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PERCHE’ AVANZA IL POPOLO CONTRO: L’OMBRA DELL’ASTENSIONE SULLE AMMINISTRATIVE

Giugno 5th, 2016 Riccardo Fucile

NEL 2011 I VOTANTI FURONO IL 65%, MA ROMA SI FERMO’ POCO SOPRA IL 50%… NON DIMENTICHIAMO CHE A LONDRA HA VOTATO MENO DELLA META’ DEGLI AVENTI DIRITTO… IL VOTO NON E’ PIU’ UN ATTO DI FEDE MA UNA SCELTA DI CAMPO

Alla vigilia di ogni consultazione avanza, minacciosa, l’ombra dell’astensione.
Se ne parla anche in questa occasione, in vista delle elezioni amministrative di oggi, che interessano oltre 1300 Comuni, di cui 150 “superiori”.
Cioè, oltre i 10-15mila abitanti. Compresi tredici “superiori” a 100mila.
In questi Comuni l’affluenza nel 2011 fu del 65%, circa.
Se facciamo riferimento alle città  dove si vota oggi, a Milano nel 2011 si recarono alle urne poco più di 2 elettori su 3, come a Torino. A Napoli 6 su 10 e a Bologna oltre 7 su 10.
Al contrario, a Roma (nel 2013) la partecipazione elettorale si fermò poco sopra il 50%.
Dovunque, d’altronde, l’affluenza alle urne è calata in modo continuo e costante, da oltre vent’anni.
Anche se ogni volta, in occasione delle scadenze elettorali che si susseguono frequenti, l’allarme “democratico” risuona.
Ma non c’è nulla di cui allarmarsi. L’astensione non è una minaccia che incombe sulla nostra democrazia. È, invece, fisiologica. Anche se, fino agli anni Novanta, in Italia votavano tutti. Almeno: alle elezioni politiche. Meno – appunto – alle amministrative. Ancor meno alle europee.
Ma allora il voto rifletteva ideologie politiche profonde e radicate. Poi è caduto il muro di Berlino, Tangentopoli ha affondato la classe politica insieme ai partiti di massa della Prima Repubblica.
Così il voto ha cambiato significato. Non più un atto di fede, ma, semmai, una scelta di campo. Pro o contro Berlusconi. E poi: pro o contro i partiti e i politici.
La stessa astensione ha mutato segno. Spesso è una scelta “contro”.
E per votare servono, comunque, buone ragioni. In ambito comunale: occorrono candidati e liste capaci di mobilitare gli elettori. A proprio favore. O contro.
Ma non è facile. Perchè non ci sono più partiti che selezionano i leader. E fanno campagna elettorale.
Dovunque è un fiorire di liste civiche e personali, spesso sconosciute ai cittadini meno informati. Cioè, la maggioranza.
Poi, mancano risorse. Fateci caso: manifesti e volantini sono una rarità . Il “porta a porta”: lo fanno solo i venditori ambulanti.
Invece, spira un sentimento di sfiducia che neppure il M5s e la Lega riescono a trasformare in un clima anti-politico capace di coinvolgere.
Siamo, dunque, lontani dal 1993, quando venne istituita l’elezione diretta dei sindaci, salutata come la rivincita del territorio nei confronti dello Stato centrale. E dei leader locali sui partiti nazionali.
Oggi i sindaci hanno perduto risorse e poteri. Non sono più attori (politici) ma esattori. Per conto dello Stato.
D’altronde, in questa campagna elettorale non si è parlato di problemi del territorio, ma del referendum costituzionale. Pro o contro Renzi.
Così, l’astensione diviene normalità , non un fenomeno in-atteso.
D’altronde, se votare è un diritto e lo è anche non votare. Chi non vota accetta – e subisce – la scelta di chi vota.
A Londra, di recente, è stato eletto sindaco il laburista di origine pachistana Sadiq Khan. Ha votato meno della metà  degli aventi diritto. Ma a nessuno è venuto in mente di discutere legittimità  del voto.
Nè il fondamento della democrazia in Inghilterra.

(da “La Repubblica”)

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TUTTI IMPROVVISAMENTE ATTIVISTI: 830 AUTISTI E 400 SPAZZINI RAPPRESENTANTI DI LISTA PER NON LAVORARE

Giugno 5th, 2016 Riccardo Fucile

A ROMA DA ATAC E AMA UNA FOLLA DA RECORD ELETTORALE PER GODERE DI 48 ORE DI RIPOSO

Saranno elezioni sicuramente molto ben monitorate, quelle di Roma.
Dai ranghi delle Municipalizzate è in arrivo un esercito di oltre 1200 rappresentanti di lista. Autisti dell’Atac (830) e spazzini dell’Ama (oltre 400) hanno già  avvertito la propria azienda di prepararsi a sostituirli nel turno domenicale e nel lunedì post-elettorale
La condizione di rappresentante di lista non dà  un guadagno, ma 48 ore di agognato riposo dal lavoro.
Chi ottiene da un partito la qualifica di rappresentante di lista – da notificare al seggio o sabato pomeriggio o anche domenica mattina prima delle 7 – dovrebbe poi stare ai seggi tutta domenica, anche se nessuno ti controlla, e lunedì ci si riposa.
Così andrà  per un dipendente su dieci.
Evidentemente, in due aziende dove si largheggia già  con i permessi sindacali, e con l’assenteismo, a molti non è sfuggita quest’ennesima occasione di saltare il lavoro.
Le due aziende capitoline, alle prese con cronici disservizi, devono ora correre ai ripari.
L’Ama mette in conto una spesa supplementare di straordinari festivi, dovendo richiamare in servizio chi non era previsto.
L’Atac, invece, che comunque non potrà  rimediare abbastanza autisti per sostituire tutti gli assenti giustificati, ha sospeso i permessi sindacali e quindi conta di mettere anche i sindacalisti al volante.
La storia, a dirla tutta, è ricorrente. Anche alle scorse elezioni amministrative del 2013, l’Atac fu costretta a mettere in permesso elettorale il 20% del personale viaggiante con i prevedibili disagi che questo comportò.
Quest’anno va un pochino meglio, perchè le 850 richieste di permesso elettorale rappresentano una percentuale del 9% sul totale degli 11.696 dipendenti.
Il direttore generale Mario Rettighieri è dovuto comunque correre ai ripari «per limitare quanto più possibile i disagi in rete conseguenti alle attività  di seggio dei dipendenti Atac».
Di qui la sospensione dei permessi sindacali per domenica e lunedì, iniziativa concordata con il prefetto di Roma, Francesco Paolo Tronca, e che i sindacati non si sentono di criticare.
«Se c’è l’esigenza di servizio, ci adegueremo», le laconiche parole di Claudia Porzi, Cgil. Si replicherà  anche in occasione del ballottaggio.
All’Ama, a loro volta, sono in grande difficoltà .
La città  è in ginocchio dopo lo sciopero dei giorni scorsi, che ancora si fa sentire nelle strade; la domenica, peraltro, gli spazzini riescono a raccogliere soltanto 1500 tonnellate di rifiuti, la metà  del necessario, con ricadute sul lunedì.
Questa domenica elettorale andrà  anche peggio. «Il numero dei rappresentanti di lista tra il nostro personale – commenta il presidente dell’Ama, Daniele Fortini – è abbastanza in linea con le tornate elettorali precedenti. Non c’è dubbio che alle amministrative, essendoci tante più liste, il fenomeno è più marcato».
La corsa dei dipendenti delle Municipalizzate a fare da rappresentante di lista racconta soprattutto l’alto grado di sindacalizzazione e di politicizzazione del personale.
«Non per caso – commenta Riccardo Magi, segretario dei Radicali e capolista di una lista pro-Giachetti – noi stentiamo a trovare qualche rappresentante di lista e altri partiti, che in questi anni rappresentavano il potere a Roma, ne hanno a valanghe. È l’altra faccia delle assunzioni clientelari e della co-gestione sindacale dentro le Municipalizzate».
«Mi piacerebbe che la gente continuasse a lavorare – dice anche un altro consigliere comunale uscente, Stefano Pedica, Pd – e che a fare i rappresentanti di lista, ma soprattutto gli scrutatori, andassero disoccupati e cassintegrati».

Francesco Grignetti
(da “la Stampa”)

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UNA DONNA ITALIANA CUSTODE DEL GOTTARDO, IL TUNNEL PIU’ LUNGO D’EUROPA

Giugno 5th, 2016 Riccardo Fucile

LE FERROVIE SVIZZERE HANNO AFFIDATO SICUREZZA E MANUTENZIONE DEL GOTTARDO A FEDERICA SANDRONE, INGEGNERE DI 38 ANNI DI IVREA

Come tutti gli angeli custodi sai che c’è, ma non si vede.
E la sua presenza ti rassicura, soprattutto se viaggi in un treno che corre a 200 chilometri dentro una galleria lunga 57,1 chilometri sotto 2000 metri di roccia. Adesso che il tunnel ferroviario più lungo del mondo è stato realizzato nel cuore della Svizzera la squadra in campo cambia: serve qualcuno per analizzare, verificare e, se necessario, intervenire per garantire la gestione e la manutenzione delle due canne.
Un angelo custode anzi, come si definisce lei «il dottore delle gallerie».
Una donna di 38 anni che parla italiano e ha una laurea da ingegnere minerario in tasca conseguita al Politecnico di Torino.
Si chiama Federica Sandrone è nata ad Ivrea ma è cresciuta a Rivarolo, nelle valli del Canavese fino al 2004 quando, subito dopo la laurea, vince un dottorato a Losanna. «Un cervello in fuga? Bah, se vuole possiamo dire così, anche se io all’inizio avevo messo in conto di ritornare in Italia».
E invece, dopo il dottorato, arriva il primo incarico operativo nelle ferrovie svizzere e nel 2008 diventa ingegnere responsabile della gestione e della manutenzione dei tunnel.
Fino all’altro giorno erano 300 gallerie, poi si è aggiunto il Gottardo, dove a regime passeranno 250 treni merci al giorno e 65 convogli passeggeri.
Preoccupata? «No, emozionata. Devo continuare a studiare come gestire la nuova infrastruttura perchè sarà  un grande cambiamento rispetto al passato».
Sandrone non lavora sotto i riflettori ma opera dalle retrovie e ha uno sguardo d’insieme che permette di «decidere».
Ammette: «Si, sono una che ha il compito di risolvere i problemi quando si pongono».
Il presidente della confederazione Svizzera, Johann Schneider Ammann, davanti ai grandi d’Europa ha definito il tunnel come l’opera del secolo.
Il «dottore del Gottardo» non ha partecipato alle celebrazioni con Renzi, Merkel e Hollande e nemmeno alla festa popolare che si concluderà  nel pomeriggio con almeno cinquantamila persone che hanno pagato da 8 a 30 franchi per salire sui treni nel viaggio inaugurale dedicato ai cittadini.
Dentro il tunnel c’è già  stata in fase di costruzione e di collaudo, e ci tornerà  ma è fiera di dover gestire «un’opera che unisce l’Europa costruita da uno Stato che non fa parte dell’Europa e realizzata da lavoratori di 15 paesi».
Anche in quel caso alla guida di tutto c’era una donna: Christine Hebenhog.
Un caso? Ride: «Fino a pochi anni fa in questo mondo l’unica donna ben accetta era Santa Barbara poi le cose sono cambiate. Forse è il caso oppure le donne sono diventate brave».
Tutto qui? «All’inizio devi far capire che vali e che hai le capacità  è quello che ho fatto perchè mi ha visto, sono piccola, sembro una ragazzina e peso solo 42 chili». Comunque è «rispettatissima» anche perchè nel corso degli anni ha sviluppato competenze che altri non hanno e adesso «mi chiamano a fare consulenze anche in Francia e Gran Bretagna».
Tutto questo, però, a sentire lei è nato per caso: «Avevo scelto ingegneria mineraria perchè ero affascinata dalla geologia, dalla possibilità  di approfondire gli aspetti naturali degli scavi. Poi ho fatto la tesi sul rifacimento di una galleria esistente. E nel mio dottorato ho approfondito le patologie delle gallerie esistenti. Allora mi sono detta, questa è la mia strada».
Nel 2004, quando è arrivata in Svizzera, la prima difficoltà  da superare è stato il rapporto con la lingua tedesca: «Adesso il problema è fare i conti con un corretto utilizzo dell’italiano».
Il secondo? «Abituarsi agli orari dei pasti, nemmeno mia nonna ormai mangia più così presto».

Maurizio Tropeano
(da “La Stampa”)

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DUE GIOVANI ITALIANE PREMIATE A CHICAGO TRA LE MIGLIORI RICERCATRICI AL MONDO NEL CAMPO DELL’ONCOLOGIA

Giugno 5th, 2016 Riccardo Fucile

IL PRESTIGIOSO PREMIO A CARLOTTA ANTONIOTTI DI PISA ED EMANUELA PALMERINI DI BOLOGNA

Ci sono anche due giovani ricercatrici italiane tra i premiati dell’American society of clinical oncology (Asco), il più importante appuntamento annuale dedicato all’oncologia, in corso a Chicago fino al 7 giugno.
Si tratta di Carlotta Antoniotti e di Emanuela Palmerini, due oncologhe under 30 premiate con il prestigioso Conquer cancer Foundation Merit Award Recipients 2016.
Carlotta Antoniotti, 29enne toscana di Podenzana (Massa Carrara), è impegnata nello studio di forme tumorali colon-rettali presso il Polo Oncologico dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana.
Emanuela Palmerini, 30 anni, di Urbino, è invece specialista in forme oncologiche dell’apparato locomotore e sta coordinando uno studio di fase 3 sulla sinovite pigmentosa, all’istituto ortopedico Rizzoli di Bologna.
Il Merit Award è uno dei più prestigiosi premi dell’oncologia internazionale che premia, tra gli altri, i migliori giovani oncologi.
Il premio tradizionalmente rappresenta un’opportunità  di lancio verso la ricerca internazionale e risultati sempre migliori per la lotta al cancro.

(da agenzie)

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COMUNALI, ALLE 12 AFFLUENZA AL 17,99%: ROMA SOTTO IL 15%, MILANO E NAPOLI AL 16%

Giugno 5th, 2016 Riccardo Fucile

MALE ANCHE TORINO AL 15,20%…. BOLOGNA OLTRE IL 20%, CAGLIARI AL 22%

Si è fermata al 17,99% l’affluenza alle urne alle ore 12 nei 1.274 centri chiamati al voto secondo il dato diffuso dal Viminale (che non tiene conto delle comunali in corso nelle “autonome” Friuli Venezia Giulia e Sicilia).
Nelle precedenti omologhe alle ore 12 la percentuale dei votanti si era attestata al 12,93% ma, nella gran parte dei comuni al voto, le urne erano state aperte per due giorni, domenica e lunedì fino alle ore 15.
L’affluenza è stata più consistente nelle città  meno grandi, mentre hanno segnato il passo i capoluoghi di regione
A Roma ha votato il 14,81% degli aventi diritto: in un primo momento, l’affluenza segnalata dal sito del Viminale si attestava attorno al 21%.
Affluenza più bassa della media nazionale anche a Torino, dove ai seggi si è recato il 14,05%. A Milano l’asticella si è fermata al 16,13%, a Napoli al 16,49%. Sopra la media Bologna (20,09%).
I candidati sindaco di Roma Roberto Giachetti (Pd) e Stefano Fassina (Sinistra italiana), quelli di Milano Giuseppe Sala (Pd) e Gianluca Corrado (M5) quelli di Torino Piero Fassino (centrosinistra) e Chiara Appendino (M5S) hanno votato questa mattina.
Giachetti è andato al seggio in via Fonteiana, nella Capitale, verso le 10. Come Fassino, che ha votato nel suo seggio alla scuola media Ugo Foscolo del capoluogo piemontese, e la Appendino, accreditata dai sondaggi come la principale sfidante del primo cittadino uscente. che si è presentata alla sezione 335 della scuola Pacinotti, in via Vidua 1, accompagnata dal marito e spingendo la carrozzina con la figlia di pochi mesi.
Fassina ha votato al seggio allestito nella scuola di via Bonghi, a due passi da via Merulana, accompagnato dalla moglie e dai due figli più piccoli.
Davanti al seggio ha incontrato il ministro ai Beni Culturali Dario Franceschini (Pd). Alle urne anche Silvio Berlusconi, che fuori dal seggio di piazza del Collegio Romano a Roma ha sostenuto: “La mia sopravvivenza a 73 processi la definirei eroica. Pensate che invece di andare a donne ho fatto tre pomeriggi alla settimana con i miei avvocati. Non vorrei che qualcuno pensasse…”.
L’affluenza alle precedenti tornate
Alle Europee del 2014 è andato alle urne il 58,69% degli elettori. A Milano l’affluenza è stata del 60%, a Torino del 64,14%, a Roma del 51,99%.
Alle elezioni Regionali, nel 2013, ha votato il 73,63% dei milanesi e il 69,38% dei romani.
Nel 2014, sempre per le Regionali, a Torino si sono espressi il 62,82% dei cittadini, contro il 40,61% dei napoletani. A Bologna l’affluenza si è fermata invece al 39,74%.
Come, dove e quando si vota
Si vota dalle 7.00 alle 23.00, nelle regioni a statuto ordinario e in Friuli-Venezia Giulia, Sardegna e Sicilia, per l’elezione dei sindaci e dei consigli comunali e dei consigli circoscrizionali.
Rinnovo delle amministrazioni, oltre che nei sette capoluoghi di Regione, anche per 18 comuni capoluogo di provincia: Benevento, Brindisi, Carbonia, Caserta, Cosenza, Crotone, Grosseto, Isernia, Latina, Novara, Olbia, Pordenone, Ravenna, Rimini, Salerno, Savona, Varese, Villacridro. Subito dopo lo spoglio delle schede. L’eventuale turno di ballottaggio si svolgerà  domenica 19 giugno, sempre dalle 7.00 alle 23.00.
Nei 25 comuni capoluoghi di provincia e Regione attualmente sono 21 quelli governati da giunte di centrosinistra (Benevento, Bologna, Brindisi, Cagliari, Carbonia, Crotone, Grosseto, Isernia, Milano, Napoli, Novara, Olbia, Pordenone, Ravenna, Rimini, Roma, Salerno, Savona, Torino, Trieste, Villacidro) e 4 quelli guidati dal centrodestra (Caserta cosenza, Latina, Varese).
I candidati sindaci, sempre in questi comuni (escludendo Trieste e Pordenone, regioni a Statuto speciale i cui dati non sono gestiti dal Viminale) sono complessivamente 186, di cui 153 maschi (82,26%), 33 donne.
Meno accentuato lo squilibrio tra i candidati consigliere: sono 16.388 i candidati di cui 9.240 maschi (56,38%); 7.148 candidate le candidate di sesso femminile (43,62%).
Dei candidati a sindaco, 19 hanno tra i 18 e i 35 anni; 49 tra i 36 e i 45 anni; 64 tra i 46 e i 55 anni; 32 tra i 56 e i 64 anni; infine 22 oltre i 64 anni.
Dei 25 sindaci uscenti, nessuno ha meno di 36 anni e solo uno ha un’età  compresa tra i 36 e i 45 anni; 11 hanno tra i 46 e i 55 anni; 8 tra i 56 e i 64 anni; 5 hanno oltre i 64 anni. Sono 7 i candidati sindaco a Benevento; 9 a Bologna; 6 a Brindisi; 7 a Cagliari; 6 a Carbonia; 8 a Caserta; 5 a Cosenza; 9 a Crotone; 8 a Grosseto; 9 a Isernia; 11 a Latina; 9 a Milano; 10 a Napoli; 7 a Novara; 5 a Olbia; 5 a Ravenna; 8 a Rimini; 13 a Roma; 10 a Salerno; 7 a Savona; 17 a Torino; 6 a Varese; 4 a Villacridro. Nei 23 comuni capoluogo di provincia al voto (escludendo Trieste e Pordenone) si sono presentate 284 liste civiche.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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SIMBOLI DEI PARTITI SPARITI IN DUE COMUNI SU TRE: TUTTI NASCOSTI NELLE LISTE CIVICHE

Giugno 4th, 2016 Riccardo Fucile

IL PD SI PRESENTA CON LE SUE INSEGNE NELL’11,6% DEI CASI, FORZA ITALIA NEL 6,7%, IL M5S NEL 18,7%

Indebolita dall’antipolitica, mimetizzata in mille liste civiche e soffocata dalla crisi della militanza: ecco dov’è finita la Repubblica dei partiti.
Rintracciare un simbolo tradizionale nelle liste è ormai un’impresa, mentre il grafico degli ultimi vent’anni mostra l’impetuosa ascesa di contenitori cittadini che nascono e muoiono nello spazio di un’elezione.
Certo, il meccanismo elettorale per i comuni con meno di 15 mila abitanti rende le civiche “convenienti”.
Un tempo, però, anche le piccole forze erano radicate a tal punto che preferivano contarsi. E nelle grandi città  c’era spazio solo per il logo di partito.
Siamo di fronte a un declino inesorabile? Basta comparare le comunali del 1997 con quelle del 2016: parlano i numeri.
RADDOPPIANO LE CIVICHE
Nel 1997 si votò ad aprile, poi ancora a novembre. In tutto 1418 comuni con 2117 liste civiche: 1,49 per ogni città .
Vent’anni dopo, amministrative del giugno 2016, si contano 3910 civiche in 1342 comuni: stavolta la media è 2,91. Il doppio.
NIENTE SIMBOLI IN 2 COMUNI SU 3
Molti di coloro che si recheranno domani alle urne non troveranno sulla scheda un simbolo di partito, perchè nel 65,2% delle città  correranno solo liste civiche.
E nel 1997? Allora soltanto il 32,3% dei comuni si trovava in questa condizione.
Che è poi, secondo l’Antimafia, lo schema peggiore perchè rischia di favorire l’infiltrazione criminale nelle amministrazioni.
NIENTE M5S IN 8 COMUNI SU 10
Sarà  che sbocciano ovunque liste cittadine, o forse è colpa di organizzazioni molto meno “militari” di un tempo, fatto sta che i partiti non presentano il proprio simbolo in moltissime realtà .
Il 5 giugno il Movimento cinque stelle correrà  nel 18,7% dei comuni. Non ci sarà , insomma, in 8 città  su 10.
POCO PD SULLE LISTE
Il logo del Pd è visibile solo nell’11,6% dei comuni, anche se in parecchie realtà  è mimetizzato proprio nelle civiche.
FORZA ITALIA NON C’È PIÙ
Arranca ancora di più il partito di Silvio Berlusconi, che lancia liste solamente nel 6,7% delle città  al voto: una vera e propria miseria.
CALABRIA, IN 20 ANNI IL BOOM
Il caso calabrese è emblematico. Nel 1997 i comuni in cui si potevano votare solo liste civiche erano il 42%. Nel 2016 la cifra è più che raddoppiata: 91,7%.
Significa che in nove città  su dieci i simboli di partito sono letteralmente scomparsi.
LA CONTA DEL DECLINO
Non c’è solo la Calabria. I comuni “civici al 100%” sono passati dal 54,3 all’89% in Sardegna, dal 30,8 all’84,8% in Molise, dal 36,6 all’81,9% in Abruzzo.
E ancora, sempre nella parte alta della classifica: dal 40 al 79,6% in Liguria, dal 37 al 78,3% in Piemonte.
LA CAMPANIA TRIPLICA
Dal 1997 triplicano le civiche in Campania, passando dal 27,1% al 75%. E volano anche nel Lazio: dal 37,2% al 71,6%.
PIÙ MOVIMENTO AL SUD
I cinquestelle mostrano un buon radicamento nel Mezzogiorno. In Puglia lanciano il simbolo nel 52,5% delle città  chiamate alle urne. E anche in Sicilia vanno forte: 51,7%.
Tanto grillismo anche in Umbria (36,4%), Toscana (34,6%), Veneto (30,5%) ed Emilia (28).
Quasi non si vedono, invece, in Calabria (5,9%), Molise (6,1%), Liguria (6,7%) e Sardegna (9%).
PD A TRAZIONE APPENNINICA
Sopra la propria media nazionale la presenza del simbolo dem in Toscana (19,2%), Umbria (18%) ed Emilia (18%).
Forte la presenza in Sicilia (41,4%) e Puglia (27,1%). Male invece Molise e Abruzzo: entrambe si fermano sotto il 5%.
GLI 0% DI FORZA ITALIA
La migliore performance di FI è in Umbria, dove presenta il logo nel 18,2% delle città .
Poi quasi nulla: 9,2% nel Lazio, 6,7% in Lombardia, 5,1% in Piemonte, 3,4% in Sicilia. Zero, nel senso di 0%, in Liguria e Basilicata.

Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica“)

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IL M5S RISCHIA GROSSO: OBBLIGO DI RESTARE OLTRE IL 20%

Giugno 4th, 2016 Riccardo Fucile

A ROMA TRIONFO O BATOSTA

Fedele a una scelta che gli ha fruttato – finora solo nei sondaggi – un consenso popolare crescente dopo la scoppola delle europee 2014, il movimento di Beppe Grillo ha aperto i suoi comizi con uno slogan efficace, “O-ne-stà , o-ne-stà ”, implicita accusa a tutti gli altri di essere disonesti (o corrotti, o criminali, o mafiosi).
Scelta ardita, oltre che discutibile, anche perchè comporta una inevitabile conseguenza: poichè solo i pentastellati sono “onesti” – anche quando i loro sindaci vengono indagati dalla magistratura – non possono allearsi con nessuno, foss’anche una lista civica di carabinieri in congedo.
Essendo l’unico partito che corre solo con il suo simbolo, quello di Grillo sarà  anche il solo a dover confrontare il risultato di domani sera con quello delle ultime elezioni (le europee).
Se dunque il Movimento 5 Stelle scendesse in una grande città  al di sotto delle percentuali ottenute due anni fa a Roma (24,9), a Milano (21,1), a Torino (23,8), a Napoli (26,5) o a Bologna (15,3) la narrazione della “rivoluzione dell’onestà ” si incepperebbe fastidiosamente.
La vera partita decisiva si gioca a Roma, dove Virginia Raggi è in cima a tutti i sondaggi, e ormai da un pezzo Grillo accarezza il sogno di ripetere nella capitale l’impresa che in Spagna è riuscita a Podemos – altro partito anti-sistema – con l’elezione dell’ex magistrato anti-corruzione Manuela Carmena a sindaco di Madrid. Sarà  inevitabile aspettare i ballottaggi, che finora hanno sempre favorito il movimento, ma se alla fine le urne smentissero i pronostici, per i Cinquestelle sarebbe una batosta assai difficile da mandare giù, anche se molti pensano che il vero guaio per Grillo non sarebbe perdere il Campidoglio, ma conquistarlo (ed essere costretto a dimostrare di saper governare).

Sebastiano Messina
(da “La Repubblica”)

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IL GRANDE INCANTESIMO DI DE MAGISTRIS, SINDACO ZAPATISTA

Giugno 4th, 2016 Riccardo Fucile

POTREBBE ESSERE L’UNICO GRANDE VINCITORE DI QUESTE AMMINISTRATIVE, PRONTO A SFIDARE RENZI ALLE POLITICHE… GRANDE SINTONIA CON LE PULSIONI DEL POPOLO NAPOLETANO, CAPACE DI SVUOTARE L’ELETTORATO DEI GRILLINI, PRESTIGIATORE TALENTUOSO…..SI SPOSA MEGLIO CON LA BANDANA DELL’AGITATORE DI PROFESSIONE CHE CON LA FASCIA TRICOLORE

Traffico, immondizia, degrado: e molto di più. Ogni voto amministrativo, in un Paese poco pragmatico come il nostro, ha sempre – anche – un contenuto ulteriore, politico quando non ideologico.
E, se è pressochè dichiarata la partita di prospettiva nazionale che i Cinque Stelle sperano di giocare su Roma, è forse ancora più vistosa (benchè non del tutto esplicita) la scommessa di Luigi de Magistris su Napoli: e pone in questione il futuro della sinistra italiana, quella che oggi vede in Renzi il proprio babau.
Se i sondaggi non mentono troppo, il sindaco uscente pare abbia realizzato un vero incantesimo napoletano, convincendo i suoi concittadini di essere appena sceso da un pullman di zapatisti a Mergellina anzichè aver governato la terza città  italiana per cinque anni filati con risultati che sono sotto gli occhi di tutti.
Salito sul palco della vittoria a giugno 2011 (« avimmo scassato !») con promesse irrealizzabili come una raccolta differenziata al 70 per cento, de Magistris era precipitato dal cuore dei napoletani in modo così verticale da riaprire ogni tipo di manovra su Palazzo San Giacomo ad appena metà  mandato.
E’ probabile soffrisse il ruolo istituzionale (e la concretezza relativa) – il suo tratto tribunizio sposandosi assai meglio con la bandana arancione che con la fascia tricolore.
Forse la sua fortuna è stata, per paradosso, l’inciampo giudiziario di una condanna in primo grado per abuso d’ufficio (poi ribaltata dall’assoluzione in appello) che l’ha fatto incorrere – temporaneamente – negli strali della legge Severino e l’ha trasformato da primo cittadino in «sindaco di strada», da uomo delle istituzioni per forza in agitatore per vocazione e per sospensione ope legis .
Fuori da Palazzo San Giacomo il sindaco-non sindaco ha sparato su norme e magistrati (lui, ex magistrato), ritrovando la sua scapigliata ispirazione di guevarista del Vomero.
Ed è stato capace di sintonizzarsi – gli va dato atto – con le pulsioni più profonde d’una città  dove la plebe non s’è mai trasformata compiutamente in popolo, dove la lotta sociale si fonde col sanfedismo da oltre due secoli.
Diffidando di quasi tutti (tranne che del fratello Claudio, suo uomo-ombra e «precario» con zero euro di reddito dichiarato), Giggino ha risalito la china e, guardandosi attorno, ha capito dove si trovasse lo spazio per crescere ancora.
Se a ottobre 2015, dopo l’assoluzione che l’ha restituito alla pienezza delle funzioni amministrative, aveva colpito un attento osservatore della politica napoletana come Marco Demarco per la sua pacatezza – «misura le parole, non insulta…» – nel volgere di qualche settimana ha rovesciato il copione.
Con un mantra a presa rapida: siamo accerchiati, noi napoletani soli contro tutti (ovvero: contro Regione, governo, Unione Europea).
E con l’idea di tenere assieme una coalizione che va da Sinistra italiana fino al Partito del Sud e ai neoborbonici, venata da suggestioni di secessionismo finanziario (vecchia fisima bossiana) e da pulsioni pre-unitarie cui ammiccano persino i centri sociali .
Il suo programma avventuroso – che include il reddito di cittadinanza alla faccia delle coperture d’un bilancio da anni sul crinale del default, raffiche di assunzioni e nuove case popolari a Scampia – si coniuga col richiamo continuo al Che e al subcomandante Marcos e a una «rivoluzione» partenopea ormai in marcia, con inviti reiterati alla «battaglia» (Dio non voglia che qualche anima semplice lo prenda alla lettera). Dunque è in campo un intero armamentario antagonista, tradottosi nella rottura con Renzi su Bagnoli (con toni incendiari cui sono seguiti scontri all’arrivo del premier) ed enfatizzato nell’ormai famoso show al Palapartenope («Renzi, devi avere paura, ti devi cag… sotto!») che ha spinto il candidato di centrodestra Gianni Lettieri a chiedere l’antidoping per Giggino .
Sbaglia Lettieri. Come sbaglieremmo noi nel derubricare a follia ciò che è metodo, e metodo di successo, in un Paese malato di alzheimer politico e sempre sedotto dai prestigiatori talentuosi.
Di fatto de Magistris assorbe l’elettorato grillino (infatti i Cinque Stelle gli oppongono un non-avversario che pare uscito dalla fantasia di Stefano Benni, l’ottimo ingegner Brambilla, monzese juventino sulle pendici vesuviane).
Ed eccita talmente le paure del Pd da spingere ieri la candidata Valeria Valente a spendere nove decimi del suo comizio di chiusura per parlar male di lui anzichè bene di se stessa.
Il modello Po demos è assai più vicino a Giggino che all’esangue traduzione dell’onesto Pippo Civati («Possibile»).
E il tesoretto della sinistra antirenziana, da Fassina a Roma ad Airaudo a Torino, calcolato attorno a un 7 per cento, potrebbe diventare ben più cospicuo se rimpinguato dal casatiello masaniellista in cottura nel rovente forno napoletano.
Qua e là , a mezza bocca, l’ha ammesso de Magistris, che gli piacerebbe sfidare Renzi alle politiche nel 2018, certo da campione della sinistra.
Vincesse adesso, e magari al primo turno, il grande sogno sarebbe a un passo: gli resterebbero solo da sfangare altri due anni di fastidiosa realtà  alla guida della città  più difficile d’Italia. In fondo, quisquilie.

Goffredo Buccini
(da “il Corriere della Sera”)

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L’ASCENSORE SOCIALE SI E’ FERMATO

Giugno 4th, 2016 Riccardo Fucile

PIU’ FACILE SCENDERE CHE SALIRE, SONO DIMINUITI I PIANI ALTI E SI ALLARGA IL GAP GENERAZIONALE

L’ ascensore sociale non sale più anche perchè sono diminuiti i piani alti. Il blocco della mobilità  sociale è stato individuato da tempo come una delle principali manifestazioni della disuguaglianza italiana ed è anche arcinoto l’effetto che ha nell’allargare il gap generazionale.
Gli studiosi concordano che la causa prima dell’ascensore bloccato risieda nella malattia della bassa crescita che affligge da circa un ventennio l’economia italiana. L’ultimo rapporto Istat ci ha dato anche qualche elemento in più sottolineando lo stretto legame che intercorre tra mancata mobilità  e disuguaglianza perchè un’economia stagnante tende a perpetuare le condizioni acquisite e quindi esalta il peso di quella che viene chiamata «ereditarietà  economica».
La famiglia nella quale si nasce condiziona fortemente il successivo ciclo di studi e di lavoro e causa la «trasmissione intergenerazionale delle condizioni economiche» e l’Italia risulta tra i Paesi Ue più conservatori.
La rendita di posizione dei cittadini con status sociale di partenza elevato (genitore laureato e manager, casa di proprietà ) rispetto a quelli con status di partenza basso (casa in affitto e genitori con bassa istruzione) è più ridotta in Francia (37%) e in Danimarca (39%) mentre è molto forte nel Regno Unito (79%), Italia (63%) e Spagna (51%). E dove la rendita è più alta il merito conta meno.
Se questo, con gli ultimi aggiornamenti, è il quadro delle cose che sappiamo in materia di mobilità  sociale i lavori di Antonio Schizzerotto, docente all’Università  di Trento, ci permettono di andare oltre.
Sostiene il sociologo che nel nostro Paese nei primi 60 anni del Novecento le dimensioni della classe superiore – imprenditori, liberi professionisti, dirigenti e occupazioni intellettuali svolte alle dipendenze di terzi – sono rimaste molto contenute.
Successivamente e per altri 40 anni invece si sono espanse a ritmi sostenuti.
È solo nell’ultimo decennio che questa crescita si è arrestata ed è iniziata una discesa. L’ascensore non può arrivare ai piani alti perchè ce ne sono pochi o comunque meno rispetto alle aspettative dei potenziali passeggeri. Il risultato è che la mobilità  ascendente dei nati tra il 1970 e il 1985 è stata di cinque punti più bassa rispetto ai loro fratelli maggiori nati tra il 1954 e il ’69 e la mobilità  discendente è cresciuta di 7 punti.
Per arrivare a questi numeri gli studiosi lavorano a lungo su un’ampia serie di indagini campionarie e di conseguenza registrano spostamenti di lungo periodo, ma se potessimo immettere in questo schema i millennials è molto probabile che la forbice si allargherebbe ancora di più.
Le cause storiche della carenza di piani alti risalgono ad alcune peculiarità  della nostra economia che pur avendo vissuto «un incisivo e lungo processo di industrializzazione» non è riuscito a dar vita a un numero sufficienti di medie e grandi imprese e ha vissuto una «terziarizzazione si è concentrata su settori marginali e poco innovativi».
Il risultato è quello che Schizzerotto definisce «un fenomeno di saturazione» dei posti disponibili nelle classi superiori e la riduzione delle chance di mobilità  viene pagata interamente dalle nuove generazioni.
Non solo dai figli di operai ma anche dalla prole degli imprenditori, dei liberi professionisti, dei dirigenti e dei colletti bianchi.
Anche costoro oggi per rimanere nelle classi di origine fanno più fatica dei fratelli maggiori e dei padri quando anche loro avevano un’età  compresa tra i 20-35 anni. Stiamo rischiando di entrare in un regime di mobilità  discendente: l’ascensore scende invece di salire e a segnalare il danno sono soprattutto i figli degli impiegati direttivi e di concetto che, oltre a pagare il blocco, devono sopportare i costi derivanti dal venir meno delle protezioni dai pericoli di discesa sociale.
Se mettiamo sotto osservazione il sistema delle imprese, per capire a monte i fenomeni fin qui descritti, viene fuori che il primo fattore negativo risiede nella struttura delle piccole imprese focalizzate attorno alla figura del proprietario, senza un’adeguata articolazione dirigenziale e delle competenze.
Sono poche le Pmi che hanno almeno un dirigente.
Il secondo fattore rimanda alle dinamiche della globalizzazione e al fenomeno delle concentrazioni societarie.
Spiega Stefano Scabbio, amministratore delegato di Manpower: «Le fusioni che riguardano compagnie operanti nello stesso business comportano una riduzione da 4 a 1 delle posizioni per top e middle manager. Basta pensare al settore bancario per averne una conferma immediata. In Europa le cose vanno così e sono i processi di consolidamento a fare da padroni, in altre aree accanto alle concentrazioni si sviluppano anche nuove opportunità  e business che non conoscevamo».
Aggiunge Max Fiani, partner di Kpmg, società  che monitora il mercato delle acquisizioni: «Le aree professionali nelle quali si taglia sono finanza, amministrazione e controllo, si salvano il commerciale e la logistica. Ci sono stati anche di recente casi nell’industria del cemento e negli elettrodomestici che hanno portato a razionalizzare siti produttivi e headquarter».
E le riduzioni di posizioni pregiate è stimato tra il 20 e il 30%. C’è poi da tener presente che in caso di shopping di nostre imprese da parte di multinazionali c’è il rischio di spostamenti del quartier generale fuori dall’Italia e in questi casi è chiaro – fa notare Fiani – che avere lo stesso passaporto dell’azionista dà  maggiori chance di conservare il posto.
Gli effetti di queste operazioni interessano a catena anche la filiera di fornitura dei servizi professionali che si accentra sulla casa madre. Tutti questi movimenti vanno nella stessa direzione perchè fanno diminuire le posizioni alte a disposizione dei giovani manager italiani.
Per completare il quadro occorre tenere presente che gli anni della Grande Crisi sono stati anche anni di profonde ristrutturazioni che hanno reso le organizzazioni aziendali più piatte.
Dal 2008 a fine 2014, secondo dati diffusi da Manageritalia, i dirigenti del settore privato italiano sono diminuiti del 5% a fronte però di un aumento consistente del numero dei quadri, incremento che almeno in parte copre un trend di mobilità  discendente.
Commenta l’economista industriale Enzo Rullani: «Ci mancano le piramidi, abbiamo tante unità  di base e poco ceto medio dirigenziale. O diventi imprenditore o hai poche chance di promozione perchè resti escluso da macchine organizzative rigide».
Ma tutto ciò avviene secondo Rullani nel lavoro esecutivo non in quello «generativo» reso possibile dall’Internet 4.0.
«Può partire una nuova mobilità  sociale che non si basa più sulla cooptazione dall’alto ma sullo spirito di intraprendenza. Le organizzazioni avranno crescente bisogno di persone che sappiano risolvere i problemi e siano disposte a investire su di sè e a incorporare il rischio del fallimento».
Da qui può ripartire la meritocrazia, si tratta di vedere però quanti posti sarà  capace di mettere in palio.

Dario Di Vico
(da “il Corriere della Sera”)

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