Giugno 24th, 2017 Riccardo Fucile
ORA LACRIME DI COCCODRILLO, TRE ANNI FA INSULTI VERGOGNOSI PERCHE’ AVEVA OSATO CRITICARLO
“Gli abbiamo voluto bene e siamo vicino alla sua famiglia, alla quale facciamo le
condoglianze”: questo è il messaggio di Luigi Di Maio per la morte di Stefano Rodotà . Lo stesso toccante messaggio di cordoglio è stato inviato su Twitter da Roberto Fico: «Grazie al professore Rodotà per le tante battaglie in nome della Costituzione e in difesa dei diritti delle persone e dei nostri beni comuni».
In effetti Rodotà era stato anche il candidato del MoVimento 5 Stelle per il Quirinale nelle prime quirinarie in assoluto sul blog di Grillo. Ma con il tempo il rapporto con il professore deceduto oggi si era deteriorato. Anzi.
È successo tutto improvvisamente il 30 maggio 2013; in un post non firmato sul blog, ma in cui si usavano espressioni del tipo “con MIO sincero stupore”, si scriveva questo:
Dopo le elezioni comunali parziali che storicamente, come qualsiasi asino sa, sono sempre state diverse come esito e peso rispetto a quelle politiche, c’è un fiorire di maestrini dalla penna rossa. Sono usciti dalle cantine e dai freezer dopo vent’anni di batoste e di vergogne infinite del loro partito, che si chiami pdmenoelle o Sel, non c’è differenza. In prima fila persino, con mio sincero stupore, un ottuagenario miracolato dalla Rete, sbrinato di fresco dal mausoleo dove era stato confinato dai suoi a cui auguriamo una grande carriera e di rifondare la sinistra.
A incrinare il rapporto tra i due, raccontava Repubblica, l’intervista al Corriere in cui il giurista aveva dichiarato che il leader del MoVimento aveva compiuto degli errori, pensando che la Rete potesse bastare per vincere: “Nell’ultima campagna elettorale Grillo è partito dalla Rete, poi ha riempito le piazze reali con lo Tsunami tour, ma ha ricevuto anche un’attenzione continua dalla televisione. La Rete non funziona nello stesso modo in una realtà locale o su scala nazionale. Puoi lanciare un attacco frontale, ma funziona solo se parli al Paese”, aveva detto Rodotà , secondo cui alle ultime elezioni “hanno perso i due grandi comunicatori: Grillo e Berlusconi”.
Poi aveva aggiunto: “Le indicazioni di Grillo e Casaleggio non bastano più. Un movimento nato dalla Rete, che ha svegliato una cultura politica pigra, una volta entrato in Parlamento deve cambiare tutto”.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 24th, 2017 Riccardo Fucile
L’ESPERIENZA DEGLI ANNI DI PIOMBO, L’USO DELLE INTERCETTAZIONI, LA SCARSITA’ DI IMMIGRATI DI SECONDA GENERAZIONE
Perchè negli ultimi anni l’Italia è stata risparmiata da grandi attentati terroristici?
Se lo domanda il quotidiano britannico The Guardian, che ascoltando diversi esperti individua una serie di fattori che, tutti insieme, hanno reso il nostro Paese meno esposto alla minaccia del terrorismo islamico.
Innanzitutto c’è l’esperienza maturata, sia dal punto di vista legale che investigativo, durante gli anni di piombo.
“Abbiamo imparato una lezione molto dura durante i nostri anni di terrorismo”, spiega al Guardian Giampiero Massolo, direttore generale del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis) dal 2012 al 2016.
“Da quegli anni abbiamo capito quanto sia importante mantenere un dialogo costante a livello operativo tra l’intelligence e le forze dell’ordine. La prevenzione è la chiave di un controterrorismo efficace”.
Poi c’è la questione del controllo del territorio: “Un’altra caratteristica — aggiunge Massolo — è avere un buon controllo del territorio. Da questo punto di vista, l’assenza di luoghi paragonabili alle banlieu parigine nelle grandi città italiane e la predominanza di città medio-piccole rende più facile il monitoraggio della situazione”.
Un altro fattore centrale — spiega Francesca Galli, assistente universitaria alla Maastricht University ed esperta di politiche di antiterrorismo — “è che l’Italia non ha una consistente popolazione di immigranti di seconda generazione che sono stati radicalizzati o che potrebbero esserlo”.
A questa considerazione segue un corollario: l’assenza di italiani di seconda e terza generazione che potrebbero essere suscettibili alla propaganda dell’Isis consente alle autorità italiane di focalizzarsi su chi non ha la cittadinanza, che può quindi essere deportato al primo segnale di pericolo, spiega Arturo Varvelli, ricercatore ed esperto di terrorismo dell’Ispi, secondo cui da gennaio l’Italia ha già espulso 135 individui.
C’è poi la questione delle intercettazioni telefoniche, uno strumento su cui le autorità italiane contano molto, scrive il Guardian.
Da noi, infatti, a differenza che nel Regno Unito, le intercettazioni possono essere usate come prove nei processi e — in casi collegati a mafia e terrorismo — possono essere ottenute sulla base di attività sospette e non di prove solide.
L’infiltrazione e la distruzione delle reti terroristiche — scrive ancora il Guardian — richiede la rottura di relazioni sociali e persino familiari molto strette, proprio come nella lotta a Camorra, Cosa Nostra e ‘Ndrangheta.
Spiega ancora Galli: “le persone sospettate di jihadismo sono incoraggiate a dissociarsi dal gruppo e cooperare con le autorità italiane, che utilizzano i permessi di residenza e altri incentivi. Allo stesso tempo c’è la consapevolezza della pericolosità di tenere in carcere i sospetti terroristi, dal momento in cui la prigione è vista come un territorio particolarmente fertile per il reclutamento e la radicalizzazione (un po’ come avveniva con i capi mafia).
“Abbiamo una certa esperienza nel fronteggiare i network criminali”, conclude la ricercatrice, “e abbiamo molti agenti sotto copertura che fanno un grande lavoro di intercettazione delle comunicazioni”.
L’articolo passa in rassegna alcuni esempi di come vengono gestiti, in Italia, gli individui sospettati di attività terroristiche.
L’esempio più recente è quello di Youssef Zaghba, il 22enne italiano di origini marocchine identificato come uno dei tre attentatori del London Bridge.
Scrive il Guardian:
Ogni volta che Youssef Zaghba atterrava a Bologna, c’era qualcuno che lo aspettava in aeroporto. Non era un segreto in Italia che il 22enne […] era sotto stretta sorveglianza. “Venivano a parlargli in aeroporto. Poi, durante il suo soggiorno, ufficiali di polizia venivano un paio di volte al giorno a controllare”, ha raccontato al Guardian la madre del giovane, Valeria Collina. “Erano amichevoli con lui. Gli dicevano: ‘Hey, figliolo, dimmi cosa hai fatto ultimamente. Cosa ti sta succedendo? Come stai?'”.
[…] Franco Gabrielli, il capo della polizia italiana, ha raccontato degli sforzi dell’Italia per allertare il Regno Unito: “Abbiamo la coscienza pulita”.
Scotland Yard, dal canto suo, ha detto che Zaghba “non era un soggetto attenzionato nè per i servizi dell’MI5 nè per la polizia”.
La notizia, nelle ultime ore, dell’arresto in provincia di Alessandria della 26enne Lara Bombonati con l’accusa di terrorismo internazionale sembra ricalcare il ‘metodo’ descritto qui sopra.
Lara, che da almeno tre anni si faceva chiamare Khadija, era costantemente monitorata dalla Digos, che aveva iniziato a indagare su di lei dopo una denuncia di scomparsa da parte dei familiari, preoccupati dalla sua progressiva radicalizzazione.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 24th, 2017 Riccardo Fucile
BIG DELLA FINANZA IN FUGA, RINCARI MASSICCI IN ALCUNI SETTORI, SVALUTAZIONE DELLA STERLINA
Non è una invenzione dei giornali: la Brexit fa paura per davvero. 
Questa settimana, Londra ha assistito con sgomento allo spettacolo dei giapponesi – nella veste delle due maggiori banche del Sol Levante, Daiwa e Nomura – aggiungersi alla fila delle stelle della finanza che si incamminano verso Francoforte.
Per un paese che deve il 10 per cento del Pil, insieme ad una buona quota della occupazione meglio pagata, alla finanza è una processione carica di cattivi presagi. Infatti, nei giorni scorsi la Bce ha alzato il fuoco contro il quasi-monopolio di Londra sulle transazioni dei derivati in euro, un giro d’affari che sfiora gli 800 miliardi di euro al giorno.
Più o meno i due terzi del volume delle transazioni viene garantito dalle clearing houses su suolo inglese e la Bce, da tempo, reclama un controllo diretto su questi flussi, che possono incidere sulla stabilità finanziaria dell’area euro: in caso di attacco speculativo alla moneta comune, ad esempio, Francoforte potrebbe imporre alle clearing houses di alzare i margini di garanzia che le parti devono versare sui contratti.
Ma, oggi, non ha poteri diretti sulle case londinesi. Li aveva chiesti nel 2011, ma la Corte di Strasburgo – su ricorso inglese – aveva risposto che le norme attuali non lo imponevano. Ed ecco che, in questi giorni, Francoforte ha ufficialmente chiesto a Commissione e Parlamento di emendare le regole per assicurarsi questo potere.
Un divorzio consensuale potrebbe consentire a Londra di tenere in casa 600 miliardi di euro di traffico in derivati, con qualche forma di coordinamento con la Bce. Una rottura, no. Ma questo vale anche dall’altra parte.
Una rottura e un mancato accordo che rinviasse il commercio fra Ue e Gran Bretagna agli standard minimi del Wto, dice un rapporto appena diffuso da una grande società di consulenza, la Deloitte, avrebbe un impatto pesante sul gioiello più brillante della corona della Merkel: l’industria dell’auto.
L’anno scorso, le case tedesche hanno venduto quasi un milione di auto in Gran Bretagna. Con le regole Wto, le auto importate dalla Germania dovrebbero pagare un dazio del 10 per cento.
Deloitte calcola che, fra dazi e svalutazione della sterlina rispetto all’euro, le auto tedesche costerebbero agli inglesi il 21 per cento in più di oggi.
E le vendite di Volkswagen, Mercedes, Bmw, Ford e Opel crollerebbero, più o meno, nella stessa misura, mettendo a rischio almeno 18 mila posti di lavoro in Germania e, di rimbalzo, altre migliaia di posti di lavoro negli altri paesi, come l’Italia, legati alla catena produttiva dell’auto tedesca.
Ne guadagnerebbero le case con stabilimenti in Inghilterra, come la Nissan? Neanche, assicura Deloitte, perchè sui componenti auto il dazio Wto è del 4,5 per cento e, in un settore internazionalmente integrato come l’auto, l’importazione dei componenti è cruciale.
Anche senza leggere il rapporto della Deloitte, i consumatori britannici devono aver fiutato la trappola che li aspetta.
L’immagine dell’elettore inglese, pronto a recidere tutti i legami con l’Europa, pur di liberarsi dell’ombra dell’idraulico polacco, a quanto pare, non è più vera.
Il 58 per cento dei britannici è pronto ad accettare concessioni sull’immigrazione dalla Ue, in cambio di un accordo commerciale che sventi la rottura e l’orizzonte Wto.
Anche chi ha votato Leave, ha paura e ci sta ripensando: la quota degli anti-Ue che ritiene l’immigrazione una priorità , rispetto al commercio, è crollata, in un anno, dall’83 al 69 per cento.
Naturalmente, i sondaggi sono sondaggi e i ribaltoni vanno valutati con cautela. In questo sondaggio (curato, peraltro, dall’autorevole YouGov) risulta anche che, per la prima volta, gli elettori ritengono Jeremy Corbyn un premier più adeguato di Theresa May.
Che, come ribaltone, a pensare ai sondaggi di due mesi fa, farebbe impressione.
(da “La Repubblica”)
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Giugno 24th, 2017 Riccardo Fucile
UN MESSAGGIO CONTRO TRUMP: “FAREMO DI NUOVO GRANDE IL NOSTRO PIANETA”
Una coppia inedita, ma unita nella tutela dell’ambiente contro la decisione di Donald Trump di ritirare gli Usa dall’accordo di Parigi sul clima.
I due sono il presidente francese Emmanuel Macron e l’ex governatore della California, alias ‘Terminator’, Arnold Schwarzenegger, che hanno registrato un video-selfie in chiave anti-Trump.
Per contestare il ritiro degli Usa dall’Accordo sul clima di Parigi, i due – entrambi convinti sostenitori delle politiche contro il surriscaldamento sul clima – hanno pubblicato un video girato in maniera improvvisata al termine di un incontro all’Eliseo, proprio sui temi green.
“Sono qui con il presidente Macron per parlare di questioni ambientali e un futuro ‘verde’”, dice Schwarzenegger, prima di passare il microfono a Macron.
“E ci impegneremo insieme per fare il pianeta grande di nuovo”, aggiunge Macron, con un chiaro riferimento al ‘tormentone’ della campagna elettorale di Trump “Make America Great Again”.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 24th, 2017 Riccardo Fucile
UNA BUGIA AL GIORNO, TRANNE IL PRIMO MARZO… UN ELENCO IMPRESSIONANTE DI BALLE PROPINATE AGLI AMERICANI
“The liar in chief”, un bugiardo al comando. 
Con una iniziativa senza precedenti, il New York Times ha pubblicato una lista di tutte le affermazioni false pronunciate dal Donald Trump sin dal giorno del suo insediamento, il 20 gennaio, con tanto di grafici per illustrare le performance.
Ed è proprio da questi che si scopre che il primo giorno di The Donald passato da sincero è stato il primo marzo
Trump “sta cercando di creare un’atmosfera in cui la realtà è irrilevante”, avverte il quotidiano statunitense, secondo il quale il tycoon ha detto almeno una bugia al giorno durante i suoi primi 40 giorni di presidenza, ovvero fino al primo marzo.
Da allora bugie e falsità sono state registrate in 74 degli ultimi 113 giorni.
E le giornate passate senza dice cose false sono spesso quelle in cui non manda messaggi su Twitter: ovvero, in genere, quando si trova in vacanza nella sua residenza di Mar-a-Lago in Florida o quando gioca a golf.
“Non abbiamo mai avuto un presidente che passa così tanto tempo a dire cose non vere”, scrive il quotidiano, sottolineando che l’ascesa politica di Trump è stata costruita sulla bugia che Barack Obama non fosse nato in America.
E la sua propensione a non dire la verità è anche al centro del Russiagate, con l’ex direttore dell’Fbi James Comey che ha denunciato sotto giuramento le “bugie” del presidente.
La lista, qualche esempio: 21 Gennaio – “Non sono stato un fan dell’Iraq. Non volevo andare in Iraq”. (Prima ha supportato l’invasione, poi si è dichiarato contro). 21 Gennaio – “Tra i 3 e i 5 milioni di voti illegali mi hanno fatto perdere il voto popolare”. (Non ci sono prove che i voti fossero illegali). 23 Gennaio – “Il pubblico è stato il più grande di sempre. Era una folla enorme. Guardete fin dove arriva. Questa folla era enorme”. (Gli scatti aerei ufficiali mostrano che all’inaugurazione di Obama c’è stata molta più partecipazione). 11 Aprile – “Apprezzo Steve, ma dovreste ricordare che non è stato coinvolto nella mia campagna sino a tardi. Io avevo già battutto tutti i senatori e i governatori e non sapevo chi fosse Steve” (Conosceva Steve dal 2011). 12 aprile – “Il segretario generale e io abbiamo avuto una discussione produttiva su ciò che la Nato può fare in più per combattere il terrorismo. Mi sono lamentato di questo tempo fa e ora hanno fatto un cambiamento, ora combattono il terrorismo” (La Nato è coinvolta nella lotta al terrorismo dal 1980).
Nella metodologia utilizzata il giornale spiega: “Abbiamo fissato uno standard conservativo, lasciando fuori molte dichiarazioni dubbie (come l’affermazione che il suo travel ban è ‘simile’ alla politica dell’amministrazione di Obama)”.
“Alcune persone potrebbero obiettare che il presidente non parlava letteralmente – spiega ancora il quotidiano – “ma crediamo che il suo modello di impiegare le falsità per i suoi scopi, come uomo d’affari e politico, faccia pensare che le sue affermazioni non siano semplicemente errori trascurabili”.
Secondo la ricostruzione del Nyt, Trump ha detto 20 menzogne pubbliche nei primi 40 giorni da presidente.
Dalle affermazioni sulla propria contrarietà all’invasione dell’Iraq alla denuncia di “da 3 a 5 milioni di voti illegali” la cui esistenza non è mai stata provata. Fino alle affermazioni false sul caso Russiagate smentite dall’ex direttore dell’Fbi, James Comey. In seguito ha detto 74 bugie in 113 giorni.
Non è un caso se ora il 60 per cento degli americani pensa che Trump “non sia onesto”.
(da agenzie)
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Giugno 23rd, 2017 Riccardo Fucile
OTTO MESI PER CONFEZIONARE UN BANDO DI GARA EUROPEO SULLA MANUTENZIONE DEL VERDE PUBBLICO A ROMA… RISULTATO: BANDO SOSPESO PERCHE’ DEVE ESSERE ADEGUATO ALLA NUOVA NORMATIVA SUGLI APPALTI
Virginia Raggi si è data un sette e mezzo per il suo primo anno da Sindaca di Roma. Se l’è dato perchè ha visto “quanto stiamo lavorando e quanto si è lavorato” in questi dodici mesi.
Far ripartire la macchina del Comune è stata un’impresa difficile. Ma i 5 Stelle sono riusciti a invertire la rotta. Uno degli ostacoli maggiori che la giunta Raggi ha incontrato sul suo cammino è stato quello dei bandi.
Dopo Mafia Capitale la nuova amministrazione ci vuole andare con i piedi di piombo. Ma non sempre la lentezza è dovuta alla cautela, a volte è dovuta alle inefficienze della macchina che la Raggi dce di aver fatto ripartire.
Iniziare a fare i bandi ovunque — ha spiegato la Sindaca a Carta Bianca — per il rifacimento delle strade, per il rifacimento del verde costa molta fatica. Soprattutto perchè i 5 Stelle “non cercano il consenso”.
Se la Raggi avesse voluto avrebbe potuto chiamare una ditta amica per dire “vai a tappare una buca lì, vai a sfalciare di là ”. Ma non l’ha fatto. In compenso lo ha fatto il Municipio XI, governato dal M5S, dove l’assessore all’Urbanistica Luca Mellina ha fatto eseguire lavori per un importo pari a circa 350mila euro senza dover aprire alcun bando di gara semplicemente contattando direttamente le imprese cui è stato dato l’incarico e frazionando gli importi sotto la soglia di gara.
Ma la Raggi è andata oltre. Ad esempio al Messaggero ha spiegato che loro fanno le cose “per bene”.
Quindi per fare le gare e per farle bene ci vuole tempo. Ma una volta pubblicati i bandi e aggiudicati i lavori la macchina inizierà ad entrare a regime. E i risultati saranno costanti.
Il bando milionario sospeso perchè non a norma
Ma è davvero così? Prendiamo ad esempio il bando — anzi i bandi — per la manutenzione del verde pubblico a Roma.
Ad aprile l’assessora Pinuccia Montanari dava notizia dell’apertura di due bandi di gara europei per la manutenzione del verde pubblico a Roma. Si tratta di due bandi attesi da tempo che però nel 2016 l’assessorato guidato all’epoca da Paola Muraro non aveva approntato.
Ma, come dice la Raggi, per fare le cose per bene ci vuole tempo. E così il 24 aprile veniva pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il bando di gara, per l’affidamento del servizio per interventi di manutenzione delle alberature.
Il problema è che appena cinque giorni prima, il 19 aprile, il governo ha emanato il DL 56/2017 con il quale è andato a modificare il codice degli appalti.
Risultato: quel bando al quale l’amministrazione capitolina aveva lavorato “per bene” per oltre otto mesi è stato sospeso “a data da destinarsi”.
Si tratta di bandi con un importo complessivo pari a 9 milioni di euro, di cui 5 per la manutenzione del verde verticale e 4 per il verde orizzontale.
Ma al momento sono scomparsi perchè gli uffici dovranno correggerli per adeguarli alla normativa vigente.
Dal 1 luglio partirà un programma (da 3,5 milioni di euro) per il monitoraggio delle alberature. Ma nel frattempo la cura del verde pubblico di molti parchi cittadini (tra cui Villa Borghese, Villa Ada e il Lungotevere) è a rischio perchè la gara è stata sospesa.
E i risultati saranno presto sotto gli occhi di tutti i romani.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 23rd, 2017 Riccardo Fucile
I PARLAMENTARI NUTI, DI VITA E MANNINO, I CONS. REGION. LA ROCCA E CIACCIO, DIECI ATTIVISTI… SE SI AVVALESSERO DELLA PRESCRIZIONE NON POTREBBERO PIU’ RIPRESENTARSI
Il giudice dell’udienza preliminare di Palermo Nicola Aiello ha rinviato a giudizio tre
deputati nazionali e due regionali ex M5S, 10 attivisti del movimento e un cancelliere del tribunale per la vicenda delle firme false apposte alla lista presentata nel 2012 dai grillini per le comunali di Palermo.
I deputati sono Riccardo Nuti, Giulia Di Vita e Claudia Mannino. I deputati regionali sono Claudia La Rocca e Giorgio Ciaccio.
I Pm che hanno sostenuto l’accusa sono Claudia Ferrari e Bernardo Petralia.
La prima udienza del processo è stata fissata al 3 ottobre davanti alla quinta sezione monocratica.
Claudia la Rocca e Giorgio Ciaccio hanno confessato dando un impulso decisivo all’inchiesta, così come Alessio detto Stefano Paradiso e Giuseppe Ippolito.
Proprio un errore sul luogo di nascita di Ippolito provocò la decisione, avallata da Nuti, secondo l’accusa, di ricopiare tutte le firme.
E l’idea sarebbe stata di Samantha Busalacchi, attivista M5S pure lei tra i coinvolti nella inchiesta assieme ad Alice Pantaleone, Riccardo Ricciardi, Pietro Salvino. Nell’elenco anche l’avvocato Francesco Menallo, Toni Ferrara e il cancelliere Giovanni Scarpello.
A riprova della tesi dei Pm, oltre alla confessione di Claudia La Rocca e Giorgio Ciaccio e alle ammissioni di alcuni attivisti, ci sono la consulenza grafologica richiesta dalla Procura e le testimonianza di decine di firmatari che hanno disconosciuto le loro sottoscrizioni.
Nessuno dei rinviati a giudizio ha scelto il rito abbreviato. Ora con il rito ordinario incombe la prescrizione che maturerà nel 2018.
Ma il codice etico del M5S dice chiaramente che “l’estinzione del reato per prescrizione intervenuta dopo il rinvio a giudizio” è equiparata alla sentenza di condanna.
Se se ne avvarranno, gli iscritti M5S non potranno più ricandidarsi.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 23rd, 2017 Riccardo Fucile
“ROMA NON E’ IL BANCO DI PROVA DEL GOVERNO NAZIONALE, QUESTO E’ OFFENSIVO PER I ROMANI” DICE DI MAIO A GUIDONIA… TUTTO L’OPPOSTO DI QUANTO DISSE GIANROBERTO CASALEGGIO
Quando ci si mette, Luigi Di Maio sa essere davvero sfortunato con le parole.
A Guidonia per sostenere il candidato sindaco del Movimento cinque stelle, il vicepresidente della Camera se l’è presa con tutti quelli che ritengono Roma un test per il governo, e dunque – visti i risultati deludenti di Virginia Raggi – un test sostanzialmente fallito che comprometterebbe la credibilità dei cinque stelle in un’ipotesi di corsa per andare a Palazzo Chigi.
«Roma non è il banco di prova per il governo nazionale»â€‰ha sostenuto davanti ai giornalisti l’aspirante candidato premier grillino.
«Questo è offensivo per i romani. Noi vogliamo risolvere i problemi dei romani. Vogliamo fare le cose che servono dopo che è stata usata dagli altri partiti come trampolino di lancio per le politiche».
Poi Di Maio ha aggiunto allocuzioni e metafore varie.
Ciò che ci interessa è il succo: chi dice che «Roma è un banco di prova», secondo Di Maio, dice qualcosa di «offensivo», offende i romani, a partire dagli elettori del Movimento e della Raggi.
Scusate, ma chi è che aveva definito Roma «un banco di prova»?
Chi parlò di test per il governo, di prove generali che non bisognava assolutamente fallire, perchè avrebbero potuto dimostrare che – adesso – il Movimento era fit to lead, capace di andare al governo?
Per la verità lo dissero in tanti, nel Movimento, ma qualcosa ci ronzava nella memoria e, a un rapido controllo, vien fuori che Di Maio stavolta è andato a sbattere nientemeno contro il pensiero e le parole pronunciate dal fondatore, del Movimento: Gianroberto Casaleggio.
In un’uscita ufficialissima e a prova di smentita – un’intervista rilasciata al Corriere della Sera il 24 dicembre 2015 – a una precisa domanda del quotidiano lombardo (In primavera si va al voto. Roma, per chiunque vinca, potrebbe essere un problema da amministrare e un boomerang in vista delle prossime Politiche. Voi avete paura di vincere?), Casaleggio senior rispose testualmente: «Noi vogliamo vincere. Roma è una tappa obbligata prima del governo. Un banco di prova. Se avessimo paura di governare Roma non potremmo neppure pensare di voler governare il Paese».
Di Maio era consapevole, stavolta, di dimenticare la lezione e le convinzioni di Casaleggio, addirittura dandogli dell’«offensivo»?
Siamo sicuri che l’aspirante candidato premier in futuro studierà a fondo la storia del suo Movimento.
In alternativa, nell’impossibilità di smentire le parole di Casaleggio, potrà sempre smentire di aver pronunciato lui la frase che è stata riportata univocamente da tutte le agenzie.
A seguire, carosello contro i giornalisti sui social network.
(da “la Stampa”)
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Giugno 23rd, 2017 Riccardo Fucile
INTERCETTATO MENTRE PARLA A UN’AMICA: “STA FACENDO LA PRINCIPESSA…CHE L’HANNO FREGATA”
Raggi “non c’ha le palle? E allora che c… lo fai a fà ‘u sindaco, scusami?”. 
Così parlando con un’amica nel novembre del 2016 Raffaele Marra, intercettato, giudica il comportamento della sindaca sulla nomina di suo fratello Renato a capo del dipartimento Turismo del Campidoglio. “Sta facendo la principessa che… l’hanno fregata!”, aggiunge Marra riferendosi a Raggi.
L’intercettazione è allegata agli atti del processo che vede Marra imputato con l’imprenditore Sergio Scarpellini, per concorso in corruzione.
Parlando sempre del comportamento tenuto da Raggi in questa vicenda, Marra afferma: “allora tu (Raggi, ndr) dovevi avere il coraggio di dire ‘guarda è uno dei più bravi che ci stanno, lo volevo fare Comandante, per non creare un problema l’aggia fatto direttore dè ‘o Turismo”.
E ancora: “non lo volete al Turismo? Bene, lo riporto al Corpo di Polizia, lo faccio vice-comandante, come lo volevo fare”‘.
Parlando dell’iter che ha portato alla nomina del fratello, Marra aggiunge, sempre riferendosi al sindaco: “tu hai detto che tra i tre più bravi c’è mio fratello per fare il comandante. Anzi, ti sei dispiaciuta che per problemi politici non lo può fà comandante sennò ti scoppia un putiferio. Poi mi vieni a rompe’ A quel punto, voglio dì, tu lo volevi fà comandante, poi dopo vice-comandante sicuramente sì, vice-comandante. Un vice-comandante è terza fascia!. E – continua al telefono – mò pure se non ti ho detto esattamente ‘passa dalla prima alla terza’ ma tu l’avevi messo in conto quando lo volevi fà vice-comandante. Invece lei non ha avuto il coraggio di dire: ‘sì, è ‘na cosa che ho fatto iò e sta facendo la principessa che che l’hanno fregata!… e mo non sa come uscirne”.
(da agenzie)
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