Agosto 18th, 2017 Riccardo Fucile
LA COMPAGNA: “TRAVOLTO DAVANTI AI DUE BAMBINI”… IL COMMOSSO RICORDO DEI COLLEGHI
La drammatica conferma di una vittima italiana arriva dai colleghi di lavoro: Bruno Gulotta, 35 anni, residente a Legnano e responsabile marketing e vendite di Tom’s Hardware, sito specializzato in tecnologia, è stato falciato dal furgone killer che ieri ha ucciso 13 persone sulla Rambla di Barcellona.
Lo racconta al telefono con Repubblica Andrea Ferrario, caporedattore del sito: “Sapevamo che Bruno era in vacanza a Barcellona con la compagna e i due figli piccoli. Dopo aver appreso dai tg dell’attacco abbiamo provato subito a contattarlo: ma il suo cellulare squillava a vuoto. Solo dopo alcune ore ci ha risposto la compagna Martina dicendoci che Bruno non c’era più”.
Un racconto terribile, quello fatto da Martina ai colleghi: la famiglia stava passeggiando sulla Rambla. Lei portava in braccio la figlia Aria, 7 mesi, in un marsupio agganciato al busto. Bruno la precedeva tenendo per mano l’altro figlio. Alessandro, 5 anni, che fra pochi mesi andrà in prima elementare.
La serena passeggiata familiare si è trasformata ben presto in incubo. Bruno Gulotta sarebbe stato uno dei primi ad essere travolto dal furgone guidato dal terrorista. E la compagna avrebbe fatto solo in tempo a tirar via il bambino che il padre teneva per mano trascinndolo lontano dalla traiettoria del mezzo.
Bruno Gulotta è rimasto a terra sanguinante, le gambe spezzate e scomposte ed è morto così, morto sotto gli occhi dei bambini.
“La famiglia”, raconta Ferrario “è rimasta illesa: almeno fisicamente. Alcuni parenti sono già in viaggio per raggiungerli e sostenerli. Noi stiamo cercando di capire in che modo possiamo renderci utili. Faremo tutto il possibile”.
Un ricordo di Bruno è apparso già nelle prime ore del mattino sul sito di Tom’s Hardware a firma di Roberto Buonanno, country manager dell’azienda: “il nostro collega Bruno aveva postato su Facebook le tappe del suo percorso e tutto sembrava procedere esattamente come uno si aspetterebbe da un viaggio di vacanza”.
C’era anche una foto della Rambla, forse scattata il giorno prima. “Gulotta – aggiunge Buonanno – era un punto di riferimento per tutti quelli che lo hanno conosciuto. Per noi di Tom’s Hardware era una colonna portante. Chiunque entrava in contatto con lui – clienti, fornitori o star del web – restava colpito dalla sua gentilezza e dalla sua professionalità . Aveva una fame insaziabile di conoscenza ed era un vero smanettone, uno di noi, anche se poi aveva deciso di dedicarsi a tempo pieno al marketing e alle vendite, di cui era diventato responsabile. E in quel ruolo non ho mai conosciuto una persona più capace. Amava studiare ogni aspetto della propria vita e professione, era un lettore insaziabile e un avido ricercatore della perfezione”.
(da “La Repubblica”)
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Agosto 18th, 2017 Riccardo Fucile
UN PIANO UNICO CON ESPLOSIVO, MA MERCOLEDI’ LE BOMBOLE DI GAS ERANO ESPLOSE PER L’IMPERIZIA DEI TERRORISTI… L’ATTENTATORE DI BARCELLONA HA 17 ANNI ED E’ ANCORA IN FUGA… UN ITALIANO TRA LE VITTIME
C’è un italiano tra le 13 vittime dell’attacco di Barcellona: Bruno Gulotta, 35 anni, di Legnano, è
rimasto ucciso sulle Ramblas nel raid terroristico di ieri pomeriggio.
Gli attentati di Barcellona e Cambrils sono collegati tra loro e insieme sarebbero parte di un piano che prevedeva anche un attacco con esplosivo.
È questa la pista su cui sta lavorando la polizia catalana all’indomani della strage sulle Ramblas di Barcellona e a poche ore dal conflitto a fuoco di Cambrils nel quale 5 terroristi sono rimasti uccisi. La prova sarebbe nel legame tra l’attentato di ieri pomeriggio e l’esplosione avvenuta mercoledì notte in una casa nel comune di Montecarlo de Alcanar Platja, 110 chilometri a sud di Tarragona e una novantina a sud di Cambrils.
La violenta esplosione ha causato sette feriti tra gli abitanti delle abitazioni vicine: tra questi, secondo quanto riporta il sito Diari de Tarragona, “quattro francesi, un italiano, un marocchino e uno spagnolo”.
La caccia all’uomo.
L’autista in fuga ha rubato un’auto, ha ucciso il proprietario a coltellate, ha forzato un posto di blocco sulla Diagonal ferendo un agente. Poi è scappato a piedi ed è tuttora ricercato. Secondo la polizia, si tratta del 17enne Moussa Oukabir, arrivato in Spagna da una settimana (Il suo profilo Facebook è stato messo offline).
Sarebbe stato lui alla guida del furgone che ha travolto decine di persone sulle Ramblas, dileguandosi dal luogo dell’attacco con il volto semicoperto da un berretto. Moussa è il fratello di Driss Oukabir, 28 anni, l’uomo che s’è recato alla polizia per dire che il fratello minore gli avrebbe rubato i documenti per poter noleggiare nella località di Santa Perpetua de la Mogoda due furgoni, uno utilizzato nell’attacco a Barcellona. L’altro ritrovato in serata a Vic, a nord del capoluogo catalano. Ma i poliziotti non gli hanno creduto e lo hanno arrestato.
L’esplosione ad Alcanar
Lo ha confermato al quotidiano ‘El Periodico’ il capo dei Mossos d’Esquadra, Josep Lluis Trapero, aggiungendo che nell’esplosione ad Alcanar un uomo era morto mentre maneggiava bombole di gas e un altro era rimasto ferito ed è stato arrestato. Secondo i vicini, nella casa abitavano due fratelli magrebini. Ad Alcanar, nel luogo dell’esplosione, sono state trovate almeno 20 bombole di gas. L’uomo ferito è stato ricoverato nell’ospedale Virgen de la Cinta. Secondo El Periodico, tra le macerie della casa crollata sono stati trovati documenti che riletti ora consentono di stabilire il collegamento con la strage di Barcellona.
I Mossos d’Esquadra hanno interrogato il ferito, originario dell’enclave spagnola di Melilla, in Marocco, ma l’uomo si è rifiutato di rispondere alle domande ed è stato arrestato. Il sindaco di Alcanar, Alfons Montserrat, ha riferito che ieri sera una scavatrice inviata per rimuovere le macerie ha causato accidentalmente una seconda esplosione nella quale sono rimasti feriti sei agenti dei Mossos d’Esquadra (uno dei quali è grave), due vigili del fuoco e il ruspista.
L’attacco di Cambrils
Gli indizi raccolti confermano dunque che l’azione di Barcellona non è stata opera di un lupo solitario, ma di una cellula vera e propria. Ulteriori elementi si attendono dalla identificazione dei cinque terroristi uccisi stanotte a Cambrils.
L’attacco bloccato dalla polizia era stato organizzato con dinamiche simili a quella vista a Barcellona, ma avrebbe potuto avere conseguenze anche più gravi se i terroristi fossero riusciti a scendere dall’auto e a sparare tra la gente: intorno a mezzanotte un’Audi A3 ha imbucato a tutta velocità il lungomare della cittadina balneare, travolgendo diverse persone prima di essere intercettata da una pattuglia dei mossos d’esquadra.
Nel conflitto a fuoco sono stati uccisi cinque terroristi (quattro sul posto, uno è morto in ospedale). I terroristi indossavano delle cinture imbottite, ma gli artificieri hanno accertato che erano finte e non c’era esplosivo. Una sesta persona collegata all’attacco è stata arrestata più tardi per le strade della cittadina. L’attacco ha causato il ferimento di sei civili e di un poliziotto.
Un morto italiano a Barcellona
Bruno Gulotta, 35 anni, di Legnano, l’italiano tra le vittime di Barcellona, era il responsabile marketing e vendite di Tom’s Hardware. La conferma che fosse tra i morti dell’attentato è arrivata dal sito di tecnologia per cui lavorava. Gulotta era in vacanza con la famiglia; la compagna Martina e i due figli piccoli erano con lui al momento dell’attacco. L’ambasciata italiana in Spagna ha reso noto che tra i feriti dell’attacco sulle Ramblas risultano tre italiani, due dei quali sono già stati dimessi.
Lo ha detto a ‘Voci del Mattino’ (Rai Radio 1) l’ambasciatore Stefano Sannino.
“I tre feriti italiani – ha poi spiegato l’ambasciatore a Sky Tg24 – sono stati ricoverati in ospedali di Barcellona, due sono già stati dimessi e l’altro ha riportato fratture ma la sua condizione di salute non è grave nè complessa”.
L’ambasciatore ha ricordato che “si sta lavorando in stretto contatto con le autorità catalane e la magistratura spagnola”. La procura di Roma ha aperto un fascicolo. Tra gli altri feriti vi sarebbero poi 26 cittadini francesi (11 dei quali in gravi condizioni) e quattro australiani; una australiana compare tra i ‘dispersi’.
Non è stata diramata invece alcuna nota ufficiale sull’identità e la nazionalità delle vittime. La polizia ha confermato soltanto che tra esse vi sono tre cittadini tedeschi e uno belga.
I tre arresti e l’uomo di Barcellona in fuga
Al momento, dunque, sono tre le persone arrestate perchè collegate in qualche modo agli attentati. Il primo è Driss Oukabir, l’uomo che ha denunciato il furto dei suoi documenti con i quali è stato poi noleggiato il furgone utilizzato per l’attacco di Barcellona. Oukabir, residente a Ripoll, è stato fermato quando si è presentato al commissariato per fare la denuncia di furto.
Il secondo arrestato è un cittadino di Ceuta – enclave spagnola in Marocco – che è stato fermato a Cambrils poco dopo il conflitto a fuoco nel quale sono stati uccisi cinque terroristi. Il suo nome è collegato alla casa di Alcanar dove c’è stata l’esplosione mercoledì sera.
Il terzo sottoposto a fermo è l’uomo rimasto ferito nell’esplosione di Alcanar; anche lui viene dall’enclave spagnola in Marocco. Nessuno di questi, precisa la polizia, può essere collegato direttamente all’attacco di Barcellona.
Resta ancora in fuga l’autore materiale della strage sulle Ramblas. L’unico sospettato, per ora, è Moussa Oukabir.
(da “La Repubblica”)
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Agosto 17th, 2017 Riccardo Fucile
IL DOSSIER ONU CHE RIVELA NOMI E INCARICHI DEI CRIMINALI LIBICI … ECCO CHI SONO LE “PERSONE PERBENE” CARE A MINNITI E SALVINI
Com’è possibile movimentare ogni giorno migliaia di persone, percorrere rotte desertiche, attraversare confini polverosi, raccogliere e trasferire denaro, fornire carburante alle centinaia di mezzi di trasporto, ottenere i lasciapassare, governare i centri di raccolta e poi gestire la flotta per i viaggi via mare — per molti l’ultima tappa in ogni senso — e tutto questo senza dare nell’occhio?
«Una filiera del genere non può passare inosservata. E non può prosperare senza la complicità di chi oggi afferma di voler porre fine al traffico di migranti». L’investigatore Onu che parla sotto anonimato, si fa precedere da un rapporto di 299 pagine inviato al Consiglio di sicurezza nelle scorse settimane.
Un dossier che le cancellerie conoscono, a cominciare dall’Italia che quest’anno è membro non permanente proprio dell’organo di vertice del Palazzo di Vetro.
Nel faldone ci sono decine di nomi che scottano.
Come quello di Fathi al-Far, comandante della brigata al-Nasr, alleato forte del premier Serraj, riconosciuto dalla comunità internazionale.
L’ex colonnello dell’esercito di Gheddafi «ha aperto un centro di detenzione a Zawiyah», sulla costa occidentale, a metà strada tra Tripoli e Zuara.
Il gruppo di investigatori «ha ricevuto informazioni secondo cui il centro è usato per ‘vendere’ i migranti ai contrabbandieri». Sotto gli occhi dei fedelissimi di Sarraj.
Non è un caso che sempre a Zawiyah, il capo della Libyan Petroleum Facilities Guard, milizia che dovrebbe proteggere i siti di estrazione dell’oro nero, «risulta coinvolto nell’approvvigionamento di carburante per i trafficanti ».
È Mohamed Koshlaf che fattura milioni di dollari stipando in alcune raffinerie migranti, all’occorrenza costretti ai lavori forzati nei pozzi, da rivendere poi agli scafisti.
Suo fratello, Walid Koshlaf, si occupa degli aspetti finanziari.
Nei loro affari i Koshlaf possono contare su Abd al-Rahman Milad (alias Bija), non un personaggio qualunque, ma il capo della Guardia costiera di Zawiyah, ritenuto «un importante collaboratore di Koshlaf nel settore del combustibile».
Si tratta di uno degli uomini che con le sue motovedette dovrebbe occuparsi del contrasto agli scafisti e che in questi giorni ha ricevuto l’ordine di tenere alla larga le Ong dalle acque libiche, riappropriandosi dell’area di ricerca e soccorso che fu stabilita all’epoca di Gheddafi e che si estende per quasi dieci volte rispetto ai 22 chilometri delle acque territoriali.
Abbastanza per non avere scocciatori intorno.
Suoi militari sono sospettati dall’Onu di avere sparato il 17 agosto 2016, in acque internazionali, contro una nave di Medici senza frontiere.
Per la verità gli alleati di Sarraj talvolta sono entrati in conflitto con i trafficanti.
Non per mettere in salvo le carovane di profughi.
Nel 2016 e nel 2017 si sono ripetuti violenti scontri a Zawiya, dove «gruppi concorrenti catturano regolarmente i migranti per sottrarli ai loro rivali, spesso provocando morte e lesioni gravi ai numerosi stranieri».
Lo stesso starebbe accadendo in mare, con i ‘soccorsi’ della Guardia costiera libica, che in realtà avrebbero lo scopo di «rassicurare l’opinione pubblica internazionale — spiega l’investigatore — e nello stesso momento sottrarre migranti alla concorrenza, riportandoli nei centri di detenzione dove verranno rivenduti ad altri scafisti».
Il sito di imbarco principale «sembra essere Talil Beach — si legge nel documento —, nel complesso turistico di Sabrata», un’area fortemente controllata dal governo riconosciuto.
Uno degli episodi più controversi risale alla fine del 2016, quando mezzi europei dell’operazione Eunavfor Med, impegnati in un pattugliamento anti-scafisti abbordarono il peschereccio libico ‘Luffy’.
L’equipaggio disse che le persone a bordo non erano migranti, ma miliziani fedeli a Serraj, perciò furono lasciati andare.
Sotto coperta c’erano diverse armi leggere e alcuni mortai.
L’inchiesta Onu ha accertato che la ‘Luffy’ è di proprietà di un ufficiale della Guardia costiera e membro del Consiglio militare di Misurata, alleato di Serraj.
Altre conferme potrebbero arrivare da indagini finanziarie in Europa.
Il team di investigatori sta esaminando «una serie di transazioni bancarie da parenti di migranti residenti in Svezia. Questi depositi vengono effettuati su conti svedesi, ma i trasferimenti ai contrabbandieri avvengono attraverso il sistema di hawala».
In altre parole, i fondi non vengono scambiati con strumenti bancari, ma i ‘bonifici’ sono basati unicamente sulla parola e in seguito saldati, eludendo la tracciabilità , attraverso compensazioni in banche del «Sudan, Dubai, Emirati Arabi Uniti, dove il denaro viene poi riciclato».
(da “Avvenire”)
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Agosto 17th, 2017 Riccardo Fucile
RIMINI, LE HANNO RUBATO IL CELLULARE E AGGREDITA, LA VITTIMA IN OSPEDALE…ORA QUESTI DUE RIFIUTI UMANI POTRANNO DIVENTARE I NUOVI EROI IDENTITARI
Rapinano, insultano con epiteti razzisti e spintonano facendola cadere a terra, una donna di pelle nera incinta al sesto mese. Ieri sera la polizia di Rimini ha arrestato una coppia, lei 19 anni di Ancona, lui 22 di Caserta, per rapina.
Gli agenti sono intervenuti a una fermata dell’autobus, dove la donna in gravidanza ha subito riferito di essere stata aggredita e derubata del cellulare.
La coppia, che non ha mai smesso di insultare la donna anche davanti ai poliziotti con frasi razziste come “negri di m…. tornate a casa vostra”, oppure “ti faccio abortire negra di m…”, è stata inchiodata dalla testimonianze dei presenti. La gestante per lo choc si è sentita male ed è stata portata in ospedale.
Dopo aver assicurato le cure alla donna la polizia ha acquisito la dichiarazione di una testimone che ha riferito di aver visto scendere dall’autobus due donne e subito dopo una donna di colore spinta sul petto e fatta cadere in terra. La stessa testimone ha riferito che la donna di colore si è lamentata nei confronti di una ragazza italiana per riavere il proprio telefonino cellulare, che le era stato sottratto sull’autobus.
Gli agenti sul posto hanno rinvenuto a terra, vicino all’uscita dell’autobus, un telefonino, un portamonete e la borsa della derubata che ha riferito di essere stata
colpita con calci e pugni e di aver protetto d’istinto la pancia, mentre le urlavano “ti faccio abortire negra di m..”.
Quando l’autobus si è fermato per far scendere alcuni passeggeri alla fermata di linea, infatti i due ragazzi avrebbero spinto la donna facendola cadere in terra.
Acquisite le dichiarazioni ed eseguiti i relativi accertamenti, la coppia è stata portata negli uffici della questura dove i due sono stati arrestati per rapina.
(da agenzie)
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Agosto 17th, 2017 Riccardo Fucile
A SANTA MARGHERITA E’ FINITO IN DISCARICA DA COME ERA RIDOTTO, A PORTOVENERE SCARICATO DAVANTI A UNA CASA ABBANDONATA ALTROVE E’ UNO SPETTACOLO INDEGNO: SPORCO, ROTTO, PERICOLOSO
A Santa Margherita ligure il sindaco l’ha preso, tolto e buttato in discarica. Troppo consumato, era
diventato inguardabile. Ma pare che ne abbia comprato un altro, con i soldi del Comune. A Portovenere hanno scattato la fotografia del red carpet arrotolato e scaricato da una parte accanto alle transenne di una casa abbandonata. A Bonassola il sindaco non l’ha voluto, la messa in posa costava 8mila euro.
E poi le polemiche tra la Regione e la Soprintendeza, le ironie in rete, le contrapposizioni politiche, i punti interrogativi sul finanziamento dell’iniziativa, i chiodi piantati per fissarlo in aree protette, le autorizzazioni mancate.
Insomma, se l’obiettivo di Giovanni Toti era il “purchè se ne parli” allora è stato raggiunto.
Per il resto è un disastro.
Tra il vento, la pioggia, le camminate di migliaia di persone lungo il tappeto, buona parte del manto andrebbe già sostituito con uno nuovo.
E’ una catena di immagini via Whatsapp che, anche queste in maniera oggettivamente, documentano lo stato di salute degradato del tappeto.
Chi posta il red carpet a ridosso del mare ormai mezzo divelto e c’è chi ironizza: «Devono rimuoverlo al più presto prima che si deteriori definitivamente e finisca ad inquinare il mare. Altrimenti le nostre acciughe mangiando i pigmenti rossi verranno scambiate per triglie!». Mentre Antonietta è più pratica: «E poi giù altri soldi nostri per le spese di smaltimento…».
«Toti dice che è un’iniziativa che serve a promuovere il turismo: ma prendono le persone per sceme? Esiste qualcuno che sceglie la Liguria per un tappeto rosso steso per terra?
La prima questione rimane per quale motivo una società che dovrebbe occuparsi di informatica come Liguria Digitale abbia finanziato il red carpet
Il secondo punto, è conoscere la spesa complessiva della trovata.
Il presidente della Regione dice che sono costati non più di 60 mila euro, ma per il solo red carpet tra Portofino e Rapallo ne sono stati spesi circa 40 mila.
L’azienda che fornisce i tappeti rossi alla Regione, inoltre, sostiene che il costo si aggiri intorno ai 3,92 euro al metro quadrato e visto che in Liguria si parla di una copertura totale di circa 50 chilometri i dubbi rimangono.
E poi chissà , magari andranno aggiunti anche i costi per rammendarlo…
(da “La Repubblica”)
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Agosto 17th, 2017 Riccardo Fucile
UN NETTURBINO CHIAMO’ L’AMBULANZA, SI AGGRAVA LA POSIZIONE DEL FIDANZATO… CHE BEI VALORI VENGONO TRASMESSI DALLA EVOLUTA SOCIETA’ OCCIDENTALE “IDENTITARIA” AI GIOVANI
«Allora, c’è una ragazzina, avrà più o meno quindici anni. Trema tutta, è con degli altri amici, sembra che abbia preso chissà cosa. Loro non vogliono chiamare l’ambulanza».
Il tono di voce è concitato, ogni parola registrata dalla centrale operativa del 118 è un macigno sul futuro giudiziario legato alla tragica vicenda della studentessa di 16 anni morta a Genova quindici giorni fa per aver assunto un cristallo di ecstasy. E potrebbe portare nelle prossime ore alla nuova accusa di omissione di soccorso per il fidanzato e l’amico che le hanno ceduto la dose fatale.
Sono le 2 del mattino del 29 luglio e la scena che si presenta a Cristian M., 38 anni, netturbino di Amiu in servizio in via San Vincenzo, a pochi metri dalla stazione Brignole a Genova, è drammatica, terribile. Adele De Vincenzi è priva di sensi in mezzo alla strada – morirà un’ora più tardi in una sala del Pronto soccorso dell’ospedale -. Insieme a lei ci sono tre giovani: il fidanzato Sergio Bernardin, 21 anni, e gli amici Gabriele Rigotti, 19, e Simona (il nome è di fantasia), 16 anni.
L’addetto dell’azienda comunale dei rifiuti pochi istanti prima ha visto Adele crollare a terra, dallo specchietto retrovisore del suo mezzo di servizio.
Non si gira dall’altra parte, non fa finta di nulla.
Scende, propone di dare una mano a soccorrere la ragazza, di chiamare un’ambulanza. Ma i due ragazzi – poche ore dopo verranno arrestati dalla Squadra mobile della questura con l’accusa di aver ceduto ad Adele la dose che l’ha uccisa – non vogliono che s’intrometta, sono quasi infastiditi dal suo intervento.
«Mi rispondevano – spiegherà più tardi in questura l’addetto di Amiu – di non chiamare proprio nessuno, semmai di darle dell’acqua».
Cristian M. però non ci sta. Si allontana, percorre qualche metro, prende il telefono cellulare e chiama ugualmente i soccorsi. Dal numero unico di emergenza 112, la telefonata transita alla centrale operativa della Genova Soccorso che gestisce il servizio del 118. Una registrazione di quaranta secondi tra il netturbino e la dottoressa di turno che racchiude tutta la drammaticità di quella notte.
Cristian M. intuisce subito che la vita di quella ragazzina sta scivolando via, che bisogna fare qualcosa d’immediato per salvarla.
È sotto choc e non lo nasconde al medico in servizio: «Io sono uno spazzino – dice – e mi sento male a vedere ‘sta scena.
Per favore venite subito con un’ambulanza». Il suo racconto è preciso, lucido. Tanto da correggere l’operatore sanitario che confonde il civico davanti al quale Adele è a terra: «È il trenta e non il tre», precisa e ribadisce che la ragazzina ha anche perso i sensi: «Non è cosciente ma trema tutta, sembra che butti gli occhi all’indietro», descrive sconvolto alla centrale operativa di Genova Soccorso.
Questo drammatico dialogo telefonico diventa importantissimo per l’inchiesta della Procura.
Perchè quanto viene riferito dallo stesso netturbino ai medici nella sua telefonata («I due non vogliono chiamare l’ambulanza»), avrà un peso determinante nel processo che dovrà fare piena luce sulla tragica fine di Adele.
Sulla base di questa dichiarazione, ora agli atti dell’inchiesta, i due giovani – entrambi da una decina di giorni ai domiciliari dopo una settimana di carcere – potrebbero rispondere non solo della morte come conseguenza della cessione di droga ma anche del reato di omissione di soccorso.
Lo sta valutando il pubblico ministero Michele Stagno che coordina l’inchiesta della Squadra mobile di Genova diretta dal primo dirigente Marco Calì.
(da “il Secolo XIX”)
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Agosto 17th, 2017 Riccardo Fucile
DUE LE RICHIESTE: GUADAGNARE QUANTO I COLLEGHI UE E AVERE RETRIBUZIONI E ORE DI LAVORO EQUIPARATE IN OGNI ORDINE DI ISTITUTO
“Per insegnare occorre la laurea, abbiamo specializzazioni e master, al concorso ci chiedono
competenze di informatica e di inglese. Eppure valiamo di meno in busta paga dei colleghi che insegnano alle medie, alle superiori e in università : non è giusto”.
E’ la rivolta estiva dei maestri dell’infanzia e della primaria partita con due petizioni lanciate alla vigilia di Ferragosto e che in pochi giorni hanno già raccolto rispettivamente 4.300 e quasi 6.000 firme.
Due le richieste. Una petizione, sostenuta da insegnanti di ogni ordine e grado, reclama stipendi uguali ai colleghi europei; l’altra vuole l’equiparazione delle buste paga e delle ore di lavoro tra chi sale in cattedra in Italia, dalla materna all’università . Una provocazione, quest’ultima – maestri pagati come gli accademici – destinata a fare discutere.
Si tratta comunque di un tema caldo, quello delle basse retribuzioni degli insegnanti italiani, che ora riemerge via social, raccoglie consensi e chiede attenzione al ministero all’istruzione, a cui sono rivolte le due raccolte di firme.
“Vogliamo rivendicare il principio secondo cui è inaccettabile l’ingiusta distribuzione economica e di ore di servizio. Non è possibile che chi più lavora (docenti dell’infanzia e della primaria) percepisce meno rispetto ai colleghi dei gradi d’istruzione superiore”, si legge nella prima petizione.
“Nell’epoca in cui per accedere all’insegnamento di qualsiasi ordine e grado d’istruzione è prevista la laurea, in cui tutti i docenti sono laureati o addirittura in possesso di titoli post laurea non è pensabile nè tollerabile questa diversità di trattamento, legata a vecchi schemi”.
A lanciare l’iniziativa è Ilenia Barca, 40 anni, originaria di Nuoro, docente alla primaria, con nove anni e mezzo di precariato alle spalle, e pedagogista. “Siamo un gruppo di insegnanti sparsi in tutta Italia – spiega – queste nostre richieste sono partite da una riflessione comune sul ruolo dei docenti in Italia e all’estero”.
Gli stipendi, il punto debole.
A inizio carriera un insegnante di scuola primaria guadagna 22.394 euro lordi, a fine carriera arriva a 32.924, secondo dati che si riferiscono al 2013-14.
I docenti di scuola media partono come i colleghi delle superiori: 24.141 euro a inizio carriera; ma i primi arrivano a 36.157 euro mentre i secondi raggiungono i 37.799 euro con 35 anni di contribuzione.
Qui sta il gap da colmare, secondo i promotori della petizione, che ricordano le 24 ore settimanali di insegnamento previste per i maestri di scuola primaria contro le 18 per medie e superiori.
Ilenia Barca difende la scelta anche per un altro motivo: “Più piccoli sono gli alunni maggiori sono le responsabilità di formazione in capo ai docenti. Non si può disconoscere il valore educativo e didattico in generale in nessun ordine e grado dell’istruzione. Ma certo è che, come dimostrano recenti studi, la fascia di età più importante per lo sviluppo dei piccoli studenti di oggi e cittadini di domani è quella compresa tra i 3 e i 10 anni”.
Salvo Altadonna, portavoce del comitato Asi (area sostegno e inclusione), parla di “macroscopica lesione del diritto al salario di funzione che subiscono i docenti”.
Se la laurea è il titolo unico di accesso all’insegnamento per tutte le scuole di ogni ordine e grado, osserva in un approfondimento su Orizzonte Scuola, “non si comprende la sperequazione in atto tra docenti del primo e docenti del secondo ciclo di istruzione: una revisione del contratto sarebbe inevitabile”.
La comparazione tra insegnanti italiani ed europei.
La seconda petizione riguarda un tema più volte sollevato: gli stipendi bassi dei professori italiani nella comparazione con quanto avviene in Europa.
Nella tabella allegata sono evidenti le differenze: si va da un minimo per chi insegna alle superiori in Italia di 24.846 euro ai 33.887 che percepiscono i colleghi spagnoli, ai 34.286 in Svezia sino ai 40.142 euro in Germania.
“E’ impensabile stare in Europa e assistere ad una sperequazione di trattamento economico tra docenti di nazionalità differenti – si legge nel testo – I nostri colleghi europei lavorano in media meno di noi italiani, ma percepiscono stipendi più alti, non vivono l’incubo del precariato come accade in Italia, non hanno l’accesso all’insegnamento veicolato dalle classi di concorso, godono di migliori possibilità di crescita professionale e di maggiori condizioni di tutela e promozione della salute”. Tante le reazioni.
“È arrivato il momento di dare il giusto valore a noi docenti Italiani”, scrive Pietro Lepore da Bari. “Il trattamento economico dei docenti italiani mortifica e non riconosce la loro professionalità , la loro passione e il loro quotidiano impegno”, il parere di Viria Capoluongo.
“Nel mio cv ho dottorato, post-doc, assegni di ricerca all’università e presso fondazioni bancarie. Da antropologa culturale e museale ho svolto ricerche in Africa occidentale, ho stretto accordi universitari internazionali e coordinato progetti nazionali e locali. Pur apprezzando la libertà di insegnamento che in Italia è ancora salvaguardata, il salario non risulta adeguato al curriculum dei docenti”, la testimonianza di Roberta Cafuri.
(da “La Repubblica”)
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Agosto 17th, 2017 Riccardo Fucile
TRA IMOLA E RIMINI, LA ROMAGNA PROTAGONISTA DEI RADUNI… CL PARTE CON IL SUO MEETING, E’ DERBY TRA PD E MDP
Quando il segretario del Pd Matteo Renzi terrà il comizio finale alla Festa nazionale del partito a Imola, a un’ottantina di chilometri di distanza Beppe Grillo chiuderà la kermesse di Rimini del M5S.
La Romagna a fine settembre sarà il terreno di scontro tra le due principali forze politiche che si fronteggeranno alle prossime elezioni. Ma quest’anno la battaglia delle feste di partito si annuncia serrata.
A complicarne la geografia non è solo la coincidenza di date e luoghi, ma anche la concorrenza fra democratici e bersaniani (le feste locali del lavoro degli scissionisti di Mdp, che terranno il loro evento nazionale a Napoli, si sovrappongono a quelle dell’Unità , che hanno mantenuto il nome nonostante il giornale non ci sia più).
Senza contare la frattura del Pd con l’Anpi e la Cgil, che quest’anno non avrà lo stand a Imola ma organizzerà il suo evento a Lecce, sempre negli stessi giorni del raduno nazionale dei democratici. Sinistra italiana, invece, organizzerà ben tre festival in tre distinte località . Ma la prima a partire è Comunione e liberazione, con il meeting annuale di Rimini.
Cl, Rimini. Il consueto appuntamento organizzato dalla Fondazione Meeting di Comunione e liberazione a Rimini quest’anno si terrà dal 20 al 26 agosto. Fra gli ospiti attesi anche il premier Paolo Gentiloni e il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani.
A parte il presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni, a questa edizione non sono stati invitati altri esponenti leghisti e nemmeno cinquestelle.
Pd, Imola.
Dal 9 al 24 settembre a Imola, in provincia di Bologna, si terrà la festa nazionale dell’Unità . Il luogo prescelto è il Parco Lungofiume, con qualche puntatina nel vicino Autodromo, ma senza disturbare la normale attività del circuito. Previsti vari bar, una balera e uno spazio per la musica dal vivo. Centinaia i volontari impegnati.
M5S, Rimini.
Presso l’area della Fiera, dal 22 al 24 settembre si terrà la quarta edizione della kermesse Italia 5 Stelle: “Sarà un momento di festa come tutti gli anni, ma servirà anche a darci la carica che ci accompagnerà fino al giorno delle politiche”, scrive Grillo sul suo blog, annunciando che proprio a Rimini saranno comunicati risultati della votazione online “che avrà decretato il candidato premier”. E sarà proprio durante l’evento che, aggiunge il fondatore del M5S, “il nostro candidato farà il suo primo discorso ufficiale”.
Mdp, Napoli.
Se le feste locali del lavoro si incrociano con quelle dell’Unità , l’evento nazionale di Mdp si terrà a Napoli dal 27 settembre al 1° ottobre, non dunque in concomitanza con quello del Pd a Imola. Un appuntamento per parlare soprattutto di lavoro nella splendida cornice del cortile del Monastero di Santa Chiara, nel cuore del Centro Antico, tra piazza del Gesù e piazza San Domenico Maggiore. In programma dibattiti culturali e politici aperti al pubblico, percorsi artistici e spettacoli musicali. Cinque punti ristoro, giochi per bambini, diversi stand per associazioni e movimenti impegnati sul territorio.
Sinistra italiana: Reggio Emilia, Barletta e Torino.
Ben tre le iniziative di Si per il mese di settembre. Il momento centrale, che si terrà nel centro di Reggio Emilia, dal 20 al 24 settembre, è dedicato all’eguaglianza. A Barletta, in Puglia, dal 7 al 10 settembre, il festival affronterà il tema della diseguaglianza tra il Nord e il Sud del Paese. Infine a Torino, ai Murazzi del Po, dal 26 al 30 settembre, in contemporanea con il G7 industria, lavoro e ricerca che in quei giorni si svolgerà alla Reggia di Venaria, l’evento sarà invece dedicato al 99%, alla cosiddetta “maggioranza invisibile”.
Cgil, Lecce.
Il sindacato guidato da Susanna Camusso tiene a battesimo la festa “dell’altra sinistra”. A Lecce, il 15, 16 e 17 settembre, nelle stesse date in cui il Pd tiene la sua kermesse nazionale a Imola, la Cgil offre un palco alla sinistra-sinistra e invita a parlare di “lavoro e di popolo” l’inglese Jeremy Corbyn, il francese Jean-Luc Mèlenchon, lo spagnolo leader di Podemos Pablo Iglesias.
Oltre a tutto il panorama della sinistra italiana, da Giuliano Pisapia, a Mdp e Sinistra Italiana. Il sindacato quest’anno ha deciso di non montare il suo stand alla Festa dell’Unità di Bologna, dove era presente dal dopoguerra. E nemmeno a quella nazionale di Imola.
(da “La Repubblica”)
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Agosto 17th, 2017 Riccardo Fucile
GLI ATTI ALLA CONSULTA: PER IL TAR LA RIFORMA VIOLA ALMENO 5 ARTICOLI DELLA COSTITUZIONE
L’assorbimento dei forestali nei carabinieri o in altre forze a ordinamento militare è
incostituzionale. A dirlo è il Tar dell’Abruzzo.
L’ultima mazzata alla legge Madia arriva dalla sezione di Pescara dei giudici amministrativi: con una ordinanza del 9 giugno pubblicata ieri, i giudici amministrativi hanno risposto al ricorso del vice sovrintendente Vincenzo Cesetti, trasferito dal fu Corpo forestale dello Stato all’Arma dei Carabinieri. Cesetti — uno dei 3000 ricorrenti sui ottomila componenti del corpo — chiedeva, in sostanza, di “continuare a operare all’interno del disciolto Corpo forestale, e in subordine di non confluire nell’Arma o comunque in altra Forza di Polizia ad ordinamento militare, ma solo nella Polizia di Stato”.
I magistrati non hanno accolto la sua richiesta di annullamento della legge Madia.
In compenso, hanno rilevato come fondati i motivi di incostituzionalità addotti dal ricorrente e trasmesso gli atti alla Corte costituzionale per il giudizio di merito, informando contestualmente Palazzo Chigi.
Nel riconoscere le ragioni del ricorrente, l’ordinanza dei giudici è molto chiara nel determinare gli effetti contrari ai principi della Carta rilevati nella riforma Madia: “Violazione degli articoli 2 e 4 della Costituzione, e in particolare dell’articolo 2, laddove non è stato rispettato il principio di autodeterminazione del personale del Corpo Forestale nel consentire le limitazioni, all’esercizio di alcuni diritti costituzionali, derivanti dall’assunzione non pienamente volontaria dello status di militare; e dell’articolo 4, laddove il rapporto di impiego e di servizio appare radicalmente mutato con l’assunzione dello status di militare, pur in mancanza di una scelta pienamente libera e volontaria da parte del medesimo personale del Corpo Forestale.
Violazione degli articoli 76 e 77 comma 1 della Costituzione, laddove, in contrasto con la precedente tradizione normativa e quindi con i principi e criteri direttivi di delegazione, non è stato consentito al personale del disciolto Corpo Forestale di scegliere di transitare in altra Forza di Polizia ad ordinamento civile”.
Non solo, l’uso di termini “generici”, ha di fatto consegnato nelle mani dell’esecutivo un potere smisurato. Una “delega in bianco” i cui limiti l’esecutivo è riuscito in ogni caso a superare, nel momento in cui, dato l’obiettivo di “riformare” il corpo forestale, ha deciso di cancellarlo facendolo confluire nell’Arma.
Per contro, questa esigenza di razionalizzazione ed efficientamento della pubblica amministrazione, non trova nel mero risparmio economico una giustificazione, ma viola di fatto la tutela dell’ambiente sancita dalla stessa Costituzione.
Tanto più, si legge, che “la “militarizzazione” di un corpo di polizia (o l’assorbimento del personale di un corpo di polizia civile in uno militare che è cosa analoga) si pone inoltre in netta controtendenza rispetto ai principi generali del nostro ordinamento e alle linee evolutive di questo nel tempo”. Insomma, la rivoluzione del governo è di fatto una restaurazione e un abuso delle funzioni legislative.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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