Novembre 19th, 2016 Riccardo Fucile
“CON MATTEO KO SI RIAPRE LA BORSA INTERNA”: LE CORRENTI DEM FANNO GIA’ I CONTI… RENZI PUO’ CONTARE SU 50 FEDELISSIMI…IL RUOLO CHIAVE DI FRANCESCHINI
«Siamo alle simulazioni sul “dopo”». Nei corridoi di Montecitorio e di Palazzo Madama
gruppetti di dem ipotizzano già da giorni schemi su come sarà il Pd post-referendum.
Perchè una cosa è certa: il partito cambierà . Non tanto per immediate scissioni della “ditta” bersaniana , ma perchè se vince il No «si riapre la Borsa».
A dirlo è stato il ministro Guardasigilli Andrea Orlando, alludendo ai rapporti di forza pro o contro l’ipotesi di elezioni subito che Renzi, a quel punto, potrebbe sottoporre alla direzione e ai gruppi parlamentari. Quanti lo seguiranno?
Nella gran confusione di queste ore, con i sondaggi tutti a favore del No, ripartono infatti le quotazioni delle correnti del partito.
Il premier-segretario, se sconfitto, chiamerà a raccolta i dem, ma rischia di accorgersi che i renziani della prima ora non sono più di una cinquantina
In Transatlantico si fanno calcoli.
Quando #Enricostaisereno Letta era ancora in sella e Renzi appena eletto segretario, Bersani poteva contare su 120 deputati, che erano l’ago della bilancia nel voto alla Camera, e su una cinquantina di senatori.
In questi anni si sono squagliati, attirati dal renzismo. Oggi i bersaniani di “Area riformista” che ha in Roberto Speranza, Pierluigi Bersani e Nico Stumpo le figure di riferimento – sono trenta a Montecitorio, una ventina al Senato.
Gianni Cuperlo, leader di “Sinistra dem”, ha 15 parlamentari dalla sua. Rosy Bindi, anche lei tenacemente anti-renziana, ha un seguito di 5-8 parlamentari
Ma è la resurrezione delle correnti negli ultimi anni “in sonno” e diventate filo renziane, che farà la differenza.
Prima tra tutte “Area dem”, il gruppo del ministro ed ex segretario del Pd, Dario Franceschini. Franceschini, uomo delle emergenze, sa come far sentire il suo peso politico e parlamentare. I “suoi” sono circa 50 deputati e 40 senatori.
Se si spostano, fanno perdere equilibrio alla barca, saranno il segno che la maggioranza renziana si è frantumata. Va ricordato che il Pd ha 301 deputati e 113 senatori
Faranno sentire forte la loro voce i “Giovani turchi”, alle ultime primarie del 2013 sostenitori di Cuperlo contro Renzi, diventati fiduciari del premier-segretario.
Buon rapporto personale tra Renzi e Matteo Orfini, il leader (con Francesco Verducci) dei “Turchi”, presidente del partito. I “Turchi” possono contare su una sessantina di parlamentari
Anche i numeri tuttavia invecchiano. Ecco quindi che cresce il peso della corrente di Maurizio Martina e Cesare Damiano, ministro dell’Agricoltura e presidente della commissione Lavoro della Camera.
Si chiama “Sinistra è cambiamento” ed è diventata molto attraente, tanto che – partita da 50 deputati e 20 senatori – sta ingrossando le file.
Lo stesso Orlando, fondatore dei “Giovani turchi”, è sempre più impegnato in iniziative con Martina. «La “Sinistra per il Sì”, creato in vista del referendum, a cui aderisce Anna Finocchiaro, sarà incubatrice del Pd che verrà », dice Damiano.
Risorgerà la corrente dei lettiani? Francesco Russo, senatore, amico di Letta, racconta che le carte si sono mescolate: «Il 6 dicembre ci vedremo a cena, non rispettando antiche correnti, ma nuove sensibilità con Pizzetti, Vaccari, Zanda…».
Poi ci sono i 5 ex Sel, i 10 ex Scelta civica, Retedem degli ulivisti: il Pd è un puzzle. Una domanda su tutte: i catto renziani di Delrio e Richetti cosa consigliano a Renzi per il “dopo”?
Beppe Fioroni con i suoi 30 “popolari” bacchetta: «Sono scaramantico, parlare del “dopo” porta sfiga».
Giovanna Casadio
(da “La Repubblica”)
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Novembre 19th, 2016 Riccardo Fucile
INSIEME A QUELLE STAGIONALI RAPPRESENTANO IL 75% DEI NUOVI RAPPORTI DI LAVORO
Le assunzioni a tempo determinato e quelle stagionali rappresentano quasi il 75% dei nuovi rapporti di lavoro: il dato emerge da uno studio della Fondazione Di Vittorio, che rielabora i dati dell’Osservatorio sul precariato dell’Inps.
Tra i lavoratori dipendenti del settore privato (esclusi domestici ed agricoli), si legge nel report, le assunzioni a tempo indeterminato nei primi 9 mesi di quest’anno (926 mila) sono inferiori non solo a quelle dei primi 9 mesi del 2015 (con una differenza di -443 mila, pari a -32,3%), ma anche a quelle dei corrispondenti periodi del 2014 (-65 mila, pari al -6,5%) e del 2013 (-85 mila, pari al -8,4%).
Il boom delle assunzioni (a termine)
Superano i 2,7 milioni le assunzioni a termine, con una variazione rispetto al 2015 di +91 mila unità , di +154 mila rispetto al 2014 ed una ancora più cospicua rispetto al 2013 (+325 mila).
Le assunzioni di stagionali, nei primi 9 mesi del 2016 pari a 470 mila, sono inferiori di 37 mila unita’ al livello del 2015 e di 4 mila a quello del 2014.
Le assunzioni a termine e quelle stagionali rappresentano quasi il 75% dei nuovi rapporti di lavoro: un dato in crescita rispetto alle rilevazioni precedenti.
Le assunzioni a tempo determinato, sottolinea la Cgil, riguardano rapporti di lavoro spesso di durata molto breve che, in molti casi, fanno capo ad uno stesso individuo nel periodo che viene osservato.
Le assunzioni a termine generano quindi una quantità di lavoro ridotta: con riferimento al settore privato, nel 2015 il 35,4% dei contratti a tempo determinato aveva una fine prevista entro un mese, ed un altro 23,7% da 1 a 3 mesi.
Le assunzioni in apprendistato (168 mila) crescono rispetto al 2015 (+29 mila), per la ritrovata convenienza economica della forma contrattuale, pur restando inferiori ai livelli del 2013-14.
Anche le trasformazioni contrattuali in tempo indeterminato da contratti a termine (226 mila) sono in calo sia rispetto ai primi 9 mesi del 2015 (-118 mila, -34,4%) sia a quelli del 2014 (-39 mila, -14,4%) ed in misura più consistente del 2013 (-106 mila, -31,9%).
Le trasformazioni dall’apprendistato al tempo indeterminato (62 mila) sono in leggera flessione rispetto al 2015, con un guadagno invece rispetto al 2014 (+10 mila) ed anche rispetto al 2013 (+6 mila).
La variazione netta (incluse le trasformazioni) del tempo indeterminato, pari a +47 mila unita’ nei primi 9 mesi 2016, si ridimensiona drasticamente rispetto alle +520 mila dei primi 9 mesi 2015 ed e’ anche nettamente inferiore al dato 2014 (+105 mila unita’) e a quello 2013 (+139 mila).
Dal mese di giugno 2016, la variazione netta mensile e’ stata sempre negativa (a settembre -4 mila).
Il saldo netto resta positivo grazie alle minori cessazioni, che scendono sotto 1 milione 200 mila unità , -90 mila rispetto ai primi 9 mesi del 2015, -37 mila nei confronti del corrispondente periodo del 2014 e -92 mila rispetto a quello del 2013
L’osservatorio del precariato dell’INPS
Nonostante il calo delle cessazioni, il saldo del tempo indeterminato non sarebbe rimasto in territorio positivo nei primi 9 mesi del 2016 senza il determinante apporto delle trasformazioni in tempo indeterminato.
Senza di questi si sarebbe registrato — a differenza del 2015 — un saldo negativo.
Il rallentamento dei flussi in uscita, dice la Cgil, puo’ spiegarsi in parte col migliore andamento di alcuni settori, ma non va dimenticata la durata triennale degli incentivi e, soprattutto, la forte diminuzione dei pensionamenti del FPLD.
Escluse le pensioni ai superstiti, infatti, sono state liquidate nei primi tre trimestri 2016 circa 97 mila pensioni, contro le 137 mila del corrispondente periodo del 2015. Rispetto al primo semestre del 2015, sono 39,5 mila uscite in meno, un calo che ha contribuito alla tenuta complessiva del tempo indeterminato: senza tale contributo, il saldo occupazionale per l’anno in corso sarebbe stato appena di 8 mila unita’.
Nei primi 9 mesi del 2016 si verifica una consistente espansione del lavoro a termine, che -incluso il lavoro stagionale- presenta una variazione netta di +462 mila unita’, contro meno di 180 mila del corrispondente periodo del 2015.
Escludendo i rapporti di lavoro stagionali, il saldo e’ di +395 mila unità , a fronte di valori nettamente inferiori nel triennio precedente.
Prosegue il boom dei voucher: sempre nello stesso periodo sono stati acquistati in Italia quasi 110 milioni di voucher, quasi 4 volte il valore del 2013 e in aumento del 128% rispetto al 2014.
Rispetto ai primi 9 mesi del 2015, la crescita e’ del +34,6%. Rapportando i dati all’orario contrattuale medio netto di un full-time nel settore privato, tale quantità è equivalente — secondo stime Cgil — a ben 86 mila persone impiegate a tempo pieno ogni mese.
Si tratta con ogni probabilita’ di un dato sottostimato, poichè, secondo un’opinione largamente diffusa, la parte di lavoro ufficialmente dichiarato con i voucher non copre che una parte del lavoro effettivamente svolto.
Le aree geografiche meridionali, che utilizzavano relativamente meno lo strumento dei buonilavoro, hanno fatto registrare nel 2014-15 gli incrementi piu’ consistenti (oltre il +90%).
Nei primi 9 mesi del 2016, le dinamiche tra le aree si avvicinano: gli incrementi sono compresi tra il +37,4% del Nord-Ovest ed il +31,1% del Nord-Est. L’area che acquista maggiormente i buoni-lavoro resta il Nord-Est, con circa un terzo dei buoni venduti a livello nazionale, seguita dal Nord-Ovest, con il 30,2%, poi dal Centro con il 18,2%, dal Sud con il 12,1% ed infine dalle Isole con il 6%.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 19th, 2016 Riccardo Fucile
DA AMAZON A ZALANDO, DA ESSELUNGA A H&M, DIETRO I NOSTRI CLIC CI SONO MIGLIAIA DI GIOVANI CHE LAVORANO GIORNO E NOTTE.. LA LOGISTICA DELLO SHOPPING IN RETE
Nel tempo necessario per leggere il titolo e il sommario di questa pagina, sono stati
completati 76 ordini di scarpe, libri o detersivi. On line.
Per arrivare a questa riga sarà passato un minuto.
E un minuto sono 228 consegne, che fanno 13.600 all’ora, 328 mila e 700 al giorno. Nel 2016 gli acquisti digitali di beni materiali, in Italia, sono stati più di 120 milioni: un inarrestabile pulsare di clic che crescono del 30 per cento all’anno, a 75 euro in media a scontrino.
Ma dietro ognuna di queste comande, impartite senza attese o spostamenti, senza commessi o commercianti, c’è una lunga catena che si ingegna e si spreme «per minimizzare i percorsi e rispettare i tempi promessi» al cliente, come spiegano ad Amazon.
Il cliente e le sue richieste. La sua fretta. I suoi orari. I nuovi padroni aspettano da casa. I nuovi operai corrono per loro.
«Una delle prime cose che ti insegnano ad Amazon è il passo», racconta Daniele, 30 anni, impiegato durante il picco di Natale nel centro piacentino di Castel San Giovanni: «Un passo di marcia». Perchè ci vuole ritmo, per l’eCommerce. E sorridere al citofono.
È quello che raccontano le facchine e i fattorini, o meglio i “picker” e i “driver”, di H&M o di Esselunga, di Zalando o GLS che abbiamo incontrato per mostrare cosa significa stare dall’altra parte del computer nell’industria degli ordini on line: quella della catena di montaggio.
Trovando entusiasti o pessimiste. E incubi comuni. Come l’imparare presto a temere ciò che per gli altri è festa: il Natale, i saldi, l’avvicinarsi del cenone, l’inizio dell’anno. Per i regali, la scuola e le offerte, aumentano le richieste. Quindi la pressione.
Perchè il bisogno di comodità dei clienti schiaccia i diritti degli altri. Per arrivare prima alla consegna, gli ingranaggi digitali, meccanici e umani dell’eCommerce non si possono fermare.
Via Benigno Zaccagnini, Stradella, provincia di Pavia. In questa zona un tempo famosa per la “casalinga di Voghera” adesso s’alzano alcuni mega-snodi logistici che dalla pianura padana riforniscono via eCommerce l’Europa.
A destra, i cancelli della “città del libro”, hub internazionale dei volumi comprati on line. A sinistra trecento persone che scorrono scaffali per gestire gli ordini web di H&M, la catena di vestiti low cost. I camion per le spedizioni battono la Bassa.
Il gestore del magazzino di H&M è una cooperativa di Como, Easycoop. A cui gli affari vanno alla grande. Il fatturato è raddoppiato negli ultimi due anni, i dipendenti sono saliti a 674, a luglio i soci hanno votato un aumento di stipendio al presidente (204 mila lordi).
Serena Frontino ha 22 anni, un cappotto beige, un’infervorata militanza sindacale che l’ha portata più volte sui giornali negli ultimi mesi. Il suo contratto è part time, a 7,4 euro l’ora; ad aprile più della metà della sua busta paga non arrivava dall’ordinario, quanto da premi di produzione, extra e integrazioni.
Perchè il suo è un part-time elastico: sui contributi versati, sui diritti, sull’agenda. «Ci mandano l’orario del giorno dopo solo il pomeriggio o la sera prima, via sms», racconta: «Seguivo un corso di teatro, la mia passione, ma ho dovuto abbandonare. Perchè non posso prevedere a che ora uscirò».
Sul regolamento interno, depositato con il bilancio, è scritto chiaro che «la distribuzione e la durata dell’orario potranno variare nell’arco delle 24 ore, per tutti i giorni del calendario», e ogni socio lavoratore è «tenuto a prestare la propria attività oltre quanto stabilito, sia di giorno, sia di notte, sia in giorni feriali, sia in giorni festivi». La richiesta d’abiti non conosce notte
SMISTARE
Il facchino è fra i mestieri non qualificati più richiesti del 2016: Unioncamere ha previsto 41.100 assunzioni in un anno; più della metà a tempo determinato, ma in crescita.
«Fuori non c’è niente, qui è un’altra vita», dice Mirela Feodorov in un video girato da Amazon: «Anche se è pesante, hai la sicurezza».
I gesti di Mirela sono martellanti. Scatta. Dietro, i colleghi camminano svelti. «Sono stata interinale per sei mesi, poi mi hanno assunta full time», racconta orgogliosa all’Espresso Clara Merli, 44 anni, anche lei dipendente Amazon a Castel San Giovanni: «È normale che esista un passo. Che si debba essere veloci. L’azienda cresce. Non so quali aspettative abbiano i giovani, ma qui si lavora. Se ce la faccio io che ho tre figli».
Clara è una “picker”. Come Serena ad H&M: ogni mattina prende la sua prima “missione”, un rotolo di codici a barre che indicano i capi d’abbigliamento da recuperare negli scatoloni, tra le file sterminate degli scaffali.
A Serena è richiesto di prelevarne quattro al minuto. «Se finisci sotto i 3,8 arriva un richiamo». Ogni missione è composta da 120, 160 pezzi.
Il metronomo dell’azienda prevede due missioni come queste ogni ora.
«I tempi diventano sempre più stretti, la tolleranza sugli errori è bassa. Ma in questi magazzini è molto difficile sostituire le persone con i robot», spiega Riccardo Mangiaracina, direttore dell’Osservatorio dedicato al Politecnico di Milano: «L’automazione è rigida. Mentre per l’eCommerce serve flessibilità : sia sul tipo di pacchi da prendere, sia sulla stagionalità ». Software e robot possono sollevare i pesi più ingombranti. Possono comandare, indicando i percorsi ottimali. Ma a eseguire, servono facchini umani.
IMPACCHETTARE
Anche Anna ha 22 anni. In H&M è una “packer”, ovvero si occupa di piegare gli abiti e imbustarli .«Quando mi hanno assunta, due anni fa, bisognava passare 200 pezzi all’ora. Adesso hanno alzato la media a 250».
Anna e le altre 57 ragazze che eseguono con lei questa mansione sta in piedi, fra i carrelli e il rullo. Riceve, controlla, smista, imbusta. «C’è la musica, nel magazzino, radio Kiss Kiss». Ma con le colleghe non può chiacchierare. «Mi hanno separata da un’amica perchè non mi distraessi. Anche se restavo al passo».
Nel regolamento di Easycoop si chiede di non lamentarsi: «è fatto divieto di discutere sui luoghi di lavoro, in particolare in presenza di terzi, di problematiche aziendali». Dopo due anni Anna è ancora inquadrata come “junior”, al minimo salariale.
Nessuno scatto d’anzianità . Preavviso di sei giorni in caso di licenziamento.
«Negli ultimi mesi alcuni aspetti sono migliorati», dice, «grazie soprattutto alle lotte sindacali». Anche lei, come le sue colleghe, si entusiasma a raccontare lo sbarco dei Cobas in magazzino, le trattative, i picchetti, i primi risultati. Poi torna a fumare. «Avrei voluto fare la nutrizionista. Ma ammetto che ho perso la voglia di impegnarmi, fuori da qui. Sono stanca, quando esco».
E poi ci sono i climax, come le “capsule collection” firmate da stilisti di grido. Non dimenticherà mai, dice, quella di un designer francese: «Durava soltanto due giorni. Piacque tantissimo, e gli ordini si impennarono. Più velocemente del solito dovevamo trattare abiti non da 30, ma da 400 euro l’uno. C’era un cappotto con dei pendenti fragili. Hai paura a respirare sui vestiti, in quei casi. Le altre “packer” imbustavano e piangevano. Io ho avuto un attacco d’ansia».
CONFEZIONE REGAL
Per far fronte allo shopping compulsivo del Natale, Amazon – 900 dipendenti a Castel San Giovanni, di cui tre dirigenti, 67 milioni di euro di ricavi – chiama centinaia di interinali per alcuni mesi. Daniele è stato uno di quelli.
«Mi occupavo dei pacchi voluminosi. Ogni mattina c’era il briefing. Il “team leader” mostrava faccine tristi, diceva che eravamo stati poco produttivi il giorno prima. A volte lanciava delle sfide. Diceva “ragazzi, dai, dobbiamo spingere. Anzichè 3.500 pezzi in un’ora, facciamone 5 mila”». Se ci riuscivano veniva estratto un premio, racconta.
«Sono rigidissimi sul rispetto delle norme di sicurezza», continua: «Ma anche sugli standard: ti dicono come eseguire ogni movimento per risparmiare secondi preziosi». Se sei sotto media, «si avvicina un ragazzo, col computer. Ti dice: non potresti andare più veloce?».
Quant’è contemporaneo il passato: «Lulù, ma cosa mi combini? Il rendimento è bassissimo, ci devi dare dentro. Se no perdi il cottimo». «Amore, amore, va qui che exploit. Non è che non posso. È che non voglio», rispondeva Gian Maria Volontè in “La classe operaia va in Paradiso”.
SPEDIRE
Un collega di Roberto assomiglia da vicino al cottimista immortale di Petri. «Ha tre figli e due mutui, per questo accetta anche quattro doppie a settimana. Non vive. Ma guadagna più di me. Prima poteva superare anche duemila euro al mese. Ora arriva al massimo a 1.800».
Dal 2008 Roberto è uno dei fattorini che portano a casa la spesa ordinata online su Esselunga. «Prima eravamo 60 autisti, per 14 consegne a servizio. Ora siamo 100 e ne facciamo 17».
La “doppia” è il doppio turno: «Significa che inizi alle 5.43 e guidi fino a dopo cena. Con la pausa per il pranzo». Roberto accetta solo una volta a settimana. «Voglio continuare ad allenarmi a rugby», dice.
Alcuni suoi colleghi, per bisogno, sostengono ritmi molto più pressanti. «Siamo pagati un fisso di 1.250 euro al mese per undici consegne al giorno», spiega: «Tutti gli extra sono a cottimo – uno, 2,5 euro a ordine».
La mattina si presenta al magazzino di Milano Sud, «rinconcilia», spiega in gergo, «i freschi al resto della gastronomia» e inizia le tappe. «Preferisco andare a Quarto Oggiaro», un quartiere popolare: «Perchè lì i clienti sono spesso manovali che non hanno il tempo per andare al supermercato. E scendono a darmi una mano. In altre zone ti trattano da schiavo. E devi pure sorridergli».
Roberto lavorava all’inizio per il consorzio Alma, che ha perso l’appalto dopo i guai giudiziari del fondatore, a cui la Guardia di Finanza contesta decine di milioni d’Iva evasa.
Ora la gestione è di una srl «molto più seria, nelle buste paga», spiega. «Ma fa fatica a trovare nuovi autisti. Molti scappano dopo la prova. Perchè è faticoso: sei sempre da solo, devi portare la spesa fino al corridoio del cliente, a prescindere dal peso».
Lui non se ne va, «perchè fuori non ho trovato altro. Vivo con mia madre. Stiamo finendo di pagare i debiti di papà ».
CONSEGNAR
Anche Alessandro è tornato a vivere con i genitori a 35 anni. Diplomato in ragioneria, è stato per 18 anni trasportatore a Latina. «Ero arrivato a guadagnare, con il mio mezzo, anche tremila euro netti al mese. Certo, stavo molto in furgone. Fino a 140 consegne in un giorno. Ma non potevo lamentarmi».
Parla al passato perchè l’anno scorso ha lasciato la sua vita da “corriere espresso”. Il suo ormai ex settore non conosce crisi: il fatturato delle consegne a domicilio ha superato i cinque miliardi e mezzo di euro l’anno, come mostrano i dati dell’osservatorio Logistica del Politecnico di Milano che pubblichiamo in anteprima: seicento milioni di euro in più rispetto a sei anni fa.
L’eCommerce alza i volumi. Ma non la qualità di vita per i “driver”: «È diventato tutto più insostenibile. Io ho portato pacchi per Gls, Bartolini, Sda, Mtn. Pagato a ore oppure da un euro a 4,2 a ordine. Avevo il mio giro di negozi. Sapevo come ottimizzare i tempi, le strade. Come gestire le giornate. Poi sono cresciute le spedizioni a casa, e la mia attività è passata al 70 per cento sui privati.
Ovvero persone che magari non rispondono subito al citofono perchè non possono, o il portiere non c’è, o chiedono di tornare dopo. Con tutti gli imprevisti non riuscivo più ad assicurarmi un cottimo che mi permettesse di guadagnare bene».
Così ha cambiato mestiere, e pur di continuare a seguire l’Inter («Sono di Latina, ma la mia casa è San Siro. Se ho dei soldi, li spendo per le trasferte») è tornato dai suoi.
RESTITUIRE
L’anno prossimo si sposa. «Poi il mio sogno è comprarmi l’auto, se riesco a risparmiare».
Debora è l’operaia modello dell’eCommerce italiano. A 22 anni è al suo secondo impiego fra carrelli e scaffali. Da quattro mesi è dipendente a tempo pieno del consorzio Ucsa: si occupa dei “resi” nel magazzino di Zalando, la piattaforma online di vestiti griffati.
«Siamo tutte donne, nel mio reparto. Dobbiamo assicurarci che gli abiti restituiti siano intatti, puliti, senza difetti».
Lo fa otto ore al giorno, più mezz’ora di pausa pranzo. Anche per lei l’orario è confermato solo giorno per giorno. «Prendo 1.400 euro al mese. La paga è buona. Il sabato ci danno il doppio. Fuori trovavo solo offerte in nero come cameriera al bar». Deve controllare 40 pezzi l’ora. «Riesco senza problemi, ma che non aumentino». Una volta al mese arrivano dei controllori di Zalando, «ci intervistano per sapere come va. Hanno dato feedback positivi sulla mia attività . Come premio ho ricevuto un buono da 200 euro da spendere sul sito web. Avrei preferito un aumento. Ma penso di potermi prendere qualcosa di bello».
L’affitto, la Bassa, il fidanzato. «Se dovesse rimanere così, penso di poter tenere questo posto per tutta la vita».
Francesca Sironi
(da “L’Espresso”)
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Novembre 19th, 2016 Riccardo Fucile
“NESSUNO DOVRA’ AVERE FAME IN UN PAESE COSI’ PROSPEROSO COME LA SCOZIA”
Il governo scozzese potrebbe presto introdurre il “diritto al cibo” tra le sue leggi. L’obiettivo è quello di garantire a tutti un accesso sicuro al cibo: quest’ultimo, inoltre, dovrà essere adeguato in quantità e abbordabile a livello di costi.
La proposta è stata avanzata dall’Independent Working Group on Food Poverty, un gruppo di lavoro incentrato proprio sulla risoluzione di problemi legati alla fame.
Il team ha pubblicato un report all’inizio di quest’anno e, basandosi sui dati in esso pubblicati, ha proposto al governo l’introduzione di alcune norme per implementare le politiche tuttora in vigore e per utilizzare al meglio le risorse disponibili.
Sebbene il problema della fame non sia di facile risoluzione, le loro “raccomandazioni” rappresentano il desiderio di un passo in avanti.
Tra quelle suggerite e accettate dal governo, oltre al diritto al cibo esteso a tutti, c’è anche l’introduzione di un sistema di controllo della sicurezza di ciò che viene venduto visto che, come mette in evidenza uno studio dell’associazione Trussell Trust, negli ultimi tempi il fenomeno dei banchi alimentari è sempre più diffuso.
“Siamo stati molto chiari: nessuno dovrà trovarsi ad avere a che fare con un’emergenza legata al cibo in un Paese così prosperoso come la Scozia”, ha spiegato il segretario che si occupa di uguaglianza sociale, Angela Constance.
“I tagli e le tasse hanno portato sempre più persone a sperimentare la crisi, aggravando il problema della fame – continua -. Noi vogliamo creare una soluzione sostenibile per affrontare il problema in Scozia e quindi vaglieremo una serie di ipotesi, tra cui anche il ‘diritto al cibo’. Questo vuol dire non soltanto dare alle persone la possibilità di accedere a cibo sano e fresco, ma anche condividere i pasti nelle comunità , sviluppare una serie di nuove capacità e cercare insieme una soluzione a lungo termine”.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 19th, 2016 Riccardo Fucile
“LA FABBRICA RIMARRA’ IN KENTUCKY” COMUNICA IL PRESIDENTE ELETTO, MA IL COLOSSO DELL’AUTO NON HA MAI PENSATO DI TRASFERIRLA E TANTO MENO DI LICENZIARE GLI OPERAI USA
La Ford non trasferirà lo stabilimento del Kentucky in Messico: lo annuncia su Twitter
Donald Trump.
Il neoeletto presidente degli Stati Uniti rivendica di essersi battuto per mesi per fermare il progetto del colosso automobilistico: in un intervento su Fox in settembre aveva addirittura annunciato che, se fosse stato eletto, avrebbe imposto una tassa del 35 per cento sulle auto prodotte in Messico che sarebbero state vendute negli Stati Uniti.
Solo che il progetto di trasferimento non c’è mai stato: la Ford tra l’altro è blindata da un accordo sindacale che la impegna a mantenere i livelli attuali di occupazione negli Stati Uniti per i prossimi tre anni.
“Lo dovevo al grande stato del Kentucky per la fiducia che hanno riposto in me”, twitta. Trump ha infatti conquistato il 62,5% del voto popolare del Kentucky nelle elezioni presidenziali dell’8 novembre.
Peccato che la Ford abbia sempre negato di voler spostare in Messico lo stabilimento del Kentucky, che produce la Lincoln, un Suv di lusso.
Mentre ha appena inaugurato due nuovi stabilimenti in Messico: uno a Chihuahua, dove produce soprattutto motori, e un altro a San Luis de Potosi, dove sposterà una parte della produzione delle auto di piccola cilindrata, ossia la Fiesta e la Focus. Inoltre la Ford sulle fabbriche americane ha le mani legate da un accordo con i sindacati, che gli vieta di chiudere qualunque fabbrica statunitense prima del 2019.
La portavoce della Ford Christin Baker ha ribadito alle agenzie di stampa che l’azienda automobilistica “ha confermato al presidente neoeletto che la nostra piccola Lincoln prodotta a Louisville rimarrà in Kentucky”.
A Louisville si producono il crossover MKC e la Ford Escape, il progetto è di un’implementazione della produzione del secondo modello.
Tuttavia in gioco non ci sono mai stati posti di lavoro, la Ford lo ha ripetutamente negato contro Trump che affermava che sarebbero stati licenziati migliaia di lavoratori.
La Ford ha inoltre sempre ribadito che avrebbe mantenuto i progetti di produzione della Ford Focus in Messico e anche rispetto a questo non c’è stato alcun passo indietro.
Insomma, una polemica sul nulla.
(da “La Repubblica”)
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