Destra di Popolo.net

COME PARLA, LA RAGGI FA DANNI: “SE GRILLO ME LO CHIEDESSE, MI DIMETTEREI”

Maggio 19th, 2016 Riccardo Fucile

SCOPPIA IL CASO RAGGI: MA UNO CHE LA VOTA, PER CHI VOTA?

Quando resta sotto quota periscopio, tutto sembra girare per il meglio.
Ma quando Virginia Raggi si avventura tra giornali e interventi pubblici, iniziano i guai.
La donna nella quale sperano i Cinquestelle per arrivare al Campidoglio ha rilasciato ieri un’intervista a “L’Espresso” spiegando di essere «pronta al passo indietro» dalla carica di sindaco se, nell’eventualità  di un’indagine, Grillo dovesse chiederle di farsi da parte.
E così il Pd ha avuto gioco facile nell’accusare Raggi di essere «eterodiretta».
Il suo sfidante Giachetti ha commentato spiegando di avvertire «un certo raccapriccio nel sentire queste considerazioni. Renzi non si azzarderebbe proprio non solo a propormi un contratto, ma neanche a chiedermi una cosa del genere».
Ma Raggi ha tenuto il punto, ribadendo l’importanza nel M5S della figura del garante «che ci aiuta a rispettare i nostri principi, quindi io ritengo che nel momento in cui una persona si discosta da questi principi, se è onesta deve fare un passo indietro; se invece nonostante le violazioni continua a fare le cose in nome del Movimento, è giusto che ci sia qualcuno che a un certo punto dica basta».
Parole che rimandano al convitato di pietra di questa come di ogni altra discussione che riguardi il M5S negli ultimi giorni: Federico Pizzarotti.
Ieri pomeriggio si era sparsa la voce che a decidere la sorte del sindaco di Parma sarebbe stato un voto online tra gli attivisti.
Ipotesi smentita seccamente da Luigi Di Maio in televisione.
Eppure nei gruppi parlamentari ormai s’è fatta strada la consapevolezza che l’affare Pizzarotti stia creando solo un mucchio di grattacapi al Movimento a pochi giorni dalle comunali.
Inoltre il timore è che, cacciandolo, molti attivisti uscirebbero con lui.
Convinzioni diffuse nel Movimento, tanto che persino Grillo avrebbe chiesto ai suoi di risolvere in fretta la questione.
Il sindaco di Parma ieri ha «teso la mano per la terza volta» al M5S, come ha spiegato in una lettera.
Difficile che la soluzione passi davvero per un voto online che rischierebbe di spaccare in due la base del Movimento, regalando magari una vittoria allo stesso Pizzarotti.
Più probabile che la quadra la si cerchi sull’asse Roma-Milano, quando Luigi Di Maio, che oggi presenterà  tutti i candidati sindaci del M5S nelle principali città  italiane, tenterà  l’ultima mediazione con la Casaleggio Associati per tenere Pizzarotti dentro al Movimento.

Francesco Maesano
(da “La Stampa”)

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LA STORIA DI BORIS GIULIANO: “IL CORAGGIO DI ESSERE IMPAVIDI CON I POTENTI”

Maggio 19th, 2016 Riccardo Fucile

LA SUA STORIA SU RAI UNO: “UN POLIZIOTTO MITO PER I SUOI UOMINI, LA MAFIA AVEVA CAPITO CHE L’UNICO MODO PER FERMARLO ERA UCCIDERLO”

C’è un clima di commozione nella grande sala della Scuola superiore di Polizia di Roma, alla presentazione della miniserie Boris Giuliano, un poliziotto a Palermo di Ricky Tognazzi, in onda il 23 maggio (nel giorno della strage di Capaci) e il 24 maggio, c’è la famiglia dell’investigatore ucciso dalla mafia a Palermo il 21 luglio 1979, il figlio Alessandro è questore a Lucca.
Un lungo applauso accompagna i titoli di coda del film tv, in platea con gli uomini che lavorarono con Giuliano a Palermo ci sono il presidente del Senato Pietro Grasso, il direttore generale della Rai Antonio Campo Dall’Orto e gli allievi della polizia.«Giuliano è stato un autentico mito per gli uomini che ebbero la fortuna di lavorargli accanto e anche per i poveri della città  che si precipitarono in migliaia ai suoi funerali. Non si era mai visto un poliziotto così impavido con i potenti – dice Grasso – che sapeva essere poi così umano con chi era diventato piccolo delinquente in mancanza di alternative. Boris aveva capito la mafia ma la mafia aveva capito Boris, aveva capito che non avrebbe ceduto e che l’unico modo per fermarlo era ammazzarlo. Il suo grande senso del dovere, il suo amore per il lavoro» sottolinea «sono state le vere cause della sua morte».
Il presidente del Senato ricorda il primo incontro con l’investigatore che — negli anni del sacco di Palermo, del rapimento del giornalista Mauro De Mauro – avrebbe cambiato il modo di indagare sulla mafia.
«Era il settembre del 1970, eravamo nella stanza del già  famoso giudice Cesare Terranova (ucciso anche lui dalla mafia il 25 settembre 1979, ndr). Io ero un giovane magistrato che cercava di carpire i segreti del mestiere. Appena vidi Boris Giuliano, mi apparve la sua esplosione di allegria. Gioviale, simpatico e alla mano, dopo avergli detto che mi sarei sposato a giorni volle conoscere mia moglie e consegnare a entrambi personalmente i passaporti per farci partire».
Il film, scritto da Tognazzi con Angelo Pasquini e Giovanna   Koch, con la consulenza del giornalista Francesco La Licata, amico di Boris Giuliano, interpretato da Adriano Giannini (nel cast Nicole Grimaudo, Antonio Gerardi, Ettore Bassi, Tony Sperandeo, Francesco Benigno, Enrico Lo Verso) intreccia indagini e vita privata restituendo, come sottolinea anche il figlio Alessandro Giuliano, «l’umanità  del padre, un valore aggiunto, oltre alla sua professionalità , al suo metodo di indagine, alla sua intuizione sulle dinamiche dei nuovi traffici di eroina dalla Sicilia nel mondo. Al suo funerale era pieno di gente comune. In quegli anni a Palermo non c’erano grandi dimostrazioni di affetto nei confronti della polizia, tanto più nei quartieri popolari».
«Boris era un segugio senza eguali, un investigatore rispettato e temuto, gentile, intelligente, capace e integerrimo, il vero nemico della mafia. Una volta -racconta Grasso – mi chiese di assistere all’interrogatorio di un mafioso che lui aveva arrestato pochi giorni prima e che era appena arrivato all’Ucciardone. Il detenuto voleva sapere chi gli avesse fatto la soffiata e gli aveva consentito di catturarlo. Boris gli disse: “Vediamo se indovini” ed è così che seppe i nomi dei complici. In realtà  era riuscito ad arrestarlo grazie a un’intercettazione. Per me fu una lezione».
E fu grande soddisfazione quando a Quantico, in Virginia, vide che fra gli agenti morti in servizio dell’Fbi c’erano due italiani a essere commemorati: Boris Giuliano e Giovanni Falcone.
Alessandro Giuliano sottolinea come una fiction come questa «sia importante per la memoria. Con la famiglia siamo stati molto esigenti con gli autori e loro sono stati molto pazienti con noi. Voglio ringraziarli per questo. In tutti questi mesi sia il regista che gli attori ci hanno tenuto al corrente interpellandoci anche per i minimi dettagli. Per noi era importante che venisse fuori la persona, perchè anche chi finisce nei libri di storia ha la sua umanità . Era facile cadere nello stereotipo, ma papà  oltre a essere un servitore dello Stato era un uomo solare».
Dal film si capisce che Giorgio Boris Giuliano, solo Boris per i suoi uomini, eroe borghese siciliano che da Milano dov’è andato a lavorare torna in Sicilia per combattere la mafia dopo la strage di Ciaculli, era un padre — nonostante l’impegno — molto presente in famiglia, tenero, attento ai figli.
Il figlio Alessandro non rivela se gli episodi descritti nella fiction (in cui canta con loro le canzoni in inglese, o insegna proprio al figlio, bambino al mare, di impegnarsi sempre, anche per arrivare alla boa), siano veri.
«Posso confermare che era un papà  molto affettuoso» dice con pudore, la stessa discrezione dietro cui si trincera quando non risponde sulla scelta di vita. Ha seguito le orme del padre: investigatore brillante, capo della Squadra Mobile a Milano, ora questore a Lucca.
Quali sono le doti di un bravo investigatore? «Deve essere flessibile e tenere conto delle mutazioni della criminalità , mio padre ha avuto la bravura di capire come la mafia avesse cambiato scena, metodo. La mafia, come ripeteva Falcone, è un fenomeno umano e anche l’azione di contrasto lo è. Perseguire la legalità  è un impegno per la democrazia, sono particolarmente contento che la proiezione sia stata fatta qui nella Scuola della polizia perchè papà  non è un nome su una lapide, ma un esempio di chi ha fatto il proprio dovere».

Silvia Fumarola
(da “la Repubblica“)

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SONDAGGI REFERENDUM CAMBIANO VERSO: FRONTE DEL SI’ GIU’, PERSI 5 PUNTI IN UNA SETTIMANA

Maggio 19th, 2016 Riccardo Fucile

PER PIEPOLI I FAVOREVOLI SCESI DAL 46% AL 41%… MA UNO SU QUATTRO E’ INDECISO

I sondaggi sul referendum confermativo sulla riforma costituzionale allarmano Matteo Renzi.
La rilevazione condotta dall’istituto Piepoli* per “La Stampa” dice che il 41% degli elettori pensa di votare a favore. Uno su tre dichiara di volersi esprimere in maniera contraria. Mentre il 26% degli interpellati afferma di non essersi ancora fatto un’idea o di non aver intenzione di recarsi alle urne.
Ma a far scattare l’allarme rosso a Palazzo Chigi è il trend negativo.
I «sì» sono in netto calo. Appena una settimana fa erano il 46%. Significa che in sette giorni il 5% degli interpellati ha voltato le spalle alla riforma Boschi.
Mentre, nello stesso periodo, il fronte del «no» è balzato dal 28 al 33%.
In quest’ottica va letta anche la retromarcia di Renzi, che fa sapere di non avere più intenzione di personalizzare la consultazione. E che semmai sono le opposizioni a provarci, perchè senza argomenti.
Verso le urne 9 su 10
«La flessione di cinque punti non va interpretata come una caduta libera – avverte il professor Nicola Piepoli -. Piuttosto è un assestamento dovuto al dietrofront del governo sulle urne aperte anche il lunedì. Un balletto che ha disorientato non poco l’opinione pubblica».
Di certo c’è che la sfida d’autunno è decisiva. Il più occasioni il premier ha ribadito che, in caso di bocciatura della riforma, lascerà  non solo la guida del governo, ma la vita politica.
Anche se la percentuale di indecisi resta elevata (uno su quattro), nove interpellati su dieci (88%) si dicono propensi ad andare a votare. Il 62% non ha dubbi: risponde che «certamente» si recherà  alle urne, mentre il 26% sostiene che «probabilmente» parteciperà  alla consultazione.
Al netto di un 3% senza opinione, solo uno su dieci (9%) sostiene di non volersi esprimere.
«Significa che attorno a questo referendum c’è entusiasmo», aggiunge Piepoli. «Alla fine qualcuno cambierà  idea e altri magari andranno al mare, ma l’affluenza supererà  sicuramente il 60%».
I punti chiave
Il contenuto della riforma che convince maggiormente gli italiani è la riduzione del numero dei senatori dagli attuali 310 a cento (74 consiglieri regionali, 21 sindaci e 5 senatori nominati dal capo dello Stato per 7 anni): l’86% degli interpellati si dice favorevole.
Il 78% promuove l’introduzione di referendum propositivi per introdurre nuove leggi. Il 54% si dice d’accordo con l’abolizione del Cnel.
I temi che convincono meno sono la riduzione dell’autonomia degli enti locali a favore dello Stato centrale (48%) e l’elezione del presidente della Repubblica dalle due camere riunite in seduta comune senza più la partecipazione dei 58 delegati delle Regioni (49%).
Personalizzare la competizione, però, comporta rischi.
«Se Renzi non parla del referendum, vince», spiega Piepoli. «Perchè oggi la gente, a torto o a ragione, pensa che il governo stia riformando il Paese. Se il premier insiste troppo, invece, passerà  il messaggio che ha paura di perdere».

Gabriele Martini
(da “La Stampa”)

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MARCO PANNELLA RICOVERATO IN CONDIZIONI GRAVI. IL MEDICO: “CHIAMATEMI A QUALSIASI ORA”

Maggio 19th, 2016 Riccardo Fucile

IL MONDO POLITICO IN APPRENSIONE PER UN GRANDE PROTAGONISTA DEL NOSTRO TEMPO

Il medico, riporta il quotidiano il Messaggero, lasciando la clinica di sera dice al personale: “Ovviamente mi chiamerete in ogni momento, se c’è bisogno”.
Segno che le condizioni Si aggravano di salute di Marco Pannella sono molto gravi, quasi senza speranza.
Il leader radicale è stato “ricoverato presso una struttura ospedaliera per garantirgli un ambiente adeguato alle sue attuali condizioni”.
Il comunicato di Radio Radicale – poche e misurate parole – arriva nelle redazioni alle 18:20 di mercoledì e immediatamente scatta l’allarme sullo stato di salute dell’anziano leader radicale da anni in lotta contro due tumori.
Negli ultimi giorni le sue funzioni vitali – spiegano fonti mediche – sono peggiorate al punto che è stato ritenuto opportuno un trasferimento in una clinica romana più attrezzata presso il quale “non sono previste visite”.
Una accortezza per garantire tranquillità  e riservatezza a Pannella. Anche i cellulari delle persone che in questi mesi lo hanno assistito più da vicino risultano spenti o non rispondono. Insomma, il momento è particolarmente difficile.
Da marzo, quando si sono intensificate notizie su un aggravamento delle condizioni fisiche di Pannella (in lotta con un tumore ai polmoni ed uno al fegato), si sono moltiplicati gli allarmi ma anche le testimonianze di affetto nei suoi confronti.
Papa Francesco gli ha inviato il suo libro “Dio è misericordia” in regalo da per l’ottantaseiesimo compleanno del capo carismatico radicale festeggiato lo scorso 2 maggio in casa con amici e militanti. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha telefonato, così come i presidenti di Camera e Senato.
Ma tutti i leader di partito hanno voluto inviare un messaggio o sentire il “protagonista di tante battaglie politiche”.
Dopo la notizia del ricovero i social network hanno rilanciato l’allarme in rete. Migliaia di utenti hanno fatto sentire la loro vicinanza al fondatore del Partito Radicale: l’hashtag #Pannella è diventato in pochi minuti uno dei trend topic di twitter. “Sai come si lotta, non mollare!”, “Tieni duro”, “Forza vecchio leone”, “Se ci lasci anche tu io espatrio definitivamente”, “Un uomo che con le sue battaglie e la sua tenacia mi ha trasmesso la passione per la politica. Forza Marco” sono alcuni tweet tra i più condivisi.
Anche su facebook la pagina del capo carismatico radicale è stata inondata in pochi minuti di centinaia di messaggi.
D’altronde, Pannella è sempre stato molto attivo sulla rete. Fino a mercoledì, lui stesso ha ritwittato messaggi e link con iniziative dei Radicali.
Nei giorni scorsi ha pubblicato fotografie che lo ritraggono con amici e sostenitori del partito.
Il mondo della politica è in apprensione. Anche Matteo Renzi ha voluto incontrarlo lo scorso 12 marzo: “Tutti condividono l’idea che Pannella sia una grandissima personalità  della storia politica italiana”, disse il premier al termine dell’incontro nella casa romana del leader radicale.

(da “Huffingtonpost”)

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LA MAFIA DEI PASCOLI SPARA: DALLE MINACCE ALLE PALLOTTOLE

Maggio 18th, 2016 Riccardo Fucile

SINDACI E DIRIGENTI REGIONALI BLOCCANO LA TRUFFA DEI FONDI EUROPEI E I MAFIOSI SPARANO… ANTOCI NON HA PAURA: ” DOBBIAMO CAMBIARLA TUTTI INSIEME QUESTA TERRA, IO STO FACENDO SOLO IL MIO DOVERE”

Quando ha visto che le ripetute minacce non hanno avuto alcun effetto, la mafia ha deciso di colpire in maniera inequivocabile con un agguato che doveva essere mortale. Cosa nostra ha messo nel mirino il presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci, perchè si è vista soffiare un giro d’affari di diversi milioni di euro.
Infatti, a fronte di una spesa di 30 euro ad ettaro per un terreno pubblico destinato a pascolo, chi ottiene la concessione dagli enti prende un contributo europeo di circa 3 mila euro a ettaro.
È questo il business che sta dietro agli affari della mafia dei pascoli con interessi nel Parco dei Nebrodi che abbraccia tre territori, quelli di Messina, Catania ed Enna.
Si tratta di centinaia di milioni di euro, affari, sostengono Crocetta e Lumia, messi a rischio dalle revoche delle concessioni avviate da tempo dal presidente del Parco Antoci, scampato a un agguato, applicando il protocollo di legalità  firmato con la Prefettura di Messina a marzo del 2015.
Un agguato a colpi di fucile verificatosi la notte scorsa, mentre Antoci tornava a casa con la scorta dopo una cena lungo strada provinciale tra i comuni di Cesarò e San Fratello, nel messinese.
“Quello subito da Antoci – ha commentato Lumia – è stato un agguato militare di alto livello che non ha raggiunto lo scopo solo grazie all’intervento del dottor Manganaro, che ha sgominato il piano degli attentatori e li ha costretti a lasciare il campo”.
Il senatore del Pd ha aggiunto: “Ieri si è consumato un atto di guerra che mancava da anni in Sicilia. Se è guerra, guerra sia. Un atto di guerra ha bisogno di una risposta altrettanto rigorosa. Antoci è provato ma non piegato. Lo Stato non sottovaluti questa sfida di portata generale, cui tutti dobbiamo dare una risposta adeguata. Per mafiosi e collusi non ci sarà  pace, faremo la guerra con nomi e cognomi”.
Antoci, dopo essere stato sentito dagli magistrati, ha rivendicato il proprio lavoro: “Questa esperienza traumatica – ha affermato – mi ha dato la conferma che quello che abbiamo toccato sono interessi enormi. Cosa nostra si finanziava con i fondi europei, dopo che li abbiamo messi in difficoltà  ha reagito”.
“Siamo certi – ha aggiunto – che questo attentato viene dalle persone alle quali abbiamo fatto perdere un affare milionario”.
“Abbiamo fatto un protocollo di legalità  con la prefettura di Messina – ha spiegato il presidente del Parco dei Nebrodi – che ha disarcionato interessi mafiosi per diversi milioni di euro. Le ultime sentenze del Tar ci hanno poi dato ragione e questo ha dato loro fastidio”.
Antoci ha poi ribadito di essere determinato ad andare avanti: “Io non mi sento solo già  tra qualche giorno riprenderò il mio lavoro, lo Stato mi è stato vicino, ma lo Stato siamo noi tutti: dalla magistratura, alle forze dell’ordine, ai cittadini. Dobbiamo cambiarla tutti insieme questa terra. Non sto facendo niente di speciale. Sto facendo solo il mio dovere”.
Con Antoci alla guida dell’ente (dal 2005 senza presidente, aveva visto susseguirsi quattro commissari), nell’area dei Nebrodi si è rotto quella sorta di “patto sociale” che andava avanti da decenni e che consentiva l’utilizzo per pascolo, a canoni irrisori, dei terreni demaniali.
Alla rottura ha contribuito non poco il giovane sindaco di Troina, Fabio Venezia, anche lui sotto scorta per le numerose minacce ricevute.
Quando Troina si è aggiunta agli originari comuni del Parco, ha portato “in dote” 4.200 ettari di terreni a pascolo che il primo cittadino ha rifiutato di concedere alle solite condizioni.
Il presidente del parco dei Nebrodi ha trovato un alleato e ha cominciato la serrata verifica dei contratti.
L’allargamento dei controlli (il Parco ha un’estensione di 86 mila ettari e comprende 24 comuni) e la richiesta di certificazione antimafia e dei carichi pendenti è avvenuto anche per chi intende stipulare o rinnovare contratti di piccolo importo, e comunque ben al di sotto della soglia prevista per legge.
Come ricorda un articolo pubblicato dal quotidiano la Repubblica il 15 gennaio sulle 25 certificazioni chieste, 23 hanno avuto lo stop dalle prefetture di Enna e Messina per reati come l’associazione mafiosa e per legami con i più potenti clan mafiosi dell’Isola, quelli dei Bontempo Scavo, dei Conti Taguali, dei Santapola e dei clan “tortoriciani” e di Cesarò.

(da “Huffingtonpost”)

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CONTRATTI STABILI, CROLLO DEL 77% RISPETTO AL 2015

Maggio 18th, 2016 Riccardo Fucile

PROSEGUE LA CORSA DEI VOUCHER: + 45% IN UN ANNO

Gli effetti positivi della decontribuzione per i nuovi assunti nel 2015 continuano a farsi sentire, ma in negativo, sul 2016.
Secondo i dati trimestrali difffusi oggi dall’Inps nel primo trimestre del 2016 il saldo positivo dei contratti a tempo indeterminato è pari a 51.087, in calo del 77% rispetto ai 224.929 contratti stabili dei primi tre mesi 2015, quando l’esonero contributivo era appena entrato in vigore.
Se poi da questi dati si esclusono le trasformazioni e le assunzioni con contratto di apprendistato, nello stesso periodo di tempo il saldo netto dei nuovi contratti stabili risulta negativo per circa 53 mila unità .
Complessivamente, rileva l’Inps, nei primi tre mesi dell’anno il saldo dei contratti è pari a +241.000, inferiore a quello del corrispondente trimestre del 2015 (+326.000). Tale differenza – sottolinea l’istituto di previdenza – è totalmente attribuibile alle posizioni di lavoro a tempo indeterminato.
Per i contratti a tempo determinato, nel primo trimestre del 2016, si registrano 814.000 assunzioni, una dimensione del tutto analoga a quella degli anni precedenti (-1,7% sul 2015 e -1,1% sul 2014).
Le assunzioni con contratto di apprendistato sono state quasi 50.000, stabili rispetto al 2015.
Quanto alle cessazioni, complessivamente risultano diminuite dell’8,8%; per quelle a tempo indeterminato la riduzione è pari al 5,3%.
Prosegue intanto senza sosta la corsa dei voucher.
Nel primo trimestre 2016 sono stati venduti 31.5 milioni di voucher destinati al pagamento delle prestazioni di lavoro accessorio, del valore nominale di 10 euro, con un incremento, rispetto al primo trimestre 2015, pari al 45,6%.
Lo rileva l’Inps sottolineando che nel primo trimestre del 2015, la crescita dell’utilizzo dei voucher, rispetto al 2014, era stata pari al 75,4%.

(da agenzie)

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ZAIA AL SERVIZIO DI MOSCA: LA REGIONE VOTA PER LA CRIMEA ALLA RUSSIA E CONTRO L’UCRAINA E LA UE

Maggio 18th, 2016 Riccardo Fucile

ORA E’ IN BUONA COMPAGNIA CON LA COREA DEL NORD, LA SIRIA E LO ZIMBABWE…. NESSUNA PAROLA DI CONDANNA PER GLI ASSASSINI DEI DISSIDENTI DEL REGIME DI PUTIN

Il consiglio regionale del Veneto a trazione leghista si schiera contro l’Unione Europea e contro il governo italiano, ma sta in bella compagnia di Corea del Nord, Zimbabwe, Uganda, Kyrgyzstan e Siria.
Oggetto della contesa, che sta già  diventando un caso internazionale, è la Crimea.
O meglio, il riconoscimento del diritto di autodeterminazione di quel paese che ha deciso di entrare nella Federazione Russa, scatenando una crisi regionale dove la Ue è contrapposta a Mosca.
E la richiesta di mettere fine alle sanzioni economiche imposte dall’Europa, che a loro volta hanno innescato la risposta dell’embargo russo, causando un danno al tessuto produttivo veneto.
A Palazzo Ferro Fini, sede del consiglio regionale, va in votazione una risoluzione presentata da Stefano Valdegamberi, che nella precedente legislatura era dell’Udc, ma è poi passato armi e bagagli con la lista Zaia.
L’esito del voto è scontato, vista la schiacciante maggioranza formata da Lega Nord, Forza Italia, Fratelli d’Italia e Siamo Veneto.
Non sarà  certo il partito azzurro a mettersi di traverso, conoscendo la solida amicizia tra Silvio Berlusconi e il leader russo Vladimir Putin.
La risoluzione invita il governo italiano “a condannare la politica internazionale dell’Unione europea nei confronti della Crimea, fortemente discriminante ed ingiusta sotto il profilo dei principi del Diritto Internazionale, chiedendo di riconoscere la volontà  espressa dal Parlamento di Crimea e dal popolo mediante un referendum”. E chiede “l’immediato ritiro delle inutili sanzioni alla Russia che stanno comportando gravi conseguenze all’economia del Veneto, i cui effetti sono destinati ad essere irreversibili e duraturi nel tempo”.
L’iniziativa ha una doppia valenza.
Ideologica, perchè afferma il principio all’autodeterminazione di un popolo.
Ed economica, visto il danno che le aziende venete subiscono.
“E’ un tema da libertà  di coscienza — dichiara il governatore Luca Zaia — ma è anche il modo di dare la sveglia ai paesi europei. Noi siamo ligi a rispettare le sanzioni, mentre la Germania i suoi affari continua a farli. Il Veneto ha perso quasi un miliardo di euro in export verso la Russia, ci sono aziende che stanno fallendo per questo”.
Naturalmente il voto non è piaciuto all’Ucraina, l’altro soggetto internazionale coinvolto.
Indignato Yevhen Perelygin, ambasciatore in Italia. “E’ una risoluzione provocatoria, perchè la Crimea è parte integrante del territorio dell’Ucraina, occupata e annessa due anni fa alla Federazione Russa in violazione dei principi fondamentali del diritto internazionale e degli accordi bilaterali”.
L’ambasciatore denuncia “l’annessione” da parte della Russia attraverso “un referendum fasullo”.
A Venezia si è presentato anche il console generale dell’Ucraina a Milano, Andrii Kartysh, che ha incontrato il presidente del consiglio regionale, Roberto Ciambetti, rappresentandogli il disappunto del suo paese.
“Approveremo la risoluzione in una cornice in grande stile. — è la replica di Valdegamberi, che di recente si è recato al Forum Economico di Yalta — Ci saranno giornalisti e televisioni da tutta la Russia, c’è un entusiasmo pazzesco“.

Giuseppe Pietrobelli
(da “il Fatto Quotidiano”)

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SALVINI VA A PROVOCARE AL CAMPO ROM DELLA MAGLIANA: ACCOLTO A GRIDA DI “SCIACALLO, SCHIFOSO E IMBECILLE”

Maggio 18th, 2016 Riccardo Fucile

CONTINUA LA CAMPAGNA ELETTORALE RICCA DI CONTENUTI DEI LEPENOSI… LA MELONI ARRIVA IN RITARDO

Tensione alla periferia di Roma dove Matteo Salvini è andato per visitare il campo rom di via Candoni, nell’ambito del tour elettorale della candidata sindaco di Fratelli d’Italia.
La solita provocazione per essere contestati e avere spazio sui media, visto che di altri contenuti non se ne vedono.
«Vai via», «schifoso», «imbecille» “sciacallo”   hanno urlato i rom al leader della Lega. Salvini ha preso il telefonino per fare una diretta via Facebook delle contestazioni. «Scemo, scemo» è stata la risposta dei rom.
Salvini, durante la contestazione, ha risposto agli insulti riprendendo i suoi ‘avversari’ con lo smartphone.
Insieme a Salvini l’ex presidente della Camera Irene Pivetti, ora candidata alle amministrative della Capitale.
Grida e malumori hanno preceduto l’arrivo dei due politici.
«Non è giusto che Meloni e Salvini vengano qui a fare campagna elettorale sulla nostra pelle», ha detto il capo del campo Rom parlando con i giornalisti.
Un gruppo di bambini del campo, radunati fuori con altri rom ha iniziato a scandire lo slogan “No a Salvini, odio la Lega”.
I Rom hanno mostrato uno striscione con scritto “Non vogliamo Salvini”.
Intanto è arrivata una camionetta della polizia.
Meloni è arrivata in ritardo.

(da “il Messaggero”)

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L’ACCOGLIENZA AI PROFUGHI FARA’ GUADAGNARE L’EUROPA: SPENDE UN EURO, NE GUADAGNERA’ DUE

Maggio 18th, 2016 Riccardo Fucile

LO STUDIO DELL’ECONOMISTA LEGRAIN SU MIGRANTI E PIL: I RIFUGIATI COSTANO ALL’EUROPA 69 MILIARDI, MA NE SPENDERANNO IL DOPPIO IN 5 ANNI

Accogliere i richiedenti asilo che provengono dall’Africa e dal Medio Oriente è una spesa enorme per l’Unione europea, ma il costo sarà  ampiamente ripagato dagli stessi profughi che nei prossimi anni andranno a generare una ricchezza pari al doppio di quanto è costata l’accoglienza.
Il calcolo è stato effettuato dall’economista Philippe Legrain, ex consigliere alla presidenza della Commissione europea, secondo il quale i rifugiati che vengono usati come spauracchio dai movimenti populisti e xenofobi in realtà  creeranno nuovi posti di lavoro, faranno crescere la domanda di prodotti e servizi e colmeranno la richiesta di forza lavoro non soddisfatta dagli europei.
Non solo: Legrain dimostra attraverso il suo studio che grazie al lavoro i profughi aiuteranno a rimpinguare le casse della previdenza sociale.
Più precisamente, l’accoglienza dei profughi incrementerà  il debito pubblico dell’Unione europea nel suo complesso per 69 miliardi di euro entro il 2020, ma nello stesso periodo i profughi faranno crescere il Pil di 126,6 miliardi: per ogni euro speso per l’accoglienza e l’integrazione, dunque, l’Europa ne riceverà  due.
Il dossier “Refugees Work: A Humanitarian Investment That Yields Economic Dividends” è stato presentato mercoledì dalla Tent Foundation, ong che si occupa di sfollati.
Il rapporto rovescia lo stereotipo del profugo che manda all’aria i conti dell’Unione europea e toglie il pane di bocca ai poveri del vecchio continente.
Numeri alla mano, è proprio il contrario: anzi conviene all’Europa investire sull’accoglienza poichè a breve termine riceverà  dai profughi il 100% di quanto ha speso.
Come riporta il quotidiano britannico Guardian, Legrain è convinto che soltanto facendo i conti con la realtà  potrà  crollare il mito del rifugiato come un peso per la società : “E’ un pregiudizio condiviso anche da coloro che sono favorevoli ad accogliere i richiedenti asilo, secondo i quali sono molto costosi ma è giusto farli entrare”.
“Ma questo è sbagliato. Se naturalmente la motivazione primaria per accoglierli è che fuggono dalla morte, una volta arrivati possono contribuire all’economia”.
Dopo aver eroso il pregiudizio sui costi a fondo perduto dell’accoglienza, Legrain smonta anche quello sbandierato spesso dai partiti anti-migranti: quello secondo il quale gli immigrati rubano il lavoro ai locali.
“Per farla semplice: non c’è un numero fisso di posti di lavoro. I rifugiati che prendono dei posti di lavoro allo stesso tempo ne creano altri. Quando spendono quello che guadagnano, fanno crescere la domanda per le persone che producono i beni e i servizi che loro consumano. Allo stesso tempo creano lavoro in linee di produzione complementari: per esempio i rifugiati che diventano muratori creano lavoro per i locali che possono diventare supervisori oppure commercianti di prodotti per l’edilizia”.
L’arrivo dei profughi è una manna per la situazione demografica di una Europa sempre più anziana e sterile.
Questo è un altro punto che il dossier sottolinea.
Sempre Legrain: “Entro il 2030 la quota degli europei in età  produttiva si ridurrà  di un sesto (8,7 milioni di persone), mentre la popolazione anziana aumenterà  di un quarto (4,7 milioni)”.
L’età  media dei rifugiati è bassa, spesso si tratta di persone tra i venti e i trent’anni che possono contribuire a fare figli svecchiando la popolazione europea e contribuendo a pagare le pensioni degli europei.

(da “Huffingtonpost“)

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