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REDDITO DI CITTADINANZA UGUALE PIU’ TASSE

Maggio 22nd, 2017 Riccardo Fucile

LE COPERTURE NON ESISTONO: PROPOSTE BIZZARRE, ALTRE IRREALIZZABILI, TALUNE SOVRASTIMATE, MAGGIORI TASSE E TARIFFE

Dopo mesi in cui i pentasetallati sono stati aspramente criticati e tacciati di impreparazione e demagogia, perchè promotori di un reddito di cittadinanza sul cui finanziamento erano meno che fumosi, dato l’avvicinarsi delle elezioni, hanno deciso di sostanziare la proposta spiegando un po’ meglio come intenderebbero la finanziaria senza dare il colpo di grazia al debito pubblico.
La tabella che il Sole 24 Ore ha preparato sulla base delle loro dichiarazioni è piuttosto dettagliata e il totale delle risorse identificate ammonta a oltre 20 miliardi di euro.
Alcune delle proposte sono bizzarre; altre palesemente irrealizzabili, talune vistosamente sovrastimate e quasi tutte possono essere ricondotte, al di là  della loro enunciazione, a due categorie: maggiori tasse e imposte e maggiori tariffe.
Gli interventi più vistosi sono la riduzione e l’abolizione delle detrazioni fiscali.
La seconda gabella sarebbe prevista per i redditi (accertati, e questo in Italia non è secondario) superiori a 90mila € lordi annui (con un   gettito poco rilevante dato che sono circa l’1% dei redditi dichiarati), la prima non è dato di sapere come sarebbe scaglionata, ma dato il gettito che il M5S si aspetta (cinque miliardi di €), dovrebbe andare a colpire anche redditi dichiarati piuttosto bassi, perchè solo l’11% dei contribuenti denuncia redditi superiori a 35mila € lordi annui (circa 2mila € netti mese).
E’ da notare che le principali voci di detrazione fiscale sono genericamente le spese sanitarie, i mutui, i versamenti ai fondi pensione, le tasse scolastiche, gli asili nido, pertanto l’impossibilità  di detrarle sarebbe misura assai poco civica.
Altra voce che, seppure mascherata, è di fatto una tassazione: è il taglio delle cosiddette “pensioni d’oro”, da non confondersi con i vitalizi di parlamentari e consiglieri regionali, oggetto di un’altra voce.
Si tratta di pensioni da 90mila € lordi annui in su, prevalentemente retributive, ma tra le quali parecchie hanno un montante contributivo versato che giustifica completamente il loro ammontare e per le quali il prelievo costituirebbe una tassazione per di più retroattiva, perchè applicarla svaluterebbe il rendimento dei contributi versati nel passato anche remoto.
Dal punto di vista fiscale, i pensionati con assegni significativi sembrano essere le prede più odiate dai M5S: infatti, sarebbero gli unici destinatari di due misure riduttive: contributo di solidarietà  e abolizione delle detrazioni.
Quest’ultima è particolarmente gravosa perchè, a rigore di ogni logica, gli anziani   spendono in sanità  cifre multiple di quanto spendono cittadini giovani.
Passando all’aumento delle tariffe, ci sarebbero da aspettarsi oltre 2 miliardi di incrementi, dovuti all’aumento di tasse su assicurazioni e banche (tramite la non detraibilità  degli interessi passivi) poichè, in regime di libero mercato, è assolutamente prevedibile che le compagnie ribalteranno sui clienti i maggiori costi di esercizio, aumentando i costi di gestione dei conti e i tassi debitore.
Alle misure poco eque di cui sopra, vanno aggiunte quelle la cui realizzabilità  sembra impraticabile o addirittura nociva.
Davvero si pensa che le compagnie petrolifere saranno disposte a pagare 1,5 miliardi in più per le concessioni?
Non preferiranno, piuttosto, trivellare altrove (per esempio al largo della Croazia)? Tasse, tasse e poi tasse; non molto creative come misure. Soprattutto, misure vessatorie se si considera che già  oggi il carico fiscale è distribuito in modo poco realistico a causa di un’evasione con cui non si può non fare i conti (specialmente se si vuole fare intendere che le misure che si prendono vadano in direzione dell’equità ). La distribuzione dei pani e dei pesci mediante il reddito di cittadinanza rischierebbe di colpire i soliti noti produttori di reddito, per sussidiare chi non ne produce e soprattutto darebbe il segnale che non conviene darsi troppo da fare, soprattutto in modo onesto e trasparente.
Per essere stato il primo passo del M5S verso la presa d’atto della necessità  di proposte che vadano oltre la reiterazione della critica caustica a chi fa (e spesso falla), per chiarire cosa si pensa di fare di alternativo, sembra un bel passo falso. Riproporre tasse a martello su chi produce il reddito non sembra esattamente una buona cura per risollevare l’economia.
Forse non è nemmeno una gran mossa dal punto di vista elettorale, qualora quei 15 milioni di contribuenti elettori che sono nel mirino si freghino bene gli occhi e capiscano cosa li aspetterebbe per finanziare (oltre ai servizi pubblici) evasori fiscali, falsi invalidi e via dicendo.
Una buona notizia per tutti coloro che non si riconoscono nelle misure populistiche.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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SUD SUDAN TRA I PROFUGHI IN FUGA DAI MASSACRI ETNICI

Maggio 22nd, 2017 Riccardo Fucile

A SEI ANNI DALL’INDIPENDENZA IL PAESE E’ DEVASTATO DAL CONFLITTO… A JUBA L’UNICA SALVEZZA E’ ANDARE NEL CAMPO DELL’ONU…100.000 PERSONE PROSSIME ALLA MORTE PER FAME

Una volta dentro il campo di sfollati della capitale del Sud Sudan, sorvegliato a vista dai caschi blu delle Nazioni Unite, le possibilità  di sopravvivenza per Peter, un giovane di 21 anni, aumentano all’istante.
Vita o morte sono divise da un lungo perimetro di filo spinato.
Da una parte l’impunità  delle strade polverose della capitale Juba. Dall’altra un fazzoletto di terra dove vivono 40 mila persone scappate da una guerra civile che dal 2013 a oggi ha causato 100 mila vittime e 3,5 milioni di sfollati (stime Onu). I più fortunati, circa 1,5 milioni, hanno trovato rifugio in Uganda, Etiopia e Kenya; mentre oltre 2 milioni sono ancora prigionieri del proprio Paese, il più giovane del mondo, nato nel 2011 e già  in frantumi.
L’incubo della guerra
Peter, scappato nel cuore della notte dalla sua casa di Yei, 150 chilometri dalla capitale, da due anni vive barricato in quello che le Nazioni Unite hanno ribattezzato Campo di protezione per i civili. Il primo nella storia delle operazioni di pace Onu, che mai aveva dato mandato ai caschi blu di trasformare un campo di sfollati interni in base militare.
Torri di avvistamento, sacchi di sabbia e check point ogni chilometro. A presidiarli si alternano militari nepalesi e cinesi, uomini e donne, parte dei 17 mila soldati di Unmiss, la missione di pace dell’Onu in Sud Sudan.
Peter è uno dei pochi coraggiosi che a volte esce dal campo, per respirare l’illusione di una vita normale.
Ma dura poco, il tempo di una passeggiata senza inciampare nei picchetti delle tende ammassate all’interno di quella che molti ormai definiscono casa.
I soldati governativi del Spla (Sudan People Liberation Army), in mimetica e basco rosso pattugliano le strade al di fuori della base Onu. Fedeli al presidente del Paese Salva Kiir, la maggior parte di loro condivide con il capo di Stato l’etnia d’origine, quella Dinka, maggioritaria in Sud Sudan. E per Peter, di etnia Nuer, la principale tra le minoranze, i rischi aumentano. «Non capisco perchè devo vivere rinchiuso qui dentro solo per non essere Dinka, siamo tutti sud-sudanesi» si interroga Peter all’ingresso del campo.
Civili nel mirino  
Sia le Nazioni Unite che il Center for civilians in conflict hanno pubblicato documenti in cui denunciano le violenze subite dai civili appena fuori dalla struttura: donne stuprate, uomini uccisi.
Lo scorso luglio, negli scontri che hanno sancito la fine del fragile accordo di pace del 2015 tra il presidente Kiir e il vicepresidente Machar, di etnia Nuer e ora confinato in Sudafrica, neanche i campi dei civili sotto protezione Onu sono stati risparmiati dai colpi di artiglieria.
Terminati i rigidi controlli di sicurezza per evitare che entrino armi all’interno del campo, Peter si dirige verso la sua tenda, fino a pochi mesi fa condivisa con la sorella 18enne, l’unico famigliare superstite e che adesso si è sposata con un ragazzo conosciuto nella capitale.
«Quella notte ho ricevuto una telefonata che mi avvisava: l’esercito stava cercando casa per casa gli uomini di etnia Nuer — ricorda l’inizio del suo incubo — sono scappato nella savana, ma era buio totale, non vedevo niente, sentivo solo il fischio dei proiettili sopra la mia testa».
«Nella fuga due membri dell’esercito mi hanno fermato. Ho detto che ero un civile, ma avevo paura che riconoscessero il mio accento e che per me fosse finita — spiega Peter — uno era Dinka, l’altro Kakwa (minoranza etnica musulmana, ndr). Quest’ultimo mi ha salvato la vita convincendo l’altro a lasciarmi andare».
Da allora è iniziato un calvario che l’ha portato prima nel Nord dell’Uganda, dove il numero di rifugiati sud-sudanesi ha toccato quota un milione e, poi, nel campo Onu a Juba, dove i 40 mila sfollati vivono grazie alle razioni di cibo distribuite dal World Food Programme.
La tenda dove vive Peter è circondata da altre famiglie scappate dal Nord del Paese, l’area più contesa per la presenza del petrolio, la cui gestione significa il controllo del Paese, dato che il 97% degli introiti nazionali derivano dal greggio. In questa regione, già  duramente segnata da oltre 40 anni di guerra con il Sudan, gli scontri tra ribelli e governativi sono ancora più intensi. Un’area paludosa che ha reso più difficile la fuga dei civili.
Alcuni si sono nascosti per giorni negli acquitrini mangiando radici e provando a pescare pesci con le mani. Acque infestate da coccodrilli e ippopotami. Un rischio da prendere pur di evitare di cadere in mani nemiche.
La carestia  
Una guerra che, oltre a vittime e sfollati, sta affamando 5 milioni di persone, metà  della popolazione, con almeno 100 mila civili prossimi alla morte per fame (stime Onu). Un conflitto politico che rischia di trasformarsi sempre più in scontro etnico, dove non esiste una linea di demarcazione netta data le decine di etnie che popolano il Sud Sudan.
Dove la base si trova a subire il vertice, ma non a comprenderlo e il presente sembra cancellare tradizioni secolari. «Per noi Nuer incidere sei linee orizzontali (gaar) sulla nostra fronte era un simbolo di distinzione — spiega Nhial, un quarantenne vicino di tenda di Peter — ma adesso si è trasformato in una condanna perchè siamo facilmente riconoscibili».
A rendere ancora più pesante l’aria all’interno del campo di sfollati di Juba, il caldo torrido provocato dai riflessi del sole sui pezzi di lamiera usati per coprire gli squarci delle tende.
La stagione delle piogge è in ritardo, decine di bambini aspettano in coda il loro turno per riempire una tanica d’acqua. L’olezzo proveniente dalle latrine a cielo aperto è nauseabondo. «Il sovraffollamento rischia di far esplodere un’epidemia di colera come nel 2016» spiega la dottoressa Sadia Azam, a capo dell’ospedale realizzato dall’organizzazione umanitaria statunitense International Medical Corps all’interno del campo.
A pochi isolati di distanza, l’esercito ha ripreso a pattugliare le strade della capitale. Per gli stranieri rimasti, quasi tutti membri di ong e organizzazioni umanitarie, il coprifuoco è fissato per le 20,30.
Le vie di Juba, antitesi delle capitali africane, sono sempre più deserte. Oltre ai boda boda (moto taxi) si vedono le jeep bianche con la scritta delle Nazioni Unite che fanno la spola tra l’aeroporto e i compound blindati. Il carburante è razionato: massimo 20 litri a macchina e l’economia è al collasso. Il pound locale è scambiato 120 a un dollaro e le banche sono quasi prive di valuta straniera.
Ong sotto attacco  
Appena fuori della capitale, nelle strade impervie che attraversano la savana verdeggiante, si intravedono giovani armati di kalashnikov a difesa del proprio bestiame, preso di mira dalle diverse fazioni in conflitto.
Le imboscate di milizie più o meno connesse al contesto politico nazionale sono sempre più frequenti. Servono soldi per armarsi e per mangiare. Spesso a pagare il prezzo più alto sono le ong. Dal 2013 ad oggi 83 cooperanti sono stati uccisi.
Dietro ai disperati tentativi per resuscitare i negoziati di pace non mancano le interferenze degli Stati africani e delle grandi potenze straniere interessate al petrolio, Stati Uniti e Cina in primis. Con l’amministrazione Trump pronta a staccare il supporto al presidente Kiir, aumentando così il rischio di una regionalizzazione del conflitto e di una deriva multietnica da cui sarebbe difficile uscire.

(da “La Stampa”)

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INTERVISTA A CARMINE RUOTOLO, IL GIOVANE DI DESTRA “INNAMORATO” DI ACERRA: “NOI SIAMO FUOCO SOTTO LA CENERE, SIAMO QUELLO CHE PUO’ SUCCEDERE”

Maggio 22nd, 2017 Riccardo Fucile

A 28 ANNI E’ CANDIDATO NELLA LISTA CIVICA “ORGOGLIO ACERRANO”: “I PARTITI NAZIONALI HANNO ALLONTANATO DALLA POLITICA, IL NOSTRO PROGETTO LOCALE INCARNA I VALORI IN CUI ABBIAMO SEMPRE CREDUTO”… “TUTTI I NOSTRI CANDIDATI HANNO PRESENTATO IL CERTIFICATO DEI CARICHI PENDENTI”

Secondo la tradizione, riportata da un testo del ‘500, ed un famoso dipinto attribuito a Ludovico Carracci, è la città  che ha dato i natali alla celeberrima maschera di Pulcinella, adottata in seguito dai Napoletani.
Parliamo di Acerra, comune di 60.000 abitanti ad appena 14 chilometri da Napoli, dove l’11 giugno si vota per il rinnovo del consiglio comunale.
Si contendono la carica di sindaco cinque candidati che potremmo collocare rispettivamente al centro, alla sinistra, a un’alleanza Pd-Forza Italia, a Fdi , al M5S e a Noi per Salvini .
E’ in questa città  che si candida un giovane 28enne di destra Carmine Ruotolo,   con lo slogan “Orgoglioso di essere Acerrano”, a sostegno di Lettieri, sindaco uscente.
Un passato “movimentista” nei gruppi studenteschi di destra, in prima linea nelle denunce sui danni nella “terra dei fuochi”, una laurea e una professione di consulente in campo ammministrativo e giuridico.
Perchè “orgoglioso” di essere acerrano? Ritieni importante il radicamento al tuo territorio?
Sono orgoglioso di essere acerrano perchè Acerra, oltre ad essere la mia città  natale, ha rappresentato nella sua storia una città  fiera delle sue tradizioni. Una città  che nei periodi più bui ha saputo riscattarsi e nonostante le mille avversità 
Hai aderito a una lista civica, ritieni superate le connotazioni “partitiche” che caratterizzano gli altri candidati sindaci?
Io ho sempre creduto che fare politica significasse militare in un partito nazionale, partendo dalla militanza delle sezioni all’attivismo in piazza , ma mi rendo conto che a causa di una classe dirigente sorda che ha svenduto le proprie ideologie , i nostri cittadini si ritrovano oggi a non credere più nella politica. È vero , noi siamo un movimento locale, ma il nostro agire non è nato da un semplice scopo elettorale bensì dalla necessità  di mettere in piedi un progetto valido che racchiuda i valori e gli ideali che ci hanno sempre contraddistinto.
Cosa dovrebbe rappresentare oggi la destra, visto che a soli 28 anni puoi dire di aver sperimentato una militanza politica giovanile di base?
Da giovanissimo ho militato in Azione Giovani , movimento giovanile di Alleanza Nazionale, e come molti dei miei coetanei ero attirato da quello spirito di militanza attiva di mettermi al servizio della mia comunità  , cercando di dare sempre il meglio senza volere nulla in cambio. Questo è per me il significato della parola “Destra” , che nulla ha a che vedere con il razzismo e l’odio degli attuali partiti che si ritengono di destra.
A pochi chilometri da Acerra è nato un tuo coetaneo, Luigi Di Maio, cosa distingue il tuo impegno civico dal suo? Spesso il Sud è accusato di favorire il clientelismo, trovi che il modus operandi dei grillini ne sia scevro?
Conosco poco Luigi Di Maio, anche se in diverse occasioni prima del suo ingresso in Parlamento abbiamo avuto modo di confrontarci in occasione di assemblee cittadine riguardanti le tematiche ambientali. Quello che posso dire è che ciò che differenzia me da Luigi Di Maio parte appunto da un percorso di militanza iniziato , come ho detto poc’anzi , alla giovane età  di 15 anni e che prosegue ancora oggi. Al contrario il sig. Di Maio, come tanti del suo partito, cavalcando il malcontento e il fallimento dei principali partiti italiani , si è lanciato alla conquista della notorietà  ricoprendo un incarico parlamentare grazie ad una legge elettorale che gli ha consentito senza preferenze di sedere a Montecitorio. Per quanto riguarda il Sud , io credo che l’Italia abbia bisogno di più unità  e non di continue divisioni; su questo argomento il M5S non ha prodotto nè al Nord nè al Sud nessun cambiamento epocale.
Di Maio viene da una famiglia benestante di costruttori, tu che categoria sociale pensi di rappresentare?
Io provengo da una famiglia semplice di origine acerrana in cui il valore del lavoro è sempre stato importante , io non rappresento una categoria in particolare , io rappresento tutte le persone per bene che lavorano e che fanno sacrifici per vivere dignitosamente.
Negli ultimi anni hai lavorato nello staff del sindaco uscente Lettieri: passare dalle enunciazioni di principio alla soluzione pratica dei problemi dei cittadini non è facile…La tua lista è l’unica che ha richiesto ai candidati di allegare persino il certificato dei carichi pendenti: cosa vuol dire per te legalità ?
Voglio precisare che non solo la mia lista , ma tutta la coalizione che appoggia il sindaco uscente Raffaele Lettieri ha richiesto ai propri candidati il casellario giudiziario e il certificato dei carichi pendenti . La legalità  per me è una parola che non va solo enunciata ma praticata, nel senso che ci troviamo in un contesto fatto di regole in cui ognuno deve fare la sua parte. Cercare di imbrogliare il sistema con furberie che danneggiano la comunità  è per me l’atto più abominevole che si possa fare.
Molte amministrazioni, anche al Sud, non sempre hanno avuto la necessaria trasparenza nelle regole degli appalti pubblici, com’è la situazione ad Acerra?
Nel corso di questi cinque anni si sono svolte ad Acerra diverse gare d’appalto per milioni e milioni di euro e al giorno d’oggi nessun avviso di garanzia è stato mosso nei confronti dell’Amministrazione Comunale uscente, questo a testimonianza della trasparenza e nello spirito di impegno che abbiamo voluto infondere al nostro agire politico.
Un nuovo business per molte amministrazioni, dopo la tragedia della terra dei fuochi, pare sia quello dello smaltimento dei rifiuti: che precauzioni avete preso?
Acerra da anni si distingue per una raccolta differenziata che ad oggi raggiunge un livello molto alto rispetto ai comuni limitrofi della Provincia di Napoli, questo grazie all’intervento dell’Amministrazione Comunale e alla civiltà  del popolo Acerrano. Molti parlano di terra dei fuochi come se fosse una cosa positiva ma si dimenticano che il nostro territorio è ricco di una sana agricoltura che ha una tradizione importante. Dire che tutti i terreni di Acerra sono inquinati è una falsità  e danneggia i tanti agricoltori che con sacrifici lavorano sul nostro territorio.
Esiste un problema sicurezza ad Acerra? E come viene affrontato?
In questi anni si è cercato di risolvere il problema della sicurezza aumentando il controllo del territorio con interventi mirati e in collaborazione di tutte le forze dell’ordine presenti nella nostra città .
La promozione di eventi culturali sta caratterizzando molte amministrazioni, come veicolo di attrazione del flusso turistico. Come si colloca Acerra rispetto a queste forme di aggregazione?
Dopo anni in cui Acerra era rimasta fuori dai cosiddetti “flussi turistici”, grazie al lavoro di questa Amministrazione nel saper gestire le risorse provenienti dalla Comunità  Europea e dalla Regione Campania, sono state realizzati nel corso di questi cinque anni diversi progetti come “Il Giracastelli” e il “Pulcinella Music Festival” che hanno portato nelle piazze acerrane turisti di altre regioni d’Italia.
Nel territorio del Comune annoverate un migliaio di stranieri, siete intervenuti per favorirne l’integrazione? Con che risultati?
Il popolo acerrano è sempre stato accogliente nei confronti delle persone che hanno deciso di vivere nel nostro territorio ed è per questo che si è cercato negli anni di creare momenti di aggregazione in cui tutti ,acerrani e non, potessero creare le condizioni di una sana convivenza.
Il riscatto del Sud passa attraverso il ridare dignità  all’individuo o il percorso è accidentato e la meta ancora lontana?
Io penso che la strada per il cambiamento l’abbiamo intrapresa ma solo con la costanza e l’impegno potremo arrivare alla risoluzione di ogni problema.
Creare impresa ad Acerra è una via percorribile per evitare l’esodo dei giovani verso altre mete?
Certamente, noi abbiamo cercato di motivare le imprese locali nel dotarsi di tutte quelle certificazioni necessarie per partecipare ai bandi pubblici. Naturalmente mi rendo conto che c’è tanto lavoro da fare al riguardo, ma il nostro impegno resta costante.
A 28 anni non sono molti i giovani così “innamorati” della propria città  da impegnarsi in politica: cosa vorresti dire ai troppi disillusi? C’è ancora una speranza di cambiamento?
Il mio impegno è frutto di una voglia di riscatto, non solo per me, ma per tutti i miei coetanei che non vogliono lasciare la nostra città . Essere “innamorati” di Acerra significa mettersi a disposizione della propria comunità  365 giorni l’anno. Ai giovani come me dico di non perdere la speranza e di credere in un futuro migliore, perchè solo noi possiamo essere i fautori del nostro futuro. Soltanto noi possiamo essere gli artefici di una “Acerra Ambiziosa”. Noi, come recita una vecchia canzone, “siamo fuoco sotto la cenere. Noi, siamo quello che può succedere…”

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BOSSI: “I SEGRETARI VANNO E VENGONO, ALLE PRIMARIE C’E’ STATA UNA DEFEZIONE DI MASSA, META’ DEI MILITANTI E’ RIMASTA A CASA”

Maggio 22nd, 2017 Riccardo Fucile

“IO STO CON LA LEGA NON CON SALVINI, NON PUOI METTERE INSIEME TUTTO E L’INCONTRARIO DI TUTTO”… “NON SONO ISOLATO, SONO SOLO L’UNICO CHE HA IL CORAGGIO DI PARLARE, ALTRI PER CONVENIENZA PER ORA STANNO ZITTI”

Umberto Bossi in un’intervista a Repubblica assicura di non voler lasciare la Lega Nord anche se non concorda con la linea del nuovo segretario.
“Io sto con la Lega, non con Salvini. I segretari vanno e vengono. Il punto è che non mi riconosco in questa Lega, non ho mai capito questo volersi allargare al Sud dimenticando le nostre origini, noi che eravamo contro il centralismo e contro Roma. Quanto ci costano quei voti che vogliamo conquistare nel meridione? Il nostro popolo di riferimento poi si confonde”.
Così Umberto Bossi in un’intervista a Repubblica in cui assicura di non voler lasciare la Lega Nord anche se non concorda con la linea del nuovo segretario.
“Questa è casa mia, l’ho costruita io, l’ho fatta io, ho dato la vita per un sogno. Ho il diritto di esprimere le mie idee, di fare delle valutazioni politiche, nel rispetto di tutti — ha aggiunto — Sono l’unico che dice quello che pensa, altri per convenienza preferiscono restare in silenzio e non parlano mai, non si espongono”.
Secondo il Senatur “il Nord ora non può essere di aiuto al Sud, non ci sono le condizioni, migliaia di aziende chiudono ogni anno. Non possiamo insegnare agli altri popoli ad autodeterminarsi se non lo sappiamo fare prima noi”.
Bossi è critico anche sulle primarie stravinte da Salvini con circa l’80% dei voti: “C’è stata una defezione di massa, quasi la metà  delle persone, dei militanti, non è andata a votare. I numeri hanno la testa dura. La mia domanda rimane: qual è il programma? Non puoi mettere insieme tutto e il contrario di tutto, alla fine devi decidere per chi farai gli interessi, o per la Padania oppure per Roma”.

(da agenzie)

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PD E FORZA ITALIA TRATTANO, SILVIO VUOLE LA “PROVA DEL VOTO”

Maggio 22nd, 2017 Riccardo Fucile

GIOVEDI’ FORZA ITALIA ATTENDE UN SI’ AGLI EMENDAMENTI PER UN SISTEMA ALLA TEDESCA… IN CAMBIO DEL PROPORZIONALE OFFRE A RENZI IL VIA LIBERA PER ELEZIONI IN AUTUNNO… SALVINI SPIAZZATO

Alla fine è arrivato il segnale che Renzi attendeva dopo dieci giorni di ambasciate segrete: un via libera forte e chiaro di Berlusconi al voto in ottobre, sia pure subordinato all’adozione di un sistema elettorale “alla tedesca”.
Cioè rigorosamente proporzionale e con uno sbarramento al 5 per cento che funzionerebbe da “decespugliatore”.
L’ex Cavaliere l’ha dichiarato al «Messaggero», facendo ben sperare Matteo («Se Silvio non bluffa, ci agganciamo al treno dell’Europa») e cogliendo di sorpresa un’ala del suo stesso partito, quella che già  pregustava accordi con la Lega.
Spiazzatissimo ovviamente è Salvini, il quale credeva di avere stretto un patto d’acciaio con il Pd a sostegno del «Verdinellum».
Ma così va la politica nella patria di Machiavelli, le alleanze durano un giro di valzer. Non a caso, il vero dubbio renziano è fino a che punto fidarsi del Cav: se terrà  ferma la posizione oppure confermerà  la «legge del pendolo», per cui Silvio oggi è qua e domani è là .
«Vedere cammello»
Manco a dirlo, il diretto interessato la vede in maniera speculare. A sentire Berlusconi, l’onere di dimostrarsi affidabile cade proprio su Renzi, che già  una volta lo beffò (almeno nella sua ricostruzione) promettendogli di condividere la scelta del nuovo Presidente in cambio del «sì» all’«Italicum», salvo incassare e basta.
Ragion per cui, sostiene l’ex premier nei suoi privatissimi colloqui, prima di «dare moneta» stavolta «esigo di vedere cammello»: vale a dire un testo di riforma elettorale come piace a Forza Italia.
L’attesa si annuncia breve. Giovedì prossimo Sisto, che rappresenta i berlusconiani in Commissione Affari costituzionali della Camera, presenterà  una serie di emendamenti proporzionalistici al testo base che proporzionale al momento non è. Se i renziani li voteranno, ci sarà  la prova che nessuno sta barando.
La quadratura del cerchio  
Qualcuno fa paragoni con il Palio di Siena, dove la corsa incomincia nell’istante in cui pure l’ultimo cavallo si allinea alla partenza: Berlusconi è finalmente piazzato, adesso toccherebbe a Grillo.
Se pure lui ci stesse, sarebbe la quadratura del cerchio. I Cinquestelle per ora osservano e si domandano, scettici: sul serio il Pd sarebbe disposto a sposare un sistema di voto come quello che dal 2005, in Germania, ha già  prodotto due «grandi coalizioni»?
La risposta degli esperti renziani è sì, nessun problema: grazie alla soglia di sbarramento, che fa pulizia etnica di tutti i partitini e ne ridistribuisce i resti, di fatto verrebbero favorite le forze maggiori.
Dunque si tratterebbe di un sistema proporzionale, ma con un «premio» nascosto tra le sue pieghe in grado di favorire la governabilità .
Altro ragionamento che si ascolta a Largo del Nazareno: la «grande coalizione» sta bene ai tedeschi e adesso pure ai francesi, che male ci sarebbe se pure noi vi fossimo costretti? L’importante, va confidando in queste ore Renzi, «è andare alle urne col resto d’Europa e non restare un altro anno nell’incertezza, in preda ai mercati».
Il ruolo del Colle  
Poi, si capisce, l’ultima parola sulle urne spetta sempre al Capo dello Stato («non trascurabile questione», ironizza il centrista Pino Pisicchio). Ma intanto un primo passo è stato fatto proprio nella direzione indicata da Mattarella, che chiede un consenso il più ampio possibile sulle nuove regole elettorali.
«C’è già  un fronte molto largo, anzi finora non si era mai registrata una convergenza così», si faceva notare ieri sera ai piani altissimi del Pd, mettendo in fila tutte le aperture di credito della giornata: oltre a Forza Italia, per bocca del suo leader, anche da Mdp, da Sinistra Italiana, dal Gruppo misto. Lo stesso Salvini ha evitato di impugnare il bazooka, forse perchè da parte berlusconiana sarebbe stato facile ribattergli che il primo a fare business con Renzi era stato proprio lui (già  erano pronte le dichiarazioni di replica, casomai avesse osato).
Alle armi, alle armi
Vale quel che vale, ma una vecchia volpe come Massimo D’Alema è convinto che sotto sotto stavolta ci sia davvero qualcosa; non a caso ieri mattina metteva fretta al suo mondo, «bisogna riunirsi con chi c’è e fare le liste» in quanto la resa dei conti è più vicina.

(da “la Stampa”)

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PALERMO, SFIDA TRA EX ALLEATI: E I CINQUESTELLE STANNO A GUARDARE

Maggio 22nd, 2017 Riccardo Fucile

GRILLINI FUORI DAI GIOCHI, PENALIZZATI DA INCHIESTE E VELENI INTERNI

Il Pd senza simbolo, i partiti dissolti, il condannato per mafia Salvatore Cuffaro in campo per un candidato, i grillini lacerati da una faida interna combattuta a colpi di dossier da fare invidia alla Prima Repubblica.
Il voto dell’11 giugno che ancora una volta, prima di tutto, è un referendum sull’uscente Leoluca Orlando, il sinnacollando dei quartieri popolari, l’uomo che negli ultimi trent’anni (ora ne ha quasi settanta) è stato l’autobiografia della città  e che per la sesta volta si candida a governarla.
Appoggiato da sette liste espressione di pezzi di centro e di tutti i partiti di sinistra, che però ha preteso scendessero in campo senza simboli.
Una prima volta al timone del municipio dal 1985 al 1990 (con il pentapartito prima e con le giunte anomale aperte al Pci dopo) quando il sindaco era eletto dal consiglio comunale, poi altre tre volte scelto dal popolo.
In mezzo una sconfitta a opera del primo cittadino più impopolare dello storia di Palermo, quel Diego Cammarata spinto dall’ondata berlusconiana e finito nella polvere dopo dieci anni di governo.
Esclusa questa lunga parentesi, Palermo è stata Orlando e Orlando è stato Palermo. Lui, l’ex Orlando furioso, il padre della “Primavera” e del centro storico tornato a vivere, l’alfiere dell’antimafia prima che l’antimafia diventasse lobby, il professore universitario capace di parlare in tedesco a un dotto congresso di archeologi e mezz’ora dopo di sfoderare un dialetto verace addentando uno sfincione al mercato.
Per chi lo ama padre della rinascita della città  (per cui ha incassato la nomina a Capitale italiana della cultura 2018 e l’organizzazione della Biennale d’arte contemporanea Manifesta), per i suoi detrattori patrigno e divoratore di figli politici, oscurati uno dopo l’altro dalla sua ombra ingombrante.
Certo un suo figlio è il suo diretto avversario, quel Fabrizio Ferrandelli, 37 anni, nato nei centri sociali e oggi — con una parabola a dir poco acrobatica — appoggiato da Forza Italia guidata da un redivivo Miccichè e dai cuffariani del “Cantiere popolare”. Già , Cuffaro, l’ex presidente della Regione.
Escluso in perpetuo dai pubblici uffici dopo la condanna a sette anni per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra, non può scendere in campo direttamente ma tira le fila senza nasconderlo.
Paladino dei diritti dei detenuti dopo gli anni di carcere a Rebibbia, si pone al mondo con lo stesso orgoglio di un condannato a ingiusta detenzione. “Se vincono loro, torna la palude”, taglia corto Orlando.
Parabola davvero imprevedibile per Ferrandelli, un giovane che di Orlando è stato – o ha creduto di essere – il delfino designato: capogruppo di Italia dei valori al consiglio comunale e grande accusatore dell’ex sindaco Cammarata, da cui è ora per paradosso è appoggiato.
La rottura alle scorse elezioni, quando Ferrandelli si candidò a sindaco e il suo padre politico scelse di appoggiare Rita Borsellino. Ferrandelli vinse le primarie per un soffio, e a quel punto Orlando decise di scendere in campo in prima persona: un mese di campagna elettorale dal sapore freudiano che decretò la vittoria del padre sul figlio.
Così Ferrandelli ripiega sull’Assemblea regionale, viene eletto nelle file del Pd, si dimette due anni fa quando scoppia lo scandalo (poi rivelatosi una bufala) sull’intercettazione di Crocetta che tace quando il suo amico chirurgo Matteo Tutino augura a Lucia Borsellino la fine del padre, martire dalla mafia.
Da allora una lunga cavalcata, alla testa del movimento de “I Coraggiosi”. “Tecnicamente — dice Ferrandelli – i miei Coraggiosi sono nati prima di En Marche e lo spirito è lo stesso, anche se Macron probabilmente non sa neppure che esisto. È il filone sperimentale della politica, il motto è: non mi importa da dove vieni, ma dove vuoi andare”.
Orlando tenta di acciuffare quel 40 per cento che lo re-incoronerebbe al primo turno (lo prevede la legge elettorale siciliana) ma la battaglia non è facile.
Se la borghesia illuminata è pronta a votarlo in massa – chi con convinzione, chi con rassegnazione – le periferie sono state dragate palmo a palmo da Ferrandelli e dai suoi alleati.
Molto sbiadita, sullo sfondo, la terza candidatura, quella del grillino Ugo Forello, avvocato e fondatore di Addiopizzo, azzoppato da una faida interna al movimento nata dall’inchiesta sulle firme false alle Comunali del 2012.
Contro di lui un gruppo di deputati nazionali, guidati da Riccardo Nuti, attivista della prima ora, e oggi indagato e sospeso dai probiviri Cinquestelle. Accusa il candidato di essere il regista che ha guidato le mosse della procura.
L’ultimo veleno, due settimane fa, un’intercettazione su Forello, accusato di far soldi con Addiopizzo. In un clima così, Grillo finora si è tenuto lontano da Palermo.
E, pare, continuerà  a stare alla larga.

(da “La Stampa“)

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QUANTO VALE IL MOVIMENTO DELLA BRAMBILLA? GLI ESPERTI: “PARTITI MONOTEMATICI HANNO SEMPRE FATTO FLOP”

Maggio 22nd, 2017 Riccardo Fucile

MASIA: “SE ARRIVA AL 2% E’ GIA’ TANTO”… DIAMANTI: “CONTA L’ANNUNCIO”

In questi giorni sono circolate le percentuali più svariate sul valore, in termini di mercato elettorale, del nuovo partito animalista lanciato sabato a Milano da Silvio Berlusconi e Michela Brambilla.
I numeri rimbalzati su siti e giornali andavano dal 5% fino addirittura al 20%, che in realtà  corrisponde alla platea delle persone interessate al tema.
Ma, più realisticamente, a quanto può ammontare il bacino di voti dei difensori degli animali?
La storia italiana in verità  dimostra che i partiti tematici — dai pensionati, ai cacciatori, dagli automobilisti ai consumatori ai ciclisti — non hanno mai riscosso grandi successi in passato.
Il picco massimo è stato raggiunto dal partito dei pensionati, che alle   politiche del 2006 conquistò l’1%, risultato rispettabile ma non sufficiente a conquistare alcun seggio. Tutti gli altri movimenti tematici non hanno mai superato, in media, lo 0,3%.
E i sondaggisti che abbiamo interpellato confermano questa tendenza: “Quando si tratta di elezioni politiche l’elettorato vuole vedere un progetto complessivo”, spiega Antonio Noto, direttore di Ipr Marketing.
E aggiunge: “Il cittadino vota per il Paese, guarda alla sua tasca, alla qualità  della vita, al lavoro, alle tasse. Non siamo in una nazione in cui regna il benessere   a livelli tali da poterci permettere di votare pensando all’animale che ho a casa piuttosto che alla situazione economica della mia famiglia”.
Insomma, il partito partito animalista non può avere il 20% di consensi perchè c’è il 20% di italiani che hanno un cane o un gatto. “Pensiamo che Forza Italia arrivava al 22% nei tempi d’oro”, conclude Noto.
È vero, però, che in un’ipotetica ottica di coalizione potrebbe essere utile anche un partito che può aggiungere una piccola percentuale come lo 0,3%.
E allora l’idea di Berlusconi di cavalcare la battaglia animalista potrebbe essere frutto di una precisa scelta tattica.
Per Ilvo Diamanti, ordinario di Scienza Politica a Urbino e fondatore dell’istituto Demos & Pi, più che l’iniziativa in sè conta l’annuncio che se ne è fatto: “Berlusconi non è uno sprovveduto, ha trovato un altro modo per far parlre di sè. Poi bisognerà  vedere se effettivamente questo partito nascerà  e chi saranno i candidati”.
Più ottimistiche le previsioni di Fabrisio Masìa, direttore di Emg: “Considerando l’alta penetrazione degli animali nelle famiglie italiane, potenzialmente è plausibile che il 20% degli intervistati   risponda di essere disposto a votare per un partito animalista. Ma poi tra il dire e il fare ce ne corre. Concretamente ritengo che questo partito non possa andare al di sopra del 2-3%, nella migliore delle ipotesi. Che comunque è più o meno quanto oggi potrebbero raccogliere singolarmente Mdp, Sinistra italiana, e gli alfaniani. Inoltre il fatto che questo partito non appaia come indipendente ma come un’emanazione di Forza Italia potrebbe spingere gli animalisti di sinistra a non votarlo”.
Come accennato, quel 20% sbandierato da Berlusconi alla presentazione del suo movimento non è proprio un numero campato in aria.
Una spiegazione ce l’ha, come chiarisce Alessandra Ghisleri, direttrice di Euromedia Research: “Nel nostro Paese quasi la metà  degli italiani ha uno se non due animali in casa. Nel 2016 è stato stimato che gli animali domestici fossero 60 milioni, quasi come il numero di umani. Fatte queste premesse, abbiamo calcolato che il tema animalista interessi il 20% della popolazione. Quella percentuale è dunque un bacino di utenza potenziale al quale ci si rivolge. Ma la tematica animalista è di accompagnamento a un discorso politico molto più ampio. Poi bisognerà  vedere come sarà  la legge elettorale”.

(da “La Stampa”)

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LA SCISSIONE ANIMALISTA, IL NUOVO PARTITO SPACCA DESTRA E SINISTRA

Maggio 22nd, 2017 Riccardo Fucile

DIVERSE SIGLIE STORICHE ADERISCONO AL MOVIMENTO FONDATO DA BRAMBILLA E BERLUSCONI… GLI AMBIENTALISTI: “CI SIAMO FATTI SFILARE UN TEMA NOSTRO”… MA PER MOLTI “E’ SOLO UNO SPECCHIETTO PER LE ALLODOLE E PER GARANTIRE QUALCHE POLTRONA IN PARLAMENTO”

Il lancio del nuovo partito in difesa degli animali di Michela Brambilla, fondato assieme al leader di Forza Italia Silvio Berlusconi, ha creato scompiglio e aperto spaccature nel variegato mondo animalista.
Le associazioni sono divise, infatti, fra chi sostiene con entusiasmo l’iniziativa della deputata azzurra e chi invece la respinge come inopportuna se non addirittura dannosa per il volontariato.
Per quanto, poi, il “Movimento animalista” sia stato dipinto dai fondatori come una forza «trasversale» e «indipendente», il colore politico dell’iniziativa, promossa dal Cavaliere in persona, sembra difficile da confondere.
E allora la questione diventa anche stabilire se l’animalismo, e più in generale l’ambientalismo, in Italia guardi ancora a sinistra o se piuttosto, in questa fine legislatura, la destra stia riuscendo a cavalcare il tema con più abilità  a fini elettorali. Perchè secondo le stime dei sondaggisti, il bacino di voti degli animalisti potrebbe avere un peso non trascurabile (dal 5% fino addirittura al 20%) nelle alleanze per le prossime elezioni.
«Di certo per il Pd l’animalismo è un’occasione mancata», afferma la giornalista e scrittrice impegnata per i diritti degli animali Margherita D’Amico: «Sui voti degli animalisti Matteo Renzi ci ha letteralmente sputato sopra, preferendo il consenso della lobby dei cacciatori».
Insomma per D’Amico il centrosinistra ha dato per scontato che «la sensibilità  ambientalista fosse una sua proprietà , ma di fatto ora non è più così». Per la scrittrice presidenti ed esponenti di spicco delle associazioni dovrebbero pensarci bene prima di entrare nel partito della rossa amazzone berlusconiana: «Potrebbero appoggiare dall’esterno qualunque buona iniziativa politica a favore degli animali. Mi viene da pensare che l’unica aspirazione per qualcuno possa essere ottenere un seggio in Parlamento».
Contrario è anche Michele Visone, presidente di Assocanili: «Il movimento di Brambilla farà  danni al vero volontariato, che ha tutt’altra identità  e non usa gli animali come strumento politico di propaganda, facendosi fotografare con cuccioli in grembo. Lo sa che, quando studiamo lo stress animale, nove volte su dieci usiamo filmati o foto di cani in braccio a politici o persone famose?».
Per Visone, sarebbe stato più opportuno «fare una lista contro le false associazioni», che oggi controllano il 75% del business del randagismo. «Non serve un partito – conclude – ma stabilire regole chiare per affrontare problemi come il traffico illegale di animali o i canili lager».
Di diverso avviso è invece Carla Rocchi, presidente Enpa (Ente nazionale protezione animali) e parlamentare dei Verdi negli anni ’90: «Sono totalmente favorevole al movimento di Brambilla, finalmente si apre uno spazio nelle istituzioni per gli animali, vista la completa inerzia dei partiti da vent’anni a questa parte».
Quanto al posizionamento politico dell’animalismo, Rocchi non ha dubbi: «Non è di destra nè di sinistra. Del resto appena i Verdi si sono fatti etichettare a sinistra, sono finiti. A me basta che al prossimo giro chi è in Parlamento si confronti con qualcuno che metta temi animalisti in calendario».
Infine c’è chi per il momento sta a guardare. Come Stefano Fuccelli, presidente del Partito animalista europeo: «Finchè non vedo i nomi di chi c’è dentro, non mi esprimo sulla credibilità  di questo nuovo soggetto politico. Non vorrei fosse il solito specchietto delle allodole in una campagna elettorale già  iniziata».

(da “La Repubblica”)

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LA SPECIALIZZAZIONE DI MINNITI, L’ITALIA COSTRUIRA’ IN CIAD E NIGER: STRADE E INFRASTRUTTURE PERCHE’ I DISPERATI ABBIANO UN LAVORO? NO, CENTRI DI ESPULSIONE E DETENZIONE

Maggio 22nd, 2017 Riccardo Fucile

CONTINUA LA DERIVA DEL POLIZIOTTO MANCATO CHE PENSA CHE LA POVERTA’ SI COMBATTA COSTRUENDO MURI

Ciad e Niger sono i due principali paesi di transito delle migliaia di migranti che dall’Africa sub sahariana raggiungono la Libia per poi imbarcarsi verso l’Italia per scappare chi dai massacri delle guerre locali, chi dalla fame.
Un intervento intelligente dovrebbe portare gli Stati occidentali da un lato a rimuovere le cause dei conflitti locali, agendo sulle fazioni in guerra, dall’altro investendo in strade, case, infrastrutture, servizi per creare occupazione in loco e garantire un minimo tenore di vita a chi attualmente cerca rimedio alla povertà .
Invece di agire sulle cause, l’Italia del poliziotto mancato Minniti pensa solo a tamponare gli effetti, con spot elettorali sul modello “la sicurezza è di sinistra”.
Da qui il vertice voluto dal ministro dell’Interno Marco Minniti con i ministri dell’Interno di Libia, Niger e Ciad che si è da poco concluso Viminale.
I quattro ministri hanno siglato una dichiarazione congiunta.
I ministri hanno convenuto sulla necessità  di
1. Cooperare congiuntamente nel contrasto al terrorismo ed al traffico di esseri umani con l’obiettivo di assicurare la sicurezza dei confini;
2. Sostenere la formazione ed il rafforzamento delle guardie di frontiera attraverso la creazione di una rete di contatto tra le forze di controllo dei confini;
3. Sostenere la costruzione in niger e ciad e la gestione dei centri di accoglienza per migranti irregolari, conformemente agli standard umanitari internazionali;
In pratica prigione meno orrende delle attuali, ma senza alcun controllo sulla gestione delle stesse.
Poi un vago riferimento alla necessità  di “promuovere lo sviluppo di una economia legale alternativa a quella collegata ai traffici illeciti. A tale scopo, i ministri dell’interno hanno istituito una cabina di regia che opererà  attraverso una consultazione periodica “… la solita presa per i fondelli, in Italia siamo specializzati nelle cabine di regia mentre migliaia di esseri umani muoiono di stenti o affogati nel Mediterraneoi.
Basta che muoiano lontano dai nostri occhi.

(da agenzie)

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