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MONACO SOTTO ASSEDIO, SPARI IN CENTRO COMMERCIALE, ALMENO SETTE MORTI, ATTENTATORI IN FUGA

Luglio 22nd, 2016 Riccardo Fucile

LA POLIZIA: “AL MOMENTO NESSUNA INDICAZIONE DI PISTA ISLAMICA”… UNO DEGLI ATTENTATORI: “SONO TEDESCO, STRANIERI DI MERDA”

Monaco di Baviera è sotto assedio per un attentato terroristico in corso.
Le autorità  hanno dichiarato “lo stato d’emergenza” in tutta la città . Arrivate le forze Speciali Gsg9 della polizia per dare la caccia ai tre sospetti attentatori che al centro commerciale Olympia hanno ucciso almeno 6 persone ferendone molte altre.
La polizia ha anche esortato i cittadini di tutta la città  – dove ogni trasporto pubblico è stato sospeso – a restare in casa. In un comunicato ufficiale la polizia di Monaco ha parlato di una “grave situazione terroristica”.
Tutto è iniziato poco prima delle 18 in un fast food nel centro commerciale nel quartiere Moosach, la zona che ospitò il villaggio delle Olimpiadi del 1972, ma per parlare di terrorismo la polizia ha atteso le 20.
Le esplosioni si sentono chiaramente in un video amatoriale trasmesso dalle tv all news tedesche, in cui si vede la gente in fuga e un uomo che esce dal McDonald’s con una pistola in mano sparando sui passanti. Non si sa ancora chi lo abbia pubblicato su Twitter.
C’era anche un uomo che sparava dal tetto del centro commerciale.
Lo riferiscono testimoni ai media locali, mentre le tv mostrano un video che mostra appunto un uomo, molto probabilmente armato, sul tetto del centro commerciale. “Testimoni hanno riferito di tre persone con armi da fuoco”: lo scrive la polizia di Monaco sulla sua pagina Facebook
Secondo il quotidiano Tagersspiegel, che cita fonti della polizia, almeno uno dei tre killer che ha aperto il fuoco avrebbe indossato un giubbotto antiproiettile.
Le stesse fonti riferiscono che gli attentatori sarebbero armati con fucili d’assalto. Testimoni oculari hanno detto che gli autori della sparatoria imbracciavano “fucili” e hanno sparato a caso sui passanti. Lo ha riferito la tv bavarese Br, aggiungendo che le motivazioni dell’attacco sono ancora ignote.
Il giornale ha anche pubblicato un video, che sembra girato da un edificio sovrastante al tetto del supermercato della sparatoria, in cui si vede il presunto attentatore. Secondo il quotidiano il presunto terrorista urla “sono tedesco”.
La tv N24 ha riferito che una testimone oculare avrebbe sentito uno dei tre attentatori gridare “stranieri di merda”.
La notizia non ha al momento una conferma ufficiale ma viene riferita anche dal sito del quotidiano locale Abendzeitung citando “altri testimoni”, ma aggiunge che si tratta di “voci”.
Il sito della rivista tedesca Focus riferisce che sarebbe stato arrestato uno dei tre terroristi. Ma la polizia ha smentito.
In centro si sono diffuse voci, anche queste poi smentite, di altri attentati. Ci sono state scene di panico, le persone che affollavano l’area pedonale hanno gridato, alcune sono scoppiate in lacrime, accentuando il caos.
La situazione resta totalmente caotica. Testimoni oculari riferiscono che tutti i negozi del centro di Monaco sono chiusi con i clienti asserragliati all’interno che non escono. La stessa polizia ha lanciato l’appello a non percorrere le piazze e a cercare rifugio dove possibile.
Oltre ad evacuare tutta la metro la polizia ha chiuso la stazione centrale della città  bavarese, la Hauptbahnof. Bloccati tutti i treni in arrivo e in partenza. In stazione la gente ha iniziato a camminare sui binari per scappare. Il traffico automobilistico in entrata verso la città  è bloccato. Fermi i trasporti pubblici
Una portavoce delle forze dell’ordine ha confermato che nel centro è in corso una seconda operazione di polizia, separata rispetto a quella scattata in seguito alla sparatoria nel centro commerciale.
Testimoni citati dalla stampa locale hanno parlato di 15 corpi a terra. Altre fonti riferiscono di almeno sei morti.
“Al momento è in corso una grande operazione, si prega di evitare la zona”, scrive la polizia di Monaco di Baviera su Twitter. “A causa della situazione ancora poco chiara chiediamo a tutte le persone nell’area urbana di Monaco di stare a casa o di cercare protezione negli edifici vicini a dove si trovano”, afferma ancora la polizia
“La polizia è molto nervosa, gruppi di 10-12 poliziotti pattugliano la zona dove è avvenuta la sparatoria e si muovono armi alla mano in tutte le direzioni”, riferisce un reporter della tv pubblica bavarese Br sul luogo.
Sul posto sono giunte le truppe speciali, pompieri e decine di ambulanze. “L’intera zona attorno al centro commerciale Olympia è stata evacuata, l’azione della polizia è in corso”.
Il presidente della Baviera Horst Seehofer e il ministro dell’Interno del Land Joachim Hermann hanno riunito l’unità  di crisi alla cancelleria di Monaco. Hermann è rientrato precipitosamente in città  appena avuta notizia della sparatoria.
La Farnesina ha attivato l’Unità  di crisi. Lo ha annunciato il ministero degli Esteri in un tweet. Sono in corso verifiche con il consolato generale italiano
I social media hanno attivato un “safety check” dopo l’attentato di Monaco per far sapere ad amici e followers che si sta bene. E come già  accaduto in altri attentati diversi abitanti di Monaco offrono ospitalità  a chi è rimasto in mezzo alla strada. Usano su Twitter l’hashtag #OffeneTà¼r oppure #opendoor, ovvero ‘porta aperta’ in tedesco e inglese, per informare la gente dove è possibile rifugiarsi.

(da “la Repubblica”)

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SONDAGGIO IXÉ: PER GLI ITALIANI CONTRO IL TERRORISMO SERVE PREVENZIONE E NON LE MANIERE FORTI

Luglio 22nd, 2016 Riccardo Fucile

PER IL 75% GLI ATTENTATI DELL’ISIS NON METTONO IN PERICOLO LA SOCIETA’ MULTICULTURALE

Gli italiani sono contro le maniere forti ma per una maggiore prevenzione nel contrasto al fondamentalismo islamico.
E’ quanto emerge da un sondaggio condotto da Ixè per la trasmissione di Rai Tre Agorà .
Il 69% degli intervistati ritiene che nei confronti del fondamentalismo servirebbe una maggiore prevenzione, secondo un sondaggio Ixè per Agorà  Estate (Raitre).
Per il 29% andrebbero usate invece le maniere forti.
Non solo: per il 75% degli italiani gli attentati ad opera dell’ISIS che hanno colpito l’Europa nel 2015 – 16 non mettono a rischio la società  multiculturale.
Solo per il 23% invece questa integrazione è a rischio.
E ancora: il 63% degli italiani non è d’accordo con la dichiarazione del premier Valls, che ritiene di essere in guerra con i terroristi dell’ISIS, secondo un sondaggio Ixè per Agorà  Estate (Raitre).
Il 36% invece pensa che siamo in conflitto con i terroristi.
Quanto al recente attacco di Nizza, il 42% degli italiani crede che l’attentatore dello scorso 14 luglio sia un soldato dei terroristi dell’ISIS.
Ma per la maggioranza degli intervistati, il 51%, era solo un emarginato con problemi psichici.
Infine, a proposito delle presidenziali Usa, il 69% degli italiani voterebbe per la candidata democratica Hillary Clinton.
Solo il 19% darebbe fiducia al candidato repubblicano Donald Trump.

(da “Huffingtonpost“)

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“IMPREPARATI A GOVERNARE”: L’ECONOMIST COLPISCE ANCORA

Luglio 22nd, 2016 Riccardo Fucile

IL SETTIMANALE ECONOMICO NON SI FIDA DEI CINQUESTELLE AL GOVERNO: “IL LORO PROGRAMMA UN GROVIGLIO DI INGENUITA’ E CINISMO”

“Un partito che ha davanti un chiaro sentiero verso la vittoria ma nozioni ambigue su cosa fare se vince”.
Così il settimanale britannico The Economist analizza, in un lungo articolo da Torino, la “questione” Cinque Stelle con un attenzione particolare sulla vittoria di Chiara Appendino.
“La difficile prospettiva economica è una delle ragioni per cui alle scorse Comunali” Appendino “ha posto fine a 23 anni di governo del centrosinistra” a Torino, scrive The Economist allargando poi il raggio a tutto il Movimento.
“Il suo più grande vantaggio ad attrarre sia a destra sia a sinistra”, osserva il settimanale londinese spiegando come questa particolarità  renda i 5 Stelle “molto efficaci” in un sistema a doppio turno.
E, ricorda The Economist, grazie alla nuova legge elettorale l’Italia ha un sistema a doppio turno “non solo a livello locale ma anche nazionale”.
Ma, sottolinea il foglio d’Oltremanica, “il M5S è impreparato a governare. I suoi impulsi di destra e di sinistra sono in tensione” e, “peggio, gli sforzi del Movimento per stimolare gli input dai cittadini sono, sebbene lodevoli, hanno lasciato il loro programma in un groviglio di ingenuità , ambiguità  e cinismo”, scrive The Economist facendo alcuni esempi: “la loro politica estera è pervasa di anti-americanismo” laddove sul piano economico viene proposto un referendum sull’euro che “può essere incostituzionali”. Ma, “coerenti o meno, i 5 Stelle sono popolari e, al ballottaggio, secondo i sondaggi vincerebbe. E l’Italia potrebbe ritrovarsi a dare più potere al suo governo solo per eleggere un partito che non ha idea di come usarlo”.

(da “Huffingtonpost“)

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FINISCE UN’ERA NEL PORTO DI GENOVA: SI SCARICA L’ULTIMA NAVE CARBONIERA

Luglio 22nd, 2016 Riccardo Fucile

DALL’800 L’ORO NERO ERA IL RISCATTO DEI CAMALLI

Nel linguaggio portuale, le merci «alla rinfusa», secche o liquide, sono quelle che viaggiano nelle stive senza essere imballate.
Durante l’epoca del vapore, il carbone che alimentava fabbriche, treni e le stesse navi che lo trasportavano, era il principe delle rinfuse: nel 1900, a Genova, di questa merce ne venivano scaricate 2 milioni di tonnellate.
Stasera la nave «Interlink Veracity» consegnerà  sotto la Lanterna le ultime 20 mila tonnellate di combustibile destinate alla centrale Enel del porto.
Trasmesso l’ultimo watt di energia, si inizierà  lo smantellamento dell’area per riconsegnarla al demanio.
In base agli accordi, tutto dovrà  tornare come al 1929, quando l’impianto iniziò l’attività .
Rimarrà  solo il corpo centrale, sotto vincolo dei Beni culturali, la cui futura destinazione con buone probabilità  sarà  nei prossimi decenni argomento di campagne elettorali e dibattiti nei bar.
Dopo la «Interlink», il porto di Genova terminerà  di movimentare carbone.
In termini di salute umana e dell’ambiente, è un’ottima notizia. In termini storici, si chiude un’epoca: se oggi la metà  dei traffici del porto è costituita dal greggio, fino al secondo dopoguerra questa quota era coperta proprio dalla rinfusa nera.
A inizio ‘900, dei 7.000 lavoratori avviati quotidianamente al lavoro di banchina, 3.500 erano carbunè, divisi in facchini, coffinanti, scaricatori, pesatori.
Le navi in arrivo da Germania e Gran Bretagna affollavano la rada del porto, il carbone, scrive Pierfrancesco Pellizzetti nel saggio «Ragnatela di mare», era scaricato mediante chiatta, stipato in coffe (ceste) da 150 chili l’una, portate a spalla dai facchini lungo assi sospese larghe 30 centimetri.
Ogni giorno si caricavano 350-400 vagoni ferroviari destinati ad alimentare le industrie del Nord Italia, la giornata nella stagione mite arrivava a 14 ore, con paghe tra 2 e 5 lire.
Quando sotto l’azione di Gino Murialdi i lavoratori del carbone ottennero la loro prima casa in porto, una delle prime conquiste furono le docce, che portavano via la fuliggine di giornata.
Il carbone fu lo strumento attraverso cui i portuali poterono riscattarsi, lottando contro il caporalato, ottenendo potere negoziale verso la committenza, organizzandosi in lega per la prima volta nel 1892, dividendosi in cooperative, riunendosi in compagnia durante il fascismo, riformandosi sotto il nome di «Pietro Chiesa» nel dopoguerra. Con Murialdi, organizzatore della Compagnia, Chiesa fu il tribuno dei carbunè, e il primo firmatario del loro contratto collettivo di categoria.
Piemontese e socialista riformista come Murialdi, Chiesa fu anche il primo operaio in Parlamento e fondatore a Genova de Il Lavoro, il giornale della classe lavoratrice, essenziale strumento di affrancamento in quegli anni duri.
Gli ultimi elevatori a traliccio su Ponte Rubattino vennero abbattuti dopo la tromba d’aria del 1994, nella quale morì il gruista Armando Pinelli.
Il Terminal Rinfuse rimase con le gru che si vedono oggi, e che hanno una quarantina d’anni di attività .
Oggi la Compagnia ha 30 soci lavoratori, con stipendio da 600 a 1.200 euro al mese.
Il carbone serviva solo più alla centrale Enel, ma sul Terminal (il cui ultimo proprietario, il gruppo Ascheri, è in concordato preventivo) arriva ancora petcoke, clinker e ceneri per i cementifici, sabbie varie per la produzione di piastrelle, silicio per l’hi-tech, sale quando l’inverno gela le strade.
Recuperare con altra merce le 300 mila tonnellate annue di carbone garantite dalla vecchia centrale non è facile, ma nessuno in questo angolo di porto sotto la Lanterna vuole arrendersi.
Non l’otto volte console della Pietro Chiesa, Tirreno Bianchi («non cambieremo mai nome: carbunè è il nostro marchio e non lo lasceremo»), non il terminalista Augusto Ascheri che impiega 40 persone e che è in trattativa per cercare un nuovo partner industriale: negli ultimi è emersa una trattativa con la famiglia Ottolenghi, industriali partiti da Torino che hanno fatto di Ravenna il primo porto rinfusiero in Italia. Nemmeno l’armatore della «Interlink», Pietro Repetto della Levantina Bulk: «Bisogna guardare avanti, senza piangersi addosso. Finisce l’epoca del carbone, è vero. Ma questa rimane una città  con potenzialità  enormi: è da quest’idea che dobbiamo ripartire. I mugugni non servono a nulla».

Alberto Quarati
(da “la Stampa”)

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ALTRO CHE INVASIONE, I PAESI RICCHI OSPITANO SOLO IL 9% DEI RIFUGIATI

Luglio 22nd, 2016 Riccardo Fucile

USA, CINA, GIAPPONE, FRANCIA, GRAN BRETAGNA E GERMANIA ACCOLGONO SOLO 2 MILIONI DI PROFUGHI, MENTRE GIORDANIA, LIBANO, TURCHIA, SUD AFRICA, PAKISTAN E PALESTINESI NE ACCOLGONO 12 MILIONI

Ricche lo sono certamente. Ma, qualche volta, non nella solidarietà : sono le grandi potenze economiche mondiali.
In quante occasioni, in rissosi talk show televisivi, sentiamo qualche ospite gridare alla cosiddetta “invasione” di migranti e richiedenti asilo in arrivo.
Ebbene, di fronte a questo tentativo di aumentare la paura nell’opinione pubblica, spesso non basta appellarsi a quei principi di ospitalità  e inclusione che sono – e dovrebbero continuare ad essere – a fondamento della cultura europea.
Occorre quindi riportare la discussione sui dati. Oggettivi. Incontestabili.
E i dati dicono che i sei paesi più ricchi nel mondo – Stati Uniti, Cina, Giappone, Germania, Francia e Regno Unito – pur contribuendo per più della metà  all’economia globale, ospitano meno del 9% dei rifugiati.
Mentre altri sei paesi, ben più poveri ma vicini alle peggiori aeree di crisi, si stanno facendo carico del 50,2% dei rifugiati e richiedenti asilo di tutto il mondo.
Sono le cifre inserite nel rapporto di Oxfam “La misera accoglienza dei ricchi del mondo”.
Numeri che riportano su un piano di realtà , le dimensioni di un fenomeno troppo spesso affrontato con frasi fatte e non a partire dalle sue dimensioni reali.
Il rapporto rivela infatti, come l’anno scorso le sei maggiori economie del pianeta hanno ospitato complessivamente 2,1 milioni di rifugiati e richiedenti asilo, ossia solo l’8,88% del totale.
Un dato molto inferiore alla risposta di Giordania, Turchia, Libano, Sud Africa, Pakistan e Territorio Palestinese Occupato che – pur rappresentando meno del 2% dell’economia mondiale – hanno accolto oltre 11,9 milioni di persone.
In questo contesto i numeri relativi all’Italia, che ospita 134.997 persone (lo 0,6% del totale), sono ancora lontani da quelli raggiunti dalla Germania nell’ultimo anno. Questo paese infatti, in controtendenza rispetto alle altre cinque maggiori economie mondiali, ha aumentato il numero dei rifugiati accolti entro i propri confini arrivando a 736.740 persone.
Il rapporto di Oxfam ci dice, in sintesi, che anche sul fronte dell’accoglienza si può dare di più. Molto di più.
Per dare una speranza a 65 milioni di uomini, donne, anziani e bambini – il più alto numero mai registrato – in fuga da conflitti, persecuzioni e violenza e troppo spesso obbligati a rischiare la propria vita per raggiungere un luogo sicuro.
Siamo di fronte a una sfida complessa, che richiede una risposta globale ben coordinata e responsabilità  condivise per affrontare due temi cruciali come l’accoglienza e la risoluzione dei conflitti e delle cause di instabilità  in Siria, ma anche in altri paesi come Sud Sudan, Burundi, Iraq e Yemen.
A New York, il 19 e 20 settembre, la comunità  internazionale affronterà  il tema delle migrazioni con due summit di alto livello, convocati da Ban Ki Moon e da Barack Obama.
I due leader, giunti entrambi al termine del proprio mandato, avranno quindi l’occasione di fare la storia anche su questo tema, determinando una inversione di tendenza nel modo in cui fino ad oggi le persone in fuga sono state accolte e protette. Questo sarà  possibile innanzitutto rigettando accordi che delegano ai paesi più vulnerabili e vicini alle aree di crisi il ruolo di guardiani delle frontiere delle aree più ricche del mondo, a scapito dei diritti delle persone che questi accordi dovrebbero – prima di tutto – proteggere.
E’ quello che è avvenuto con l’accordo UE-Turchia, che dalla sua entrata in vigore ha lasciato migliaia di uomini, donne e bambini in condizioni critiche e in assenza di certezze sui propri diritti, e che adesso rischia di essere visto come un precedente da altri paesi. Il Kenya, a esempio, ha annunciato la chiusura del campo profughi di Dadaab, affermando che, se l’Europa può permettersi di non accogliere i siriani, allora il suo governo può fare altrettanto con i somali.
Un altro modello è però possibile.
Basta avere la volontà  politica di proteggere i diritti umani delle persone che oggi sono costrette a fuggire e quella di gestire il processo migratorio: un fenomeno che ha sempre determinato la storia del mondo e lo sviluppo del nostro pianeta.
Per questo Oxfam, con la petizione globale Stand As One, insieme alle persone in fuga,(che in un mese ha già  raccolto più di 100.000 firme on line e in eventi pubblici), chiede ai leader dei paesi più ricchi di accogliere un maggior numero di rifugiati e, allo stesso tempo, di aumentare sostanzialmente gli aiuti a quei paesi che oggi ospitano la maggior parte delle persone costrette a fuggire.
Aiuti che devono essere volti a lottare contro la povertà , garantendo ai cittadini di quei paesi e ai rifugiati lì ospitati una accoglienza dignitosa e reali opportunità  di lavoro, integrazione, educazione.
E’ qualcosa di possibile, realistico, necessario. È un investimento sul futuro.
Quello che una politica alta, nobile, espressione di una vera “comunità  internazionale”, dovrebbe garantire.

(da “Huffingtonpost“)

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AIUTI AI POVERI, IL 25% FINISCE A FAMIGLIE BENESTANTI

Luglio 22nd, 2016 Riccardo Fucile

LA DENUNCIA DI INPS E IRS… IL 44% DEI NUCLEI PIU’ DISAGIATI NON RICEVE ALCUN SOSTEGNO ECONOMICO

Sono diciotto i miliardi pubblici destinati sulla carta ogni anno agli anziani poveri.
Ma di questi, quasi cinque finiscono in mano a famiglie che povere certamente non sono, perchè guadagnano più di 23 mila euro netti l’anno.
Nelle stesse tasche va anche il 16% delle spese per assegni familiari e detrazioni per i figli a carico.
Tiriamo le somme: un quarto di tutte le spese statali per prestazioni assistenziali va a chi ha redditi più che dignitosi.
E una parte di queste a famiglie decisamente benestanti.
A darci il senso di un welfare malato di strabismo sono due recenti rapporti: uno dell’Inps, l’altro dell’Irs, l’Istituto per la ricerca sociale. E proprio ieri il presidente dell’Inps Tito Boeri, in audizione al Senato, ha ricordato gli effetti di questo parziale rovesciamento dello stato sociale.
Ma se c’è chi ha ricevuto aiuti avendone meno bisogno di altri, non c’è da stupirsi se, come rende noto lo stesso Irs, il 44 per cento delle famiglie italiane in povertà  assoluta finisce per non ricevere alcun sostegno economico dallo Stato.
E’ sullo sfondo di questo fallimento, di questa clamorosa eterogenesi dei fini, che sono intervenuti a peggiorare le cose gli effetti catastrofici della lunga recessione italiana.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un aumento della povertà  assoluta, che ormai coinvolge 4 milioni 600 mila persone, il 7,6% della popolazione.
Uno scenario così fosco ha convinto il governo a rilanciare la lotta alla povertà , prevedendo per la prima volta un “reddito di inclusione”, primo passo verso quel reddito minimo già  attivo in quasi tutti i paesi europei, con l’eccezione della Grecia e appunto dell’Italia.
Sperimentato finora in 12 città , il Sostegno per l’inclusione attiva (Sia) – così si chiama il nuovo strumento – dal 2 settembre prossimo sarà  esteso a tutta l’Italia.
A partire da quel giorno i potenziali beneficiari potranno fare domanda e dopo due mesi avere il primo aiuto economico. Ottanta euro a testa, 320 per una coppia con due figli, tetto di 400 euro.
Ma chi lo prenderà ? Quanta parte dei 4,6 milioni poveri assoluti?
La lista dei requisiti non è breve e neppure semplice.
Devi avere un Isee (indicatore della situazione economica) inferiore o uguale a 3 mila euro, non avere altri trattamenti economici pari o superiori a 600 euro, non possedere (nè tu nè alcun altro familiare) auto immatricolate nell’ultimo anno di cilindrata oltre 1300, oppure moto oltre i 250 immatricolate negli ultimi tre anni.
Ma soprattutto nella tua famiglia deve esserci un minore o un figlio disabile o una donna in stato di gravidanza accertata.
E non basta ancora: per avere il beneficio devi totalizzare almeno 45 punti legati a situazioni di particolare disagio: 25 se sei genitore single, 20 se hai 3 figli minorenni, 10 se un familiare non è autosufficiente, e così via.
Questa serie di condizioni limita i beneficiari a 800 mila, un milione di persone, di cui quasi mezzo milione di minori.
Con una spesa di 750 milioni.
Il ministro Poletti spera di raddoppiare il prossimo anno e di coprire in prospettiva un milione di minori. Ma per ora le finanze pubbliche non consentono più di questo.
Altri 160 milioni l’anno verranno dai fondi europei e con questi i Comuni dovranno attivare le misure di inclusione sociale e lavorativa degli stessi poveri.
L’intenzione del governo, insomma, è di creare una misura anti-povertà  unica a livello nazionale e di carattere universale. Ma questo imporrebbe di riordinare quell’intricato coacervo di interventi occasionali, scollegati fra loro, al quale abbiamo dato il nome di assistenza sociale.
Di rimetter mano proprio a quel sistema frammentato e illogico che ha permesso di destinare gran parte della spesa assistenziale anche alle famiglie agiate.
Facciamo qualche esempio. Le detrazioni per i figli a carico ignorano gli incapienti, i quali guadagnano così poco che l’imposta dovuta è più bassa della detrazione che spetterebbe loro.
E avvantaggiano invece per un 20% (rende noto l’Inps) il 30% più ricco delle famiglie, grazie al fatto – spiega Boeri – che si ha diritto allo sconto anche se il reddito familiare è elevato.
Se poi ad essere incapiente è un lavoratore autonomo, non prenderà  neppure l’assegno per il nucleo familiare.
Distorsioni meno gravi pesano sugli anziani poveri.
Per loro ci sono ben otto prestazioni Inps per nulla coordinate e con diversi sistemi di calcolo del reddito richiesto.
Il risultato che un terzo circa delle integrazioni al minimo (le stesse alle quali Matteo Renzi vorrebbe estendere gli 80 euro) va a famiglie sicuramente non povere (oltre i 23 mila euro di reddito disponibile equivalente).
Molte di queste riescono infatti ad avere ugualmente l’aiuto finanziario anche se in famiglia ci sono figli o altri parenti benestanti.
E che dire del nuovo sostegno ai disoccupati, l’Asdi, che esclude chi è senza lavoro da molto tempo? Lo stesso “reddito di inclusione” che sta lanciando il governo lascia a bocca asciutta molte famiglie, a cominciare da tutti i poveri maggiorenni che non vivono con minori.
Insomma, è difficile creare un sistema omogeneo di regole anti- povertà , come vorrebbe il governo, senza rimetter mano alla miriade di misure del passato. Eventualità  che tuttavia è stata in gran parte già  esclusa dal piano governativo.
Tanto da far dire a Boeri che il Sostegno di inclusione attiva “è un primo passo importante verso una misura universale, ma non ancora sufficiente “.

Marco Ruffolo
(da “La Repubblica”)

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LE CASE DELLA ONLUS SVENDUTE AI CAMPIONI DEL MILAN

Luglio 22nd, 2016 Riccardo Fucile

UNA FONDAZIONE CHE DOVREBBE ASSISTERE GLI ANZIANI, VICINA ALLA DIRIGENZA ROSSONERA, CEDE APPARTAMENTI DI LUSSO A PREZZI DI FAVORE… BENEFICIARI ANCHE TRE GIOCATORI DEL MILAN

La Fondazione Opera Pia Castiglioni Onlus di Milano è un ente di assistenza e beneficenza. Per statuto è chiamata ad assistere persone bisognose, soprattutto anziani in difficoltà .
Le sue finalità  caritatevoli sono definite in modo chiaro nell’oggetto sociale depositato alla camera di commercio.
Resta invece ignoto il motivo che ha spinto questa fondazione, che riceve finanziamenti anche a fondo perduto dalla Regione Lombardia, a vendere il proprio patrimonio immobiliare ad alcuni dei campioni che hanno regalato al Milan di Silvio Berlusconi il suo ultimo scudetto, come Ignazio Abate, Zlatan Ibrahimovic e Marek Jankulovski.
A rivelarlo è un’inchiesta giornalistica de l’Espresso, che ricostruisce, attraverso testimonianze, documenti, visure societarie e catastali, l’intera storia degli immobili che l’ente lombardo di assistenza agli anziani ha ceduto a trattativa privata, nel 2011, alle stelle del calcio, a prezzi molto vantaggiosi.
Sul caso, scrive sempre il settimanale, indaga la Procura di Milano con la Guardia di Finanza.
Il procedimento è affidato al pm Giovanni Polizzi, lo stesso magistrato che ha incriminato per corruzione il politico e imprenditore di residenze per anziani Mario Mantovani, ex senatore di Forza Italia e vicepresidente nonchè assessore alla Sanità  della giunta Maroni fino all’arresto, nell’ottobre 2015.
Tornato in libertà , ora Mantovani è sotto processo, ma è sempre consigliere regionale. L’ordinanza d’arresto documenta i suoi stretti rapporti con il presidente dell’Opera Pia Castiglioni, Michele Franceschina.
A sua volta Mantovani, già  sottosegretario del governo Berlusconi, è da vent’anni uno dei politici lombardi più vicini al leader di Forza Italia.
I documenti raccolti da l’Espresso mostrano che il presidente dell’Opera Pia Castiglioni ha venduto a personaggi legati al Milan, tra cui alcuni calciatori che avevano vinto il campionato del 2011, una serie di appartamenti e negozi in un palazzo signorile in via Legnano, nel pieno centro di Milano, con vista sul Castello Sforzesco e sul parco Sempione.
Gli immobili risultano ceduti a prezzi molto favorevoli: meno della metà  del valore di mercato stimato dall’Agenzia delle entrate per appartamenti dello stesso tipo e posizione.

Paolo Biondani e Giuseppe Oddo
(da “L’Espresso“)

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GLI HOTEL PAGATI AL GENERALE UN GENTILE OMAGGIO DEL SOCIO DI VERDINI

Luglio 22nd, 2016 Riccardo Fucile

SPUNTANO PROVE DELLA SUA RETE DI RELAZIONI CON FUSI, REGISTA DEL SISTEMA GRANDI APPALTI

Nel passato del Comandante Generale della Guardia di Finanza, il generale Giorgio Toschi, c’è una scatola di cartone che dice qualcosa dell’uomo, quanto basta dell’ufficiale, molto della sua rete di rapporti che ne avrebbe sconsigliato la nomina il 29 aprile scorso e che forse, e al contrario, a questo punto la spiega.
In quella scatola, custodita nell’ufficio corpi di reato del Tribunale di Firenze, ci sono due fatture per altrettanti soggiorni alberghieri.
Soggiorni del luglio e del settembre del 2008 che il generale non ha mai saldato, perchè qualcun altro lo faceva per lui.
Un costruttore e corruttore che di nome fa Riccardo Fusi, un “pratese” che in quegli anni, a Firenze, dove Toschi era Comandante regionale, contava.
Perchè tasca e “socio occulto” di Denis Verdini.
Perchè Grande Elemosiniere toscano e perno del Sistema trasversale che presiedeva agli assetti politici e imprenditoriali lungo l’Arno.
Almeno fino a quando le inchieste giudiziarie sui Grandi Appalti (2010) non lo hanno travolto insieme al suo gruppo (la BF holding e la BTP), schiantato sotto il peso dei debiti e per il cui crac Fusi risponde ora di bancarotta fraudolenta.
Ultimo, ma non unico, dei processi che lo hanno visto e lo vedono imputato.
Da quello che sta celebrando il suo primo grado a Firenze per la bancarotta del Credito Cooperativo Fiorentino (dove Fusi è imputato con Verdini), a quello chiuso nel febbraio scorso in Cassazione con una sentenza di condanna a 2 anni per la corruzione nell’appalto per la scuola dei Marescialli di Firenze.
REPERTO “B14”
La scatola e il Generale, dunque. Sepolta negli atti del processo per il crack del Credito Cooperativo Fiorentino di Denis Verdini, l’evidenza è numerata “B14”. E, nel 2010, è parte delle migliaia di carte che il Ros dei Carabinieri acquisisce durante le perquisizioni negli uffici del Gruppo Fusi.
All’interno, una messe di fatture, molte delle quali intestate “UNA hotel”, la catena alberghiera di cui Fusi è proprietario.
La scatola appare da subito un formidabile strumento di lettura della rete di relazioni di Riccardo Fusi, oltre che prova del suo rapporto “a catena” con Denis Verdini. Ma non solo.
Tanto è vero che, con una decisione inedita e che la dice lunga sul grado di condizionamento ambientale che Verdini e Fusi erano riusciti a imporre, l’analisi del suo contenuto “contabile” viene delegata non alla Finanza, evidentemente ritenuta non affidabile, ma alla direzione generale dell’Agenzia delle Entrate della Toscana che, il 24 maggio di quell’anno, ne redige un rapporto di una quarantina di pagine.
Le ultime delle quali di particolare interesse.
“Nella stessa scatola B14 – scrive l’Agenzia delle Entrate – sono stati reperiti documenti di spesa emessi da UNA spa, addebito spese alberghiere non pagate dai relativi beneficiari e addebitate alla società  BF servizi srl. (altra società  del Gruppo Fusi ndr.)”.
E di quei beneficiari a scrocco viene allegato un elenco di 50 nomi. Alcuni decisamente più importanti di altri.
Accanto al figlio di Denis Verdini, Tommaso, e ai suoi amici che, di volta in volta, decideva di portare con sè all’Una hotel del Lido di Camaiore, figurano infatti due ufficiali della Guardia di Finanza. Giorgio Toschi (laconicamente indicato dall’Agenzia come “generale della Gdf”) e Marco De Fila (neppure indicato come appartenente alla Finanza).
Il primo, Comandante regionale in Toscana dal 2006 al 2010. Il secondo, comandante provinciale nel 2009 della Finanza di Prato, quella competente per i controlli sul Gruppo Fusi (la cui sede legale era a Calenzano).
E del resto che Fusi avesse un occhio attento a Prato lo dimostra la presenza nell’elenco degli ospiti anche di Costanza Palazzo, figlia di Salvatore, Presidente del Tribunale di Prato fino all’ottobre 2013, quando si dimise dalla magistratura per far cadere al Csm l’azione disciplinare cui era stato sottoposto per avere “omesso consapevolmente di astenersi dalla trattazione e dall’emissione di numerosi decreti ingiuntivi in favore di società  che, pur in concordato preventivo, erano collegate a Riccardo Fusi, cui era legato da amicizia e assidua frequentazione”.
“FRUTTA FRESCA”
Fusi, insomma, sa scegliere i suoi ospiti. E il generale Giorgio Toschi, lo è almeno due volte come documentano le fatture XRF 310520/07 e XRF453092/07.
Entrambe nello stesso albergo: il quattro stelle UNA hotel di Bergamo, in via Borgo Palazzo, una costruzione in vetro e acciaio che chiuderà  i battenti alla fine del 2013. La prima fattura è relativa a un soggiorno di due notti il 5 e 6 luglio 2008, un sabato e una domenica. La seconda, ancora due notti, il 9 e 10 settembre, un martedì e mercoledì, di quello stesso anno.
Sempre la stessa camera. Una “matrimoniale classic” con “free upgrade in executive junior suite”. Per una spesa che, in luglio, è pari a 199 euro e 50 centesimi, e in settembre a 188 euro.
E in cui, perchè l’ospite non abbia a rimanerne a male, tutto è compreso. Oltre al lettone, una mezza minerale e un pacchetto di patatine in luglio. Due mezze minerali e un succo di frutta in settembre.
Del resto, l’ospite è così di riguardo che il lunedì 30 giugno del 2008, alla vigilia del primo soggiorno del Generale, una mail inviata dall’ufficio prenotazioni UNA all’hotel di Bergamo e allegata alla fattura trovata nella scatola “B14”, raccomanda di “far trovare in camera al sig.Toschi un cesto di frutta”.
Non è dato sapere, nè ha importanza, per quale motivo l’allora Comandante della Regione Toscana della Guardia di Finanza fosse a Bergamo e avesse bisogno di una matrimoniale con free upgrade a junior suite.
Nè se fossero improrogabili ragioni di servizio a spingerlo in Lombardia in un week-end estivo.
Certo, si potrebbe osservare che se fossero state ragioni di ufficio a muoverlo da Firenze, non una ma due volte, il Generale avrebbe sicuramente potuto usufruire della foresteria dell’Accademia che a Bergamo ha la sua sede e che lo stesso Toschi ha comandato.
In ogni caso, è singolare che un generale di divisione quale allora era Toschi, con uno stipendio netto mensile di circa 4mila e 500 euro, dovesse scroccare una camera di albergo, un pacchetto di patatine, due succhi di frutta a Riccardo Fusi e al suo Gruppo sui quali, come Comandante regionale, aveva “giurisdizione”, senza che questo gli apparisse sconveniente.
Non fosse altro per la formula linguistica con cui, riferendosi al Generale Toschi, la direzione della UNA Hotel di Bergamo chiede alla “Bf servizi srl” (società  infragruppo di Fusi) di liquidare le fatture in sospeso dei suoi due soggiorni (“Con riferimento al soggiorno dei vostri clienti presso il nostro hotel siamo lieti di inviarvi le fatture per il relativo saldo”).
Non fosse altro, perchè – “cliente” o meno che fosse considerato dal Gruppo Fusi – i fatti hanno documentato come, fino al 2010 e alle indagini della Procura di Firenze e del Ros dei carabinieri, la Guardia di Finanza, che aveva in Toschi il suo ufficiale più alto in grado in Toscana, non si sia accorta di quale grumo di corruzione si fosse saldato nel rapporto tra Fusi e Verdini, tra il Gruppo BF-BTP e il Credito Cooperativo Fiorentino.
IL PRECEDENTE
È un fatto che le notti a Bergamo in carico a Fusi non sembrano uno sfortunato inciampo nella storia di Toschi.
L’ufficiale era già  finito in una vicenda non edificante in quel di Pisa nel 2002, dove era stato comandante Provinciale e dove una generosa archiviazione (come ha documentato il “il Fatto” il 3 maggio) lo aveva salvato da un processo per concussione.
Accusato di aver chiesto e ottenuto denaro contante dalle concerie della zona per evitare verifiche (e per questo indagato), Toschi aveva dovuto spiegare per quale misteriosa ragione fosse riuscito a cambiare in cinque anni tre Mercedes nuove di pacca con formidabili sconti. Perchè fosse per lui abitudine cenare con imprenditori della zona.
Soprattutto, per quale ragione, non facesse altro che cambiare banconote vecchie con banconote nuove o perchè, nell’arco di anni solari successivi, il suo conto corrente personale avesse registrato prelievi tra i 4 e i 10 milioni di lire.
Come se l’uomo potessero campare di aria. “Ho ricevuto denaro contante dalla mia famiglia di origine”, aveva sostenuto Toschi in un drammatico interrogatorio con l’allora procuratore Enzo Iannelli. In quel 2002, la spiegazione bastò.
La scatola “B14” meriterà  altre risposte.

Carlo Bonini
(da “La Repubblica”)

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ETRURIA, IL CSM SALVA IL PM DI AREZZO ROSSI: “NO A TRASFERIMENTO”, MA LO CRITICA: “POTEVA RINUNCIARE A INCARICO DI GOVERNO”

Luglio 22nd, 2016 Riccardo Fucile

IL CSM SI SPACCA, LA DELIBERA PASSA SOLO CON 11 VOTI

Niente procedura di trasferimento per incompatibilità  nei confronti del procuratore di Arezzo Roberto Rossi.
Secondo il Csm non ci sono gli estremi, cioè non ci sono state condotte seppure “indipendenti da colpa” tali da mettere il magistrato “in condizione di non esercitare le proprie funzioni con piena indipendenza e imparzialità “.
E in particolare “non ci sono elementi per sostenere un rapporto di conoscenza tra il dottor Rossi con il ministro Maria Elena Boschi, tale da mettere in discussione il profilo dell’imparzialità  e dell’indipendenza del magistrato nella trattazione di vicende processuali che potenzialmente potrebbero coinvolgere parenti del citato ministro”.
A deciderlo è stato il plenum del Consiglio superiore della magistratura che così ha archiviato il caso del capo dei pm di Arezzo finito all’attenzione di Palazzo dei marescialli per un incarico di consulenza giuridica svolta per il governo fino alla fine del 2015, quando già  aveva avviato le prime indagini su Banca Etruria, di cui è stato per un periodo vicepresidente Pierluigi Boschi, padre del ministro per le Riforme.
Ma seppure resa più soft, la delibera approvata non risparmia critiche al procuratore di Arezzo, a cui si rimprovera di non aver pensato di rinunciare all’incarico di consulenza quando cominciò a indagare su Banca Etruria e di essersi autoassegnato i relativi fascicoli, coinvolgendo nelle inchieste i suoi sostituti solo dopo le sue audizioni davanti al Csm.
Non si è trattato di una decisione indolore nè per Rossi, nè per il Csm.
Per il magistrato perchè gli atti sono stati comunque inviati al pg della Cassazione, titolare dell’azione disciplinare nei confronti delle toghe per le valutazioni di sua competenza.
Per il Csm perchè la discussione è stata costellata da pesanti critiche sul lavoro svolto dalla prima commissione, che si occupa delle procedure disciplinari, accusata di aver “travalicato i suoi compiti”, con un’istruttoria quasi da “Superprocura“, dalla laica di Forza Italia Elisabetta Casellati e dai togati di Magistratura Indipendente, Claudio Galoppi e Lorenzo Pontecorvo.
E anche perchè sulla delibera finale si sono astenuti gli stessi relatori, il presidente della commissione, l’ex ministro Renato Balduzzi, e il togato di Area Piergiorgio Morosini, che pure avevano presentato delle modifiche al testo per venire incontro alle richieste di Unicost, la corrente in cui “milita” il procuratore di Arezzo.
L’accordo è saltato quando a sorpresa il gruppo delle toghe di centro ha presentato un emendamento, approvato a maggioranza, per escludere l’inserimento degli atti nel fascicolo del procuratore.
Risultato: la delibera finale è passata con 11 voti (dei togati di Unicost, di Magistratura Indipendente, dei laici di Ncd Antonio Leone e di Sel Paola Balducci e del primo presidente della Cassazione), il no del laico di Forza Italia Pierantonio Zanettin (contrario a un testo ammorbidito perchè convinto che “l’immagine e la credibilità  del procuratore siano definitivamente compromesse”) e l’astensione oltre che dei relatori, dell’intero gruppo di Area, del pg della Cassazione e del vicepresidente Giovanni Legnini (per assicurare il numero legale, come ha spiegato lo stesso numero due di Palazzo dei marescialli).

(da “il Fatto Quotidiano”)

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