Destra di Popolo.net

A LONDRA RAZZISTI SCATENATI INVITANO ALLA “GUERRA SANTA BIANCA”

Giugno 27th, 2016 Riccardo Fucile

INSULTI E AGGRESSIONI ANCHE AI POLACCHI: LA FECCIA RAZZISTA RINGALLUZZITA DAL VOTO BREXIT ORA INVOCA PURE HITLER

«Io parlo polacco, tu quale super potere hai?». Jacek viene da un paesino vicino a Varsavia e vive a Londra da qualche anno.
Indossa una maglietta nera, la scritta gialla con la frase che tradisce l’orgoglio per le origini. È uno dei 600 mila sbarcati nel Regno Unito negli ultimi dieci anni.
I polacchi oltre Manica erano 95 mila nel 2004, poi la via londinese è diventata facile e fruttuosa. Da qualche tempo però anche molto rischiosa.
Sta appoggiato a una ringhiera di fronte all’ufficio culturale polacco ad Hammersmith, zona occidentale della capitale britannica e guarda i muri dell’edificio sul quale sono stati disegnati graffiti e scritti con la vernice insulti contro i polacchi, definiti «parassiti».
La polizia pattuglia la zona e ha aperto un’inchiesta contro ignoti.
Ma la tensione da tempo è palpabile. Appena due giorni fa, nella zona orientale della città , alcuni musulmani e immigrati dell’Est Europa sono stati aggrediti da bande suprematiste inglesi.
«È il clima post Brexit che non volevamo», dice la Baronessa ed ex ministro Sayeeda Warsi che una settimana fa aveva lasciato la campagna del Leave poichè diventata «razzista e odiosa».
Gli episodi di intolleranza sono aumentati nei giorni dopo il referendum.
Una lavoratrice musulmana, nata in Galles, è stata apostrofata in strada e invitata a «fare le valigie»; nel Cambridgeshire è partita una campagna d’odio via posta contro la comunità  polacca.
E volantini sui «polacchi parassiti» sono stati recapitati anche a una scuola elementare.
La retorica incendiaria contro i migranti di Nigel Farage amplificata dal poster con le immagini di migliaia di profughi in coda in Slovenia con la scritta «punto di rottura» è ancora un punto di riferimento per alcune – non così minoritarie – frange della società .
La percezione che siano gli «altri», gli «stranieri» a sottrarre il lavoro agli inglesi, ad abbassare i salari, a congestionare i servizi pubblici ha alla fine ha pesato sul voto: il tema immigrazione è stato il secondo motivo a indirizzare le scelte degli elettori, sia conservatori sia laburisti.
Soprattutto nelle zone rurali, nel Sud e nel Nord del Paese, fra le classi meno agiate. Farage proprio ieri ha ricordato che quelle zone – molte sono feudi laburisti – sono ora nel mirino dello Ukip.
Se c’è una protesta visibile contro i migranti, talvolta violenta ma comunque molto rumorosa, c’è ne è una che corre sul Web, si nutre di adepti su Twitter, Facebook e sguazza nei video su YouTube.
L’intelligence britannica monitora molti gruppi.
Ieri il «Sunday Times» ne ha fatto una radiografia. L’estrema destra (suprematista, razzista, isolazionista, anti-migranti) fa proseliti e ha un seguito crescente.
Materiale estremista è disponibile ovunque sulla Rete. Un gruppo come National Action, quello che è nato per «celebrare» la morte della deputata Jo Cox, ha appena sessanta adepti, ma i suoi video su YouTube hanno quasi 2800 adepti.
Pochi, nel mare del Web, molti, spiegano gli esperti dell’antiterrorismo, se si considera che la visibilità  il gruppo la sta avendo solo da poco tempo.
Proclamano una «White Jihad», una guerra santa bianca, che significa rendere omogenea e aderente «ai valori tradizionali inglesi» questa terra che oggi invece ospita persone provenienti da ogni angolo del mondo ed è un crogiolo di culture.
«I rifugiati non sono i benvenuti» si legge in uno dei loro proclami che va di pari passo alla proclamazione che «Hitler aveva ragione, i rifugiati devono tornare a casa».
Sabato a Newcastle, città  nel Nord-Est, vivace, gli estremisti hanno manifestato dinanzi alla stazione centrale scandendo slogan contro i migranti.
Negli ultimi tempi è nata un’altra associazione, NorthWest Infidels, derivata dalla English Defense League, che vorrebbe «l’impiccagione di Corbyn» e ha nell’islam il nemico dichiarato.
Così come Britain First, l’associazione che ha invocato il killer di Jo Cox.
A proposito dell’aggressore, Thomas Mair, proprio NorthWest Infidels ha rilanciato un messaggio nel quale invita i suoi a continuare la difesa dell’Inghilterra «dall’invasione dei profughi affinchè il sacrificio di Thomas Mair non sia stato invano».

Alberto Simoni
(da “La Repubblica”)

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BERLUSCONI LICENZIA IL CERCHIO MAGICO: VIA ROSSI, BERGAMINI E ARDESI

Giugno 27th, 2016 Riccardo Fucile

AVREBBERO IMPOSTO IL CAMBIO LA FIGLIA MARINA, CONFALONIERI, LETTA E GHEDINI

Licenziato il cerchio magico di Berlusconi. “Via Mariarosaria Rossi, Deborah Bergamini e Alessia Ardesi” scrive oggi La Repubblica descrivendo “il terremoto nel mondo berlusconiano”.
Al loro posto uomini fedeli all’azienda.
Ecco alcuni passaggi da Repubblica:
Via Mariarosaria Rossi, Deborah Bergamini e Alessia Ardesi, dentro uomini azienda e fedelissimi del vecchio corso. Così ha stabilito il board che ha in mano l’impero dell’ex Cavaliere, i provvedimenti formali nei prossimi giorni.
Una mossa studiata da Fedele Confalonieri e Marina Berlusconi, Gianni Letta e Nicolò Ghedini, per sottrarre il leader all’abbraccio soffocante dei pretoriani di Arcore, in vista dell’uscita del “patriarca” dal San Raffaele, slittata intanto tra il 10 e il 14 luglio.
La Rossi sarà  sostituita con un uomo di Mediaset, la Bergamini probabilmente da Valentino Valentini scrive sempre Repubblica.

(da “Huffingtonpost”)

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NELLE PERIFERIE DOVE NASCE IL GRANDE SCONTENTO

Giugno 27th, 2016 Riccardo Fucile

GLI ESCLUSI IN RIVOLTA CONTRO IL CENTRO: LA GEOGRAFIA DEL POTERE VA RIDISEGNATA

La frattura fra centro e periferia costituisce una delle più importanti spiegazioni del comportamento politico. §Definita, con chiarezza, da Stein Rokkan, insieme a Seymour Lipset (fra gli anni Sessanta e Settanta). I quali, però, facevano riferimento, principalmente, alla dimensione territoriale.
Alle tensioni delle periferie, nella ricerca di difendere la loro autonomia e la loro identità  di fronte all’egemonia del centro.
Tuttavia, ai nostri giorni, il segno della periferia va oltre. Evoca la dimensione sociale, insieme a quella territoriale.
D’altronde, periferie sociali e territoriali, inevitabilmente, si incrociano e si influenzano reciprocamente. Ma con effetti diversi.
La periferia può delineare i luoghi lontani ed esclusi dalla geografia del potere e della cultura. Oppure, in alternativa, le sedi dove i cambiamenti avvengono senza strappi, in modo meno vistoso, le “province” dove si riesce a produrre, a lavorare, a crescere economicamente senza traumi, senza rinunciare a vivere bene.
Restando nell’ombra. In periferia, appunto. Dov’è più semplice agire e reagire, limitando le interferenze esterne.
Tuttavia, ciò che sta succedendo in questi tempi non riflette dipendenza, nè distacco ma, per certi versi, una rivolta delle periferie territoriali, economiche, sociali. Le quali rinunciano alla strategia dell’attesa per emergere in modo appariscente. Servendosi di media e attori ad alta visibilità . Leader, partiti, movimenti. Agitati e attivi.
Si tratta di una tendenza globale che spiega alcuni dei fenomeni politici più rilevanti di questo periodo.
Negli Stati Uniti, Donald Trump ha intercettato la paura delle classi agiate bianche contro la minaccia delle altre componenti dell’universo multietnico americano.
Inoltre alimenta la paura di nuove migrazioni, che spingano ancor più in basso, ancor più in periferia, la classe media.
Così, in Gran Bretagna, il motore della Brexit è certamente il sentimento di declino delle aree extraurbane inglesi, dei settori sociali colpiti dalla crisi, dei più anziani.
Che imputano all’Europa – “centrata” sulla Germania – la propria crescente perifericità . E vorrebbero isolarsi di più. Se non possono più essere centro, meglio non diventare periferia. Europea.
Scozia e Irlanda del Nord, invece, hanno votato no alla Brexit. Perchè si sentono periferia di Londra.
D’altronde, almeno in Europa, ormai da molto tempo classe operaia e ceti esclusi – dal mercato del lavoro – non votano più per la sinistra ma per i partiti di destra. E per le forze politiche definite populiste.
In Francia per il Front National di Marine Le Pen, primo partito della classe operaia, tradizionalmente forte nelle aree periferiche – di confine – a sud e nel nord est.
In Italia la classe operaia (ciò che ne resta) fino a ieri si era avvicinata alla Lega. Ma oggi vota, in misura crescente, per il Movimento Cinque Stelle.
In Italia, d’altronde, la maggioranza della popolazione – il 53 per cento – si sente e si definisce di classe sociale bassa e medio-bassa. Fra gli elettori del M5S la percentuale sale al 60 per cento.
Insomma la periferia della società  preferisce le scelte antipolitiche e impolitiche.
Peraltro, se poniamo attenzione sulle recenti elezioni amministrative, la crescente centralità  della periferia diventa evidente.
A Torino la neo-sindaca, Chiara Appendino, si è imposta – soprattutto – nei quartieri periferici. Fra i giovani. Mentre Fassino resiste al centro e in collina. Fra i più anziani.
La frattura generazionale è, dunque, divenuta importante. Anche se con effetti diversi. Privati di futuro, i giovani se ne vanno. Oppure votano contro. Com’è avvenuto in Spagna. Là , i più giovani si sono rivolti a Podemos (oggi alleato di Izquierda Unida). Perchè, rispetto alle politiche dei partiti maggiori (Partito socialista e Partito Popolare), si sentono periferici.
Per tornare in Italia, a Roma, nelle amministrative, Virginia Raggi ha dominato a Ostia e nei quartieri periferici più popolosi. Mentre Roberto Giachetti resiste solo nel centro storico e nei quartieri borghesi, Parioli e Nomentano.
A Napoli, infine, Luigi De Magistris, portabandiera della periferia alla conquista dei centri, ha vinto in tutti i quartieri, a partire dal Vomero. Spingendo i concorrenti, per prima la candidata del Partito democratico, Valeria Valente, non in periferia, ma fuori dalla città .
Nel complesso, queste elezioni amministrative disegnano un’Italia senza radici, come abbiamo scritto in sede di analisi del risultato. Un paese dove le specificità  (politiche) territoriali si stanno scolorendo.
D’altronde, il M5S, dichiarato vincitore, non ha radici. Al di là  delle due metropoli dove ha vinto, si è affermato in altre diciassette città  maggiori distribuite in tutto il territorio. Mentre il Pd si è perduto.
Non solo perchè ha perduto in metà  delle città  maggiori dove prima governava: 45 su 90. Ma perchè è arretrato soprattutto nel suo territorio. Nelle regioni rosse del Centro. La Lega “nazionale” di Salvini, a sua volta, ha perduto a Varese. La sua patria. E non è riuscita a proseguire la propria marcia oltre il nord.
Da parte loro, i Forza-leghisti non sono riusciti a riprendersi Milano. La loro capitale storica. E mitica.
Così si delinea la mappa di un paese incerto e instabile. Senza colori. Che non ha più capitali. Oppure ne ha troppe. Perchè la periferia si è allargata dovunque. Da nord a sud. Ovunque, in Italia, è periferia.
Dovunque cresce la voglia di cambiare. Di diventare centro. Oppure, di ribellarsi al centro. Per sfuggire al declino.
Il vento del cambiamento, in fondo, ha questo significato. Evoca il rifiuto di rassegnarsi: a scivolare verso la periferia. E a rimanere lì. Senza speranza.

Ilvo Diamanti
(da “La Repubblica“)

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LA STERLINA CONTINUA A CROLLARE, PIAZZA AFFARI TORNA IN ROSSO CON LE BANCHE

Giugno 27th, 2016 Riccardo Fucile

GOVERNO PENSA A INTERVENTO DA 40 MILIARDI

Un’apertura in ordine sparso, poi la virata in negativo per tutte le borse europee dopo un fine settimana passato a smaltire lo shock della vittoria della Brexit al referendum inglese.
Maglia nera ancora Milano, che subito dopo un esordio piatto ha iniziato a cedere terreno appesantita ancora dalle banche che venerdì avevano fatto crollare il listino di uno storico -12,5%.
Ubi e Mediobanca a metà  mattinata sono arrivate a crollare di oltre l’8%, Monte dei Paschi di Siena e Intesa Sanpaolo di più del 7%, Unicredit del 6%.
I titoli degli istituti di credito sono oggetto di sospensioni continue per eccesso di volatilità . Francoforte, Londra e Parigi si mantengono invece in lieve calo, come in apertura.
Madrid, che in apertura registrava un +2,5%, è passata in rosso poco prima delle 11. La Borsa di Tokyo aveva terminato la prima seduta della settimana con il segno più, dopo lo scivolone di venerdì: l’indice Nikkei ha messo a segno un rialzo del 2,39%.
Sterlina ancora a picco
I mercati restano in attesa di comprendere tempistiche e conseguenze dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, nel giorno in cui Matteo Renzi, Angela Merkel e Francois Hollande si vedranno a Berlino per stabilire una posizione comune su come affrontare la crisi.
Il cancelliere dello Scacchiere, George Osborne, dovrebbe tenere un discorso questa mattina per tentare di rassicurare i mercati finanziari. La sterlina però è crollata ancora: dopo il -10% di venerdì scorso, quando è arrivata al minimo da 31 anni nonostante gli interventi della Bank of England per sostenerla, la valuta britannica perde un ulteriore 2% in partenza arretrando a quota 1,3404 sul dollaro e dell’1,3% a 1,2153 sull’euro.
Il piano del governo per aggirare le norme Ue entrando nel capitale delle banche
Dopo i tonfi di venerdì, domenica si erano diffuse indiscrezioni su un presunto piano del governo Renzi per intervenire a gamba tesa entrando addirittura nel capitale degli istituti più deboli con un intervento da 40 miliardi.
Operazione delineata in un editoriale di Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera, in cui l’economista ipotizzava l’acquisto di azioni da parte dello Stato a dispetto della nuova normativa europea sul bail in.
Questo invocando il ricorso a “strumenti alternativi” al salvataggio a carico di azionisti e obbligazionisti, consentito in caso di “stress sistemici straordinari“.
Lunedì’ Bloomberg dà  credito alla notizia, citando “una fonte che ha chiesto di non essere identificata perchè i negoziati sono riservati”. Secondo l’agenzia, “il governo sta valutando misure da 40 miliardi di euro” e “potrebbe supportare il credito fornendo capitali o garanzie“. L’ammontare “è ancora in fase di discussione e una decisione finale non è stata presa”.
Spread poco mosso grazie alla Bce
Sul fronte del mercato obbligazionario, partenza poco mossa per il differenziale di rendimento (spread) tra Btp e Bund tedesco, che in avvio segna quota 163 punti contro i 160 della chiusura di venerdì. I titoli di Stato decennali italiani rendono l’1,55 per cento. Il piano di acquisti della Banca centrale europea rende del resto in questa fase praticamente impossibili tensioni significative sui debiti sovrani come quelle del 2011.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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SPAGNA, VINCE PARTITO POPOLARE, TENGONO I SOCIALISTI, DELUSIONE PODEMOS

Giugno 26th, 2016 Riccardo Fucile

PP 33%, PSOE 22,7%, PODEMOS 21,1%, CIUDADANOS 13%… MARIANO RAJOY E’ IL VINCITORE MA DA SOLO NON PUO’ GOVERNARE

Nessuna certezza dalle urne in Spagna: le elezioni hanno riproposto i risultati del voto di dicembre 2015 con il Pp primo partito ma senza maggioranza assoluta (anche se rafforzato con 14 deputati in più), davanti a Psoe, Podemos e Ciudadanos.
Un voto che ha visto tramontare il ‘sogno’ di Podemos di diventare il primo partito della sinistra, superando i socialisti, e candidarsi alla guida del governo.
Dopo la pubblicazione di un disastroso exit-poll che dava il partito post-indignados davanti allo Psoe e il suo leader Pablo Iglesias in buona posizione per candidarsi a premier di un governo di sinistra, i risultati reali mano a mano hanno rovesciato il quadro politico.
Così l’inaffondabile Mariano Rajoy sopravvive ad un’altra elezione e, anzi, è il vincitore relativo delle politiche spagnole.
Il partito ‘viola’ registra una forte delusione, dopo che le inchieste demoscopiche per settimane gli hanno fatto “toccare il cielo”, dando a un’ipotetica coalizione Podemos-Psoe guidata da Iglesias quasi la maggioranza assoluta.
Il partito, alleato con Izquierda Unida, si ferma a 71 seggi, lo stesso risultato delle elezioni dello scorso 20 dicembre, che hanno segnato la fine del tradizionale bipartitismo spagnolo e portato allo stallo il Parlamento.
Il Pp di Rajoy si rafforza rispetto a dicembre: cresce di 13 deputati, a quota 137 su 350, con il 33% dei voti.
Gli elettori hanno votato la ‘sicurezza’ contro l’avventura di Podemos. Così i popolari hanno vampirizzato anche il partito moderato emergente Ciudadanos, che è sceso da 40 a 32 seggi e al 12,9%.
I socialisti, in leggera flessione a 85 deputati contro i 90 del Congresso uscente – con il 22,8% – si sono salvati però dal disastro annunciato dai sondaggi, che unanimi prevedevano il sorpasso di Podemos.
Questi risultati del ‘secondo turno’, provocato dalla paralisi del parlamento dopo le politiche di dicembre, senza maggioranze chiare e fra veti incrociati dei partiti, rischiano però di non risolvere il problema della governabilità  del Paese.
Rajoy ha continuato a proporre durante la campagna elettorale quanto ha sostenuto negli ultimi sei mesi, cioè una gran coalicion con socialisti e Ciudadanos che garantisca per quattro anni la stabilità  del paese in un quadro ‘europeo’.
Il leader socialista Pedro Sanchez però finora ha risposto ‘no’. E da soli, popolari e Ciudadanos non arrivano alla maggioranza assoluta di 176 seggi del Congresso.
Ancora più difficile, come scrive El Pais, un’alleanza tra Psoe e Podemos, che di sicuro non arrivano insieme alla maggioranza assoluta senza i voti delle minoranze, come i nazionalisti baschi del Pnv (5 seggi) o gli indipendentisti catalani di Cdc e Erc (17 deputati).
Il premier uscente si presenta però ora alle trattative con gli altri partiti con una maggiore autorevolezza: quella del solo leader che ha vinto, e non poco, in queste politiche.
“Ho scritto un messaggio a Pedro Sanchez per parlare alla luce di questo risultato e non ho ancora ricevuto risposta – ha detto il leader di Podemos, Pablo Iglesias, commentando il risultato delle elezioni – Rimango convinto che sia sensato riuscire a dialogare e lavorare insieme a partire dal terreno comune, condividiamo infatti un modello sociale opposto a quello attuato dal governo dei popolari”.
Iglesias ha ammesso che il risultato del suo partito “non è stato soddisfacente” e si è detto anche preoccupato dalla “perdita di consenso per il blocco progressista”.
Anche lo Psoe, che pure conserva il secondo gradino del podio, non sorride: il partito socialista spagnolo ha infatti ottenuto il suo peggiore risultato storico in seggi nel Congresso dei deputati. Sanchez ha parlato a tarda sera, dicendo di “non essere soddisfatto del risultato del suo partito”, ma ha sottolineato che lo Psoe rimane “il primo partito della sinistra spagnola”.

(da “La Repubblica”)

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LETTA NON HA SMONTATO UN BEL NULLA, FAREBBE MEGLIO A RACCONTARE LA VERITA’

Giugno 26th, 2016 Riccardo Fucile

TRA FURBIZIE E IGNORANZA SUL REFERENDUM INGLESE, L’EX PREMIER ITALIANO PROVA A NEGARE CHE I VECCHI ABBIANO DANNEGGIATO I GIOVANI: ECCO PERCHE’ E’ INATTENDIBILE

Andiamo per ordine.
Due giorni prima dell’esito del voto un istituto di ricerca inglese certifica che il 72-75% dei giovani inglesi è favorevole al fatto che la Gran Bretagna resti in Europa, segnalando che più avanza l’età  e aumentano i contrari, fino al picco dell’80% per gli over 65.
Nei giorni successivi molti opinionisti riprendono la teoria che i “vecchi” hanno distrutto il futuro dei giovani, votando per l’uscita dalla Ue.
L’ex premier italiano Enrico Letta interviene su twitter per “smontare” questa teoria (concetto ripreso da molti quotidiani italiani) sostenendone l’inattendibilità , basandosi su un dato: che è andato a votare solo il 36% dei giovani tra il 18 e i 24 anni, dimostrandosi quindi disinteressati al problema.
Oggi che l’Istat britannico rende noti i dati ufficiali, emerge che Enrico Letta ha un concetto vago di gioventù e ha fornito solo un dato parziale che serviva al suo ragionamento di parte.
1) E’ vero che la percentuale di ragazzi tra i 18 e i 24 anni che sono andati a votare è del 36% (e poi vi spiegheremo il motivo) ma Letta dimentica di dire che quello tra i 25 e i 34 anni è del 58% (forse non sono giovani?), quello tra i 34 e 38 anni è del 72%. Citare solo il primo dato è falsificare la realtà  del voto giovanile.
2) Ecco invece come hanno votato i giovani, affinche’ Letta si metta l’anima in pace su chi ha affossato il loro futuro: tra il ragazzi 18-24 enni il 73% ha votato per restare in Europa, tra i 25-49 enni il 57% ha votato per rimanere nella Ue.
Il cambio di direzione avviene solo quando si varca la soglia dei 50enni.
Da 50 a 65 anni chi ha votato per uscire è infatti del 56% e sale al 60% tra gli over 65.
Dati ufficiali che dimostrano che Letta ha preso un clamoroso abbaglio.
Sono le persone oltre i 50 anni che hanno affossato l’Europa, non i giovani.
3) Facile dire “i giovani non sono andati a votare”: in realtà  chi ha oltre 24 anni a votare c’e’ andato. Semmai il discorso riguarda la fascia tra i 18 e i 24 anni.
Ma qui qualcuno dovrebbe dire la verità : per votare questo referendum bisognava registrarsi, uno non poteva il giorno del voto recarsi al seggio senza aver a tempo debito richiesto il documento.
E il termine ultimo è stato parecchio tempo prima, il 7 giugno per l’esattezza.
A dimostrazione che molti giovani volevano votare, citiamo il Financial Time che proprio in quel giorno scriveva:
“Il termine per la registrazione, obbligatoria per partecipare al voto, scade oggi a mezzanotte e negli ultimi giorni i numeri delle registrazioni hanno segnato un’impennata: ieri sono state 226mila le richieste di registrazione, il secondo maggior numero da quando sono state introdotte nel 2014 e secondo la Commissione Elettorale per due terzi sono giunte da giovani sotto i 34 anni. Dall’inizio di giugno sono state 700mila le richieste di registrazione, per 211mila da giovani con meno di 25 anni e per 240mila da 25-34enni. Da quando è iniziata la campagna sono 1,65 milioni le persone che si sono registrate”.
Quindi i giovani, quando hanno compreso che era in gioco il loro futuro, hanno cercato di far sentire la loro voce, ma un regolamento assurdo non ha permesso a tutti di esprimersi.
Proprio negli ultimi 15 giorni, quando la campagna è entrata nel vivo, hanno trovato la porta barrata.
Per non parlare di 2 milioni di britannici residenti all’estero che non hanno potuto esprimersi.
Peccato che Enrico Letta queste cose le abbia dimenticate, finendo per alimentare la propaganda dei “vecchi” che dopo aver sparato a raffica contro le giovani generazioni adesso vogliono nascondere il kalashnikov.

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ECCO CHI HA VOTATO PER USCIRE DALLA UE: I DATI DEL NATIONAL OFFICE FOR STATISTICS

Giugno 26th, 2016 Riccardo Fucile

I RISULTATI DICONO CHE IL REMAIN E’ PIU’ FORTE DOVE CI SONO GIOVANI, ISTRUITI E STRANIERI INTEGRATI

Riprendiamo il controllo dei nostri confini. Era questo uno degli slogan utilizzato dai sostenitori della campagna per il leave nel referendum sulla Brexit.
Che, elemento paradossale, ha fatto maggiormente breccia in quelle zone del Regno Unito dove è più bassa la presenza degli immigrati.
I giovani contro i vecchi, le persone più istruite e benestanti contro quelle che hanno studiato meno e appartengono alla working class: l’analisi del voto sul referendum sulla permanenza nell’Unione europea consegna un’Inghilterra divisa in due.
C’è però un ulteriore elemento a dividere il Paese, ovvero la presenza di stranieri. Paradossalmente, dove è più alta la percentuale di immigrati, più bassa è stata la percentuale del leave.
Come a dire che chi vuole chiudere i confini vive in zone dove è più bassa la concentrazione di persone che questi confini li hanno attraversati.
Per ricostruire come sia andata, Wired ha messo a confronto i risultati del referendum con i dati sulla popolazione residente nata al di fuori dei confini britannici.
Si tratta di una stima effettuata dal National Office for Statistics, l’Istat del Regno Unito.
Precisato che per alcune contee dell’Irlanda del Nord non è stato possibile ricavare il dato sulla presenza degli stranieri, il risultato è questo:   il leave ha trionfato solo in zone nelle quali la presenza di stranieri non va oltre il 22%.
E’ possibile che in questi risultati abbia influito anche il voto degli stranieri:, ma questo non toglie che tanto più la società  è multietnica tanto meno è forte la tendenza all’isolazionismo che invece ha portato al trionfo del leave.
Di questo aspetto del voto sulla Brexit si è accorto il Guardian, che ha realizzato alcuni grafici per analizzare l’esito del referendum.
La scelta di rimanere nell’Unione europea ha poi fatto breccia tra i più giovani, ma anche tra le persone più benestanti e con un livello di educazione superiore.
Sono invece i più anziani, i più poveri e quelli che hanno studiato meno ad aver scelto di dire addio a Bruxelles.
Tendenze che del resto erano emerse anche prima del voto.
Nei giorni immediatamente precedenti all’apertura delle urne, YouGov aveva pubblicato un grafico che mostrava come la propensione al leave crescesse con l’età  degli elettori.
Fatta eccezione per gli elettori dell’Ukip, tutti coerentemente schierati per il leave, si vede bene come tra gli under 30 la prevalenza fosse per il remain.
È solo tra i conservatori e, in parte, tra i sostenitori dello Scottish national party che l’aumento dell’età  ha portato a scegliere di abbandonare l’Unione europea.
Altro aspetto censito da YouGov, l’opinione sulla Brexit in relazione al titolo di studio: anche in questo caso, l’Ukip fa eccezione.
Ma se si guarda agli elettori degli altri partiti, si vede bene come più è alto il titolo di studio, più è forte la tendenza verso il remain.
E mentre la Gran Bretagna è impegnata nell’analisi del voto, il Paese deve iniziare a confrontarsi con le prime conseguenze della vittoria del leave: la sterlina che crolla ai livelli più bassi da trent’anni a questa parte, Standard&Poor’s che annuncia che Londra perderà  il rating Aaa, il premier David Cameron che annuncia le dimissioni. Ma anche una richiesta di ripetere il voto così forte tra gli elettori che il sito del governo sul quale è possibile pubblicare e sottoscrivere petizioni è andato in crash per il troppo traffico.
Quali saranno le conseguenze di questo referendum, che ha comunque un valore esclusivamente consultivo, è insomma una storia ancora tutta da scrivere.

(da “Wired”)

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ORGOGLIO EUROPEO: UN GRUPPO DI RAGAZZI COMPRA UNA NAVE PER SALVARE I PROFUGHI NEL MEDITERRANEO

Giugno 26th, 2016 Riccardo Fucile

LA FONDAZIONE JUGEND RETTET E’ FONDATA DA DUE GIOVANI DI 20 E 23 ANNI… HANNO RACCOLTO 300.000 EURO, PRESTO LA BARCA PRONTA A PARTIRE, CON UN EQUIPAGGIO DI PROFESSIONISTI E VOLONTARI

Quando hai vent’anni ci sono diversi modi di pensare al mare.
Puoi avere in testa solo una vacanza, una bella foto da condividere con gli amici. Oppure avere uno sguardo inquieto che riesce a spingersi un po’ più in là , oltre l’indifferenza e oltre una politica umanitaria che di umano ha ancora poco.
Seguendo quest’ultima strada, un gruppo di nove ragazzi tedeschi, tutti giovanissimi, ha deciso di raccogliere i fondi per comprare una nave, rimetterla a nuovo e trasformarla in un’imbarcazione da salvataggio, per i migranti che attraversano il Mediterraneo in fuga da miseria e guerra.
Un’idea ambiziosa e coraggiosa, un progetto serio, elaborato nei minimi dettagli, che nel giro di un anno è diventato qualcosa di più.
Grazie a una campagna di crowdfunding divisa in due fasi sono stati ottenuti oltre 300mila euro, e presto la barca sarà  pronta per partire e pattugliare il mare per sei mesi, guidata da un equipaggio di professionisti e volontari.
L’associazione che ha promosso l’iniziativa si chiama Jugend Rettet, ed è stata fondata da due giovani di Berlino, Jakob Schoen, e Lena Waldhoff, rispettivamente 20 e 23 anni.
Alla base c’è la volontà  di fare qualcosa di concreto per affrontare l’emergenza migranti, e allo stesso tempo di creare una rete europea, una sorta di piattaforma di discussione tra i giovani, per promuovere la partecipazione e sviluppare il tema del soccorso in mare e quello delle politiche di asilo.
“Siamo un gruppo di giovani con la possibilità  di cambiare qualcosa — spiega Jakob Schoen sul sito del progetto — Una nave non è una soluzione a lungo termine. Tuttavia servirà  a salvare vite umane. E farà  sorgere una domanda: perchè al posto dei governi europei, sono i giovani, con una loro iniziativa privata, a doversi fare carico di questa missione?”.
Sul sito viene mostrata la timeline aggiornata e dettagliata.
Il primo passo viene compiuto a giugno del 2015, pensando alle ultime stragi di migranti sulle rotte del Mediterraneo.
I numeri dell’anno precedente sono spaventosi: nel 2014 almeno 3500 persone non sono sopravvissute al viaggio per raggiungere le coste dell’Europa e sono state inghiottite dal mare.
Anche se potrebbero essere molte di più, perchè una stima esatta delle vittime di naufragi è impossibile farla.
Da qui, dal senso di impotenza di fronte a un dramma senza precedenti, e dalla sensazione che l’Europa stia voltando lo sguardo dall’alta parte, arriva la spinta, nasce l’idea di mettersi in gioco in prima persona, e recuperare una nave per aiutare i richiedenti asilo che si trovano in mezzo al mare.
Così la squadra di ragazzi comincia a studiare per verificare la fattibilità , e prende contatti con organizzazioni come Greenpeace, che già  hanno portato avanti esperienze di questo tipo, per avere consigli pratici su come fare.
Il progetto è ben fatto e ben concepito, e in pochi mesi arrivano adesioni, proposte di collaborazione, piccole e grandi donazioni.
“Il nostro obiettivo è semplice: meno morti nel Mediterraneo. Da una parte c’è la nave, impiegata per le missioni di soccorso. Dall’altra, Jugend Rettet vuole costruire una rete europea dedicata ad adolescenti e giovani, che vogliano scambiarsi opinioni e pensieri sul ruolo dell’Europa in questa emergenza umanitaria. In questo modo le persone hanno la possibilità  di essere coinvolti nella discussione sulle politiche di asilo”.
Per questo l’associazione ha promosso, oltre alla raccolta fondi per sostenere le spese, anche la creazione di gruppo di “ambasciatori” del progetto, distribuiti per il momento in tutto il nord Europa.
La nave scelta è un’imbarcazione olandese, in grado di ospitare un centinaio di persone. Ha delle caratteristiche precise, è dotata di scialuppe, giubbotti di salvataggio e serbatoi di acqua dolce, per soccorrere chi si trova in stato di disidratazione.
A bordo ci sarà  una squadra di professionisti, medici, skipper, e operatori, aiutati da volontari.
Dieci persone suddivisi in turni bisettimanali. “Un equipaggio professionale garantisce che le operazioni siano condotte in modo sicuro e serio. Ma l’organizzazione vuole anche dare ad alcuni giovani la possibilità  di partecipare direttamente nelle missioni di soccorso come marinai”.
La partenza è prevista per la fine di giugno.

Giulia Zaccariello
(da “il Fatto Quotidiano”)

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IL DIVORZIO TRA GRAN BRETAGNA E UE NON E’ AUTOMATICO: ECCO GLI SCENARI

Giugno 26th, 2016 Riccardo Fucile

PRIMA LA NOTIFICA DELL’ART. 50 DEL TRATTATO DI LISBONA, MA CON CAMERON DIMISSIONARIO SE NE PARLERA’ IN AUTUNNO… MA NON MANCANO LE VIE D’USCITA: “L’ACCORDO FINALE DOVRA’ ESSERE SOTTOPOSTO AGLI ELETTORI, POSSIBILE UN RIPENSAMENTO”

“L’importante è che, fino a che l’accordo di uscita non viene definito, la Gran Bretagna resta membro a pieno titolo dell’Ue con tutti i diritti e i doveri”.
Due giorni dopo lo shock della vittoria del Leave al referendum di giovedì, è Angela Merkel a mettere in chiaro quale sia davvero l’effetto del voto dei britannici: solo un’indicazione al loro governo.
Che, ha continuato la Cancelliera, “immagino voglia mettere in pratica le decisioni del referendum”. Infatti a oggi il Regno Unito fa ancora parte, a tutti gli effetti, dei 28 Stati membri. E non sarà  fuori fino a quando il primo ministro inglese non attiverà  il detonatore chiamato articolo 50. Cioè quel paragrafo del trattato di Lisbona sul funzionamento dell’Unione europea che disciplina la possibilità  di recesso da parte di un Paese membro. La procedura è lunga, complicata e senza precedenti. Così, mentre mercati, cancellerie e cittadini smaltiscono lo shock post voto, è proprio questo l’oggetto del braccio di ferro tra i leader europei e il premier dimissionario David Cameron.
L’esito è difficile da prevedere: secondo la stampa inglese, più l’attivazione dell’articolo 50 viene rimandata meno si può escludere che in autunno gli inglesi tornino alle urne per eleggere un nuovo governo che potrebbe addirittura tentare di ribaltare l’esito della consultazione del 23 giugno.
“Possibile, visto che si è trattato di un referendum solo consultivo, ma altamente improbabile“, dice a ilfattoquotidiano.it Justin Frosini, docente del dipartimento Studi giuridici dell’università  Bocconi e direttore del Center for constitutional studies and democratic development fondato da università  di Bologna e Johns Hopkins University.
“Potrebbe invece succedere che ad essere sottoposto agli elettori sia l’accordo di uscita che verrà  raggiunto con la Ue. E a quel punto, in caso di vittoria dei contrari, il processo di exit potrebbe davvero bloccarsi”.
Il “divorzio” inizia con la notifica dell’articolo 50
“Ogni Stato membro può decidere di recedere dall’Unione conformemente alle proprie norme costituzionali”, recita l’articolo 50.
Per farlo deve notificare al Consiglio europeo l’intenzione di separarsi e negoziare un accordo di ritiro. Solo in quel momento partirà  il conto alla rovescia al termine del quale i trattati europei cesseranno di essere applicati nei confini del Paese.
Il Regno Unito smetterà  di partecipare alle decisioni del Consiglio e dovrà  rinegoziare 80mila pagine di accordi europei, stabilendo quali mantenere nell’ordinamento inglese.
L’accordo dovrà  poi essere approvato dal Consiglio stesso a maggioranza qualificata previa approvazione del Parlamento.
In mancanza di intesa, l’uscita diventerà  comunque effettiva a due anni dalla notifica. A meno che lo Stato e il Consiglio europeo non concordino nel prorogare quel termine. In assenza sia di nuovi accordi commerciali sia di una proroga, per la Gran Bretagna torneranno in vigore le regole del World Trade Organisation: vale a dire che, per esempio, le merci esportate nella Ue saranno soggette a dazi.
Juncker incalza, i Tories prendono tempo
In questa cornice, venerdì il presidente della Commissione Jean Claude Juncker ha incalzato: “Ci aspettiamo che il governo inglese dia effetto alla decisione il più velocemente possibile”.
Ma Cameron, dopo aver perso la scommessa più rischiosa della sua carriera politica, ha preso tempo annunciando che a tirare il grilletto facendo partire il processo formale e legale che porterà  alla “exit” vera e propria sarà  il prossimo premier.
La cui scelta, in base al sistema costituzionale inglese, spetta al partito conservatore uscito vincitore dalle elezioni del 2015: a guidare il governo sarà  il leader che uscirà  dal congresso dei Tories in calendario la prima settimana di ottobre.
“Ma il partito è spaccato”, fa notare Frosini. “Una parte si oppone a quello che sembrava il successore designato di Cameron, Boris Johnson, che ha cavalcato il Leave per motivi meramente politici ma secondo me è rimasto spiazzato dalla vittoria”.
Intanto lo stesso direttore della campagna “Vote Leave”, Matthew Elliott, sembra tutt’altro che desideroso di accelerare i tempi: “Non riteniamo ci sia bisogno di invocare subito l’articolo 50, è meglio che le acque si calmino durante l’estate e in quel periodo ci siano negoziati informali con gli altri Stati”, ha detto in un’intervista a Reuters.
L’ipotesi di uno stop prima ancora di far partire la trattativa
Secondo il Guardian, più i “Brexiter” se la prendono comoda più l’elettorato (alle prese con l’inevitabile indebolimento della sterlina) diventerà  impaziente, i parlamentari pro Ue — che sono la maggioranza — si mobiliteranno contro l’uscita e si concretizzerà  l’ipotesi di nuove elezioni generali, con nuovi leader sulla scena.
A quel punto la richiesta di rivedere la decisione del referendum “non sarebbe inconcepibile“, scrive il quotidiano liberal.
E torna in mente la frase della Merkel, quell’”immagino che anche la Gran Bretagna voglia mettere in pratica le decisioni del referendum” che sembra lasciare aperto uno spiraglio alla possibilità  del ripensamento.
Questo proprio mentre la petizione al Parlamento europeo per ripetere la consultazione ha raggiunto tre milioni di firme.
Tanto più che la Cancelliera tedesca ha aggiunto: “Non mi bloccherei sulla questione dei tempi brevi” per l’attivazione dell’articolo 50. Il contrario di quanto aveva affermato poche ore prima Juncker. Sul tema, sempre invocando la calma, è intervenuto anche il ministro britannico alle Attività  produttive Sajid Javid: “Non è necessario decidere subito quando invocare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, che contiene la clausola di recesso dall’Unione europea”.
…e quella del ripensamento ex post
“La petizione per un nuovo referendum dovrà  essere discussa dal Parlamento di Westminster ma difficilmente avrà  successo, perchè modifica ex post il quorum funzionale e quello relativo all’affluenza”, spiega Frosini.
“E’ più che altro il segnale politico che arriva da un Paese spaccato tra giovani e vecchi e da quei 2 milioni di elettori (più dello scarto tra Leave e Remain, ndr) a cui non è stato consentito di votare perchè residenti all’estero da oltre 15 anni“.
Poco probabile anche, secondo il docente, che il governo non attivi la procedura per l’uscita. “Potrebbe invece accadere che una volta inviato l’atto di notifica dell’articolo 50 e rinegoziati tutti i rapporti con la Ue, l’accordo finale sia sottoposto a un nuovo referendum. Dando la possibilità  di un ripensamento ex post sul Brexit”.
E a quel punto, inevitabilmente, per il Regno Unito o quel che ne resterà  sarebbe necessario ripercorrere tutta la procedura di adesione all’Unione.

Chiara Brusini
(da “il Fatto Quotidiano”)

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