Febbraio 6th, 2017 Riccardo Fucile
GRAZIE AL DECRETO DEL DEMENTE A UNA NOSTRA CONNAZIONALE SONO STATE PURE ADDEBITATI 2.800 DOLLARI DI “SPESE SOSTENUTE DALLA POLIZIA AEROPORTUALE”
È stato il decreto sugli immigrati islamici imposto da Trump a far terminare in modo inaspettato la vacanza di un’italiana trentaquattrenne.
Un periodo di ferie in Centro America è finito con le manette ai polsi mentre le autorità aeroportuali americane scavavano per sette ore nel suo passato.
E quando la ragazza ha ricevuto il permesso di imbarcarsi per tornare in Italia le hanno presentato la parcella: 2850 dollari per il tempo impiegato dagli agenti dell’immigration per stabilire se dietro a quei viaggi in Libia e in altri paesi arabi ci fossero collegamenti col terrorismo fondamentalista islamico.
È accaduto ad Alessandra, che preferisce che il suo cognome non venga usato.
Teme le conseguenza di quando avrà bisogno nuovamente di passare per gli Stati Uniti. La sua vacanza è agli sgoccioli.
Di primo mattino arriva all’aeroporto di Guanacaste-Liberia per il check-in. Alla compagnia aerea americana la informano che c’è un problema e pertanto le possono dare la carta d’imbarco solamente fino ad Atlanta.
Lì dovrà fare dogana e presentarsi nuovamente per il check-in per Londra.
Alle 8 del mattino l’aereo decolla e poco prima delle 13 atterra negli Usa all’aeroporto internazionale Hartsfield-Jackson.
Al controllo passaporti c’è una lunga coda perchè pochi giorni prima, il 27 gennaio, Trump aveva dato ordine che scattasse il divieto d’ingresso a persone provenienti da sette paesi a maggioranza islamica.
La direttiva è chiara ma il modo in cui renderla operativa no. Quando è il turno della giovane professionista veneta l’agente della polizia di frontiera sfoglia il passaporto italiano e nota vari visti di paesi arabi.
Si sofferma su uno in particolare. “Questo è un visto della Libia”, e scompare per alcuni minuti col passaporto. Si ripresenta con due poliziotti che mettono le manette ai polsi di Alessandra senza alcuna spiegazione.
Le sequestrano gli effetti personali, cellulare compreso, e la portano in una piccola stanza con una dozzina di persone.
Divieto di parlare con gli altri. Una mezz’ora d’attesa poi l’italiana viene trasferita in uno stanzino individuale di circa due metri per due: senza finestre e con la porta serrata, solo una telecamera che tiene sotto controllo ogni gesto benchè sia ancora ammanettata.
Inizia una serie di interrogatori da parte di persone differenti. Vogliono sapere tutto, compresi gli indirizzi dove ha abitato negli ultimi dieci anni.
Sono molto rigidi sulle date e definiscono “doubtful” – dubbiosi – alcuni dei viaggi di lavoro che ha compiuto nel corso della sua vita professionale.
La sua attività più recente è presso una società veneta che opera molto all’estero. Viaggia moltissimo anche in paesi come l’Iran e il Sudan.
E in passato per lavoro aveva vissuto per un anno e mezzo in Libia. “Strange”, commentano: strano.
Per ulteriori accertamenti chiedono alla ragazza il codice d’accesso del suo cellulare. Mettono a nudo la sua vita digitale – Facebook, whatsapp, sms, Skype – ma anche chiamate fatte e ricevute e elenco dei contatti telefonici.
Non è una violazione della privacy perchè in qualità di straniera non ammessa negli Stati Uniti non ha diritti, neppure quello di usare la toilette che le permettono di visitare solamente dopo quattro ore.
La sua identità incomincia a essere messa a fuoco solo dopo l’intervento di un avvocato in Veneto e dopo una serie di telefonato a un familiare, all’attuale datore di lavoro e al datore di lavoro precedente.
Ci vorranno ancora alcune ore prima che alla ragazza venga dato il via libera, ma nel frattempo hanno annullato il suo permesso ESTA che esclude gli europei dal bisogno di un visto Usa.
Le danno un visto temporaneo che le dà giusto il tempo di comprare un nuovo biglietto direttamente per l’Italia avendo perduto la coincidenza.
Paga un migliaio di dollari per una sola andata ma non prima di avere ricevuto una sorprendente richiesta: le autorità americane chiedono 2850 dollari per avere fatto perdere tempo alla polizia di frontiera.
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 6th, 2017 Riccardo Fucile
UN CRESCENDO DI MESSAGGI CONTRARI ALLA DIVISIONE NEGLI STATI UNITI
Il primo strappo arriva ancor prima del fischio d’inizio, quando sul palco dell’evento sportivo più
atteso d’America, il 51esimo SuperBowl che si è appena concluso allo Nrg Stadium di Houston, Texas, con la vittoria dei New England Patriots, salgono le “Schuyler sisters”: che per la cronaca non sono una band di tre sorelle ma i personaggi che Phillipa Soo, Renèe Elise Goldsberry and Jasmine Cephas Jones interpretano nel musical hit di Broadway “Hamilton”.
Sono lì per intonare il brano patriottico per eccellenza, quell'”America The Beautiful” che è quasi un secondo inno nazionale.
Interpretazione impeccabile: almeno fino a quando, al verso che dice “and crown thy good with brotherhood” (Dio coroni il tuo bene con la fratellanza) aggiungono una parolina: “sisterhood”, sorellanza.
E lo stadio esplode in un applauso, mentre all’allenatore dei Falcons inquadrato proprio in quell’istante scappa un contagioso sorriso.
Una leggera, graziosissima affermazione femminista che nel primo Super Bowl dell’era Trump, dove tutto assume un significato politico, è già una piccola rivoluzione.
Che cancella su Twitter ogni traccia del cantante country Luke Bryan, che si cimenta con una piuttosto piatta versione dell’inno subito dopo.
Eccola, l’America divisa in due che non riesce a ritrovare unità nemmeno davanti allo schermo. Divisa non solo fra chi tifa Patrioti o Falconi ma fra chi si schiera col super campione pro Trump, Tom Brady, che strappa la mega coppa ai falconi rivali in finale di partita.
E chi si esalta quando le luci – e che luci, quelle di centinaia di droni che illuminano il cielo di Houston – si accendono su Lady Gaga. La regina del pop l’aveva promesso: riunirò il Paese. E a modo suo, ci prova davvero: appollaiata come Spiderman sul tetto dello stadio, Gaga intona due canzoni simbolo della storia d’America.
Inizia intonando “God bless America”, altro inno patriottico scritto da Irving Berlin nel 1918. Ma nel verso successivo passa a “This Land is your land” di Woody Guthrie, un classico dei movimenti di protesta, rispolverato anche nelle ultime manifestazioni contro il Bando di Trump, con quel suo ritornello che dice “This land war made for you and me”, questa terra è stata fatta per me e per te.
Poi si tuffa – letteralmente, sostenuta da cavi d’acciaio – nel suo hit più famoso, quel Born this way diventato l’inno del movimento omosessuale, per poi ripercorrere i suoi brani più famosi.
Una performance che manda letteralmente in tilt Twitter che trasforma immediatamente #LadyGaga in trendy topics con 5,1 milioni di tweet, compreso quello di un esaltatissimo ex vicepresidente Joe Biden: “fiero di aver lavorato insieme contro la violenza domestica”.
“Twitta anche Hillary Clinton: Sono una dei 100 milioni di fan del Super Bowl che è appena impazzita per Gaga il messaggio della Lady a tutti noi”.
Intanto, messaggi che fino a poche settimane fa ci sarebbero sembrate solo di buon senso civile e che nell’America che vuol chiudere le sue frontiere suonano invece come affermazioni politiche arrivano anche dai tanti spot che frammentano la partita, notoriamente i più visti e dunque i più costosi (quest’anno si è arrivati a 5 milioni di dollari per 30 secondi di pubblicità ).
Coca Cola, ad esempio, ha deciso di riproporre quello con persone di ogni razza che cantano America The Beautiful in lingue diverse: datato 2014, assume un senso totalmente diverso nel nuovo contesto.
Una scelta voluta, secondo il pubblicitario Lynn Power, che al New York Times dice: “Hanno fatto bene a trasmettere quel vecchio spot. Oggi è più rilevante di quando fu trasmesso nel 2014”.
E che dire di Airbnb, che nello spazio pubblicitario comprato all’ultimo minuto utile, mostra gente di culture diverse con una scritta in sovrimpressione: “non importa chi sei, da dove vieni, chi ami, in cosa credi. Ci apparteniamo tutti. Più ci accettiamo, più è bello il mondo”.
Notevole anche lo spot dell’Audi: dove un padre guarda la figlia che gareggia in una competizione di go-cart. E si chiede: “Cosa dovrei dire a mia figlia: che sarà valutata meno di un uomo? Che sarà pagata meno di un uomo? Che suo padre è considerato più di sua mamma? Che penseranno sempre che è inferiore a qualunque uomo che incontrerà ?” Per poi concludere che no, forse non finirà così: “il progresso è per tutti”.
Spot, touchdown e canzoni: ma intanto i “patrioti” si aggiudicano la partita. E confermano la previsione del loro tifoso più accanito, Donald Trump. “Wow” commenta caustico su Twitter il regista Michal Moore: “Proprio come alle elezioni dello scorso novembre. Compresa la scena dei fan dei Falcon in festa, mezz’ora prima di perdere”.
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 6th, 2017 Riccardo Fucile
AVREBBERO ACCETTATO DENARO E REGALI PER AGEVOLARE PRATICHE DI PERMESSO DI SOGGIORNO E RIDURRE SANZIONI
Un poliziotto e due funzionari del ministero dell’Interno sono stati arrestati questa mattina a Savona con l’accusa di corruzione.
Avrebbero accettato denaro e regali in cambio di agevolazioni per alcune pratiche, dal rilascio di permessi di soggiorno, al cambio di cognome, fino alla riduzione dei giorni di sospensione della patente.
Oltre al poliziotto e ai funzionari, arrestate altre tre persone: un cittadino marocchino, uno albanese e una donna italiana.
Il poliziotto, accusato anche di concorso in favoreggiamento della prostituzione, e il marocchino sono stati sottoposti a custodia cautelare in carcere, mentre i due funzionari del Ministero dell’Interno sono agli arresti domiciliari, come l’italiana, accusata di sfruttamento della prostituzione, e l’albanese.
L’indagine è iniziata nel dicembre 2015, quando nell’ambito di un’altra inchiesta sono emersi contatti sospetti tra alcuni indagati ed il poliziotto.
Secondo gli investigatori, “il poliziotto e i due funzionari del ministero avrebbero sistematicamente abusato delle loro funzioni agevolando pratiche in cambio di denaro, ma anche di regalie come vestiti, schede telefoniche, cene, assunzioni di amici, visite mediche, spese gratis nei negozi”.
(da agenzie)
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Febbraio 5th, 2017 Riccardo Fucile
SONDAGGIO PRIMO TURNO KANTAR SOFRES PER “LE FIGARO”: LE PEN 25%, FILLON 22%, MACRON 21%, HAMON 13%, MELANCHON 10%….SECONDO TURNO: MACRON 65% LE PEN 35%, FILLON 60% LE PEN 40%
L’ultimo sondaggio del qualificato istituto francese Kantar Sofres-OnePoint per Le Figaro, RTL e LCI
è stato realizzato subito dopo la vittoria del socialista Hamon alle primarie socialiste e l’esplosione dello scandalo Fillon, circa l’assunzione sulla carta della moglie come assistente parlamentare.
La fotografia della situazione pochi giorni fa era la seguente: al primo turno in testa Marine Le Pen con il 25%, segue Fillon al 22% e poi l’indipendente Macron con il 21%. Staccati Hamon con il 13% e l’estrema sinistra di Melanchon al 10%, poi altri candidati minori.
Ma vanno fatte alcune precisazioni che rendono il quadro più dettagliato.
Marine Le Pen è ferma al 25% da tempo, lo scandalo di Fillon non ha determinato sostanziali passaggi di voti a suo favore.
Fillon ha perso un 5% di consensi (era dato intorno al 27% fino a qualche settimana fa) e il trend lo vede in caduta costante (tanto che qualcuno vorrebbe il suo ritiro).
Macron era dato al 10% e in poche settimane ha raddoppiato i consensi, pescando a sinistra come a destra, con il suo programma “anticasta ed europeista”.
Hamon ha riaperto i giochi nello schieramento socialista ma non è riuscito a rivitalizzarlo oltre il 13%: solo sommandosi all’estrema sinistra potrebbero insieme raggiungere gli avversari, ma ciò non avverrà .
Il polso del trend si è avuto a Lione: Marine Le Pen ha capito che il vero pericolo per lei è Macron, basti vedere il successo del giovane leader di “En marche” a Lione, con 8.000 fans stipati al palazzetto dello sport e altrettanti rimasti fuori davanti allo schermo gigante.
Mentre Marine può contare su un elettorato fidelizzato ma “bloccato”, Macron pesca ovunque. Marine avrà il 25% di consensi, ma anche il 75% che non la sopporta, mentre Macron non ha nemici dichiarati e pesca tra gli antisistema, in primis i giovani.
Infatti che accadrebbe al secondo turno secondo Kantar Sofres-OnePoint?
Se Macron fa il sorpasso su Fillon e arriva al ballottaggio stravince con il 65% sulla Le Pen, ferma al 35%.
Ma anche Fillon (se ci arrivasse) avrebbe la meglio con il 60% contro il 40% sulla candidata del Front National.
Se in questi ultimi due mesi di campagna elettorale il trend rimanesse lo stesso, la Le Pen è destinata alla sconfitta.
Salvo che Putin non decida di intervenire, manipolando anche le elezioni francesi.
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Febbraio 5th, 2017 Riccardo Fucile
SISTEMI DIVERSI PER POLITICHE SPESSO CRIMINALI… E I DUE ATTUALI PRESIDENTI RAPPRESENTANO AL MEGLIO LA CONTINUITA’
“Io lo rispetto. Se ci andrò d’accordo si vedrà “. Donald Trump insiste nel voler impostare il rapporto con il collega russo Vladimir Putin in termini ‘diversi’.
Ma lo fa questa volta con parole assolutamente inedite per un presidente degli Stati Uniti che, alle accuse mosse verso Putin, additato da qualcuno come “un assassino”, in un’intervista alla Fox News risponde: “Pensate l’America sia così innocente?”.
Una frase shock, secondo molti osservatori, sebbene non del tutto nuova.
Il tycoon in campagna elettorale aveva toccato il tema più volte e anche negli stessi termini.
Ma che ci torni in maniera così netta da presidente in carica, in un’intervista ‘di rito’ trasmessa come consuetudine per un presidente poco prima del Super Bowl – la finale di football americano per cui l’America si ferma e resta incollata agli schermi in tutto il Paese – suscita più di qualche perplessità .
Non solo nell’opposizione, ma anche tra i repubblicani.
Il passaggio in questione è emerso da un’anticipazione del colloquio con uno degli anchor di punta di Fox, Bill O’Reilly.
“Io rispetto Putin. Rispetto molte persone, ma non vuol dire che andrò d’accordo con lui, si vedrà “, premette Trump. Sollecitato poi dal giornalista sulle accuse rivolte al presidente russo di essere “un assassino”, il tycoon non ci pensa due volte: “Ci sono molti assassini. Credi che il nostro Paese sia così innocente?”.
La polemica è immediata, il punto è il paragone che emerge dalle parole del presidente in persona tra gli Stati Uniti e la Russia di Putin.
E l’imbarazzo, anche tra i sostenitori di Trump, è palpabile. “Non credo ci sia alcuna equivalenza tra la maniera in cui si comporta la Russia e gli Stati Uniti”, reagisce il leader della maggioranza repubblicana al Senato, Mitch McConnell, dopo aver messo in chiaro che, a suo avviso, Putin è “un ex agente del Kgb e un delinquente”.
“Non mi metterò a criticare ogni commento del presidente, ma io credo che l’America sia eccezionale, l’America è diversa, in nessun modo operiamo nello stesso modo dei russi. Sussiste una distinzione chiara che tutti gli americani comprendono e io non avrei caratterizzato la cosa in quel modo. Ovviamente non vedo la questione nello stesso modo” in cui la vede il presidente.
Un altro esponente di spicco del partito, il senatore Marco Rubio, twitta: “Quando mai un attivista politico dei democratici è stato avvelenato dal Gop (il partito repubblicano, ndr) o viceversa? Noi non siamo la stessa cosa di Putin!”.
Magari non la pensano così le decine di migliaia di civili massacrati nelle varie parti del mondo dai bombardamenti dei “benefattori” Usa.
(da agenzie)
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Febbraio 5th, 2017 Riccardo Fucile
RAGGI DAL 35,3% AL PRIMO TURNO CALEREBBE AL 22,3% SUPERATA DA MELONI E GIACHETTI TRA IL 26% E IL 28%… QUATTRO ROMANI SU DIECI NON VOTEREBBERO PIU’ LA RAGGI.. IL M5S HA PERSO A ROMA L’11% DI VOTI
I guai con le nomine, l’arresto del braccio destro Raffaele Marra, e infine il caso della polizza intestata
a Virginia Raggi da parte di Salvatore Romeo.
Tutte rogne che hanno avuto un peso notevole per la sindaca di Roma in termini di consenso.
Lo rivela un sondaggio di Scenari Politici per l’Huffington Post, secondo il quale la Raggi, se si andasse a votare oggi per le elezioni comunali, non arriverebbe al ballottaggio. Il 35,3% toccato dall’attuale prima cittadina alle elezioni del 5 giugno dell’anno scorso sono un miraggio, allo stato attuale: al 3 febbraio si fermerebbe al 22,3 per cento dei consensi tra i cittadini della Capitale.
Ma soprattutto sarebbe esclusa dal ballottaggio, a cui accederebbero il candidato del Pd Roberto Giachetti e la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni.
Quest’ultima sarebbe in testa ai consensi con il 27,9 per cento, seguita dal vicepresidente della Camera con il 25,8 per cento (un incremento minimo il suo rispetto a giugno, meno di un punto percentuale)
Tra coloro che hanno deciso di dare il proprio voto alla candidata del Movimento 5 Stelle, ben quattro cittadini su dieci dicono che oggi non rifarebbero la stessa scelta: il 41% sostiene che non rivoterebbe Virginia Raggi, mentre il 52 per cento confermerebbe il suo voto.
Ma l’emorragia di consensi dei grillini nella Capitale emerge anche da un’altra rilevazione di Scenari Politici: il Movimento 5 Stelle, che a giugno 2016 raccoglieva il favore del 35,2 per cento dei cittadini romani oggi arriverebbe al 24,6 per cento.
Si tratta di più di 10 punti percentuali andati persi. Mentre il Partito Democratico passerebbe dal 17,9 per cento al 23,4 per cento e la lista di Fratelli d’Italia dal 12,3 al 15,6 per cento.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 5th, 2017 Riccardo Fucile
“IL 70-80% DEGLI ATTUALI EDIFICI NON REGGE A TERREMOTI”
“Ricostruire i paesi delle zone colpite dal terremoto come erano e dove erano? È tutto da verificare, in moltissimi casi è sconsigliabile”.
Alessandro Martelli, ingegnere, numero due della Associazione Internazionale per i Sistemi Antisismici e presidente della commissione tecnica del “Comitato Terra Nostra-2016” del Comune di Accumoli, demolisce un mantra.
Perchè?
“Per problemi geologici, in alcuni posti la ricostruzione è del tutto sconsigliabile, almeno se si vuole evitare che accada di nuovo quello che è già successo in questi mesi. Si possono riutilizzare le pietre degli edifici storici di pregio, se ne vale la pena. Il modello potrebbe essere il Castello di Gemona la cui torre ha al suo interno un telaio di acciaio e dissipatori antisismici. Gli stessi sistemi antiscosse possono essere applicati ai palazzi pubblici strategici, penso alle scuole, agli ospedali, ai municipi, ma non dappertutto. In certe aree non eviterebbero i crolli”.
Gli allevatori di bestiame hanno la necessità assoluta di non spostarsi.
“L’unica soluzione per loro (e anche per residenti che non vogliono andarsene) sono le casette di legno leggere e di dimensioni ridotte, sia per la fase di emergenza sia per quella successiva. In Giappone le costruiscono dotandole anche di isolatori antisismici. Lì Il 22 ottobre 2016 c’è stata una scossa di magnitudo 6,2 ossia superiore a quella di Amatrice del 24 agosto. Sa quante persone hanno perso la vita? Nessuna”.
Nell’Italia centrale il terreno si è abbassato. Come lo spiega?
“La faglia si è allargata. La componente verticale del sisma è stata molto forte, si è aggiunta a quella orizzontale e ha provocato uno smottamento del terreno sotto la superficie. Il fenomeno si è esteso a territori vicini, prevalentemente a nord e ad est. Insomma c’è stato un effetto domino che può aver caricato anche una faglia non lontana, in questo caso quella dell’Abruzzo. Penso in particolare a quella di Montereale, l’epicentro del sisma devastante del 1703 e della prima delle scosse del 18 gennaio”.
In 4 ore sono state quattro.
“E di magnitudo compresa fra 5 e 5,5 gradi. Un fenomeno che non avevo mai osservato in vita mia”.
In ogni caso si parla di questi argomenti solo nelle situazioni di emergenza. Poi si inabissano. Fino alla sciagura successiva.
“Purtroppo si ragiona di terremoti solo dopo i disastri. Questo ci porta a mettere fra parentesi il tema della prevenzione, delle cose che si dovrebbero fare prima degli eventi sismici. Continuiamo a trascurare la possibilità che terremoti possano colpire, per esempio, zone che in passato hanno conosciuto sismi ben più gravi di quello in atto nell’Italia Centrale”.
A quali località sta pensando?
“Soprattutto alla Calabria meridionale e alla Sicilia sudorientale. In quelle aree mi risulta che si temano decine di migliaia di vittime nel caso che si ripetano terremoti come, ad esempio, quelli del 1908 o del 1693, i sismi di Messina e della Val di Noto”.
Quanta parte degli edifici italiani potrebbe essere a rischio?
“Dal 70 all’80 per cento del costruito non regge a terremoti già avvenuti in passato nell’area nella quale si trovano. Il dato sulla percentuale di territorio italiano a rischio sismico era conosciuto già nel 1998, ma la discussione fra lo Stato e le Regioni sulle rispettive competenze ha ritardato fino al 2003 l’entrata in vigore della legge che ha sancito la nuova classificazione”.
Viviamo nella Repubblica del rinvio.
“Dal 2003 le verifiche di vulnerabilità sismica degli edifici strategici e pubblici sono obbligatorie. Ma la data di completamento dei controlli , grazie a provvedimenti come i decreti “Milleproroghe”, è slittata almeno fino al 31 marzo 2013”.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 5th, 2017 Riccardo Fucile
LA SOTTOSEGRETARIA PIAZZA UN FEDELISSMO NELLA CABINA DI REGIA DEL GOVERNO
A due mesi dalla sconfitta nel referendum sulla riforma costituzionale che portava la sua firma,
Maria Elena Boschi è tornata a farsi vedere in pubblico.
Nella nuova veste di sottosegretaria alla presidenza del Consiglio, giovedì ha partecipato alla conferenza stampa sul decreto terremoto, ma senza prendere la parola. Qualcuno ha ironizzato su un presunto declassamento di quella che era stata la ministra più importante del governo Renzi. Errore.
Al riparo dalla scena mediatica, Boschi ha vinto la guerra tutta al femminile che covava da un anno a Palazzo Chigi.
Mentre lei ricompariva davanti alle telecamere, al Consiglio di Stato s’insediava Antonella Manzione, l’unica che nello staff di Palazzo Chigi era in grado di tenerle testa.
Antonella Manzione era approdata a Roma con Renzi, che l’aveva avuta come capo della polizia municipale a Firenze.
Subito malevolmente ribattezzata «la vigilessa» per sottolinearne il curriculum giuridico modesto a fronte dei predecessori (in genere alti magistrati) nel prestigioso incarico di capo dell’ufficio legislativo della presidenza del Consiglio, in realtà non aveva sfigurato.
Nei cosiddetti «preconsigli», le riunioni dei capi staff cui seguono quelle dei ministri, si segnalava per formalismo e pignoleria.
Ma la sua autorevolezza derivava dalla piena copertura politica di Renzi. Di fronte a un contrasto, per chiudere la discussione le bastava dire «chiedo a Matteo» e dopo pochi minuti, mostrando il cellulare, «Matteo mi ha detto di fare così».
Quando comincia a tessere la sua rete di relazioni a Roma (grand commis, magistrati di carriera, amministratori pubblici anche non renziani), Boschi mette nel mirino le posizioni chiave di Palazzo Chigi.
Gli snodi da cui passano tutti gli atti normativi del governo.
In quel momento Manzione è intoccabile, ma con la rottura Renzi-Delrio, nei primi mesi del 2015, si libera un altro posto strategico, quello di segretario generale della presidenza del Consiglio, in cui l’ex sindaco di Reggio Emilia aveva collocato il fedelissimo Mauro Bonaretti.
Boschi ne approfitta e mette il primo piede a Palazzo Chigi, facendo promuovere a segretario generale Paolo Aquilanti, suo fidato collaboratore ministeriale.
Passa un anno e Manzione torna sulla ribalta perchè Renzi la nomina consigliere di Stato. Un incarico che vale una forzatura giuridica (secondo taluni puristi, Manzione difetta dei requisiti per curriculum e anzianità ).
La nomina va in porto, ma Manzione vuole rimanere a Palazzo Chigi, con lo status del magistrato «fuori ruolo», lasciandosi il Consiglio di Stato come sinecura per gli anni a venire.
Renzi è disposto ad accontentarla, ma l’esito del referendum cambia lo scenario. Crolla il governo, arriva Gentiloni e Boschi non solo resta a galla, ma si riposiziona a Palazzo Chigi come sottosegretario alla presidenza. Manzione ha i giorni contati. E infatti trasloca. Dopo il giuramento, nei prossimi giorni prenderà servizio come giudice del Consiglio di Stato con funzione consultiva.
Ma a sostituirla nel ruolo di capo legislativo del governo non è un fedelissimo del nuovo premier, Paolo Gentiloni.
Il capolavoro di Boschi si completa insediando al posto di Manzione un altro suo uomo, anzi il suo più stretto collaboratore, Roberto Cerreto (era capo di gabinetto al ministero). Funzionario parlamentare quarantenne, Cerreto è laureato in filosofia e viene generalmente considerato preparato e brillante.
Arrivata nella cabina di regia di Palazzo Chigi e affiancata dalla falange tecnico-giuridica guidata da Aquilanti e Cerreto: il ruolo di Maria Elena Boschi nel nuovo governo è tutt’altro che ridimensionato.
Giuseppe Salvaggiulo
(da “La Stampa”)
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Febbraio 5th, 2017 Riccardo Fucile
LA PICCOLA FIAMMIFERAIA AL CUI CONFRONTO SCAJOLA SEMBRA UN PIVELLO
“Hanno la faccia come il culo“, recitava uno dei più famosi titoli a nove colonne del settimanale di resistenza umana “Cuore”, allora diretto dall’immenso Michele Serra, durante gli anni di Tangentopoli.
L’immagine di quella imperitura apertura mi è subito venuta alla mente mentre guardavo l’intervista che Rocco Casalino e Virginia Raggi hanno ottraiato a Enrico Mentana, alla trasmissione Bersaglio Mobile.
Infatti, l’aspetto che più colpisce della sindaca di Roma — una che nel giro di 8 mesi ha saputo far apparire le sciocchezze imputate a Marino, dagli scontrini alle multe della Panda Rossa nella loro giusta luce — è proprio quell’aria da finta tonta, da persona che mai nulla sa, che mai nulla poteva pensare, che “signora mia, non ne sapevo nulla [di essere la beneficiaria di quella polizza di Romeo], sono sconvolta“. Una sindaca naturaliter al di fuori di tutti i giri e i magheggi e le zozzerie che pure — per mero, sfortunato caso — vedono protagonisti a uno a uno tutti gli uomini e le donne politiche da lei accuratamente selezionati per guidare Roma.
Ricordate gli occhioni da cerbiatta che guardano dritto in camera mentre pronuncia con cura il plurale latino dei “curricula” che stava valutando?
Ecco: diciamo almeno che come selezionatrice di curricula ha lasciato un’anticchia a desiderare? A oggi, l’elenco dei suoi collaboratori, compagni, assessori, bracci destri e sinistri finiti nei guai è ormai talmente lungo che se volessimo farne un riassuntino qui, sarebbero finiti i caratteri del post.
Non è un’iperbole giornalistica: è più agevole elencare i nominati made in Raggi che non sono stati arrestati, inquisiti, indagati, licenziati, dimessi che tutti gli altri.
Tuttavia, seguendo la mia sindaca in tv, mi sono resto conto che Virginia Raggi ha assolutamente la stoffa per fare politica.
O meglio: quel certo tipo di politica capitolina e italica alla Buzzi e Alemanno.
Infatti solo una persona con alcuni centimetri di strato di pelliccia sullo stomaco è in grado di uscire da un interrogatorio davanti alla magistratura di nove (9) ore, e andare dinanzi alle telecamere nazionali di Mentana con quell’aria un po’ così che abbiamo noi allo Studio Previti, e recitare, in rigoroso plurale majestatis, la parte della piccola fiammiferaia che è proprio serena, rilassata, tranquilla, sine ira et studio perchè in fondo “è tutto bello, bellissimo” (cit.) Scajola, diciamocelo, in confronto era un pivello.
Una che si lamenta perchè la stampa ha osato dare risalto alla bocciatura della presentazione del primo bilancio da parte dei revisori, ma poi non ha aperto sulla sua successiva approvazione.
Nemmeno sfiorata dal dubbio che esista forse un concetto di notiziabilità , per cui un cane che morde un uomo (bilancio comunale approvato) non fa notizia tanto quanto un uomo che morde il cane (bilancio comunale bocciato).
Ma chi vuole prendere in giro, Virginia Raggi? Che domande: anzitutto noi romani.
O meglio: quei due terzi di elettori romani che se la sono votata.
Poi i militanti e gli iscritti al M5S, che se la tengono a sindaca ob Grillo collo solo perchè Beppe ha deciso così.
Il Caro Blogger ha infatti valutato che togliere il simbolo o imporre a Raggi le dimissioni sarebbe più dannoso al movimento che non tenere questa donna al Campidoglio e modificare il non-statuto del M5S via via in modo da non doverla licenziare.
E se Raggi non sarà sfiduciata dal Consiglio comunale, o dal Caro Blogger, non c’è da sperare in una sua improvvisa botta di dignità e di senso della decenza che la spinga a dare lei stessa le dimissioni per manifesta inadeguatezza al compito.
No, Virginia Raggi non lascerà il suo scranno per nessuna ragione al mondo.
O, almeno, non lo farà se non costretta.
Perchè come sentivo stamattina su un 80 Express incagliato nel traffico ben poco express: “Ce s’è ‘mbullonata a’ seggiola, e poi, quanno je ricapita a quella?”
Vox populi, ma Virginia sa che chi ha vinto una volta la lotteria, difficilmente la vince una seconda volta.
E perchè ormai tutta Roma, a partire dal M5S locale, ha imparato a conoscerla, e prova un leggero senso di nausea verso quella sua sempieterna aria da giuggiolona mannara.
E nel frattempo, Roma? Roma niente, Roma non conta.
Olimpiadi no, nuovo stadio della Roma ma che scherzi, metro C: salute!, foglie che intasano i tombini e conseguenti allagamenti quando piove, corse degli autobus diminuite del 35%, ore di lavoro degli autisti ulteriomente ridotte, strade sempre più zozze, vigili urbani (anzi, pardon, “appartenenti al Corpo di polizia locale di Roma Capitale”: se li chiamo “vigili urbani”, mi scrivono per lamentarsi) talmente rari per le strade che quando capita di trovarne uno, ormai gli chiediamo di farsi un selfie con noi, a mo’ di testimonianza storica per i posteri: er viggile de Roma c’è, e lotta insieme a noi.
Sciltian Gastaldi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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