Marzo 5th, 2016 Riccardo Fucile
UNA EMAIL SCOVATA DAL FOGLIO DIMOSTRA IL CONTROLLO DELLA CASALEGGIO ASSOCIATI
C’è un sistema di controllo della Casaleggio Associati sui parlamentari a 5 Stelle.
A scriverlo oggi è il Foglio, che ospita il racconto di Tancredi Turco, ex deputato M5S uscito a gennaio 2015.
“A un certo punto, a settembre 2014, venimmo a sapere che la Casaleggio Associati non solo aveva avuto informazioni sui nostri server di posta elettronica, ma capimmo pure che qualcuno da lì aveva potenzialmente accesso al nostro sistema di archiviazione e comunicazione interno, dove si depositano documenti. Ne discutemmo anche in assemblea, di questo fatto. Io, come altri, non feci una denuncia solo per il bene del Movimento. Ma la cosa diede fastidio, si fa per dire, a tanti”
Il quotidiano diretto da Claudio Cerasa ricorda che appena un anno prima, a fine 2013, qualcuno aveva violato la posta elettronica di Giulia Sarti, giovane deputata emiliana, diffondendo foto private, stralci di conversazioni, sfoghi, giudizi, umori.
Parla a tal proposito colui che svolgeva il ruolo di addetto stampa della Sarti, Lorenzo Andreghetti.
“Giulia Sarti si era messa contro lo staff della comunicazione. Alla fine, chissà come, mentre Giulia si lamentava dello staff, sono state diffuse le sue mail, accompagnate dalla minaccia anonima di rivelarne altre, e di altri parlamentari. A quel punto stavano tutti zitti. C’è sempre stata una tensione che si tagliava con il coltello. Una paura incredibile di essere abbandonati ai cani, di essere in qualche modo esposti alla gogna del web, di essere sputtanati, e di essere anche spiati”.
Il Foglio prosegue raccontando che a settembre 2014 M5S incaricò la Wr Network, azienda torinese fornitrice di servizi per la Casaleggio Associati, di controllare la sicurezza del sistema “parlamentari5stelle.it”, un sistema che oltre alle mail personali dei deputati conteneva ovviamente anche altri dati riservati. Per questo all’ingegnere della ditta non venne dato il pieno accesso alla piattaforma. tuttavia il 30 settembre, su indicazione della Casaleggio Associati e senza informare il responsabile legale del gruppo parlamentare, la capogruppo Paola Carinelli e il capo della comunicazione Ilaria Loquenzi consegnarono alla ditta la password del sistema. E la Wr Network in tempi brevi modifica tutti gli accessi al sistema informatico. Lo smantella, lo rende inaccessibile e non funzionante.
Dinanzi alle preoccupazioni e alle proteste dei parlamentari, risponde la Casaleggio Associati. Una lettera, via mail, datata 3 ottobre e firmata “lo staff di Beppe Grillo”, nella quale si dice espressamente che il sistema non è ripristinabile, va cambiato. La mail contiene un dettaglio che sembra rivelare che lo staff aveva molte informazioni sulla piattaforma: “ad ora risultano meno di 30 persone che stanno utilizzando in modo continuo o la posta o il calendario”.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 5th, 2016 Riccardo Fucile
OLTRE IL DOLORE ANCHE LA RABBIA: “PIU’ TUTELA PER I TRASFERTISTI”
Fra la gioia per gli ostaggi liberati e il dolore per quelli uccisi si inserisce anche il sentimento di rabbia. 
E’ quella – in questi giorni di silenzio da parte dell’azienda – nei confronti della ditta Bonatti esternata da parte del legale di Salvatore Failla e dei sindacati.
Failla è morto insieme al collega Fausto Piano nello scontro fra miliziani e rapitori due giorni fa: insieme a Piano era stato separato dagli altri due colleghi, Gino Pollicardo e Filippo Calcagno, che sono riusciti oggi a liberarsi da soli e presto rientreranno dalle loro famiglie in Italia.
A piangere Failla invece ci sono i suoi famigliari, amici, e l’avvocato Francesco Caroleo Grimaldi, che punta il dito contro l’azienda parmigiana che operava per conto di Eni in Libia, ditta con più di 6000 dipendenti.
“E’ necessario accertare eventuali responsabilità della società Bonatti sulla mancata sicurezza per i quattro tecnici che non avevano nessuna protezione – attacca il legale -è un dato di fatto che i quattro abbiano dovuto compiere il trasferimento da Tunisi al compound dove avrebbero dovuto lavorare senza alcuna scorta armata e senza alcuna protezione”.
“Fino ad adesso abbiamo mantenuto un riserbo perchè eravamo consapevoli della delicatezza della situazione ma da oggi in poi parleremo perchè vogliamo risposte e chiarezza” continua Grimaldi.
Il tema della sicurezza dei tecnici e non solo – anche in vista di possibili impegni italiani in Libia – era stato toccato ieri in attesa di conferme sulla morte di Failla e Piano anche dalla Uil di Parma che conta una ventina di iscritti all’interno della Bonatti.
Il segretario Cuppone lamentava la mancanza di “confronto sul tema della sicurezza”.
Sullo stesso tema oggi si sbilancia anche la Cgil. “Il paradosso di questa storia è questa: felicità per la liberazione di questi due colleghi ma il tutto a meno di un giorno dalla tristezza e il dolore per la sorte di altre due persone” dice Antonino Leone, segretario Fillea Cgil di Parma che ha seguito da vicino il rapimento dei quattro. ”Sicurezza garantita? La Bonatti sicuramente provvede per questi lavoratori trasfertisti – ha risposto Leone – La ditta si occupa degli alloggi, dei trasferimenti, delle coperture assicurative, di tutto. Resta però la questione aperta dei territori dove operano realtà terroristiche o nelle zone di guerra. Forse in Libia c’è stata una eccessiva fiducia nelle proprie capacità , nei propri mezzi, nelle proprie conoscenze del territorio considerando che cosa è successo dopo la caduta di Gheddafi”.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 5th, 2016 Riccardo Fucile
L’EROE PADANO, TAGLIATO DAI PROGRAMMI MEDIASET, AVEVA ACCETTATO LA VERGOGNOSA RITIRATA, LA MELONI ERA D’ACCORDO… POI SILVIO DECIDE IN SERATA CHE NON SONO NECESSARIE NEANCHE COSI’… ORA SALVINI RESTA COL CERINO IN MANO: FARSI CONTARE O RITIRARE LA LISTA COME ABBIAMO SEMPRE SOSTENUTO
L’ennesimo attacco di convulsioni del centrodestra su Roma (e non solo) si manifesta quando, attorno alle 20, Silvio Berlusconi ha appena finito di parlare all’Ergife.
A modo suo: “Le primarie non si faranno. Sarà il sindaco di Roma”.
Il tutto ovviamente condito dai classici di uno stanco repertorio: dalla promessa che attuerà un programma law and order di Giuliani a New York alla solita autocelebrazione sull’Aquila: “Io e Guido a L’Aquila veniamo portati in giro come la Madonna e il Bambin Gesù”.
Peccato che ormai i giornali locali siano pieni di foto di balconi che cadono e di case fatiscenti (quelle appunto di Berlusconi-Bertolaso) a soli 7 anni dal sisma.
A un certo punto l’ex premier annuncia 100 gazebo — il 19 e 20 marzo – per aprire la campagna elettorale a Roma, dove “chiedere ai cittadini romani quali siano le cose le preoccupano di più e quali ritengono siano gli interventi più urgenti da fare nella città ”. E conclude: “Ho convinto Salvini”.
Pochi minuti dopo, le agenzie battono la risposta di Salvini: “Bertolaso non è il mio candidato a meno che non me lo impongano i cittadini ai gazebo”.
Una risposta pubblica preceduta, nel giro di telefonate coi suoi, da uno sfogo. Che suona così: Silvio ha detto l’opposto di quello su cui ci eravamo accordati; ma ci fa o ci è?
Per capire l’accordo, parolone che in questa storia è l’eccezione tra una convulsione e l’altra, occorre riavvolgere la pellicola del film alla mattina.
Quando i due si telefonano, dopo una lunga preparazione tra i pontieri. Va così. Berlusconi è intransigente su Bertolaso e sul no alle primarie, perchè rappresentano un precedente. E Salvini cede.
Però, per come si sono messe le cose, ha bisogno di un modo per tornare indietro senza che sembri una sconfessione. Rinuncia a primarie vere, ma almeno chiede consultazioni finte.
Alla fine l’accordo suona così: “Salvini dice sì a Bertolaso, ma Berlusconi accetta delle finte primarie. Dice cioè che ai gazebo i cittadini potranno dire sì o no a Bertolaso”.
Insomma, una scheda con “Bertolaso sì o Bertolaso no”, non primarie vere.
È un compromesso che, comunque, consente di andare avanti dando a Salvini la possibilità di dire che comunque si vota per poi sostenere (o far finta di sostenere) Bertolaso.
Un compromesso che Giorgia Meloni benedice, pure lei contattata a telefono: “Se serve una supercazzola per finirla con questo asilo, va bene. Basta che ci mettiamo a fare campagna elettorale”.
Il problema è che, alla fine, Berlusconi tira dritto. E non accenna alla possibilità di dire Bertolaso sì Bertolaso no. Il candidato non si vota.
E ripartono le convulsioni.
La verità — spiegano quelli attorno al Cavaliere — che qualcosa tra il vecchio leader e l’alleato si è rotto. Psicologicamente.
Uno che ha retto le rotture politiche con Fini, Alfano, da ultimo con Fitto, in nome della non contendibilità della leadership, considera Salvini una specie di ragazzetto rozzo, privo di educazione e logica, e per di più lo considera politicamente uno che pensa solo al suo orticello: prima Salvini chiese a Bertolaso di candidarsi, poi ha fatto le primarie, poi torna indietro.
E per Berlusconi un ragazzino così si educa con la forza: “Dite di cancellarlo da Mediaset, così vediamo” ha ordinato un paio di giorni fa.
E, in fondo, le maniere forti hanno sortito un certo effetto, perchè Salvini è passato dal “Bertolaso mai” al Bertolaso a certe condizioni.
Ora le certe condizioni sono saltate. E la convulsione continua.
(da “Huffingtonpost“)
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Marzo 4th, 2016 Riccardo Fucile
SI PREPARA L’INCIUCIO, “IL TEMPO” LA SPONSORIZZA: “NESSUNO TOCCHI VIRGINIA , LA FAMIGLIA E’ STORICAMENTE DI DESTRA”… LA SANTANCHE’: “VOTEREI PER LEI”… CASALEGGIO LE FA DIRE QUALCOSA CONTRO I ROM E IL GIOCO E’ FATTO: IL POPOLO DISPERSO DELLA DESTRA ABBOCCA
“Niente fango su Virginia” è il titolo dell’editoriale di prima pagina di giovedì 25 febbraio. L’attacco,
come il titolo, è vibrante-indignato: “Nessuno tocchi Virginia Raggi. La brava e bella candidata di Beppe Grillo per il Campidoglio è oggetto di una violentissima aggressione politico-mediatica”.
No, non state leggendo il Fatto, notoriamente vicino al partito di Casaleggio, e neppure una qualche versione cartacea del Sacro Blog.
Lo sdegnato editoriale è apparso sul Tempo, il quotidiano storico della destra romana, ed è firmato dal direttore Gian Marco Chiocci.
Il “fango” di cui parla il Tempo è un fatto, noto negli ambienti cinquestelle romani, ma curiosamente omesso dal curriculum ufficiale della candidata: Virginia Raggi dopo la laurea in giurisprudenza ha svolto la pratica legale presso lo studio Previti, dal 2003 al 2006.
Dopodichè è passata a lavorare nello studio di Pieremilio Sammarco, fratello del difensore di Previti, Dell’Utri e Berlusconi, nonchè figlio del giudice che annullò il lodo Mondadori consegnando al Cavaliere le chiavi di Segrate.
Certo, aver lavorato per Previti è una medaglia agli occhi della redazione e dei lettori del Tempo, ma è sufficiente a suscitare tanto affetto, tanto trasporto?
Per fugare ogni dubbio, è sufficiente prendere in mano una copia del Tempo di lunedì 29 febbraio.
La prima pagina è pressochè interamente occupata da una foto della “brava e bella” Virginia, con un titolo a caratteri cubitali che lascia poco spazio alla fantasia: “Così cambierò la mia Roma”.
A nessun candidato del centrodestra — e sì che sono tanti, fra reali e virtuali — è finora stato offerto un palcoscenico così prestigioso e simpatizzante.
Con meritata soddisfazione, l’indomani il direttore Chiocci può così scrivere nel suo editoriale che “a destra c’è chi sta pensando di votare quella ragazza lì, la Raggi, la grillina acqua e sapone, avvocato di bella presenza, che dopo l’intervista al Tempo ogni talk politico ora vuole in studio per alzare finalmente lo share”.
Se non è un endorsement esplicito, ci manca davvero poco.
E sorge il dubbio che non si tratti soltanto di un caso o di una felice coincidenza. Guido Bertolaso è un candidato debole, per molti addirittura impopolare, imposto da Berlusconi ma sgradito a quasi tutte le anime della destra romana.
Mentre la Raggi, scelta mesi fa da Casaleggio spaccando a metà il M5s romano, appare come il possibile cavallo vincente per sbarrare al centrosinistra il ritorno in Campidoglio.
Lei, del resto, sembra perfetta per raccogliere i voti della destra.
Mentre il povero Bertolaso si è lasciato sfuggire che “i rom sono una categoria che è stata vessata e penalizzata”, la “brava e bella” Virginia ha detto senza mezzi termini che “non è accettabile che continuiamo a spendere 24 milioni l’anno per mantenere persone che possono lavorare”, e dunque “il superamento dei campi rom non è più rinviabile” — anche se poi, su questo come su ogni altro punto del programma, si è guardata bene dallo spiegare come, quando e con quali mezzi.
Se Paolo Liguori l’ha incensata per una puntata intera di Fatti e misfatti con l’aiuto dell’immancabile Chiocci — e certe cose non accadono mai per caso, soprattutto a Mediaset — sul fronte opposto, quello filogrillino del Fatto, l’imbarazzo è palpabile.
Il non-organo del non- partito finora della Raggi non si è mai occupato: nè un commento, nè un’intervista, neppure un accenno al programma, niente.
Una firma autorevole del giornale di Travaglio, Marco Lillo, ha preferito (o ha dovuto) scrivere sul suo blog online, anzichè sul quotidiano di carta, una dura requisitoria contro la candidata di Casaleggio: “Il punto è che Virginia Raggi, una 25enne che doveva farsi strada nell’Italia del berlusconismo imperante, una donna giovane ma non incapace di capire dove vive e come vanno le cose del mondo, in quel momento storico sceglie di accettare la proposta di fare pratica allo studio Previti. Erano gli anni in cui Berlusconi e i suoi attaccavano i giudici, inventavano il lodo Schifani, la legge Cirielli e altre schifezze simili. I giovani della sua età il giorno della condanna del 2003 contro Previti, come racconta l’Ansa, erano lì a suonare il clacson sotto le finestre dello studio del simbolo vivente dell’ingiustizia e dell’arroganza del potere. Lei invece in quello stesso studio andava a prendere gli ordini per fare i giri di cancelleria”.
Ieri il Fatto ha riportato una battuta sfuggita a Daniela Santanchè (“A Roma voterei la grillina Raggi”) nonchè la “convinzione comune, a detta dello stesso Previti, che ‘la famiglia Raggi sia storicamente di destra’, per non dire fascista”, ma curiosamente nè nel titolo nè nell’occhiello nè nel sommario del pezzo si cita la candidata del M5s.
La spregiudicatezza di Casaleggio è nota: offrire ad una destra lacerata e senza leadership riconosciute una ragazza “di bella presenza” cresciuta nella galassia Previti, infischiandosene degli effetti collaterali, è una mossa di indubbia abilità .
Qualcosa del genere sta accadendo a Torino (dove la candidata cinquestelle, Chiara Appendino, è una rassicurante bocconiana figlia, secondo l’Espresso, del “mondo della buona borghesia imprenditoriale torinese”).
Insomma, dal punto di vista del M5s la posta in gioco è chiara: per vincere, o almeno per competere con il Pd, bisogna rastrellare i voti della destra.
E la destra sta allegramente al gioco (qualcuno avrà i suoi interessi).
Fabrizio Rondolino
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Marzo 4th, 2016 Riccardo Fucile
SIAMO AL BURLESQUE: IL 20 MARZO GAZEBO DI FORZA ITALIA E FDI… PER LA LEGA SONO PRIMARIE, MA PER SILVIO SOLO “PUNTI DI ASCOLTO SUI PROBLEMI DELLA CAPITALE DA SEGNALARE A BERTOLASO”
Il centrodestra continua a non trovare una soluzione per il candidato alla poltrona di sindaco di Roma. Ormai è guerra totale. E Silvio Berlusconi e Matteo Salvini sono i principali contendenti. L’ultima puntata oggi.
Da domenica scorsa, giorno delle “primarie” promosse dalla Lega, il leader del Carroccio chiede a gran voce che il nome del papabile venga scelto con le primarie.
Il Cavaliere ha sempre rifiutato l’ipotesi e stasera, a sospresa, ha rilanciato: “Il 19 e il 20 marzo lanceremo una campagna in sostegno della candidatura di Guido Bertolaso a sindaco di Roma. Allestiremo dei gazebo e chiederemo quali sono le cose che più preoccupano i romani e i piccoli interventi da fare nei primi cento giorni della giunta. Ad esempio, interventi immediati sui giardini, perchè io soffro nel vedere l’incuria assoluta e totale per il verde. Cominceremo così una grande campagna elettorale. Ci metteremo subito al lavoro per ridare a Roma la bellezza, l’ordine e la dignità che si merita”.
Insomma non delle “primarie”, ma una semplice campagna di ascolto dei cittadini. Cosa ne pensa Salvini? Berlusconi non ha dubbi: “Con Matteo siamo d’accordo sulla candidatura di Bertolaso. L’ho sentito stamattina, va bene così. Tutto a posto, Guido è un candidato a vincere non a perdere”.
Bene, quindi è tutto sotto controllo. Neanche per sogno.
A stretto giro di posta arriva infatti la replica di Salvini: “Matteo Salvini e Noi con Salvini non hanno alcun candidato fino a quando non si esprimeranno i romani ai gazebo del 19 e del 20 marzo. Se sceglieranno Bertolaso bene, se no seguiremo altre vie. Bertolaso non è il mio candidato, a meno che non me lo impongano i cittadini ai gazebo”.
Parole che non fanno che aumentare la confusione.
L’impressione, infatti, è che il leader del Carroccio consideri quelli del 19-20 marzo delle “primarie del centrodestra”, ma il Cavaliere ha evidentemente nella testa altri pensieri.
La farsa continua.
(da “il Tempo” e agenzie)
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Marzo 4th, 2016 Riccardo Fucile
TUTTE LE BUGIE DEL CANDIDATO SINDACO DI MILANO
Giuseppe Sala sui conti Expo ha mentito due volte. 
La prima quando ha dichiarato che il bilancio 2015 non sarebbe stato in rosso (il 23 dicembre 2015 in una videointervista al fattoquotidiano.it e poi il 20 gennaio 2016 al confronto con gli altri candidati delle primarie al teatro Dal Verme).
La seconda quando ha dichiarato solennemente che l’operazione si concludeva con il patrimonio netto positivo (il 25 gennaio davanti alle commissioni Expo e Partecipate di Palazzo Marino).
Ora i dati — non ancora definitivi, ma ufficiali — allegati al verbale dell’assemblea dei soci di Expo spa del 9 febbraio 2016 provano la doppia bugia del commissario Expo, candidato sindaco del centrosinistra. Il bilancio 2015 risulta infatti in rosso per 32,6 milioni.
E il patrimonio netto risulterà , a fine attività , negativo per almeno 44,1 milioni.
Intendiamoci: Sala avrebbe potuto dire che un’operazione come Expo non si giudica dai conti, perchè aveva obiettivi d’immagine (rilanciare nel mondo Milano e l’Italia) e di volano per uno sviluppo economico a più lungo termine (per misurarlo, sono al lavoro gli economisti della Bocconi).
In fondo, le cifre di Expo sono semplici: sono stati conferiti, negli anni, soldi pubblici per 1 miliardo e 241 milioni di euro.
Gli incassi (da biglietti, sponsorizzazioni, royalties) sono stati poche centinaia di milioni. Alla fine, tutto il tesoretto di Expo sarà bruciato, anzi non basterà . Questa è la cruda verità .
Le dichiarazioni di Sala si sono invece sempre mosse in un’alea di ambiguità , nel tentativo di non farsi poi smentire dai fatti. Ma i fatti alla fine arrivano a chiudere i conti. Eccoli.
1. Il bilancio 2015.
Il budget approvato il 19 marzo 2015 prevedeva “un utile d’esercizio significativo, derivante da ricavi stimati di vendita dei biglietti per il semestre espositivo che è atteso tale da consentire la copertura delle perdite di gestione dei precedenti esercizi”. Obiettivo fallito.
I visitatori sono stati molti meno del previsto, probabilmente circa 18 milioni, invece dei 24 o 20 ipotizzati.
Ma i dati veri non sono rivelati da Sala, che si trincera dietro il dato dei biglietti venduti: 21,4 milioni, che sono però restati in parte nei cassetti dei distributori.
Per cercare di aumentare i visitatori è stato abbassato il prezzo medio di vendita (17,4 euro). Una parte dei ricavi da biglietti (ben 19,9 milioni di euro) non è ancora stata incassata e forse non lo sarà mai.
Ancora da incassare anche 51,4 milioni da sponsorizzazioni. Sono 71,3 milioni a rischio che, tolti i 20 milioni accantonati come fondo rischi, potrebbero portare il rosso di bilancio previsto nel documento dell’assemblea soci (32,6 milioni) a quota 84 milioni.
A questi vanno aggiunti i soldi che Arexpo, la società che detiene i terreni, deve dare a Expo spa (153,3 milioni: 86,8 per l’infrastrutturazione dell’area, acquisto aree minori e bonifiche su cui c’è accordo; e 66,5 milioni per le bonifiche contestate), ma che non le darà perchè, ormai diventata “sviluppatore immobiliare” del dopo Expo, ingloberà Expo spa e dunque non pagherà .
Il rosso sale così a 237,2 milioni.
E in questo risultato c’è l’aiutino concesso dal governo Renzi in extremis, a dicembre 2015: 20 milioni per un nebuloso “aumento oneri di sicurezza” senza il quale il rosso sarebbe stato addirittura di 257 milioni.
2. Il patrimonio netto.
È positivo, giura Sala, per 14,2 milioni. Peccato che l’operazione Expo non si chiuda a dicembre 2015, come fa finta di credere il commissario-candidato: nel suo oggetto sociale — come dice chiaramente il collegio sindacale — è compreso anche lo smantellamento dei padiglioni, fino a giugno 2016, quando il sito sarà consegnato ad Arexpo.
Il budget di spesa previsto per i sei mesi del 2016 è di 58,3 milioni: il patrimonio positivo di 14,2 milioni diventerà dunque a giugno negativo per 44,1 milioni.
È la seconda bugia di Sala. Del resto, che le cose si mettano male è segnalato dallo stesso verbale dell’assemblea soci: a fine giugno 2016 la società , che dovrà provvedere alla liquidazione del personale, avrà un buco di cassa di 88,4 milioni.
Poi c’è l’incognita degli extracosti, i compensi in più pretesi dai costruttori, su cui sono ancora aperti contenziosi. Expo, insomma, si chiuderà a giugno con un buco di almeno 44,1 milioni, altro che patrimonio netto positivo.
Ma Sala si è ormai messo al sicuro come candidato sindaco del centrosinistra, che lo dovrà difendere a ogni costo.
Nel gioco delle tre carte tra Expo e Arexpo, diranno che i soldi pubblici che dovranno ancora essere buttati nell’impresa non sono da considerare pagamenti dei debiti di Expo, ma anticipi per il meraviglioso futuro del piano Arexpo (peraltro ancora sconosciuto). Chi vorrà , potrà crederci.
3. Trasparenza zero.
C’è stata una vischiosa resistenza a rendere pubblici anche i dati già disponibili, in una mancanza di trasparenza ancor più preoccupante in chi si candida a diventare sindaco. Dunque:
1. L’assemblea dei soci di Expo spa era stata convocata per il 29 gennaio, ma è stata poi tenuta aperta fino al 9 febbraio: guarda caso dopo le primarie (6 e 7 febbraio).
2. Il verbale è stato consegnato ai consiglieri comunali solo il 26 febbraio, su espressa richiesta del presidente del Consiglio comunale Basilio Rizzo, dopo le anticipazioni pubblicate dal Fatto Quotidiano.
3. Al verbale sono allegate 32 pagine di grafici e cifre, che sono datate 21 dicembre 2015: perchè sono state tenute nascoste e non sono state consegnate prima ai consiglieri, almeno in preparazione della riunione delle commissioni Expo e Partecipate di Palazzo Marino del 25 gennaio?
Negli Stati Uniti e negli altri Paesi democratici, di norma chi mente ai cittadini deve rinunciare alla carica.
Da noi Giuseppe Sala continua la sua corsa verso Palazzo Marino, nel silenzio assordante di gran parte della stampa.
Gianni Barbacetto
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 4th, 2016 Riccardo Fucile
INCREDIBILE FALSO DI UN ENTE DI STATO PER ASSECONDARE IL GOVERNO
Dopo quattro giorni di polemiche via Twitter con alcuni economisti “gufi”, l’Istat ammette: nel 2015 il pil corretto per gli effetti di calendario, cioè tenendo conto che i giorni lavorativi sono stati tre in più rispetto al 2014, è aumentato dello 0,6%.
Il dato destagionalizzato, peraltro identico a quello preliminare diffuso il 12 febbraio, è nero su bianco nel comunicato sui conti economici trimestrali diffuso venerdì, che conferma il “progressivo indebolimento” della crescita congiunturale: nel primo trimestre dello scorso anno il prodotto è cresciuto dello 0,4%, nel secondo dello 0,3%, nel terzo dello 0,2%, nel quarto solo dello 0,1%. Lo 0,8% comunicato martedì, che è il numero rivendicato fin dallo scorso dicembre dal premier Matteo Renzi (il governo nell’aggiornamento del Def aveva invece previsto un +0,9%), è invece un dato grezzo, non depurato per i giorni lavorati.istat
“Per arrivare a quel +0,8%”, dice a ilfattoquotidiano.it il gestore e consulente finanziario Mario Seminerio, “è stato fatto un gioco delle tre carte, facendo leva sul fatto che lo scorso anno ha avuto tre giornate lavorative in più rispetto al 2014.
In più bisogna tener conto che per poter comunicare un “+0,8%” basta arrivare a 0,751, visto che l’arrotondamento viene fatto alla terza cifra decimale”.
In effetti l’Istat ha fatto sapere che lo scostamento tra il dato grezzo e quello destagionalizzato è pari a 0,12 punti percentuali: “+0,759% contro 0,642%”.
Ma, a parte gli zero virgola, quel che davvero conta è la composizione del nostro prodotto, sottolinea il titolare del blog Phastidio.net: “Per lo 0,5% si tratta di un aumento delle scorte. Ed è verosimile che sia legato soprattutto alla ripresa delle attività di Fiat in Italia. Ci sono analisti che stimano che la sola casa automobilistica abbia generato fino allo 0,3% della crescita. Ora però c’è un evidente rallentamento dell’economia globale, che si tradurrà in un calo dell’export. Con inevitabili conseguenze sulla Penisola”. Dove nel frattempo “gli investimenti restano stagnanti”.
D’accordo l’economista Francesco Daveri, che fa notare: “Via Twitter mi hanno bacchettato, ma i numeri erano strani e andavano spiegati. Ora leggiamo che il risultato è quello che continuavo a ottenere io analizzando le cifre trimestrali diffuse dalla stessa Istat: +0,6%. Comunque il vero dato è che la crescita si sta fermando: vendite e produzione industriale ristagnano. I consumi non ripartono perchè le tasse sono scese troppo poco e le famiglie non percepiscono un aumento consistente del reddito disponibile. In questo quadro, raggiungere nel 2016 il +1,6% previsto dall’esecutivo mi sembra davvero difficile. Il governo dovrà adeguare le sue previsioni sulle entrate fiscali al nuovo scenario o fare qualcosa in più per rilanciare la crescita. Servono investimenti veri, non incrementi delle scorte”.
Quanto all’impatto degli stabilimenti Fiat Chrysler, “è stato forte sul fronte dell’accumulazione di scorte nel primo trimestre 2015, ma poi c’è stato un rallentamento”.
Negli ultimi giorni il docente di Politica economica aveva fatto notare come sul ritocco al rialzo comunicato martedì possa aver influito anche la contestuale “revisione straordinaria delle serie storiche”, in seguito alla quale il prodotto interno lordo del 2014 è stato ridotto di 2 miliardi rispetto a quello reso noto a settembre 2015.
Partendo da un livello più basso, il progresso risulta maggiore, era il ragionamento. Istat ha smentito con diversi comunicati pubblicati su Twitter. In quello postato sul social network giovedì si legge che “la dinamica meno negativa del Pil misurata per il 2014 potrebbe avere qualche effetto di trascinamento sul 2015, ma data la sua dimensione minima, l’Istat può già affermare che l’impatto sarà infinitesimale”.
Dalle serie storiche pubblicate venerdì emerge poi una ulteriore revisione, stavolta al ribasso: il Pil 2014 a prezzi di mercato in valori concatenati, corretto per gli effetti del calendario, risulta pari a 1.536,5 miliardi contro i 1.535,5 delle serie diffuse martedì.
Sempre venerdì l’Istat ha ribadito che “i dati trimestrali pubblicati oggi sono perfettamente coerenti con quelli annuali di martedì scorso poichè incorporano la stessa variazione annua sul dato grezzo seppure aggiungendo ulteriori informazioni”. Inoltre l’istituto ricorda: “Che la differenza di numero di giorni lavorativi tra 2014 e 2015 avesse approssimativamente un impatto di poco più di 0,1 punti percentuali era stato già precisato con una nota il 5 dicembre 2015″.
Chiara Brusini
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 4th, 2016 Riccardo Fucile
PRIMARIE ROMA, ASSOCINA: “NON ABBIAMO RICEVUTO RISPOSTE COMPLETE DAI CANDIDATI”
Alle primarie del centrosinistra i cinesi di Roma non sanno chi votare. 
Lo riferisce all’agenzia di stampa Agi Marco Wong, presidente onorario di Associna che, con altre associazioni cinesi, ha promosso nei giorni scorsi la campagna Jasmine Roots (Radici di Gelsomino) per orientare gli elettori sino-cinesi al voto di domenica. Un’idea nata per evitare le strumentalizzazioni politiche viste alle primarie di Milano, quando il voto dei cinesi per Sala sollevò polemiche.
“La nostra analisi dei candidati ha prodotto conclusioni monche. Non siamo riusciti a incontrarli direttamente tutti e abbiamo ottenuto risposte incomplete alla lista delle 10 domande e 10 proposte che abbiamo sottoposto loro” spiega Marco Wong.
“Gli elettori cinesi non potranno esprimere, quindi, un appoggio pieno e pubblico a nessuno dei candidati. Abbiamo tradotto in cinese il materiale elettorale, stiamo cercando di portare un po’ di gente al voto”.
Elettori meno motivati e possibile scarsa affluenza al voto, quindi. Sala a Milano aveva incontrato alcuni rappresentanti della comunità cinese e li avevi convinti, generando quel ‘voto di massa’ che aveva fatto inarcare più di un sopracciglio.
A Roma è invece probabile che nonostante il lavoro del comitato, l’affluenza al voto sia inferiore alle aspettative, aggiunge Marco Wong.
Oltretutto, a complicare la partecipazione elettorale è sopraggiunto anche il ‘doppio passaggio’, ovvero la preregistrazione al voto.
“Purtroppo non siamo riusciti a incontrare direttamente i candidati dati per favoriti in questa competizione elettorale, cioè Roberto Giachetti e Roberto Morassut”: così la circolare emessa ieri da Jasmine Roots.
Alle primarie del Pd romane i cinesi hanno giocato la carta della trasparenza, lanciando una campagna mediatica per rendere chiaro il meccanismo di voto di una comunità composta da 15mila persone, di cui un migliaio gli elettori effettivi.
Il comitato ha sottoposto una lista di 10 domande e 10 proposte ai candidati, con l’obiettivo di elaborarle e condividerle con la comunità dei votanti.
Ma a parte Pedica, subito disponibile all’incontro, non con tutti è stato possibile ottenere un confronto diretto. A due giorni dal voto, Jasmine Roots fa sapere di aver incontrato solo due candidati, ovvero Pedica e Gianfranco Mascia; i rappresentanti dei comitati di Giachetti e Morassut; il presidente del Pd Matteo Orfini. “Non siamo riusciti a contattare nè Rossi nè Ferraro”, dicono.
E veniamo all’analisi dei candidati. “Abbiamo sottoposto le nostre domande/proposte ai comitati di Giachetti e Morassut ma, non avendo avuto una risposta in tempo utile, ci siamo basati su posizioni da loro espresse in altri contesti o da persone del loro comitato elettorale che ci hanno comunicato il loro apprezzamento per l’iniziativa, invitandoci comunque a sostenerli ora, ma soprattutto dopo le primarie”.
Nel caso di Pedica, si legge ancora nella nota, “abbiamo registrato le sue opinioni sul commercio, sulle attività svolte insieme ad altre comunità di stranieri in Italia e sulla sicurezza”. Ma Pedica non è stato l’unico ad aver accettato di incontrare i cinesi. Un confronto c’è stato anche con Mascia che ha “condiviso tutti i punti del nostro documento aggiungendo l’idea di un centro interculturale”. Infine, nell’incontro con Matteo Orfini, “sono state ricordate le varie attività svolte dal Partito Democratico, tra cui il Forum Immigrazione”.
Conclusioni “monche”, quindi.
I cinesi non escludono che siano state proprio le polemiche generatesi dopo le primarie milanesi a condizionare la possibilità di incontrare i candidati dati per favoriti dai sondaggi, “per questo motivo non abbiamo la possibilità di dare un suggerimento netto a favore di un candidato” continua la nota.
“Abbiamo apprezzato la disponibilità di Pedica che ci ha incontrati con pochissimo preavviso, la piena aderenza alle nostre proposte di Mascia, l’apertura a proseguire un dialogo dimostrataci dai vari membri dei comitati di Giachetti e Morassut, ma gli elementi che abbiamo a disposizione non sono sufficienti a esprimere un appoggio pieno. Siamo comunque convinti che sia importante partecipare per mostrare la volontà , da parte della comunità cinese, di essere presente e contare, scegliendo senza nostri suggerimenti il candidato che più rispecchia ogni singolo” conclude la nota.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 4th, 2016 Riccardo Fucile
I GIUDICI DI FIRENZE: “QUELLO NON E’ UN PARTITO”… LA NOTA DI PRECISAZIONE DEL MOVIMENTO SOCIALE – FIAMMA TRICOLORE
La battaglia per lo storico simbolo del ‘Movimento Sociale Italiano’ è giunta alla svolta con la sentenza della Corte d’Appello di Firenze che, dopo un decennio di carte e avvocati, ha attribuito l’uso della Fiamma Tricolore al Nuovo M.S.I. di Maria Antonietta Cannizzaro che ora dichiara guerra a chi la sta usando.
Alleanza Nazionale (associazione e fondazione) vede respinto l’appello avverso.
Con ricorso l’associazione Alleanza Nazionale chiedeva al Tribunale di Firenze di inibire all’associazione ‘Movimento Sociale Italiano — Destra Nazionale — Nuovo Msi’, l’uso della denominazione ‘Movimento Sociale Italiano — Destra Nazionale — Nuovo Msi’ della sigla ‘Msi’ e dell’emblema costituito dalla fiamma tricolore su base trapezoidale, di cui rivendicava la titolarità esclusiva.
Il giudice designato accoglieva il ricorso nei confronti dell’associazione, mentre lo respingeva nei confronti delle persone fisiche.
L’ordinanza veniva confermata il 4 luglio 2006 in sede di reclamo al collegio.
Con atto di citazione notificato il 17 maggio 2006, An introduceva quindi il giudizio di merito, chiedendo l’accertamento dei propri diritti assoluti sulla denominazione e sul simbolo in oggetto, con pubblicazione a mezzo stampa della emananda sentenza e condanna delle controparti al risarcimento dei danni.
L’associazione ‘NMSI’ si costituiva in giudizio contestando la fondatezza delle avverse domande.
Avverso la decisione i soccombenti interponevano appello, dolendosi in estrema sintesi di quanto che An aveva abbandonato le sue origini, rinunciando di fatto ad ogni continuazione politica con la formazione del Msi.
Al contempo, interveniva volontariamente in giudizio la ‘Fondazione Alleanza Nazionale’ costituita con atto notarile del 18 novembre 2011, proponendosi come successore a titolo particolare.
La similitudine tra i simboli di due aggregazioni politiche non configura necessariamente un’illegittima interferenza, laddove siano introdotti adeguati elementi di distinzione atti a salvaguardare l’identità personale.
La comparazione tra i segni, infatti, non deve essere analitica, ovvero riferita ad ogni singola componente distintiva, ma sintetica e globale tenuto conto di tutti gli elementi costitutivi.
L’associazione An, nel frattempo posta in liquidazione, si costituiva in giudizio contestando l’ammissibilità e comunque la fondatezza dell’appello sotto ogni profilo di fatto e di diritto.
Passando al merito, va subito rilevato che il nostro ordinamento non riserva ai segni distintivi politici un’apposita disciplina, se non preoccupandosi della confondibilità degli emblemi in occasione delle competizioni elettorali, sicchè gli ambiti concettuali della tutela vanno ricavati dai principi generali vigenti in materia di identità personale. La lacuna del resto non sorprende, in quanto coinvolge l’intero assetto del sistema partitico, non essendo mai stata varata una normativa volta a regolamentare lo status giuridico o il funzionamento dei partiti, che rientrano puramente e semplicemente nel novero delle associazioni non riconosciute.
La tendenza analizzata non innalza la sfera materialistica del commercio a quella ideale della politica, quanto piuttosto abbassa la sfera ideale della politica a quella materialistica del commercio.
Si vuol dire che la protezione tipica del marchio può trovare spazio naturale laddove la politica entri legittimamente nel commercio a fini di autofinanziamento coi gadgets, coi social network o quant’altro, ma non laddove il commercio provi ad entrare in politica, contaminando con ragioni di tutela negoziali simboli che nascono come espressione di pura idealità .
Da questo punto di vista, il diritto all’identità personale si pone addirittura in antitesi con la logica dello scambio economico perchè mentre il marchio è infatti un valore cedibile, l’identità personale è incedibile e irrinunciabile, nella misura in cui si lega ad un patrimonio morale unico e caratteristico del soggetto, seppur affiliato ad una corrente ideologica storicamente riconoscibile.
Il ‘NMSI’ non si è messo a vendere prodotti o servizi di An o della Fondazione, protetti da un segno distintivo d’impresa, ma si è limitato similmente a riprendere l’ispirazione politica abbandonata dalle controparti, come storicamente propugnata dal vecchio Movimento Sociale Italiano, così rinsaldando il ponte ideologico smantellato dalla trasformazione politica di An verso la convergenza col Popolo delle Libertà . Anche l’impiego della fiamma tricolore ha seguito lo stesso tragitto giustificativo, trattandosi del simbolo concepito nel dopoguerra, dopo la messa al bando delle insegne fasciste, per ricollegarsi alle tradizioni della destra nazionalistica italiana che aveva un tempo abbracciato quel regime.
Così come la falce e martello simboleggiano la tradizione comunista internazionale, la fiamma tricolore simboleggia un patrimonio ideologico ben radicato nella storia politica italiana, che a ben vedere sovrasta l’occasionale utilizzatore e vive di vita propria, denotando un coacervo omogeneo e storicamente riconoscibile di propensioni politiche.
In definitiva la Corte d’Appello di Firenze definitivamente pronunciando nella causa in oggetto ogni altra domanda, eccezione o deduzione disattesa, in riforma della sentenza n. 1660 emessa il 28 aprile 2008 dal Tribunale di Firenze, respinge tutte le domande proposte dall’Associazione Alleanza Nazionale e dalla Fondazione Alleanza Nazionale e le condanna in solido al pagamento delle spese processuali dei due gradi di giudizio, oltre accessori a favore del Corpo Politico Movimento Sociale Italiano — Destra Nazionale — Nuovo M.S.I.
(da “progettoItalianews”)
Riceviamo e pubblichiamo volentieri la nota di precisazione del Movimento Sociale – Fiamma Tricolore
Egregio Direttore, leggiamo con disappunto nell’articolo quanto segue:
1. (Titolo di testa): “Il Nuovo MSI si riprende la Fiamma Tricolore, la Fondazione AN perde la causa”;
2. (Testo dell’articolo): “..ha attribuito l’uso della Fiamma Tricolore al Nuovo M.S.I. di Maria Antonietta Cannizzaro..”;
3. (Spalla all’articolo): Simbolo del “Movimento Sociale Fiamma Tricolore;
Dobbiamo precisare che trattasi di informazioni e pubblicazione del simbolo totalmente errate, a partire dal titolo, per le seguenti motivazioni:
1. La “Fiamma Tricolore” NON è stata ripresa dal Nuovo MSI, in quanto il “Movimento Sociale Fiamma Tricolore”, comunemente conosciuto semplicemente come “Fiamma Tricolore” è partito differente dal Nuovo MSI e dalle altre formazioni politiche rappresentate nell’articolo, con le quali non ha nessuna forma di collaborazione;
2. L’uso della “Fiamma Tricolore”, è attribuito al “Movimento Sociale Fiamma Tricolore” e NON al Nuovo M.S.I.;
3. Il simbolo pubblicato di spalla è di titolarità esclusiva del “Movimento Sociale Fiamma Tricolore” (http://www.fiammatricolore.com/).
Giuseppe MANOLI
Responsabile Ufficio Stampa
Movimento Sociale Fiamma Tricolore
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