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RENZI NON BUCA PIU’ E VACILLA ANCHE IN TV, ASCOLTI PIU’ BASSI DI QUELLI DI BERSANI

Giugno 10th, 2016 Riccardo Fucile

ADESSO RISCHIA L’EFFETTO SATURAZIONE… PER IL SONDAGGISTA WEBER NON APPASSIONA PIU’ COME PRIMA

Erano passate poche ore dalla doccia fredda delle amministrative e nella prima conferenza stampa post-voto, lunedì scorso, Matteo Renzi propose una metafora originale: «Gli elettori hanno fatto zapping con la scheda elettorale, come è sacrosanto e bello che sia».
A giudicare dall’ultima performance televisiva del presidente del Consiglio, mercoledì sera a «Otto e mezzo», anche i telespettatori hanno intensificato lo zapping: Matteo Renzi ha fatto il 6,23% di share con un ascolto medio di 1 milione e 482mila spettatori, meno di quanto avesse fatto Pier Luigi Bersani nella stessa trasmissione tre settimane prima: 6,70% e 1 milione e 665mila spettatori.
Naturalmente si tratta di dati da prendere con le molle: sono innumerevoli le variabili che incidono sugli ascolti, ma certo le apparizioni televisive del presidente del Consiglio, così frequenti, non rappresentano più un evento e una garanzia di boom per gli ascolti.
Un sintomo dell’attenuarsi dell’effetto-Renzi? Con la sua onnipresenza e con la sua tendenza ad auto-elogiarsi, il presidente del Consiglio sta alimentando un effetto-saturazione?
Due sere fa, proprio alla fine della registrazione di «Otto e mezzo», negli studi de La7, il presidente del Consiglio, chiacchierando con Lilli Gruber, ha usato parole crude: «Ora anche la maggioranza del Pd si vergogna di me per molte delle cose che facciamo, persino per la riforma della Costituzione».
La sincerità  e l’espressione usata – si vergognano di me – fanno una certa impressione da parte di un personaggio orgoglioso e attentissimo allo spin, all’effetto che fanno anche le chiacchierate private.
E proprio ieri mattina un altro evento ha contribuito ad alimentare il dubbio circa l’appannamento dell’effetto-Renzi.
La sequenza al ralenti è eloquente. Davanti alla platea di Confcommercio, il presidente del Consiglio stava illustrando le misure del governo e proprio in coda all’elenco, quando ha citato gli 80 euro, si è alzato un circoscritto mugugno, che Renzi ha raccolto al volo. Per rincarare la dose.
Sostenendo che persone con un reddito basso si sono finalmente potute permettere «uno zainetto in più, una cena in pizzeria in più».
Soltanto a quel punto, davanti al «di più» di Renzi, si è alzato qualche (isolato) fischio.
Non sarà  che l’opinione pubblica alla fin fine preferisce il Renzi governante rispetto al Renzi propagandista?
Il triestino Roberto Weber, presidente di Ixè, sondaggista da 35 anni, dice: «Attenzione a non lasciarsi confondere dal voto amministrativo, nel quale hanno giocato fattori locali e personali, perchè invece lo stato di salute elettorale del Pd come forza nazionale è molto migliore, nettamente migliore di quello delle altre forze. Renzi? Sta coltivando un’area, quella dell’elettorato attivo, ma è vero che pur essendo considerato un ottimo comunicatore, paradossalmente rassicura ma non suscita passioni vere. Un dato è eloquente: quando chiediamo se abbiano «molta fiducia» in un leader, mentre Berlusconi, Prodi o Veltroni oscillavano tra il 15 e 20 per cento, Renzi è sempre ad una cifra».
Contromisure? Correzioni di rotta, anche solo di stile?
Mercoledì sera a «Otto e mezzo», Renzi ha risposto sempre col sorriso sulle labbra alle domande, mai cedendo alla (consueta) tentazione della replica pepata o del capro espiatorio.
Negli otto giorni che mancano alla fine della campagna elettorale Renzi ha in programma soltanto appuntamenti nazionali e all’estero e ieri anche il candidato a lui più vicino, il romano Roberto Giachetti si è concesso una battuta contropelo, sia pure sorridendo: «Renzi vuole usare il lanciafiamme nel partito? Io sono pacifista!».

Fabio Martini
(da “La Stampa“)

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FORZA ITALIA, SFIDA CARFAGNA-PARISI PER IL DOPO BERLUSCONI

Giugno 10th, 2016 Riccardo Fucile

L’IDEA DI UNA CONVENTION A SETTEMBRE… NUOVO PARTITO CON FITTO, VERDINI E UN PEZZO DI NCD: “MA VA CAMBIATO IL NOME”… LE AMBIZIONI DI TOTI E GELMINI

Sotto shock. Con Silvio Berlusconi costretto in un letto d’ospedale, gli azzurri si ritrovano improvvisamente senza una guida. Con il rischio di una logorante guerra di successione interna. A un passo, insomma, dalla dissoluzione.
Per sfuggire al baratro, prende corpo in queste ore una clamorosa contromossa: riunificare Forza Italia e Verdini, Fitto e un pezzo del Nuovo centrodestra.
Un nuovo simbolo, un nuovo partito e un nuovo leader.
Magari proprio Stefano Parisi, in piena corsa per la poltrona di sindaco di Milano. Di certo non l’ex premier, se è vero lo sfogo di Marina Berlusconi: “Papà  non deve più salire su un palco!”.
Chi cerca di raggiungere l’ultima spiaggia ha già  in mente una data: settembre.
L’idea, frutto di un vorticoso giro di consultazioni, è di organizzare subito dopo l’estate una convention unitaria per far tornare sotto lo stesso tetto le schegge impazzite del berlusconismo.
Quali? I Conservatori di Raffaele Fitto, che tifa da tempo per l’unità  di un centrodestra antirenziano. I verdiniani di Ala, in crisi nel rapporto con il premier. E il Nuovo centrodestra.
Tra i principali sponsor dell’operazione c’è Maurizio Lupi – che a Milano è alleato del centrodestra – mentre Angelino Alfano frena, timoroso che un tale scossone al sistema possa provocare una crisi di governo.
Chi finirebbe ridimensionato è invece il cerchio magico di Maria Rosaria Rossi, Francesca Pascale e Deborah Bergamini. Gran parte del partito le considera semplicemente avversarie e tifa per un loro ridimensionamento.
Questi, però, sono ancora i giorni dell’emergenza. E c’è spazio soprattutto per l’affetto verso il leader. “Per noi adesso è durissima, bisogna mantenere la calma e stare vicini al Presidente”, confida Renata Polverini. E Altero Matteoli: “È una sfida difficile”.
Il dossier più complicato della storia del berlusconismo è affidato a due “garanti”: Gianni Letta e Niccolò Ghedini.
Sono stati loro, ieri, ad incoraggiare l’ex premier al San Raffaele. Ed è stato proprio l’avvocato a telefonare ai big del partito per avvertirli che presto (al massimo subito dopo i ballottaggi) nascerà  un direttorio.
Un tavolo, così l’ha definito, da convocare a Palazzo Grazioli e riunire per gestire l’ordinaria amministrazione.
Molti, com’è ovvio, aspirano a un posto in questo board. Ci saranno quasi certamente Giovanni Toti e Maria Stella Gelmini, Mara Carfagna e gli ex aennini Gasparri e Matteoli, oltre ai due capigruppo Renato Brunetta e Paolo Romani.
Tra loro, naturalmente, c’è chi aspira a guidare da “reggente” Forza Italia nel nuovo partito di centrodestra. Toti, innanzitutto, forte di un rapporto solido con la Lega di Matteo Salvini. Ma anche Carfagna, sempre in testa ai sondaggi di gradimento nell’elettorato azzurro, e Gelmini, lanciata ieri da Laura Ravetto.
Tanto, tantissimo dipenderà  dalle scelte di Berlusconi.
Ma parecchio si intuisce dai ragionamenti della figlia Marina, riferiti da chi era al San Raffaele: “D’ora in poi papà  dovrà  dedicarsi solo alla sua salute – ha avvertito la primogenita – E nessuno si azzardi a chiedergli di fare ancora politica, capito?”.
Sulla stessa linea Fedele Confalonieri, l’amico di una vita, anche lui infastidito dalla tabella di marcia consigliata dai fedelissimi all’ex premier ottantenne nelle ultime settimane di campagna elettorale.
Per adesso, comunque, il Cavaliere preferisce affidare le chiavi del suo impero aziendale alla primogenita Marina e all’amico Confalonieri.
Le vicende personali e professionali saranno mediate da Ghedini, mentre i rapporti istituzionali spetterano all'”ambasciatore” Letta.
La politica appare invece sempre più lontana. Non a caso pochi, pochissimi dei dirigenti azzurri hanno potuto fare visita al leader. Ci ha provato ieri Verdini, fermato sulla soglia della stanza d’ospedale. “Riceve solo i familiari”.
Pragmaticamene, il ras toscano ha salutato l’ex alleato al telefono. Dal parcheggio del San Raffaele.

Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica”)

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BERLUSCONI: “FATE SAPERE CHE TORNO, IL MIO SPIRITO NON SI FIACCA”

Giugno 10th, 2016 Riccardo Fucile

CONFALONIERI: “E’ FORTE, MA DEVE INIZIARE A PENSARE A SE STESSO”

La sua forza di volontà  continua a tener testa alle sue forze fisiche, «perciò dovete far sapere fuori che il mio spirito non si fiacca, che io sicuramente torno».
Ancora una volta i desideri di Berlusconi sono stati esauditi, siccome voleva che tutti «fuori» lo sapessero: non c’è alcun vuoto da riempire.
Ma viene il momento in cui bisogna porre un freno alla rappresentazione, e c’è solo una persona che disinteressatamente può far capire al Cavaliere qual è il suo interesse: «Silvio è forte e si riprenderà , ora però deve iniziare a pensare a se stesso».
Così Confalonieri si pone come scudo per proteggere l’amico e anche i figli dell’amico, che vogliono restituito il padre alla famiglia e vogliono i mercanti fuori dal tempio.
Verdini non entra
Davanti alla stanza di un paziente è doveroso non disturbare, invece ieri davanti alla stanza dov’è ricoverato il fondatore del centrodestra sono accaduti spettacoli grotteschi, irrispettosi verso Berlusconi, verso le sue condizioni e verso la sua storia: la lite tra chi gestisce la sua corte oggi e chi – come Verdini – gestiva la sua corte ieri e non è stato fatto entrare, con tanto di sceneggiata illustrata da comunicati stampa; lo speech del medico personale, che nel descrivere le condizioni dell’assistito è parso fin troppo teatrale agli uomini d’azienda e soprattutto ai figli, impegnati a difendere la privacy del genitore e a garantirgli un po’ di serenità .
Non è dato sapere se Berlusconi abbia sentito gli schiamazzi filtrare dalla porta, è certo che quando a un certo punto la porta si è chiusa, con lui sono rimasti solo Confalonieri e Gianni Letta.
Il calcio e la politica sono due dossier che pongono problemi da risolvere, di qui l’arrivo pure di Galliani: il Milan crea affanni sotto il profilo finanziario e anche di immagine; Forza Italia rischia di soffocare come un secco rampicante un’azienda mediatica che vive di mercato e deve garantire il pluralismo democratico ai suoi clienti. Sono nodi che tocca al capo sciogliere, insieme ai consanguinei per dna e per storia
Gli altri fuori
Gli altri fuori. Compreso chi ha abusato della confidenza di Berlusconi e della sua potenza, compreso chi vanta deleghe e funzioni di firma, compreso chi ha gestito fino all’altro ieri persino le telefonate.
Marina, la primogenita, che da tempo vuole «impacchettarle tutte», e che è furiosa per il modo in cui il corpo del padre sofferente è stato trascinato per inutili comizi di periferia, non riesce a trattenersi davanti allo scempio simoniaco, e addita il loro personale conflitto di interessi.
È vero che il Cavaliere non appartiene solo al Cavaliere, perchè c’è un partito che vive della sua vita e constata con trepidazione come i dati della cartella clinica del leader coincidano con lo stato di salute del movimento.
Ed è vero che (quasi) tutti avevano iniziato a immaginare il futuro senza Berlusconi. Ma oggi (quasi) tutti si rendono conto che senza Berlusconi è come dire stare all’addiaccio, senza Forza Italia. A testimonianza che, a prescindere dal suo ritorno in campo, l’uomo che ha incarnato un ventennio continuerà  comunque a influenzare i destini della politica. Dentro e fuori il suo schieramento.
Ancora in campo
Lo smarrimento collettivo a Roma – tranne qualche improvvida esternazione di chi già  dichiara di aver scelto il proprio successore – è la prova che il Cavaliere non è sostituibile.
Se non c’è traccia di documento o di confidenza in cui abbia designato chi prenderà  il suo posto, è perchè Berlusconi non ha mai immaginato un passaggio di consegne: solo il pensiero innesca in lui la stessa reazione di un piatto all’aglio.
E dunque c’è anche qualcosa di filiale in quel «sicuramente torno» che voleva trasmettere fuori dalla sua stanza, oltre all’affermazione del primato.
Ma ora «Silvio deve iniziare a pensare a se stesso». L’altro ieri l’hanno visto depresso e spaventato mentre stava per essere inghiottito dai macchinari ospedalieri, che hanno confermato la necessità  dell’intervento al cuore.
Ieri invece si è mostrato un po’ più sollevato, consapevole del «passaggio ineludibile» sotto i ferri.
Lui, che considera la morte «un avvenimento lontanissimo dato che vivrò centoventi anni», ha scandito con le solite battute certi ragionamenti proiettati verso il futuro: «Faremo questo e quello».

Francesco Verderami
(da “il Corriere della Sera”)

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LO SCANDALO DEI PULMANN PER LE GITE: FARI GUASTI E AUTISTI SENZA PATENTE

Giugno 10th, 2016 Riccardo Fucile

UN BUS SU CINQUE E’ FUORILEGGE… TURNI NON RISPETTATI E GARE AL RIBASSO TRA LE CAUSE DEGLI INCIDENTI

L’ultimo autista controllato, lo scorso primo giugno, aveva appena assunto anfetamine. Due pasticche, poi si era messo alla guida del bus pieno di ragazzini, sessanta ragazzini delle scuole elementari.
Gita scolastica alla Villa Reale di Monza. La polizia ha sottoposto al drug test il conducente, 44 anni, nervoso, sovreccitato: “Ho preso due tachipirine ieri sera, sa, il mal di testa”.
Era in attesa dei ragazzi nel parcheggio della villa. Controllo di routine su mezzo fermo, in questo caso di una società  di noleggio di Pavia.
Autista positivo, patente ritirata, avvio al prelievo del sangue in ospedale per conferma: un altro guidatore viene convocato per riportare a casa gli studenti in sicurezza.
L’accordo tra polizia stradale e ministero dell’Istruzione, attivato con la celebre circolare 674 del 3 febbraio (rientrata laddove dava responsabilità  troppo dirette agli insegnanti), sta producendo risultati.
A quattro mesi dall’avvio dei controlli su strada gli agenti hanno scoperto che un pullman su cinque è fuorilegge.
Quasi diecimila autobus per le gite controllati, il dieci per cento del parco circolante: di questi, 6.982 dopo una telefonata fatta alla polizia dal dirigente scolastico.
Bene, millesettecentotrentacinque – il 17,5 per cento – non avrebbero potuto proseguire. E non hanno proseguito.
Uno su cinque aveva gli pneumatici lisci, le cinture di sicurezza fuori uso, i fari guasti, gli specchi retrovisori danneggiati: problemi strutturali, ecco.
In 295 casi la scatola nera (cronotachigrafo per i bus più vecchi) aveva rivelato che l’autista non aveva riposato abbastanza.
Centosettanta volte aveva violato ripetutamente il limite di velocità : 100 chilometri l’ora.
Otto autisti non avevano la patente in tasca, venticinque veicoli non erano passati dall’obbligatoria revisione, venti non avevano copertura assicurativa.
Un rischio quotidiano, certificato dal fatto che il 27 marzo scorso, neppure una settimana trascorsa dalla tragedia dell’Erasmus (13 ragazze morte sull’autostrada Valencia-Barcellona, tra le quali sette italiane), un autista ha coperto l’andata Fermo-Napoli correndo come un pazzo con due classi di liceali a bordo, incurante delle richieste di rallentare avanzate dai quattro docenti: ha persino spaccato un retrovisore contro un cartello.
Gli insegnanti hanno fatto scendere i ragazzini sulla superstrada, pur di non proseguire con quel guidatore.
Rara saggezza, visto che l’autista scartato ha imboccato il ritorno, carico solo delle valigie della scolaresca, e si è schiantato contro uno spartitraffico.
A Verona, l’8 aprile scorso, la stradale ha trovato un autista ubriaco alle 6.30 di mattina – verifica fatta con l’etilometro – prima della partenza per Monaco di Baviera. Due pullman sono stati fermati nel giro di pochi giorni in provincia di Grosseto, erano della stessa società : cinture difettose (8 in un caso), 300 euro di multa e cambio bus per la visita del Parco dell’Uccellina.
Un autista di Nola, altro caso, era stato condannato per detenzione di droga e lavorava in nero. La patente di guida – categoria D – l’aveva manomessa. Gli incartamenti erano falsi.
Come raccontato in un’inchiesta di Repubblica , molti dei guai che toccano il trasporto per le gite di scuola nascono dalle gare al ribasso fatte dai singoli istituti scolastici.
In Italia viaggiano 6mila autobus a nolo Euro 0, fabbricati, cioè, prima del 1992. Ventiquattro anni fa. L’impresa che vince un appalto per il trasporto scolastico occasionale propone, in media, un prezzo di un euro a chilometro.
L’Anav, che è l’associazione autotrasporto viaggiatori, sostiene che sotto 1,6 euro a chilometro non si possano offrire autobus in sicurezza.
Una recente direttiva europea consente a un’azienda del ramo di aprire con soli 9mila euro di capitale, la cifra necessaria per garantire la manutenzione.
La metà  degli autobus circolanti non è dotata di scatola nera: il cronotachigrafo digitale che registra percorso, soste, durata del viaggio negli ultimi ventotto giorni. Oltre 13mila mezzi montano solo un disco con un pennino che segna i dati su carta, il cosiddetto cronotachigrafo analogico: si può manomettere con una certa facilità , può essere distrutto alla fine del viaggio.
La Motorizzazione civile, nei suoi controlli periodici, ha scoperto la frequente alterazione del limitatore di velocità . La “fine corsa” di un mezzo, poi, si stima intorno al milione di chilometri macinati: molti pullman ci arrivano in buone condizioni, altri toccano il tetto degni dello sfasciacarrozze.
Ancora: ogni autista dovrebbe guidare non più di nove ore il giorno e non più di quattro ore e mezzo di fila.
“Il salto dei turni di riposo è tra le prime cause di incidenti”, spiega l’Associazione amici sostenitori della Polstrada.

Corrado Zunino
(da “La Repubblica”)

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DIRE AI VENETI “POPOLO DI UBRIACONI” NON E’ REATO, ARCHIVIATA LA DENUNCIA CONTRO OLIVIERO TOSCANI

Giugno 10th, 2016 Riccardo Fucile

LA CASSAZIONE: “ALZARE UN PO’ IL GOMITO E’ UN COMPORTAMENTO, NON UNA QUALITA’ PERSONALE”

Oliviero Toscani quando disse che «i veneti sono degli ubriaconi» non ha commesso reato.
A stabilirlo è stata la Cassazione che ha confermato l’archiviazione della denuncia presentata da quattro abitanti della regione che si erano offesi dopo aver sentito un’intervista al noto fotografo in radio.
L’EPISODIO
A scatenare il caso giudiziario erano state le parole pronunciate da Toscani a «La Zanzara» su Radio 24, nel febbraio del 2015. «Un popolo di ubriaconi e alcolizzati», aveva detto il fotografo. E aveva rincarato: «I veneti sono un popolo di ubriaconi. Alcolizzati atavici, i nonni, i padri, le madri. Poveretti i veneti non è colpa loro se uno nasce in quel posto, è un destino. Basta sentire l’accento veneto: è da ubriachi, da alcolizzati, da ombretta, da vino».
LE MOTIVAZIONI DELLA CORTE  
Ad avviso dei giudici della Cassazione «Toscani ha fatto affermazioni del tutto generiche, indubbiamente caratterizzate da preconcetti e luoghi comuni ma prive di specifica connessione con l’operato e la figura di soggetti determinati o determinabili».
Nè, tantomeno, nelle parole di Toscani – per la Suprema Corte – è ravvisabile l’incitazione all’odio etnico verso i veneti. I quattro denuncianti, invece, avevano invocato nei confronti del fotografo l’applicazione della legge Mancino, quella che si adotta per gli ultrà  del calcio, o i militanti più accesi della destra xenofoba.   ZAIA: “ORA SI POTRA’ DARE DELL’UBRIACONE A CHIUNQUE”  
«Mi pare evidente che d’ora in avanti tutti potranno dare dell’ubriacone a chiunque», ha commentato a caldo il governatore del Veneto Luca Zaia.
Il leghista quando si era scatenato il caso aveva chiesto a Oliviero Toscani di scusarsi pubblicamente. Il fotografo però aveva replicato: «Era una battuta divertente. Se gli unici a non divertirsi sono alcuni veneti mi dispiace. C’è qualche veneto che ci cade sempre».
«L’offesa ai veneti – ha aggiunto Zaia- mi pareva indubbia e chiara. Così come da quelle parole traspariva poco rispetto per un intero popolo. Tuttavia, ribadisco che prendo atto che la Cassazione legittima la possibilità  di dare dell’avvinazzato a chi che sia».
IL SENSO DELL’ARCHIVIAZIONE  
In realtà  i giudici hanno confermato che parlare per luoghi comuni non è diffamatorio, almeno quando non si fa riferimento a persone specifiche, e meno che mai è istigazione al razzismo.
In proposito, i giudici fanno presente che «la discriminazione per motivi razziali è quella fondata sulle qualità  personali del soggetto non, invece, sui suoi comportamenti», come quello di alzare un po’ il gomito.
Prosit!

Davide Lessi
(da “La Stampa”)

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IL DEBITO MONSTRE DI ROMA: FINORA E’ STATO RIPAGATO PIU’ ALLE BANCHE CHE AI PRIVATI

Giugno 9th, 2016 Riccardo Fucile

L’UNICA STRADA E’ RINEGOZIARE I TASSI DI INTERESSE

Promettere la ristrutturazione del debito pubblico è un argomento di sicuro successo elettorale. Figurarsi se in ballo c’è quello della Capitale: oltre ai 35mila euro dovuti per il solo fatto di essere italiani, se ne aggiungono cinquemila per la cittadinanza romana.
«Vogliamo ristrutturare il debito», dice la favorita a diventare il prossimo sindaco, Virginia Raggi.
Facile a dirsi, difficile solo a descriverlo nei dettagli: circa tredici miliardi di euro dovuti a dodicimila creditori, 1.686 mutui, due contratti derivati, un costo di 500 milioni l’anno per gestire quel debito, 300 dei quali erogati dal bilancio dello Stato, ovvero dai contribuenti di Aosta e Canicattì insieme.
Il Comune di Roma non ha la certezza su chi siano il 77 per cento dei debitori, nè il 43 per cento dei creditori.
O meglio, fra le montagne di scartoffie da qualche parte c’è scritto, ma ancora non è stato possibile rintracciarli.
La relazione depositata in Parlamento due mesi fa dal commissario Silvia Scozzese è molto più dettagliata di quel che la propaganda Cinque Stelle vorrebbe farci credere.
I mutui ad esempio: sono quasi tutti contratti con la Cassa depositi e prestiti (1.491), ma si tratta di soldi che sono stati concessi secondo regole di mercato, e non possono essere cancellati da un giorno all’altro.
È una leggenda quella secondo la quale il debito della Capitale sia in gran parte da attribuire ai romani stessi: lo stock di crediti non riscossi dal Comune di Roma per gli affitti vale 350 milioni, una frazione di quei 13 miliardi.
Certo è che se gli inquilini pagassero regolarmente e non i sette euro al mese che ancora sono concessi ad alcuni fortunati, i numeri sarebbero meno impietosi.
Ma questa è un’altra storia.
Su un punto invece la Raggi ha ragione, ed è quando dice che quel debito è «principalmente finanziario e nei confronti delle banche».
Lo è più della metà , per l’esattezza il 55,7 per cento, al cambio 7 miliardi e 128 milioni.
Altri due miliardi sono debiti verso altri soggetti della pubblica amministrazione, 3 miliardi e 600 milioni sono i veri e propri debiti commerciali verso privati.
Per onorare i suoi 1.686 mutui il Comune paga lauti interessi, mediamente pari al cinque per cento.
Una cifra fuori mercato, se si considerano i prezzi medi ai quali oggi si può accendere un mutuo. Con un po’ di buona volontà , e l’input politico di un sindaco che avesse voglia di farlo, si potrebbero risparmiare fino a 150 milioni di euro all’anno.
Poichè i romani pagano un’addizionale Irpef dello 0,4 per cento per gestire il debito, quei 150 milioni sarebbero sufficienti a ridurre di tre quarti quell’odioso balzello. Francesco Boccia del Pd ricorda che l’anno scorso, per aiutare le Regioni a rinegoziare i mutui con la Cassa depositi e presiti, si fece una legge ad hoc. «Non si capisce perchè non lo si possa fare anche per il Comune di Roma».
La cosa più sorprendente della relazione della Scozzese è sui numeri della gestione commissariale degli ultimi cinque anni, più o meno da quando i contribuenti romani e non hanno iniziato a versare i 500 milioni che ogni anno (e per l’eternità ) servono a onorare il debito romano.
Da allora sono stati pagati cinque miliardi e 600 milioni: una cifra ragguardevole, che uno immagina siano serviti anzitutto a pagare fatture rimaste inevase.
Chi non ricorda la campagna dell’allora premier Monti e del suo ministro Passera per abbattere i debiti dello Stato verso i suoi creditori privati?
E invece no: quasi la metà  di quei 5,6 miliardi – più o meno 2,6 – sono stati necessari a pagare il costo dei mutui e dei contratti derivati.
Altri 2,6 miliardi hanno onorato fatture verso altre amministrazioni pubbliche, dall’Atac all’Ama.
La cifra destinata ad estinguere i debiti veri e propri è stata di appena 300 milioni di euro, il cinque per cento dell’ammontare.
Che sia Giachetti o Raggi, prima di chiedere conto di eventuali numeri ignoti, il prossimo sindaco farebbe bene a far chiarezza sui numeri noti.

Alessandro Barbera
(da “il Corriere della Sera”)

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COMICHE GRILLINE, L’IDEA DELLA TAVERNA: “POSTICIPIAMO LE OLIMPIADI” E L’IRONIA DI GIACHETTI: “CHIEDO AL CIO SE SI PUO’ NEL 2047”

Giugno 9th, 2016 Riccardo Fucile

“SE AI GIOCHI ESISTESSE UNA MEDAGLIA PER L’IMPROVVISAZIONE I CINQUESTELLE VINCEREBBERO L’ORO”

Olimpiadi o non olimpiadi?
Per uscire dall’impasse di questi giorni la deputata Pd Paola Taverna lancia un terzo scenario: rinviarle.
“Il M5S ha ben chiare quali sono le priorità  per Roma, che sta soffrendo e non è pronta ad ospitare le Olimpiadi”, ha detto a Radio Cusano Campus.
“Noi abbiamo detto che si può fare un referendum e ascoltare la popolazione. Io personalmente posticiperei le Olimpiadi e le farei solo dopo aver risollevato Roma, risolvendo i problemi quotidiani”.
Un’idea che ha scatenato in poco tempo le reazioni ironiche degli esponenti del Partito democratico.
A partire dal candidato sindaco Roberto Giachetti: “Paola Taverna: ‘Posticiperei le Olimpiadi’. Adesso chiamo il Cio e chiedo se si possono fare nel 2047. P.S. Però le elezioni no, eh!”, ha commentato scherzando su Twitter.
“Immagino le facce dei funzionari del Cio quando i Cinque Stelle formalizzeranno la richiesta di posticipare le Olimpiadi a Roma”, commenta invece Ernesto Carbone. “Ma in che mondo vive la senatrice Taverna? Ma lo sa che i Giochi del 2024 non sono stati ancora assegnati? Ha una minima idea di quante energie e competenze servono per presentare una candidatura olimpica? Pensa davvero che sia possibile saltare un turno e ripresentarsi per il 2028 o il 2032?”.
“L’ho già  detto e lo confermo – prosegue Carbone – : questi non sono in grado di amministrare neanche un condominio. Altro che Campidoglio”, aggiunge.
Dello stesso avviso Emiliano Minnucci. “Grazie alla senatrice Taverna, abbiamo finalmente capito quale sia la posizione del Movimento 5 Stelle rispetto alle Olimpiadi del 2024: non avere alcuna posizione e prendere tempo in attesa di risolvere gli altri problemi della Capitale. Se ai Giochi esistesse una medaglia per l’improvvisazione, i 5 Stelle vincerebbero l’oro”

(da “Huffingtonpost”)

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“NIENTE OLIMPIADI SE IL SINDACO È CONTRARIO”: MONTEZEMOLO ANNUNCIA IL RITIRO DELLA CANDIDATURA

Giugno 9th, 2016 Riccardo Fucile

IL 56% DEI ROMANI VUOLE LE OLIMPIADI, UN ALTRO 21% E’ ABBASTANZA FAVOREVOLE, SOLO IL 23% E ‘ CONTRARIO

Nel caso in cui a Roma, per la corsa al Campidoglio, vincesse la candidata sindaco del M5S, Virginia Raggi, “saremmo costretti a ritirare la candidatura mentre siamo vicini alla meta”.
Così, in un’intervista al Corriere della Sera, Luca Cordero di Montezemolo, presidente del Comitato promotore dei Giochi olimpici di Roma 2024.
In campagna elettorale Raggi era stata categorica rispetto all’ipotesi Olimpiadi nella Capitale (“È criminale pensarci”), ma poi, di fronte alla controffensiva di Giachetti, sembra aver ammorbidito i toni: il referendum? “Valuteremo”, ha risposto, in merito alla possibilità  di far scegliere i cittadini con un referendum.
Per Montezemolo, è necessario “avere in mente i giovani e giovanissimi. Quelli di 13-15 anni, che saranno gli atleti delle Olimpiadi del 2024. E quelli che avranno un’occasione di lavoro. Si tratta, da qui al 2024, di 180 mila posti, secondo lo studio della commissione di esperti presieduta da Beniamino Quintieri.
E il Pil, nello stesso periodo, aumenterà  del 2,4%”.
Secondo un sondaggio SWG per il Messaggero, la maggior parte dei giovani la pensa così:
oltre la metà  dei romani, per l’esattezza il 56%, vuole le Olimpiadi. Il 21% è tiepidamente favorevole e solo il 23% è contrario.
È la fotografia scattata da un sondaggio SWG effettuato una quindicina di giorni fa su un campione di 1.500 cittadini, dunque con un numero di risposte del 50% superiore ai carotaggi classici.
Lo studio fa emergere una notevole attenzione al tema un po’ in tutti gli strati sociali della Capitale. Ma, a sorpresa, rivela che le categorie più favorevoli allo svolgimento dei giochi olimpici a Roma sono gli studenti (76%), i giovani (66%), gli operai (65%) e i commercianti (59%).
“I romani, ma in particolare i più giovani, vivono il progetto dell’Olimpiade un po’ come i milanesi hanno fatto con l’Expo – spiega al Messaggero Enzo Risso, direttore dell’SWG – Ovvero non solo come un’occasione di sviluppo economico e sociale ma come un volano per il rilancio della Capitale e, con essa, dell’intero Paese”.
Un tema su cui insiste anche Montezemolo nella sua intervista al Corriere. Si potrebbero fare ugualmente le Olimpiadi, se il sindaco fosse contrario? “No”, ha risposto Montezemolo. “Saremmo costretti a ritirare la candidatura mentre siamo vicini alla meta. La decisione sarà  presa a settembre 2017, siamo ottimamente piazzati nella competizione con Los Angeles e Parigi. Perciò mi auguro che, chiunque sarà  sindaco, ci si unisca e si faccia squadra per vincere: Roma non può arrendersi, perchè significherebbe ammettere che siamo inferiori alle altre città . E tutte le forze, dalle scuole agli ecologisti, sono con noi”.
“Se mi dicessero vuoi le Olimpiadi oggi, risponderei di no”, ha proseguito Montezemolo. “Ma qui parliamo dei giochi del 2024. Significa che ci sono 5 anni della prossima amministrazione e poi altri 3. Io mi aspetto che in 8 anni i problemi della capitale siano risolti. Non solo quello delle buche, ma che ci siano servizi efficienti e che migliori la qualità  della vita nelle periferie. E che quindi Roma sia in grado di affrontare la sfida. Noi oggi dobbiamo avere in mente i giovani e giovanissimi. Quelli di 13-15 anni, che saranno gli atleti delle Olimpiadi del 2024. E quelli che avranno un’occasione di lavoro.

(da “Huffingtonpost”)

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LA DESTRA IN DEFAULT NE AGITA IL MANICHINO, MA SONO TUTTI BADOGLIANI

Giugno 9th, 2016 Riccardo Fucile

BUTTAFUOCO: “SI SONO INVENTATI BATTAGLIE PER ASSECONDARE I PEGGIORI ISTINTI E RITAGLIARSI UNA CARRIERA”… VENEZIANI: “I PRESUNTI LEADER DELLA DESTRA PENSANO SOLO A FOTTERSI A VICENDA”

Un conto era aver trasferito la ridotta di Valtellina a Cortina d’Ampezzo.
«Hanno biografie da passeggio», disse pochi anni fa Marcello Veneziani, scrittore di destra senza sciocchi imbarazzi, sugli eterni colonnelli del postfascismo.
Sembrava impietoso e invece no: il finale non è da passeggio, col maglione di cachemire adagiato sulle spalle, ma una spassosa questione di ringhiera.
Alessandra Mussolini, capolista di Forza Italia a Roma, non entrerà  in Consiglio comunale perchè ha preso meno di millecinquecento voti, ma è felice come una pasqua: «La mia missione, per volere di Silvio Berlusconi, era di impedire l’accesso di Giorgia Meloni al ballottaggio». Meloni la risposta l’ha studiata bene: «Fa una certa impressione vedere una Mussolini vantarsi di una badogliata».
Difficile escogitare insulto più sanguinoso, visto che Pietro Badoglio è stato consegnato alla storia come il traditore opportunista del Duce.
E infatti Ignazio La Russa, attendente di Meloni, si è figurato l’«incorruttibile» buonanima rigirarsi nella tomba, non fosse per Rachele, sorella di Alessandra, unica Mussolini eletta in Campidoglio in una lista civica «Per Giorgia».
Chissà  se è un buon argomento di discussione dopo che l’altro giorno, sul Tempo, proprio Meloni ne aveva proposto un altro, a proposito di Francesco Storace che a Roma, con La Destra, ha preso poco più di settemila voti, e cioè lo 0.6 per cento grazie anche all’appoggio di Gianfranco Fini e Gianni Alemanno.
L’ex sindaco le ha risposto ieri: «Ci chiede il pudore di farci da parte. Mi dispiace, siamo spudorati»; ha poi concluso con mano di juta augurandosi che una volta provata la gioia più grande (la maternità ) possa «liberarsi dall’odio e dal risentimento».
Il dibattito lo si direbbe all’altezza delle percentuali: già  segnalate quelle di Storace, uno ancora capace di dignità  e autocritica, degne di nota quelle di Meloni che nel resto d’Italia non esiste: 2.4 a Milano, 1.4 a Torino, 1.2 a Napoli.
Per la completezza del quadro tocca registrare l’esultanza di Casapound per il 4 per cento a Sulmona, per il «10 per cento nel seggio di Via Fasan a Nuova Ostia», per il passaggio dallo 0.5 all’1.1 a Roma, e per lo 0.58 a Torino.
È tutto quello che resta – e infilarci Casapound è un arbitrio – di Alleanza nazionale che prendeva milioni di voti ed era arrivata fino al 15 per cento.
E sono trascorsi solamente otto anni dal giorno in cui Alemanno era arrivato al ballottaggio romano, per poi vincerlo contro Francesco Rutelli, col 40 per cento. Storace era prossimo al quattro
Pietrangelo Buttafuoco – altro scrittore che aveva cercato di nobilitare la destra – non è così contento di pronunciare l’elogio funebre. Un po’ perchè elogio non è, un po’ perchè è complicato riassumere in poche parole una così spaventosa e buffa tragedia.
Comunque: «C’è stato chi si era fatto carico di un’eredita della sconfitta, di custodire un deposito di memoria che evocava la tragedia, ma che poi l’ha trasformata in una faccenda di botteguccia per ritagliarsi una carriera».
Ancora: «Si sono inventati battaglie e hanno assecondato campagne per assecondare i peggiori istinti. Un partito, il Movimento sociale, fondato da Ardengo Soffici e da Biagio Pace, ha scansato le personalità  per far posto ai personaggi».
Cioè, ha fatto la fine che meritava.
Anche Marcello Veneziani, oltre le sue «biografie da passeggio», è in difficoltà  ad analizzare «uno sfarinamento a scaglioni».
Si direbbe che alla destra italiana abbia fatto molto peggio il ventennio berlusconiano che il ventennio del Fascio.
«L’idea di An di diventare fotocopia di Forza Italia e il deludente risultato di Alemanno hanno favorito una progressione che culmina oggi».
Culmina, intende Veneziani, nelle imbarazzanti leadership attuali che, spiega uno dei loro, in queste settimane rimasto ai margini, «hanno usato la campagna elettorale per fottersi a vicenda», incapaci di intercettare quel poco che la dialettica destra-sinistra ancora concede, di dire qualche cosa di poco più che banale su temi ancora divisivi «come la bioetica e la famiglia», conclude Veneziani.
Eravamo rimasti alle infiltrazioni badogliane nella famiglia Mussolini. Ma c’è poco da dire, secondo Buttafuoco.
Basta citare Totò: «Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive: nuje simmo serie… appartenimmo à  morte».

Mattia Feltri
(da “La Stampa”)

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