Giugno 4th, 2016 Riccardo Fucile
IL POPULISMO “DEMOCRATICO” DI SANDERS UNICO IN GRADO DI BATTERE IL POPULISMO REAZIONARIO DI TRUMP… CHI PENSA CHE SANDERS SIA “SOCIALISTA” NON HA CAPITO NULLA
È molto probabile che Hillary Clinton ottenga la candidatura per il Partito democratico alle prossime elezioni
presidenziali americane,ed è quindi molto probabile che batterà il candidato repubblicano Donald Trump, diventando così presidente degli Stati Uniti.
Ma come ha scritto qualche giorno fa il New York Times , nella corsa alla Casa Bianca di quest’anno l’impensabile sta diventando possibile.
E dunque le cose potrebbero forse andare altrimenti.
Potrebbe accadere che per varie ragioni – non ultima l’uso forse illegale della Clinton della propria mail personale per molte comunicazioni ufficiali – la sua popolarità , già non molto forte, cominci a vacillare; che la sua candidatura si mostri una candidatura sempre più debole, e che, come alcuni indizi già fanno intravedere, l’eventuale duello tra lei e Trump mostri di potersi risolvere a favore di quest’ultimo. In tal caso non è assurdo pensare che il Partito democratico possa allora decidere di puntaresul senatore Sanders, non casualmente rimasto finora in lizza.
Il fatto è che nella corsa presidenziale americana si sta delineando un fenomeno forse decisivo.
E cioè che mentre alcuni sondaggi già ora cominciano a non dar più la Clinton come vincitrice sicura in un duello con Trump, viceversa non sembrano esserci dubbi sul fatto che Sanders batterebbe di sicuro il candidato repubblicano.
In altre parole, sarebbe il populismo progressista, non già la sinistra democratica «per bene», la posizione davvero capace di sconfiggere il populismo reazionario
Per l’Europa si tratterebbe di una lezione importantissima.
Da tempo i suoi sistemi politici e i suoi partiti tradizionali sono squassati dai venti di tempesta di una spinta antioligarchico-populistica carica di volontà di riaffermazione nazionale: una spinta che finora è stata puntualmente sequestrata da formazioni di destra, intrise di umori xenofobi e autoritari.
Incanalata in un simile alveo questa spinta costituisce una vera minaccia per la democrazia dei nostri Paesi.
Ma proprio perchè le cose stanno così, l’esempio americano potrebbe indicare quella che forse è la sola via d’uscita da una situazione che invece oggi, qui in Europa, vede le forze democratiche paralizzate, incapaci di trovare idee ed energie per una controffensiva, e perciò destinate inevitabilmente prima o poi, se il quadro resta quello attuale, a una sconfitta rovinosa
La via d’uscita è per l’appunto quella incarnata dal senatore Sanders: il populismo democratico.
A un populismo di destra opporre un populismo di sinistra pronto naturalmente – come farebbe senz’altro per primo Sanders, se mai dovesse essere lui il candidato democratico – a rinunciare al «socialismo» e a stipulare preliminarmente un compromesso con alcuni settori chiave del mondo della produzione e degli affari.
È la via che a suo tempo prese Roosevelt per uscire dalla crisi del ’29: per esempio non esitando a ricorrere con spregiudicatezza all’appello al popolo contro il formalismo giuridico della Corte Suprema che sbarrava il passo al suo programma audacemente riformatore.
È la medesima via indicata all’inizio del Novecento da Max Weber, quando vedeva la salvezza delle democrazie nel futuro burrascoso che si annunciava solo nel potere conferito a un «Cesare democratico»
Ma che cosa vuol dire quest’espressione? Che significa in concreto un populismo democratico?
Molte cose: dallo stare dalla parte del «piccolo uomo» (il piccolo produttore, il piccolo risparmiatore, il consumatore, il popolo minuto) contro il Big Business; dalla parte della produzione contro le rendite finanziarie; dalla parte dei bisogni e dei diritti dei più contro gli interessi dei pochi smascherando questi interessi e i loro abituali camuffamenti; stare dalla parte dell’espansione contro la deflazione e l’austerità ; stare dalla parte della politica contro l’economia, favorendo la possibilità istituzionale di decisioni non contrattate e non compromissorie (come invece vorrebbe il parlamentarismo dei bravi democratici «per bene»)
Populismo democratico significa tutto questo ma in più qualcos’altro, che però – si badi – è un ingrediente essenziale per qualificarne la diversità rispetto a quello reazionario.
Significa innanzi tutto un «discorso» diverso. E cioè un’alta «retorica» sui principi della comunità , sul suo destino, sul suo vivere insieme per adempiere un fine inclusivo, per raggiungere un traguardo positivo che alla fine riguarda tutti (anche le oligarchie nemiche).
Significa la capacità di richiamarsi credibilmente agli ideali, di costruire un’immagine all’insegna del disinteresse personale, suggerendo l’idea di un impegno politico al servizio di una speranza collettiva da opporre alla paura del declino e del declassamento sociale.
Ecco quanto il Cesare democratico dovrebbe mostrarsi in grado di fare e specialmente di esprimere: grazie alla parola e al gesto simbolico.
Rivolgendosi al cuore anzichè alla pancia, come invece è spinto a fare il suo omologo reazionario.
Il primo è un profeta ragionevole che addita la salvezza, il secondo uno stregone che evoca i demoni sancendo tutti i tabù
L’Europa però non sembra capace di produrre alcuna figura di Cesare democratico.
È la riprova del venir meno nelle sue èlite e nelle sue culture politiche egemoni di ogni autentico sfondo ideale, della loro assoluta incapacità di rispondere alla drammatica novità dei tempi, di mantenere un rapporto vero con il sentire profondo delle proprie società .
È la conferma altresì di una selezione ai posti di maggiore responsabilità che da tempo si attua dappertutto pressochè esclusivamente sulla base di meccanismi di tipo sostanzialmente burocratico.
In realtà nessun luogo come oggi l’Europa continentale a ovest dell’Elba ha conosciuto una simile eclisse dello Stato nazionale e di conseguenza del «politico» costringendosi, come attualmente è costretta, a confidare per il suo futuro sui tribunali e sulle finanze, sulle banche e sulle «direttive» di Bruxelles: sotto la guida trascinante dell’avvocato Jean—Claude Juncker.
Ernesto Galli della Loggia
(da “il Corriere della Sera“)
argomento: Esteri | Commenta »
Giugno 4th, 2016 Riccardo Fucile
“L’IRONIA E’ GIA’ NEI FATTI, IO NON FACCIO CHE REGISTRARLI”
Diego Bianchi è alla scrivania. Felpa nera, t-shirt con un Beethoven pop stampato, jeans. Se ne sta seduto davanti al computer a preparare i reportage che andranno in onda nello speciale “Gazebo” post elettorale lunedì su Rai Tre in prima serata, ospite d’eccezione Roberto Saviano.
Quasi quattro ore di riprese solo a Napoli. «Ne ricaverò sette minuti», dice.
È indaffarato, perchè è lui che taglia, monta, sceglie le musiche. Giovedì porterà “Zoro Live” all’Auditorium Parco della Musica per la Repubblica delle Idee (Cavea, ore 22).
Gli studi romani di Gazebo, hanno l’atmosfera del posto di frontiera, anche se sono a Prati, quartiere di avvocati.
Quattro stanze spoglie, tavoli da lavoro, porte che sbattono, gente che va e viene: sembra una casa di universitari, solo che alle pareti al posto dei poster ci sono i murales di Makkox.
Zoro — ma lui, a 47 anni, preferisce essere chiamato Diego, che poi è il nome vero nascosto dietro la maschera — è disegnato su una parete: guarda il Colosseo. L’intervista inizia fissando il computer dove scorrono comizi e gente per strada.
Si può raccontare la politica con umorismo?
«Mi limito ad osservare. L’ironia è nei fatti, da parte mia non faccio che registrarli. Il pericolo è che i politici davanti alla telecamera assumano un atteggiamento performativo, cerco di evitarlo».
Quanto conta il montaggio per ottenere l’effetto satirico?
«Taglio molto ma non abuso del montaggio. Una volta ho mostrato Bertolaso durante un comizio. Era solo sul palco che fissava il nulla. Ho lasciato che l’immagine parlasse da sè, aggiungendo come colonna sonora Segnali di vita di Battiato (la canticchia: Segnali di vita nei cortili e nelle case all’imbrunire…, ndr)»
In realtà basta la faccia di Zoro sparata nella telecamera a creare uno straniamento comico
«La verità è che ho un occhio da Prima Repubblica, classico. Mi sono formato in altri anni, quando la politica non era questa. È il corto circuito tra il mio sguardo e il linguaggio politico di adesso che fa ridere. La mia formazione è stata in famiglia, nel quartiere. Alle elementari frequentavo la sezione del Pci di San Giovanni a Porta Metronia, dove erano iscritti i miei genitori. Lì ho poi ambientato il film “Arance e martello ».
Liceo classico, una laurea in scienze politiche. Come è nato Zoro?
«Sono figlio unico, da piccolo a casa giocavo a subbuteo da solo. Mi sdoppiavo, mi triplicavo… Zoro, il mio alter ego, ha origine lì, in quei giochi infantili. Ma non ero triste( ride, ndr). Poi un giorno ho acceso la telecamera e ho iniziato a parlare del mio essere di sinistra, di questa cosa chiamata Pci, poi Pds, infine Pd. Così ho messo in scena il racconto della mia militanza nel primo video su YouTube di Tolleranza Zoro. Prima curavo i contenuti del portale Excite».
Con chi si è laureato?
«Alla Sapienza con Domenico Fisichella, diventato poi ministro dei Beni culturali del governo Berlusconi. Con una tesi sulla Rete di Orlando e la Lega».
Il pensiero critico è un modo per fare politica?
«Mia nonna diceva che la politica si fa pure al bagno. Per quanto mi riguarda sono stato un militante. Certo però non credo nella causa di un partito quanto nella causa del racconto della realtà ».
Un racconto che ha tanti registri. I reportage dai campi profughi di Idomeni, Lesbo, Calais sono tutt’altro che ironici.
«Cerco di trattare con leggerezza una materia pesantissima. Ho sempre avuto interesse per il sociale. Ora il grande tema è l’immigrazione, in studio lunedì ci sarà Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa. Siamo entrati nella jungle di Calais, comprato le calosce, camminato nel fango, ci siamo ritrovati nel mezzo di una guerriglia tra poliziotti e comunità curda, dormito in una tenda. Lavoriamo così, al pubblico mostriamo tutto ciò che ci capita».
Non è che si era stancato delle storie del Palazzo?
«Un po’, ero stanco delle beghe dei partiti, sentivo il bisogno di andare in giro per il mondo».
Un ricordo incancellabile.
«Al confine serbo-ungherese, dove arrivavano pullman pieni di serbi. Non riesco a dimenticare una madre strappata alla figlia. A che serve aggiungere commenti? Fare politica è anche questo: far vedere che cosa accade davvero ».
Raffaella De Santis
(da “La Repubblica”)
argomento: televisione | Commenta »
Giugno 4th, 2016 Riccardo Fucile
NESSUNA REAZIONE AGLI SCANDALI DELLE AZIENDE PUBBLICHE LE CUI RISORSE PRENDONO STRADE STRAVAGANTI, TRA SOCIETA’ IN GRECIA E ACCORDI CON LA RUSSIA
Dice molto, nel rush finale della competizione elettorale per i più grandi Comuni italiani, l’assenza pressochè
generale di reazioni agli scandali e ai disservizi di alcune grandi aziende municipalizzate.
Ma dice di più, in una campagna che si sta spegnendo nella generale mancanza di idee, la presenza di un tabù.
La parola «privatizzazione» risulta pressochè irrintracciabile nei programmi elettorali dei principali candidati. Che anzi si sperticano nel difendere la proprietà pubblica delle aziende che erogano, spesso male, i servizi pubblici ai cittadini.
Lo fa perfino chi si ispira alla tradizione liberale: curioso, no?
Se poi qualcuno di loro sfiora il tema, premette che l’azienda «va prima risanata». Subito investito dalla sassaiola scagliata dai suoi competitori.
Peggio ancora per chi azzarda di far assorbire una società comunale tecnicamente fallita qual è la romana Atac non da un privato ma da un altro soggetto pubblico come le Ferrovie dello Stato. Il che avrebbe almeno il senso di farle cambiare padrone, visti i bei risultati a cui l’ha portata quello attuale. Ma non se ne parla.
La cautela potrebbe essere giustificata da una debolezza, tanto umana quanto però indicativa del modesto spessore politico dei candidati: la paura di perdere voti.
Le municipalizzate sono serbatoi di consenso. Sono più di 300 mila i posti di lavoro garantiti dalle ottomila società locali. Le partecipate di Roma Capitale hanno a libro paga 37 mila persone.
La sola Atac ne conta 11.871,e non è da meno la milanese Atm, con più di 9 mila, sia pure con una qualità del servizio assai diversa
I numeri dei potenziali elettori sono tuttavia la parte meno appetitosa della torta.
Su questo giornale il presidente del Pd Matteo Orfini ha detto che «l’Atac è sempre stata la cassaforte di un partito trasversale».
Un partito dove non c’è destra nè sinistra, perchè gli interessi affaristici del gruppo di riferimento, quando non sono affari personali, sono l’obiettivo.
Davanti al quale la politica e le idee passano in secondo piano. Per averne la conferma basta rileggere certe testimonianze rese in tribunale da alcuni imputati al processo per Mafia Capitale, secondo cui le risorse per certe fondazioni politiche arrivavano proprio dalle aziende di servizi pubblici. Che sono diventate, quasi ovunque, il cuore del potere locale
In risposta alla privatizzazione delle grandi società di Stato, Regioni, Province e Comuni hanno moltiplicato le proprie partecipazioni a ritmi tali, e con intrecci tali, da far girare la testa al più smaliziato fra i Gordon Gekko.
Oggi gestiscono 28.096 pacchetti azionari, per più di 8 mila aziende pubbliche.
Ed è lì, sia pure in misura diversa da caso a caso, che «il rapporto incestuoso fra politica, sindacato e mondo delle imprese» (sono sempre parole di Orfini) ha prodotto le sue peggiori incrostazioni, favorito dalla penombra della periferia.
Senza trascurare la complicità , altrettanto incestuosa, di certi dirigenti e funzionari: tecnici all’apparenza, emanazione della politica nella sostanza.
Boiardi in sedicesimi. Proprio lì, dove la luce dei riflettori filtra con difficoltà , ci sono i soldi veri, perchè le aziende possono essere anche scassate e i servizi erogati di pessima qualità , ma di quattrini ne girano valanghe.
Parliamo di 115 miliardi l’anno. Tanti denari significa tanti appalti e tanto lavoro anche per l’universo privato che si accalca intorno, con modalità per le quali la rendicontazione sociale è spesso assente
Lì cresce un sistema che fra gli intrecci azionari a cui accennavamo e certi collegamenti personali è diventato il tessuto connettivo di un apparato di potere con ramificazioni senza precedenti.
Il recente disastro dei lungarni fiorentini ha fatto scoprire a molti che Publiacqua, la società che gestisce gli impianti idrici di Firenze, è per il 40 per cento di proprietà della romana Acea, società quotata in Borsa di cui è importante azionista Francesco Gaetano Caltagirone, che sta costruendo la metro C nella capitale con un’impresa, la Vianini, a sua volta piccola azionista di Publiacqua.
Dalla stessa Acea proviene l’attuale amministratore delegato di Publiacqua, incidentalmente consorte di un ex assessore dell’ex sindaco di Roma Ignazio Marino.
E quando dall’Acea è arrivato a Firenze, il suo predecessore si è trasferito al timone dell’Acea. Mentre alla presidenza della società fiorentina c’era l’attuale sottosegretario alle Infrastrutture Erasmo D’Angelis, considerato fedelissimo di Matteo Renzi, e il consiglio di amministrazione ha registrato anche il passaggio della responsabile del ministero delle Riforme, Maria Elena Boschi. Ma questo è solo un esempio.
Affrancate da ogni controllo centrale, nel mondo delle municipalizzate le risorse pubbliche prendono le strade più stravaganti: chi apre società in Spagna e Grecia, chi fa accordi con la Russia, chi va a raccogliere la spazzatura in Senegal e chi distribuisce l’acqua in Honduras. Qualche anno fa la Corte dei conti calcolò che i posti apicali nelle imprese locali, fra consiglieri, sindaci e dirigenti, raggiungevano lo sbalorditivo numero di 38 mila.
Un parco poltrone sufficientemente vasto per pagare debiti elettorali, soddisfare le richieste clientelari, accontentare amici e famigli.
Ciò contribuisce a spiegare perchè non solo nessuno vuole privatizzare, ma nemmeno pensa a dismettere le tantissime scatole inutili.
Prova ne sia il fatto che la legge con cui già dal dicembre 2014 si imponeva agli enti locali di predisporre piani di riordino delle partecipate per sfoltire la giungla, due mesi dopo la sua scadenza era stata rispettata da appena 3.570 delle 8.186 amministrazioni sottoposte all’obbligo. Le altre 4.616 facevano: marameo!
L’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli predicò al vento la riduzione delle partecipate pubbliche da 8 mila a mille.
Ora Marianna Madia garantisce che la riforma della pubblica amministrazione le taglierà drasticamente. Ma se la dovrà vedere con il partito dei sindaci.
Vecchi e, temiamo, anche nuovi.
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)
argomento: denuncia | Commenta »
Giugno 4th, 2016 Riccardo Fucile
“SE QUESTO E’ IL FLUSSO SERVIREBBE UN HOTSPOT IN OGNI PORTO”… “SONO FOTO DI UNA GUERRA, VANNO MOSTRATE”
“Mi sembrano le foto scattate dopo un duro combattimento durante una guerra. Sono incredibili”.
Carlotta Sami, portavoce dell’Unhcr, agenzia dell’Onu che si occupa di rifugiati, fa fatica a togliere lo sguardo dallo schermo dell’Ipad.
Oggi è a Trento al Festival dell’Economia per partecipare a un panel con Federico Soda, direttore dell’ufficio di coordinamento per il mediterraneo dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, proprio sull’emergenza migranti.
Ma al panel purtroppo ci arriverà con negli occhi le terribili immagini dei corpi che il mare ha restituito alla terra, lì stesi sulle spiagge libiche, come se stessero dormendo dopo una lunga traversata.
Foto che testimoniamo l’ennesimo naufragio di questi giorni. Lo sguardo è pieno di compassione, ma allo stesso tempo tradisce l’amarezza di una visione quotidiana mista a impotenza.
“Sono foto che vediamo oramai da anni: noi spesso ci interroghiamo sull’opportunità di farle vedere. Da una parte se non si fanno vedere le persone non prendono coscienza, dall’altra c’è però il rischio di assuefazione. Ma alla fine io credo che vadano mostrate: è bene che vengano pubblicate perchè queste cose accadono veramente, è come se noi morissimo su quelle barche, e come se noi morissimo su quelle spiagge”.
Trova un nesso con questa foto e quello del piccolo Aylan? Sembra quasi che da allora non sia cambiato nulla.
“Dopo Aylan sono morti centinaia e centinaia di bambini. La situazione è certamente peggiorata: quest’anno siamo a già oltre 2.500 morti fra adulti e minori, nello stesso periodo l’anno scorso eravamo arrivati a 1.800, quindi sono già 700 in più. E’ un continuo, è una corsa contro il tempo. Queste morti sono l’effetto di problemi che non sono risolti a monte: servono soluzioni, ma il problema è che sono complesse e soprattutto dovrebbero essere messe in pratica in tempi brevissimi. Purtroppo i tempi della politica non sono così veloci”.
La politica, appunto. Per il cardinale Angelo Scola l’Onu e l’Unione europea hanno fallito. Serve un piano Marshall a guida italiana. Cosa ne pensa?
“Sono d’accordo sulla parte propositiva dell’intervista di Scola, sono d’accordo sul piano Marshall, cioè un progetto mondiale per individuare soluzioni a una crisi che è mondiale”.
Come potrebbe svilupparsi questo piano?
“Dovrebbe agire su tre livelli. Prima di tutto dovrebbe aprire degli spazi umanitari per i Paesi in guerra, come la Siria, dove ci sono città e villaggi rimasti esclusi dagli aiuti. E ovviamente in parallelo individuare percorsi di risoluzione dei conflitti. Poi, in seconda battuta, bisogna aiutare i Paesi vicini a quelli in guerra, come Kenya, Niger, Libano, Giordania e via dicendo. Il terzo pilastro è aprire vie legali, regolari, per alcuni di questi rifugiati per portarli via da questi Paesi: penso alle riunificazioni familiari. Solo 70mila persone dei 60 milioni di rifugiati vengono portati in luoghi sicuri”.
Sta parlando dei corridoi umanitari?
“Sì in Italia vengono chiamati così”.
E’ d’accordo con la parte propositiva dell’intervista di Scola, ma che pensa della forte critica a Onu e Ue?
“Sono d’accordo, ma i due piani sono distinti”.
Partiamo dall’Onu, allora…
“Al Consiglio di sicurezza siedono i leader delle potenze mondiali, che non riescono a portare la pace nei Paesi in guerra. La maggior parte dei conflitti sono interni, quindi servirebbe una maggiore capacità di negoziazione da parte della comunità internazionale. I rifugiati di oggi, infatti, sono il risultato di conflitti che si sono continuati a moltiplicare come ad esempio in Afghanistan, dove il 2/3 del Paese è insicuro. Ma anche la Siria e la Libia sono delle polveriere, dove la pericolosità della situazione non impatta solo sull’Europa ma anche sui Paesi vicini come il Niger e il Mali. La comunità internazionale non è riuscita assolutamente a trovare una soluzione e questo è un problema”.
Invece l’Europa
“Il piano europeo non sta funzionando. Sui ricollocamenti c’è un’eccessiva lentezza burocratica da parte dei Paesi che dovrebbero accogliere i rifugiati. Oggi c’è questa buona notizia che la Francia accoglierà 400 siriani al mese: se questo meccanismo avesse funzionato da subito, con i 126mila ricollocamenti previsti, si sarebbe evitato il caos che c’è stato in Grecia”.
Ma l’Europa accusa l’Italia di non aver creato sufficienti hotspot…
“L’Italia si è conquistata un certo rispetto a livello europeo in questi anni. Ci sono le spinte di alcuni Paesi ad alzare la tensione, ma le istituzioni europee sanno benissimo qual è l’impegno italiano. Poi che significa hotspot? Hotspot non è luogo fisico, ma una procedura, un meccanismo di identificazione dei rifugiati”.
Oggi il Viminale ha promesso l’apertura di tre nuovi hotspot, in Puglia, Sardegna e Calabria.
“Erano già previsti e ora verranno aperti. Più in generale c’è bisogno di avere queste procedure d’identificazione subito, lì dove ci sono gli sbarchi. Se questo flusso di migranti si mantiene ai livelli di questi giorni allora servirebbe un hotspot in ogni porto dove arrivano i barconi”.
Anche perchè ultimamente ad aggravare il problema è l’arrivo di tanti bambini e ragazzi
“Quest’anno abbiamo registrato un aumento del 170% degli sbarchi di minori rispetto allo scorso anno. Spesso finiscono nei centri di accoglienza insieme agli adulti, ma ciò non va bene: bisognerebbe aumentare i posti dedicati esclusivamente a loro. Siamo preoccupati dalla presenza di così tanti minori: gli altri anni costituivano il 10% degli arrivi, qui siamo arrivati ben oltre. Moltissimi sono eritrei, egiziani, anche molto piccoli, 11-12 anni. Ciò fa pensare al fatto che dietro ci sia una rete criminale di sfruttamento”.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: emergenza | Commenta »
Giugno 4th, 2016 Riccardo Fucile
I QUESITI VERTONO SU SCUOLA, INCENERITORI, TRIVELLE E SERVIZI PUBBLICI
I referendum «sociali» hanno già totalizzato 300 mila firme: lo ha comunicato ieri il Comitato promotore,
che ha lanciato contemporaneamente una mobilitazione straordinaria di raccolta in giugno.
«Ne servono altre 200 mila», spiegano il Forum italiano dei movimenti per l’acqua, il Movimento per la scuola pubblica e la Campagna «Stop devastazioni» per i diritti ambientali e sociali.
«Con quel risultato la primavera prossima potremo andare al voto».
«La mobilitazione per abrogare gli aspetti peggiori della legge 107 (la cattiva scuola di Renzi) per bloccare il piano nazionale che prevede la costruzione di altri 15 inceneritori sul suolo italiano, per evitare la concessione di nuove trivellazioni in mare o in terra e per raccogliere centinaia di migliaia di firme contrarie alla direttiva della ministra Marianna Madia volta a privatizzare i servizi pubblici — spiegano gli organizzatori entrando nel dettaglio dei quesiti — ha già ricevuto un’ottima risposta dagli italiani e dalle italiane. Fra i molti — aggiungono — ringraziamo Luciano Canfora, che ha firmato per i referendum sociali al Salone del libro di Torino, e don Luigi Ciotti, che lo ha fatto a Villafranca Tirrena. I loro e gli altri 300 mila nomi sui nostri moduli ci danno la spinta per affrontare quest’ultimo mese di raccolta firme, fiduciosi di uscirne vittoriosi».
I banchetti sono presenti in tutta Italia e i moduli si possono trovare in tutti i municipi. «Il 12 e 13 giugno cadrà anche il quinto anniversario del referendum sull’acqua pubblica, il cui esito vittorioso è sempre più lontano dall’essere rispettato — ricorda il Comitato — Noi invece non lo dimentichiamo e ne rafforzeremo il messaggio con una serie di iniziative per raccogliere le firme, come un dibattito pubblico a Ferrara la sera del 10 giugno»
Impegnata nella raccolta firme è anche la Cgil, e in special modo la Flc, che ha aderito in particolare ai quattro quesiti sulla scuola (si aggiungono a quelli promossi dalla stessa Cgil su licenziamenti, appalti e voucher).
I quattro quesiti, ricorda la Flc Cgil, sono relativi «al potere discrezionale dei dirigenti scolastici per la chiamata diretta e per l’attribuzione unilaterale di quote di salario ai docenti, al cosiddetto bonus scuola per le private (in palese contraddizione con la Costituzione) e all’obbligatorietà delle ore minime di alternanza scuola-lavoro».
(da agenzie)
argomento: Referendum | Commenta »
Giugno 4th, 2016 Riccardo Fucile
NEL COMUNE DELLA LOCRIDE ELEZIONI RINVIATE PER MANCANZA DI CANDIDATI: “SE CI PRESENTIAMO, DOPO DUE MESI CI ARRESTANO SENZA SAPERE PERCHE'”
Schiacciata dall’ombra dei clan, abbandonata dalla politica e dallo Stato, San Luca si prepara con disincanto al weekend che avrebbe potuto darle un sindaco.
Invece, per un altro anno ancora, sarà un commissario prefettizio a governare il piccolo paese conosciuto come la “mamma della ‘ndrangheta” e per le faide che ne hanno insanguinato le strade.
“Questo è il paese di Corrado Alvaro, non dei delinquenti”, dicono arrabbiati i vecchi in piazza. La mancanza di un’amministrazione eletta invece non fa arrabbiare nessuno. Si accetta come l’avvicendarsi delle stagioni.
Ma è da tre anni che le elementari regole della rappresentanza democratica sono sospese.
Nel maggio 2013, il Viminale ha decretato lo scioglimento per mafia dell’amministrazione, azzoppata dall’arresto dell’ultimo sindaco eletto, Sebastiano Giorgi.
Un tempo simbolo dell’antimafia, Giorgi è stato scoperto dalla Dda di Reggio Calabria in combutta con i clan del paese, cui consegnava appalti e lavori.
Non meno rovinosamente è tramontata la stella di Rosy Canale, un tempo volto del “Movimento delle donne di San Luca”, arrestata insieme al sindaco per truffa.
Da reggina, aveva deciso di stendere la propria ala protettrice sul paese, ramazzando finanziamenti per dare una prospettiva alle sue donne.
O almeno così diceva. In realtà – hanno scoperto i magistrati – quei soldi servivano solo a finanziare acquisti personali di Canale, che per questo è stata condannata a quattro anni di carcere.
Un processo cui il paese ha assistito con vago disinteresse, ma che fa ancora masticare amaro. “Non abbiamo bisogno di altre Rosy Canale, quella è venuta a San Luca solo per farsi pubblicità “, dicono i ragazzi in piazza. Ma nessuno di loro ha neanche immaginato di prendere sulle spalle i progetti promessi, per dare loro seguito. Allo stesso modo, il paese sembra rassegnato a lasciarsi amministrare.
Un anno fa, a commissariamento concluso, un’unica lista civica con a capo Giuseppe Trimboli ha provato a proporsi ai sanluchesi, ma in troppi l’hanno snobbata.
Sui 3.446 aventi diritto al voto, solo 1.485 cittadini si sono recati alle urne. Il quorum obbligatorio è stato mancato e il paese si è arreso al commissariamento. Oggi, la partita non si gioca neanche.
Mentre altrove si assestano le ultime stoccate di campagna elettorale, San Luca inganna il pomeriggio di un’estate che non vuole arrivare nella piazza principale del paese. Anziani e giovani se la dividono equamente, insieme ai due bar e alla sala slot che su di essa affacciano. Il circolo no, quello è solo dei ragazzi. E lì non si entra.
Di donne in giro neanche l’ombra. “Sono a casa, si riposano”, dice un ventiquattrenne che di politica non vuol sentire parlare: “Tanto qui chi si candida viene subito arrestato”.
Un’affermazione che a San Luca sembra quasi un dogma. “Volete sapere perchè non si fa una lista? – dice uno degli anziani seduti in piazza – Perchè ci fanno stare due mesi e poi ci sciolgono. Anzi, ci arrestano e non sappiamo neanche perchè”.
Tra le quattromila anime di San Luca, per i magistrati ci sono gli uomini di almeno tre fra i più potenti clan della Locride, senza contare la decina di famiglie di ‘ndrangheta che ruotano loro attorno.
I Nirta “La maggiore”, i Romeo “Staccu” e i Mammoliti hanno scritto di proprio pugno la storia della ‘ndragheta e continuano a determinarne il presente, nonostante arresti e faide ne abbiano nel tempo assottigliato i ranghi.
L’ultima tregua è stata firmata solo qualche anno fa, dopo la strage che il 15 agosto 2006 ha fatto scoprire alla Germania la ferocia della ‘ndrangheta. Ma di questo a San Luca non si parla.
Per il paese, la ‘ndrangheta non esiste. Solo alcuni – e a malincuore – ammettono “qui c’è la mafia, ma non è il paese della mafia”.
A parlare è Filippo Giorgi, sindacalista della Cgil, che con impegno e dedizione sta cercando di ritessere il filo di una tradizione antica, ormai quasi perduta. Un tempo a San Luca c’era la politica e c’era il sindacato.
Sono stati i lavoratori a tirare su con le proprie mani la camera del lavoro. Negli anni Settanta, quando la Locride era “l’Emilia rossa di Calabria” erano in tanti ad affollarne i locali, come la sede del vecchio Pci.
Adesso, quelle stanze ospitano il Partito democratico. “Ma è sempre chiuso, qui il partito non sta funzionando bene”, ammette Giorgi. “Sono bravi quelli, si presentano solo sotto elezioni. Tutti qua a chiedere voti, ma non hanno più neanche lavoro da dare”.
E a San Luca, il lavoro è merce rara e bene prezioso. “Qui erano quasi tutti erano forestali, qui ce n’erano quasi mille”, spiega Giorgi, ricordando come in molti casi quell’impiego pubblico passasse di padre in figlio, in omaggio a quel tacito accordo che per anni ha convertito la Forestale nel più grande ammortizzatore sociale della zona.
Poi anche quello ha dovuto fare i conti con i tagli, e San Luca e i paesi del comprensorio con la disoccupazione. E – di nuovo – con l’emigrazione. Come i loro nonni prima di loro, i giovani hanno ricominciato ad andare via in massa.
Chi resta, aspetta solo di avere la possibilità di scappare da un paese in cui non c’è un cinema, una biblioteca, una palestra, una pizzeria. Non c’è neanche un campetto in grado di ospitare la squadra di calcio, che prima di naufragare fra i debiti era riuscita ad aggiudicarsi la Coppa Calabria.
“Piano piano stiamo cercando di avviare dei progetti per coinvolgere le donne del paese, dare loro una prospettiva, uno sbocco, ma è un lavoro lento ed estremamente difficile”, dice Mimma Pacifici, segretaria della Cgil di Reggio Calabria- Locri. “San Luca – ammette – è un paese in cui bisogna procedere a piccoli passi”.
Irrigidito da diffidenza e forse troppi segreti, il paese, affamato di lavoro e progetti, si rassegna amaramente ad aspettare e a lasciarsi governare. “Questo commissario non è male”, finiscono per ammettere un po’ tutti. “Alcune cose, come la sistemazione dell’acquedotto, le sta facendo”. Al domani nessuno ci pensa, perchè – afferma un anziano in piazza – “qui ci sono genitori costretti a mantenere i figli. Qui non c’è lavoro, non c’è futuro, non c’è niente”.
E lo Stato che fa? “Qui lo Stato lo vediamo solo quando i carabinieri vengono ad arrestare qualcuno”.
Alessia Candito
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: mafia | Commenta »
Giugno 4th, 2016 Riccardo Fucile
L’OMAGGIO A NINETTA BAGARELLA… I RAPPRESENTANTI DI POLIZIA E CARABINIERI HANNO LASCIATO IL CORTEO
Il confrate suona la campanella e la processione si ferma, proprio davanti a casa Riina, in via Scorsone 24,
nel cuore di Corleone.
Ninetta Bagarella, la moglie del capo del capi rinchiuso al 41 bis, è al balcone. Guarda soddisfatta la vara di San Giovanni Evangelista e sorride alle sue sorelle, Matilde e Manuela, che sono accanto a lei. Mentre la folla acclama il Santo.
L’ultima processione che ha attraversato Corleone è già diventata un caso.
Domenica pomeriggio, quell’inchino alla moglie di Salvatore Riina non è passato inosservato.
Il commissario di polizia e il maresciallo dei carabinieri, che erano poco distanti, hanno subito lasciato la processione. E hanno inviato una relazione alla procura distrettuale antimafia.
Perchè i Riina sono ancora un simbolo in Cosa nostra: nelle ultime intercettazioni dei carabinieri, i boss del paese invocavano addirittura la mediazione di donna Ninetta per risolvere vecchie controversie.
E, intanto, si davano un gran da fare per inviare un po’ di soldi a Salvuccio Riina, il figlio del capo di Cosa nostra che dopo otto anni di carcere ha deciso di trasferirsi a Padova e scrivere (a modo suo) un libro sulla famiglia.
Adesso, c’è un’indagine su quella processione. E i primi accertamenti hanno già portato a un risultato: è emerso che uno dei membri della confraternita di San Giovanni è cugino di secondo grado della Bagarella, si chiama Leoluca Grizzaffi.
Il parroco di Santa Maria, padre Domenico Mancuso, è amareggiato: “Ho ribadito alle forze dell’ordine che non è mia usanza sostare davanti ai potenti o pseudo potenti – dice – quella non era una sosta prestabilita, è accaduto. Mi rendo conto che ci voleva più prudenza”.
Il sacerdote ha già convocato i confrati. “Tutti insieme abbiamo stabilito che la processione di San Giovanni non passerà mai più da via Scorsone”.
Parole ancora più dure arrivano dal vescovo di Monreale, monsignor Michele Pennisi: “Su episodi come questi non transigo. Ho già nominato una commissione d’inchiesta, sono in attesa di una relazione. Intanto, ho proposto al questore di Palermo di stilare un protocollo d’intesa, per prevenire altri episodi: propongo che d’ora in poi anche le soste delle processioni siano concordate con le forze dell’ordine, per evitare spiacevoli sorprese”.
Nei mesi scorsi, monsignor Pennisi aveva anche imposto alla confraternite di inserire nello statuto una clausola: “Nessun pregiudicato per mafia può far parte delle nostre associazioni”.
Ma Leoluca Grizzaffi è un perfetto incensurato. Eppure, attorno a quel cognome c’è grande attenzione da parte della procura e delle forze dell’ordine.
Un altro Grizzaffi, Giovanni, ancora per qualche mese in carcere, viene citato come fosse il messia nelle ultime intercettazioni: l’uomo forte che Cosa nostra aspetta per ritornare ai fasti di un tempo.
I boss cercano di riorganizzarsi. Nei mesi scorsi, è emerso che erano in contatto addirittura con il fratello del sindaco, Lea Savona.
Il prefetto di Palermo, Antonella De Miro, ha inviato gli ispettori al Comune.
Salvo Palazzolo
(da “La Repubblica”“)
argomento: mafia | Commenta »
Giugno 4th, 2016 Riccardo Fucile
GRAZIE CAMPIONE PER NON AVER MAI ACCETTATO LA CONVENIENZA, LE REGOLE COMUNI E IL TORNACONTO PERSONALE
Muhammad Alì se ne è andato, leggero come sempre, a 74 anni, colpito da una malattia respiratoria complicata dal morbo di Parkinson.
Altri, meglio di me, racconteranno la sua grandezza di pugile, che cominciò nel 1960, alle Olimpiadi di Roma, con la medaglia d’oro nei pesi mediomassimi.
Io voglio, semplicemente, narrare dell’uomo che rappresentò, per la mia generazione, un esempio di coraggio e di lotta.
Rinunciò al suo nome di nascita Cassius Clay (“Perchè è da schiavo”), si convertì all’Islam e pagò con il carcere, all’inizio della sua luminosa gloria, per aver rifiutato, nel 1967, di partire per la “Sporca Guerra” del Vietnam.
Fu uno dei paladini del movimento per la liberazione degli afroamericani: non più catene, ma solo diritti. Come i bianchi, come tutti gli altri.
Non abbassò mai la testa: sul ring, come nella vita.
Anche il morbo di Parkinson non fermò la sua generosità , il suo battersi per gli altri, per gli emarginati, i deboli, gli indifesi.
Lo ricordiamo ad Atlanta, quando ultimo tedoforo, diede il via ai Giochi del 1996: il tremore delle mani non tolse nulla alla sua grandezza, alla sua nobiltà .
Lui era ancora lì a offrirsi, senza maschere, senza timori, alla gente.
Nudo, vero, autentico.
Fu, per i ragazzi come me, noi che sognavamo la rivoluzione e un futuro migliore, un esempio da seguire. Un mito.
L’America di Obama deve molto a questo atleta, che danzava sul quadrato e sui sogni di libertà di milioni e milioni di persone.
Cambiò il pugilato, con quel suo stile che rifiutava la violenza per la violenza, ballava, parlava, rideva. Era la meraviglia e l’arte.
Era il campione delle sfide impossibili. Davvero “una farfalla”.
Lo raccontò alla perfezione David Remnick, direttore del settimanale “New Yorker”, definendolo “Il re del mondo”.
Grazie campione, grazie per non aver mai accettato la convenienza, le regole comuni, un facile tornaconto personale.
Ti ricorderemo, splendido e orgoglioso, su quell’immenso ring che si chiama giustizia, tolleranza e verità .
(da “Huffingtonpost”)
argomento: radici e valori | Commenta »
Giugno 4th, 2016 Riccardo Fucile
MUHAMMAD ALI E’ STATO IL PIU’ GRANDE SPORTIVO DEL SECOLO SCORSO: “I CAMPIONI NON SI FANNO NELLE PALESTRE, MA CON QUELLO CHE HANNO NEL PROFONDO: UN DESIDERIO, UN SOGNO, UNA VISIONE
Sarebbe troppo facile affermare che Muhammad Alì ha perso il match più difficile della carriera, quello con il
morbo di Parkinson, di cui soffriva da oltre 30 anni e che all’ospedale di Phoenix, dove era stato ricoverato due giorni fa per problemi respiratori, ha posto fine alla sua straordinaria esistenza all’età di 74 anni.
Certo, ormai da tanto tempo le sue parole non erano i proiettili lanciati nelle sue grandi battaglie, sul ring e per i diritti civili, ma l’intensità dello sguardo era rimasta sempre la stessa nonostante quel velo calato impietoso.
Alì ha battuto anche la malattia, usando le sue idee di libertà e giustizia per danzare come una farfalla e pungere come un’ape.
Quel morbo maledetto irriso già ad Atlanta nel 1996, quando accese la torcia olimpica.
Non combatteva da 15 anni, ma forse quella sera fu il round più bello della vita: Parkinson messo alle corde da quel coraggio di mostrarsi malato, dalla fragilità avvolta in un commovente tremolio per un uomo che aveva avuto il mondo in pugno. Da quella notte in Georgia sono passati tanti anni, tra una finta, un jab e una provocazione.
Quel Parkinson che non gli impedì l’ultimo saluto al più acerrimo rivale, Joe Frazier, l’uomo che Alì in una leggendaria trilogia di sfide ha sofferto più di tutti.
Si stavano tanto antipatici. Frazier lo spedì al tappeto al Madison Square Garden di New York nel 1971: un gancio sinistro perfetto, bello e intenso come un raggio di luce nella notte.
Alì si prese la rivincita due anni dopo. Poi ci fu Manila 1975, il match più brutale di sempre. Alì si divertiva a prendere a pugni un pupazzetto che raffigurava un gorilla per sbeffeggiare smokin’ Joe, sul ring i due quasi si uccisero, lasciarono lì una parte del fisico e dell’anima.
Alì vinse, ma riconobbe che se l’avversario non avesse abbandonato alla fine del quattordicesimo round, forse lui stesso non si sarebbe ripresentato sul ring.
E poi ancora, in flash che si sovrappongono non tenendo conto del tempo, Alì alle Olimpiadi di Londra: gli occhi nascosti dietro grandi occhiali neri, non più di un cenno di saluto.
Eppure è stato l’unico in tutti i Giochi a tenere testa come popolarità ad Elisabetta II che dava spettacolo con l’ultimo 007. Alì ha dato ragione al Jack London, che non ha potuto conoscerlo eppure è come se lo avesse conosciuto quando affermò: “Preferirei di gran lunga essere campione del mondo dei pesi massimi — cosa impossibile — che re d’Inghilterra o presidente degli Stati Uniti o kaiser di Germania”.
Tante cose che fanno capire come sia riduttivo parlare del Muhammad Alì pugile. Joe Louis o, scendendo dai massimi ai medi, Ray Sugar Robinson forse sono stati complessivamente superiori sul ring, resta comunque questione di opinioni…
Ma Ali è stato il più grande sportivo di tutti i tempi. Mai una banalità , ma un continuo bersagliare il perbenismo di una certa America, conservatrice ed incapace di accettare che il campione del mondo dei pesi massimi rifiutasse di ‘onorare’ la patria nella follia del Vietnam. ‘
‘Non ho niente contro i Vietcong, loro non mi hanno mai chiamato negro…”. Non una frase ad effetto, ma una coraggiosa scelta di coscienza che gli costò il ritiro della licenza e la perdita del titolo negli seconda parte degli anni sessanta. Già negro.
Come diceva lui, con il nome da negro, Cassius Clay, si rivelò al mondo vincendo l’oro a Roma alle Olimpiadi del 1960.
La leggenda narra della medaglia gettata in un fiume dopo che un camierere bianco si era rifiutato di servirlo. Poi si convertì all’Islam e per tutti fu Muhammad Alì.
Quando nel 1964 conquistò il titolo mondiale contro Sonny Liston finì subito nell’occhio del ciclone. Quel giovane spaccone così linguacciuto che abbatte un picchiatore brutale, anche nella rivincita ed in un solo round. Era la notte del colpo che nessuno vide e che a distanza di oltre 50 anni fa ancora discutere.
‘I campioni non si fanno nelle palestre. I campioni si fanno con qualcosa che hanno nel loro profondo: un desiderio, un sogno, una visione”.
Una visione portata fuori dalle sedici corde per riaffermare il principio indissolubile della pace. Alì è stato uno dei pochi personaggi di fronte ai quali è impossibile restare indifferenti.
Per chi ama il pugilato è stata la sveglia nel cuore della notte -questioni di fuso orario – per assistere ai suoi capolavori. Ma anche coloro ai quali del pugilato non frega nulla, hanno parlato di lui.
Chi lo venerava, chi non vedeva l’ora che qualcuno gli desse una lezione per quel suo modo linguacciuto di indispettire gli avversari.
Perseverante ed ossessivo quando si trattava di raggiungere i propri obbiettivi. ”I want Holmes, I want Holmes”, ripeteva ossessivamente in preparazione al match più impossibile.
Sapeva di non potercela fare, ormai trentottenne e debilitato nel fisico, ma voleva il più giovane e forte rivale, quel Larry Holmes che in una straordinaria manifestazione di rispetto e affetto gli risparmiò una punizione pesantissima prima dell’inevitabile conclusione al decimo round.
Uomo da show a trecentosessanta gradi. Lo fu anche nel 1974 nello Zaire, allora si chiamava così la Repubblica Democratica del Congo.
George Foreman, gigante texano di potenza disumana soggiogato dalla personalità del rivale: campione ridimensionato a sfidante, nero trasformato in amico dei bianchi, indesiderato inquilino dell’Africa Nera.
Foreman arrivò a Kinshasa come un pugile che voleva conservare il proprio titolo, Ali come il liberatore di un intero continente.
Foreman scese dall’aereo con Dago, il suo pastore tedesco, e gli africani ripensarono a quei cani utilizzati durante la tirannia di re Leopoldo per terrorizzarli.
Alì fu invece riconosciuto come il fratello nero, e tutti lo accolsero da re, la sua macchina solcava le strade polverose, e tra le nuvole i volti dei piccoli neri lanciavano il loro grido di implorazione. ”Ali boma ye”, ”Ali uccidilo”.
”George faceva male, ogni suo colpo qualche danno lo provocava sempre, ti spaccava un muscolo, ti incrinava qualche osso”.
Ma lui seppe sopportare stoicamente, per otto round, poi zittì i detrattori, tornando a pungere come un ape e danzare come una farfalla, e per Foreman non ci fu scampo.
I più giovani, ma anche chi lo ricorda bene, vadano a vedersi – facilissimo da trovare su internet – il match di Kinshasa.
Otto round, non un semplice incontro di pugilato, ma una vera e propria autobiografia di un mito.
C’erano proprio George Foreman e Larry Holmes, nell’ultima occasione ufficiale alla quale Alì era intervenuto, o scorso ottobre nella sua città natale, Louisville nel Kentucky, in occasione del tributo di ‘Sports Illustrated’ nei suoi confronti.
La sua morte è avvenuta quando in Italia era quasi l’alba. Tanti anni fa era il momento di andare al lavoro, o a scuola, o rimettersi a letto dopo aver assistito ai suoi match. Alì è morto, immortale Alì.
(da “La Repubblica”)
argomento: radici e valori | Commenta »