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“VOLEVAMO VEDERE CHE EFFETTO FA UCCIDERE QUALCUNO”: L’AGGHIACCIANTE MOVENTE DEL DELITTO DI LUCA VARANI

Marzo 7th, 2016 Riccardo Fucile

“AVEVAMO SIGLATO UN PATTO”

“Volevamo vedere l’effetto che fa”.
È questa l’agghiacciante confessione – riportata dal Messaggero – fatta ai carabinieri di Roma da Manuel Foffo, accusato di aver ucciso a coltellate e colpi di martello Luca Varani, un suo conoscente di 23 anni.
Oltre a Foffo è accusato dell’omicidio anche il suo amico Marco Prato.
“Eravamo gonfi di alcol e droga – afferma Foffo -, in preda alle allucinazioni, quando io e Marco abbiamo seviziato e ucciso Luca nel pieno di un festino consumato a casa mia”. “Dopo avere assunto quasi dieci grammi di coca — svela — io e Marco abbiamo siglato un patto, decidendo di uccidere qualcuno. Abbiamo chiesto a Luca di raggiungerci a casa mia. Non so perchè lo abbiamo fatto, eravamo in preda al delirio”.
Straziato dai rimorsi, Marco Prato si era rifugiato in un albergo in piazza Bologna, per suicidarsi.
I militari dell’Arma hanno fatto irruzione nella sua camera, strappandolo alla morte: il trentenne aveva già  ingerito un tubetto di barbiturici.
Il corpo di Luca Varani è stato trovato sabato sera dai carabinieri, molte ore dopo la morte.
Era nudo in camera da letto con numerose ferite sul corpo.
L’allarme è scattato quando il proprietario di casa, Manuel Foffo, preso dal rimorso ha raccontato tutto al padre che ha contattato il 112.

(da “Huffingtonpost”)

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VALERIA VALENTE, L’ALLIEVA CHE HA SCONFITTO IL SUO PADRE POLITICO

Marzo 7th, 2016 Riccardo Fucile

IL RITRATTO DELLA CANDIDATA DEL CENTROSINISTRA A NAPOLI, “FIGLIOCCIA” DI ANTONIO

E’ stata per anni la “figlioccia” di Antonio Bassolino, l’allieva prediletta che fin da ragazza ha seguito l’ex sindaco di Napoli nella sua lunga carriera politica al vertice delle istituzioni.
Ma stavolta, come in tutte le vere storie politiche, l’allieva recide i legami, batte il maestro e vola verso la gara più dura, quella di primavera per riportare un esponente del Pd sulla sedia del sindaco di Napoli.
Difatti Valeria Valente lo ha detto subito: “Dobbiamo battere Luigi de Magistris e riprenderci Palazzo San Giacomo. Lui ha governato male”.
Napoletana, 39 anni, laureata in Giurisprudenza, Valeria Valente è parlamentare dal 2013. E’ coordinatrice in Campania di “Rifare l’Italia”, la corrente del Pd che fa capo a Roma al presidente del partito Matteo Orfini e al ministro della Giustizia Andrea Orlando.
E’ stata assessore comunale alle Pari opportunità  e al Turismo della giunta presieduta da Rosa Russo Iervolino.
Il suo impegno politico è cominciato quando era ancora adolescente ed è proseguito poi nel movimento studentesco. A 18 anni è stata eletta coordinatrice per la città  di Napoli. L’anno successivo è entrata nell’esecutivo nazionale dell’Unione degli Studenti/Cgil.
Nel 1997 è stata eletta per la prima volta consigliere comunale. Rieletta nuovamente nel 2001, è entrata in giunta nel 2006. Molto forte tuttora il legame politico e umano con Rosa Russo Iervolino.
Dal 2009 al 2010 Valente ha fatto parte dell’esecutivo dell’Associazione regionale dei Comuni della Campania. Eletta nel 2011 coordinatrice delle donne democratiche della Campania, nel dicembre 2012 ha partecipato alle “parlamentarie” del Pd e, nel febbraio del 2013, è stata eletta deputata, nella circoscrizione Campania I.
Poi la battaglia più difficile contro Antonio Bassolino, che Valeria mai avrebbe immaginato nella sua vita.
E il “parricidio” politico che di fatto spiana la strada a una nuova classe dirigente a Napoli. C’è un aspetto però. Dopo l’ascesa, la caduta e la risalita politica di Bassolino, che era stato completamente estromesso dal Pd napoletano, l’ex sindaco esce sconfitto ma cresce la figura di una ex bassoliniana, sebbene passata attraverso un atto di rottura con il suo ex maestro.
Valeria Valente ha un figlio piccolo e un   tratto umano che tutti le riconoscono. Cordiale ma “tosta” quando occorre.
Durante la lunga campagna delle primarie ha ripetuto che vuole trasformare Napoli in una città  a misura di bambino.
Ora guarda alla sfida più difficile: quella contro Luigi de Magistris, il “Che Guevara” che ha già  fatto le barricate.

(da “La Repubblica”)

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GIACHETTI, IL RADICALE RENZIANO ALLA SFIDA PIU’ DIFFICILE

Marzo 7th, 2016 Riccardo Fucile

“HO VINTO L’AMICHEVOLE, ORA PUNTO A VINCERE LE ELEZIONI”

Radicale da sempre – ha ancora la doppia tessera –   tra i padri fondatori prima della Margherita e poi del Partito Democratico, candidato “on the road”, ambientalista e strenuo assertore della non violenza.
Roberto Giachetti, da tutti conosciuto con il nomignolo di “Bobo”, è il candidato del centrosinistra per la corsa al Campidoglio nel tentativo di riconquistare la fiducia dei romani dopo la naufragata esperienza Marino.
“E’ l’ultima occasione per il Pd – dichiara subito dopo la vittoria – adesso una lista pulita”.
Cinquantacinque anni tra qualche giorno, due figli, Giachetti è buon conoscitore di Palazzo Senatorio, dove ha lavorato per due consiliature al fianco di Francesco Rutelli, prima come capo della segreteria e poi come capo di Gabinetto del sindaco. Nel 2001 arriva la prima elezione in Parlamento, come deputato della Margherita, poi confermata nel 2006 con l’Ulivo e nel 2008 con il neonato Pd, di cui è stato tra i più convinti fondatori tanto da proclamare uno sciopero della fame nel 2007 per chiedere l’assemblea costituente del partito. P
rotesta identica portata avanti numerose altre volte, per chiedere la modifica della legge elettorale o la nomina dei giudici della Consulta.
Nel 2002 è salito su un piccolo piedistallo con la scritta “Monumento al deputato ignoto”, imitando una statua per protestare contro la mancata nomina di 12 deputati ad oltre un anno dalle elezioni.
Sempre attento all’ambiente (“Sono socio sostenitore di Legambiente da molti anni”, scrive sul suo blog) e ai più deboli (“Ogni anno passo il Natale e l’ultimo dell’anno con i detenuti”), Giachetti, oggi vicepresidente della Camera e molto vicino al premier Matteo Renzi, che lo indicò come il miglior candidato a sindaco: “E’ romanista e conosce bene la città “, è considerato uno dei massimi conoscitori dei regolamenti parlamentari, abilità  maturata durante i tanti anni da segretario d’Aula.
Lo slogan che ha accompagnato la sua candidatura alle primarie del centrosinistra è stato “#TuttaRoma” a sottolineare l’impegno verso le periferie, girate in scooter durante le settimane di campagna elettorale
Decentramento, mobilità , eco-sostenibilità  alcuni dei punti cardine del programma. “Se divento sindaco continuerò così: a stare per strada”, la promessa del romano e romanista “Bobo”.
Da candidato alle primarie ha percorso circa duemila chilometri, iniziando il tour elettorale a Settecamini per   chiuderlo nel campo da rugby di Corviale.
E ai cittadini promette: “Come sapete io giro in scooter, il carro del vincitore è quello lì, e quindi anche per evidenti motivi di spazio non vi affannate perchè non ci sale nessuno, a parte Lucci”

(da “La Repubblica”)

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PRIMARIE, VINCONO I RENZIANI: GIACHETTI A ROMA, VALENTE A NAPOLI

Marzo 6th, 2016 Riccardo Fucile

NELLA CAPITALE VOTANTI DIMEZZATI, SOLO 43.000… A NAPOLI INVECE SONO RADDOPPIATI, CIRCA 30.000… BASSOLINO HA PERSO PER POCO, NETTA LA VITTORIA DI GIACHETTI A ROMA

E’ Roberto Giachetti il candidato sindaco del centro sinistra per Roma con il 67%.
A Napoli   Valeria Valente s’impone su   Antonio Bassolino con il 46%, a Trieste vince Roberto Cosolini, sindaco uscente sostenuto da Renzi.
A Bolzano la spunta Renzo Caramaschi, outsider sostenuto da Sel-Idv e liste civiche. Il dato delle grandi città  in corsa, se confermato, segna una vittoria del voto “renziano”ma ce n’è un altro che farà  discutere: il crollo dell’affluenza della Capitale che si è dimezzata rispetto al 2013, quando ai seggi si recarono 103mila persone.
Roma e il Pd romano pagano in termini di partecipazione le vicende di Mafia Capitale, le lacerazioni innescate dall’affaire Marino e poi la faida dei circoli dopo il rapporto di Fabrizio Barca e il commissariamento di Matteo Orfin.
A Ostia, teatro delle vicende giudiziarie del pd romano, hanno votato 1.403 romani contro i 5mila del 2013.
Prima lite in casa Pd, sull’astensione
Il dato politico viene relativizzato dal vicesegretario Pd Lorenzo Guerini: “A Roma un buon risultato considerata anche la situazione da cui partivamo”.
Il senatore della minoranza Pd Federico Fornaro invece sottolinea la flessione così: “I dati dell’affluenza alle primarie certificano un disagio che c’è ed è presente nel popolo del centrosinistra: è un disagio politico e anche di critica e di disaffezione molto preoccupante”.
A Napoli i votanti sono invece raddoppiati: oltre 30mila, un numero superiore a
quello registrato alla fine delle primarie per scegliere il candidato Governatore che mossero 16mila persone.
“Napoli ha scelto di guardare avanti con una nuova classe dirigente. Grazie a tutti i cittadini. E ora tutti insieme nel centrosinistra per tornare al governo della città ”. Così Valeria Valente ha annunciato la sua vittoria alle primarie del centrosinistra a Napoli.

(da agenzie)

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MENO MALE CHE C’E’ STORACE, ALMENO RACCONTA QUALCHE BARZELLETTA

Marzo 6th, 2016 Riccardo Fucile

“SE DIVENTO SINDACO, O LIBERANO I MARO’ O CHIUDO I RISTORANTI E I NEGOZI INDIANI”… QUALCUNO LO AVVISI CHE SE HANNO REGOLARE LICENZA HANNO GLI STESSI DIRITTI DEGLI ALTRI: MENO BALLE

Dobbiamo riconoscere che tra i vari candidati romani del centrodestra (o presunto tale), se gli altri riescono a essere solo umoristi involontari, lui è un discreto battutista “ufficiale”, pronto e reattivo.
Che poi faccia o meno ridere, dipende ovviamente dal giudizio soggettivo dell’ascoltatore.
Francesco Storace oggi ha aperto ufficialmente la sua corsa al Campidoglio puntando l’attenzione su tre slogan: «Roma invasa tornerà  italiana», «Roma impaurita tornerà  sicura», «Roma sporcata tornerà  pulita».
Ormai tra i vari partiti pare una rincorsa a chi si impossessa prima degli autospurgo. Storace, fautore a suo tempo della doppia tessera, in questo potrebbe essere avvantaggiato, magari riesce ad impossarsene di più d’uno.
Qualora si fosse riferito anche alla decadenza etica e politica della politica romana, magari avrebbe potuto dare un’occhiata anche a certi suoi sostenitori, non proprio immuni da procedimenti giudiziari, come peraltro il suo contendente Bertolaso (che in questo caso lui stesso menziona).
Veniamo alla proposte concrete.
Che la sicurezza si ottenga   attraverso “l’aumento dell’illuminazione pubblica” è quanto meno opinabile, “il coordinamento tra le forze dell’ordine” è poi competenza del prefetto e non del sindaco, che “il comandante dei vigili deve appartenere al Corpo e non venire da fuori” non crediamo sia la soluzione automatica della efficienza del Corpo stesso, ma giusto uno slogan per ingraziarsi qualcuno.
Ma Storace ha dato il massimo quando ha detto: “Prometto che, se sarò sindaco, convocherò in Campidoglio l’ambasciatore dell’India per dirgli che se i marò non tornano in Italia chiuderemo tutti i ristoranti e i negozi indiani di Roma“.
Peccato che nessuno tra il pubblico gli abbia ricordato che chi è in regola con la licenza e paga   le tasse ha gli stessi diritti degli altri e non puoi certo farlo chiudere se non beccandoti una denuncia.
E’ una regola di tutte le democrazie civili.
Ma forse era una delle sue solite barzellette: frequentare da troppi anni Palazzo Grazioli determina inevitabilmente una propensione ad ascoltarle.
E a raccontarle.

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BERLUSCONI ANTICIPA DI UNA SETTIMANA IL PLEBISCITO SU BERTOLASO

Marzo 6th, 2016 Riccardo Fucile

SABATO 12 L’ELETTORE DI AREA POTRA’ VOTARE BERTOLASO GIULIO O GIULIO BERTOLASO… MATTEO E GIORGIA REGGERANNO IL MOCCOLO

La risposta alle primarie del Pd a Roma? L’anticipo delle ‘gazebarie’.
Silvio Berlusconi ha deciso di accelerare.
Ha dato il via libera a non perdere tempo, a consultare subito il popolo della Capitale per lanciare Bertolaso nella corsa per il Campidoglio. Era una richiesta avanzata anche da Fdi.
In realtà  alcuni big azzurri ancora hanno qualche perplessità  sulla convenienza nel restringere i tempi ma la consultazione popolare si dovrebbe comunque tenere, apprende l’Agi, nel prossimo week end.
“Prima si fa e meglio è”, dice Maurizio Gasparri. Avverrà  sabato prossimo quindi la ratifica della discesa in campo dell’ex Capo della protezione civile.
Berlusconi, si sa, è stato sempre ostile alle primarie, anche quelle dem che si stanno tenendo a Roma e nelle altre città  d’Italia le considera una farsa.
A scegliere un amministratore di una città  devono essere i leader, occorre un sindaco all’altezza che venga sottoposto poi al giudizio degli elettori, la linea del presidente azzurro.
E dunque FI si sta mobilitando per organizzare le ‘urne elettorali’ a Roma e capire quali sono le esigenze dei cittadini.
Gli azzurri con la mossa su Bertolaso intendono anche rivitalizzare il partito e “rilanciare la rivoluzione realizzata da Berlusconi”, come spiega il senatore Francesco Giro, “dovremo cogliere questa occasione”.
Ma il Carroccio è molto critico sulla eventualità  che il referendum su Bertolaso diventi una sorta di consultazione sullo stesso Berlusconi.
Ma l’operazione è chiara: come Salvini ha gestito le primarie tarocco della Lega, questa volta i gazebo saranno in mano a Forza Italia, le sorprese sono escluse.
Tra gli azzurri c’è la convinzione che i dati dei sondaggi su Bertolaso siano in salita, quindi ci si prepara a dire che hanno votato 30.000 romani e che il gradimento di Bertolaso raggiiungerà  almeno il 70%.
A Salvini e alla Meloni non resterà  che reggere il moccolo.

(da agenzie)

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RENZI: “NIENTE GUERRA IN LIBIA, INTERVENTO SOLO SE LO CHIEDE UN GOVERNO SOLIDO”

Marzo 6th, 2016 Riccardo Fucile

SUL RAPIMENTO DEGLI ITALIANI: “ACCERTEREMO RESPONSABILITA’, C’ERA UN DIVIETO DI ENTRARE NEL PAESE”

“Con me presidente, l’Italia non manderà  5mila soldati a combattere in Libia. Nostro intervento? Solo se lo chiede un governo solido”.
Parola di Matteo Renzi, a Domenica Live su Canale 5, da Barbara D’Urso.
Dove parla di tutto: dalla politica estera alle unioni civili, dalle banche alla paternità  di Nichi Vendola, fino all’omicidio stradale e alle pensioni.
Nel mezzo battute e applausi. Infotainment puro.
Come l’ingresso in studio. Giacca e cravatta, musica di Ennio Morricone in sottofondo, saluti allo studio. Poi afferra la mano della conduttrice (i due si danno del tu da sempre) e salgono sul palco.
La prima domanda? “Parliamo di cose fatte” dice la conduttrice. E Matteo Renzi snocciola i numeri: su quante mamme hanno usufruito del bonus bebè (da lui annunciato sempre a Domenica Live ad ottobre 2014), sull’omicidio stradale divenuto legge, sulle unioni civili passate al Senato. Di palo in frasca.
Nel mezzo battutine, luci sparate, applausi a ogni slogan. Chi è in studio, però, parla di un pubblico non entusiasta, con l’indice dell’applausometro molto al di sotto delle aspettative.
“Io oggi lascerei perdere il politichese” dice Renzi, che si cala alla perfezione nel carattere nazional-popolare del programma: “Non bisogna trattare tutti i politici allo stesso modo, chi ruba va a casa anzi in carcere. Gli altri vanno trattati bene”. Applausi. E’ il momento di parlare di stepchild adoption e della paternità  di Nichi Vendola. “Quando c’è una nuova vita dobbiamo essere tutti contenti” sottolinea Renzi.
Libia e politica estera
“Le domande sono tante, Matteo” attacca la D’Urso per affrontare il tema dell’impegno italiano in Libia. “Ci vuole calma, la guerra non è un videogioco — puntualizza Renzi — Non è all’ordine del giorno la missione militare italiana perchè la prima cosa da fare è che ci sia un governo che sia solido, anzi strasolido, e abbia la possibilità  di chiamare un intervento della comunità  internazionale e non ci faccia rifare gli errori del passato.
L’ipotesi dei cinquemila uomini in Libia non c’è. Punto” assicura il premier. Poi l’esempio dell’intervento in Iraq e il quadro internazionale in cui è maturato.
“C’è una diga a Mosul, una ditta italiana ha vinto la gara per ristrutturarla — racconta il premier — Mi ha chiamato Obama, mi ha chiesto di aiutare perchè se quella diga crolla sarebbe una catastrofe. L’Italia è un grande Paese e noi andremo a proteggere chi ristrutturerà  la diga. Ma la guerra è una cosa seria, non si scherza”.
Oggi, però, è il giorno del ritorno a casa dei due italiani della ditta Bonatti.
“Da parte nostra ci sarà  tutto il sostegno necessario alle famiglie delle vittime e ai due italiani rapiti in Libia, che sono rientrati e hanno saputo solo stamattina della sorte dei due colleghi” dice Renzi, che però pone alcuni dubbi: “Dovremmo capire le responsabilità , perchè i quattro uomini poi rapiti sono entrati in Libia quando c’era un esplicito divieto di entrarci da parte nostra. C’è stata un’operazione di intervento, probabilmente dei cantieri da visitare. E’ ancora da chiarire. La vicenda è molto delicata”.
Alla presa di posizione del premier ha però risposto il presidente della Bonatti Paolo Ghirelli: “Ovviamente noi eravamo in Libia per un ruolo ben preciso che avevamo e abbiamo tuttora all’interno degli impianti della Mellitha Oil and Gas. Sono 8 mesi che collaboriamo a stretto contatto con l’unità  crisi della Farnesina. Abbiamo adempiuto tutti gli obblighi di legge“.
Banche, grandi opere pubbliche e cultura
Dopo la pubblicità , è la volta della politica interna. Banche, grandi opere, cultura e pensioni. “Quando l’ho detto alla stampa estera si sono messi tutti a ridere. Lo ribadisco qui: il 22 dicembre inaugureremo la Salerno-Reggio Calabria” promette Renzi, secondo cui l’Italia finirà  di essere “il Paese delle incompiute”.
Non poteva mancare la rassicurazione sulla situazione delle banche italiane: “Chi è stato truffato riavrà  i soldi fino all’ultimo centesimo ma tra quelli c’è anche chi ci speculava sopra” dice il premier, tornando sulla vicenda dei rimborsi agli obbligazionisti delle quattro banche salvate dal governo. Partendo dalla vicenda della Reggia di Caserta e del direttore che per i sindacati lavora troppo, il capo del governo ne approfitta per elencare gli interventi sulla cultura: “Abbiamo liberato risorse per un miliardo di euro e nei prossimi due anni li spenderemo in tutti gli edifici culturali, dalla Reggia di Caserta al museo che ospita i Bronzi di Riace, e in tutti i luoghi che hanno progetti lasciati a metà  — dice Renzi — E’ la più grande operazione di investimenti sui beni culturali con costi certi e tempi certi per re-impadronirci dei luoghi della nostra cultura e della nostra identità ”.
L’ultima richiesta della D’Urso è sulla situazione delle pensioni. “La disciplina è guardata con grandissima attenzione dall’Ue: quando saremo in condizione di prendere impegni li prenderemo” sottolinea il leader del Pd, che aggiunge: “Ora non siamo in condizioni di farlo ma stiamo lavorando a un sistema di flessibilità . Non si tagliano le pensioni. Non si tocca la reversibilità ”.
L’arrivo di Renzi a Mediaset: il dietro le quinte
E’ arrivato con il fido Filippo Sensi, a bordo di una Maserati. Un’ora prima della diretta, come da protocollo.
La quarta ospitata di Matteo Renzi da Barbara D’Urso nel salotto di Domenica Live su Canale 5 è iniziata come le altre. Con il comitato di benvenuto composto dal direttore di Videonews Claudio Brachino, dal direttore generale dell’informazione Mauro Crippa e dal presidente di Mediaset Spa Fedele Confalonieri ad accogliere il capo del governo. Come un amico.
“Buon pomeriggio, presidentissimo” dice il premier stringendo la mano a Confalonieri, che ricambia la familiarità .
E’ domenica, non manca la scena da bar sport. Renzi incrocia il cronista e gli fa i complimenti per l’abbigliamento scelto: “Maglione color viola, molto bello”, con evidente riferimento alla squadra del cuore.
Confalonieri rivendica il territorio rossonero: “Non sfottiamo presidente” dice, mentre il suo Milan perde in quel di Reggio Emilia contro il Sassuolo di Giorgio Squinzi.
Dopo il siparietto, dritto in camerino. Ingresso off limits per cronisti e addetti ai lavori. Il premier si prepara alla diretta. Almeno mezz’ora, divisa in due blocchi.
Ma è facile immaginare uno sforamento dei tempi, anche perchè l’ultima volta che si è accomodato sulla poltrona della D’Urso il premier ci è rimasto per quasi un’ora, il doppio di quanto previsto.
Parlerà  di Libia, questo è certo. Poi lavoro, unioni civili e politica interna. Il tutto dopo l’ospitata esclusiva di Naike Rivelli, la figlia di Ornella Muti, e di Yari Carrisi, il figlio di Al Bano e Romina Power. Che suona la chitarra per celebrare l’ingresso in studio di Siria.
Poi Barbara D’Urso: “Vi dobbiamo lasciare, sta per entrare in studio Matteo Renzi“.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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CORTE DEI CONTI: “GALAN DEVE PAGARE 5,2 MILIONI DI EURO”

Marzo 6th, 2016 Riccardo Fucile

“DANNO DI IMMAGINE ALLA REGIONE VENETO”

Gianfranco Galan deve pagare ancora.
A chiedere denaro, in questo caso per danno di immagine alla Regione del Veneto, è la Corte dei Conti di Venezia che ha avviato una istruttoria con pignoramento preventivo per ben 5,2 milioni di euro.
Il casus belli è legato alle dazioni per la realizzazione del Mose che, il Consorzio Venezia Nuova (Cvn) all’epoca dei fatti presieduto da Giovanni Mazzacurati, avrebbe dato all’ex ‘Doge’ poi divenuto ministro sotto il Governo Berlusconi, prima dell’Agricoltura e poi dei Beni culturali.
Gli atti – a firma del Procuratore Carmine Scarano – sono stati depositati una decina di giorni fa e si basano sul fatto che, con il ruolo di Governatore, Galan avrebbe provocato un pesante danno di immagine all’Ente che presiedeva.
La notizia circola a pochi giorni dall’inaugurazione dell’Anno giudiziario della Corte contabile nel corso della quale proprio il Procuratore Scarano aveva manifestato il fatto che i suoi uffici già  prima dell’inchiesta Mose – datata 2010 e chiusa nel 2015 con successivi patteggiamenti ed 8 rinvii a giudizio – avevano segnalato da tempo presunte gestioni di denaro pubblico sospette.
Per Galan una nuova ‘tegola’, considerato che per uscire dalla vicenda giudiziaria aveva patteggiato una condanna a 2 anni e 10 mesi di reclusione (li sta scontando dopo essere stato in carcere ai domiciliari) e 2,6 milioni di euro di multa.
Proprio per coprire questo esborso Galan si è trovato nella necessità  di cedere all’erario la sua famosa ‘Villa Rodella’ a Cinto Euganeo sui colli sopra Padova.
Ora però l’ex Governatore non ha più cifre da capogiro per coprire eventuali nuove sanzioni economiche e se la tesi della Procura delle Corte dei Conti dovesse essere accolta, dovrebbe pagare cedendo le ultime proprietà  solo a lui intestate in Italia.
Si tratta di un’abitazione e dei terreni per una cifra che non sfiora neppure il mezzo milione di euro.
Scatterebbe così, in toto, il pignoramento dei vitalizi che gli verrebbero elargiti dalla Regione del Veneto per il decennio di presidenza e quelli del Parlamento al momento della sua decadenza sulla quale da tempo è al lavoro un’apposita commissione. Vitalizi che per coprire la somma dovrebbero coprire alcuni lustri.
Ma per Galan il ‘rien va plus’ non è così scontato.
Come previsto dalla legge prima che scattino nuovi e futuri sequestri ha naturalmente il tempo per contro dedurre e difendersi di fronte ai giudici contabili per ottenere che la richiesta della Procura della Corte dei Conti venga respinta.

(da “Huffingtonpost”)

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NON SANNO IL NOSTRO NOME E CI CHIAMANO MIGRANTI

Marzo 6th, 2016 Riccardo Fucile

COME SI DIMENTICANO IL VOLTO, GLI OCCHI E LE VALIGIE DEI PROPRI NONNI

Tra tutte quelle persone che fuggivano dalla miseria c’ero anch’io.
Nei nostri occhi da emarginati c’era tutto ciò che il nostro destino ci obbligava a rivelare. Avevamo addosso l’odore dei poveri, tasche vuote e lo sconforto di chi ha visto le proprie fantasie ritornare tristi.
In Mali ho lasciato mia moglie e i miei figli, perchè dove sono nato io provvedere alla famiglia è una responsabilità  degli uomini e in paese non c’erano occasioni, non c’era nulla che mi avrebbe permesso di aiutare le persone che amavo.
Quando le dissi che sarei partito, lei sorrise in modo diverso e con debole protesta provò a convincermi a non andare.
Mi chiese di restare, disse che i soldi li avremmo trovati, che aveva paura.
I conoscenti raccontavano storie, qualcuno aveva perso un parente durante il viaggio verso l’Europa, altri vivevano meglio perchè avevano chi era riuscito ad arrivare dall’altra parte del Mediterraneo e mandava soldi a casa.
Mi scosse con furia la sera prima della partenza, mi ribadì che non ero obbligato a farlo, mentre io, mentendo con il sorriso di chi la sa lunga, le dicevo che sarei tornato il prima possibile, che se non avessi avuto certezze non sarei partito.
Salii su un pullman per il Burkina Faso una mattina di giugno, con 1.600 franchi e poche cose, che non mi sarebbero servite per il viaggio ma a ricordarmi da dove venivo.
C’erano le foto dei miei figli, di lei, di mia madre e le mie sorelle. Non avevo foto con mio padre, lui lavorava sempre e io ero cresciuto con la sensazione che avrei fatto la sua stessa fine.
La prima tappa mi illuse perchè fu semplice, pagammo al confine, attraversammo il Sahel e arrivammo a Ouagadougou dopo nove ore di viaggio.
Molti avevano solo i vestiti che indossavano e la paura che ai posti di blocco ci avrebbero chiesto altri soldi.
Ogni volta che ci fermavano i militari, ci dicevano con tono minaccioso che per passare bisognava pagare e che se non l’avessimo fatto non ci avrebbero restituito il passaporto.
In Niger conobbi Matar, un ragazzo del Mali come me.
Avevamo fatto una parte della tratta assieme e diventammo amici una sera che m’invitò a cenare con lui. Un pugno di riso, un po’ di patate e qualche cipolla soffritta.
Mangiavamo con le mani da un piatto al centro del tavolo fuori da un bar che restava aperto tutta la notte.
Matar si scioglieva in sorrisi doppi d’intensità  quando cercava di ricordare i motivi che l’avevano spinto ad «andare a morire in Europa».
Diceva proprio così, mentre con estrema cura accendeva la sua unica sigaretta.
Chiesero a tutti noi altri 800 franchi per lasciarci raggiungere il confine con la Libia, ci caricarono su un pick-up.
Eravamo in tanti, non parlava quasi nessuno, e chi lo faceva teneva gli occhi bassi.
Al confine l’autista ci consegnò ad altre persone che ci fecero attraversare il deserto fino alla città  libica di Zuwara dove restammo cinque giorni sulla spiaggia, in attesa che qualcuno dell’organizzazione si facesse vivo.
Ripartimmo il sesto giorno, eravamo almeno in 400. C’erano anche donne e bambini. Il barcone era condotto da quattro «soggetti», due ci controllavano, uno era al timone e l’altro al motore.
Prima di imbarcarci ci tolsero tutto, i soldi, i pochi gioielli e i vestiti negli zaini. Eravamo ammassati uno sull’altro, i bambini piangevano e chi chiedeva di uscire dalla stiva per prendere un po’ d’aria non veniva ascoltato.
Chi creava problemi veniva picchiato, però molti insistevano lo stesso, volevano uscire all’aperto, bere un po’ d’acqua, ma non era possibile, eravamo in troppi
Il peschereccio imbarcava acqua, navigammo in quelle condizioni per giorni. Persi la cognizione del tempo su quel barcone: senza cibo nè acqua, senza ripari dalla pioggia e dal freddo.
Finimmo in mare dopo una tempesta. Ci eravamo spostati tutti su un fianco del peschereccio per paura e quello si era ribaltato.
A bordo non c’erano giubbotti di salvataggio, solo urla. I ragazzi che non sapevano nuotare, tra cui Matar, colavano velocemente a picco ingoiati dal Mare.
L’acqua era gelida, molti, nonostante muovessero le braccia, non resistevano e venivano inghiottiti dal Mediterraneo.
In quel momento non pensavo al fatto che potevo morire, ma a mia moglie e ai miei figli, alle promesse che avevo fatto e all’infinità  di parole che avevo usato per rassicurarli.
Il mare sembrava non finire più, non c’era terra. Trovai un resto del barcone e cercai con tutto me stesso di tenermi a galla, qualcuno fece lo stesso, altri due si contesero un pezzo di legno ma alla fine andarono giù entrambi.
Esattamente un anno fa ho messo piede per la prima volta in Italia grazie a quegli uomini vestiti di rosso che mi hanno teso un salvagente e mi hanno tirato fuori dall’acqua.
Qui non ho trovato tutto quello che ho promesso a mia moglie.
Questo posto non assomiglia minimamente a tutto quello che mi è stato raccontato da mio padre.
In Italia ci chiamano migranti, come se questo servisse a far tacere il dolore e a rendere l’immagine di una strage una cosa ordinaria, di passaggio.
Ci chiamano migranti, come se non avessimo un nome, un volto, come se non avessimo una storia.
Ci chiamano migranti perchè è meglio che restiamo a casa nostra, che moriamo nelle nostre terre, e non nel loro mare che chiamano «Nostrum».
Ci chiamano migranti, come se fossimo una categoria e non persone, come se non fosse morto nessuno d’importante, nessuno che ha una famiglia.
Loro si sono chiamati coloni, turisti, esploratori quando nelle nostre terre hanno portato il malessere che oggi ci costringe a fuggire.
Ci chiamano migranti, per ricordarci che al mondo ci siamo noi e loro. Loro che hanno una famiglia, una casa, che se muoiono finiscono sui giornali con il loro nome, loro che hanno tutto e non provano vergogna.
Ci chiamano migranti. Noi che non siamo niente, che non siamo gli ultimi e nemmeno i primi.
Perchè i primi partivano da qui, dall’Italia, e avevano il volto dei loro nonni, gli occhi dei loro parenti, le valigie dei loro amici di famiglia.
E la speranza dei migranti.

Antonio Dikele Distefano
(da “il Corriere della Sera”)

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