Maggio 18th, 2016 Riccardo Fucile
LA FAMIGLIA IN CAMPO PER SALVARE I CONTI DI FORZA ITALIA, I CINQUE FIGLI STACCANO ASSEGNI
La famiglia Berlusconi scende in campo per salvare i conti di Forza Italia: i cinque figli dell’ex Cavaliere,
Barbara, Eleonora, Luigi, Marina e PierSilvio, hanno staccato ciascuno un assegno di 100.000 euro nel 2015 in favore delle Casse “azzurre”.
È quanto emerge dalle dichiarazioni congiunte, con i finanziamenti che i privati danno ai partiti e che devono essere depositate alla Camera.
In soccorso di Forza Italia sono arrivati anche Paolo Berlusconi, nonchè Fedele Confalonieri e Bruno Ermolli con altri tre contributi di 100.000 euro a cui se ne è aggiunto uno della Fininvest sede di Roma.
Ben più onerosi gli impegni di Silvio Berlusconi in favore del suo partito, con tre maxi-assegni per estinguere altrettante fidejussioni: il primo di 23,28 milioni di euro per un fido di Mps del 2001; il secondo di 10,38 milioni di euro per un fido del Banco Popolare di Sondrio risalente al 1998; un terzo pari a 10,25 milioni per un fido del 2000 della Banca del Fucino sede di Roma.
Dalle dichiarazioni congiunte si apprende che il contenzioso tra Forza Italia e Ncd sui soldi del Pdl si è chiuso con un accordo siglato il 22 ottobre 2014 (al momento della scissione) che ha portato il 15 marzo 2015 a Forza Italia una prima tranche di 900.000 mila euro; è seguita, il 24 aprile una “scrittura privata” che ha portato due altre tranche di 27.600 e di 6.815 euro.
Sempre dal Pdl sono arrivati altre risorse in termini di beni e servizi: 92.458,97 sono giunti dal “distacco parziale di personale dipendente” e 8.200 per la “messa a disposizione di locali con contratto di comodato”.
In fuga, invece, i grandi imprenditori come Gavio, Arvedi o Riva, che nel passato avevano aiutato Forza Italia o il Pdl.
Tra le imprese si registrano solo la Sant’Angelo, una società immobiliare di Roma (30.000 euro) e la Italgraf (23.000) sempre della Capitale.
Il resto arriva tutto dagli eletti, con Paolo Romani che si dimostra il più prodigo (66.800 euro).
Ma la fuga di imprese e privati dal sostegno economico ai partiti è generalizzato.
Anche il Pd non può più contare sul tradizionale contributo delle Coop; solo a Ravenna se ne sono registrate due: la Coop Alice, che ha donato 6.000 euro e la Legacoop che ha versato 10.000.
Il Pd quindi ricorre quasi esclusivamente ai finanziamenti dei propri eletti, con una curiosità : tra i nomi dei “big” che hanno versato la loro quota al partito non figura Matteo Renzi, mentre ci sono i suoi due vice, Lorenzo Guerini (18.000 euro) e Debora Serracchiani (15.600 euro) e soprattutto tutti gli esponenti dell’opposizione interna, capitanati da Pierluigi Bersani (20.300). L’unico ad aver finanziato due partiti diversi è Pippo Civati: prima ha versato la sua quota al Pd (6.000 euro) e dopo la sua uscita dai Dem ha dato 5.579 euro al suo nuovo partito, Possibile.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 18th, 2016 Riccardo Fucile
L’EX PRESIDENTE: “L’UNICA EUROPA POSSIBILE E’ A GUIDA FRANCO-TEDESCA”
Nicolas Sarkozy, presidente dei Repubblicani francesi, chiede di «rifondare profondamente il progetto europeo» attraverso un nuovo trattato di cui dettaglia il contenuto, alla vigilia dell’incontro sull’Europa organizzato dal suo partito per oggi.
Secondo Frontex, ad aprile sono arrivati in Grecia 2.700 rifugiati, dieci volte meno rispetto a marzo. L’accordo tra l’Europa e la Turchia è un successo, dunque?
«No. Non bisogna confondere ciò che è congiunturale con ciò che è strutturale. Il crollo della Siria provoca un afflusso di popolazione verso l’Europa. Inoltre, in trent’anni l’Africa raddoppierà la sua popolazione. Pensare che la Turchia possa gestire e risolvere questi problemi in una prospettiva a lungo termine è un errore. L’Europa può fidarsi di un potere turco, che si evolve sempre più verso un regime autoritario? Io non credo».
Angela Merkel si è sbagliata durante la crisi dei rifugiati?
«Uno dei maggiori problemi in Europa oggi è la totale assenza di leadership. Ora ce n’è solo una possibile: la leadership franco-tedesca. Prima di essere eletto presidente nel 2007 ne dubitavo. Pensavo che avremmo potuto avere una leadership condivisa tra cinque o sei Paesi. Molto rapidamente mi sono reso conto che non funzionava e che l’accordo franco-tedesco era essenziale. È per questo che non voglio criticare la Merkel e la politica tedesca. Ma ciò che mi ha colpito è vedere la cancelliera negoziare da sola con il governo turco. Dov’era Hollande? Dov’è la voce della Francia? Quando Barack Obama è venuto in Europa, ha incontrato la cancelliera tedesca, dopo essersi fermato nel Regno Unito. La Francia è scomparsa dall’agenda diplomatica? Che umiliazione! Deploro non tanto il primato della Merkel quanto la cancellazione di Hollande».
Merkel ha favorito la crescita dell’estrema destra con la sua politica di accoglienza dei rifugiati?
«L’estrema destra cresce ovunque in Europa. Non siamo noi francesi a dover dare lezioni. Ma c’è una differenza tra la retorica e la realtà tedesca. Alcune espressioni della cancelliera potrebbero far pensare che la Germania abbia sottovalutato il problema, mentre Donald Tusk (il presidente del Consiglio europeo, ndr) nello stesso periodo mi diceva che c’erano almeno 10 milioni di persone che si stavano spostando verso l’Europa. Ma dobbiamo riconoscere che, discorsi a parte, l’inasprimento delle norme tedesche è molto forte. Per me è stato un vero sollievo constatarlo».
Nel frattempo, l’estrema destra potrebbe vincere le elezioni presidenziali in Austria di domenica 22 maggio.
«La situazione in Austria è molto preoccupante. In questo Paese, compresa la capitale Vienna che quasi un secolo fa era il centro culturale dell’Europa, i partiti di governo hanno l’11% dei voti e l’estrema destra il 35%. E dovrà affrontare un ambientalista nel secondo turno delle elezioni presidenziali! L’Austria paga il fallimento delle grandi coalizioni così amate dalle èlite: quando non ci sono più nè destra nè sinistra, quando non c’è più dibattito, si lascia uno spazio enorme agli estremisti. Si tratta di un fraintendimento totale delle regole della democrazia, che richiede un dibattito appassionato e talvolta frontale. In Francia, da venticinque anni a questa parte non si può discutere d’immigrazione senza essere definiti razzista, di Islam senza essere trattati da islamofobici e d’Europa senza essere trattati da anti-europei. Quello che sta accadendo in Austria potrebbe accadere in Francia».
Non esclude una vittoria del Fn alle elezioni presidenziali?
«Io dico che una delle ragioni per cui sono tornato in politica è che la voce dell’opposizione era debole e lasciava al Fn il monopolio dell’opposizione alla politica di Hollande».
Al di là dell’Austria, viviamo una rottura dei valori condivisi con l’Europa centrale, incarnata dalla democrazia «illiberale» di Viktor Orban in Ungheria?
«Contesto questa interpretazione. Orban non è stato escluso dal Ppe e, per quanto ne so, ha sempre rispettato il responso delle urne. Ha vinto tre volte e una volta è stato battuto, non è il segno di una dittatura».
La Commissione di Venezia, organo consultivo del Consiglio d’Europa, ha espresso riserve sulla nuova Costituzione…
«Non possiamo dire non c’è democrazia in Ungheria. È il difetto delle èlite francesi voler dare lezioni al mondo intero. In Polonia ho visto i fratelli Kaczynski al potere. Hanno rispettato le norme europee e quando sono stati sconfitti hanno lasciato. Dopo cinquant’anni di regime comunista, questi Paesi sono democrazie che funzionano pur subendo una fortissima pressione migratoria. Preferite che si rifaccia il Muro di Berlino?».
Il 23 giugno, i britannici votano per tenere il Regno Unito nell’Unione europea. Cosa fare in caso di «Brexit»?
«Sono totalmente contrario alla uscita del Regno Unito dall’Europa. La cosa peggiore sarebbe la Brexit e l’adesione della Turchia: il grande slam dell’errore! Ma Brexit o no, bisognerà in ogni caso ristrutturare profondamente il progetto europeo e questo passa per un trattato su cui la Francia dovrà prendere l’iniziativa prima dell’estate 2017».
Quali saranno le novità di questo nuovo trattato?
«La priorità sarà quella di porre le basi per un Schengen 2 perchè Schengen 1 è morto. Propongo la creazione di un’area euro-Schengen, vale a dire un governo composto dai ministri degli Interni dei Paesi membri di Schengen, con un presidente stabile, che avrebbe autorità su Frontex. La libertà di movimento degli extracomunitari non deve essere permessa nell’Ue finchè non sarà adottata Schengen 2. Aderire a Schengen 2 presupporrà l’adozione preliminare di una politica comune dell’immigrazione con benefici sociali armonizzati per i richiedenti asilo. Al di là di questo, qualsiasi nuovo immigrato in Europa non toccherà assegno sociale prima di un periodo di cinque anni. Ogni Paese avrà anche la stessa lista di «Paesi sicuri». Solo dopo aver attuato questa armonizzazione potremo abolire le frontiere interne in Europa».
E in che modo questo nuovo trattato permetterà di affrontare la crisi dei rifugiati?
«Sono fortemente contrario alla politica delle quote. È un errore installare gli hot spot in Europa, perchè così i rifugiati hanno già attraversato il Mediterraneo. Devono essere collocati a sud del Mediterraneo e finanziati dagli europei. I fascicoli dei richiedenti asilo saranno studiati lì e i Paesi che non accetteranno la presenza di hot spot sul loro territorio potrebbero vedersi negare il visto».
Se è favorevole agli hot spot al di fuori dell’Europa, perchè condanna l’accordo con la Turchia?
«Contesto l’abolizione dei visti, irresponsabile nell’attuale situazione sotto il profilo della sicurezza, e il rilancio dei negoziati di adesione, incomprensibili data l’evoluzione del governo turco sulle libertà civili».
(da “Le Monde“)
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Maggio 18th, 2016 Riccardo Fucile
FINISCE PER SPINGERE PER LE UNIONI GAY E NON E’ RICONOSCENTE NEANCHE VERSO I CENTRISTI
I cardinali, diversamente dal Papa, non sono infallibili. 
Possono sbagliare come tutti gli altri esseri umani, e quando gli capita hanno diritto pure loro a un po’ di misericordia.
Per esempio al presidente della Cei Bagnasco, che considera le unioni civili alla stregua di matrimoni gay mascherati, vanno perdonati un paio di errori tattici non da poco, chiamiamoli se si preferisce autogol.
Primo autogol: sostenendo che tra unioni e matrimoni le differenze sono minime, «piccoli espedienti nominalistici», anzi «artifici giuridici facilmente aggirabili», Bagnasco spiana senza volere la strada alle adozioni gay.
Perchè quei tribunali che già le ammettono saranno incoraggiati dell’interpretazione estensiva del cardinale; e quelli che non le avevano ancora consentite si sentiranno legittimati in futuro.
Se volesse davvero impedire la «stepchild adoption» e il cosiddetto utero in affitto, Bagnasco dovrebbe sostenere il contrario, che le differenze (pur lievi) ci sono e non giustificano dunque una equiparazione coi matrimoni. Probabile che la «vis polemica» l’abbia spinto un po’ oltre.
Secondo autogol: dipingendo le unioni civili come una battaglia infruttuosa, anzi una sconfitta epocale, il presidente della Cei molla un bel calcione a tutti quanti si erano battuti in Parlamento per contrastare la Cirinnà .
Li tratta come degli inetti, che sono riusciti a strappare a Renzi soltanto qualche contentino formale.
Alfano, che si è riconosciuto tra i bersagli del cardinale, l’ha presa molto a male. E non solo lui.
Tutti i centristi, che avevano sperato in un grazie dell’episcopato, non incassano neppure un briciolo di riconoscenza per i loro sforzi.
Servirà loro da lezione, così in futuro si regoleranno diversamente.
Ugo Magri
(da “La Stampa”)
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Maggio 18th, 2016 Riccardo Fucile
INDAGATO CALCAGNO, EX VESCOVO DI SAVONA
Un mega parcheggio dove sorgeva il parco di uno storico seminario savonese, appartamenti residenziali a Albissola nel palazzo che un’anima pia aveva donato alla Curia con il vincolo di destinarlo all’infanzia (a piano terra c’è una ludoteca e tanto basta) e soprattutto le Colonie Bergamasche di Celle Ligure, un’operazione immobiliare da 70 milioni di euro.
Affari per decine di milioni.
Queste e altre vicende minori sono sotto la lente della Procura savonese che ha indagato con l’accusa di malversazione l’ex vescovo di Savona Domenico Calcagno, oggi presidente dell’amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica, insieme con gli ex vertici dell’Istituto per il sostentamento del Clero, attraverso il quale la Curia conduceva i suoi investimenti. Non sempre fortunati. Tutt’altro.
L’acquisto da parte dell’Istituto, insieme con partner privati con cui ha costituito la società Punta dell’Olmo, delle Colonie Bergamasche con l’intenzione di trasformare l’ex struttura per i bambini lombardi in un complesso di lusso ha portato a un’esposizione bancaria poi sfociata in una causa civile.
Come ha scritto nella nota del 2015 con cui ha commissariato l’Istituto per il Clero l’attuale vescovo di Savona monsignor Lupi, questa e le altre operazioni hanno provocato «grave danno» alle finanze della Curia locale.
Le malversazioni contestate al monsignore e altre tre persone avrebbero avuto come conseguenza perdite per milioni di euro.
Ora la magistratura vuole vedere chiaro nel dossier sulle Colonie Bergamasche – su cui però monsignor Calcagno respinge ogni responsabilità perchè la vendita è avvenuta nel 2009 quando era a Roma – e su tutta l’intensa attività immobiliare che fa capo alla diocesi savonese a partire dal 2002
Indagati insieme con monsignore sono l’ex presidente dell’Istituto, don Pietro Tartarotti, ora parroco alle Fornaci, il vicepresidente Gianmichele Baldi e il figlio Gianmarco, due laici.
È la posizione di don Tartarotti a portare al monsignore: fu Calcagno infatti a chiamare don Pietro alla guida dell’Istituto e – secondo la Procura – ad avallare l’operato del sacerdote negli investimenti immobiliari.
Amante della buona tavola, produttore in proprio di un vino etichettato «vino del vescovo di Savona-Noli per gli amici», ottimo cuoco (celebri i suoi ravioli fatti a mano), buon cacciatore, collezionista di armi (il che gli è valso il soprannome di monsignor Rambo), l’ex vescovo di Savona è una personalità che ha lasciato il segno. Ha sempre detto che a Savona era arrivato per rimettere i conti in ordine (si era appena scoperto un pesante ammanco nelle casse della Caritas) e oggi si dice «sereno» e «fiducioso nell’operato della magistratura».
Erika Dellacasa
(da “il Corriere della Sera”)
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Maggio 18th, 2016 Riccardo Fucile
L’EX PRESIDENTE DI INTESA: “NON MI SONO MAI SENTITO UN BANCHIERE, SONO UN GIURISTA”…”IO, CUCCIA, IL CORRIERE E LA STAGIONE DELLA FINANZA CATTOLICA”
«Io sconfitto per l’Opa sul Corriere? Guardi che ho lasciato i miei incarichi. E poi, le consiglierei di
aspettare un momentO. Oggi non so proprio come andrà a finire». Giovanni Bazoli, 83 anni, lascia la guida di Banca Intesa dopo averla costruita pezzo per pezzo dalle macerie del Banco Ambrosiano, finito impiccato sotto il ponte dei Frati Neri a Londra con Roberto Calvi.
Questa è la sua prima intervista dopo aver lasciato la presidenza della più importante banca italiana, proprio mentre scoppia la terza guerra tra Intesa e Mediobanca, questa volta attorno al Corriere.
Professore, lei è cattolico, di rito bresciano, montiniano e democratico. Si è sentito banchiere di Dio in questi anni?
«Non mi sono mai sentito neppure banchiere. Uno è ciò che ha studiato, e io sono un giurista. Prima che cominciasse tutto, nel 1982, è questa l’obiezione che ho fatto a Ciampi e Andreatta che volevano convincermi a diventare presidente del Nuovo Ambrosiano. Camminammo a lungo a braccetto nei corridoi di Bankitalia, che quel giorno mi sembrarono lunghissimi, prima di entrare nell’incontro decisivo. Nella riunione le sette banche dissero che come presidente indicavano il professor Bazoli. Non mi conosceva nessuno. Mi alzai: “Bazoli sarei io. Ma non penso di essere adatto, chiedo 24 ore per decidere”».
Chi la convinse?
«Nessuno, tanto che alla fine andai da Andreatta e gli dissi di pensare ad un altro nome. Mi disarmò: “A tutti costa assumere una grande responsabilità in condizioni di emergenza. Devo prendere atto che tu non te la senti”. Se è così, risposi, io accetto».
Che Italia era quella del 1982? La P2 dilagante, Bankitalia violata dall’attacco della Procura di Roma a Baffi e Sarcinelli, Sindona che poco prima fa assassinare Ambrosoli, il “suicidio” di Calvi. Il crimine che si muoveva dietro quel Banco lo ha mai incontrato?
«No. A Ferragosto io e Gallo, il direttore generale, entriamo in banca. La prima telefonata è del questore di Milano, Pirella, che ci convoca nel suo ufficio. Sentite, dice, dietro la morte di Calvi c’è la peggior organizzazione criminale del mondo. Io non ho i mezzi per proteggervi, ci deve pensare la banca. Uscimmo dalla questura in una Milano deserta, guardandoci attorno. Ecco il Paese com’era. Ma c’era anche un’Italia di galantuomini: senza Ciampi e Andreatta non avrei mai accettato».
Le due Italie si scontrarono sull’Ambrosiano?
«L’opinione pubblica era divisa e forze importanti, diciamolo, avevano cercato di impedire la liquidazione coatta dell’Ambrosiano di Calvi».
Faccia dei nomi: chi era contro?
«Andreatta dovette fronteggiare Andreotti. E altri».
Ma nell’89, sette anni dopo, lei fa la prima fusione con la Banca Cattolica del Veneto e nasce l’Ambroveneto. Aveva già in mente la grande banca?
«No davvero. Ho sempre fatto un passo alla volta. Ma dopo la prima operazione, cominciammo a suscitare appetiti. Tanto che nacque il primo scontro con Mediobanca, che cercò di convincere Schlesinger, presidente della Popolare di Milano, a non rivolgersi a noi, come lo obbligava il patto di sindacato, ma a Generali. Avevo solo un mese di tempo per trovare qualcuno in grado di fare una controfferta. Per di più, dovevo partire per il Fondo Monetario: non sapevo a che santo votarmi».
Come trovò un santo francese?
«Fu un caso. In una riunione al Fondo avanzai la proposta a un funzionario del Crèdit Agricole, che la trasmise ai suoi. Per convincerli andai a Parigi, in incognito. L’offerta scritta, firmata dal direttore generale Jaffrè, giunse il penultimo giorno utile, ma per una svista portava la data del giorno dopo e quell’errore venne impugnato. Avevamo poche ore per rimediare e tutti i poteri forti schierati contro di noi, Generali, Fiat, Mediobanca. Per fortuna Jaffrè era al carnevale di Venezia, lo trovai e gli chiesi di correre a Milano. Era in vacanza, venne in pullover, sembrava un intruso: dovette mostrare la carta d’identità . Passammo. Dopo qualche giorno scoprii che Gianni Agnelli aveva detto a un amico, col suo linguaggio sportivo: io tengo per Bazoli».
Lo conosceva?
«Lo avevo incontrato a un seminario Ambrosetti. Era curioso di conoscermi. A bruciapelo mi chiese di spiegargli il significato della finanza cattolica ».
Cosa gli rispose?
«Che gli statuti delle banche cattoliche prevedono la rinuncia a una parte degli utili a favore di opere benefiche. Oggi parlare di finanza cattolica non ha più senso. Ma mio nonno avrebbe saputo spiegare bene cosa significava andare in giro per le campagne a creare le cooperative bianche ».
Nel 1997 Ambroveneto acquista Cariplo, la più grande Cassa di Risparmio del mondo, con un’offerta che prevale su quella avanzata dalla Comit. E’ lo scontro tra finanza laica e finanza cattolica, nella seconda guerra con Mediobanca?
«Lo abbiamo evitato grazie a una svolta nei miei rapporti con Cuccia, in circostanze eccezionali. Era appena scomparso in un incidente stradale il mio unico fratello, che lasciava quattro figli, già orfani della madre, vittima della strage di Piazza della Loggia a Brescia. In quel momento ero così disperato che pensavo di lasciare tutto. Ad ottobre, prima che partisse la gara, andai da Cuccia e gli confidai il mio stato d’animo: lei non capirà ma io non sono in condizione di fare una guerra, se vi opponete io lascio. “Tre giorni fa è morta mia moglie — rispose -, dopo 60 anni di matrimonio. Non è il caso che le dica che capisco tutto. Vada avanti”. Si è alzato e ci siamo abbracciati ».
L’integrazione con la Comit, la banca laica che era stata di Raffaele Mattioli, fu il frutto di quell’incontro con Cuccia?
«Sì. Era nato un rapporto confidenziale. Quando fu lanciata un’Opa ostile di Unicredit contro la Comit, Cuccia puntò su di noi. Imparai che esisteva un passaggio nascosto sotto via Filodrammatici, ci trovavamo segretamente in quattro, Cuccia, Maranghi, il notaio Marchetti ed io. Vede che le relazioni contano, negli affari come nella vita? »
Lei è stato accusato di aver inventato una “banca di relazione”, “banca di sistema”. Lo sta rivendicando?
«No, dico che le relazioni possono essere buone o cattive. E vanno giudicate per questo. Io non ho mai teorizzato la banca di sistema».
Lo ha fatto Corrado Passera quando era amministratore delegato di Intesa, mettendo in piedi il cosiddetto “salvataggio” di Alitalia. Lei c’era, no?
«Sono noti a tutti i dubbi che avevo al riguardo ».
Insieme a Passera avete fatto la fusione con il San Paolo di Torino, nel ’99. Un’operazione bancaria o di potere?
«Direi un’operazione di importanza vitale per il sistema bancario italiano. Io avevo un buon rapporto con Enrico Salza. Avevamo un grande amico comune, Alfonso Desiata, malato da tempo. Decidemmo di andarlo a trovare insieme: passammo un giorno in viaggio, ci confidammo l’idea, la discutemmo tornando a casa. Tutto è nato in auto. Poi incontri riservati, questa volta nello studio Pedersoli di Milano, e con Franzo Grande Stevens, presidente della Compagnia di San Paolo».
Tutto sempre d’estate, perchè?
«Coincidenze. Però è vero che quando la gente è in vacanza e le città sono vuote, è più facile appartarsi e negoziare riservatamente».
Sembra che non parli di affari, ma di colpi di mano. Qualche volta avrà pure preso delle sberle, no?
«Vuole sapere se ho rischiato di finire con le ossa rotte? Non una sola volta. Nel ’94 ad esempio la Comit lanciò su di noi un’Opa diabolica e zoppa, perchè era rivolta soltanto ai primi due soci che avrebbero risposto, non a tutti. Il valore dei titoli era salito al doppio del prezzo di Borsa, il killeraggio mio e di Agricole era praticamente scritto ».
Cosa vi salvò?
«La percezione di qualcosa nell’aria. Una settimana prima dell’Opa vidi a Verona i presidenti delle Banche Popolari Venete, che si erano già dichiarate venditrici, e proposi: datemi un’esclusiva per un mese, al prezzo che concordiamo qui, oggi. Raggiunto l’accordo, chiesi di metterlo per iscritto. Mi risposero: “Mica si fa così, per queste cose ci vogliono gli avvocati”. Ma io sono avvocato, insistetti, chiamiamo una segretaria, dettiamo, scriviamo e firmiamo. Abbiamo firmato».
Veneto, Popolari, Bazoli: la finanza cattolica non avrà più senso, come dice lei, però qualche volta aiuta, non le pare?
«Non come pensa lei. Sa per cosa è di aiuto essere cattolici? Per avvertire la responsabilità sociale di una banca. Per sentirsi cioè responsabili dei risparmi delle famiglie, dello sviluppo delle imprese e della crescita del Paese. E soprattutto per aver piena consapevolezza che il problema fondamentale oggi è la riduzione delle disuguaglianze. Vale per tutti, naturalmente: ma un cattolico come fa a dimenticarlo?».
Bisognava chiederlo a monsignor Marcinkus. La massoneria spadroneggia nelle banche?
«Mai trovato un banchiere che si confessi massone. Ho avuto molte dichiarazioni (da me non richieste) di estraneità alle Logge, nessuna ammissione, tanti sospetti».
Non pensa che ci sia anche una massoneria di piccolo traffico provinciale d’influenza, come nel caso di Banca Etruria?
«Non conosco il dossier, nè i protagonisti. Vedo però che quattro banche con appena l’1 per cento di quote di mercato hanno generato nel sistema contraccolpi impensabili».
La P2 però l’ha incontrata, nei suoi primi anni a Milano. O almeno era dietro la sua porta. Ha avuto avvertimenti?
«No. Ma sapevo che erano i padroni occulti dell’Ambrosiano e del Corriere. E che potevano affondare l’Italia».
Ha citato la sua grande ossessione, il Corriere della Sera. Era il giornale lombardo che entrava in casa sua da bambino?
«Per la verità no. Mio padre leggeva la Stampa. Ha presente la laicità repubblicana e costituzionale di un cattolico come Arturo Carlo Jemolo? »
Ma quando prende in mano l’Ambrosiano lei trova nel Banco il 40 per cento della Rizzoli, e la posizione di primo creditore. Che fa?
«La Rizzoli chiese e ottenne quasi subito l’amministrazione controllata, da cui si poteva uscire solo in due modi: o con un ritorno “in bonis”, o col fallimento diretto. Lo sa che metà dei nostri azio- nisti era per il fallimento?»
Ci provarono?
«Certo. Nel 1983 dovevamo approvare le condizioni poste dal giudice per concedere il secondo anno di amministrazione controllata. Bene, l’ultimo giorno utile per deliberare non si presentarono metà dei consiglieri per far mancare il numero legale. Ma non si era tenuto conto di un consigliere di Bnl che, in rotta col presidente Nesi, da sei mesi disertava le riunioni. Appena percepito il pericolo, telefonai a Nesi che rintracciò in extremis l’interessato e lo mandò a prendere a casa d’urgenza. Passammo, con quel voto»
Come convinse Agnelli a rientrare in Rizzoli?
«Con fatica. Vedeva il rischio di quel mondo oscuro. Feci leva su quel senso di orgoglio nazionale, o forse di establishment, la metta come vuole, che era nel suo Dna. Alla fine si convinse».
Una volta lei mi disse che il suo principale merito non era quello di aver scelto dei bravi direttori (come certo ci sono stati) per il Corriere, ma di essere riuscito ad evitarne alcuni pessimi. Oggi conferma?
«Assolutamente sì’».
E chi erano quelli sbagliati, e perchè?
«Il criterio da seguire è quello di scegliere un bravo giornalista che sappia garantire l’indipendenza del giornale. Questo è sempre stato il punto, per me. Ma un giorno mi trovai i due principali azionisti di Rcs che mi proponevano un nome legato strettamente al potere politico dominante. Dissi che non avrei mai dato il mio consenso e che avrei spiegato pubblicamente perchè. Rinunciarono e scegliemmo un buon direttore».
Era il periodo berlusconiano?
«Veda un po’ lei. Diciamo che quel ventennio non fu facile, anche perchè bisognava scegliere uomini indipendenti, ma sapendo che l’anima dei lettori del Corriere era prevalentemente moderata. Mi pare che l’indipendenza del giornale sia stata salvata, anche a costo di qualche compromesso ».
Come il patto col diavolo tra lei e Geronzi, due cattolici opposti?
«A parte il fatto che non riesco a vedere in Geronzi aspetti diabolici, certo ho fatto accordi con lui, nell’interesse del giornale, con il risultato di riuscire a nominare un bravissimo direttore come Ferruccio De Bortoli».
Ma quand’è che un direttore è cattivo per lei?
«Quando è cinico».
Ha mai avuto pressioni da Berlusconi per il Corriere?
«No, mai».
E dal suo amico Prodi?
«Nemmeno».
E’ vero che prima di morire l’Avvocato le passò il testimone del Corriere?
«E’ vero che volle vedermi quando stava già molto male, e la Fiat forse stava peggio. Andai a trovarlo a casa. “Noi insieme a Milano abbiamo fatto finora una storia positiva — disse -: adesso facciamo un accordo a due per il futuro di Rcs”. C’è un patto di sindacato, risposi, non si può. Allora aggiunse: “Dirò comunque a Grande Stevens di decidere sempre d’accordo con lei”».
Ma oggi la Fiat è uscita dalla Rcs firmando un’intesa con il nostro editore, il Gruppo Espresso. Si aspettava questa decisione?
«Devo dire di no, mi ha stupito, anche se sapevo che la Fiat si era disamorata di Rcs, anche a causa dei dissidi tra i soci».
Lei è stato attaccato da Della Valle con Geronzi, “due arzilli vecchietti” invitati ad andarsene. Come se lo spiega?
«Non me lo spiego, anche perchè con Della Valle non sono mancati dei momenti di intesa. Ricordo che una volta mi fece recapitare una torta ad Ischia, dove ero in vacanza con mia moglie. Probabilmente tutto dipende dalla sua delusione per gli investimenti fatti in Rcs».
In queste ore è ripartita la guerra tra Intesa e Mediobanca per il Corriere: come vede lei la contrapposizione tra Bonomi e Cairo?
«Guardi, mi limito a dire che Intesa Sanpaolo, essendo il principale creditore di Rcs, è interessata a una soluzione proprietaria che assicuri la migliore gestione dell’azienda. Se non si fosse ammalato, sa chi avrei appoggiato? Rotelli, che aveva per l’editoria una vera passione, più forte persino di quella per la sanità ».
Ma avete appoggiato Cairo, che oggi sembra perdente. Dunque si sente sconfitto?
«Aspettiamo, le ho detto. In ogni caso, io non ho più ruoli attivi, ho conosciuto Cairo solo recentemente. Ma mi è sembrato serio, umile, libero politicamente. Ed è uno che quando esce da una stanza spegne la luce».
Dica la verità , dopo tre decenni passati nel salotto di comando la spaventa l’idea di avere col Corriere un rapporto da semplice lettore, comprandolo in edicola?
«E perchè mai dovrebbe spaventarmi? A patto, naturalmente, che sia diretto bene».
Senta, lei parla di indipendenza dei giornali, ma qualche anno fa stava per diventare leader dell’Ulivo, su spinta di Andreatta. Quanto ci andò vicino?
«Per me poco, secondo Andreatta molto. Gli dissi di no, fino in fondo. Ma dopo il mio no, in un’assemblea al Senato tracciò un identikit in cui tutti mi riconobbero. Pochi giorni dopo Andreatta entrò in coma e non si sarebbe più ripreso. Senza di lui quello che già era del tutto improbabile diventò impossibile. Feci un’intervista al Corriere per ribadire che i miei impegni erano in banca. Mi telefonò persino D’Alema per rammaricarsi, ma a cose fatte».
Decise da solo?
«Avevo una consuetudine, gli incontri a tu per tu col cardinal Martini. Quando mi confidai con lui su quella proposta, mi rispose: interroghi la sua coscienza. Capisce? La coscienza. Così posso dirle che decisi da solo».
Fosse toccato a lei avrebbe detto la frase di Renzi dopo il voto sulle unioni civili e la protesta cattolica: ho giurato sulla Costituzione e non sul Vangelo?
«Una frase giusta, corretta».
Cosa voterà al referendum istituzionale?
«Io non ho preso posizioni politiche da quando sono impegnato in banca, ma sono anche docente di diritto pubblico. È una brutta riforma, scritta male, ma è meglio che nessuna riforma. E temo che se saltasse, diventerebbe impossibile riformare alcunchè».
Professore, dopo 34 anni di banca, da credente si assolve?
«Vede, essere credenti significa sentirsi sempre inadeguati rispetto ai compiti che la nostra coscienza ci indica, cioè peccatori. Ma, nello stesso tempo — e non è un paradosso — la fede ci aiuta ad avere fiducia in noi stessi e negli uomini. Tutti. Perchè credenti o non credenti, per tutti la vita è un mistero».
Ezio Mauro
(da “La Repubblica”)
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Maggio 18th, 2016 Riccardo Fucile
NEGLI ULTIMI 10 ANNI SI E’ CONTINUATO A COSTRUIRE IN ZONE PERICOLOSE… IN UN COMUNE SU TRE INTERI QUARTIERI A RISCHIO
La norma sul consumo di suolo deve ancora diventare legge e nel frattempo si va avanti asfaltando 7 metri quadrati di terreno al secondo.
L’effetto serra avanza e con l’aumento di concentrazione di CO2 aumentano le alluvioni lampo. In questo contesto, che dovrebbe obbligare alla prudenza, negli ultimi 10 anni si è continuato a costruire in zone a rischio.
Solo il 4% delle amministrazioni ha deciso interventi di delocalizzazione di edifici abitativi e la percentuale scende all’1% per gli insediamenti industriali.
Sono i dati contenuti nel rapporto Ecosistema Rischio 2016, l’indagine realizzata da Legambiente sulla base delle risposte fornite dai 1.444 Comuni che hanno risposto al questionario.
A costruire dove non si dovrebbe non sono solo gli abusivi.
Nell’88% dei casi (128 Comuni su 146) sono state urbanizzate aree a rischio di esondazione o a rischio di frana e in 20 Comuni (14%) non si è trattato di qualche casa ma di interi quartieri.
Nel 38% dei casi si è pensato bene di tirar su fabbricati industriali, nel 12% (17 Comuni) scuole e ospedali, nel 18% (26 Comuni) strutture ricettive e nel 23% (33 Comuni) strutture commerciali.
Questo solo per le attività dell’ultimo decennio. I numeri complessivi sono ben più alti. In 1.074 Comuni (il 77% del totale delle amministrazioni che hanno risposto al questionario) ci sono case in aree a rischio.
Nel 31% interi quartieri, nel 51% impianti industriali, nel 18% scuole o ospedali, nel 25% strutture commerciali.
Qualcosa comunque sta cambiando. Alcuni interventi aumentano ma il loro senso è spesso discutibile.
Tra i 982 Comuni in cui è stata segnalata la realizzazione di interventi e opere di messa in sicurezza il 42% ha optato per nuovi argini (una scelta che in alcuni casi si limita a spostare il problema anzichè risolverlo) e solo 12% ha ripristinato aree di espansione naturale dei corsi d’acqua.
Nel 45% delle amministrazioni (439 Comuni fra i 982 dove sono stati realizzati interventi) sono state realizzate opere di consolidamento dei versanti montuosi instabili, ma solo 47 Comuni hanno previsto il rimboschimento dei versanti più fragili. Inoltre in 118 Comuni (8% del campione) sono stati realizzati interventi di tombamento e copertura dei corsi d’acqua: altro asfalto in superficie.
Due Comuni su 3 hanno dichiarato di svolgere regolarmente un’attività di manutenzione ordinaria delle sponde dei corsi d’acqua e 4 Comuni su 5 hanno preparato piani urbanistici con la perimetrazione delle zone a rischio idrogeologico e hanno un piano di emergenza, ma solo il 46% lo ha aggiornato e solo il 30% ha svolto attività di informazione e di esercitazione rivolte ai cittadini.
“Ci vuole un’inversione di tendenza: occorre fermare il consumo di suolo, programmare azioni che favoriscano l’adattamento ai mutamenti climatici e operare per la diffusione di una cultura di convivenza con il rischio”, propone il responsabile scientifico di Legambiente Giorgio Zampetti.
(da “La Repubblica”)
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Maggio 18th, 2016 Riccardo Fucile
SCHIERATA PER IL NO ALLA RIFORMA COSTITUZIONALE… VIETATO DISSENTIRE PUBBLICAMENTE, SI FINISCE DEFERITI
Tra i partigiani ci son «pidocchi sulla criniera di un cavallo»? 
L’insulto togliattiano contro Valdo Magnani e Aldo Cucchi, rei d’aver criticato nel ’51 i rapporti con l’Urss, non è stato ancora usato.
Ma i toni dei vertici dell’Anpi sono sempre più duri e minacciosi contro chi, in nome della libertà di coscienza, rifiuta di schierare l’associazione contro le riforme costituzionali. Tanto che i ribelli si sentono sul collo la «ghigliottina giacobina».
Tutto inizia a febbraio quando il presidente dell’Anpi, Carlo Smuraglia, manda una lettera ai responsabili regionali, provinciali e locali.
Spiega che l’associazione ha deciso di schierarsi per il «No alla riforma del Senato e al Sì sui quesiti referendari».
E chi per caso non è d’accordo? «Riconosciamo non solo il diritto di pensarla diversamente, ma anche quello di non impegnarsi in una battaglia in cui non si crede. Ma non riconosciamo e non possiamo riconoscere il diritto a compiere atti contrari alle decisioni assunte».
Dunque «niente pronunce pubbliche per il Sì, niente iniziative a favore o con i Comitati per il Sì e nessun ostacolo, esplicito o implicito, alla nostra azione».
Fila compatta! Avanti, marsch!
Macchè: i partigiani di Bolzano non ci stanno e a fine febbraio scelgono all’unanimità di «non obbedire al diktat»: libertà di opinione, senza schierare l’Anpi in una battaglia dai risvolti partitici.
Di più: al congresso di Rimini di pochi giorni fa il presidente altoatesino Orfeo Donatini, difendendo Giorgio Napolitano vittima di «inaccettabili attacchi» per il Sì alle riforme, sbotta: «Nemmeno il centralismo democratico ai tempi del Pci di Giancarlo Pajetta mi ha mai ordinato di allinearmi con tanto rigore».
Tesi: l’Anpi deve stare «al di sopra della mera contesa politica».
Reazione? Il deferimento ai probiviri di Donatini e dei presidenti di Trento Sandro Schmid e Ravenna Ivano Artioli rei di condividere la sua linea.
Deferimento accolto con parole che tirano in ballo il Pci dei tempi bui: «Smuraglia ricorda più i metodi di Secchia che gli insegnamenti di Berlinguer».
Centralismo referendario. C’è chi dirà : beghe interne, bottega loro. Sarà …
Sulle riforme si possono avere opinioni diverse. Anche molto diverse.
Mette malinconia, però, vedere l’associazione dei partigiani, figlia di una Resistenza che fu plurale, imporre ai suoi la falange compatta
Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera”)
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Maggio 18th, 2016 Riccardo Fucile
CONFLITTO A FUOCO CON GLI AGENTI DI SCORTA… SI ERA OPPOSTO A CONCEDERE ZONE DI PASCOLO ALLA MAFIA
La macchina blindata gli ha salvato la vita.
Giuseppe Antoci, il presidente del Parco dei Nebrodi, già da tempo sottoposto a tutela per le serie minacce subite in seguito ai protocolli di legalità messi in atto per evitare la concessione di ampie zone di pascoli alla mafia, è sfuggito questa notte ad un agguato in piena regola avvenuto sui Nebrodi tra Cesarò e San Fratello.
Erano da poco passate le due quando la macchina di Antoci, di ritorno da una manifestazione a Santo Stefano di Camastra, è stata bloccata lungo i tornanti di montagna da alcune grosse pietre poste deliberatamente sulla carreggiata per fermare il corteo.
Quando la macchina si è fermata il commando ha aperto il fuoco sulla vettura a bordo della quale viaggiava il presidente del Parco dei Nebrodi.
Per fortuna la blindatura della carrozzeria ha fermato i pallettoni. Contro i sicari hanno sparato i poliziotti della macchina di scorta che seguiva Antoci.
Nel conflitto a fuoco nessuno è rimasto ferito.
Il commando è riuscito a fuggire mentre la scorta portava al sicuro Antoci, che è rimasto illeso.
“E’ stata una notte drammatica, ma sto bene. Il mio grazie va alla polizia per avermi salvato la vita. Il mio impegno non si ferma e vado avanti” ha detto a caldo il presidente del Parco dei Nebrodi. Antoci ha trascorso la notte a casa, insieme con il sindaco di Santo Stefano di Camastra, Francesco Re.
Nelle prossime ore sarà raggiunto dal governatore Rosario Crocetta.
Di recente il caso dei terreni concessi alla mafia è approdato anche in Parlamento, che ha sollecitato l’intervento del governo nazionale e regionale.
(da “la Repubblica”)
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Maggio 17th, 2016 Riccardo Fucile
PECCATO CHE NEL RICORSO NON LO DICA, MA SI APPELLI AL SUO “RUOLO POLITICO”
Matteo Salvini viene beccato a farsi annullare una multa per eccesso di velocità come i politicanti della
peggior specie e per uscire dall’imbarazzo che fa?
S’improvvisa paladino della disobbedienza civile, invitando tutti i milanesi — chiamati per altro a votarlo come capolista alle prossime amministrative — a fare altrettanto.
E chi non vorrebbe? Solo che i milanesi non hanno a disposizione due avvocati di partito e gli argomenti di Salvini.
“Quegli autovelox sono demenziali, pericolosi. Sono una truffa e ho detto a Parisi di toglierli, anzi vado io stesso a sradicarli personalmente”.
Il ricorso però, caso strano, non verte sui dispositivi sanzionatori, certo poco amati da tutti, quanto sul fatto che l’auto trasportava un politico che svolge “compiti istituzionali”, sottoposto per di più a “misure di sicurezza”.
La balla col buco è però perfetta per evitare le punture della Zanzara (Radio24). Cruciani e Parenzo sono tornati sulla notizia riportata dal Fatto Quotidiano.
Salvini lamenta tanta attenzione a quel ricorso e in un baleno lo rivendica come strumento di difesa dalle pretese predatorie del Comune.
Sostiene anche di saperne poco o nulla perchè presentato dall’autista Aurelio Locatelli e non da lui, autista che per altro Salvini avrebbe candidato a sua insaputa.
“Non sapevo, davvero, che fosse stato candidato. Mica faccio le liste, io”, è la risposta usata per uscire da un vicolo che sembrava cieco.
Le carte depositate dai legali Claudia Eccher e Christian Gecele però allegano la procura di Salvini, che non è mai andato a “sradicare” l’autovelox, mettendosi alla testa del popolo dei multati.
In silenzio ha dato mandato ai legali del partito di chiedere l’annullamento.
Giusto per evitare i 165 euro di sanzione e la perdita di tre punti per l’autista-candidato (a sua insaputa)
(da “il Fatto Quotidiano”)
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