e il resto cash. Fanno oltre novantamila euro al mese di nero che l’azienda tira fuori per pagare il personale.
Per obbligarli a versare i contributi, basterebbe verificare il lavoro eseguito. Come è possibile raccogliere tonnellate di frutta per i supermercati lavorando soltanto le cinque ore al mese retribuite dai voucher?
Inutile aggiungere che di controlli non ne abbiamo mai visti». Perchè non vuole sia rivelato il suo cognome? «Perchè devo lavorare. I voucher hanno cancellato le ultime tutele sindacali: se parli, come minimo non ti chiamano più».
Io schiavo in Puglia
Una norma, introdotta dopo l’inchiesta de “l’Espresso” sul caporalato nella raccolta dei pomodori, impone che i contratti siano registrati un giorno prima del loro inizio.
Con i voucher basta un minuto prima: magari lo stesso momento in cui avviene un incidente. «Sappiamo di imprenditori che una volta passato il nostro controllo hanno disattivato il voucher», rivelano i carabinieri del Nucleo di tutela del lavoro in Lombardia: «Lo sappiamo in via confidenziale. L’Inps non ha nessuna banca dati sulle disattivazioni. Il trucco è attivare il voucher tutti i giorni per una sola ora.
E magari disattivarlo a fine giornata. Per noi diventa impossibile contestare il lavoro nero. Dall’evasione totale dei contributi si passa all’elusione e le sanzioni si riducono. Dovremmo insomma impiegare uomini e risorse dello Stato per recuperare cifre irrisorie che non giustificano il costo».
EDUCATORE E FATTORINO
Basta il confronto con la cedola di una busta paga tradizionale per misurare la smaterializzazione del rapporto di lavoro che il voucher ha garantito.
Questo è quanto riporta la busta: ragione sociale dell’azienda, nome e cognome del dipendente, data di nascita, data di assunzione, scatti di anzianità , luogo di lavoro, mansione, figli a carico, ferie, permessi, Tfr, versamenti Inps e Inail.
E questo è quanto viene richiesto dal voucher: periodo prestazione, codice fiscale datore di lavoro, codice fiscale lavoratore, firma lavoratore. Fine.
Aldo Furini, 55 anni, gestisce con la sorella Silvia la trattoria “Il Santuario” a Rovello Porro, provincia di Como.
Pranzo a prezzo fisso a dodici euro durante la settimana e pizzeria-birreria il venerdì e il sabato sera. Molte fabbriche svuotate dalla delocalizzazione. La concorrenza delle mense aziendali.
«Tutta la settimana bastiamo noi», racconta Furini, «venerdì e sabato, se abbiamo prenotazioni o prevediamo movimento, chiamiamo i ragazzi. Sono tutti studenti. A volte qualcuno non può o è malato, allora si continua il giro di telefonate finchè la necessità è coperta. Li paghiamo tutti con i voucher. Lo Stato ha la grande convenienza. Prende i soldi in anticipo all’acquisto dei buoni e si tiene il venticinque per cento. È un vantaggio anche per l’Inps, visto che per la crisi molte aziende non pagano più i contributi».
Mai pensato di stabilizzare uno o due camerieri? «Vorremmo assumere un dipendente a contratto. Ma le spese sono insopportabili. Soltanto per tenere la contabilità della busta paga, la Camera di commercio ci chiede milleduecento euro all’anno per persona. Più di uno stipendio mensile. Noi non ci stiamo dentro».
Non per tutti la roulette gira così male. Simone Regio, 39 anni, è soddisfatto. Grazie ai voucher può arrotondare i milleseicento euro netti di due contratti part-time: educatore in un centro di riabilitazione psichiatrica e in un’associazione privata.
Il terzo lavoro di voucherista è sui pedali: corriere porta a porta in bicicletta per la “Ubm – Urban bike messengers” di Milano, la più grande società del settore in Italia.
Il suo collega, Simone Gambarin, dai buoni-lavoro è passato al contratto a tempo indeterminato sempre con “Ubm”. E a 36 anni può finalmente permettersi la sua prima casa in affitto. «Per noi i voucher sono stati una soluzione», spiega Gianni Fiammengo, proprietario di Ubm, «per tutte quelle persone che lavorano saltuariamente e che così sono pienamente coperte da contratto, assicurazione e Inps. Ora i voucher li utilizziamo poco perchè gli sgravi fiscali ci hanno permesso di assumere quattordici corrieri full-time. I buoni li usiamo per i pochi part-time rimasti. Nel frattempo l’azienda si è ingrandita».
SE NON SAI PIÙ CHI SEI
Marco Traversari è docente nel laboratorio di Antropologia e lavoro del corso di laurea magistrale in Antropologia dell’Università di Milano Bicocca. Insegna anche Antropologia culturale in un liceo di Brescia. È laureato in scienze politiche, antropologia e filosofia ed è autore di libri e manuali scolastici.
I due contratti part-time da docente coprono solo il settanta per cento del suo fabbisogno per vivere. Per il rimanente trenta per cento, Traversari deve impegnarsi in consulenze culturali, corsi di formazione, partecipazione a conferenze. E in tutto questo è pagato in voucher.
«Nel 2015 i buoni-lavoro hanno spazzato via tutto quello che esisteva: contratti, cococo, cocopro, finte partite Iva, ritenute d’acconto. Dove la pubblica amministrazione ha appaltato i servizi», spiega, «lì le cooperative ora pagano solo in voucher».
Ma il cambiamento va oltre l’eliminazione del contratto. I voucher sono la cifra della trasformazione culturale che stiamo vivendo. In gioco c’è il ruolo sociale di ciascuno: in sociologia, il ruolo è costituito dalle aspettative che gli altri hanno del tuo status sociale. Nel voucher il ruolo è indifferenziato. In questo il voucher è l’emblema del postfordismo: è l’espressione della smaterializzazione del lavoro come costruzione della propria identità stabile.
Freud però ci insegna che l’identità psicologica stabile deriva dall’equilibrio tra eros e lavoro. Nel momento in cui il lavoro diventa instabile, flessibile, smaterializzato anche l’identità psicologica diventa fluida, instabile».
Dove porta tutto questo? «Al problema di non sapere chi sei. Allora diventa potente la necessità di un’identità nazionalistica o religiosa. E lo vediamo in quello che sta succedendo in Europa. Gli studenti comunque vogliono i voucher: chi fa lavori di pochi mesi, trova giusto essere pagato in voucher. La flessibilità è parola che loro mettono in pratica».
L’identità di Andrea P., parcheggiatore notturno a Milano, è flessibile da quando ha perso il lavoro di carrozziere. E poi il contratto di autista.
Lui ha cercato di nascondere il dramma alla moglie e ai due figli. Per portarli in vacanza, ha speso i duemila euro di risparmio dei ragazzi. Ma quando la moglie lo ha scoperto, l’ha cacciato di casa.
Ora Andrea, a quasi cinquant’anni, è tornato a vivere con la mamma, vedova e pensionata. La madre, immigrata pugliese nella Milano del boom economico, non sa che il figlio è un voucherista: 400-500 euro al mese in buoni da marzo a settembre nella stagione dei concerti.
Sorveglia le auto del pubblico oppure controlla i biglietti ai tornelli quando a San Siro e nelle discoteche arrivano i grandi nomi della musica italiana e mondiale.
Ma di tutto lo spettacolo, Andrea prende soltanto le briciole: «Da settembre a marzo faccio la fame», confessa, «non ho però il coraggio di dirlo a mia madre. Allora mi alzo la mattina alle 6,30, mi lavo e mi vesto. E fingo di andare a lavorare».
Il nascondiglio, l’ultimo rifugio stabile sono i tre metri per uno e mezzo della cantina, un finto tappeto di nylon sul cemento, un piumone bianco per scaldarsi, lo scaffale vuoto alla parete, due maglie in cashmere della vita che fu appese a un angolo. Andrea ascolta la radio, dorme, pensa. Fino alle due del pomeriggio, quando esce dal sotterraneo e finge di tornare dal lavoro.
La prima volta che l’hanno pagato in voucher, l’hanno perfino fregato. L’impresario di quel periodo gli ha dato buoni per 400 euro.
Ma quando il parcheggiatore è andato a riscuoterli dal tabaccaio e poi all’Inps, gli hanno detto che erano stati disattivati. Andrea sorride amaro: «Ho scoperto così che anche il buono non era buono».
Fabrizio Gatti
(da “L’Espresso”)
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Marzo 8th, 2016 Riccardo Fucile
MARCHINI PARLA DI COMPLOTTO, LA MELONI PENSA ALLA PAROLA, BERTOLASO NON SI PREOCCUPA DEL SISMA, LA PIVETTI PARLA DA CANDIDATA SENZA AVERE UNA LISTA, ORA SCENDE IN CAMPO ANCHE IL FRONTE NAZIONALE DI TILGHER: BENVENUTI AL PIU’ GRANDE SPETTACOLO CIRCENSE DEL MONDO
Che spettacolo, ragazzi: benvenuti al grande Barnum del centrodestra che ha piantato le tende nella capitale.
Ma quanti sono al momento i candidati del centrodestra in vista delle elezioni comunali a Roma? – si chiede l’elettore.
Vediamo.
C’è Alfio Marchini (sostenuto da fittiani, Area Popolare ed ex Ncd) che però non vuole sentirsi definire di destra.
Poi c’è Guido Bertolaso (Forza Italia e Fratelli d’Italia), ma forse prima deve passare attraverso il plebiscito delle gazebarie, quindi in teoria è ancora in sospeso.
Poi tocca a Francesco Storace, sostenuto da Alemanno e finiani in libera uscita, sempre che non cambi idea e si fermi a pranzo in un ristorante indiano.
La quarta incomoda, Irene Pivetti, conferma la propria candidatura: «Bertolaso perde, con me il centrodestra può arrivare al ballottaggio. Le primarie su Guido? Roba da Stalin, da voto sovietico».
Ma manca un dettaglio: chi rappresenta la Pivetti?
Per non farci mancare nulla oggi anche il Fronte Nazionale annuncia la propria discesa in campo per il Campidoglio.
«Saremo presenti alle elezioni romane con un nostro candidato sindaco – spiega Adriano Tilgher – Destra e sinistra ormai ci hanno stufato, ci hanno tradito. Fingono di farsi la guerra e poi, tenendosi a braccetto, ci regalano i peggiori governi di questa Repubblica. Vogliono truffarci ancora una volta, dividendoci in due tribù contrapposte, solo per potersi accaparrare poltrone, per poi vederli uniti nella svendita della nostra Nazione. Io non ci sto, non voglio più essere truffato».
Se non altro una posizione chiara.
Giochi fatti? Per nulla.
E a chi sottolinea che “molto dipenderà dall’esito del referendum di sabato e domenica prossimi” (gestito da Forza Italia, va sottolineato) Bertolaso replica: “ho una lettera che mi è stata scritta a gennaio dai tre leader del centrodestra, Meloni, Salvini e Berlusconi, che mi chiedevano in modo fermo di candidarmi a sindaco”.
Come dire: mi avete cercato voi.
Sentiamo la Meloni: “a differenza degli altri quando do la mia parola la mantengo: sono impegnata a sostenere Bertolaso se rimane in campo. Se non sarà così, FdI sa già cosa fare». Due le ipotesi: schierare Fabio Rampelli o considerare l’extrema ratio e optare per la discesa in campo della stessa Meloni (fantascienza).
E Marchini ha sospetti: “ai gazebo della Lega ci sono stati brogli? non vedo perchè se quelle di Salvini erano false, quelle su Bertolaso debbano essere vere. L’unico complotto in atto sembra non far vincere me».
Salvini invece, dopo aver squassato la coalizione per non farsi contare, si porta avanti e dà già l’indicazione di voto al ballottaggio Cinquestelle-Pd: “se ci fosse un ballottaggio tra Pd e Grillo, voterei certamente per i candidati del M5S” dice, ospite de La Zanzara, su Radio24.
Poi aggiunge: “Renzi ha fatto benissimo ad andare dalla D’Urso. Non lo critico per questo”. Poi commenta con toni entusiastici la sua ospitata televisiva a “C’è posta per te” (Canale 5): “Voglio ringraziare Maria De Filippi che mi ha ospitato sabato sera”.
E’ lotta aperta tra esibizionisti da giardinetti, ormai.
Roma può attendere.
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