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VARESE, PISTE CICLABILI FANTASMA: 18 INDAGATI, DANNO ERARIALE DI UN MILIONE DI EURO

Luglio 20th, 2017 Riccardo Fucile

INCASSAVANO CONTRIBUTI DELLA REGIONE LOMBARDIA MA NON PORTAVANO A TERMINE I LAVORI, TALVOLTA NEANCHE LI INIZIAVANO: COINVOLTI AMMINISTRATORI E FUNZIONARI PUBBLICI

Ricevevano contributi regionali per costruire piste ciclabili che collegassero le stazioni ferroviarie del Varesotto con la realizzazione di sistemi bike sharing, parcheggi per biciclette, velostazioni, sovrappassi ciclabili e cartellonistica.
Prendevano i soldi ma non portavano a termine i lavori e, in alcuni casi, neanche li iniziavano.
A scoprire “un danno erariale di circa 1.380.000 euro” sono stati i militari della Guardia di Finanza di Luino, piccolo comune sul Lago Maggiore, con l’operazione Bike Shadow, durata un anno.
Le Fiamme Gialle luinesi hanno denunciato alla Procura della Repubblica di Varese 18 soggetti tra amministratori, funzionari e impiegati pubblici, oltre che diversi professionisti e alcuni imprenditori. Le accuse formulate, a vario titolo, sono diverse: falso ideologico commesso da pubblici ufficiali, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, abuso d’ufficio e frode nelle pubbliche forniture, nonchè truffa aggravata ai danno dello Stato.
I militari, concluso l’attività  di polizia giudiziaria nei confronti di tre enti locali ed alcune società  di capitali, hanno permesso di accertare che, nell’ambito dei tre appalti esaminati, per un valore complessivo di 2.300.000 euro, molte opere non erano state realizzate o comunque non erano funzionanti, nonostante la scadenza dei lavori fosse terminata già  da tempo.
Nonostante questo, allo scopo di ricevere lo stesso i fondi regionali, pubblici funzionari, insieme a progettisti e direttori dei lavori ed imprese, hanno attestato falsamente come regolari i lavori effettuati e le forniture ricevute.
Le attività  investigative sono state indirizzate anche a verificare la destinazione dei contributi regionali, pari a 6.800.000 euro, di cui hanno beneficiato 19 enti locali, contributi assegnati nell’ambito di un bando pubblico, previsto dalla Legge Regionale n.7/2009 “Interventi per favorire lo sviluppo della mobilità  ciclistica“.
Il comportamento illecito compiuto dai pubblici amministratori ed impiegati, in relazione alle frodi riscontrate e agli inadempimenti contrattuali, è stato anche segnalato alla Procura Regionale presso la Corte dei Conti per le valutazioni di competenza.

(da agenzie)

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DECRETO FLUSSI, UN FLOP: PERMESSO SOLO A UN RICHIEDENTE SU TRE

Luglio 20th, 2017 Riccardo Fucile

NEL 2016 QUASI 20.000 POSTI PER IMMIGRATI REGOLARI NON SONO STATI ASSEGNATI… TROPPA BUROCRAZIA

Oltre 30 mila posti disponibili, più di 44 mila domande presentate e meno di 12 mila permessi di soggiorno rilasciati.
L’unico strumento alternativo ai barconi, il decreto flussi, è un rubinetto chiuso che dispensa con il contagocce qualche posto di lavoro stagionale.
Nel 2016 è stato rilasciato appena un permesso di soggiorno su tre di quelli messi a disposizione.
Quasi 20 mila (esattamente 19.394) sono rimasti sulla carta. Possibile?
«Troppa burocrazia», accusa Coldiretti. Il grosso dei posti riguarda infatti gli stagionali dell’agricoltura e spesso, quando arrivano le risposte, il periodo della raccolta è finito.
I numeri
Secondo i dati del Viminale l’anno passato, a fronte di un tetto di 30.850 posti (17.000 destinati appunto a stagionali di agricoltura e turismo e 13.850 tra lavoro autonomo e conversioni) sono arrivate 44.649 domande.
La maggior parte di queste ultime, 34.306, erano inviate da datori di lavoro che avevano bisogno di manodopera nei campi o in strutture turistiche.
Di queste, solo una su cinque ha avuto esito positivo: appena 7131. Quanto al resto, sono arrivate soltanto 8939 domande di conversione del permesso e 1404 per lavoro autonomo, largamente meno dei quasi 14 mila posti disponibili. E molte sono pure state respinte: appena 4325 hanno ottenuto il via libera.
Quest’anno i posti disponibili sono esattamente gli stessi ma è presto per fare bilanci.
«La legge – spiega Roberto Magrini, responsabile lavoro di Coldiretti – dice che il permesso andrebbe consegnato entro 20 giorni. In realtà  è solo un auspicio. Spesso finisce che un permesso di cui c’era bisogno ai primi di giugno arrivi ad aprile, il datore di lavoro non lo ritira neanche. La procedura è molto lenta, il decreto dovrebbe uscire a novembre, invece arriva a marzo. Poi è chiaro che nelle prefetture alle prese con sbarchi e richiedenti asilo il problema si acuisce».
Meno lavoro, più asilo
Il problema c’è. L’emergenza sbarchi ha soppiantato gli strumenti che dovevano servire a regolare l’immigrazione. E così, se nel 2007 il 56% dei permessi di soggiorno venivano rilasciati per motivi di lavoro, nel 2015 questi sono crollati al 9%. In contemporanea i permessi per asilo e protezione umanitaria sono passati dal 3,7 al 28%.
«Ma non è solo per questo che lo strumento del decreto flussi è oggi inutilizzato — denuncia Paolo Bonetti, docente alla Bicocca di Milano ed estensore della Turco Napolitano — da una parte l’ingresso di Paesi come la Romania nell’Ue ha di fatto colmato esigenze lavorative un tempo coperte da extracomunitari. Dall’altro la crisi economica ha colpito duro: nessuno ne parla mai, ma nel censimento Istat del 2011 risultava che 850 mila stranieri un tempo iscritti all’anagrafe si erano cancellati. Erano tornati nei loro Paesi perchè qui non trovavano più lavoro».
Così il decreto flussi, un tempo strumento principe per l’ingresso regolare, si è svuotato. E oggi riguarda una minima parte di categorie lavorative di nicchia: stagionali, studenti, tirocinanti. Da anni non ci sono posti per il lavoro subordinato.
Le lentezze burocratiche
E anche il poco che c’è incontra ostacoli. «La macchina burocratica è lenta e si è cercato di rimediare», racconta Kurosh Danesh, dell’ufficio immigrazione della Cgil. Cinquantotto anni, da quasi 40 in Italia, si occupa della questione da sempre. Ora il permesso, spiega, dopo due anni di via libera stagionale, può essere convertito in uno stabile. E rientra nelle quote riservate alle conversioni.
Ma la questione vera, sottolinea, è che dal 2011 non c’è più la riunione che stabilisce il fabbisogno e non si fanno più ingressi per badanti, operai, imbianchini. «Certo – sottolinea – quello era un teatrino. La persona già  si trovava sul territorio italiano e lavorava per la signora Maria. La signora Maria faceva finta di chiamarla dalle Filippine, lei tornava nel suo Paese e faceva finta di entrare in Italia per la prima volta. Ma almeno era una valvola di sfogo. Oggi abbiamo mezzo milione di persone che stanno sul territorio senza permesso di soggiorno, preda di qualsiasi speculazione».
Lo sponsor
Un tempo non era così. Sempre il professor Bonetti: «Nel 1998 avevamo introdotto un meccanismo che funzionava: il permesso di soggiorno per ricerca di lavoro con sponsor in Italia. In tre giorni andarono esaurite tutte le 39.000 domande. Il tutor garantiva per la persona che arrivava in Italia. Tre anni dopo la Bossi-Fini cancellava questo straordinario successo».
Così gli stranieri hanno continuato ad arrivare, ma tutto avviene in modo irregolare e in 25 anni siamo stati costretti a fare 8 sanatorie.
Il decreto
Il decreto flussi, come strumento, ha conosciuto un continuo declino. Nel 2007 e nel 2008 (47.100 e 150.000 posti) era ancora mirato per il lavoro subordinato. Nel 2009 cambia: 80 mila posti solo per gli stagionali, appena 44 mila le domande.
L’anno successivo il Viminale mette a disposizione 98 mila posti per lavoro domestico. Risultato: quasi 400 mila domande presentate, spesso anche da operai che si fingevano colf.
Nel 2012 i posti sono 35 mila, di nuovo per gli stagionali e arrivano 60 mila richieste. Nel 2013 sono disponibili appena 17.850 posti – ma il grosso è per le conversioni – scelta rinnovata nel 2014.
Nel 2015 si punta di nuovo sugli stagionali: 13 mila posti, più 1500 per chi sia già  stato in Italia con permesso stagionale almeno due volte.
Al fallimento segue un altro errore: nel 2012 viene stabilito che lo straniero che ritorna in patria perde i contributi pagati in Italia. Risultato: ora se uno straniero entrato con il decreto perde il lavoro resta in Italia fino a 65 anni nella speranza di recuperare la pensione. Nessuno rischierebbe di nuovo la trafila.

(da “La Stampa”)

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POVERI MA FELICI: SOLO DUE ITALIANI SU DIECI SI RITENGONO INFELICI

Luglio 20th, 2017 Riccardo Fucile

CRESCONO LE DIFFERENZE TRA I PIU’ RICCHI E I MENO ABBIENTI

Sorpresa. L’80 per cento degli italiani si ritiene abbastanza o molto felice.
Poco importa che ben quattro su dieci ritengono peggiorate le proprie condizioni economiche negli ultimi anni.
È questo il risultato dell’ultimo sondaggio realizzato per verificare se e come i nostri connazionali si sentano più agiati rispetto al passato e che prospettive abbiano per i prossimi cinque anni.
Il tema centrale intorno a cui ruota tutta la ricerca è infatti la «Felicità », un diritto inserito già  il 4 luglio 1776 nella Dichiarazione d’indipendenza americana.
La domanda che ci siamo posti e abbiamo posto è: gli italiani sono felici in queste notti di mezza estate?
La risposta è decisamente positiva: l’intera popolazione si giudica normalmente felice per l’80 per cento. Solo un marginale 20 per cento trova nell’infelicità  una qualche ragion d’essere.
Ovviamente sono più felici i “ricchi” (quelli che appartengono a famiglie che hanno oltre 60 mila euro di reddito all’anno) e meno felici i “poveri” (o i quasi poveri), cioè coloro che dichiarano di avere meno di 24 mila euro di reddito.
In ogni caso la differenza tra “ricchi” e “poveri” non è tanta in termini di felicità : solo 13 punti.
Qual è dunque la “pozione magica” che definisce la felicità ?
In primo luogo per tutti è il sentirsi bene con il proprio corpo e con la propria mente, cioè star bene come famiglia, come amicizie, come sentimenti amorosi, come lavoro e anche, perchè no?, come italiano e appartenente a un determinato “genio locale” (genius loci).
Su tutto in ogni caso è immanente lo star bene finanziariamente. Il detto oraziano «Sua maestà  il denaro dà  ogni cosa» è introiettato dagli italiani come metafisica del loro vivere su questa terra.
I soldi hanno valore solo e soltanto perchè possedendoli hai più rapporti con la salute personale e con il mondo esterno e quindi hai più amici e più sicurezza in famiglia, sei più presente in mezzo agli altri.
Per cui il vero timore, quando si parla di benessere materiale, è che la ricchezza possa in qualche maniera diminuire come è accaduto a partire dal 2008 (4 italiani su 10 oggi si sentono più poveri rispetto agli ultimi anni e un’ulteriore metà  degli italiani non pensano di essere più ricchi rispetto a 5 anni fa).
La felicità  degli italiani si è però polarizzata negli ultimi cinque anni: il saldo è infatti negativo nella maggioranza di coloro che vivono in famiglie con un reddito inferiore ai 60 mila euro all’anno. Sono per la maggior parte i ricchi, quindi, a dichiarare un saldo positivo di felicità .
Quanto alle motivazioni che hanno aumentato lo stato di felicità  generale la ragione base è il raggiungimento di una maggior armonia con la propria mente, con il proprio corpo e nei rapporti con gli altri, a cominciare dalla famiglia.
Fondamentale la salute dei propri parenti, l’aumento della cultura, e la maggiore partecipazione alla società , anche tramite lo sport.
Specularmente le ragioni citate per una minor felicità  risultano essere un reddito percettibilmente disceso, malattie e lutti in famiglia e conseguentemente una minor armonia, una discesa della cultura, una meno intensa vita sociale, la vendita forzata di beni famigliari e, sostanzialmente, un maggior imbarbarimento del gruppo famigliare, anche in termini di viaggi, sport, cura del corpo e partecipazione attiva alla vita mondana.
Per gli italiani combattere la disuguaglianza, come fa uno Stato sociale, è importante, specie per le classi meno agiate della popolazione.
Ma nel complesso la maggioranza della popolazione guarda al fenomeno più in termini passivi che in termini di soluzione del problema. Infine, non si evidenziano opzioni verso particolari consumi per il presente o per il futuro, se non una richiesta generica.
La gente, vuole l’essenziale per vivere e qualche attività  di svago e di divertimento. Un’aspirazione non diversa da quella degli abitanti dell’antica Roma: «Panem et circenses».

Nicola Piepoli
(da “La Stampa”)

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LA FINANZA CHIEDE AL FISCO SVIZZERO I NOMI DI 10.000 CLIENTI ITALIANI DI CREDIT SUISSE

Luglio 20th, 2017 Riccardo Fucile

LE POLIZZE ASSICURATIVE UN ESCAMOTAGE PER CONSENTIRE A CLIENTI DI NASCONDERE DENARO ALL’ERARIO

La Guardia di Finanza ha chiesto alle autorità  fiscali svizzere gli elenchi relativi ai beneficiari italiani delle polizze assicurative del Credit Suisse, al centro di una indagine per frode fiscale chiusa nell’ottobre scorso con un accordo in base al quale la società  si è impegnata a versare 109 milioni di euro al fisco italiano.
Le polizze assicurative secondo l’accusa, sarebbero state soltanto un escamotage studiato da funzionari della banca svizzera per consentire a clienti italiani di portare denaro oltre il confine e nasconderlo all’erario.
Al termine dell’ analisi dei dati svolta dalla Guardia di Finanza con l’Agenzia delle Entrate, sono stati finora identificati i titolari di 3.297 polizze, la maggior parte dei quali già  destinatari di contestazioni degli uffici finanziari concluse con la riscossione di circa 173 milioni di euro per imposte, sanzioni e interessi.
La nuova richiesta riguarda gli effettivi beneficiari italiani tuttora non compiutamente identificati, titolari di ulteriori 9.953 posizioni finanziarie, per un ammontare complessivo di 6.676.134.954 euro.
Le prime identificazioni sono avvenute anche per effetto dell’adesione alla prima procedura di Collaborazione Volontaria (la «Voluntary disclosure»).
Per la nuova richiesta, la Guardia di Finanza si è avvalsa dei nuovi canali di cooperazione internazionale tra l’Italia e la Svizzera.
L’iniziativa deriva dagli esiti dell’inchiesta coordinata dalla Procura della Repubblica di Milano, conclusa, tra l’altro, con il «patteggiamento» dell’istituto di credito per responsabilità  ai sensi del D.Lgs. n. 231/2001 in relazione al reato di riciclaggio.

(da agenzie)

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“PER NAPOLITANO VACANZE DORATE PAGATE DAGLI ITALIANI”: PERCHE’ QUELLE DI DI MAIO E SALVINI NON SONO PAGATE DAI CONTRIBUENTI?

Luglio 20th, 2017 Riccardo Fucile

NAPOLITANO REPLICA: “PAGATO SEMPRE TUTTO DI PERSONA”… LA SOLITA DEMAGOGIA DA QUATTRO SOLDI DEI GRILLINI… LA SCORTA L’HANNO OBBLIGATORIAMENTE TUTTI I MINISTRI, I SEGRETARI DI PARTITO, GLI EX PRESIDENTI E LE PERSONALITA’ RITENUTE A RISCHIO DAL VIMINALE

“In relazione a recenti polemiche di stampa e all’odierno post di Beppe Grillo “Per Napolitano vacanze dorate pagate da italiani”, devo precisare che il Presidente Emerito Giorgio Napolitano ha sempre pagato di persona, anche negli anni dei suoi mandati presidenziali, le spese delle vacanze trascorse da lui e dai suoi famigliari in alberghi privati, e che egli si riserva di valutare il ricorso alle vie legali contro chi non tenesse conto di questo chiarimento e dei fatti reali”.
E’ quanto si legge in una nota diffusa del portavoce del presidente Giorgio Napolitano che ieri è stato accusato sulla pagina Facebook del deputato M5S Riccardo Fraccaro di fare tre settimane di vacanze sulle Dolomiti a spese dei contribuenti.
Fraccaro è uno dei miracolati del M5S e della politica, uno che quando è entrato alla Camera aveva uno stipendio lordo di 16 mila euro annui e ora ne dichiara 98 mila.
Tra le altre cose l’Onorevole Fraccaro risulta essere parecchio indietro con le rendicontazioni; siamo a fine luglio 2017 e su Ti Rendiconto l’ultima risale al dicembre 2016.
L’attacco di Grillo a Napolitano.
“L’ex presidente Napolitano si gode le vacanze dorate in Trentino-Alto Adige, scortato dalla solita schiera di agenti di sicurezza e dai rinforzi inviati dalla Questura di Bolzano. Il soggiorno blindato di Re Giorgio, con tanto di hotel di lusso, è uno scandalo insopportabile a spese degli onesti contribuenti”.
E’ Beppe Grillo a scriverlo su Facebook, riproponendo le parole del deputato M5S Riccardo Fraccaro, che dice, tra l’altro, “dopo 64 anni di politica costata fiumi di soldi pubblici oltre che danni incalcolabili alla democrazia, Napolitano la smetta di pesare ancora sulle spalle del Paese”.
La demagogia imperversa
Vediamo di chiarire i termini della questione.
Ognuno è libero di andare nell’albergo che più gli aggrada, basta che se lo paghi. Napolitano ovviamente se lo paga, quindi sono affari suoi.
Che poi parli di “hotel di lusso” proprio Grillo, abituato a quelli esclusivi del Kenia o della Costa Smeralda, fa sorridere.
Cosa sono 500 euro a notte in confronto ai 15mila euro a settimana che Beppe Grillo chiede per affittare la sua casa di Marina di Bibbona?
Le altre spese, quelle relative alla scorta per ragioni di sicurezza, sono effettivamente, anche se indirettamente, a carico dei contribuenti italiani.
Peccato che la stessa cosa valga anche per i ministri, i segretari di partito, gli ex presidenti di Camera e Senato, non solo della Repubblica, e tutte le personalità  a rischio secondo le valutazioni del Viminale.
Quindi la stessa scorta “protegge” pure un Di Maio, un Salvini e compagnia cantando.
Scorta a cui non si può rinunciare, tra l’altro, per ragioni di Stato.
Come da comunicato del Viminale   «La tutela dell’ex capo di Stato è assicurata, non a richiesta dell’interessato, ma sulla base delle norme vigenti, con gli stessi criteri e con le stesse modalità  utilizzati per analoghi servizi di protezione. I dettagli sulla composizione di detti servizi sono dati sensibili».
Quindi fatevene una ragione e   cercate di fare politica con argomenti seri, se ci riuscite.

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LA CAMPAGNA #LIBERODALLODIO CONTRO IL QUOTIDIANO DI FELTRI

Luglio 20th, 2017 Riccardo Fucile

RAZZISMO E XENOFOBIA: INVITO AGLI INSERZIONISTI PUBBLICITARI A DISINVESTIRE DAL QUOTIDIANO… GIA’ 5 LE SANZIONI DISCIPLINARI DALL’ORDINE DEI GIORNALISTI IN SEI MESI A CARICO DEL DIRETTORE   PER VIOLAZIONE DELLA CARTA DEL GIORNALISTA

Razzismo e xenofobia stanno diventando la vera emergenza nazionale con la quale dovremo fare i conti in un futuro prossimo.
Avvoltoi politici, con la loro corte di tirapiedi della carta stampata e opinionisti dell’ultima ora, lo hanno capito prima degli altri, visto che stanno investendo tempo ed energie nel soffiarci sopra, nella piena consapevolezza che in Italia ogni “emergenza” fa muovere i soldi e spostare voti.
Da qui il lancio della campagna #liberodallodio, promossa da Associazione 21 luglio con il supporto della Coalizione italiana per le libertà  e i diritti civili.
L’ obiettivo è quello di richiamare i media all’utilizzo di un’informazione più corretta sugli argomenti “caldi” discussi dall’opinione pubblica.
La campagna intende coinvolgere i cittadini in un appello agli enti profit e non profit che acquistano spazi pubblicitari sull’edizione cartacea del quotidiano Libero, chiedendo loro di disinvestire dal giornale e richiamando alla responsabilità  sociale e etica che ogni impresa è chiamata a salvaguardare.
Perchè Libero?
Secondo il lavoro svolto dai diversi Osservatori sui media, il giornale diretto da Vittorio Feltri, come e più di altre testate, costruisce la sua identità  su un linguaggio provocatorio e aggressivo, tanto da arrivare a collezionare un vero record di sanzioni disciplinari: solo 5 negli ultimi mesi.
Colpire il linguaggio di un quotidiano attraverso un’attività  di pressione nei confronti dei suoi inserzionisti rappresenta una novità  unica nel nostro Paese.
Che dovrà  sempre più abituarsi ad individuare, in seno alla società  civile, nuovi anticorpi per rispondere agli “incendiari” che vogliono ridurre in cenere i valori civili su cui è costruita l’identità  dell’Italia

Ecco il testo dell’appello
La Campagna #LIBERODALLODIO mira a contrastare le forme di informazione stereotipata e la cultura dell’odio che divide la nostra società  e contribuisce ad alimentare un clima d’odio e discriminazione.
I titoli sensazionalistici e gli articoli improntati sui cd. “discorso d’odio” a cui spesso alcuni media ricorrono contribuiscono a diffondere stereotipi e pregiudizi su gruppi di persone e creano terreno fertile per episodi violenti e discriminatori.
La campagna
La campagna #LIBERODALLODIO — nata dal quotidiano lavoro di monitoraggio delle testate on-line e cartacee dell’Osservatorio 21 Luglio — si basa sulla convinzione che la società  civile ha potere di richiamare, anche indirettamente, giornalisti e testate all’utilizzo di un’informazione corretta rispetto ai temi caldi discussi dall’opinione pubblica.
Per questo vogliamo rivolgere un appello alle aziende che acquistano spazi pubblicitari su Libero Quotidiano, richiamandoli alla responsabilità  sociale ed etica che ogni impresa è chiamata a salvaguardare.
Perchè Libero?
Il giornale Libero Quotidiano, come e più di altre testate, costruisce la sua identità  su un linguaggio provocatorio e aggressivo, ha un forte impatto sull’opinione pubblica e ha suscitato dibattiti periodici soprattutto in seguito ad alcune titolazioni ed articoli particolarmente eclatanti.
Solo nell’ultima parte del 2016 e nei primi mesi del 2017 l’Ordine dei Giornalisti della Lombardia nei confronti di giornalisti e del direttore di Libero Quotidiano ha deliberato ben 5 sanzioni disciplinari per articoli ed editoriali aventi ad oggetto rom, migranti e altre categorie sociali deboli contrari sia alla Carta dei doveri del giornalista, in particolare con riferimento al dovere fondamentale di “rispettare la persona e la sua dignità  e di non discriminare nessuno per la razza, la religione, il sesso, le condizioni fisiche e mentali e le opinioni politiche”, sia alla Carta di Roma che invita i giornalisti italiani ad “adottare termini giuridicamente appropriati sempre al fine di restituire al lettore e dall’utente la massima aderenza alla realtà  dei fatti, evitando l’uso di termini impropri”.
L’obiettivo
Con cadenza mensile verranno individuati gli inserzionisti che avranno acquistato il maggior numero di spazi pubblicitari o saranno maggiormente apparse in tale arco temporale sull’edizione cartacea del quotidiano.
A loro ci si rivolgerà  per chiedere di impegnarsi e di prendere una posizione etica riducendo o sospendendo la loro pubblicità  su questa testata fino a quando non cesserà  la diffusione della “cultura dell’odio”.
Cosa puoi fare tu
Puoi aderire alla campagna inviando la lettera agli enti e le aziende individuate. Come consumatori o possibili utenti degli enti e delle aziende da cui acquistiamo, abbiamo il diritto e il dovere di esprimere il nostro punto di vista e chiedere di aderire con noi alla causa.
Chiedi che si operi una scelta etica e che i nostri soldi non aiutino a sostenere chi fa del sensazionalismo e della stigmatizzazione il suo tratto distintivo.

(da agenzie)

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MAFIA CAPITALE: 20 ANNI A CARMINATI, 19 A BUZZI, 11 A GRAMAZIO, 6 A CORATTI, 10 A PANZIRONI

Luglio 20th, 2017 Riccardo Fucile

CADE L’ASSOCIAZIONE DI STAMPO MAFIOSO, IL PM IELO: “LE SENTENZE SI RISPETTANO”

Crolla l’associazione di stampo mafioso. Lo hanno stabilito i giudici della X sezione penale di Roma a conclusione del processo a Mafia Capitale.
L’inizio della lettura della sentenza, come annunciato, è alle 13. Il X collegio penale entra puntuale e la presidente Rossana Ianniello inizia a leggere la sentenza. Escludendo l’associazione di stampo mafioso ma riconoscendo quella semplice.
Così inizia a dare lettura, imputato per imputato, degli anni di condanna.
Le condanne   Salvatore Buzzi condannato a 19 anni, Massimo Carminati a 20. Per Mirko Coratti, ex presidente del Consiglio comunale di Roma ed esponente del Partito democratico, 6 anni. di carcere. Per Gramazio ex   An la pena è di 11 anni. Dieci anni a Franco Panzironi, ex ad dell’Ama. Riccardo Brugia a 11 anni.   Luca Odevaine, ex componente del Tavolo di coordinamento nazionale sui migranti del Viminale, è stato condannato a sei anni e sei mesi di reclusione nel maxi processo ‘Mafia Capitale’.
Lo ha deciso la X sezione penale del Tribunale di Roma. Tuttavia i giudici, ritenuta la continuazione rispetto alla pena già  inflitta da due precedenti sentenze, hanno determinato la pena nella misura complessiva di otto anni di reclusione.
Cinque anni a Andrea Tassone, l’ex presidente municipio di Ostia ed esponente del Pd.   Fabrizio Testa è stato condannato a 11 anni. Unici assolti: Giovanni Fiscon Franco Ruggero e Rocco Rotolo.
Ielo: “Deluso, ma sentenze si rispettano”.
“Sono state riconosciute quasi tutte le ipotesi corruttive contestate, devo leggere con attenzione il dispositivo. E’ stato un fenomeno di criminalità  organizzata non mafioso”.
Così il procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo a margine della sentenza di Mafia Capitale. “Le sentenze non devono deludere, devono essere rispettate – aggiunge – In parte la sentenza riconosce la bontà  dei fatti contestati. Ci deve essere per chi fa il mio mestiere un approccio quanto più possibile laico   e razionale”.
Cominciato il 5 novembre del 2015 è terminato il 13 luglio 2017. Oltre 500 gli anni di condanna richiesti dalla pubblica accusa nei confronti dei 46 imputati 22 dei quali accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso.
Concordi tutti su un punto: questo processo ha fatto emergere un sistema sporco nella capitale d’Italia. Che si chiami mafia o corruzione comunque   il marcio è stato scoperchiato.

(da “La Repubblica“)

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TUTTE LE BALLE DI DI MAIO SUI CANADAIR CHE AVREBBE PROCURATO

Luglio 20th, 2017 Riccardo Fucile

LA SUA VERSIONE A “BERSAGLIO MOBILE” SMENTITA DAI RISCONTRI GIORNALISTICI

Durante il suo intervento a Bersaglio Mobile ieri sera Luigi Di Maio è tornato sulla vicenda dei Canadair: le sue affermazioni, oltre a fornirci finalmente la sua versione dei fatti dopo le accuse mossegli nei giorni scorsi, ci permettono di comprendere appieno com’è andata la storia.
Sostiene Di Maio da Mentana: «Quel giorno, era mercoledì scorso, io ero a Bruxelles e il governo ancora non si era mosso per quell’emergenza. Arrivo a Bruxelles e la prima cosa che facciamo con il MoVimento 5 Stelle è una conferenza stampa alle 17,30 in cui chiediamo di avviare il Meccanismo di Protezione Civile Europeo per far arrivare supporto aereo dall’estero, da paesi limitrofi come la Francia o tanti altri, perchè noi sentivamo i vigili del fuoco giù e ci dicevano che senza un supporto aereo non ce la facevano. Fare una conferenza stampa per mettere sotto pressione il governo è l’unica cosa che può fare l’opposizione».
Nell’ordine: Luigi Di Maio sostiene di aver fatto una conferenza stampa a Bruxelles alle 17.30 per chiedere di avviare il Meccanismo di Protezione Civile Europeo.
Vero è che Luigi Di Maio ha fatto una conferenza stampa a Bruxelles intorno alle 17,30.
Purtroppo per lui, le agenzie di stampa che hanno riportato le sue parole dicono che nella conferenza stampa fatta dopo aver incontrato Fabrice Leggeri, direttore dell’Agenzia Frontex per le frontiere esterne dell’Ue, al termine di una sua audizione sulla crisi migratoria al Parlamento europeo, Di Maio ha parlato invece di Triton (e il giorno dopo è stato smentito da Leggeri, ma questa è un’altra storia):
“Oggi il governo dice ‘modifichiamo Triton’”; ma, ha ricordato Di Maio, secondo il governo stesso “tre anni fa Triton era il più grande accordo che l’Italia avesse ottenuto in sede europea per gestire la questione dei migranti. Adesso scopriamo che l’accordo prevedeva che tutti i migranti imbarcati salvati nel Mediterraneo dovessero sbarcare solo nei porti italiani. E quando abbiamo chiesto al direttore di Frontex che cosa succede se l’Italia chiude i porti, ci ha risposto che la situazione è complessa, ma che l’Ue si limiterebbe a ridurre gli stanziamenti dell’operazione Triton. Cioè — ha osservato il vicepresidente della Camera — il problema per l’Ue è solo quello dei finanziamento, non gliene frega niente di salvare la gente in mare, ed è questa la follia”. Oltretutto, quello fra Italia e Frontex sulla missione Triton “è stato un accordo bilaterale firmato a livello di burocrati”, secondo quanto riferito da Leggeri. “Ci ha spiegato chiaramente che un accordo cosi importante, celebrato come l’accordo del secolo, neanche i ministri sono andati a firmarlo”, ha rilevato Di Maio. (TMNews ore 18,29)
La versione di Di Maio su ambasciate e Canadair
Andiamo a vedere che sulla sua pagina Facebook Luigi Di Maio mercoledì alle 20 e 18 ha pubblicato un intervento live in compagnia di Valeria Ciarambino (consigliera regionale M5S in Campania) nel quale ha parlato dei Canadair da inviare dall’estero. Qui dice di aver chiamato le ambasciate: «Al di là  delle polemiche, serve subito che gli altri Paesi europei ci inviino Canadair per spegnere le fiamme, così come abbiamo fatto noi con il Portogallo qualche settimana fa». E dice (verso la fine): «Ci appelliamo a tutti i paesi per attivare il meccanismo di protezione civile europeo per spegnere le fiamme».
È quindi evidente che l’appuntamento con la stampa delle 17,30 è stato dedicato a tutt’altro (ovvero a Triton) e che semmai quello che Di Maio ha raccontato a Mentana è successo dopo.
Continua Di Maio a Bersaglio Mobile: «Allo stesso modo io ho chiamato le ambasciate, ho parlato con l’ambasciatore portoghese, l’ambasciatore spagnolo, l’ambasciatrice tedesca, l’ambasciatore austriaco, il mio staff ha preso contatti con l’ambasciata francese perchè? Per mettere prima di tutto pressione a un governo che non si muoveva su questo tema. Quello che ho fatto è sfruttare i contatti con queste ambasciate che io ho come vicepresidente della Camera. Dopodichè mi sono recato a fare il sopralluogo sul Vesuvio. L’ambasciatrice francese quella sera non era reperibile ma il mio staff aveva preso contatti con funzionari dell’ambasciata».
Anche perchè il M5S ha detto che Di Maio ha contattato le ambasciate attraverso la batteria del Viminale, come ha dichiarato il M5S.
Tutte le ambasciate che ha chiamato Di Maio
Quello che Di Maio però ha “dimenticato” di riferire è la risposta che gli è stata data dalle ambasciate che ha chiamato.
Ne ha parlato ieri Daniele Ranieri sul Foglio: «Il 12 luglio Luigi Di Maio ha chiamato l’ambasciata tedesca e l’ambasciata austriaca per ottenere aiuto per domare gli incendi e ha parlato con l’ambasciatore tedesco Susanne Wasum-Rainer. Ma sono state chiamate inutili, come l’ambasciatore tedesco ha gentilmente spiegato a Di Maio, perchè tra l’altro la Germania e l’Austria non sono fra i quattro paesi europei che dispongono di aerei Canadair e anche perchè in questi casi le richieste di cooperazione passano attraverso il Meccanismo Europeo di Protezione Civile». Zan zan zan.
C’è altro? Sì, c’è.
«Dei quattro paesi europei che hanno a disposizione gli aerei Canadair la Francia — come già  si sa — non è stata contattata da Di Maio, la Croazia ha verificato e ha risposto di non essere mai stata contattata da Di Maio, la Spagna ha risposto “è la prima volta che sento questa storia, ma non posso dirlo con sicurezza perchè ci sono i turni delle vacanze e forse l’ambasciatore non era a Roma”, la Grecia ha risposto “non ci risulta”», ha scritto sempre ieri il Foglio prima dell’intervento di Di Maio.
Di Maio e il Meccanismo di Protezione Civile Europeo
Infine, dice Di Maio a Bersaglio Mobile: «Che cosa succede? Alle 11,30 (di sera, mercoledì 12 luglio ndr) inizio a risalire il Vesuvio con i vigili del fuoco per il sopralluogo e so che in quelle ore il governo si stava muovendo.
L’indomani mattina mi chiamano i parlamentari europei e mi dicono ‘Il governo un’ora dopo la vostra conferenza stampa ha attivato il Meccanismo di Protezione Civile Europeo’. E infatti quella mattina arrivano i Canadair francesi e io ne do notizia perchè me l’hanno data i nostri parlamentari europei che sono andati a parlare con la struttura europea che coordina questa protezione civile europea proprio per capire quali fossero le azioni in atto».
Noi però sappiamo che le agenzie di stampa non hanno riportato alcuna dichiarazione di Di Maio riguardo il Meccanismo di Protezione Civile Europeo alle 17,30; lo hanno fatto dopo le 20, ovvero dopo il video in cui Di Maio lo diceva.
Quindi nessuno in Italia poteva sapere della sua azione (inutile) nei confronti delle ambasciate e della sua richiesta riguardo il Meccanismo prima di quell’ora (a meno di non immaginare un agente segreto della Protezione Civile che segue Di Maio per riferire tutto a Roma, cosa che —   immagino — qualcuno sarà  pronto a ipotizzare).
A questo punto voi direte: vabbeh, Di Maio ha fatto chiamate inutili a tedeschi e austriaci, non risulta che abbia chiamato i francesi, i croati, gli spagnoli (?) e i greci, ma secondo la sua versione alla fine del suo intervento dopo (molto dopo) le 17,30 di mercoledì 12 luglio è stato attivato il Meccanismo di Protezione Europea!
Ehm, no. Perchè, come avevamo scritto una settimana fa, la richiesta d’aiuto è stata attivata formalmente il 12 luglio dalla Protezione Civile italiana alla UE (gli aerei tra l’altro sono rientrati il 15 per fronteggiare un’emergenza in Francia).
Sì, ma Di Maio dice di essere intervenuto il 12 luglio di sera quindi tutto regge, direte voi.
L’Emergency Response Coordination Centre della Protezione Civile Europea ha un sito internet dove segnala le emergenze attive.
Tra queste, purtroppo, c’è ancora quella del Vesuvio. Se provate a passare sul simbolo dell’emergenza italiana trovate la segnalazione dell’orario in cui l’Italia (la Protezione Civile italiana) ha attivato l’UCPM (il Meccanismo di protezione civile europea):
Incendi boschivi hanno colpito il sud italia in particolare le regioni della Sicilia, Basilicata, Campania, Lazio e Calabria. A causa della gravità  della situazione il 12 luglio alle 1610 UTC l’Italia ha attivato il meccanismo della protezione civile dell’Unione (UCPM) richiedendo un modulo antincendio (due aerei) per 4-5 giorni per rispondere all’emergenza.
Le 16,10 UTC. Ovvero, le 18,10 ora italiana.
Fine delle balle.

(da “NextQuotidiano”)

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“NELL’INFERNO DI VIA D’AMELIO UN UOMO DEI SERVIZI CHIEDEVA DELLA VALIGETTA DI BORSELLINO”

Luglio 20th, 2017 Riccardo Fucile

IL RACCONTO DELL’ISPETTORE GAROFALO, UNO DEI PRIMI AD ARRIVARE SUL LUOGO DELLA STRAGE

Di quel pomeriggio in via d’Amelio ricorda l’odore acre dei copertoni bruciati, le auto in fiamme, le urla. Ricorda i volti degli anziani e dei bambini che ha aiutato a uscire dai palazzi sventrati. Ricorda tanto fumo.
E all’improvviso, un uomo ben vestito, con una giacca, che cosa strana un uomo con la giacca dentro quell’inferno di fumo e fiamme.
«Si aggirava attorno alla blindata del procuratore Paolo Borsellino — racconta l’ispettore Giuseppe Garofalo, uno dei primi poliziotti delle Volanti ad arrivare in via d’Amelio — chiedeva della borsa del giudice, l’ho subito fermato. “Scusi, chi è lei?”. Ha risposto: “Servizi segreti”. E mi ha mostrato un tesserino. L’ho lasciato andare, capitava spesso che sulla scena dei delitti di Palermo ci fossero agenti dei Servizi, non mi sono insospettito. Ma adesso mi chiedo chi fosse davvero quell’uomo».
L’ispettore Giuseppe Garofalo voleva fare l’archeologo da ragazzo. Ma ha finito per seguire le orme del padre, il maresciallo Garofalo è stato per quarant’anni una delle colonne portanti della squadra mobile di Ragusa.
Fa il poliziotto anche il fratello di Giuseppe, e pure sua moglie. «Io l’università  l’ho fatta alla sezione Omicidi della squadra mobile di Palermo — sussurra — anni difficili, quelli. Era il 1989. Le corse da una parte all’altra della città , a raccogliere cadaveri e misteri, troppi misteri a Palermo. E un giorno, l’incontro con il giudice Falcone, nel suo ufficio bunker al palazzo di giustizia. Alla fine, mi strinse la mano e mi disse: “In bocca al lupo per la sua carriera”».
Quel pomeriggio del 19 luglio 1992, Giuseppe Garofalo è il capopattuglia della volante 32. «Potevamo essere spazzati anche noi in via d’Amelio, perchè generalmente la pattuglia faceva da apripista alla scorta di Borsellino. Ma quel pomeriggio non fummo chiamati dalla centrale operativa per accompagnare il giudice a casa della madre, chissà  perchè».
Quando un boato squarcia Palermo, alle 16,58, la questura manda subito la volante 21. «Si pensava all’esplosione per una bombola di gas. Noi eravamo a Mondello, dico all’autista di stringere. E arriviamo pochi attimi dopo la 21. Non c’è nessuno in quella strada avvolta dal fumo».
Il primo pensiero è per gli abitanti dei palazzi di via d’Amelio, che sembrano i palazzi di una zona di guerra.   «Ci siamo lanciati dentro, non abbiamo pensato che potessero esserci dei crolli, c’era gente insanguinata per le scale. Ricordo che abbiamo soccorso la mamma di Borsellino. Poi, io sono sceso in strada, di corsa. Il capo pattuglia della 21 stava già  accompagnando in ospedale il superstite della scorta, Antonino Vullo. Io mi aggiravo in quell’inferno. Su un muro c’erano i resti di un collega, per terra la sua mitraglietta M12 sciolta per il terribile calore dell’esplosione. Per terra, quello che restava del procuratore Borsellino».
In via d’Amelio cominciano ad arrivare decine di persone che camminano sui reperti, sui resti, su tutto ciò che potrebbe costituire una traccia per arrivare agli stragisti. «All’improvviso, quasi senza accorgermene — così continua il racconto di Giuseppe Garofalo – mi ritrovo davanti quell’uomo ben vestito che chiede della borsa del giudice. E’ un attimo, un frame nella mia testa. Oggi, quell’uomo con la giacca è una persona che resta senza volto, i ricordi sono confusi».
I magistrati di Caltanissetta hanno già  ascoltato Garofalo, gli hanno anche mostrato diverse fotografie. Ma non è emerso nessun volto in particolare. «Quell’uomo è un fantasma — dice ora l’ispettore — e quel pomeriggio in via d’Amelio un incubo. Per un mese non riuscì a dormire. E in tutti questi anni non sono più voluto tornare in quei luoghi. Poi, due anni fa, mia figlia mi chiese di accompagnarla in via d’Amelio, le ho raccontato cosa avevo vissuto». Giuseppe Garofalo è poliziotto ormai di esperienza, ma ancora si commuove quando rievoca i suoi giorni a Palermo.
Alla Mobile, il suo dirigente fu Arnaldo La Barbera, il superpoliziotto adesso al centro della bufera sul depistaggio delle indagini sulla strage Borsellino. «Io non so quello che è successo — dice l’ispettore Garofalo — tutti siamo fallibili, ma quando io ero alla squadra mobile La Barbera era un esempio per tutti noi. Viveva praticamente in ufficio, ricordo di quando fece pulizia, qualche mese dopo il suo arrivo, buttando fuori gente che riteneva collusa o comunque avvicinabile».
Un altro mistero. «Io ho fiducia che la verità  un giorno la sapremo — dice Giuseppe Garofalo — dobbiamo avere fiducia nelle istituzioni, la magistratura e le forze dell’ordine, che questa verità  non hanno mai smesso di cercare, per onorare i nostri morti».

(da “La Repubblica“)

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