Giugno 14th, 2016 Riccardo Fucile
NESSUN LEGGE IMPEDISCE PERSINO A LORO L’ACQUISTO DI ARMI D’ASSALTO
E’ durissimo il capo della polizia di New York, Bill Bratton. “L’idea che abbiamo una lista nera sui terroristi e una lista no-fly e che qualcuno su quelle liste possa comprare un’arma, è il livello più alto di follia”.
“Si dovrà capire – ha aggiunto Bratton – se c’era qualcosa nelle indagini dell’FBI che avrebbe potuto impedire a Omar Mateen di acquistare delle armi. Ma non ho molte speranze, ovviamente gli Stati Uniti hanno oggi troppa paura della NRA (National Rifle Association, la lobby dei produttori di armi)”.
Con il passare delle ore, e l’approfondirsi dell’indagine attorno al massacro di Orlando, stanno anche emergendo dubbi e domande su come Mateen, che era finito sotto i radar dell’FBI come possibile sospetto di terrorismo, abbia potuto acquistare tranquillamente le armi che gli hanno permesso di uccidere 49 persone e ferirne più di 50.
Il capo della polizia di New York, un energico sostenitore del gun control, ha dato voce proprio a questi dubbi.
Mateen è stato interrogato dall’FBI in tre occasioni: due volte nel 2013, una nel 2014. Si sospettava fosse un elemento in via di radicalizzazione. Nel 2014, Mateen aveva detto di essere in contatto con Moner Mohammad Abusalha, un americano che si è fatto saltare in aria in Siria e che nel passato era vicino di casa di Mateen.
In tutte e tre le occasioni l’FBI non ha trovato elementi sufficienti a incriminare l’uomo; o a metterlo in stato di sorveglianza. Mateen ha quindi potuto comprare, legalmente, le armi che gli sono servite per la strage.
Si tratta di una pistola a 9 mm e di un fucile d’assalto AR-15, acquistati da un regolare rivenditore circa una settimana prima del massacro.
Mateen era d’altra parte in possesso di porto d’armi e, in più, di una licenza come guardia di sicurezza (aveva anche lavorato come guardia al tribunale di Port St Lucie, dove viveva).
“Non era una persona sottoposta a restrizioni. Poteva entrare legalmente da un rivenditore di armi e acquistare quello che voleva. Lo ha fatto”, ha spiegato il portavoce del Bureau of Alcohol, Tobacco and Firearms, l’agenzia che si occupa del controllo sulle armi.
Anche nel caso in cui Mateen fosse stato condannato per reati che hanno a che fare con l’odio etnico e di genere (chi ha conosciuto Mateen dice che l’uomo si lasciava spesso andare a insulti e minacce di morte contro gay e neri), avrebbe comunque potuto comprare un’arma.
In molti Stati americani, e tra questi c’è anche la Florida, chi viene riconosciuto colpevole di questo tipo di crimini può comunque acquistare un’arma.
La libertà di entrare in possesso di un fucile o di una pistola, anche nel caso di soggetti pericolosi o sospettati di legami con il terrorismo, è comunque ancora più vasta.
Lo scorso dicembre il Senato non ha raggiunto i voti necessari per approvare una misura che avrebbe proibito ai sospetti di terrorismo di comprare armi.
In linea di principio, quindi, anche una persona sospetta di terrorismo deve poter godere del diritto riconosciuto dal Secondo Emendamento (o meglio, da una particolare interpretazione di esso).
A questi dettagli se ne aggiunge un altro importante. Mateen si è servito, per compiere la sua strage, di un fucile d’assalto AR-15.
Si tratta della stessa arma usata in una serie di recenti stragi: quella al cinema di Aurora, Colorado, la notte della prima di Batman; quella del 2012 alla Sandy Hook Elementary School di Newton, Connecticut, dove furono ucciso venti bambini e sei educatori; quella più recente di San Bernardino, dove una giovane coppia di coniugi ha ucciso 14 persone in un centro di servizi sociali.
Il fucile è di facile uso e ha una straordinaria potenza di fuoco: non sorprende dunque che abbia, ogni volta, causato così tanti morti.
Quello che sorprende è che un’arma così terribile possa essere acquistata da privati cittadini nei rivenditori autorizzati (in Florida non c’è nemmeno bisogno del porto d’armi; basta semplicemente sottoporsi a tre giorni di background checks).
Il dibattito su come Mateen si sia potuto procurare senza problemi armi così sofisticate si intreccia in queste ore alla discussione politica: con una divaricazione sempre più forte tra democratici e repubblicani.
Dopo le dichiarazioni a caldo di ieri, la Clinton è tornata oggi sulla vicenda, con un’intervista a NBC’s Today. “Quante tragedie di massa dobbiamo ancora attraversare?” si è chiesta la candidata democratica alla Casa Bianca. Il fatto è, ha aggiunto, che “dobbiamo togliere dalle strade queste armi da guerra”.
Roberto Festa
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 14th, 2016 Riccardo Fucile
SE VINCE SALA FARA’ LA CONSULENTE PER I RAPPORTI INTERNAZIONALI
Emma Bonino dice sì alla proposta del candidato di centrosinistra a Milano, Beppe Sala, di averla come
consigliera per la politica internazionale.
“In questo momento è in corso in Europa uno scontro vero tra europeisti e nazionalisti – spiega Bonino motivando il suo sì – e mi pare che questo scontro sia avvertibile anche in Italia, dove a livello nazionale c’è da battere un’alleanza di fondo, sostanziale, tra l’euroscetticismo di Salvini e quello di Grillo. Per questo credo sia importante che le più grandi città italiane diano un messaggio di apertura, in chiave federalista-europea, laica, capace di governare con l’inclusione anche fenomeni difficili come ad esempio quelli migratori. Quindi da questo punto di vista non solo sono disponibile, ma sono anche interessata a collaborare con tutti coloro che si pongono questo obiettivo, pur essendo una tendenza a oggi minoritaria”.
In un’intervista a Repubblica Sala, pensando al ruolo da offrire alla Bonino in caso di vittoria, ha spiegato: “Diventerà la mia principarle consigliera per la politica internazionale”.
Nella stessa intervista, il candidato spiegava anche di volere in squadra anche Linus (“ha una grande conoscenza dei giovani, può fare tanto per la creatività , gli eventi su cui Milano deve continuare a puntare, lo sport” ad esempio) e Ambrosoli (“può dare una mano sulla partecipazione, le regole, sulla Città metropolitana e il rafforzamento dei Municipi”).
“L’apertura non è solamente commerciale o economica, ma riguarda città aperte agli scambi culturali, universitari – prosegue l’esponente radicale – e da questo punto di vista credo che Sala abbia intenzione di fare un buon lavoro. Per cui se ritiene utili i miei consigli io, senza oneri operativi, sono più che interessata a questa battaglia culturale tra chiusura e apertura, tra ritorni indietro e sguardi sul futuro, nella capacità di governare anche fenomeni difficili e senza populismi e illusioni. Da questo punto di vista mi interessa collaborare e credo che interessi a tutti gli europeisti non dare un messaggio di grandi città italiane chiuse in se stesse o comunque con questo tipo di sentimento”.
Emma Bonino parla dell’apparentamento che i Radicali hanno chiesto a Sala pensando a convergenze su temi come il “piano di riconversione degli immobili sfitti e invenduti in alloggi sociali senza consumo di suolo, alla questione dei Navigli e alla questione della partecipazione dei cittadini ai referendum. Quello che a me preme e interessa è di dare questo segnale di una città che vuole continuare ad essere aperta in chiave federalista europea, in chiave laica e di inclusione e non invece di esclusione o semplicemente di chiusura, che sono quanto mai inutili e soprattutto illusorie”.
(da agenzie)
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Giugno 14th, 2016 Riccardo Fucile
PER LA BOSCHI IL RISPARMIO SAREBBE DI 80 MILIONI, IN REALTA’ E’ SOLO DI 46
C’era da aspettarselo, ma forse non così in anticipo sui tempi.
Mentre tre deputati di Sinistra Italiana lanciano una proposta di legge per rendere pignorabili diarie e indennità dei parlamentari abrogando una norma del 1965, mettendosi così in sintonia con l’umore dei tempi, a quattro mesi dal referendum ecco già scodellata con tanto di numeri e dettagli una polemica sul vero risparmio per i costi della politica del nuovo Senato che uscirà dalla riforma.
A testimoniare il tentativo di arginare l’argomento principe del governo che tanta presa può avere sul fronte dell’antipolitica.
Il primo tempo l’altro giorno in aula, quando Sinistra Italiana ha chiesto conto e ragione al governo del miliardo di risparmi sbandierato a titolo previsionale. Questione poi ripresa da un senatore solitamente molto occhiuto nei riguardi del governo, come il forzista Lucio Malan.
Che fa le pulci ai conti della Boschi, che nel question time alla Camera citava appunto un minor costo di quasi mezzo miliardo di euro grazie alla sua riforma, dopo il taglio di un terzo dei parlamentari eletti e pagati dallo stato.
Ecco le minute fornite invece da Malan sul suo sito web, voce per voce.
La ministra citava una riduzione del 33 per cento del costo delle indennità con un risparmio di circa 80 milioni.
Ebbene, in realtà calcolando le tasse non riscosse, il risparmio sarebbe dimezzato, sostiene Malan.
«Questo perchè la sostituzione dei 315 senatori elettivi con i 100 regionali comporterebbe un risparmio netto di circa 26 milioni al netto dell’Irpef che oggi pagano sui loro emolumenti. E altri 20 milioni verrebbero dalla riduzione dei rimborsi al netto delle imposte minime che gravano sulle spese che li originano».
E poi, scrive Malan, ai 100 senatori “regionali” occorrerebbe in ogni caso pagare la diaria.
Senza dire che “una parte dei rimborsi è spesa per collaboratori dei senatori, dove l’incidenza dei contributi e delle imposte è molto alta”, il che comporterebbe un mancato gettito per lo Stato.
Dunque dagli 80 milioni vantati dal ministro si passa a 46, sostiene il senatore azzurro.
Che contesta pure il risparmio citato dalla Boschi di 70 milioni sui rimborsi ai Gruppi e alle commissioni, «poichè queste voci pesano oggi per 26 milioni sul bilancio del Senato. Si può ottimisticamente pensare a un risparmio del 50% dell’attuale spesa, cioè 13 milioni».
Carlo Bertini
(da “la Stampa“)
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Giugno 13th, 2016 Riccardo Fucile
LE “BADANTI” TENUTE LONTANE DAL SAN RAFFAELE, POLITICA IN MANO A LETTA
I mercanti sono usciti dal tempio. O meglio sono stati cacciati, per volere della famiglia di Silvio Berlusconi. 
Al San Raffaele l’ex premier conta le ore che lo separano dall’operazione, che inizierà domani mattina alle 8,00. Vicino a lui c’è solo la famiglia, nel senso stretto (i figli) e nel senso allargato, inteso come Fedele Confalonieri e Gianni Letta.
Fuori i mercanti e le badanti, colpevoli essersi impossessati del Cavaliere, spremendolo fino alle estreme conseguenze.
Più che alla fidanzata Francesca Pascale, il cui legame con Berlusconi è fuori discussione, l’accesso al San Raffaele è stato negato alle altre donne che, in questi anni, ne ha gestito impegni e agenda, telefono e ritmi di vita, come Maria Rosaria Rossi, tesoriera del partito con potere di firma e la sempre presente Alessia Ardesi, che ultimamente non lo lasciava solo neanche durante gli incontri più delicati.
Donne che vivevano ad Arcore in pianta stabile, gestendo casa e politica, fagiolini e incontri, camerieri e strategie e, soprattutto, i ritmi di Berlusconi, portato in giro come una madonna pellegrina nell’ultima campagna elettorale per rimpinguare le casse vuote del partito e rianimare il consenso di un partito moribondo.
“Impacchettatele tutte”: occhi di fuoco, per rabbia e dolore, così Marina le aveva indicate come colpevoli del disastro che aveva portato il padre d’urgenza al San Raffaele, rischiando di morire, come ha detto Zangrillo nel corso della sua conferenza stampa.
Più delle parole del medico, lo choc vero è stato veder arrivare l’ex premier in ospedale in preda a una crisi di fame d’aria e con l’acqua nei polmoni.
E con l’ex premier in terapia intensiva attaccato all’ossigeno, vedere le badanti baccagliare alla vista di Verdini che si era precipitato come un amico premuroso è apparsa, agli occhi della famiglia, come la grottesca conferma di una inadeguatezza al ruolo.
“Dobbiamo solo pensare difendere la salute di papà ”: il ruolo di capofamiglia affettivo di Marina è stato riconosciuto da tutti i figli, sia di primo sia di secondo letto.
Per difendere la salute, la prima misura preventiva è stata allontanare chi l’ha minata, quelle profittatrici — così le chiamava Barbara — più avvezze ad attribuire trame a complotti agli altri che a verificare come il gonfiore degli arti dell’ex premier — superiori e inferiori — manifestatosi la scorsa settimana richiedesse più un elettrocardiogramma o un’ecografia al cuore che un comizio ad Ostia a trenta gradi.
Fuori tutti. E se alla salute ci pensa Marina, e all’azienda Confalonieri, la politica è interamente nelle mani di Letta e Ghedini.
È con loro che l’ex premier ha parlato più volte, stabilendo di scrivere una nota per rassicurare all’esterno e far vedere che è presente e lucido a un partito in preda a una ridda di voci, ambizioni, calcoli:
“Sono naturalmente preoccupato. Ma sono stato molto confortato dalle tantissime dimostrazioni di stima, di sostegno e di affetto che mi sono pervenute da ogni parte, anche dai cosiddetti avversari politici. Che bella un’Italia così, in cui tutti si vogliono bene! A tutti un grazie riconoscente e un abbraccio affettuoso”.
Attorno a Berlusconi è stata alzata una barriera, ferma e premurosa, per evitare che nei prossimi giorni si stanchi e disperda energie: “Evitiamo la via crucis di parlamentari, non è il momento”.
Non sono sfuggiti, a chi gli sta attorno, movimenti, interviste, dichiarazioni, cene carbonare di chi ha fatto iniziare, nei giorni della terapia intensiva, il dopo Berlusconi, spifferando di cabine di regie e direttori.
È tutto prematuro e non solo perchè ci sono i ballottaggi domenica.
C’è una lunga convalescenza da gestire, dopo l’intervento. Almeno di un paio di mesi, nella migliore delle ipotesi. E se c’è un punto fermo in questa storia è che certamente l’impegno e le modalità “politiche” di Berlusconi dovranno cambiare, nei ritmi e nell’intensità , cosa di cui con Letta e Ghedini ha già parlato.
Ma è altrettanto fermo l’altro punto. E cioè che deciderà lui, quando ci saranno le condizioni.
Ora l’intervento. Fuori, ad attenderlo, solo la famiglia.
(da “Huffingtonpost“)
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Giugno 13th, 2016 Riccardo Fucile
TROVI ITALIANI OVUNQUE, NEGLI UFFICI COMUNALI, NELLA SANITA’ E PERSINO NEI CLUB ESCLUSIVI
Sono per l’Europa la City e i sindacati, il Times e il Financial Times , la Banca d’Inghilterra e i capi dei tre partiti tradizionali.
Sono contro l’Europa quasi tutti gli interventi in rete e quasi tutti gli adesivi sulle auto, gli speculatori più spregiudicati e il tabloid più economico, il Daily Express : 10 penny, 14 centesimi.
E tutto questo passa sulla testa dei 600 mila italiani che vivono nel Regno Unito – in gran parte a Londra – e non possono decidere del proprio destino.
Hanno diritto di voto i cittadini del Commonwealth che risiedono qui: giamaicani e neozelandesi, australiani e bengalesi, maltesi e ciprioti; ma italiani e francesi, spagnoli e tedeschi, polacchi e portoghesi devono attendere e sperare.
Londra: la settima città italiana per abitanti
Londra è la settima città italiana per abitanti, ma in termini economici pesa molto di più: perchè tutti lavorano.
Sono residenti qui Gianluca Vialli e Gianna Nannini, gli ex ministri dell’Economia Grilli e Siniscalco (anche Saccomanni ha casa), ereditieri e start-upper.
Sono italiani il direttore della National Gallery Gabriele Finaldi, il curatore della Tate Modern Andrea Lissoni, il maitre di Rules – il ristorante più antico – Demis Rossi, l’inventore di Candy Crush Riccardo Zacconi, un giochino da sei miliardi di dollari.
Per loro il referendum del 23 giugno non cambierà molto, anzi è possibile che in una Londra fuori dall’Unione europea le tasse scendano ancora.
Poi ci sono le due categorie più rappresentate, e preoccupate: i finanzieri e i camerieri. Il businessman e il barman
Se vincesse Brexit, come indicano i sondaggi – ma la partita è apertissima – si apre un’incognita. E nessuno ha un’idea chiara di quel che sarà delle loro vite.
Il businessman: «Temo visti e quote»
Giovanni Sanfelice, 39 anni, è il presidente del Business club degli italiani a Londra. Famiglia napoletana – discende da Luisa Sanfelice, aristocratica giustiziata per aver scelto la rivoluzione – accento milanese.
«La prima volta sono arrivato a 17 anni, l’estate dopo la terza liceo scientifico, in una fattoria del West Sussex: all’università sognavo di fare agraria. Tutto il giorno nei campi a strappare erbacce prima della trebbiatura; ho fatto pure lo spaventapasseri; e la sera lezioni di contabilità . Ho deciso allora di fare la Bocconi. Sono tornato per lavorare alla Ing Barings, l’ex banca della regina. Ero nell’ufficio che vendeva i bond dei Paesi emergenti, in particolare Argentina e Russia. La situazione a Buenos Aires e Mosca era drammatica, ma la sera i colleghi tornavano a casa tutti contenti. Solo anni dopo ho capito: stavano piazzando titoli che non sarebbero mai stati rimborsati. Allora ho deciso di non fare il broker. Adesso ho una società di consulenza con un’inglese figlia di un’ australiana e di un iraniano: infatti lavoriamo molto con Milano e con Teheran. Soltanto qui un trentenne ha queste opportunità . Si investe, si rischia, si assume; certo, se non funzioni ti prendono da parte e ti dicono che sei fuori. Per questo la competizione è fortissima, lo stress è terribile».
Racconta Sanfelice che gli italiani hanno un vantaggio: «All’inizio eravamo sottovalutati. Non ci hanno visto arrivare. Ora trovi italiani dappertutto: negli uffici comunali, nella sanità , pure nei club più esclusivi come Boodles; gli inglesi mantengono solo il monopolio dei taxi».
E se vince Brexit? «Non si sa. Forse introdurrebbero visti, quote, limiti per le cure mediche. Forse cambierà poco. Di sicuro ci sentiremo ancora più discriminati. Perchè sopra le nostre teste resiste il soffitto di vetro. Certi posti sono riservati alla “ruling class”, alla classe dominante formata nelle scuole della tradizione imperiale».
Il dibattito non è tanto economico, quanto politico e culturale.
Gli inglesi rivendicano la loro identità , a costo di privarsi della linfa vitale degli immigrati. Sanfelice non crede alla grande fuga dalla City: «Qualche banca si è già spostata in Svizzera, dove però le case e le scuole sono ancora più care. Londra resta una grande medusa che attira tutti, prende il meglio e tritura gli scarti. Le società sono attente a trattenere i talenti: temono la concorrenza di Google e delle start-up, riconoscono potere anche ai giovanissimi; alla Barclays dopo quattro anni sono gli juniores a giudicare i dirigenti. Nella finanza gli italiani sono considerati i più svelti a comprare e a vendere; funzioniamo meno nel raccogliere i soldi, per cui servono contatti costruiti nel tempo. La grande differenza è che qui il capitale non viene chiuso in cassaforte; diventa merce di scambio e strumento di crescita. E questa non è una cultura che si possa esportare facilmente; neppure se vince Brexit»
«Londra è un hub globale» come dice l’ambasciatore Pasquale Terracciano (non un tipo da party: sbarcò a Bengasi in gommone assieme al generale Graziano per prendere contatto con i ribelli libici). Un volano di investimenti finanziari.
Però i medici del Great Ormond Street Hospital, l’ospedale pediatrico dove lavorano anche infermieri italiani, hanno lanciato l’allarme: senza i fondi Ue, la ricerca si ferma.
ll barman che arriva sempre secondo
Lorenzo Antinori, 29 anni, non discende dagli aristocratici toscani del vino. E’ venuto qui la prima volta a lavorare in un pub di Brixton, quartiere giamaicano.
Si è laureato in giurisprudenza a Roma3. «Sognavo di fare il procuratore di calciatori; ma il corso della Fgci costava talmente tanto che sono tornato a Londra. Mi hanno preso al bar del Savoy come bar-back, garzone: pulivo i bicchieri, svuotavo la lavastoviglie. Ho fatto tutta la carriera interna fino a senior bartender, il vice del bar-manager. Nel libro del Savoy ci sono tre cocktail di mia invenzione: uno a base di ratafia e due a base di rum, il Panamerican Highway e il Neverending story, dove c’è anche il liquore al cacao e una goccia di assenzio. Adesso sono responsabile del bar al Mondrian, il boutique hotel in riva al Tamigi. Ogni anno sono in finale al campionato di cocktail, e ogni anno arrivo secondo: deve sempre vincere un inglese».
Ma loro come ci guardano? «Con simpatia ma anche con superficialità . Ci trovano charmant, rumorosi, affabulatori. Insomma: piacioni, casinari, provoloni».
Antinori, come tutti gli italiani, tifa per il Remain. «Noi siamo ospiti. Potremo restare? I barman sono molto richiesti: non si ha idea di quanto bevano gli inglesi; i migliori hanno offerte da Singapore e Hong Kong, ora anche da Filippine e Nigeria. Ma gli altri ragazzi? Conosco bene la loro vita, perchè l’ho fatta. Non mettono da parte nulla: il mio primo stipendio era 1100 sterline, ne pagavo 600 d’affitto e 120 di metropolitana. La città è divisa in sei zone, sei cerchi concentrici: ti avvicini o ti allontani a seconda della fortuna. Londra però ti dà quel senso di libertà e dinamismo che in Italia non trovi. In Italia sei sempre lì a fare certificati; qui non contano le raccomandazioni, solo il merito. La precarietà non è legata a un contratto ma al valore: se non vali ti mandano via; se vali puoi crescere. E’ questo sentimento di essere padroni della propria sorte a fare la differenza. Se Brexit ce lo togliesse, sarebbe dura».
E non si sa se prevalga l’orgoglio per gli italiani di Londra, o il rimpianto perchè se ne sono andati.
Aldo Cazzullo
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 13th, 2016 Riccardo Fucile
VIVONO IN STRADA E NEI DORMITORI, TRA LORO 8.000 DONNE… MANCA UNA STRATEGIA DI RE-INCLUSIONE
Gli homeless sono persone invisibili nella vita e invisibili nella morte, forse anche per questo Richard Gere
ha deciso di raccontarli e di mostrarli a tutti, a noi che viviamo nelle grandi città e passiamo davanti a queste persone senza guardarle, rimuovendo la loro presenza e la loro sofferenza, e ha girato il docu-film «The time out of mind».
Il grande attore americano si è calato nelle vesti di un uomo senza dimora tra la gente di New York, uno qualunque di coloro che vivono la fase più acuta della povertà , un’emergenza sociale permanente nelle metropoli dei Paesi avanzati, e anche nel nostro.
Gli homeless non sono «diversi», non si tratta di individui con problemi mentali come troppo spesso si pensa, provengono anzi da diverse estrazioni sociali.
Ma la condizione di grave emarginazione, di homeless appunto, li espone a rischi elevatissimi per la propria vita a causa del mancato soddisfacimento di bisogni basilari.
In Italia gli homeless stimati sono circa 50 mila in 158 Comuni italiani.
Alla fine del 2014 era questo il numero di coloro che hanno utilizzato servizi di mensa o di accoglienza notturna, ma questa cifra potrebbe essere più alta se si considerano quelli che non usano alcun servizio (vedi Istat, ministero del Lavoro, Caritas e Fiopsd).
Milano e Roma ne accolgono quasi 20 mila, seguono Palermo, Firenze, Torino e Napoli. In gran parte sono uomini, più di 40 mila, ma le quasi 8 mila donne, per metà straniere, hanno una età media elevata, intorno ai 45 anni, e si trovano senza dimora in media da più di due anni e mezzo.
Più si prolunga questo stato più difficile è attivare i processi di inclusione sociale, con il passare del tempo la situazione si cronicizza e i percorsi di accompagnamento fuori dall’estrema povertà sono più ardui.
E non va sottovalutata la situazione delle donne che hanno problemi ancora più grandi di sicurezza, rischiano di subire violenza e anche, purtroppo, la prostituzione. Senza pensare alla situazione delle anziane particolarmente esposte sul piano della salute.
LAVORO E MATRIMONIO
La situazione dei 13.000 giovani homeless è particolarmente dura nelle città più grandi, perchè legata all’immigrazione, alla droga, alle dipendenze e a una forte carenza sul fronte della formazione e delle relazioni sociali.
Il minore investimento in capitale umano e sociale per i giovani è fortemente predittivo di grave esclusione sociale nel futuro.
È fondamentale dunque che la situazione di questi ragazzi non diventi cronica e che su questi si investa velocemente per la loro reinclusione.
Deve essere chiaro che essere senza dimora non è affatto una scelta di vita, come spesso si dice a sproposito, ma il risultato di un processo, che porta al precipitare della situazione anche nell’arco di un brevissimo periodo.
I fattori fondamentali che incidono sul fenomeno nel suo complesso, e che spesso si verificano in congiunzione tra loro, sono la perdita del lavoro e la separazione.
A questi si sommano i problemi di salute. Il fenomeno degli homeless ha tante sfaccettature, riguarda differenti segmenti di popolazione a cui bisogna rispondere con interventi molto flessibili.
Ogni homeless nasconde una storia a sè che ha bisogno di essere capita. Ma il fenomeno sta cambiando rispetto al 2011, quando venne condotta la precedente indagine, non tanto per il numero di homeless, quanto nell’allungamento della permanenza in questa situazione e nell’elevamento dell’età media degli homeless.
GLI EROI DEL «NON PROFIT»
Gli italiani continuano a presentare un’età media più alta e una permanenza più lunga, ma gli stranieri sembrano, purtroppo, convergere sul modello italiano sia per l’età sia per la durata.
Che fare? Servizi per i senza dimora ci sono, ma sono realmente sufficienti?
In realtà crescono le difficoltà dei servizi di mensa e accoglienza notturna. Infatti, questi nel 2014 sono in diminuzione del 4% rispetto a tre anni prima, a fronte di un aumento delle prestazioni (pranzi, cene, posti letto) erogate ogni mese alle persone senza dimora del 15%.
Meno servizi hanno fornito più prestazioni, quindi hanno dovuto far fronte a una maggiore pressione non tanto di più homeless, ma di un numero simile che ne ha fruito con maggiore intensità .
Ma tutte queste prestazioni da chi vengono erogate? In gran parte da coloro che ogni giorno sono vicini ai i bisognosi di aiuto, dando loro la speranza di una vita migliore: il “non profit”, i volontari che interagiscono con il pubblico in una sinergia fondamentale per il raggiungimento di obiettivi così importanti.
Un lavoro encomiabile, prezioso per le politiche.
Il problema è che molto spesso alla situazione emergenziale si risponde con politiche emergenziali che puntano fondamentalmente al soddisfacimento dei bisogni primari, il mangiare, il dormire, il lavarsi. Mentre necessitiamo sempre di più di strumenti di reinclusione sociale, attraverso il supporto psico-sociale, il sostegno al reddito, l’inserimento nel lavoro, gli alloggi.
I servizi devono essere sviluppati su tutto il territorio nazionale in modo uniforme e devono essere capaci di garantire le persone più in difficoltà , ovunque tale situazione di estrema povertà li colga.
Non bisogna appiattire le politiche su interventi di natura unicamente emergenziale dettati dalla necessità di rispondere con meno risorse a bisogni crescenti.
Innovazione e nuova progettualità devono farsi strada perchè non si tratta solo di salvare la vita a queste persone ma di costruire un percorso verso una vita vera. È un obbligo in una fase in cui la crisi sociale continua a essere acuta più di quanto possa sembrare dagli indicatori economici.
Linda Laura Sabbadini
(da “la Stampa”)
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Giugno 13th, 2016 Riccardo Fucile
CONFCOMMERCIO: QUESTA RECESSIONE E’ PEGGIORE DELLA CRISI DEL 1929
Una crisi economica così lunga e pesante come quella che abbiamo vissuto in Italia non ha solo colpito le aziende e il prodotto interno ma anche le famiglie: quelle classificate come indigenti assolute sono quasi raddoppiate, segnando un +78,5% dal 2007 al 2014.
I nuclei familiari in queste condizioni erano 823 mila nel 2007, un numero già alto, e sono cresciuti a quasi un milioni e 500 mila nel 2014; la loro quota sul totale delle famiglie italiane è a sua volta schizzata dal 3,5% di prima della recessione al 5,7% del 2014.
Lo rileva l’Ufficio studi della Confcommercio.
Dice un rapporto che i singoli individui in condizione di povertà nel 2014 hanno superato i 4 milioni, +130% rispetto al 2007, arrivando a sfiorare il 7% della popolazione.
Nei sette anni di recessione, il reddito disponibile della famiglie (in termini di potere d’acquisto ai prezzi del 2015) si è ridotto del 10% e anche di più.
«Questa a cavallo dei primi due decenni del XXI secolo – scrive la Confcommercio – rappresenta la seconda recessione per gravità nella storia nazionale dalla proclamazione del Regno d’Italia»: infatti le cose sono andate peggio in questi ultimi anni che nella prima guerra mondiale e nella crisi del 1929. Il Pil reale per abitante nel 2015 è regredito al 1996: «È come se le famiglie italiane avessero spostato indietro di un ventennio l’orologio del tenore di vita».
La caduta di Pil e investimenti si è riflessa sul lavoro.
Fra il 2007 e il 2014 sono andati persi un milione e 800 mila posti in totale. Sono cambiati anche i modelli di consumo: le famiglie hanno tagliato persino la spesa alimentare, contrattasi di oltre il 12%.
Sacrifici più pesanti nell’acquisto dei beni durevoli: -25%.
Tuttavia «in questa prima parte del 2016 sembrano rafforzarsi i segnali di ripresa» dice la Confcommercio.
Ma non c’è da stappare bottiglie di champagne: il ritmo di crescita della nostra economia resta lento, soprattutto se confrontato con la crescita congiunturale della Germania (+0,7%).
La Confcommercio fa un confronto sfavorevole con i tedeschi anche per quanto riguarda la pressione fiscale a carico di imprese e delle famiglie.
«Se l’Italia avesse avuto la stessa pressione fiscale della Germania nel 2014 – è il calcolo dell’Ufficio studi – ci sarebbero stati 66 miliardi di euro in meno di prelievo fiscale, vale a dire 23 miliardi in meno di Irpef e altrettanti di imposte indirette, e 20 miliardi in meno di carico contributivo su imprese e lavoratori»
Da notare che l’eccesso di carico fiscale in Italia si associa all’incapacità di tagliare sul serio la spesa pubblica, almeno secondo la Confcommercio. La ricerca dice che «finora gli unici tagli hanno riguardato la spesa in conto capitale, cioè gli investimenti pubblici».
Invece tutte le componenti di spesa corrente derivanti da scelte discrezionali sono in crescita fra il 2015 e il 2017, anche se «con incrementi leggermente inferiori a quelli del Pil nominale».
Luigi Grassia
(da “La Stampa”)
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Giugno 13th, 2016 Riccardo Fucile
I GIOVANI DEL PULSE SONO UGUALI A QUELLI ETERO DEL BATACLAN?
Non c’è proporzione rispetto alle reazioni, manifestazioni di cordoglio e di solidarietà tra la strage di Orlando
e altre avvenute negli ultimi anni.
Le dichiarazioni politiche in Italia sono state poche, al cloroformio, citando una indistinta carneficina di giovani, mai ricordando che è avvenuta in un locale gay.
Leggendo poi, le prime pagine dei giornali di questa mattina, si possono dare per scontate le interpretazioni e posizionamenti non di apertura dei quotidiani della destra, rimani un po’ stupito da Il Fatto Quotidiano, quasi non ci credi che il Sole 24 ore non contenga manco un rigo e te ne fai una ragione.
È la politica che riesce sempre a stupirti, che probabilmente annusa l’indifferenza generale, visto che nessuna grande associazione de sinistra, o per diritti umani o contro la violenza ha sentito il dovere di promuovere “spontaneamente” fiaccolate o sit in.
Nella splendida solitudine, solo in qualche città , ci ha pensato il movimento lgbt (manco del tutto unito) a sottolineare la gravità dell’evento.
Non si deve generalizzare, perchè tanti amici etero si sono pronunciati e so che sono sinceramente colpiti, ma è evidente che questa è una strage di “froci” di cui a poco interessa e, per molti in fondo “se la sono cercata”.
Quei giovani del Pulse mica sono uguali a quelli del Bataclan di Parigi, bravi giovani eterosessuali (non è vero ce n’erano anche molti gay) che si gustavano un concerto conforme alla normalità .
I morti a causa del fanatismo e terrorismo non sono tutti uguali: c’è chi inerme subisce e c’è chi, con i suoi comportamenti o “scelte di vita” un po’ lo deve mettere in conto di essere esposto.
Il devastante silenzio del M5S è preoccupante perchè, al netto delle appartenenze di ognuno, si tratta di un partito in grande ascesa che stabilmente occupa un quarto dei consensi popolari.
Il generale disinteresse delle altre forze politiche, qualche commento non troppo coinvolgente delle sinistre (almeno un tweet Renzi lo ha fatto…) mi colpisce, perchè io ho organizzato e c’ero a tutte le importanti iniziative sulla strage di Charlie, su quella del Bataclan e così via, loro ieri sera no.
Qui sta la differenza, vi è un concreto “noi e voi” che emotivamente in queste ore sto provando, intimamente con grande rabbia, provando a temperare sentimenti di disgusto che da ore mi tormentano.
Non bastano i diritti civili a mala pena raggiunti, ancora incerti e lacunosi, non bastano le nostre generosità spese in decenni al fianco di tante altre battaglie, bisogna dirselo con sincerità : siamo ancora considerati meno, non differenti, ma diversi, persone che se colpite vale la pena spenderci un comunicato, qualche lacrimuccia di circostanza, punto.
Riusciranno i sindaci d’Italia o il commissario di Roma a provare un po’ di vergogna e magari stasera illuminare qualche monumento rainbow?
Ma dai mica siamo a Parigi, dove stasera saranno accese la Tour Effeil e altre sedi istituzionali! Qualche commentatore di grido o politico avveduto uscirà dal coro dell’assordante silenzio?
Ma no non ci contate, perchè stasera c’è Italia-Belgio, si volterà pagina.
In fondo in Iran, Afghanistan, Iraq, Siria, Egitto, e tanti altri paesi nel mondo, quando si assassinano a frotte giovani omosessuali, mica si fa tutto questo casino.
Grazie Italia!
Aurelio Mancuso
Attivista dei diritti civili per tutte e tutti
(da “Huffingtonpost“)
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Giugno 13th, 2016 Riccardo Fucile
NEGLI STATI UNITI CI SONO PIU’ ARMI DA FUOCO IN CIRCOLAZIONE CHE ABITANTI, LE SPARATORIE SONO ALL’ORDINE DEL GIORNO… IL RAPPORTO ARMI-CAFFE’ E’ DI SEI A UNO
Più facile sparare che bere un cappuccino, più semplice imbattersi in un commerciante d’armi che in un tranquillo negozietto di cappuccini.
C’era una volta l’America, quella da telefilm, che va al lavoro sorseggiando caffè bollente dal bicchierone gigante di Starbucks. C’era una volta se mai è esistita.
Oggi l’America vera che si risveglia dall’incubo di Orlando – la sparatoria con più vittime della storia Usa – deve fare i conti con tutt’altra realtà : per le strade americane è più facile imbattersi in un rivenditore d’armi che in un negozio di “frappuccini”.
Il rapporto è di 6 a 1. Il caffè di Starbucks con i suoi quasi 11mila negozi perde su tutta la linea contro i 65mila rivenditori che nel 2015 hanno smerciato armi da fuoco.
“Il diritto dei cittadini di detenere armi non potrà essere infranto”, recita il secondo emendamento.
A giudicare dai numeri, sono in molti a esercitare questo diritto: i dati del Congressional Research Service parlano di 357 milioni di armi da fuoco in circolazione per una popolazione di circa 319 milioni di abitanti.
Anche i dati sulle sparatorie sono allarmanti.
Quella di Orlando ha fatto più vittime di tutte le altre, ma è solo l’iceberg di una lunga lista.
Dopo i 50 morti di Orlando, ci sono i 32 di quel 16 aprile 2007 in cui uno studente, Seung-hui Cho, aprì il fuoco contro i compagni del campus a Blacksburg, in Virginia. E poi c’è il massacro della scuola elementare Sandy Hook, in Connecticut: in quel dicembre del 2012 fu un ventenne con problemi mentali, Adam Lanza, a compiere il massacro, 27 i morti.
Non è passato poi molto tempo dal 2 dicembre 2015, quando Syed Farook e sua moglie Tashfeen Malik hanno aperto il fuoco e fatto 14 vittime in un centro per disabili di San Bernardino.
“Trecentocinquantacinque sparatorie in un anno, anzi in trecentotrentasei giorni”: è questa la fotografia impietosa che scattò il Washington Post all’indomani della strage di San Bernardino.
Da allora per l’America l’incubo non è ancora finito.
Francesca De Benedetti
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