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LA GAFFE DI PARISI: “MAI VISTO PISTE CICLABILI SULLA 5TH AVENUE”, MA SOLO A MANHATTAN VE NE SONO PER 386 CHILOMETRI

Maggio 19th, 2016 Riccardo Fucile

A NEW YORK PIU’ DEL DOPPIO DELLE CORSIE RISERVATE ALLE DUE RUOTE DI MILANO

«Mi piace andare in bici ma avete mai visto una pista ciclabile sulla 5th Avenue a New York?».
Stefano Parisi ha riassunto così, durante un incontro pubblico trasmesso in diretta da La Stampa , i suoi dubbi sulle politiche per le due ruote portate avanti a Milano dalla giunta Pisapia.
Ma il candidato di centrodestra non poteva scegliere un esempio più sbagliato.
Le strade di New York potranno anche ricordarci le nostre autostrade per dimensione, ma le biciclette ci vanno eccome.
Anche, con buona pace di Parisi, sulla 5th Avenue.
Basta prendere Google Maps e andare a controllare per rendersene conto, come ha fatto Marco Mazzei, cicloattivista e candidato in una delle liste dello schieramento di centrosinistra per Beppe Sala.
Il punto, però, non è solo la 5th Avenue. La New York presa a esempio da Parisi è la stessa che ha 1585 chilometri di piste ciclabili divisi nei cinque borough (Manhattan, Bronx, Brooklyn, Queens e Staten Island), su un’area urbana di 785 chilometri quadrati. A Milano ci sono 140 km di piste su 182 chilometri quadrati di territorio urbano.
Nella Grande Mela, in rapporto, ci sono più del doppio delle piste ciclabili del capoluogo lombardo.
Quella delle ciclabili sulla 5th Avenue, però, deve essere un’argomentazione cara allo schieramento di cui fa parte Parisi.
L’ha tirata fuori in questi giorni anche Simona Tagli, ex soubrette candidata al consiglio comunale con Fratelli d’Italia.
La Tagli è convinta che Milano sia piena di piste: «Ma in bicicletta andiamoci al parco, per carità !».
Forse non sa che le due ruote sono un mezzo usato sempre di più per andare al lavoro (per chi ci va) e che i ciclisti a Milano sono in continuo aumento.
L’ultimo censimento fatto da Fiab Ciclobby nel 2014 parlava di un incremento del 26% in sei anni.
Il problema è che se mancano le infrastrutture si creano disagi alla mobilità  e aumentano i rischi.

Francesco Zaffarano
(da “La Stampa”)

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“GLI ULTIMI GIORNI DI MARCO, TENERO E FERITO: E’ STATO STRAZIANTE VEDERLO APPASSIRE”

Maggio 19th, 2016 Riccardo Fucile

IL RICORDO DI MIMUN: “UNA VITA FELICE PERCHE’ DEDICATA ALLA LIBERTA'”

Marco ha trascorso le sue ultime ore senza soffrire.Una terapia antalgica lo ha difeso dai dolori addominali che lo hanno stremato negli ultimi giorni.
Ha riposato, forse ha sognato, chissà , grazie ad una infusione continua. Ha resistito da par suo per 2 anni esatti ad un terribile tumore ai polmoni, che ha via via colpito anche il fegato.
È stato così sfrontato da mostrarsi nel maggio del 2014 alla trattoria sotto casa, dopo il primo ciclo di radioterapia, con un gran piatto di spaghetti e una birra.
Non ha interrotto la sua attività  politica neppure per un giorno. Negli ultimi 100, però, è stato straziante vederlo appassire, giorno dopo giorno, ma anche inevitabile per un amico di sempre.
Ad un affetto reciproco tanto profondo, non poteva che corrispondere la volontà  di provare a confortarlo in ogni modo fino alla fine.
Marco Pannella ha combattuto per tre mesi la sua ultima battaglia, con la grinta di un leone ferito, che ruggiva, mostrava muscoli e denti. Ma lo ha fatto anche con la tenerezza di chi, sempre più debole ed appannato, abbracciava e si faceva abbracciare, lanciava baci, sorrideva e provava, come poteva, ad interagire.
A tratti con lucidità , più spesso in modo disordinato.
La terapia dell’amore che gli hanno propinato per più di tre mesi le persone a lui più care ha fatto miracoli: gli ha allungato la vita, oltre ogni logica scientifica.
Compagnia costante e prontezza nell’assisterlo, certo, ma anche continua sollecitazione sui fatti del giorno, iniziative da intraprendere, ascolto di radio e tv, lettura collettiva di giornali e libri.
Sempre, anche quando aveva gli occhi persi nello scorcio di cielo delle piccole finestre della sua cucina-salotto. A volte si scuoteva e partecipava, altre era smarrito, perso chissà  dove. Ma mai solo.
In queste settimane ha reso partecipi tutti del suo amore infinito per la sua terra, l’Abruzzo, le sue radici profonde.
Con entusiasmo, in dialetto stretto, ha raccontato le dinamiche della sua famiglia, l’amore per la “franzosa”, sua madre, l’esempio costante del papà , l’immenso affetto per lo zio prete, Giacinto, di cui ha sempre campeggiato una grande foto nel suo salotto.
E poi gli incontri giovanili, gli amori, che lo hanno segnato, portandolo a comprendere subito che senso dare alla sia vita.
Battersi per le libertà , lo stato di diritto, la pace, la tolleranza e la giustizia.
Nel suo lungo addio il tumore maledetto, gli acciacchi di troppi digiuni, i polmoni usurati da migliaia di sigari e sigarette e una vita intensa, come 50 esistenze di noi umani.
Marco ha combattuto con una incredibile energia la sua battaglia per la vita, fino alle 13 e 30 di oggi quando Marco Angioli si è accorto che non respirava più ed è scoppiato in lacrime con la sua Laura.
Marco ha sempre amato la vita, nonostante l’abbia messa a repentaglio più volte.
«Una vita felice» – ha detto fino alla fine – perchè dedicata alla libertà .
E il 2 maggio quando si è festeggiato il suo 86esimo compleanno, coi soliti amici, sorrideva e manifestava gratitudine per tanto amore, sorseggiando pochissimo champagne e mangiando di gusto un millefoglie alla crema.
Leader importanti, ambasciatori, il presidente Mattarella, Papa Francesco attraverso mons.Paglia gli sono stati vicini con affetto sincero, non per ragioni di opportunità .
Dopo il compleanno è stato sopraffatto, ma non ha mollato subito, ha provato a resistere anche a dolori che si facevano insopportabili.
Fino a quando è stato costretto alla resa. E si è dovuto lasciare andare.
Un paio di giorni fa, chi gli era accanto ha notato che, dopo l’ennesimo rantolo, con un sorriso amaro ha fatto il gesto di spararsi alla tempia. Un attimo di sconforto, per poi ricominciare ad ascoltare, parlare lentamente, fumare, bere una coca, con gli occhi sempre più spenti e senza più potersi alzare e camminare da solo.
Ma era comunque il Pannella leone, il leader, che -amico cercava di consolare chi gli stava intorno con gli occhi sempre più gonfi, trattenendo le lacrime.
Matteo e Laura, con Mirella, Rita, Maria Antonietta, Maurizio e Alessio,avercene amici così .
Gli stessi che ora si avvicendano nella sua stanza in clinica. Quelli che non lo lasciano e non lo lasceranno mai solo. Una piccola grande famiglia, più che un partito, o una radio. E il suo medico, Claudio Santini, che lo ha aiutato ad andare avanti, finchè gettare la spugna sul ring della vita di Marco è stato inevitabile.
Bravo dottore e grande amico, che ha avuto la capacità  di misurarsi per un paio di decenni con un uomo dal carattere impossibile, incapace di adattarsi alle regole, perfino inorridito dal fatto di dover ingurgitare farmaci.
Marco il buono, ma inflessibile. Sempre determinato, spesso insopportabile, ma pronto all’ascolto.
Duro, durissimo, soprattutto con se stesso.
Un uomo integro, un gigante delle libertà , che ha conquistato per tutti diritti fondamentali.
Lascerà  un patrimonio di passione civile, morale e di buona politica.
Spero per tutti noi che, prima o poi, qualcuno avrà  il coraggio e la forza di raccogliere il suo testimone.

Clemente Jacky Mimun
(da “il Corriere della Sera”)

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INTERVISTA A TARADASH: “QUANDO PANNELLA MI DISSE ‘NOI CON LO STATO CONTRO LE BR'”

Maggio 19th, 2016 Riccardo Fucile

“AL PRIMO PROCESSO ALLE BRIGATE ROSSE MARCO FU INFLESSIBILE, DOVEVAMO STARE DALLA PARTE DELLE ISTITUZIONI

Marco Taradash, classe 1950, giornalista e politico, si definisce un “radicale della seconda ora”. E anche se nel 1994 passò a Forza Italia dopo quasi vent’anni di militanza nel Partito Radicale, si è sempre sentito vicino alle battaglie politiche liberali di Marco Pannella.
Taradash, che cosa ricorda dell’impegno politico di Pannella?
“Con lui ho condiviso molte lotte per i diritti civili. Aveva un’energia straordinaria: il suo impegno durava dalle sette di mattina a mezzanotte, perchè vita e politica per lui erano la stessa cosa. La politica non era la ricerca del potere ma di soluzioni per affermare le libertà  individuali e attraverso queste creare una società  più aperta e vivibile per tutti. Si identificava con una cultura politica che pretendeva dalle istituzioni quello che dicevano di essere e le criticava perchè non lo erano. E il filo conduttore di tutta la sua azione è stata un’incrollabile speranza nel cambiamento”.
E che cosa l’ha più colpita della sua personalità ?
“Era una persona con la quale era molto facile scontrarsi. Pretendeva molto da se stesso e dagli altri, non era mai soddisfatto. Però era un uomo generoso. Quando sono uscito dal Parlamento, poco dopo mi ha offerto di tornare a fare la rassegna stampa per Radio Radicale anche se avevo rotto con il partito passando a Forza Italia. Credo che abbia apprezzato le persone che si sono poste nei suoi confronti senza infingimenti, cioè quelli che non hanno mai finto di essere diversi da quello che erano”
Ci può raccontare un episodio emblematico?
“Pannella non era tipo da aneddoti. Ma c’è un fatto che mi colpì molto. Nel ’78 ero arrivato a Roma da pochi mesi e fui ammesso a una discussione sull’atteggiamento da tenere in merito al primo processo intentato in Italia ai capi storici delle Brigate Rosse. Adelaide Aglietta, all’epoca militante dei radicali, era stata infatti sorteggiata, dopo il rifiuto di quasi cento cittadini, quale giurato popolare. Nel partito si discuteva se l’Aglietta dovesse accettare. Ma Pannella fu chiaro e inflessibile: disse che la questione non si poneva neppure e il nostro dovere era di stare dalla parte delle Stato e delle istituzioni anche se noi ne denunciavamo continuamente gli abusi e a volte gli orrori. Però bisognava sostenere la possibilità  che queste istituzioni si riscattassero dai loro errori e quindi non c’era nessun dubbio sul fatto che l’Aglietta dovesse partecipare al processo. Questa fu una testimonianza del suo altissimo senso delle istituzioni e dello Stato di diritto che non dimenticherò mai”.

Monica Rubino
(da “La Repubblica”)

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IL RICORDO DI EMMA: “MARCO CI HA INSEGNATO MOLTO, MA NON HA MAI AVUTO I RICONOSCIMENTI ADEGUATI”

Maggio 19th, 2016 Riccardo Fucile

“MANCHERANNO IL SUO SENSO DELLE ISTITUZIONI E DELLO STATO DI DIRITTO CHE SERVE AI PIU’ DEBOLI, PERCHE’ I POTENTI LO RITENGONO UN INTRALCIO”

Marco Pannella “non ha mai avuto in vita i riconoscimenti adeguati, nessuno glieli ha mai attribuiti”.
Così Emma Bonino, storica leader dei Radicali, ricordando Marco Pannella, dopo la sua scomparsa, sulle frequenze di Radio Radicale.
“Ma ci lascia una riflessione di cosa deve essere la politica, l’ impegno e la passione”.
“Credo che il suo modo di essere, la sua irruenza, il suo modo per rompere conformismi incrostati debba far riflettere molti, ci mancherà  e mancherà  al Paese più che a noi Radicali che lo abbiamo fatto nostro: mancheranno il senso delle istituzioni, delle regole e dello Stato di diritto, che serve ai piu deboli e fragili, perchè i potenti lo ritengono spesso un intralcio”, ha continuato la Bonino.
“Molti diranno che Marco aveva il senso dello sberleffo e dello spettacolo, non è così: era più profondo il suo modo di usare il corpo nella prassi della nonviolenza. Molte cose che rimarranno in questa società  e al Paese. Marco Pannella è stato molto amato, ma gli sono stati poco riconosciuti i meriti”, ha aggiunto la storica esponente radicale.
“Marco era grande nelle sue intuizioni, a noi Radicali ha insegnato molto, quasi tutto, e molto ha insegnato a questo Paese. La classe politica dirigente potrebbe trarne grande ispirazione nel senso della coerenza, dell’ impegno, della visione, della credibilità : sono cose spesso dimenticate. Per il momento mi è difficile dire di più, avremo tempo: per ora c’è la mancanza, il dolore e la consapevolezza che mancherà  a tutti”, ha concluso Emma Bonino.

(da “Huffingtonpost”)

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LO SBIRRO CHE ARRESTO’ PANNELLA: “MA ERO DALLA SUA PARTE, DIVENNI RADICALE”

Maggio 19th, 2016 Riccardo Fucile

“GLI SCRISSI UNA LETTERA DI SCUSE IN CARCERE”

La battaglia radicale per la depenalizzazione della droga in Italia inizia una mattina di luglio del 1975 con la disobbedienza civile di Marco Pannella e con un poliziotto che lo arresta, ma sta dalla sua parte.
E’ il Pannella style dove gli opposti convivono, anche se uno è uno sbirro e l’altro un politico controcorrente e un po’ istrione.
L’ex capo della sezione narcotici Ennio Di Francesco racconta quel primo incontro e il “sentire comune” pur nella diversità  dei ruoli.
Quarant’anni dopo si è iscritto al partito radicale: “un atto di gratitudine per le tante battaglie portate avanti”.
In quei turbolenti anni ’70, un uomo d’ordine e un liberale condividono dunque la convinzione che la legge del 1958 sulla droga va cambiata e che il metodo repressivo non può funzionare.
Così, quando il giovane commissario è costretto a far scattare le manette ai polsi di Pannella che fuma uno spinello in pubblico, decide, il pomeriggio stesso, di inviargli in carcere un telegramma di solidarietà : “Se come funzionario ho dovuto applicare una legge anacronistica e iniqua, come cittadino mirante a una società  più giusta e umana, non posso non esprimerle stima e ammirazione”.
La sera si scatena il putiferio, racconta Di Francesco con il sorriso di chi sa di averla fatta grossa, ma di essere pronto a rifarla mille volte.
Le cose sono andate così: Pannella avverte provocatoriamente polizia, carabinieri e organi di stampa della disobbedienza civile che intende mettere in atto.
Tocca a Di Francesco intervenire. “Andai in via di Torre Argentina 18 con un solo appuntato cercando di passare inosservato” ricorda ancora con una certa tensione, rivivendo l’imbarazzo di quel momento nel varcare la porta del partito radicale.
“Mi viene ad aprire Gianfranco Spadaccia. Dico subito: ‘non ho il mandato’, sperando di essere allontanato, ma mi fa accomodare.
Sono accolto da pernacchie e sento ripetere: ‘sbirro, sbirro’.
Il salone è pieno di giornalisti e fotografi. Dopo un’ora di interventi, Pannella estrae dalla tasca una sigaretta, l’accende e inizia a fumarla:
‘Questo è uno spinello di marijuana’, dice rivolgendosi a me, ‘Invito il rappresentante della legge ad arrestarmi'”. Si racconta che lo spinello lo accende al contrario dimostrando di non avere alcuna familiarità  con l’oggetto.
Il leader radicale finisce così a Regina Coeli.
Qui, sempre secondo racconti tramandati, i compagni di cella gli cucinano un piatto che lui ama molto: pollo con peperoni.
E proprio nella cella lo raggiungono le parole di solidarietà  del commissario. Il telegramma, però, finisce in prima pagina sul quotidiano “Momento Sera” con tanto di foto: “Il commissario che ha arrestato Pannella gli esprime solidarietà “.
Oggi, Di Francesco scuote la testa divertito, ripensando all’attimo in cui comprese in che guaio s’era cacciato: “Ingenuamente non avevo tenuto conto dell’abilità  politica del personaggio che lo rese pubblico”.
La conseguenza per l’ingenuo commissario fu l’immediato trasferimento all’ufficio passaporti.
“Mentre venivo trasferito, sotto la questura sfilavano giovani radicali, forse un sussulto di rimorso di Pannella, una ragazza aveva un cartellone con scritto: ‘Di Francesco è colpevole di pensare'”
“Mai nessun pentimento” in tutti questi anni, rivendica fiero l’ex commissario: “Ero convinto dell’anacronismo di una legge che sanciva il carcere obbligatorio o l’ospedale psichiatrico per minorenni e tossicodipendenti magari solo per uno spinello”.
La carriera? “Era già  in bilico per il sostegno dato al sindacato di polizia e per la smilitarizzazione”, ammette serenamente a distanza di tanti anni.

(da “Huffingtonpost”)

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“PANNELLA SA QUANTO LO AMO”

Maggio 19th, 2016 Riccardo Fucile

MONTALE, PASOLINI, MONTANELLI, 15 GRANDI DELLA STORIA RACCONTANO

Indro Montanelli lo definiva con ammirazione “un Brancaleone, uno sparafucile, un saccheggiatore di pollai, un gigionesco mattatore, capace di rubare il posto a un morto nella bara pur di mettersi al centro del funerale”.
E Marco Pannella rispondeva a distanza: “Ma io sono un cornuto divorzista, un assassino abortista, un infame traditore della Patria con gli obiettori, un drogato, un perverso pasoliniano, un mezzo-ebreo, mezzo-fascista, un liberal borghese esibizionista, un nonviolento impotente. Faccio politica sui marciapiedi”.
Infiniti sono gli aggettivi che i grandi della politica e della cultura hanno utilizzato per tentare di circoscrivere l’imprendibile Pannella, larger than life direbbero gli inglesi, amatissimo e odiatissimo ma sempre apprezzato e venerato.
Da Gianni Agnelli che gli avrebbe affidato la pubblicità  della Fiat per la sua capacità  di essere virale ante-litteram, a Eugenio Montale che lo inseriva nell’olimpo degli uomini indispensabili al progresso, fino al litigio con Pasolini che però dichiarò “Pannella sa quanto lo amo”, il leader dei radicali appena deceduto a Roma ha collezionato una lunga lista di apprezzamenti, dichiarazioni d’amore intellettuali e illustri adesioni al suo movimento politico.
Che la terra ti sia lieve, Marco.
Leonardo Sciascia
Leonardo Sciascia fu parlamentare radicale dal 1979. Scrisse: “Marco Pannella è il solo uomo politico italiano che costantemente dimostri di avere il senso di diritto, della legge e della giustizia. Ce ne saranno altri, ma senza volto e senza voce, immersi e sommersi in partiti la cui sensibilità  ai problemi di diritto soltanto si manifesta quando qualche mandato di cattura raggiunge uomini del loro apparato: per il resto, se ne stanno in silenzio; e anzi, certi arbitri dell’amministrazione della giustizia, quando toccano altri, di altri partiti, li mettono in conto dell’alacre ed esatto agire dei giudici. Ciò fa parte della vecchia e fondamentale doppiezza della vita italiana, buono e giusto è quel che facciamo noi o da cui noi caviamo comunque vantaggio; cattiva, ingiusta e da punire è la stessa, identica azione fatta dagli altri. Pannella, e le non molte persone che pensano e, sentono come lui (e con le quali mi onoro di stare), si trovano dunque ad assolvere un compito ben gravoso e difficoltoso: ricordare agli immemori l’esistenza del diritto e rivendicare tale esistenza di fronte ai giochi di potere che appunto nel vuoto del diritto, o nel suo stravolgimento, la politica italiana conduce”. (Marco Vecellio, “Marco Pannella. Biografia di un irregolare”, Rubbettino edizioni)
Ugo Tognazzi
Tognazzi fu uno dei numerosi artisti, attori e cantanti che nei decenni aderirono al partito radicale. Durante una trasmissione di Pippo Baudo cominciò a parlare in favore della legalizzazione della marijuana, suscitando lo sgomento del conduttore
Eugene Ionesco
“Lo giuro: tutte le mie deboli forze saranno dedicate a far vivere il Partito Radicale di cui non so nulla e di cui ignoravo l’esistenza, ma ho fiducia in Pannella”.
Pier Paolo Pasolini
Pasolini non usava mai la locuzione: “Ti amo”. Eppure scrisse sul «Corriere della Sera»: “Pannella sa quanto lo amo”. Ma aveva anche definitivo i radicali “schiavi della norma e del capitale”. Nel novembre del 1975 avrebbe dovuto partecipare al congresso dei radicali. Poichè fu ucciso poco prima, Vincenzo Cerami lesse il suo intervento. Ecco uno stralcio: “A proposito della difesa generica dell’alterità , a proposito del divorzio, a proposito dell’aborto, avete ottenuto dei grandi successi. Ciò — e voi lo sapete benissimo — costituisce un grande pericolo. Per voi — e voi sapete benissimo come reagire — ma anche per tutto il paese che invece, specialmente ai livelli culturali che dovrebbero essere più alti, reagisce regolarmente male. Cosa voglio dire con questo? Attraverso l’adozione marxistizzata dei diritti civili da parte degli estremisti — di cui ho parlato nei primi paragrafi di questo mio intervento — i diritti civili sono entrati a far parte non solo della coscienza, ma anche della dinamica di tutta la classe dirigente italiana di fede progressista”. (Valter Vecellio, “Marco Pannella. Biografia di un irregolare” Rubbettino ed.
Eugenio Montale
“Dove il potere nega, in forme palesi, ma anche con mezzi occulti, la vera libertà , spuntano ogni tanto uomini ispirati come Andrei Sacharov e Marco Pannella, che seguono la posizione spirituale più difficile che una vittima possa assumere di fronte al suo oppressore. Il rifiuto passivo. Soli e inermi, essi parlano anche per noi”.
Franco Battiato
Nel 2015 il cantante è apparso a fianco di Marco Pannella per la campagna a favore del diritto umano universale alla conoscenza.
Enzo Tortora
Lettera che Enzo Tortora scrisse dal carcere a Pannella: “Non è vero che l’Italia ‘ha abolito la pena di morte’. Abbiamo un boja in esercizio quotidiano, atroce, instancabile. Ma non vogliamo vederlo. La sua scure si abbatte, ogni minuto, sul corpo di uomini e di donne, e li squarta vivi, in ‘attesa’ di un giudizio che non arriva mai. L’uomo qui è niente, ricordatevelo. L’uomo qui può, anzi deve attendere. L’uomo qui è una ‘pratica’ che va ‘evasa’ con i tempi, ignobili, della crudeltà  nazionale. L’Italia, e ricordate anche questo, è ormai immersa nella cultura del disprezzo. Non si deve nemmeno più vivere”. (da “Marco Pannella. Biografia di un irregolare”, cit.)
Gianni Agnelli
Si racconta che Gianni Agnelli, alla domanda su a chi avrebbe affidato, potendolo fare, l’incarico di «lanciare» e pubblicizzare un suo prodotto, abbia risposto senza esitazione alcuna: “A Pannella”. (da “Marco Pannella. Biografia di un irregolare”, cit.)
Vasco Rossi
“Ascoltate Radio radicale ragazzi perchè serve!”, ha detto un giorno Vasco. “Pannella è il mio alter-ego nella politica”.
Indro Montanelli
“Per capire Pannella bisogna rivoltarlo come si faceva con le stoffe inglesi di una volta, il cui rovescio era meglio del diritto. Visto di faccia, è un Brancaleone, uno sparafucile, un saccheggiatore di pollai, un gigionesco mattatore, capace di rubare il posto a un morto nella bara, pur di mettersi al centro del funerale. Ma è anche lo sceriffo che, disarmato, va a sfidare il gangster nella sua tana. Pannella è figlio nostro, un figlio discolo e protervo, un Giamburrasca devastatore che dopo aver appiccato il fuoco ai mobili e spicinato il vasellame, è scappato di casa per correre le sue avventure di prateria. Ma in caso di pericolo o di carestia, ve lo vedremo tornare portandosi al seguito mandrie di cavalli e di bufali selvaggi, quali noi non ci sogneremmo mai di catturare e domare”
Miguel Bosè
Il cantante e artista spagnolo aderì al partito radicale dopo un incontro con Marco Pannella.
Jean-Paul Sartre
“Un Partito Radicale internazionale che non avesse nulla in comune con i partiti radicali attuali in Francia? E che avrebbe, ad esempio, una sezione italiana, una sezione francese, ecc.? Conosco Marco Pannella, ho visto i radicali italiani e le loro idee, le loro azioni; mi sono piaciuti. Penso che ancora oggi occorrano dei partiti, solo più tardi la politica sarà  senza partiti. Certamente dunque sarei amico di un simile organismo internazionale”.
Emma Bonino
“Le persone a cui devo di più sono mia madre e Marco. Lui nemmeno lo sa, ma mi ha insegnato a fare e pagare in prima persona le cose che si suggeriscono agli altri”
Giulio Andreotti
“Io sono quello a cui l’impiegato un po’ spaurito che ha dato sempre del Lei al capo ufficio dice per strada, vincendo la sua frustrazione e la sua cultura: ‘Ciao Marco’. E se un sedicenne sta per bucarsi e Andreotti gli dice “Non lo fare”, lui corre ad infilarsi l’ago in vena. Se glielo dice Berlinguer, idem. Se glielo dico io, almeno aspetta mezz’ora”.
Enrico Berlinguer
Tempestosa la relazione con il Pci di Enrico Berlinguer. Durante il congresso del 1979 equiparò il terrorismo brigatista ai partigiani di via Rasella e per questo i dirigenti comunisti lo denunciarono per vilipendio delle forze armate della Resistenza. Pannella fu bollato come “Nosferatu”. E disse: “Ieri sono andato al Congresso del Pci con questo loden blu che conoscete, è lì sul tavolo. L’ho comprato in gennaio una sera a Trieste, con una mezza bora, perchè crepavo di freddo. E oggi «L’Unità » scrive che sono andato lì con un mantello nero, come Dracula, a provocare e a farmi cacciare dal Congresso urlante”.

(da “Huffingtonpost”)

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LOTTE, DIGIUNI E SIGARETTE, UNA VITA DA RADICALE: MARCO NON C’E’ PIU’

Maggio 19th, 2016 Riccardo Fucile

PANNELLA E’ MORTO A 86 ANNI, LA STORIA DI UN LOTTATORE CHE HA COMBATTUTO CON L’ANIMA E CON IL CORPO

Tra i suoi infiniti scioperi della fame e della sete, una quarantina dicono gli esperti, il più lungo è quello del 2011, a 81 anni suonati, per chiedere un provvedimento di amnistia per svuotare le carceri sovraffollate: tre mesi in cui perse 30 chili, la bocca impastata, il “petto da uccellino come quando ero ragazzo”.
Lo dovettero ricoverare in una clinica (gestita da suore che subito si “innamorarono” di lui), si mobilitarono tutti i vertici istituzionali, da Napolitano in giù, per correre al capezzale di questo vecchio corpo da lottatore, quasi indistruttibile.
E lui a usare bollettini medici e immagini dal letto d’ospedale, ancora una volta, come strumento di propaganda radicale.
Giacinto Pannella detto Marco, nato in Abruzzo nel 1930, ha passato quasi tutta la vita fregandosene degli avvertimenti dei medici, digiuno dopo digiuno, sigaretta dopo sigaretta, e in fondo è persino giusto che abbia potuto chiudere la sua partita terrena nella sua casa sotto al Quirinale, lontano dai camici bianchi, fumando fino a quando ha avuto un filo d’aria nei polmoni.
Gli 86 anni li ha compiuti il 2 maggio. Di questi, oltre una sessantina li ha dedicati alla politica, con tutta l’anima e anche con tutto il corpo, fin dagli anni Cinquanta, quando da una costola di sinistra dei liberali fondò il Partito radicale insieme a Sergio Stanzani e ad un gruppo di politici e intellettuali laici che girava intorno al Mondo di Mario Pannunzio.
Carismatico, logorroico, eretico, gentilissimo e al tempo stesso fumantino, Pannella entra alla Camera nel 1976 e ci resta fino al 1992, ma tra i protagonisti della Prima repubblica è l’unico a transitare sereno nella Seconda e persino nella Terza.
Un “sopravvissuto” della politica, che ha saputo costruire la propria longevità  a colpi di referendum, satyagraha, marce non violente, alleanze a geometria variabile, prima con Berlusconi e poi nel 2008 con il nascente Pd di Veltroni, quando una pattuglia di 9 radicali tornò in Parlamento dopo una lunga astinenza.
Una capacità  di dialogo bipartisan che talvolta è pura strategia, anche opportunistica, ma rivela l’attitudine di un uomo che non cerca quasi mai lo scontro, piuttosto il confronto: fu uno dei primi da sinistra a discutere in pubblico con Almirante; a un congresso del Pci propose di portare fiori sulle tombe delle vittime di via Rasella, causando uno shock nei vertici comunisti.
Nelle ultime settimane al suo capezzale sono arrivati personaggi antropologicamente incompatibili come Berlusconi e Furio Colombo, accomunati solo dalla stima e dall’affetto per Pannella.
Gli anni Settanta rappresentano il fulcro dei suoi successi politici.
Nell’Italia delle due Chiese, cattolica e comunista, i radicali sono vere e proprie mine vaganti: laici, genuinamente liberali in economia e paladini dei diritti civili, guardano alla politica d’oltreoceano, ne imitano alcuni tratti, che Pannella e Bonino riescono a fare propri terremotando la quieta noia delle tribune politiche: bavagli, cartelli, parole d’ordine che sconvolgono e modernizzano la comunicazione politica.
Mitica rimane l’irruzione del 1981 nello studio del Tg2: Pannella con due compagni radicali entra durante la diretta vestito da uomo sandwich e comincia a gridare “ladri di notizie” e “furto di informazione”.
Da metà  degli anni Sessanta i radicali si battono per il divorzio, una battaglia condotta con successo fino al 1974, anno del referendum.
Pannella intreccia l’attività  di leader politico a quella di giornalista, in quegli anni nascono fogli divorzisti che arrivano a vendere fino a 150mila copie.
Nel 1975 l’arresto per uno spinello, e l’inizio della battaglia antiproibizionista che non è mai finita. Una battaglia non certo pro domo sua, visto che quello dell’arresto è stato il terzo e ultimo spinello nella vita di Pannella.
“E me lo sono persino acceso dalla parte del filtro!”, ha raccontato a Filippo Ceccarelli in un’intervista del 2010. E del resto, queste battaglie di libertà  per lui vanno oltre il merito della singola questione.
L’obiettivo è quello di eliminare una ad una le leggi considerate “liberticide”, e questo arriva fino al diritto dell’eutanasia.
Ed è qui la vera differenza, secondo lui, con i cugini liberali: “Loro difendono le libertà  di tutti dall’alto di una condizione borghese”, spiegava ai suoi fedelissimi. “Noi radicali invece siamo stati i tossici, i froci, le prostitute. Siamo gente da marciapiede che sa sporcarsi le mani…”.
Negli stessi anni la lotta contro la legislazione d’emergenza sul terrorismo, il no ai governi del compromesso storico e alla linea della fermezza di Dc e Pci sul sequestro Moro, sostenendo l’autenticità  delle lettere dello statista dal carcere delle Br.
La legge sull’aborto, sempre nel 1978, viene considerata insieme al successivo referendum uno dei massimi successi della politica radicale: e tuttavia la pattuglia di parlamentari guidati da Pannella non si considerò soddisfatta del testo finale della legge 194, considerato troppo poco liberale.
Nel corso della sua lunga attività  politica, porta in Parlamento personaggi delle più diverse estrazioni, da Toni Negri a Leonardo Sciascia, Enzo Tortora, Ilona Staller “Cicciolina” e Domenico Modugno.
Nelle varie associazioni che gravitano attorno ai radicali spuntano ex terroristi rossi come Sergio D’Elia e i neri Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, colpevoli della strage alla stazione di Bologna del 1980.
Dagli anni Ottanta Pannella si concentra su alcuni temi che segneranno la sua carriera politica fino alla fine: le condizioni di vita nelle carceri, il no alla pena di morte, l’impegno internazionale dalla ex Jugoslavia all’Iraq, dalla Cecenia alla Siria a Israele fino ai più remoti angoli del mondo; la lotta contro la partitocrazia e il finanziamento pubblico dei partiti.
Battaglie che si incrociano con la fine della Prima repubblica e i referendum Segni per il maggioritario, sostenuti dai radicali, da tempo ispiratori di un sistema politico all’americana e tuttavia un po’ naufraghi nel bipolarismo all’italiana post Tangentopoli.
Negli anni dell’esordio politico di Berlusconi, Pannella stringe un patto con lui: chiede di essere ministro degli Esteri, poi ripiega sulla nomina di Emma Bonino a Commissario europeo.
La rivoluzione liberale di Forza Italia si rivela ben presto un’illusione e così Pannella e Bonino decidono di correre in proprio, con il clamoroso successo alle europee del 1999 della Lista Bonino, che ottiene l’8,5% e in quel momento è la terza forza politica in Italia dopo Forza Italia e Ds.
Nel 2006 i radicali spostano lo sguardo verso il centrosinistra, danno vita insieme ai socialisti alla Rosa nel pugno, si schierano con la coalizione guidata da Romano Prodi e la Bonino diventa ministro per le Politiche comunitarie.
Pannella, candidato al Senato, non viene eletto perchè la Rnp non raggiunge la soglia di sbarramento.
Nel 2008, dopo una trattativa condotta con Goffredo Bettini, i radicali entrano come indipendenti nelle liste del neonato Pd di Veltroni: 6 i deputati eletti e 3 i senatori, tra cui la Bonino.
In questo caso Pannella non entra neppure in lista. “Un veto su di me”, protesta lui. I democratici replicano imbarazzati: “Hai già  fatto troppe legislature”.
E del resto, già  nel 2007 era stata respinta la sua candidatura alle primarie fondative del partito, quelle vinte da Veltroni contro Rosy Bindi ed Enrico Letta.
Pannella resta comunque europarlamentare, carica che ricopre a più riprese dal 1979 al 2009.
Negli anni Duemila, accanto alla storica battaglia sulle carceri, che resta sempre in cima all’agenda di Pannella, i radicali lanciano una battaglia referendaria insieme all’Associazione Luca Coscioni contro la legge sulla fecondazione assistita. Nonostante l’appoggio di altri partiti come i Ds, alla fine il referendum del 2005 non raggiunge il quorum, grazie alla forte campagna astensionista condotta dalla Cei di Camillo Ruini: alle urne si presenta alle urne solo il 25% degli aventi diritto.
Due anni dopo, storico successo quando l’Assemblea generale dell’Onu ratifica la moratoria universale sulla pena di morte, una storica battaglia condotta dall’associazione “Nessuno tocchi Caino” e dal partito radicale transnazionale.
Ultima in ordine cronologico, la battaglia sempre all’Onu per il diritto alla conoscenza come “diritto umano”, una campagna in cui Pannella torna ai capisaldi del pensiero liberale di Einaudi.
L’impegno internazionale è di antica data.
Pannella sviluppa un intenso dialogo con Aldo Capitini sul significato e le forme della nonviolenza, uno dei capisaldi della sua lotta politica.
Nel 1968 era stato imprigionato a Sofia per aver protestato contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia.
Nel 1972 contribuisce a ottenere, anche con uno sciopero della fame, la legalizzazione dell’obiezione di coscienza. Un impegno, quella pacifista, che si manifesta anche nel 2003 con la proposta di esilio per Saddam Hussein per scongiurare l’intervento americano in Iraq.
Proposta approvata dal Parlamento e dal governo italiano, ma che poi non ebbe attuazione.
L’amicizia col Dalai Lama viene suggellata da un incontro molto commovente a Roma nel 2014, tra lacrime, battute e abbracci. “C’è un detto popolare in Italia, ma anche in Tibet: l’erba cattiva non muore mai”, dice Marco.
“Allora anche io sono un’erba cattiva” — risponde il Dalai Lama-.
“Noi due abbiamo questa connessione speciale, perchè siamo tutti e due erbe cattive”. Pannella invece si schiera in favore degli interventi militari in Kosovo (1999) e Afghanistan (2001): in quell’occasione alcuni gruppi pacifisti gli intimano di non usare più l’immagine del Mahatma Gandhi e lui replica: “Io sono non violento, non mi sono mai definito pacifista a oltranza”.
Gli ultimi anni, nonostante Bonino diventi ministro degli Esteri nel governo Letta nel 2013, sono segnati da un certo appannamento delle battaglie radicali: la raccolta firme per 12 nuovi referendum (dal reato di clandestinità  all’Otto per mille, dal no al carcere le droghe leggere all’abolizione dei rimborsi elettorali ai partiti) non arriva alla soglia minima di 500mila.
Nel 2014 i radicali non raccolgono le firme necessarie per presentarsi alle europee. Sono anni in cui tornano ad acuirsi i dissidi interni, e Marco nel 2015 entra in rotta di collisione con la sua amica e alleata di sempre, Emma Bonino.
“Lei non è più radicale, lavora molto ma mai con noi”, dice l’anziano leader nella consueta intervista su Radio radicale con Massimo Bordin.
“Il suo problema è continuare a far parte del jet-set internazionale”. Lei replica addolorata: “Mi fa male, io non sono di legno…”. Due vite parallele che a un certo punto si sono allontanate.
Lei ministro, lui sempre al partito e alla radio nella storica sede di Torre Argentina, la coda di cavallo ingiallita dal fumo e dagli anni, la forza e la voglia di parlare ancora e sempre di politica.
Ma anche negli ultimi giorni, “Emma”, pur da lontano, ha continuano a seguire e ad informarsi sulle condizioni di “Marco”. Con discrezione.
I segretari dei radicali si alternano, da Rita Bernardini a Marco Staderini. Un altro figlioccio prediletto come Daniele Capezzone nel frattempo se n’è andato sbattendo la porta per correre da Berlusconi, senza riuscire a uccidere il “padre”.
E del resto, non è un caso che il partito radicale nei decenni sia stato ribattezzato “partito viscerale”, per via di quell’aria da famigliona litigiosa, dove ci si ama, ci si sposa e ci si separa.
E al centro c’è sempre lui, Marco, capace di grandi slanci di generosità  verso i tanti figli e fratelli ma anche di ruvidissime scomuniche.
Pannella come “Crono”, il padre che divora i figli, l’hanno raccontato. Ma anche come figlio ribelle, fratello indisciplinato, puer aeternus della politica e della vita.
Un ragazzone che negli ultimi anni ha deciso di ritornare a fare il capellone, nonostante i ripetuti inviti a lasciar perdere della compagna e della Bonino.
Un capellone con la coda, come quando da giovane girava vestito da Amleto, con il dolcevita nero e un pendaglio con la scritta “Make love not war”.
Un capellone con la barba però sempre tagliata alla perfezione, una sua “fissa”. “Bisogna curare la barba, è come il giardino per gli inglesi, è un modo per porti verso il mondo in modo rispettoso”, ripeteva ai suoi giovani collaboratori.
In qualche intervista recente, si è divertito a raccontare le tante definizioni che questo look aveva provocato: Pirata, Capo Indiano, gentiluomo del Settecento.
O più semplicemente “Zio Marco”, perchè di fatto nonno non ci si è mai sentito.
Accanto a lui, anche nelle ultime settimane, nell’appartamento di via della Panetteria, i fedelissimi di sempre, a partire dalla compagna, la ginecologa Mirella Parachini, che gli sta accanto dalla metà  degli anni Settanta, Rita Bernardini e una coppia di ragazzi, Matteo e Laura, lui è stato l’ultimo collaboratore a Bruxelles.
A loro il compito di accudirlo, e filtrare l’agenda dei tanti che, a partire da Renzi e Berlusconi, negli ultimi giorni hanno chiesto di vederlo.
“Ce la faremo, non dovete essere tristi”, ha sussurrato dal letto a loro, e ai tanti altri ragazzi che sono andati a trovarlo. “Ce la faremo anche per tutti quelli che rischiano di essere aggrediti dalla tristezza”. Mentre parlava, il dito indicava un cerchio, come spesso usava fare. Un cerchio che sta a indicare “tutti insieme”.
Così come in politica, anche nel privato Pannella non si è dato limiti nè confini.
Ha confessato di aver amato alcuni uomini, e di aver avuto un figlio molti anni fa da una donna sposata di cui non ha più avuto notizie.
Dopo aver giocato con “sorella morte” durante i tanti digiuni, e in particolare quello, lunghissimo, da aprile a luglio 2011, nel 2014 viene colpito da un aneurisma dell’aorta addominale.
Viene operato e salvato e poche ore dopo ricomincia a fumare nella stanza d’ospedale. Decide di riprendere lo sciopero della sete, ma si ferma dopo una telefonata di Papa Francesco.
Da quel momento, lontano dai riflettori, i due tumori che lo perseguitano da tempo si fanno strada dentro il suo fisico da combattente.
Lui reagisce “alla Pannella”, fino all’ultimo respiro, una Marlboro dopo l’altra.
E del resto, quel corpo slanciato e imponente, smagrito fino a mostrare solo l’azzurro intenso degli occhi nei lunghi digiuni, è il protagonista assoluto di questa lunghissima vita politica.
Una vita politica in cui —forse non troppo paradossalmente- Pannella ha avuto un solo incarico di guida istituzionale, quando nel 1992 per 100 giorni guidò la circoscrizione di Roma-Ostia.
Della morte e della sua stessa longevità  politica ha parlato in diverse occasioni, come se i due percorsi- la vita terrena e quella politica- non potessero far altro che correre sullo stesso binario.
“La mia vita è la storia del partito”, ha spiegato. Una volta l’ha messa giù con una citazione cinematografica, cosa assai rara per lui che amava parlare solo di politica: “Avete presente il finale di Luci della ribalta, quando Calvero dice: ‘Non vi preoccupate sono morto tante volte’? Ecco, io mi limito a dire che tante volte sono stato proclamato morto…”.
Da ragazzo tentò persino il suicidio. Poi, a ottant’anni, nella già  citata intervista a Ceccarelli, spiegò la sua concezione buddista della “compresenza dei morti e dei viventi”.
“Io spero di accogliere la morte con grande familiarità . Spero che arrivi di notte, e io possa darle il benvenuto, felice di trovarmi così, ehi vieni, vieni qui…”.

(da “Huffingtonpost”)

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FELTRI: “NON MI SENTO UN VOLTAGABBANA. MEGLIO RENZIANO CHE FIGLIO DI PUTTANA”

Maggio 19th, 2016 Riccardo Fucile

CONTINUANO LE POLEMICHE DOPO IL CAMBIO AL VERTICE DI “LIBERO”

“Sul Fatto Quotidiano scrivono che ho pranzato con Renzi, uno che non ho mai visto in vita mia. Prima di diventare un fedelissimo di qualcuno bisognerebbe averci un minimo di rapporto. E poi essere favorevoli alle riforme istituzionali, dire che voterò sì al referendum, non significa essere renziani. E comunque meglio renziano che figlio di puttana”.
A dirlo è Vittorio Feltri, che in un colloquio con il Foglio smentisce di essere stato chiamato a dirigere Libero per spostare la linea del giornale e fare campagna per il referendum.
“Ero in contatto con gli Angelucci, gli editori, da luglio. Ad Angelucci, al figlio, dissi: ‘Non vengo a fare il maggiordomo di Belpietro. Già  è difficile scrivere sul Giornale che Berlusconi fa delle sciocchezze (per così dire), figurarsi se mi devo fare condizionare da un altro direttore”, racconta Feltri.
“Belpietro l’ho inventato io”, dice.
Quanto a Berlusconi, “sono stato molti anni dalla sua parte, quando era lucido. Ora lui è sincero solo quando mente. Non sono berlusconiano”
Nel primo editoriale del suo ritorno alla direzione di Libero, Feltri promette di dire “pane al pane, vino al vino”, con un “linguaggio colloquiale, più ironico che acido, perchè siamo convinti che sia già  faticoso vivere la vita e non sia il caso di raccontarla con la bava alla bocca per polemizzare a ogni costo”.
“Prenderemo di mira chi sbaglia e incoraggeremo chi sbaglia meno degli altri, posto che l’errore è il denominatore comune dell’umanità “, prosegue Feltri.
“I nostri commenti e le nostre cronache non saranno improntate a pregiudizi”.

(da “Huffingtonpost“)

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MENO MEET UP E PIU’ DIRETTORIO, COSI’ IL M5S HA TRADITO SE STESSO: “DAL MOVIMENTO DEGLI ATTIVISTI A QUELLO DEGLI ARRIVISTI”

Maggio 19th, 2016 Riccardo Fucile

UNO STUDIO SMONTA IL MITO DELLA PARTECIPAZIONE DELLA BASE GRILLINA… “IL MOVIMENTO E’ DIVENTATO UN PARTITO DI PARLAMENTARI, ATTIVISTI RELEGATI AI MARGINI”

Il Movimento cinque stelle, se mai lo è stato, non è più un Movimento di meet up ma è diventato soprattutto un Movimento degli eletti: in primis il direttorio. E naturalmente la Casaleggio.
Chi studia il Movimento da anni sa che questa è la mutazione genetica in corso, ma adesso questa conclusione è rafforzata dal primo studio scientifico di questo genere, un’indagine condotta dall’Università  La Sapienza e coordinata da Antonio Putini, che l’ha pubblicata su «Sociologia», la rivista quadrimestrale di scienze storiche e sociali (con un’ampia introduzione di Arianna Montanari).
I sociologi, in occasione della kermesse “Italia a 5 Stelle” organizzata dal Movimento a Roma fra il 10 e il 12 ottobre del 2014, hanno diffuso 500 questionari agli attivisti (l’86% dei quali ha risposto), delineando un identikit non statistico, ma mai condotto con questi numeri, su che cos’è oggi l’attivista del M5S, e soprattutto come funzionino, se funzionino, e eventualmente, se esistano ancora, i meet up.
I risultati sono rilevanti: scrive Putini che «i meet up “Movimento 5 Stelle” presenti sul comune di Roma sono 93 secondo la piattaforma “meet up ”, mentre solo 61 sono quelli ufficialmente riconosciuti dalla piattaforma Beppegrillo.it.
Inoltre, dei 97 meet up presenti nel blog beppegrillo.it relativi alle quattro città  di Milano, Roma, Napoli e Palermo, ben 21 erano inesistenti, e in altri 15 l’attività  più recente (convocazione di una riunione, pubblicazione di un post o risposta ad un post), risaliva almeno all’anno precedente, mostrando una sostanziale inattività  del gruppo». Traduciamo noi, e perdonate la brutalità : il Movimento cinque stelle dei meet up non esiste più, siamo dinanzi a un partito di parlamentari, peraltro collegato e almeno in parte diretto da un’azienda.
Nel 2012-2013, l’elettorato M5S era rappresentato in maggioranza da uomini di età  fra i 35 e i 41 anni, oggi (fonte Cise) la classe di età  più numerosa è fra i 45 e i 64 anni.
Nel 2012 l’elettorato era equamente diviso tra nord, centro e sud, oggi il 57% dei voti proviene dalle regioni del Sud, il 31,4% dal Nord, e l’11,6% dal Centro.
Gli attivisti M5S sono al 60% uomini. L’età  media è di 39 anni, mentre la fascia di età  più rappresentata è quella fra i 25 e i 29 anni.
I laureati sono il 34,2% del totale (a differenza del 12,7% registrato nella media dei dati Istat), mentre il 49,1% dichiara di possedere un diploma. Il ceto medio impiegatizio rappresenta il 31,3% del totale, al quale va aggiunto un 5.3% di insegnanti, mentre il 25,5% sono liberi professionisti o dirigenti. Il 22,3 sono operai (14,9) e lavoratori atipici.
Il 26.7% degli attivisti che ha risposto ha espresso un posizionamento nell’area di centro-sinistra, il 66% dice di non riconoscersi nella distinzione destra-sinistra (un’espressione che però, aggiungiamo noi, connota storicamente in Italia simpatizzanti di centrodestra).
Ricorda la Montanari che le deliberazioni online, «su un Paese di sessanta milioni di abitanti, non superano mai il numero di qualche migliaia».
Putini nota che i meet up, anche quando sono presenti sul territorio, dipendono «dal centro per le posizioni e decisioni politiche, pena l’esclusione dal movimento»: «Nonostante la creazione nell’ultimo anno di un direttorio composto da cinque parlamentari, i cinque stelle non hanno creato i meccanismi di collegamento per ciò che riguarda i diversi presidi territoriali. In genere la ricomposizione dei diversi interessi e dei bisogni espressi dal variegato mondo dei grillini passa dal centro».
Con tanti saluti alla partecipazione e ai territori.
Anche il sistema operativo è pochissimo usato: partecipa a votazioni online solo il 36.4% degli attivisti.
«Dal Movimento degli attivisti siamo diventati il Movimento degli arrivisti», chiosa amaramente uno degli attivisti fondatori.
Difficile, stando a questi dati, dargli torto.

Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)

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