Febbraio 26th, 2017 Riccardo Fucile
“SOCIAL INNOVATION” SENZA SOLDI DA OLTRE UN ANNO… I VINCITORI DEL BANDO PIENI DI DEBITI
Quando gli hanno raccontato di un progetto per rilanciare il Sud che consentiva ai giovani più
qualificati di Sicilia, Campania, Puglia e Calabria di sviluppare le proprie idee grazie a 40 milioni dell’Unione Europea e del Ministero dell’Università e della Ricerca, l’ingegnere Alessandro Brancati ha deciso di abbandonare l’Imperial College di Londra per tornare a Palermo.
Una situazione che, a 29 anni, gli era piombata addosso dal nulla, ma che sembrava perfettamente logica.
Un modo serio per affrontare la questione meridionale attraverso una sana collaborazione tra pubblico e privato: soldi, ricerca, giovani, idee, valorizzazione del territorio.
«Ho immaginato un progetto di carpooling, una specie di bla bla car per i palermitani, autostop 2.0.. E mi sono detto: finalmente posso fare qualcosa per questa terra disgraziata e un po’ maledetta che è la Sicilia».
Bello no? Per niente.
Alessandro si era detto la cosa sbagliata e stava semplicemente entrando in uno sgangherato incubo molto italiano – fatta di promesse non mantenute, soldi buttati, intelligenze sprecate, burocrazia soffocante, rimpalli di responsabilità e carte bollate – che avrebbe avvelenato cinquantadue progetti di qualità e riempito di frustrazione e paura lui e altri trecento ragazzi come lui, che dall’aprile del 2015 attendono complessivamente un milione e mezzo di euro dallo Stato.
Soldi previsti, accantonati e mai dati, necessari per pagare i fornitori, i dipendenti, i macchinari e anche il proprio lavoro. Magari un giorno li vedranno.
Per il momento vedono i debiti. E le minacce dei creditori.
«Siamo finiti nelle mani di una banda di incompetenti. Ci hanno bloccato i finanziamenti . Io e i miei colleghi abbiamo dovuto aprire un secondo fido per fare fronte agli impegni. Siamo esposti per 80mila euro. E abbiamo obblighi complessivi per 140 mila».
E Alessandro, che assieme agli altri vincitori di bando sta organizzando una class action contro il ministero, non è quello a cui è andata peggio.
«Basterebbe un decreto del governo per chiudere questa orribile parentesi, ma la politica non si muove». Un classico.
I soldi bloccati
Nel marzo del 2012 il Ministero dell’Università e della Ricerca decide di mettere in pratica un’intuizione apparentemente vincente dell’allora ministro Francesco Profumo, pubblicando un bando rivolto ai giovani con meno di trent’anni.
È l’operazione «Social Innovation»: saranno i ricercatori migliori di quelle terre a dimostrate al mondo che il Sud non è solo criminalità e inerzia, ma è soprattutto creatività e intelligenza.
Parte così la prima formula di finanziamento italiano a giovani ricercatori meridionali con la nomina di Project Officer – ufficiali pubblici con il compito di assistere i progetti nella fase di realizzazione – e con l’apertura di un conto cointestato «ministero-vincitore di bando» per evitare lo spreco di risorse e per rendere chiara la supervisione da parte dello Stato. Il messaggio è orgogliosamente netto: crediamo in voi, non ci deludete.
Non ci vorrà molto per capire chi deluderà l’altro.
A Napoli, davanti al Maschio Angioino, le rastrelliere per le biciclette sono desolatamente vuote e Roberta Milano, 31 anni, una laurea in beni architettonici, indica rassegnata quel che resta della stazione numero 8 del progetto di Bike Sharing vincitore del bando Social Innovation.
«Faccio parte di Clean Up una associazione che si occupa di cittadinanza attiva e di sostenibilità ambientale. Ci siamo inventati un sistema per prelevare le biciclette senza dispositivi meccanici che fino a tre anni fa era innovativo. Ci dicevano tutti che a Napoli il bike sharing non avrebbe funzionato. Invece abbiamo avuto un successo eccezionale. In pochi mesi abbiamo raccolto 14mila utenti e contato 50mila utilizzi. Insomma, abbiamo fatto il botto. Tanto che il Comune ha deciso di fare una ciclabile su Corso Umberto sulla scorta del nostro esperimento».
Filava tutto alla perfezione e Roberta aveva lo stesso candore contagioso dei bambini a cui le cose sembrano normali finchè qualcuno non li informa del contrario.
«Un anno e mezzo fa ci hanno sospeso i fondi. Come a tutti. E il progetto è morto. Le dieci stazioni sono rimaste vuote, destinate a diventare ferraglia, e le cento bici sono finite in un magazzino. In compenso ci è rimasto un buco da 200mila euro».
Soldi da dare a programmatori, avvocati, grafici, dipendenti.
«Ma non c’è solo il danno economico. Ci abbiamo anche rimesso la faccia. La gente crede che le stazioni vuote e le bici sparite siano colpa nostra. Il Comune ha provato ad aiutarci rilevando il progetto. Ma il ministero non risponde neppure a loro».
In tutti i cinquantadue progetti, gli investimenti delle attività previste sono stati anticipati dai vincitori del bando, che hanno fatto ricorso a prestiti bancari o a fondi personali. Ogni due mesi il Ministero provvedeva ai rimborsi, sulla base delle spese certificate.
Nessun problema fino a un anno e mezzo fa, quando la ragioneria generale dello Stato si è resa conto che la procedura di assegnazione dei fondi era irregolare.
Da un lato perchè rischiava di risultare una forma illegittima di sostegno all’impresa agli occhi dell’Europa. Dall’altro perchè, per facilitare le procedure di pagamento, il Ministero aveva avocato a sè la proprietà dei i beni mobili e immobili legati ai progetti .
Peccato che per l’acquisizione di beni di qualunque tipo gli enti pubblici siano tenuti a passare da un bando della Consip (la stazione appaltante dell’amministrazione pubblica), che in questo caso non c’è stato.
Morale? Il Ministero, in attesa di capire come risolvere la questione, ha deciso il blocco totale degli incentivi per il sostegno alla ricerca preferendo tutelare se stesso che preoccuparsi dei danni causati ai ricercatori.
Noi abbiamo sbagliato, voi pagate. Inutili i ricorsi individuali e collettivi alla Comunità Europea, al ministero dell’Industria, al Presidente della Repubblica e a quello del Consiglio.
C’era un intero Paese a scommettere su questa gloriosa iniziativa destinata a rivitalizzare il Sud, nessuno a farsi carico della responsabilità del suo fallimento.
Proprietà intellettuale
Alle start up le cose sono andate male ovunque. In Calabria, a Napoli, a Palermo, E anche a Lecce. I ricercatori vincitori del bando erano il futuro. A un certo punto si sono sentiti come barboni che vedono solo le mani che allungano gli spiccioli. E adesso neppure più quelli.
L’architetto Sofia Giammaruco e i suoi sei colleghi avevano ribattezzato il loro progetto «Inculture». Innovazione nella cultura, nel turismo e nel restauro.
«Ci siamo presi cura dell’Unione dei Comuni della Grecia Salentina. Attraverso un piano di diagnostica non distruttiva dei beni culturali in collaborazione con il Cnr e il Politecnico di Torino. Per ciascuno dei 12 comuni di riferimento abbiamo individuato un bene culturale su cui intervenire, ad esempio la Chiesa di Santo Stefano di Soleto».
Un lavoro enorme. Che ha dato risultati eccellenti. Finchè quello che inizialmente pareva un entusiasmo illogico si è trasformato in sconcertante disincanto.
«Era un progetto da quasi due milioni di euro. E sono fiera perchè i soldi pubblici li abbiamo spesi bene. E anche perchè non abbiamo debiti con nessuno. Solo crediti».
Lo Stato deve a lei e ai suoi colleghi ottantamila euro.
«La gestione del bando è diventata una barzelletta. Ci hanno preso in giro. Ed è assurdo che oggi, a 31 anni, mi trovi a fare causa allo Stato».
E i suoi colleghi? «Ognuno ha preso una strada diversa». Sparito il progetto. Sparite anche le idee. Perchè in questa trappola infernale il Ministero non si è fatto mancare niente. Lasciando i ricercatori anche senza la proprietà intellettuale del proprio lavoro. «Ci avevano fatto firmare un disciplinare che diceva il contrario. Ma dopo sei mesi ci hanno imposto di sottoscriverne un altro che rendeva il Ministero proprietario degli “eventuali diritti afferenti i risultati conseguiti”», dice Alessandro Brancati.
E perchè avete firmato? «Perchè diversamente ci avrebbero tolto i finanziamenti. E perchè speravamo che la proprietà dei risultati potesse restare a noi».
Speranza vana. Ed è inutile fare finta di niente perchè quel pensiero è come una zanzara che si posa ovunque per succhiare sangue. Truffaldini o incapaci? «Incapaci».
«Lo sa cosa mi fa impazzire?», chiede il palermitano Francesco Massa, che assieme a due colleghi rientrati apposta dal Mit di Boston e dal Canada, aveva dato vita a un progetto di mobilità sostenibile.
Cosa? «Che pensavamo di fare qualcosa per la nostra terra. E invece abbiamo scoperto che la nostra ricerca è stata abbandonata, mentre contemporaneamente il comune di Palermo sta sviluppando con il ministero dell’ambiente una applicazione di mobilità sostenibile. Cioè paga persone per fare cose che noi avevamo già pronte. Sono mondi che non si parlano. In questo Paese le cose vengono fatte completamente a caso».
Fuga dalle risposte
E adesso? Comunicare con il Miur per i trecento ragazzi dei cinquantadue progetti è diventato impossibile.
«Abbiamo inviato decine di mail che non hanno mai ricevuto risposta e i telefoni squillano a vuoto».
In effetti anche il ministro Fedeli (erede ultima di questo pasticcio) si nega alle interviste, consegnando al suo ufficio stampa un comunicato di incomprensibile vaghezza: «A breve i rappresentanti dei vincitori riceveranno una proposta emendativa e nel frattempo sarà istituito un tavolo tecnico per individuare i provvedimenti necessari per una corretta e il più possibile rapida gestione della fase conclusiva del bando». Boh.
Si recupera un danno così? Difficile.
Neppure i soldi, se mai dovessero arrivare, basteranno, perchè sono le esperienze che abbiamo avuto a determinare il rumore del nostro tempo. E questo che sentono i ragazzi del sud è un rumore cattivo. Anche più cattivo del solito.
Andrea Malaguti
(da “La Stampa”)
argomento: denuncia | Commenta »
Febbraio 26th, 2017 Riccardo Fucile
LONDRA ATTIRA MULTINAZIONALI IN CERCA DI LAVORATORI A BASSO COSTO… LA BREXIT APRE ALLO SFRUTTAMENTO CON LAVORI PRECARI E MALPAGATI
È certo che al referendum sulla Brexit nessuno abbia votato per impoverirsi. Ma la popolazione britannica, a otto mesi dalla consultazione, sta iniziando a fare i conti con il proprio portafoglio.
La sterlina oggi vale il 18% in meno rispetto al dollaro e il 12% rispetto all’euro e per George Saravelos, capo della divisione Forex di Deutsche Bank, potrebbe scendere a quota 1,05 contro il dollaro (-16% dai livelli attuali) a causa della natura “incredibilmente complicata” della Brexit.
L’inflazione sta tenendo banco nel Regno Unito, che tradizionalmente è un importatore: a gennaio i prezzi sono cresciuti dell’1,8%, secondo i calcoli dell’Office for National Statistics: un ulteriore aumento dopo il +1,6% di dicembre e il +1,2 del mese precedente.
È l’incremento maggiore negli ultimi due anni e mezzo. La crescita dei prezzi va a braccetto, è vero, con livelli occupazionali record, ma i salari restano al palo.
E così oggi il cuore dell’impero britannico, persa la sua centralità continentale, potrebbe in alcuni settori economici diventare terra di conquista.
La Camera di Commercio britannica, in un’indagine condotta su 1.500 aziende, ha rilevato che la caduta della sterlina a seguito del referendum ha portato un incremento dei costi e una riduzione dei margini.
Solo un’azienda su quattro ha evidenziato un impatto positivo sulle esportazioni, la maggior parte ha invece registrato un calo.
“Le aziende che importano devono fronteggiare costi maggiori e possono trovarsi bloccate in situazioni contrattuali poco flessibili alle fluttuazioni della moneta”, ha detto il direttore generale Adam Marshall.
Il 68% ha aggiunto che la svalutazione aumenterà la base costi nel prossimo anno e il 54% ha dichiarato che incrementerà i prezzi di vendita.
“L’inflazione sarà un fattore di preoccupazione importante nel prossimo anno. Anche se al momento i tassi non sono alti rispetto al trend storico, stanno tuttavia mettendo molta pressione sulle aziende”, ha specificato Marshall.
Per tutta risposta alcuni gruppi hanno iniziato a ritoccare all’insù i listini o ridurre le quantità vendute allo stesso prezzo.
Toblerone ha aumentato lo spazio tra un triangolo e l’altro delle proprie barrette e le confezioni dei Maltesers, prodotti da Mars, hanno perso il 15% del peso.
Prezzi in su invece per Nestlè, PepsiCo e Unilever su alcuni dei brand più amati dalla popolazione britannica.
In particolare ha fatto rumore la querelle tra Tesco e la stessa Unilever nei riguardi della Marmite, la crema a base di estratto di lievito di birra presente in ogni dispensa del Regno.
La multinazionale olandese aveva deciso di aumentare il prezzo della Marmite del 10%, e la catena di supermercati aveva risposto bandendo questo e altri prodotti Unilever.
La frizione è poi rientrata, ma la Marmite ha comunque subìto un rincaro in altri supermercati: Morrisons, per esempio, ne ha alzato il prezzo del 12,5 per cento.
Ma il panorama dei rincari è molto più ampio: va dall’olio d’oliva, per lo chef Jamie Oliver diventato un bene di lusso, provocando secondo la Coldiretti una riduzione delle vendite italiane del 13%, alla birra: Heineken e Carlsberg, oltre a Molson Coors, produttore della Carling, e AB-InBev con la sua Budweiser, hanno tutte ritoccato i propri prezzi di riferimento.
Gli ultimi segnali sono arrivati con la tecnologia.
Microsoft, Apple e Sonos hanno annunciato aumenti fino al 25%, in risposta alla caduta della sterlina nei confronti del dollaro.
Amazon Web Services ha giustificato il rialzo allo stesso modo, e anche gli utilizzatori della Creative Cloud di Adobe, che include strumenti popolari come Photoshop, hanno trovato una sorpresa nella propria posta.
“Potresti essere al corrente che la fluttuazione dei tassi di cambio è stata significativa negli ultimi anni. A seguito dei cambiamenti dei tassi di cambio nella tua area, il prezzo dei prodotti e servizi Adobe sarà più alto a partire dal 6 marzo 2017”, ha scritto la casa produttrice.
La crescita dei prezzi si accompagna a una riduzione generale della disoccupazione, che al 4,8% si presenta ai minimi degli ultimi 11 anni.
Secondo l’Office for National Statistics, nell’ultimo trimestre dello scorso anno oltre 31,8 milioni di britannici risultavano occupati, 303mila in più rispetto a un anno prima.
Il tasso di occupazione ha toccato il livello record del 74,6%, che non si registrava da quarant’anni.
Ma solo 70mila dei nuovi occupati sono cittadini britannici, mentre ben 233mila sono stranieri, che hanno portato complessivamente il proprio peso nella forza lavoro del Regno Unito a 3,48 milioni, il 10,9 per cento.
Queste statistiche però non dicono ancora tutto, perchè i lavoratori del Regno Unito nati all’estero, rispetto all’anno precedente, sono cresciuti complessivamente di 431mila unità per raggiungere i 5,54 milioni, mentre si sono ridotti di ben 120mila unità i nati nel Regno Unito.
In più l’istituto sottolinea che la quota di lavoratori part-time impossibilitati a trovare un full-time resta ampiamente sopra la media, così come il tasso di sottoimpiegati, cioè coloro che vorrebbero lavorare di più.
Una nuova ricerca della Joseph Rowntree Foundation indica che quasi un terzo della popolazione del Regno Unito, circa 19 milioni di persone, vive con un reddito “inadeguato”.
Rispetto al biennio 2008/09, lo studio mostra un incremento di ben 4 milioni di cittadini finiti al di sotto della soglia del reddito minimo.
In pratica, livelli da piena occupazione ma impieghi sempre più precari e malpagati.
E per il prossimo futuro non si prevedono inversioni di questo trend. Negli ultimi mesi è stata registrata una contrazione dell’incremento dei salari, cresciuti nel trimestre novembre-gennaio del 2,7%, ma in termini reali solo dell’1,4 per cento.
E se con una sterlina debole il costo del lavoro diventa più conveniente, la terra d’Albione diventa ancora più appetibile per i big player continentali e americani, pronti a sfruttare la manodopera, ultra-qualificata o ultra-flessibile, del Regno Unito. A investire nella Brexit, infatti, sono le aziende del settore tecnologico, le stesse che hanno appena annunciato il ritocco dei prezzi. Amazon ha previsto un investimento di 5mila posti di lavoro entro l’anno, Tim Cook, numero uno di Apple, ha confermato l’impegno nel Paese, Google a novembre aveva annunciato un investimento da 3mila posti di lavoro.
Stesso trend nel pharma. Novo Nordisk, gigante danese, che sfrutta la corona agganciata all’euro, ha confermato l’investimento di 115 milioni di sterline per insediare 100 scienziati nei prossimi 10 anni in un nuovo centro di ricerca a Oxford, una decisione definita “un voto di fiducia” nella Gran Bretagna post-Brexit, dopo diversi mesi di riflessione e un cambio favorevole.
Tuttavia, se la ricerca verrà eseguita a Oxford, i nuovi farmaci verranno sviluppati in Danimarca, e il vice presidente Mads Thomsen ha spiegato chiaramente alla Bbc che ogni ricavo commerciale andrà alla società danese.
Non è l’unico caso del settore: AstraZeneca sta completando il proprio centro di ricerca a Cambridge da 400 milioni di sterline, GlaxoSmithKline a luglio ha confermato il proprio investimento di quasi 300 milioni.
Percorso inverso, invece, per le grandi banche d’investimento, che con l’uscita dall’Unione perdono nel Regno Unito il proprio baricentro d’azione europeo.
Bruegel, think tank con sede a Bruxelles, ha recentemente stimato che il 35% di tutta l’attività bancaria londinese sia da attribuire a clienti della Ue, e dunque 1,8 trilioni di euro di asset si dirigeranno verso i 27.
Secondo il gruppo di ricerca 10mila posti di lavoro si trasferiranno nelle sedi europee e a questi va aggiunto un indotto di 20mila ulteriori posti tra avvocati e consulenti che seguirà lo stesso destino.
Valutazioni addirittura conservative rispetto a quelle del gruppo lobbista TheCityUK, che stima la perdita di 70mila occupati, e soprattutto a quelle di Xavier Rolet, numero uno del London Stock Exchange Group, che vede la perdita di oltre 230mila lavoratori. Jamie Dimon, numero uno di JPMorgan Chase, ha dichiarato che “ci saranno più trasferimenti di quelli sperati”, mentre Hsbc, secondo il suo amministratore delegato Stuart Gulliver, vedrà emigrare a Parigi una parte del suo staff che genera complessivamente il 20% di tutti i ricavi londinesi dell’istituto bancario.
Felice Meoli
(da “il Fatto Quotidiano“)
argomento: Europa | Commenta »
Febbraio 26th, 2017 Riccardo Fucile
E’ STATO DEPOSITATO ALLA CAMERA NEL 2014 CON RELATIVO SIMBOLO… POSSIBILI AZIONI LEGALI
Un divertentissimo problemone legale potrebbe abbattersi a breve su Articolo 1 Democratici e
Progressisti, il nuovo movimento presentato ieri da Roberto Speranza, Enrico Rossi e Arturo Scotto che riunisce gli ex del Partito Democratico e gli ex di Sinistra Italiana: il nome Democratici e Progressisti è stato già depositato alla Camera nel 2014 con relativo simbolo e appartiene, tra gli altri, al renzianissimo Ernesto Carbone, noto per il “Ciaone” al referendum e per la mancata promessa di lasciare la politica in caso di no al referendum.
Racconta il Fatto
Era stato usato per una lista presentata alle elezioni regionali della Calabria di tre anni fa, a sostegno dell’allora candidato alla presidenza Mario Oliverio.
I detentori del simbolo sono alcuni esponenti del Pd: il deputato Ernesto Carbone, appunto, il suo collega Ferdinando Aiello e il consigliere regionale Giuseppe Giudice Andrea.
I tre, che hanno depositato nome e simbolo a Montecitorio, starebbero ora valutando azioni legali per difenderne la primogenitura e impedire a Bersani e agli altri di usarlo per battezzare il neonato movimento.
Il consigliere regionale Giuseppe Giudiceandrea è andato a cantargliele di persona sulla questione:
Gentile onorevole,
oggi le testate giornalistiche e televisive stanno parlando del nuovo soggetto politico che ha creato, assieme ad altri, dopo la fuoriuscita dal PD.
Tengo a specificare, in qualità di responsabile della comunicazione del gruppo Democratici e Progressisti Calabria, che questo soggetto esiste già , è ben strutturato nella nostra Regione, è parte del PD e politicamente vicino al segretario Matteo Renzi. Il gruppo conta numerosi consiglieri comunali e provinciali sul territorio calabrese ed è rappresentato da ben 3 consiglieri regionali.
Sono sicuro che vorrà tenere conto dell’incresciosa situazione; l’utilizzo del nome Democratici Progressisti potrebbe ingenerare equivoci e confusione.
(da “NextQuotidiano”)
argomento: PD | Commenta »
Febbraio 26th, 2017 Riccardo Fucile
IL CAPOFAMIGLIA HA RILEVATO UNO DEI PIU’ GRANDI GRUPPI IMMOBILIARI D’EUROPA, CON GLI AFFARI SONO CRESCIUTI I DEBITI… FINO A QUANDO UNICREDIT SI E’ PRESA BUONA PARTE DELL’ATTIVITA’, ESCULSA EURNOVA, PROPRIETARIA DEI TERRENI DI TOR DI VALLE
A Roma si narra che metà della sua famiglia sia di fede laziale. Non per questo Luca Parnasi si è tirato indietro davanti al più ambizioso progetto immobiliare della capitale: la realizzazione del nuovo stadio della Roma a Tor di Valle.
Anzi, a dire il vero, per lui, romano e romanista, il nuovo stadio è più di una semplice opportunità di investimento.
E’ una sfida che ha il sapore di un riscatto dopo la dèbà¢cle di Parsitalia, lo storico gruppo di famiglia sommerso dai debiti.
Considerato un astro nascente del mattone capitolino, Parnasi è uno che la sa lunga. Ha imparato i rudimenti del mestiere dal padre Sandro. E, secondo i bene informati, ne ha fatto tesoro.
Classe ’77, ultimo di tre figli e unico erede maschio, l’imprenditore è cresciuto a pane e mattone: già a metà degli anni ’40, il padre è infatti fra i protagonisti nelle costruzioni romane.
Gli affari vanno bene grazie anche alle amicizie che contano nell’area di centro sinistra con cui i Parnasi, al pari dei Marchini, continueranno a flirtare fino a tempi recenti.
Il salto di qualità arriva però negli anni ’90 quando il capofamiglia Sandro rileva uno dei più grandi gruppi immobiliari d’Europa, la Sogene del banchiere bancarottiere Michele Sindona.
Da allora inizia un periodo d’oro grazie anche al sostegno della Banca di Roma di Cesare Geronzi. Nella capitale non c’è affare in cui i Parnasi non mettano il naso, come testimoniano grandi progetti come il multisala UGC a Roma Nord o i due mega shopping center di Porta di Roma e EuRoma2.
Assieme ai progetti cresce però anche il passivo della holding di famiglia, Parsitalia, che, nell’estate dello scorso anno, arriva ad avere debiti per 500 milioni verso i finanziatori Unicredit, Mps e Aareal Bank.
Scomparso il padre a luglio 2016, Luca deve far i conti con un’inevitabile ristrutturazione del debito dell’impero di famiglia.
Buona parte degli asset finiscono nella Capital Dev, società controllata da Unicredit e destinata a portare avanti i progetti di sviluppo che aveva avviato Sandro.
Ne resta fuori la Eurnova perchè, tutto sommato, il debito è sostenibile.
L’azienda, controllata dalla cassaforte di Parnasi, Capital holding spa, è proprietaria dei terreni di Tor di Valle acquistati per 42 milioni dalla SAIS dei fratelli Antonio e Gaetano Papalia grazie anche a una fideiussione da 4 milioni rilasciata da Unicredit.
Da cinque anni ormai Eurnova studia la realizzazione del nuovo stadio della Roma, un progetto colossale che fa gola a molti in tempi di magra dell’immobiliare.
Primo fra tutti Francesco Gaetano Caltagirone, al quale nel 2012, proprio i Parnasi sfilarono l’affare da 263 milioni per la nuova sede della Provincia.
Con il sindaco Ignazio Marino, Parnasi è ad un soffio dal chiudere il cerchio sul grande affare dello stadio per il quale, ottenute le autorizzazioni amministrative del caso, dovrà successivamente trovare dei finanziatori.
Fra questi forse anche Unicredit, che, secondo indiscrezioni mai confermate, avrebbe voluto trasferire il quartier generale in nuovi uffici a Tor di Valle.
Ma poi l’uscita di scena del primo cittadino Pd mette di nuovo tutto in discussione e rischia anche di mettere a dura prova i conti della Eurnova srl che ha archiviato il 2015 in rosso (-1,4 milioni, in crescita esponenziale rispetto ai 167mila euro del 2014) e ha sulle spalle poco più di 40 milioni di debiti (di cui 9 con Unicredit) su un valore della produzione da 13 milioni.
Se il progetto fosse stato respinto, per Parnasi si sarebbe aperto uno scenario a tinte fosche.
Ma ora è arrivato il salvagente della Raggi.
Costanza Iotti
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: Roma | Commenta »
Febbraio 26th, 2017 Riccardo Fucile
NELLE MARCHE 20.000 CASE INAGIBILI, 5300 SFOLLATI NEGLI HOTEL E 8700 FUORI CASA
Mario Sensini sul Corriere della Sera racconta oggi cosa sta accadendo nelle Marche, dove ci sono
ventimila abitazioni dichiarate inagibili e 5300 sfollati negli hotel e 8700 fuori casa ma sono arrivate soltanto venti domande per la riparazione dei danni lievi delle abitazioni con contributi pubblici:
L’ordinanza di Errani sulla riparazione dei danni lievi, che lo Stato è pronto a rimborsare al 100%, è di tre mesi fa.
Per partire con i lavori, e far tornare la gente nelle case, sulla carta ormai c’è tutto: ordinanza, prezzario delle opere, provvedimento dell’Agenzia delle Entrate sul credito d’imposta, soldi. Eppure nulla si muove.
Appena venti cantieri «privati» aperti dopo il terremoto che quattro mesi fa ha sconquassato la regione sono il segno che qualcosa effettivamente non funziona.
Per avviare finalmente la ricostruzione il governatore delle Marche, Luca Ceriscioli, ora sta pensando di lanciare una grande campagna informativa tra i cittadini.
Il problema, però, sta a monte.
Tanto per cominciare, in tutto il cratere del terremoto non c’è ancora un solo sportello bancario in grado di erogare i finanziamenti a fondo perduto dello Stato.
Le banche che hanno aderito alla convenzione con la Cassa Depositi, che ha messo sul piatto 6,1 miliardi con una sorta di anticipazione al governo, nonostante le sollecitazioni dell’Abi, sono pochissime.
Intesa, Unicredit, Ubi e tre o quattro Bcc locali, che però non sono ancora operative. Banca Marche, di gran lunga la più forte nel territorio, per il momento si è chiamata fuori dalla partita.
Chi vorrà i contributi per sistemare casa rischia di dover aprire un nuovo conto corrente bancario.
Poi c’è il problema di trovare i tecnici per fare le schede Aedes di valutazione del danno, necessarie per i contributi.
Il nuovo decreto ha abolito il limite agli incarichi dei professionisti, che finora hanno puntato alle ristrutturazioni più remunerative, ma l’offerta scarseggia.
(da “NextQuotidiano“)
argomento: terremoto | Commenta »
Febbraio 26th, 2017 Riccardo Fucile
LA CURIA AVEVA OTTENUTO 150.000 EURO MA L’INTERVENTO DI MESSA IN SICUREZZA NON E’ MAI STATO FATTO… LE ACCUSE: OMICIDIO COLPOSO, DISASTRO COLPOSO E TRUFFA
Il vescovo emerito di Rieti Delio Lucarelli, il sindaco Stefano Petrucci e altri tra cui tecnici, architetti e costruttori sono i primi quindici indagati per il crollo del campanile della chiesa di Accumoli.
Le accuse sono di disastro colposo, omicidio colposo e truffa ai danni dello Stato e, scrive La Stampa in un articolo a firma di Grazia Longo, tra i nomi noti che spiccano sul registro degli indagati anche il tecnico Matteo Buzzi (nipote del più noto Salvatore, ras delle cooperative e principale imputato per Mafia Capitale insieme all’ex Nar Massimo Carminati) e l’imprenditore edile Marzio Leoncini.
I coniugi Andrea e Graziella Tuccio, i figli Stefano di 8 anni e Riccardo di un anno sono morti nel crollo conseguente al terremoto il 24 agosto 2016, ma sotto accusa è l’intervento di messa in sicurezza che il vescovo Lucarelli annunciò sette anni fa al sindaco, quando la chiesa era ancora inagibile per colpa del sisma dell’Aquila. Scrivono Fabio Tonacci e Giuliano Foschini su Repubblica:
Al 22 marzo 2010, quando monsignor Delio Lucarelli firma una relazione sulla chiesa di Accumoli inagibile per colpa del sisma dell’Aquila. «Abbiamo dato corso a interventi di messa in sicurezza per l’eliminazione del pericolo e atti a dare fruibilità al complesso parrocchiale», scrive l’allora vescovo di Rieti, indirizzando la relazione al sindaco di Accumoli Stefano Petrucci e al Commissario delegato del sisma post 97.
Secondo i carabinieri del Nucleo investigativo e i finanzieri della Polizia tributaria, l’intervento in questione era in realtà del tutto inutile. Avevano semplicemente applicato due staffe di ferro su una pietra che si stava staccando, senza neanche aver presentato un progetto approvato dal Genio Civile e senza le autorizzazioni edilizie necessarie.
Ma grazie alle pressioni del vescovo, il complesso immobiliare di piazza San Francesco riaprì.
Quel pezzo di carta che porta in calce la firma di monsignor Lucarelli è stato recuperato e inserito nella prima informativa inviata alla procura di Rieti che indaga sui crolli del terremoto del 24 agosto.
Sulla base di questa prima sintesi di indagine, che riguarda solo la chiesa Santissimi Pietro e Lorenzo e l’adiacente caserma dei Carabinieri, gli investigatori hanno denunciato all’autorità giudiziaria 15 persone: il vescovo emerito e il sindaco Petrucci (per omicidio colposo e disastro colposo), tutti i tecnici che hanno lavorato sui progetti di miglioramento sismico finanziati con fondi pubblici, l’impresario Marzio Leoncini e l’ingegnere Mattia Buzzi. Qualcuno è accusato pure di truffa ai danni dello Stato.
La lettera serviva a revocare lo sgombero deciso dal sindaco dopo il 6 aprile 2009.
E c’è un altro problema: la curia reatina, infatti, aveva ottenuto dal commissario per la ricostruzione post 1997 ben 150.000 euro per il miglioramento sismico della caserma, intervento fondamentale anche per la tenuta del campanile adiacente. Ma a quanto pare l’intervento non è stato effettuato
Il campanile che non doveva crollare
Il Fatto cita invece la testimonianza di don Puzio Stanislaw, parroco che qui ha vissuto dal 2004 al 2014: sul campanile “non fu fatto alcun lavoro”. Nonostante nelle casse della diocesi arrivassero i fondi per i lavori di messa in sicurezza. Ma quei soldi, annotano gli inquirenti, sono stati usati per sistemare la casa parrocchiale e non il campanile che il 24 agosto è crollato e ucciso un’intera famiglia.
La morte della famiglia Tuccio, sterminata dal crollo della torre, poteva essere evitata. Del verbale di interrogatorio del parroco colpisce anche il racconto degli anni trascorsi nella casa parrocchiale, adiacente al campanile.
Arrivato nel 2004, don Puzio trova la torre inagibile e interdetta al pubblico perchè ritenuta a rischio crollo, la vicina caserma abbandonata perchè pericolante.
“Sono rimasto solo per molto tempo”a vivere lì. “I carabinieri erano andati via a causa del terremoto”. E aggiunge: “Non sono mai stato a conoscenza dell’ordinanza di sgombero e nessuno mi ha mai avvisato che quello stabile era pericoloso, tant’è vero che non l’ho mai lasciato”. Ricorda anche Buzzi.
Il geometra della curia aveva individuato un masso della torre che avrebbe potuto cedere: è stato l’unico intervento effettuato. Secondo quanto ricostruito dal pool investigativo creato ad hoc dalla procura di Rieti — composto da tre uomini del nucleo polizia tributaria della Guardia di Finanza e cinque del comando provinciale dei Carabinieri —il sindaco ha emesso un’ordinanza per annullare lo sgombero sulla base esclusivamente di questo intervento, limitandosi alle rassicurazioni ricevute dall’allo ra vescovo Lucarelli. La diocesi già a seguito del sisma che nel 1979 colpì la zona, avrebbe dovuto intervenire sulla struttura. L’allora sindaco Berardo Pica nel novembre 1981 intimò al vescovo di agire perchè le “condizioni statiche della Chiesa e del campanile ”risultano “particolarmente precarie e pericolose per la pubblica incolumità ”.
Nulla fu fatto.
(da “NextQuotidiano”)
argomento: terremoto | Commenta »
Febbraio 26th, 2017 Riccardo Fucile
I CONSIGLI ALLA RAGGI, LE BATTUTE SU ANDREOTTI E LA SCOPERTA DI D’ALEMA
Negli undici televisori che tiene accesi di fronte alla sua scrivania appare all’improvviso il volto di
Virginia Raggi: “Le servirebbe un corso per capire che il Campidoglio è il trionfo delle insidie. Non è una ragazza stupida. Però — come gli altri prima di lei — è circondata da un sistema che a ogni passo è pronto a tendergli una trappola. Dovrebbe capirlo, non mettersi la maschera della dura e pura. Non ci si improvvisa sindaci di questa città ”.
Maurizio Costanzo ha settantotto anni e la carriera appesa alle pareti: c’è la foto dell’intervista al colonnello Gheddafi e quella a Gorbaciov, gli occhi neri di Giovanni Falcone e l’attimo in cui dichiara guerra alla mafia dando fuoco in diretta tv a una t-shirt che inneggia a Cosa nostra, c’è Woody Allen e l’incontro con Donald Trump: “Lo intervistai a New York nel 2002. Era tutto esagerato, dall’arredamento del suo palazzo al colore dei suoi capelli. Però lui era simpatico. Conservo la foto da allora. Oggi, certo, si nota di più”.
Nella vita ha fatto cinema, teatro, televisione, radio, giornali: tutto.
A breve il Maurizio Costanzo Show tornerà su Canale 5 e dal 18 febbraio è passato a radio 105. Ha superato scandali (P2), attentati (mafia), fallimenti (il settimanale L’Occhio), muovendosi in difficile equilibrio tra incompatibili appartenenze: il voto sempre a sinistra e l’editore — Silvio Berlusconi — schierato a destra.
Come ha fatto?
“Vivo con una pistola puntata alla nuca che si chiama noia, la sento sempre in agguato dietro le spalle. Mi sono continuamente inventato un incontro, un’avventura, un rischio pur di incontrarla il meno possibile”.
Che faccia ha?
“È come un buco profondo che vuole inghiottirti. Tu lotti per non scivolarci dentro. Perchè più precipiti nella cavità , più fai fatica a risalirla”.
È sempre stato così?
“Da bambino, rimanevo a lungo davanti alla finestra a guardare nel vuoto. Dicevo a mia madre che mi annoiavo. Ma mi sbagliavo: stavo scoprendo la malinconia, l’altro mio demone custode. Da piccolo, la vivevo come un handicap. Poi, ho capito che non sarei capace di immaginarmi senza”.
A cosa le è servita?
“L’ho usata in tutte le commedie che ho scritto, nei film che ho fatto con Pupi Avati, l’ho donata a Ettore Scola per la sceneggiatura di “Una giornata particolare”. Ho scoperto che è un’immensa sorgente. E che io non sono altro che un produttore di malinconie”
Cosa rimpiange?
“Ho tre figli, quattro nipoti, altrettante mogli, però non ho mai dimenticato mio padre e mia madre. Li ricordo in continuazione. Non c’entra l’amore. È l’assenza di qualcosa che è nella tua carne e nel tuo corpo, e che non può andare via”.
Si rimprovera qualcosa?
“Mia madre ha fatto in tempo ad ascoltarmi in radio e a vedermi in televisione. Mio padre no, e questo mi fa soffrire”.
Lei che padre è stato?
“Ho perso il mio quando avevo diciotto anni e ho cercato per prima cosa di esserci. Sono stato permissivo. Ho cercato di convincere i miei figli a rispettare una regola facendoli ragionare, piuttosto che con uno schiaffo”.
Ha sognato di fare quello che fa?
“Sì. Fu mio zio a intuire la vocazione che avevo. Era un alto funzionario del ministero della Marina mercantile. Mi metteva da parte le tutte le terze pagine del Corriere della Sera e me le portava a casa ogni settimana. Le leggevo e le rileggevo. Mi piacevano soprattutto Vittorio Giovanni Rossi e Indro Montanelli. Adoravo i loro racconti di viaggio”.
Li ha conosciuti?
“A quattordici anni scrissi una lettera a Montanelli e tutto mi potevo aspettare tranne che mi chiamasse. Invece, lo fece. Mi diede appuntamento per il giorno dopo alla sede del Corriere di Roma. Marinai la scuola e andai. Fino a quando morì rimanemmo in contatto”.
Lei ha incontrato moltissime persone.
“Di tutte, mi mancano sopratutto Vittorio Gassman e Alberto Sordi. Gassman era un vulcano. Arrivava all’improvviso nel camerino del teatro Parioli e cominciava a raccontarmi cosa aveva letto e pensato durante il giorno. Fumava e parlava. Fumava e parlava. Fumava e parlava”.
E Sordi?
“Non ho mai conosciuto nessuno legato alla famiglia come lo era lui. Una volta mi disse: “Ma perchè me devo mette n’estranea ‘n casa?”. Credo non si sia sposato per una forma di fedeltà al fratello e alla sorella. E poi era un custode della semplicità . Aveva una villa stupenda alle Terme di Caracalla: piscina, giardino magnifico, vista sulle rovine romane. La guardava e come parlando tra sè e sè un giorno mi confessò: “Ma che cazzo ma so’ fatta a fa’…”.
È passato tanto tempo, ma non sono riuscito a rimpiazzarli, nè lui nè Gassman. Forse è colpa mia, forse non c’è granchè in giro”.
Lei ha standard molto alti.
“Chiamai Totò mentre stava girando “Uccellacci e Uccellini” con Pier Paolo Pasolini, un uomo di una grazia sconvolgente. Gli domandai: “Come va, Principe?”. Rispose: “Gli attori sono come i tassisti, vanno dove vuole il cliente”. Non aveva ancora capito che stava girando un capolavoro”.
È riuscito a far parlare Andreotti della sua vita in tv.
“Entrai in studio e lui era già seduto sulla poltrona rossa: pensavo fosse uno scherzo, non ci credevo. Fu un evento. Durante la pubblicità , lui che era già presidente del Consiglio, mi disse: “Sa, io ho tre compagni di classe che sono diventati cardinali”. Pausa. “Loro sì che hanno fatto carriera”. Geniale”.
Poi vennero i comunisti.
“Per loro, era ancora più insolito andare in televisione a parlare della loro vita. Prima invitai Amendola, poi Pajetta. Enrico Berlinguer non venne, però mi volle conoscere. Voleva capire chi fossi. Dopo, mi fece dire che mi aveva trovato “più intelligente che cattivo””.
Con quelle interviste, mostrò che anche il personale è politico.
“Non me ne fregava niente delle alleanze o delle tattiche. Cercai di stanare la persona, perchè solo penetrando oltre la corazza delle architetture razionali potevo supporre di far capire chi avevamo di fronte”.
Chi ha capito meglio?
“Massimo D’Alema. L’ho frequentato a lungo, eravamo molto amici. Quando era segretario del PDS, andavo ogni lunedì mattina alle nove a trovarlo a Botteghe Oscure. Parlavamo poco di politica, molto di vita. Ho scoperto di una donna che aveva amato prima di conoscere la moglie morta in un incidente d’auto. Era una ferita molto forte per lui, che è anche un uomo di una certa sensibilità . La superbia che esibisce è una forma di difesa. Probabilmente, necessaria per la politica di oggi”.
Si aspettava potesse fare una scissione dal PD?
“Io non credo nelle scissioni, spero che ci ripensi: hanno sempre fatto del male alla sinistra”.
Roma è la sua città da sempre.
“L’ho vissuta occupata dai militari tedeschi e sotto i bombardamenti durante la Seconda guerra mondiale. C’ero quando la liberarono, con i soldati neri americani che fumavano Pall Mall per le strade del centro; e poi nel pieno dei fervori e delle sciocchezze degli anni Sessanta. Mi fa male, oggi, vederla sporca e abbandonata a se stessa, ma penso che questa città possieda una bellezza che nessuno può distruggere. I Cinque Stelle hanno vinto indicando il disastro. Ora vi pongano rimedio, anzichè dire sempre no, no, no”.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: Roma | Commenta »
Febbraio 26th, 2017 Riccardo Fucile
IL GOVERNO: “VIOLENZA DIMINUITA NEGLI ULTIMI 20 ANNI, L’UNICO TENTATIVO DI ATTENTATO BEN SEI ANNI FA”
Il governo svedese ha lanciato sul web una campagna di «dati» sulle politiche migratorie e sulla delinquenza nel Paese, in risposta alle affermazioni del presidente americano Donald Trump.
«Recentemente sono state diffuse informazioni sempliciste e a volte del tutto inesatte sulla Svezia e sulla politica migratoria del Paese», ha dichiarato il governo in una nota sulla sua pagina web in inglese, senza citare Trump.
Il ministero degli Esteri, quindi intende smontare le falsità che considera «più comuni».
Trump è tornato ieri a citare la Svezia come esempio dei pericoli che secondo lui vengono portati dagli immigrati, dopo che giorni prima aveva lasciato intendere che un attentato sarebbe avvenuto nel Paese nordico.
«L’unico tentativo noto di attentato è stato nel 2010. Nessuno rimase ferito, fatta eccezione per l’assalitore», afferma il governo.
«In termini generali, la violenza è diminuita in Svezia negli ultimi 20 anni», afferma il comunicato, mentre la «percezione è che la violenza sia in aumento», ma «non ci sono prove che indichino che l’origine sia l’immigrazione».
Invece, il governo ammette che il numero di stupri è aumentato, ma ricorda anche che è fuorviante paragonare i dati relativi al passato e ad altri Paesi, perchè l’evolversi delle leggi ha cambiato i parametri di giudizio.
Inoltre, sui dati sui migranti il governo ricorda che tra 2010 e 2015 solo un quinto dei nuovi arrivati ha chiesto asilo, il resto è arrivato per motivi famigliari, è cittadino di altri Paesi dell’Unione europea, è svedese che rientra o cerca lavoro.
Per il ministro della Giustizia, Morgan Johansson, gli svedesi dovrebbero essere «orgogliosi» di aver accolto 143mila siriani che fuggivano dalla guerra dal 2011.
«C’è un dibattito che sembra dare per scontato che dovremmo in qualche modo vergognarcene. Non lo dobbiamo fare: dobbiamo esserne orgogliosi, questa è la più grande operazione umanitaria della Svezia dalla Seconda guerra mondiale», ha aggiunto il ministro.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: Esteri | Commenta »
Febbraio 26th, 2017 Riccardo Fucile
TRE PSICHIATRE: “AFFETTO DA DISORDINI DELLA PERSONALITA’ DI NATURA NARCISISTICA, NECESSARIA UNA VALUTAZIONE NEUROPSICHIATRICA”
I muri ai confini, le espulsioni di massa, i miliardi di dollari agli arsenali militari, la schizofrenia sul
ruolo della Russia, la cacciata dei media fuori linea, la controriforma sanitaria.
Bastano i fatti politici a definire la follia trumpiana. Ma c’è dell’altro. È forse è l’ora di prenderlo in considerazione.
In “Oltre il Giardino”, film di Hal Ashby del 1979, un presidente degli Stati Uniti a fine mandato parla estasiato di Chance il Giardiniere, misterioso personaggio spuntato dal nulla sul palcoscenico di Washington: “Pochi uomini nella vita pubblica hanno il coraggio di non leggere i giornali, nessuno ha il fegato di ammetterlo”.
Non sa che se l’oggetto della sua ammirazione mai ha letto un articolo, non è per scelta: è analfabeta.
In compenso, Chance guarda tanta tv, dunque sarà lui, intuiamo nell’ultima scena, il nuovo inquilino della Casa Bianca.
Quanta preveggenza nella sceneggiatura di Jerzy Kosinski: nemmeno Donald Trump legge i giornali e si dice non abbia mai finito un libro.
Se li fa riassumere a voce, così come i report quotidiani dei ministeri e dei servizi segreti. Anche lui sta davanti al televisore giorno e notte.
In più, a surclassare Kosinski in fantasia, Trump è stato davvero eletto presidente dal popolo americano.
Il gioco delle similitudini può spingersi avanti. Chance ha comportamenti eccentrici che vengono scambiati per lampi di intelligenza e lo rendono simpatico, quasi irresistibile. “The Donald” ne sfoggia altrettanti, pur senza innescare alcuna empatia. Sia Chance sia Trump sono coinvolti in episodi che indicano la presenza di un malessere irrisolto.
Un paio di esempi forniti dal realissimo neopresidente.
L’8 febbraio, appena insediato, minaccia i grandi magazzini Nordstrom perchè hanno annunciato la rinuncia alla linea di intimo firmata da Ivanka, la first figlia prediletta. Sabato 18 febbraio, parlando alla folla dell’Orlando Melbourne International Airport, dice: “Avete visto cos’è accaduto la scorsa notte in Svezia. Chi l’avrebbe creduto? In Svezia! Ne ha accolti in grande quantità (di immigrati ndr) e ora ha problemi che non s’immaginava fossero possibili”.
Basta un check: nella notte precedente nel regno di Carlo XVI Gustavo tre fatti si sono guadagnati un titolo nei tg, un tentato suicidio con il fuoco, un mortale incidente sul lavoro, l’inseguimento di un tossico alla guida di una Peugeot nel centro di Stoccolma. Nulla in grado d’attrarre l’attenzione della più curiosa casalinga di Norrkà¶ping.
Invece, insonne, Trump nella notte tra venerdì e sabato incappa su Fox News, la rete che segue ossessivamente, nel breve trailer di un reportage “freddo” sulle tensioni tra immigrati e governo in Svezia.
Scambiandolo per una vicenda in corso, lo cita a sproposito nel discorso di metà pomeriggio.
Di sospetti problemi cognitivi, relazionali e comportamentali di Trump si discute da molto tempo.
Durante le primarie, il suo staff aveva ammesso off-the-record che il candidato repubblicano è affetto da gravi problemi di concentrazione.
Da più parti sono state proposte verifiche mediche. Ovviamente, con il passare del tempo le richieste sono raddoppiate.
L’edizione americana di Huffington Post ha raccontato della lettera mandata il 29 novembre a Barack Obama da tre psichiatre, Judith Herman di Harvard, Nanette Gartrell e Dee Mosbacher, entrambe di San Francisco.
Le loro analisi sono impietose: “Siamo molto preoccupate riguardo la stabilità mentale del presidente eletto. Gli standard professionali non ci permettono di avventurarci in una diagnosi di una persona pubblica che non abbiamo personalmente valutato. Tuttavia, il racconto dei suoi sintomi di instabilità mentale – eccessività , impulsività , ipersensibilità alle offese e alle critiche e apparente incapacità di distinguere tra fantasia e realtà – ci conduce alla questione dell’adeguatezza di Trump rispetto alle immense responsabilità connesse alla sua carica”.
La conclusione spaventa: “Raccomandiamo che riceva una piena valutazione medica e neuropsichiatrica da parte di un team imparziale”.
L’ipotesi è che il presidente sia affetto da disordini della personalità di natura narcisistica.
Dopo l’Huffington, il tema viene affrontato, in un crescendo del quale forse nessuno ha avuto il coraggio d’informare Trump, dal New York Times, da Forbes, da UsNews e da altre testate, sempre con attenzione a non esagerare nei toni.
Tanta cautela trova ragione nella formula usata dai tre psichiatri: “…gli standard professionali non ci permettono di avventurarci in una diagnosi su una persona pubblica che non abbiamo personalmente valutato”.
E’, questa, una storia che parte da lontano, dalla campagna elettorale del 1964, quando il guerrafondaio e razzista Barry Goldwater, secondo solo a Trump in quanto a estremismo di destra, ottenne la nomination repubblicana (sarà sconfitto dal democratico Lyndon Johnson).
Un controverso periodico, il Fact, chiese allora a 12.356 psichiatri se ritenevano che il candidato conservatore fosse “psicologicamente inadatto” alla presidenza.
Tra quanti risposero, prevalsero i no. Tuttavia, dopo quel sondaggio l’organizzazione professionale degli psichiatri, l’APA, stabilì che dare giudizi di sullo stato mentale di personaggi pubblici fosse eticamente inaccettabile per i propri associati.
Venne creato ad hoc un codice che fu chiamato “Goldwater Rule”. Da qui la cautela con la quale tutti i media, anche nel caso di Trump, affrontano l’argomento.
La CJR, autorevole rivista della facoltà di giornalismo della Columbia University, approccia il problema con un altro taglio: “Evitare le domande sulla salute mentale di Trump è un tradimento della fiducia pubblica”.
Insomma, la questione non è più eludibile nè da parte della politica americana nè dai media. Non ci sono codici deontologici che tengano.
Bisogna accertare se Trump è psichicamente instabile. Se no, bene. Se sì, il Congresso e il Senato dovranno occuparsi della faccenda, si spera senza, per questo, trovarsi assediati dai milioni di americani che vedono nel nuovo presidente il loro campione
Claudio Giua
(da “Huffingtonpost”)
argomento: Esteri | Commenta »