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24 ANNI FA: “BORSELLINO, UCCISO L’ULTIMO SIMBOLO DELL’ANTIMAFIA”

Luglio 19th, 2016 Riccardo Fucile

QUANDO SULLA BARA DELL’AMICO FALCONE DISSE AI COLLEGHI: “CHI VUOLE ANDARSENE, PUO’ FARLO, IL NOSTRO FUTURO E’ QUESTO”… MA PAOLO RIMASE FINO AL SACRIFICIO FINALE

Ripubblichiamo l’articolo di Francesco La Licata del 20 luglio 1992: così La Stampa raccontò l’attentato di via D’Amelio.
Hanno fatto terra bruciata. C’era Paolo Borsellino, era l’eredità  lasciata da Giovanni Falcone. Naturalmente non esiste nessun testamento scritto, ma non v’è palermitano saggio che disconosca questa verità : era Borsellino, da poco procuratore aggiunto di Palermo, l’unico in grado di raccogliere il pesante fardello lasciato da Falcone sull’asfalto di Capaci. Non c’è più neppure lui, adesso. E’ morto come il suo amico. L’hanno disintegrato con una bomba simile a quella di maggio.
Morti i ragazzi che lo scortavano, come quegli altri che proteggevano Falcone e la moglie. Un’altra strage. Uguale alla prima: sembrano pensate in serie, eseguite da automi che rispondono ad input inviati da un solo cervello.
Anche Borsellino. Le agenzie raccontano di corpi straziati, arti letteralmente strappati dal busto. Palermo come Beirut.
Lo avevamo già  sentito, questo slogan, quando era toccato al giudice Rocco Chinnici, «padre» di questa schiera di giudici sacrificati, falcidiati, a volte anche vilipesi dopo morti. Anche Borsellino se n’è andato.
Per liberarsene non hanno esitato a minare un intero quartiere. Adesso si sentiranno più al sicuro, i signori di Cosa nostra. Centomila in piazza, dopo Falcone? Ed allora spariamo di più, e coinvolgendo sempre più la gente comune. Perchè se ne stia tranquilla, perchè non alzi la testa.
Paolo e Giovanni  
Non c’è più nessuno a Palermo che possa guidare la riscossa. Lui era davvero l’ultimo. Come sono uguali, la sua storia e quella del suo amico e «fratello» Giovanni. Il destino aveva voluto che fosse proprio Borsellino a raccogliere «l’ultimo respiro» di Falcone. Era uscito distrutto da quel pomeriggio. Pianse come un bambino.
Rimase di pietra quando il cuore del suo amico si fermò. Per interminabili attimi aveva sperato che Giovanni ce la facesse. «Non era cosciente raccontò qualche giorno dopo la strage di Capaci – ma soffriva. Non è riusicto a dirmi nulla. Francesca, invece, ebbe il tempo di chiedermi: “Giovanni…come sta? Dov’è Giovanni?”».
Dal campetto alla toga  
Paolo Borsellino era palermitano. Forse ha pagato pure per questo: Cosa nostra odia in modo particolare i concittadini che si schierano dall’altra parte della barricata. La sua origine, inoltre, gli consentiva di capire molto di più degli altri. Anche Falcone era palermitano, e, per sua ammissione, da ciò si sentiva avvantaggiato.
Era nato a piazza Magione, Paolo Borsellino. Nel cuore della città  vecchia, all’ombra delle vestigia normanne, splendido fondale messo a paravento di una delle più antiche e rassegnate povertà .
Da bambino, era il dopo guerra, tirava calci alla palla nel Campetto dell’oratorio. Conosceva già  Falcone, giocavano insieme, in un quartiere popolare dove poteva accadere, così raccontava Falcone, di dover disputare incontri di ping-pong con altri ragazzi, come Tommaso Spadaro, che sarebbero divenuti capi di Cosa nostra.
Eppure, malgrado la pericolosa «palestra», l’ideale della giustizia doveva avere la meglio.
La politica  
Divenne giudice quasi contemporaneamente con Falcone. Concorsi diversi, ma stessi «maestri». Quali? Uno fu certamente il consigliere Morvillo, del tribunale di Palermo. Aveva due figli, il magistrato: Alfredo e Francesca.
Borsellino e Falcone, giudici di primo pelo, li conobbero che erano poco più che ragazzini. Se li sarebbero ritrovati, dopo, giovani colleghi: Alfredo sostituto procuratore, Francesca alla Procura dei minorenni e, successivamente, moglie di Giovanni Falcone.
Borsellino, invece, avrebbe sposato la figlia di Angelo Piraino Leto, presidente del Tribunale di Palermo. Era sanguigno, Paolo Borsellino. Ed era di destra. Non ha mai nascosto la sua ideologia: sin da quando, studente universitario, militò nel Fuan e strinse amicizia con quelli che sarebbero divenuti i leader missini della Sicilia occidentale.
Ma non ha mai fatto politica con le sentenze. Il suo impegno lo ha sempre riversato nell’attività  associazionistica della «corporazione», come ogni tanto amava ironizzare. Tutto alla luce del sole: i suoi colleghi sapevano esattamente come la pensava, ma erano anche certi che l’ideologia o la militanza in nessun modo avrebbe mai insidiato la sua autonomia di giudizio. Era, insomma, autorevole.
E per questo piaceva a Falcone. «Di Borsellino ci si può fidare – assicurava l’amico – ed è anche un lavoratore instancabile.
Il maxiprocesso  
Già , instancabile. Il maxiprocesso ne fu la prova più evidente. Il pool aveva il «capo», Falcone, e il «numero due», Paolo Borsellino.
Poi c’erano i preziosissimi Guarnotta e Di Lello, poi si aggiunse Giacomo Conte, il più giovane. Lavoravano tutti a ritmo continuo. Non erano colleghi, erano prima di tutto amici.
In particolare Paolo e Giovanni: avevano la stessa visione di Cosa nostra e delle strategia da opporre alla «Piovra». A loro bastava uno scambio di occhiate per dirsi tutto, erano in perfetta sintonia.
Una macchina perfetta, il pool, messa in pista da quella figura eccezionale che è Antonino Caponnetto, l’uomo che più di tutti ha lavorato nell’ombra per facilitare il lavoro dei giudici di Palermo. Che esperienza, quella del maxiprocesso.
I magistrati chiusi a scrivere pagine su pagine, la villa di Mondello di Giuseppe Ayala, che sarebbe stato poi uno dei due pubblici ministeri, utilizzata come «covo» del pool antimafia. E i mandati di cattura scritti sul tavolo da ping-pong del giardino, mentre dall’esterno un autoblindo scoraggiava i malintenzionati.
Quello fu un momento in cui tutti, ma tutti davvero, gli uomini del pool antimafia dimenticarono persino di avere una famiglia.
La famiglia, l’Asinara il futuro
Già , la famiglia, i figli. Borsellino ne aveva tre, un maschio e due ragazze: Manfredi, Lucia e Fiammetta. Quanta apprensione per Lucia. Accadde quando lui e Falcone furono costretti a rifugiarsi con le famiglie all’Asinara. Sì, proprio nel carcere dell’isola.
I servizi di sicurezza avevano avuto una soffiata che la mafia preparava qualcosa contro i due. Restarono più di un mese «al confino».
Fu in quell’occasione che Lucia si ammalò: divenne anoressica. Una malattia della quale non si è mai liberata completamente e che si riacutizzava ogni volta che Lucia sentiva il padre in pericolo.
Era a Lucia che Borsellino pensava ogni volta che gli veniva offerto un incarico nuovo. Era la salute della figlia l’insopportabile contrappeso alle sue scelte. Opponeva resistenze all’ipotesi di diventare Superprocuratore al posto del suo amico morto a Capaci.
Lo spiegò, una mattina, qual era il tarlo che gli arrovellava il cervello.
«Sono combattuto. Da una parte so che quel posto è il solo che possa assicurarmi di poter svolgere indagini sull’assassinio di Giovanni e Francesca. Dall’altra parte sono sicuro che mia figlia ne morirebbe».
E si macerava, interpretando i suoi tentennamenti come una sorta di diserzione ad un dovere che sentiva impellente.
L’amicizia
Sì, perchè Paolo Borsellino era un uomo onesto fino in fondo. E leale.
Tanto franco da riuscire ad esprimere tutte le sue perplessità  senza incrinare i rapporti di amicizia.
Così avvenne con Giovanni Falcone. Borsellino non era d’accordo con l’idea di istituire la Procura nazionale. Come tanti altri giudici, temeva che un simile organismo potesse servire ad imbrigliare politicamente le iniziative della magistratura. Spiegò a Falcone tutte le sue perplessità . L’amico non riuscì a convincerlo completamente, ma quando la legge passò e la Dna fu istituita, Borsellino non ebbe dubbi ad indicare Falcone come l’unico che potesse far funzionare un simile organismo.
Non c’era divergenza di vedute che potesse far venire meno il rispetto e la stima.
Il pool  
Difficile pensare a Borsellino e Falcone come a possibili «nemici». Fu Paolo, per primo, a dimostrare all’altro tutta la sua amicizia.
Era il 1988, cominciava il sistematico smantellamento del pool antimafia di Palermo e Borsellino, anche per rassicurare la figlia convalescente, si era già  trasferito alla procura della Repubblica di Marsala.
La lontananza da Palermo non gli impedì, tuttavia, di intervenire in aiuto dei vecchi amici del pool. Sanguigno come sempre, lanciò la sfida: si fece intervistare per dire che lo Stato stava abbassando la guardia.
Fu «processato» dal Consiglio superiore: uno scontro durissimo nel quale anche Falcone gettò tutto il suo prestigio, arrivando a minacciare le dimissioni se il Csm avesse punito Paolo Borsellino.
I pentiti  
Anche dopo la morte di Falcone non si tirò indietro. Fu implacabile con quanti tentavano di offuscarne la memoria, vigile con gli amici dell’ultima ora.
Confermò l’esistenza degli appunti che il suo amico aveva annotato all’epoca della difficile convivenza col palazzo di giustizia e, in particolare, col procuratore capo Piero Giammanco.
Però non si lasciò prendere dalla smania presenzialistica. Era cosciente che il polverone non serve. Si era convinto che l’unico modo per «onorare» la memoria di Giovanni Falcone era quello di scovare gli assassini. Senza clamori, in silenzio. Passo dopo passo.
Si era mosso parecchio, era andato all’estero. Domani sarebbe andato in Germania, dove, sembra, c’è parecchio da indagare su Cosa nostra.
Continuava a tenere i contatti coi «suoi» pentiti. Uno di questi, Rosario Spatola, alla notizia di quest’altra strage ha dichiarato di essere «rimasto orfano».
Un’altra, Giacoma Filippello, ricorda di averlo visto di recente e rimpiange di non poter più consegnargli, come avevano convenuto, una poesia da lei composta in ricordo di Giovanni Falcone.
No, non aveva mollato. Aveva superato lo smarrimento di maggio, quando, tenendo la mano appoggiata sulla bara del suo amico Giovanni aveva detto ai colleghi: «Chi vuole andarsene se ne vada. Questo è il nostro futuro».
Ma lui era rimasto.

Francesco La Licata
(da “La Stampa“)

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BORSELLINO, ECCO PERCHE’ CI VERGOGNIAMO

Luglio 19th, 2016 Riccardo Fucile

IL PROCESSO STA FACENDO EMERGERE MOLTI PUNTI OSCURI TRA UOMINI DELLE ISTITUZIONI CHE NON AVREBBERO FATTO IL PROPRIO DOVERE E MOLTI “NON RICORDO”

Siamo arrivati a 24 anni dalla strage di via D’Amelio alla celebrazione del quarto processo per esecutori e depistatori, dopo aver avuto quello per i mandanti ed organizzatori di questo attentato avvenuto il 19 luglio 1992, in cui sono stati uccisi il procuratore aggiunto di Palermo, Paolo Borsellino e gli agenti di polizia Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli. Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
La verità  però ancora non emerge su molti aspetti di questa strage.
Non emergono i motivi dei depistaggi, i motivi che hanno spinto piccoli pregiudicati a diventare falsi collaboratori di giustizia, perchè ci sarebbero stati “suggerimenti” investigativi che hanno spostato l’asse delle indagini lontano da quelle reali.
Sono interrogativi a cui si deve dare ancora una risposta, ma che hanno portato nei giorni scorsi Lucia Borsellino, figlia del magistrato ucciso, a sostenere davanti alla Commissione antimafia presieduta da Rosi Bindi che “quello che sta emergendo in questa fase processuale (è in corso a Caltanissetta il quarto procedimento sulla strage, ndr) ci si deve interrogare sul fatto se veramente ci si possa fidare in toto delle istituzioni”.
Parole pesanti, che sembrano essere scivolate nel silenzio mediatico e politico. Il processo sta facendo emergere molti punti oscuri che riguardano investigatori e uomini delle istituzioni che non avrebbero fatto bene il proprio dovere e molti di loro, chiamati a testimoniare, hanno ripetuto ai giudici di non ricordare.
“Il semplice sospetto che uomini dello Stato abbiamo potuto tradire un altro uomo dello Stato e lo dico da figlia, mi fa vergognare”, ha detto Lucia Borsellino ai commissari antimafia, ai quali ha precisato: «Nel caso della strage che ha tolto la vita a mio padre e agli uomini della scorta non è stato fatto ciò che era giusto si facesse, se siamo arrivati a questo punto vuol dire che qualcosa non è andata. Ci sono vicende che gridano vendetta anche se il termine non mi piace».
Per poi concludere: «Mi auguro questa fase processuale tenti di fare chiarezza sull’accaduto, pensare ci si possa affidare ancora a ricordi di un figlio o una figlia che lottavano per ottenere un diploma di laurea è un po’ crudele, anche perchè papà  non riferiva a due giovani quello che stava vivendo. Non sapevo determinati fatti, è una dolenza che vivo anche da figlia e una difficoltà  all’elaborazione del lutto».
Oggi le indagini della procura di Caltanissetta hanno svelato che a premere il pulsante che ha fatto esplodere l’auto carica di esplosivo è stato Giuseppe Graviano, ma non si conosce il motivo che ha portato ad accelerare la strage.
Si è scoperto che nei 57 giorni che separano gli attentati di Capaci e via d’Amelio uomini delle istituzioni hanno parlato con i mafiosi, ma non si sa a cosa abbia portato questo “dialogo”.
Si è scoperto che le indagini dopo l’attentato del 19 luglio 1992 sono state depistate, ma non è stato individuato il movente.
Nemmeno quello che ha portato tre pregiudicati a raccontare bugie ai giudici, ad autoaccusarsi della strage e rischiare il carcere a vita, a diventare falsi collaboratori di giustizia.
I magistrati, grazie alla collaborazione di Gaspare Spatuzza (senza le cui dichiarazioni, riscontrate in tutti i punti, non sarebbe stato possibile avviare la nuova inchiesta dopo le sentenze definitive sulla strage) e Fabio Tranchina, un fedelissimo di Graviano, sono riusciti a trovare alcune tessere del mosaico che dal ’92 avevano impedito di ricostruire la trama dell’attentato.
Un attentato che a 24 anni di distanza ci continua a far star male, come dice Lucia Borsellino, “per il semplice sospetto che uomini dello Stato abbiamo potuto tradire un altro uomo dello Stato” e questo ci fa vergognare.

Lirio Abbate
(da “L’Espresso”)

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‘NDRANGHETA, QUARANTA ARRESTI IN TUTTA ITALIA, LE MANI DELLA COSCA ANCHE SUL TERZO VALICO

Luglio 19th, 2016 Riccardo Fucile

COLPITE LE FAMIGLIE RASO-GULLACE-ALBANESE E PARRELLO-GAGLIOSTRO

Quaranta persone, tutte affiliate o vicine ai clan della Piana di Gioia Tauro, ma radicate anche in Liguria, sono finite in manette per ordine della Dda di Reggio Calabria.
Ad agevolare le attività  dei clan ci sarebbero stati anche rappresentanti politici locali, regionali e nazionali originari di Reggio Calabria, fra cui il senatore di Gal, Antonio Caridi, raggiunto da nuove accuse.
Per lui, i magistrati reggini hanno già  chiesto l’arresto qualche giorno fa alla Camera di appartenenza, perchè coinvolto nell’operazione che ha svelato la cupola massonico-mafiosa che governa la ‘ndrangheta.
Una misura è stata chiesta dalla Dda anche per il parlamentare del gruppo misto Giuseppe Galati.
La richiesta è stata però bocciata dal gip, che non ha ritenuto sufficiente il quadro indiziario a carico del parlamentare.
“Siamo di fronte a una nuova operazione – dichiara il procuratore capo della Dda, Federico Cafiero de Raho – che dimostra come la ‘ndrangheta abbia ormai ramificazioni stabili sul territorio nazionale. Non è solo criminalità  spiccia. Dall’indagine sono emersi gli interessi dei clan in decine di imprese, attive non solo nel classico settore del movimento terra, ma anche in quelli ad alta tecnologia e specializzazione, come quello della produzione delle lampade a Led”.
Sotto la lente degli investigatori dello Sco e della Squadra Mobile della polizia e dei reparti della Dia sono finiti affari e attività  dei clan di ndrangheta Raso-Gullace-Albanese e Parrello-Gagliostro, che dalla provincia di Reggio Calabria sono riusciti ad infettare anche l’economia del Ponente ligure, mettendo le mani anche sugli appalti del Terzo Valico.
Su questo fronte – spiega il procuratore Cafiero de Raho – abbiamo importanti riscontri riguardo gli appalti che dimostra come i clan fossero attivi sul fronte del Sì Tav”. Ma i clan sono rimasti attivi anche in Calabria, dove avrebbero goduto dell’appoggio anche di funzionari dell’Agenzia delle Entrate e della Commissione Tributaria della medesima provincia.
Le indagini, dirette dalla Procura Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, con il coordinamento del Servizio Centrale Operativo, sono state condotte dalla Squadra Mobile di Genova e Reggio Calabria nonchè di Savona. Altro segmento di indagine è stato svolto dal Centro Operativo Dia di Genova, collaborato dai Centri Dia di Reggio Calabria e Roma. Sotto sequestro sono finiti beni mobili, immobili, depositi bancari di numerose società  riconducibili alle consorterie mafiose per un valore complessivo stimabile in circa 40 milioni di euro.

(da “La Repubblica”)

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STRAGE NIZZA: “NOI, STUDENTI ITALIANI, SALVATI DA UNA FAMIGLIA TUNISINA E MUSULMANA”

Luglio 18th, 2016 Riccardo Fucile

OTTO RAGAZZI DELL’UNIVERSITA’ DI TORINO IN GITA NELLA CITTA’ FRANCESE HANNO TROVATO RIFUGIO NELLA CASA DI UN IMBIANCHINO… “IO E MIA MOGLIE SIAMO MUSULMANI PRATICANTI, CIO’ CHE E’ AVVENUTO NON PUO’ RAPPRESENTARE L’ISLAM”

Otto studenti salvati dall’inferno di Nizza grazie a una famiglia tunisina. Una pagina di speranza in un capitolo di orrore.
Una storia che merita di essere raccontata, quella vissuta da un gruppo di ragazzi del dipartimento di Giurisprudenza dell’Università  di Torino arrivati nella città  francese da una settimana per la summer school organizzata con l’ateneo di Nizza.
In totale 75 studenti che giovedì sera si trovavano quasi tutti sulla Promenade des Anglais.
«Per una serie di circostanze abbiamo fatto tardi e abbiamo deciso di cenare nelle vie interne e non sulla Promenade, per risparmiare tempo e andare quindi a seguire i fuochi», racconta Carlotta Benna, 21 anni, uscita insieme a dieci compagni di corso. «Nonostante questo siamo arrivati quando ormai lo spettacolo era finito. Abbiamo però sentito dei colpi, qualcuno di noi ha pensato fossero dei tuoni, altri che avessero ripreso i fuochi».
Non potevano immaginare il dramma che si stava consumando a pochi passi da loro. «Alcuni nostri amici erano più avanti, hanno vissuto tutta la scena. Il camion li ha sfiorati, un gruppo si è riparato dietro a una pensilina».
L’attentatore non ha voluto investirli solo perchè temeva che la struttura fermasse la sua corsa della morte.
«Ci siamo trovati in mezzo a una marea umana impazzita che correva in tutte le direzioni. Non capivamo cosa stesse succedendo. Solo urla e pianti. Un uomo ci ha mimato un mitra per segnalarci il pericolo. Ci siamo messi a correre anche noi, cercando di non lasciare indietro nessuno. Non sapevamo dove andare».
In tre non sono riusciti a stare al passo. «Arrivati a un’intersezione abbiamo notato delle persone entrare in un palazzo con una vetrata che faceva angolo. Le abbiamo seguite. Ci siamo messi a bussare e piangere. Continuavamo a pregarle di aprire finchè non l’hanno fatto. Erano italiani e sentire la nostra lingua madre è stato per noi un sollievo. Abbiamo chiesto riparo nel loro appartamento ma non hanno esitato a rifiutarci. Per loro eravamo in troppi e c’era poco spazio. Restare in quell’atrio con quella vetrata ci faceva sentire un bersaglio troppo facile. Tutti noi avevamo in mente le scene del Bataclan».
Pochi istanti dopo sono entrate altre persone che fuggivano dal terrore. Un uomo ha perso i sensi all’ingresso
Dalle scale è comparso invece un giovane, dai tratti arabi. Un tunisino che abita al terzo piano del condominio.
Si chiama Hamza Bayrem, imbianchino di 29 anni, con una moglie incinta e un figlio nato due anni fa. «Ho sentito le urla, mi sono affacciato dal balcone e ho visto migliaia di persone correre. Sono sceso a controllare cosa stesse succedendo. I primi che ho incontrato sono stati gli studenti italiani. Non potete immaginare in quale stato erano. Ho visto il terrore sulle loro facce. Quando ci ripenso mi fa male il cuore. Ho cercato di capire cosa mi stessero urlando ma loro parlavano solo in italiano. Mi hanno chiesto se capivo l’arabo e quindi mi hanno presentato un loro amico di origini marocchine», racconta a l’Espresso.
E’ Yassine Ramli, anche lui studente di Legge, che vive ad Asti. «Il ragazzo tunisino ci ha invitati a salire al terzo piano, dove avremmo trovato anche sua moglie. Le mie compagne di corso non si sono fidate. Temevano potesse essere una trappola, alla fine però si sono convinte».
«Non potevamo restare in quell’atrio. Ci avrebbe potuto vedere e sparare chiunque. Non nascondo che eravamo molto diffidenti», spiega ancora Carlotta.
«Arrivati al piano ci ha aperto la porta di casa. Non abbiamo però trovato il coraggio di entrare. Non ci fidavamo abbastanza, abbiamo preferito restare nel corridoio». Ed è qui che il giovane tunisino ha abbattuto ogni muro di diffidenza. «Ci ha portato sedie, coperte, acqua, cioccolato. Ci ha offerto qualsiasi cosa ci servisse. Molte di noi erano agitate e continuavano a piangere. Si sono tranquillizzate solo quando si è presentato il bimbo di due anni e si messo a giocare in mezzo a noi. Abbiamo capito che eravamo al sicuro. Che ci potevamo fidare e siamo quindi entrati in casa».
La moglie, in abiti tradizionali e con il velo, ha offerto loro la cena. «Ovviamente non avevamo fame. Hanno acceso la televisione e ci hanno chiesto che canale italiano si poteva guardare, in modo che capissimo anche noi cosa avveniva di sotto. Siamo rimasti su quel divano fino alle due, quando abbiamo capito che era tutto finito ed avevamo ripreso i contatti con il resto del gruppo».
Ieri gli undici studenti sono tornati in quell’appartamento. Non fuggivano da nessuno. Ci sono tornati per ringraziare quella famiglia di sconosciuti che li ha soccorsi nel momento più terribile che abbiano mai vissuto.
«Li abbiamo ringraziati e ci siamo scusati. Loro hanno dal primo momento compreso la nostra difficoltà  e la nostra diffidenza. Io sarò sempre grata a quelle persone», conclude Carlotta con la voce che trema ancora
Bayrem cerca di minimizzare: «La visita dei ragazzi italiani mi ha reso davvero felice, hanno portato anche dei regali per mio figlio. Non abbiamo fatto nulla di straordinario, quelle ragazze avevano rischiato la vita e dovevano essere protette. Lo avrebbe fatto chiunque».
Hamza è tunisino come l’autista di quel camion. «Non sapete quanto mi abbia ferito ciò che è successo. Io e mia moglie siamo musulmani praticanti e ciò che è avvenuto non può in nessun modo rappresentare l’islam. Giovedì sono morti tanti esseri umani, nostri fratelli. Abbiamo perso degli amici. Non c’entra la nazionalità  o la religione, siamo tutti umani. E giovedì abbiamo perso tutti tante persone. Non si può uccidere per l’islam. La religione ci chiede clemenza. Anche verso gli animali, figuriamoci verso le persone. Io al lavoro, quando vernicio, sto sempre attento a non uccidere gli insetti. E sono io a rappresentare l’islam, non l’autista di quel camion».
Sabato sera sono tutti invitati a casa sua a mangiare il couscous. Per avere un buon ricordo di quell’appartamento.
Il ricordo che quella famiglia merita.

(da “L’Espresso“)

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PARTITI IN ROSSO, COME SI SONO RIDOTTE LE PERDITE: DAI TAGLI AL BOOM DEL DUE PER MILLE

Luglio 18th, 2016 Riccardo Fucile

IN UN ANNO DEFICIT CALATO DA 21 A 4 MILIONI A MEZZO… PD, NCD E SEL BILANCI IN ATTIVO, AFFONDA FORZA ITALIA

La “Partiti Spa” impara, un taglio alla volta, a metabolizzare il lento addio agli anni d’oro del finanziamento pubblico.
I conti della politica tricolore, intendiamoci, restano in passivo (4,5 milioni nel 2015) ma il rosso si sta sbiadendo – era a quota 20,8 milioni l’anno precedente – e il decollo del 2 per mille inizia a compensare il crollo dei rimborsi elettorali.
Pd, Ncd e Sel sono riusciti addirittura a chiudere i conti in leggero attivo.
Il ruolo di ultimo della classe spetta invece un’altra volta a Forza Italia, in passivo per 3,5 milioni e salvata da Silvio Berlusconi, costretto a metter mano al portafoglio per evitare il crac.
L’ex-Cav. ha rimborsato 43 milioni alle banche e ha portato così a 90 milioni il totale dei crediti con la sua creatura.
Fuori classifica restano i 5Stelle. Il MoVimento di Beppe Grillo non pubblica i conti ma ha rinunciato ad oggi a 42 milioni di rimborsi elettorali e ha girato 16,1 milioni al fondo di microcredito per le imprese e 1,6 milioni a quello per l’ammortamento dei titoli di stato.
La foto di gruppo dei conti dei partiti spiega bene la drammatica metamorfosi in corso.
Le entrate complessive sono calate da 47 a 38 milioni (-20%). Ma, soprattutto, è cambiata la loro composizione: il finanziamento pubblico, cancellato a rate dopo il referendum, ha subito un’altra sforbiciata, scendendo da 17 a 9 milioni e sarà  azzerato nel 2017.
Il 2015 segna però l’inizio ufficiale dell’era del 2 per mille, i contributi versati dai militanti assieme alla dichiarazione fiscale.
Il gettito ha superato di molto le aspettative, salendo da 724mila euro a 7,8 milioni, solo un milione in meno dei rimborsi elettorali.
La raccolta viaggia però a due velocità , premiando chi ha lavorato per convincere la base ad allargare i cordoni della borsa e penalizzando chi (la solita Forza Italia) se n’è stata con le mani in mano.
Il Partito Democratico, grazie alla regia del tesoriere Francesco Bonifazi, ha surclassato un po’ tutti, mettendo assieme 5,3 milioni.
La militanza padana ha portato nelle casse della Lega 1,1 milione mentre la sinistra dura e pura di Sel ha raccolto 881mila euro, più dei 529 della formazione di Silvio Berlusconi, penalizzata da un elettorato dal braccio un po’ corto.
I dati confermano invece il tramonto del mondo delle tessere.
Il partito di Matteo Renzi ha iscritto alla voce quote associative solo 202mila euro, meno della metà  dell’anno prima.
Crollate quasi a zero quelle dell’Ncd, mentre Forza Italia si toglie lo sfizio di fare meglio dei democratici (456mila euro). Una soddisfazione molto parziale visto che nel 2014 gli incassi erano stati di 2,9 milioni.
Il calo delle entrate è stato ammortizzato lo scorso anno non solo dal 2 per mille ma pure da una pesante politica di taglio ai costi, scesi nel consolidato della Partiti Spa da 62 a 40 milioni.
Forza Italia li ha dimezzati, il Pd li ha sforbiciati da 27 a 20 milioni e l’austerity ha colpito pure le spese di Sel (che ha inoltre visto andare in fumo 320mila euro di versamenti di senatori e deputati passati al Gruppo misto o al Pd) e Lega.
Il Partito Democratico, recita la relazione di bilancio, non ha fatto licenziamenti nè sfruttato ammortizzatori sociali e lo stesso farà  nel 2016. Forza Italia invece è stata costretta ad andare giù con la mano pesante varando il licenziamento collettivo per 62 dipendenti.
Un sacrificio che non è bastato: una serie di fornitori (in particolare uno esposto per 847mila euro) hanno messo in mora il partito e i tribunali hanno ordinato il pignoramento su 1,2 milioni dei suoi beni. Cifra – ammette la relazione sui conti – “che non è assolutamente in possesso del movimento”.

(da “la Repubblica“)

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IN CAMPIDOGLIO SI RIUNISCE IL MINIDIRETTORIO: IL FIDANZATO DELLA TAVERNA SOSTITUISCE LA LOMBARDI

Luglio 18th, 2016 Riccardo Fucile

FIORI PER I 38 ANNI DELLA RAGGI, MA NON C’E’ ARIA DI FESTA

Fiori dai dipendenti capitolini, dagli addetti al cerimoniale, gli abbracci dei collaboratori. Un mazzo di rose rosse, rosa e bianche è stato consegnato a metà  pomeriggio ai commessi di Palazzo Senatorio.
Virginia Raggi ha festeggiato i 38 anni nel suo ufficio in Campidoglio. Arrivata nel suo studio molto presto, ha trascorso la giornata a studiare le carte, ma la data del suo compleanno ha sancito anche un passaggio politico importante: l’incontro con il mini direttorio orfano di Roberta Lombardi, che ha lasciato in rotta con il neo sindaco.
Non proprio quindi una giornata di festa. Più che altro un summit con un’aria da resa dei conti provando a guardare al futuro.
A riunione in corso arriva a palazzo Senatorio anche il deputato M5S Stefano Vignaroli, compagno della veterana dello staff Paola Taverna ed entrato anche lui nel mini direttorio al posto della Lombardi.
Il Pd già  attacca: “Dalla commedia alla farsa? Esce la Lombardi ed entra compagno della Taverna? Altro che Parentopoli siamo al TinelloRaggi”, scrive Stefano Esposito.
Comunque sia i lavori per ricucire lo strappo tra Raggi e staff sono in corso.
Anche se Beppe Grillo nel suo blitz romano ha dato pieno mandato al neo sindaco per andare avanti raccomandando al mondo pentastellato romano, frastagliato e diviso in correnti, di lasciarla lavorare.
La riunione durata diverse ore è, secondo molti, un’operazione più di facciata che altro.
Nel senso che non è possibile rinnegare ufficialmente l’esistenza del mini-direttorio, e quindi venir meno al regolamento firmato dal sindaco, pertanto si vuol dare all’esterno l’impressione che lo staff capitolino esista ancora.
Nei fatti però ha perso molto del suo peso politico. Così la discussione tra il neo sindaco, la senatrice Taverna, l’europarlamentare Fabio Massimo Castaldo (ex collaboratore della Taverna), il consigliere regionale Gianluca Perilli e la new entry Vignaroli è stata franca e sincera.
Da una parte Raggi ha chiesto maggiore autonomia e libertà  d’azione, dall’altra lo staff hanno rivendicato il suo ruolo soprattutto per quel che riguarda le nomine, che devono passare al vaglio del mini direttorio.
Intanto quella che si apre è una settimana importante per il neo sindaco.
Per martedì è fissata la prima riunione con la Giunta e durante il prossimo consiglio comunale dovranno essere illustrate le linee guida dell’amministrazione capitolina targata 5Stelle.
Alcune azioni del neo sindaco sono state già  messe nero su bianco. A pochissimi giorni dai fatti di Nizza, Raggi ha chiesto ai suoi assessori di avviare ogni azione possibile volta al rafforzamento della sicurezza in città .
In particolare, l’assessore allo Sviluppo Economico e Turismo Adriano Meloni ha incontrato Airbnb per aprire un percorso congiunto mirato a un monitoraggio più stretto dei visitatori che transitano a Roma, in linea con la normativa sulla privacy.
Al centro dei colloqui, in particolare, delle leggi di pubblica sicurezza, secondo cui “i gestori di esercizi alberghiere e altre strutture recettive” possono “dare alloggio a esclusivamente a persone munite della carta di identità  o di altro documento idoneo ad attestarne l’identità “.
Sul piano nazionale invece la vicenda espulsioni continua a far discutere, dopo la decisione del Tribunale del capoluogo campano di sospendere le espulsioni di una ventina di militanti napoletani del Movimento.
Anche per questo la sospensione del sindaco di Parma è in stand by, nell’attesa di avviare le modifiche del ‘non Statuto’, operando quegli aggiustamenti che consentiranno ai grillini di ricorrere ai cartellini rossi senza temere lo stop della magistratura, come avvenuto prima a Roma e poi a Napoli.

(da “Huffingtonpost“)

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NON C’E’ NESSUNA INVASIONE ISLAMICA, GLI IMMIGRATI CRISTIANI SONO IL DOPPIO DEI MUSULMANI

Luglio 18th, 2016 Riccardo Fucile

LO STUDIO SULLA RELIGIONE PROFESSATA DAGLI STRANIERI IN ITALIA SFATA FALSI PREGIUDIZI

Nessuna “invasione” musulmana in Italia.
La maggioranza degli immigrati residenti nel nostro Paese è, infatti, di religione cristiano ortodossa e i cristiani, compresi i cattolici, sono percentualmente quasi il doppio degli islamici.
Contribuisce a sfatare falsi pregiudizi (rilevati e criticati anche da una nota ufficiale dell’Ocse di un paio di anni fa), l’ultima rilevazione della Fondazione Ismu (Iniziative e studi sulla multietnicità ), riguardante la religione professata dai circa 5 milioni di stranieri residenti in Italia
La maggioranza è cristiana
Al 1° gennaio di quest’anno, gli immigrati cristiano ortodossi erano poco più di 1,6 milioni, rispetto al milione e 400mila stranieri di religione musulmana.
I cattolici erano circa un milione.
Per quanto riguarda le altre religioni, i buddisti erano stimati in 182mila, i cristiani evangelisti in 121mila, gli induisti in 72mila, i sikh in 17mila, i cristiano-copti erano circa 19mila.
«Falsi pregiudizi»
«L’indagine — si legge in una nota dell’Ismu – mette in mostra che il panorama delle religioni professate dagli stranieri è molto variegato e sfata il pregiudizio secondo cui la maggior parte degli immigrati professa l’islam». Anzi, se si confrontano le percentuali, si vede come gli immigrati cristiani, intesi come cattolici e ortodossi, siano quasi il doppio dei musulmani: 4,3% della popolazione complessiva (italiana e straniera), rispetto al 2,3% degli islamici.
Marocchini in testa
Per quanto riguarda le provenienze, si stima che la maggior parte dei musulmani residenti in Italia provenga dal Marocco (424mila), seguito dall’Albania (214mila), dal Bangladesh (100mila), dal Pakistan (94mila), dalla Tunisia, (94mila) e dall’Egitto (93mila).
A livello territoriale, la Lombardia è la regione in cui vivono più stranieri residenti di fede musulmana, minorenni inclusi: sono 368mila (pari al 26% del totale degli islamici presenti in Italia).
Al secondo posto troviamo l’Emilia Romagna con 183mila musulmani (pari al 12,8% del totale degli islamici in Italia), al terzo il Veneto dove i musulmani sono 142mila (pari al 10% del totale), al quarto il Piemonte con 119mila presenze.
Cristiani radicati in Lombardia
La Lombardia è anche la regione che vede la maggior presenza di stranieri cristiano ortodossi: sono 265mila. Segue il Lazio con 260mila e il Veneto con 176mila.
Le incidenze maggiori si registrano, invece, nel Lazio in cui i cristiano-ortodossi stranieri sono il 4,4% della popolazione complessiva, in Umbria (4%), in Piemonte (3,7%) e in Veneto (3,6%).
Sempre la Lombardia, è la regione che ha il maggior numero di immigrati cattolici (277mila), seguita dal Lazio (152mila), dall’Emilia Romagna (95mila), dalla Toscana (84mila), dal Veneto (78mila) e dal Piemonte (78mila).
In Liguria e in Lombardia gli stranieri cattolici residenti sono il 2,8% della popolazione residente totale italiana e straniera, nel Lazio sono il 2,6% e in Umbria il 2,4%.

Paolo Ferrario
(da “Avvenire”)

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CAPOSTAZIONE ANDRIA: “HO FATTO PARTIRE IL TRENO PER CORATO PER AUTOMATISMO”

Luglio 18th, 2016 Riccardo Fucile

VITO PICCARRETA INTERROGATO PER SEI ORE DAI PM DI TRANI AMMETTE DI AVER DATO VIA LIBERA A DUE CONVOGLI CONTEMPORANEAMENTE

“Io non ho scritto questo”. Vito Piccarreta, il capostazione di Andria in servizio il giorno dello scontro dei treni tra Andria e Corato che ha causato 23 morti e 50 feriti, ha risposto così quando i pubblici ministeri della Procura di Trani, durante un interrogatorio durato oltre sei ore, gli hanno mostrato i registri di viaggio del 12 luglio, data dell’incidente.
Piccarreta ha ammesso di aver fatto partire il treno ET1021 diretto verso Corato, che si è poi scontrato con il treno ET1016 sul binario unico.
Ha spiegato di aver agito “in base a un automatismo”: c’erano due treni fermi in stazione — l’ET1642 proveniente da Corato con 23 minuti di ritardo e l’ET1021 — e alle 10:59 lui ha alzato la paletta e li ha fatti partire entrambi, il primo verso Corato, l’altro verso Barletta.
Ma ha negato di aver fatto la correzione a penna riscontrata sui registri cartacei di arrivi e partenze che gli inquirenti considerano sospetta.
Secondo la versione difensiva, dunque, la modifica dell’orario di partenza del treno non è opera del capostazione ma è stata aggiunta ad arte in un secondo momento. Anche se riporta come orario di partenza proprio le 10.59, orario in cui il capostazione dice di aver fatto partire il treno.
“La correzione l’ha disconosciuta. Non l’ha fatta lui”, ha detto il legale di Piccarreta, Leonardo De Cesare. “Ha risposto — ha spiegato l’avvocato — di non averla scritta lui. Un’alterazione posticcia c’è ma non l’ha messa Piccarreta”.
Un errore, comunque, c’è stato. Il convoglio fermo ad Andria e diretto verso Corato — secondo le indagini — non doveva partire perchè Piccarreta sapeva che da Corato era in arrivo un altro convoglio, che lui stesso stava aspettando in stazione.
Attorno alle 11.07, un minuto circa dopo il disastro, come risulta dai tabulati acquisiti dalla polizia, il capostazione di Andria ha chiamato il collega di Corato e lo ha avvertito di aver dato la partenza al treno.
A quell’ora nessuno dei due capistazione, indagati insieme ad altre quattro persone per omicidio colposo plurimo, lesioni personali colpose e disastro ferroviario, sapeva dello scontro mortale.
Il capostazione di Corato Alessio Porcelli, stando a quanto anticipato dal suo difensore Massimo Chiusolo, sosterrà  però che Picarreta non lo ha avvisato “che aveva dato la partenza al convoglio ET1021″ e che “sapeva che da Corato erano in arrivo due treni, uno dei quali, l’ET1642, era appena arrivato ad Andria”.
Lunedì intanto è sceso a 17 il numero dei feriti ricoverati in ospedali pugliesi dopo il disastro ferroviario del 12 luglio.
Oggi è stato dimesso un ulteriore paziente dall’ospedale di Andria mentre, sempre da Andria, un altro paziente in prognosi riservata è stato trasferito alla “Fondazione Maugeri” di Cassano Murge.
I dati sono raccolti e diffusi dal dipartimento per le Politiche della Salute della Regione Puglia.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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VERGOGNA ERDOGAN, SOLDATI DENUDATI E LINCIATI, CACCIATI 8.000 AGENTI DI POLIZIA, 30 PREFETTI, ARRESTATI 6.000 SOLDATI, 3000 MAGISTRATI

Luglio 18th, 2016 Riccardo Fucile

UNA TRAGICA FARSA: LE LISTE DI PROSCRIZIONE ERANO GIA’ PRONTE PRIMA DEL GOLPE PATACCA

Militari spogliati della divisa e lasciati seminudi, ammassati in uno stanzone e in quella che sembra una stalla per animali.
Le foto che circolano in rete mostrano il volto durissimo della repressione contro i soldati che hanno preso parte al tentativo di golpe in Turchia.
Le immagini si accompagnano a quelle dei linciaggi ai quali sono stati sottoposti decine di militari nelle ore successive al fallito golpe: uomini in uniforme picchiati a sangue e presi a cinghiate in pubblico. Europa e America inorridiscono e temono che le purghe in Turchia non rispetteranno i diritti umani.
Il premier Binali Yldirim dichiara che finora sono stati arrestati 6.030 membri dell’esercito, ma il pugno di ferro di Erdogan (“pagheranno un prezzo molto alto per questo tradimento”, ha assicurato sabato scorso non appena tornato a Istanbul) colpisce migliaia di dipendenti pubblici: sospesi dalle funzioni 7850 agenti di polizia sospettati di aver appoggiato il colpo di Stato, con loro anche 30 prefetti su 81 e 614 gendarmi. Cacciati 1500 dipendenti del ministero delle Finanze.
Nei giorni scorsi il provvedimento ha toccato anche quasi 3mila magistrati (755 in arresto), un fatto per il quale ha protestato il vicepresidente del Csm Legnini: “Destano sconcerto le drammatiche notizie che arrivano dalla Turchia di sospensione, destituzione e in alcuni casi persino di arresti di 2.745 giudici poche ore dopo il golpe”.
E mentre il Washington Post anticipa che per il segretario di Stato americano la nuova torsione autoritaria di Erdogan potrebbe portare la Turchia fuori dalla Nato (ma il quotidiano è stato presto smentito), Federica Mogherini, alto rappresentante della politica estera Ue, fa sapere che il ripristino della pena di morte per punire i golpisti metterebbe fine alla trattativa per l’adesione della Turchia all’Unione europea.
Sulla pena capitale si è espresso Binali Yldirim: “Il desiderio della pena di morte espresso dai nostri cittadini per noi è un ordine, ma prendere una decisione affrettata sarebbe sbagliata”.

(da “Huffingtonpost”)

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