Febbraio 8th, 2017 Riccardo Fucile
L’AUTORITA’ DI SERRAJ E’ LIMITATA E NON PUO’ GARANTIRE IMPEGNI UE
Il Parlamento di Tobruk ha bocciato, definendolo “nullo e non pervenuto”, l’accordo sui migranti siglato tra l’Italia e il governo libico guidato da Fayez al-Sarraj, riconosciuto dalle Nazioni Unite ma detestato da Khalifa Haftar, l’uomo forte di Bengasi.
L’autorità di Serraj è inoltre limitata alla sola Tripoli e la capacità di garantire l’accordo con l’Ue risulta improbabile.
Secondo il Parlamento di Tobruk infatti “non esiste alcun obbligo morale e materiale” di rispettare il memorandum, poichè il governo di accordo nazionale (Gna) non rappresenta la Libia.
“Dossier come quello sull’immigrazione clandestina – si legge in una nota – sono tra le questioni cruciali” che devono essere decise “dal popolo libico attraverso l’intermediazione dei suoi deputati democraticamente eletti”.
Il Parlamento di Tobruk controlla la Cirenaica, la parte est della Libia, ed è stato eletto nel 2014. Può contare sul sostegno dei gruppi armati del suo ministro della Difesa, il generale Khalifa Haftar, alleato dichiarato della Russia.
Il governo italiano ha deciso invece di scommettere su Fayez al Serraj, che esercita le funzioni di primo ministro anche se in modo informale, perchè avrebbe bisogno del riconoscimento dell’altra metà del paese.
Solo giovedì scorso il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, in un incontro con al Serraj, aveva dichiarato che “è tempo di chiudere la rotta dalla Libia all’Italia”.
L’obiettivo: scongiurare che i movimenti populisti e nazionalisti del continente speculino ancora sul tema dell’accoglienza e rilanciare l’integrazione europea a partire dalla difesa dei confini esterni
E se nella dichiarazione sull’immigrazione siglata dai due leader si leggeva che “l’Unione europea accoglie con favore lo sviluppo dell’accordo firmato tra Italia e Libia il 2 febbraio”, la posizione dei parlamentari di Tobruk promette un fragile futuro al progetto italo-libico.
(da “il Foglio“)
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Febbraio 8th, 2017 Riccardo Fucile
LA RISPOSTA DEL LEGHISTA E’ UN AUTOGOL: “FACILE PONTIFICARE CON I MILIONI IN BANCA”…. SOLO CHI, COME LUI, GUADAGNA 130.000 EURO L’ANNO, SPESATO DI TUTTO E CON LA CAMPAGNA ELETTORALE PAGATA DAL PARTITO, PUO’ IN EFFETTI METTERE DA PARTE UN MILIONE DI EURO (SALVO CHE NON SE LO SPUTTANI) IN POCHI ANNI
“Facile pontificare con qualche milione sul conto in banca”. Matteo Salvini ci deve aver pensato a
lungo (dopo essersi probabilmente consultato con il suo noto spindoctor a cui caccia 300.000 euro l’anno per curare la propria immagine) prima di rispondere così banalmente alle battute al cianuro di Crozza che, nel suo intervento al festival di Sanremo, aveva ricordato una palese verità : “Salvini ha detto che il compenso di Conti è vergognoso, io darei anche il suo stipendio ai terremotati”.
Poi aveva anche ricordato che “Salvini viene pagato dal parlamento europeo per dire che usciamo dall’Europa» .
Perchè non passa giorno che Salvini dica al primi che passano che dovrebbero dare i soldi ai terremotati, che ospitino loro i profughi, che prima bisogna aiutare gli italiani, ma lui si guarda bene dal farlo in prima persona (non risulta che la sua seconda casa di Recco l’abbia destinata a qualche clochard italiano)
La replica di oggi si addice a lui: “facile pontificare con milioni in banca”.
Chi meglio di lui che da 15 anni percepisce , vuoi dal parlamento italiano che da quello europeo, cifre intorno ai 13.000 euro al mese (150.000 l’anno) può mettere da parte in pochi anni un milione di euro?
Non solo: Salvini è spesato di tutto, viaggia sull’auto del partito con il fido autista con il pistolone in tasca, ha licenziato tutti i dipendenti perchè le uniche spese permesse sono solo ormai quelle elettorali dove i suoi manifesti li paga il partito, a differenza dei comuni mortali, non ha problemi a mettere insieme il pranzo con la cena.
Tempo fa ha persino acquistato un appartamento a prezzi stracciati (come riportato dalla stampa) grazie agli immigrati che avevano contribuito a far abbassare i prezzi dell’immobile.
Diciamo che un milioncino in pochi anni uno al suo posto non avrebbe avuto difficoltà a metterselo sul conto in banca.
Salvo che non se lo sputtani diversamente, ovvio.
Ma questo lo sa solo lui (e pochi altri)…
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Febbraio 8th, 2017 Riccardo Fucile
I DISTURBI MENTALI DI TIPO DISSOCIATIVO PORTANO ALLA IDENTIFICAZIONE NEL RUOLO CHE SI RECITA…SI DICHIARANO INTENTI POPOLARI PER POI PERSEGUIRE LA BLINDATURA DEI PRIVILEGI IN UNA SOCIETA’ RIFEUDALIZZATA
Nell’odierna confusione babelica, che qualcuno già etichetta come “post-globalizzazione”, parrebbe prendere forma una bizzarra filiera — tra l’altro accreditata dal feeling tra i diretti interessati — che collegherebbe Donald Trump a Beppe Grillo, Marine Le Pen a Matteo Salvini: la singolare genia dei populisti versione sovranista.
Dunque un capriccioso bancarottiere in preda a turbe iomaniache, un tribuno della plebe affetto da pulsioni cristologiche (sdoppiamento di personalità risalente al 1982, quando il regista Luigi Comencini lo diresse in “Cercasi Gesù”?), una figlia d’arte che amministra il lascito chauvinistico della Francia profonda, un bulletto in carriera. Maschere certamente differenti, eppure accomunate dalla spiccata e manifesta simpatia nei confronti dei sinistri e inquietanti ceffi della Democratura odierna: da Vladimir Putin a Tayyip Erdogan, al premier ungherese Viktor Orbà n.
Disturbi mentali di tipo dissociativo a parte (leggi, identificazione nel ruolo che si recita), un bel gruppo di furboni; i quali hanno trovato nel campo del cosiddetto “populismo” terreno fertile per le loro aspirazioni ascensionali.
Fermo restando che le rispettive frequentazioni dovrebbero smascherarne le effettive affinità /preferenze sociali: i petrolieri miliardari e i consulenti alla Goldman Sachs che Trump ha riunito nella sala ovale di Washington, gli omologhi carrieristi di estrazione piccolo borghese da frequentare nei momenti di intimità per Beppe Grillo (la bella gente cafonal, tipo Flavio Briatore o l’evasore seriale Gino Paoli).
Combriccole di amici che nulla avrebbero da spartire con le pratiche da ami du peuple; nell’apoteosi dell’imbroglionismo demagogico.
Stravolgimento del significato intrinseco che — nonostante demonizzazioni strumentali — oggi assume il termine “populista”: la denuncia delle politiche anti-popolari imposte in questa fase storica dalle plutocrazie dominanti.
Estraneità che le soluzioni di stampo sovranista, con cui i demagoghi ammantati di populismo colonizzano in maniera ambigua la vasta area dell’indignazione anti-establishment, dovrebbero mettere in evidenza. E da cui incassano consistenti dividendi elettorali.
Mentre le masse che si bevono il suddetto imbroglio — assetate di semplificazioni anestetiche, come sono — accreditano alla stregua di panacea miracolosa.
E neppure scorgono l’insanabile contraddizione che condanna al fallimento la ricetta sovranista/populista.
Ossia, mentre si proclamano intenti popolari, si perseguono chiusure protezionistiche; in linea con gli intenti di quella parte dell’establishment che coltiva da un ventennio la versione più prevaricatrice nella complessiva strategia reazionaria: l’isolazionismo, tradotto nella blindatura del privilegio in una nuova società rifeudalizzata e castale. Con le moltitudini ridotte a gregge e relegate in ghetti post-democratici, dove essere tenute a bada dai demagoghi sedicenti “amici del popolo”.
Il tutto in un’orgia di comunicazioni false e truffaldine, ma sempre improntate alla semplificazione.
Per cui vengono attaccate cose buone e inclusive — quali la globalizzazione cosmopolitica e il processo di unificazione europea — falsamente identificate nei loro esiti degenerati: la globalizzazione finanziaria alla Clinton e l’Unione europea delle banche e dell’austerity.
Non progetti civili che hanno subito un’indebita deviazione e da riportare sui giusti binari. Bensì da distruggere, cancellandone i generosi intenti originari.
All’insegna dell’esclusione di massa mondializzata.
Mentre i demagoghi finto populisti potranno occupare le poltrone pubbliche più elevate, sempre al servizio del nuovo ordine anti-popolare.
Pierfranco Pellizzetti
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 8th, 2017 Riccardo Fucile
MENTRE CRESCE L’INDIGNAZIONE IN TUTTO IL MONDO CIVILE, LA SOCIETA’ NERAZZURRA, DI CUI IL GIOVANE E’ TIFOSO, PROVA A DONARGLI UN SORRISO
Un sorriso per lenire il dolore. Non cancellarlo, quello lo potrà fare forse solamente il tempo. Però,
nell’immediato, un piccolo placebo diverrebbe la più grande cura.
E’ ciò che starebbe pensando di fare la società nerazzurra dopo che la tremenda storia del giovane Theo, arrestato e violentato dagli agenti a Parigi, ha fatto il giro del mondo.
Perchè in quelle immagini di un giovane adagiato su un letto d’ospedale, indossando una casacca interista, non sono passate inosservate al club milanese. Che potrebbe ridare un sorriso al ragazzo invitandolo a visitare la sua squadra del cuore, l’Inter, cercando di trovare un lato positivo all’interno di una tragedia che grida ancora oggi vendetta.
Il pestaggio e la violenza
Sono stati incriminati e sospesi dal servizio i quattro poliziotti. In particolare uno dei quattro è stato accusato di aver sodomizzato durante una retata con uno manganello telescopico il giovane Theo: per questo agente l’accusa è di violenza sessuale, mentre gli altri tre sono accusati di violenza volontaria. Una storia triste, terribile, che ha toccato da vicino anche la squadra nerazzurra.
L’iniziativa nerazzurra
Durante il ricovero in ospedale, ripreso da telecamere e fotografi, Theo indossava una maglietta dell’Inter. Un particolare come altri, niente di importante ma non per la società di Suning.
Così, il club nerazzurro, molto colpito dalla vicenda, sta studiando come riportare la felicità — anche se temporanea — nel presente del ragazzo.
L’intenzione è quella di invitare al più presto Theo a Milano, per assistere a una partita a San Siro o a un allenamento alla Pinetina, circondato dai suoi idoli.
In difesa di Theo era intervenuto anche il centrocampista nerazzurro Kondogbia, con un tweet in cui chiedeva giustizia per il ragazzo aggredito e picchiato senza motivo.
(da “Fanpage”)
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Febbraio 8th, 2017 Riccardo Fucile
DI MAIO ORA NEGA DI AVER CONVINTO MARRA A RESTARE IN CAMPIDOGLIO, MA UN ARTICOLO DEL FATTO CONFERMA IL CONTRARIO… E C’E’ UN PURE UN VIDEO CHE LO INCASTRA
«Il sottoscritto non ha mai convinto Raffaele Marra a rimanere in Campidoglio»: ieri così Luigi Di Maio smentiva Repubblica e Corriere della Sera che raccontavano di come l’ex capo di gabinetto della sindaca avesse deciso di lasciare il Campidoglio ma fosse stato trattenuto proprio dal vicepresidente della Camera.
Ma quanto può valere una smentita se a raccontare la circostanza fu Marco Travaglio, non smentito dal MoVimento 5 Stelle?
“Sono costretto a smentire per l’ennesima volta di aver avuto il ruolo che quest’oggi, mi attribuiscono i due quotidiani la Repubblica e il Corriere della Sera. Il sottoscritto non ha mai convinto Raffaele Marra a rimanere in Campidoglio, questa è una fantasia. Così come è fantasioso sostenere che io abbia voluto tenere in piedi il rapporto fra la sindaca di Roma e il duo Marra-Romeo. Tutte illazioni diffamatorie che non trovano riscontro nei fatti. Siamo davanti ad un vero e proprio attacco al MoVimento 5 Stelle: vogliono delegittimarci, ma non ci riusciranno. Cambieremo Roma, cambieremo il Paese”, ha detto ieri Di Maio in una nota che smentiva le ricostruzioni di Carlo Bonini e Fiorenza Sarzanini.
E oggi i due giornali rilanciano citando due particolari interessanti: per cominciare il fatto che Marra abbia dichiarato che di fronte all’altolà del minidirettorio romano sulla sua designazione a vicecapo di gabinetto «avevo deciso di andare via e mi consultai con Luigi Di Maio».
E soprattutto un articolo del 9 settembre 2016 sul Fatto Quotidiano a firma di Marco Travaglio e Valeria Pacelli:
6 luglio. Marra chiede di parlare con Luigi Di Maio, che lo riceve nel suo ufficio alla Camera. L’ex finanziere gli porta il solito valigione di documenti contutte le sue denunce e per un’ora e mezza gli illustra la sua esperienza nell’amministrazione regionale e capitolina. “Se non l’avrò convinta — aggiunge — ho qui pronta la lettera di dimissioni”. Poi mostra anche a Raggi e Frongia una dichiarazione della Procura secondo cui non ha procedimenti penali in corso, diversamente da altri 7 dirigenti comunali (indagati o imputati, eppure ai loro posti senz’alcuna polemica). Ma i bombardamenti contro di lui continuano, dal mini-direttorio e da parte del direttorio, nonchè dalla grande stampa.
Siccome Marra non diede mai le dimissioni, o la ricostruzione è falsa (ma non è stata mai smentita) oppure dopo l’incontro Marra è rimasto in Campidoglio perchè qualcuno ha convinto qualcun altro.
«Dunque, il vicepresidente della Camera, il 6 luglio 2016, blocca le dimissioni di Marra e ne legittima il ruolo soprattutto agli occhi di quella parte del Movimento (stretta intorno alla Lombardi) che ne chiede l’allontanamento per il suo passato di “destra”», commenta Bonini
Il video di Di Maio che parla di Marra
E poi c’è il video in cui sempre Di Maio rispondeva a una domanda su Raffaele Marra posta da una giornalista: “Condividete la scelta di un ex alemanniano come Marra?”. La risposta di Luigi Di Maio è: «Guardi, io penso soltanto una cosa: chi ha distrutto questa città non fa parte della nostra squadra. Chi in questi anni ha mostrato buona volontà ed ha competenza e storia personale all’interno della macchina amministrativa ci venga a dare una mano».
Marra si trovava all’interno della macchina amministrativa e Di Maio ribadisce che da quel tipo di competenze vuole un aiuto.
Ma più interessante del video è l’intervista sul Fatto Quotidiano in cui Di Maio cercò di spiegare il senso dell’affermazione fatta nel luglio scorso, proprio dopo l’incontro con Marra:
È stato un colpo per tutti, ovvio. Quindi dovevamo dare nuovo slancio al Comune. Serviva un segnale di discontinuità ed è arrivato.
E se non fosse arrivato?
Forse non si sarebbe giunti a questa decisione. D’altronde sul piatto c’erano questioni già poste in passato da Grillo e dal M5S, come i ruoli di Marra e Romeo (Salvatore, ex capo segreteria, ndr).
Ora condannate tutti Marra, ma per mesi siete rimasti zitti. Anzi, lei a luglio lo difese come “competente”.
Non è vero
Esiste un video (pubblicato sul sito Fanpage.it,ndr) che lo prova.
In quella risposta su Marra dico due cose: chi ha partecipato al massacro del Campidoglio si faccia da parte, mentre chi è competente venga a darci una mano.
Perchè associare a Marra questa seconda parte?
La verità è che già in quei giorni volevamo che fosse allontanato.
E perchè?
Ci basavamo sulle informazioni di dominio pubblico.
Giustificavano la sua rimozione?
Le varie questioni che lo coinvolgevano ci spinsero a chiedere alla sindaca di metterlo da parte. E poi la sua permanenza stava creando divisioni nel M5S.
Ma Raggi non lo tolse.
Spettava alla sindaca decidere. Oneri e onori a lei.
Secondo il gip che ha convalidato il suo arresto, Marra godeva “dell’indubbia fiducia” della sindaca. Perchè si fidava così tanto di lui?
Non lo so. Quello che posso dire è che noi siamo la prima forza politica del Paese. E quindi proveranno a infiltrarci ancora.
L’intervista è interessante per molte ragioni.
In primo luogo Di Maio ammette che volevano le dimissioni di Marra in base a “informazioni di dominio pubblico“, ovvero i vari articoli di giornali che in altri momenti il M5S ha insultato e additato come disinformazione.
E questo dà l’esatta dimensione dell’attendibilità delle smentite degli esponenti del M5S in generale e di quelle di Di Maio in particolare.
Il vicepresidente della Camera poi ammette candidamente che senza l’arresto, Marra sarebbe ancora al suo posto e il M5S non lo avrebbe rimosso.
Questo quindi ci fornisce l’esatta dimensione di quanto il M5S sia garanzia di legalità a Roma in Italia. Ovvero, niente.
Poi Di Maio cerca di far passare l’idea che nel video in cui parlava di Marra (su domanda della giornalista) abbia additato lui come quello che ha distrutto la città . Anche questa è una posizione curiosa: la frase completa era «Guardi, io penso soltanto una cosa: chi ha distrutto questa città non fa parte della nostra squadra. Chi in questi anni ha mostrato buona volontà ed ha competenza e storia personale all’interno della macchina amministrativa ci venga a dare una mano».
Ma Marra faceva già parte all’epoca delle dichiarazioni della squadra della Raggi. Quindi è evidente che Di Maio non si riferiva a lui, oppure Di Maio si era reso conto da anni del fatto che Marra era un distruttore di città ma non ha fatto niente nè ne ha preso le distanze pubblicamente fino all’arrivo dei magistrati.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 8th, 2017 Riccardo Fucile
CAPURSO NON CI STA ALLA SMENTITA DI BERDINI E FORNISCE I DETTAGLI: “HA DETTO CHE LA RAGGI E’ CIRCONDATA DA UNA BANDA DI ASSASSINI, IO PER EVITARGLI PROBLEMI HO SCRITTO SOLO BANDA… E CONFERMO CHE HA DETTO CHE SI VEDEVA CHE RAGGI E ROMEO ERANO AMANTI”
Federico Capurso, che ha firmato l’articolo della Stampa in cui l’assessore all’urbanistica Paolo
Berdini riportava giudizi offensivi e millanterie nei confronti di Virginia Raggi è intervenuto a L’Aria che tira dopo gli insulti che sono arrivati anche a lui da Berdini su Rainews.
Nella chiacchierata con Myrta Merlino Capurso spiega che le dichiarazioni di Berdini sono arrivate durante un colloquio faccia a faccia con l’assessore: «Tra l’altro lui sapeva benissimo che sono un giornalista perchè la deontologia ci impone di dichiararlo».
Capurso spiega che è andato a incontrare Berdina all’uscita di un dibattito sulle politiche abitative a cui l’assessore aveva presenziato: «Una volta rilette non potevo non scriverle», dice.
Capurso dice anche che Berdini non ha detto che la Raggi si è messa intorno “una banda”, ma “una banda di assassini”: lui ha preferito togliere la precisazione per alleggerire la posizione.
Sulla Raggi precisa: «Sì, ha detto che non capisce, è inadeguata al ruolo che ricopre. Ha detto anche che secondo lui Raggi e Romeo sono amanti e gli ha dato come prova il fatto che il secondo o il terzo giorno che è entrato in Campidoglio ha detto che si vedeva che erano amanti».
Paolo Berdini a Rainews ha sostenuto invece di non aver rilasciato alcuna intervista e ha detto del giornalista “questo mascalzone ha registrato un colloquio privato“. Confermando così di aver pronunciato quelle frasi. “Il fatto che io abbia detto a miei tre amici che la Giunta Raggi è impreparata posso confermarlo: mi ci metto anche io tra questi. Questa città è messa in ginocchio. Non ci aspettavamo che si fosse arrivati a questo punto con il baratro”.
La Stampa, in una nota, ha confermato quanto scritto da Capurso.
(da “NextQuotidiano“)
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Febbraio 8th, 2017 Riccardo Fucile
CAMPIDOGLIO SOTTO SHOCK: “DALL’INIZIO SI E’ CIRCONDATA DI UNA CORTE DEI MIRACOLI”
Questa mattina l’assessore del Comune di Roma Paolo Berdini ha smentito di aver rilasciato delle dichiarazioni al nostro giornale sulla giunta di Virginia Raggi.
“La Stampa” conferma parola per parola il colloquio con l’assessore Berdini pubblicato nell’edizione odierna a firma del giornalista Federico Capurso.
Se umanamente si può comprendere l’imbarazzo dell’assessore, questo comunque non giustifica in alcun modo gli inaccettabili giudizi che Berdini ha pronunciato sul collega per cercare di smentire quanto riferito.
Lo hanno chiamato «eretico», «comunista», ma Paolo Berdini, assessore all’Urbanistica di Roma, è un uomo difficile da incasellare. Di certo anarchico, nel suo approccio con il Movimento 5 stelle: quasi esterno alla giunta grillina, libero dalle briglie nel dire sempre ciò che pensa e con una guerra da vincere, quella per evitare speculazioni edilizie nel progetto per lo stadio della Roma.
Ora che la sua battaglia rischia di naufragare, e che la sindaca Virginia Raggi è sempre più incatenata dal commissariamento politico di Beppe Grillo e dalle vicende giudiziarie, Berdini sente il bisogno di sfogarsi, anche se non riesce a darsi una risposta, per come si sia arrivati a questo punto.
«Non lo so, è stato fatto un errore dopo l’altro». Prima con la nomina di Raffaele Marra, poi la polizza di Romeo, «e se è uscita questa cosa su L’Espresso, fra qualche giorno magari ne esce un’altra. Non si può dire che sia finita la musica».
Si stringe nella giacca, mentre dopo una giornata di lavoro tenta di fare il punto. «Trovo la situazione esplosiva, questa città non tiene».
Ma le risposte non arrivano. Forse, c’è bisogno di tornare al principio di questa avventura, «quando i Cinque stelle mi hanno chiesto aiuto per affrontare alcune battaglie insieme. Anche per questo, non ho fatto gli esami con il direttorio. L’unico assessore, credo, ad essere entrato di diritto, ma non mi aspettavo tutto questo».
Poi, forse, i volti delle persone con cui si è dovuto interfacciare in questi mesi tornano rapidi alla mente, dai consiglieri ai vertici del Movimento, fino a Virginia Raggi e a Salvatore Romeo, al centro dell’ultimo ciclone abbattutosi sul Campidoglio, e non riesce a tenersi: «Sono proprio sprovveduti. Questi secondo me erano amanti. L’ho sospettato fin dai primi giorni, ma mi chiedevo: “com’è che c’è questo rapporto?”». Mentre lo dice, il suo sguardo non è quello dell’insofferenza, ma della stanchezza, quasi arreso a certi comportamenti.
«E poi, questa donna che dice che non sapeva niente, ma a chi la racconti? La sua fortuna è stata che non ci fosse nessun reato. Lei era anche già separata al tempo, e allora dillo! Ma possibile che questa ragazza non debba uscire mai?».
Il problema del Campidoglio però, per Berdini non sembra quello di una eventuale relazione tra Raggi e Romeo, sulla quale peserebbe il sospetto, tutto politico, che Romeo abbia potuto approfittare della situazione per diventare capo staff della sindaca, con conseguente stipendio triplicato, in barba alle battaglie grilline contro le parentopoli, per la meritocrazia e così via.
Il problema, per il professore “anarchico” di Roma, sembra essere proprio la Raggi: «Su certe scelte sembra inadeguata al ruolo che ricopre. I grand commis dello Stato, che devo frequentare per dovere, lo vedono che è impreparata. Ma impreparata strutturalmente, non per gli anni. Se vai, per dirne una, a un tavolo pubblico e dici che sei sindaco di Roma, spiazzi tutti. Lei invece…» – e nell’esitazione, Berdini si accarezza i baffi, prima di tirare un sospiro che nulla ha del sollievo – «Mi dispiace. Mi dispiace molto».
«Se lei si fidasse delle persone giuste… Ma lei si è messa in mezzo a una corte dei miracoli. Anche in quel caso, io glie l’ho detto: “sei sindaco, quindi mettiti intorno il meglio del meglio di Roma”. E invece s’è messa vicino una banda».
È forte il sapore del rimorso e della rabbia per non essere stato ascoltato quando, da mesi, aveva avvisato la sindaca dei pericoli che Marra e il Raggio magico portavano con sè. «Io sono amico della magistratura, Paolo Ielo lo conosco benissimo, è un amico, ma lei è stata interrogata otto ore. Anche lì c’è qualcosa che non mi torna». «Come se ne esce? Non lo so. Io questo non lo so».
E si allontana nella notte romana.
Federico Capurso
(da “La Stampa”)
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Febbraio 8th, 2017 Riccardo Fucile
SE CONVOCHERA’ IL CONGRESSO, SPARIGLIERA’ LE CARTE AL CANTIERE DELLA SINISTRA DI D’ALEMA
La linea viene trasmessa dai colonnelli più alti in grado del renzismo: il leader Pd non forzerà la mano
sul voto a giugno per non spaccare il partito.
O meglio: cercherà un accordo con tutte le componenti sulla legge elettorale e sui tempi del voto; ma se non lo troverà – e non sarà facile raggiungerlo vista la babele di posizioni in campo – non romperà con tutte le correnti pur di andare a votare subito. Anzi in quel caso concederà alla sinistra il congresso, leggermente anticipato nella tempistica, per convocare i gazebo sulla leadership in autunno invece che a dicembre.
Un modo per creare da una parte seri problemi al cantiere della sinistra in costruzione sotto la regia di D’Alema, «visto che molti nostri compagni sarebbero tentati di restare nel partito per combattere la battaglia congressuale», ammette uno di quelli presenti alla manifestazione di sabato 28 gennaio a Roma.
Ma anche per sparigliare i giochi accettando le richieste di Bersani, che non vuole votare a giugno e chiede di fare il congresso.
Evitando così di fornire alla fronda interna argomenti per una scissione che evidentemente sarebbe una iattura sotto il profilo elettorale.
Gli alleati più stretti del segretario negano alcuna preoccupazione in merito, («come fanno Bersani e i suoi a spiegare che fanno una scissione per un problema di date?», chiede il presidente Orfini.
«E poi non avrebbero gran seguito, visto che la nostra gente non vuol sentire parlare di divisioni».
Insomma, anche se si cerca di far passare il refrain che non sia un gran problema, è innegabile che una scissione di Bersani e compagni, uniti a D’Alema e a spezzoni della sinistra, al di là dei numeri che potrebbe ottenere nelle urne, farebbe rischiare a Renzi un risultato ben al di sotto del 30% ora raffigurato dai sondaggi alla voce Pd. Preoccupante pure sotto il profilo della classifica elettorale: in pratica il Pd renziano rischierebbe di arrivare secondo dopo i 5Stelle, con tutto quel che ne conseguirebbe.
Ma non solo: il concetto espresso da vari maggiorenti come Fassino e Guerini – che non sarebbe pensabile allearsi con chi ha spaccato il Pd – porterebbe su un sentiero altamente scivoloso sulle coalizioni possibili dopo il voto; e sui numeri in Parlamento per ottenere una maggioranza con cui sostenere un governo.
«Matteo comunque cercherà di ricucire su tutto, dai tempi del voto alla legge elettorale», dicono i colonnelli.
«La nostra convinzione è che votare a giugno sia meglio che a febbraio 2018, ma non a scapito del paese e del partito». Parole che fanno capire come sia in corso una riflessione sui pro e contro di una forzatura. Che a quanto pare non ci sarà .
Dunque se non si troverà alcun accordo sulla legge elettorale a breve, il segretario Pd non dovrebbe operare uno strappo per andare a votare lo stesso con le leggi uscite dalla Consulta.
Che ancora deve partorire le sue motivazioni, attese tra venerdì e lunedì prossimo. In ogni caso la Direzione, servirà a tastare il polso di tutte le anime. «Io andrò come sempre, ma deciderò se parlare dopo aver sentito cosa viene detto», fa sapere Bersani. Giovedì sera riunirà tutta la sua corrente con Speranza, Epifani, deputati e senatori al gran completo.
«Si possono discutere le proposte e non gli indovinelli», dice Bersani, alludendo alle tante versioni girate in questi giorni. E negando di aver in programma un incontro con Renzi. I mediatori renziani all’opera fanno però sapere che la proposta sul premio di coalizione vale solo per l’oggi, perchè se non si vota a giugno, la «mozione Renzi» andrà al congresso con la linea della vocazione maggioritaria del Pd e di una legge elettorale che dia un vincitore e alleanze chiare la sera del voto. Insomma, Berlusconi, Alfano, ma anche Bersani, sono avvisati.
Carlo Bertini
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 8th, 2017 Riccardo Fucile
ERA STATA BOCCIATA LA DELIBERA DELLA FUSIONE TRA AMIU E IREN… ORA AUMENTERANNO LE TASSE COMUNALI, RINGRAZIANDO CENTRODESTRA E M5S
Nessun passo indietro, almeno per ora. Secondo le ultime notizie indiscrete in arrivo da Palazzo Tursi pare che il sindaco Marco Doria abbia deciso di restare al suo posto. Con quali obiettivi lo si capirà nelle prossime ore.
Lo spettro delle dimissioni si era concretizzato ieri sera, dopo che il consiglio comunale aveva bocciato la delibera sulla fusione fra Amiu e Iren Ambiente , e dopo che lo stesso Doria aveva manifestato l’intenzione di dimettersi. Ma questo scenario sembra al momento accantonato.
Il post di Doria su Facebook
«I cittadini genovesi dovranno sopportare nel 2017 un aumento della Tari che sarà molto pesante».
Lo scrive il sindaco di Genova durante la notte sulla sua pagina Facebook. «L’assemblea ha bocciato una proposta seria dell’amministrazione su Amiu che, con la partecipazione di Iren, avrebbe permesso investimenti in impianti, una prospettiva di lavoro per l’azienda e quindi garanzie per i suoi dipendenti. Ricordo a tutti – dice il sindaco – che Iren è una società italiana controllata da comuni italiani; è dunque una società pubblica. Sarebbe stato possibile con questa soluzione contenere i costi della tariffa a carico dei cittadini e dilazionare negli anni gli aumenti che sono necessari – e obbligatori per legge – per la messa in sicurezza della discarica di Scarpino».
«Un voto irresponsabile del centrodestra, del M5S e di altri consiglieri eletti nella maggioranza, che peraltro nel suo programma elettorale indicava la necessità di un socio industriale per Amiu – ricorda – apre una crisi seria. Per Amiu e i suoi lavoratori innanzitutto. L’azienda ha un contratto di servizio che scade nel 2020 e solo con un’aggregazione industriale come quella prevista sarebbe stato possibile prolungarlo dando maggiori garanzie ai suoi lavoratori». «Più che mai a mio parere serve alla città una coalizione di persone responsabili. Oggi non c’è stata», conclude.
Il paradosso
Va rimarcato che a Doria sono mancati alcuni voti della sinistra-sinistra, contrari alle privatizzazioni, e che il centrodestra ha votato contro pur essendo favorevole da sempre alle stesse.
Ma chiedere coerenza politica a un personaggio come Toti è pura fantascienza.
(da agenzie)
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